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Libertà della ricerca: pericoli e repressione nel mondo

Di Lara Aurelie Kopp-Isaia, Sandro Maranetto, Francesco Mollo.

A cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Charles W. Eliot, il preside di Harvard che ha trasformato il college di Boston in un importantissimo centro di ricerca, espose per la prima volta le sue idee sul tema della “libertà accademica” in un editoriale pubblicato all’interno della celebre rivista Science. Secondo Eliot, la libertà accademica è un valore fondativo ed essenziale e possiede tre dimensioni tra di loro correlate: libertà dell’insegnante, libertà dello studente, libertà e autonomia delle università. Queste libertà devono essere difese dalla tirannia della maggioranza, nonché dal pensiero dominante. Nel 1997, James Turk, direttore del Centro per la libertà d’espressione presso l’università canadese di Ryerson, ha riformulato il concetto spiegando che la libertà accademica “ha quattro componenti: libertà di insegnamento, libertà di ricerca, libertà di espressione intramurale e libertà di espressione extramurale”.

Anche l’UNESCO ha parlato di libertà di ricerca e accademica all’interno delle Raccomandazioni del 1997, dove definisce la libertà accademica come “il diritto […] alla libertà di insegnamento e di discussione, alla libertà di condurre ricerche e alla diffusione e pubblicazione dei risultati delle stesse, alla libertà di esprimere liberamente la propria opinione sull’istituzione o sul sistema in cui lavorano, libertà dalla censura istituzionale e libertà di partecipare a organismi accademici professionali o rappresentativi”.

Ad oggi, tali libertà sono quotidianamente minacciate in diverse parti del mondo, dalla Cina al Medio Oriente, passando per i paesi occidentali. 

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Ricerca in America Latina: tra problemi strutturali e potenziale inespresso

L’America Latina è sia una delle macroaree più disomogenee del mondo sotto il profilo politico-economico che la più omogenea sotto quello culturale, rendendola per antonomasia il continente delle contraddizioni. La grande disomogeneità regionale si riflette anche nella vita accademica e scientifica dei singoli paesi. I principali problemi strutturali paiono essere la sostanziale mancanza di volontà politica, la poca lungimiranza dei governi e la scarsa erogazione di borse di studio.

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Brasile: l’inchiesta Lava Jato è stata davvero un complotto contro Lula?

Per gran parte dell’opinione pubblica è stato vittima di un complotto. Per tanti altri, invece, è stato il garante del più grande sistema di corruzione e riciclaggio di denaro mai scoperto in America Latina. Luiz Ináciò da Silva, conosciuto come Lula, a capo del Partido dos Trabalhadores (PT) e presidente del Brasile dal 2003 al 2011, è la figura più controversa coinvolta dalla Lava Jato, l’indagine del Ministerio Publico Federale di Curitiba spesso paragonata al caso italiano “Mani Pulite”. Tale inchiesta ha certificato che Lula ricevette un attico di 216 mq in cambio di alcuni favori fatti alla Petrobras, la principale industria petrolifera del paese. Una ‘mazzetta’ costata una condanna a 9 anni e 6 mesi di carcere. Eppure, a distanza di due anni, dalle carte del fascicolo emergono tanti dubbi e poche certezze.

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SPECIALE – Tecnologia e geopolitica: tra utopia e distopia

Di Mattia Elia e Mattia Fossati, coordinati da Alberto Mirimin

Per definire la situazione geopolitica odierna è stata utilizzata nel dibattito pubblico (come ad esempio in questa conferenza con alcuni analisti della rivista Limes) l’espressione “guerra fredda della tecnologia”, a sottolineare come sempre di più gli scontri nell’arena politica internazionale abbiano come oggetto proprio la tecnologia.

In questo contesto, essa viene intesa soprattutto come tecnologia digitale: Internet, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e il trattamento di personal data. Ma non solo: il progresso tecnologico si può intendere anche come miglioramento delle tecniche presenti in un dato settore, al fine di ottenere una maggiore efficienza dal punto di vista economico. Anche questo secondo aspetto dello sviluppo tecnologico può avere pesanti implicazioni geopolitiche ed economiche. Basti pensare, ad esempio, ai crescenti investimenti nell’ambito delle tecniche estrattive del petrolio.

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America Latina e 5G: tra la transizione e l’indecisione

Lo sviluppo delle tecnologie legate alla rete Internet ha assunto negli anni un’importanza crescente nel determinare gli assetti geopolitici mondiali. Per questo motivo, molti Governi si stanno adoperando per partecipare alla ‘maratona’ di transizione dal 4G al 5G

Proprio in questi mesi, nei paesi dell’America Latina e dei Caraibi si cerca di capire come sfruttare le tecnologie di rete cellulare di quinta generazione al fine di raggiungere i propri obiettivi di sviluppo, non solo sul piano tecnologico ma anche su quello sociale ed economico. Tra le multinazionali delle telecomunicazioni operanti sul territorio spicca Huawei, sbarcata negli anni 2000 in Messico, Ecuador, Paraguay e Uruguay. 

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Gli attacchi alla libertà di stampa durante le proteste in Cile

Il Cile è stato a lungo considerato uno dei Paesi latinoamericani che garantisce il maggior grado di libertà di stampa ed espressione. Occupa la 46a posizione su 180 nell’annuale classifica della libertà di stampa stilata da Reporters Sans Frontières e la sua democrazia liberale è tra le più solide della regione. Questo quadro, però, ha rivelato la sua fragilità nell’ottobre più caldo della storia recente cilena.

Come riportato dalla BBC, le proteste sono iniziate il 6 ottobre in seguito all’aumento del 4% del costo del biglietto della metro di Santiago. Il malcontento della popolazione di fronte all’ennesimo innalzamento dei prezzi ha tuttavia ragioni più profonde, che nascono dalle crescenti disuguaglianze economiche e dall’alto costo della vita. La risposta iniziale del presidente Piñera è stata intransigente: è stato dispiegato fin da subito un numero massiccio di Carabineros, con l’esercito nazionale schierato contro i manifestanti, come non accadeva dalla caduta del regime di Augusto Pinochet nel 1990.

La crisi di piazza è degenerata venerdì 18 ottobre, quando i manifestanti hanno preso il controllo di numerose stazioni della metro di Santiago, dando successivamente loro fuoco. Il Governo ha in seguito dichiarato lo stato di emergenza nazionale e ha imposto il coprifuoco nelle principali città cilene per la prima volta dal 1987. Queste misure attribuiscono provvisoriamente ampi poteri alle forze dell’ordine, limitano alcune libertà e cedono l’amministrazione notturna delle città ai militari. Per questa situazione, il capo dello Stato ha dovuto cancellare due importanti summit internazionali: la United Nations Framework Convention on Climate Change (COP25), la  conferenza annuale dell’ONU sui cambiamenti climatici, e l’incontro dei Paesi dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC).

 La violenza delle proteste e degli scontri, che hanno provocato almeno 18 morti, ha coinvolto anche la stampa, con numerosi attacchi a giornalisti e fotografi sia da parte delle forze dell’ordine sia dei manifestanti. La denuncia più forte è arrivata da Reporter Senza Frontiere che, il 25 ottobre, ha pubblicato un rapporto in cui registra e denuncia questa spirale di violenza.

Il caso più emblematico è stato senza dubbio l’assalto, il saccheggio e l’incendio della sede de El Mercurio di Valparaíso, il quotidiano ispanofono più antico del mondo, fondato nel 1827. Alla luce di quanto accaduto, la Sociedad Interamericana de Prensa ha parlato di “grave attentato alla libertà di stampa cilena”. Nonostante i giornalisti ne siano usciti illesi, la sede storica ha riportato gravi danni e l’evento ha turbato l’opinione pubblica, che non aveva mai assistito a scene simili dal ritorno alla democrazia, avvenuto ormai 30 anni fa.

La libertà di stampa è stata altresì danneggiata dalla dichiarazione da parte del Governo dello stato di emergenza. Inoltre, fattore determinante è stata l’entrata in vigore della Ley de Seguridad del Estado, annunciata dal controverso ex-ministro dell’Interno Andrés Chadwick. Tale legge viene emanata solo quando è messa in pericolo la sovranità dello Stato, permettendo ai tribunali di punire con maggiore velocità i reati contro la sicurezza nazionale: il risultato è stata una forte repressione delle proteste e dei reporter che le stavano raccontando. A tal proposito, nel già citato rapporto di RSF si denunciano detenzioni arbitrarie di giornalisti e l’uso di gas lacrimogeni e proiettili di gomma contro inviati della BBC e Telesur, oltre alle aggressioni da parte dei manifestanti contro cronisti di testate nazionali come Chilevisión. Emmanuel Colombié, direttore dell’ufficio di RSF in America Latina, ha esortato il presidente Piñera a prendere misure concrete per proteggere il diritto all’informazione anche nei momenti di massima crisi sociale e garantire l’incolumità dei giornalisti in tutto il paese.

Nonostante le intimidazioni e la repressione, tuttavia, le proteste hanno avuto una risonanza mediatica internazionale molto ampia, specie nel resto del continente sudamericano. A Buenos Aires, città in cui è presente una comunità cilena di discrete dimensioni, si sono svolte manifestazioni contro la repressione governativa davanti al Consolato del Cile. Come raccontato dal Clarín, il quotidiano più diffuso in Argentina, un gruppo di persone incappucciate ha poi aggredito i giornalisti presenti, ferendo in modo grave alla testa un fotoreporter de La Nación.

Molta preoccupazione ha destato anche l’odio nei confronti della stampa ampiamente diffuso sui social network. Dall’altra parte proprio queste piattaforme, in particolare Twitter, hanno avuto un ruolo decisivo nel testimoniare tali violenze, anche grazie ai citizen journalist: un fenomeno sempre più comune sui social media, dove un numero crescente di utenti denuncia e diffonde informazioni, sostituendo in parte la copertura mediatica dei canali tradizionali.

Venezuela: la realtà al di là dei diritti umani

Dall’America Latina al Medio Oriente, sono molti i paesi in cui libertà fondamentali, quali la libertà di pensiero e di opinione, pur riconosciute, sono sistematicamente disattese. Tra questi figura anche il Venezuela: dal 2013 ad oggi, come mette in guardia Amnesty International, una vera e propria crisi dei diritti ha stravolto la vita di milioni di persone compromettendo, tra le altre, anche la libertà di espressione.

L’informazione libera è scomoda, minaccia i regimi antidemocratici che vogliono tenere in pugno l’opinione pubblica e, ai quali, controllo e censura garantiscono sopravvivenza. Secondo un bilancio del Collegio Nazionale dei giornalisti (Collegio Nacional de Periodistas – CNP) del Venezuela – un organo collegiale responsabile di assicurare il rispetto della legge sull’esercizio del giornalismo – presentato lo scorso 29 agosto 2019, sono stati registrati, da gennaio di quest’anno, 19 casi di media digitali bloccati; 19 programmi radio e tv chiusi; 21 furti di attrezzature; 23 minacce; 74 detenzioni arbitrarie di giornalisti e ben 175 casi di molestie e intimidazioni. Non a caso, nella classifica del 2019 sulla libertà di stampa a livello mondiale, pubblicata da Reporter senza frontiere (un’organizzazione non governativa e no-profit che promuove e difende la libertà di informazione e la libertà di stampa), il Venezuela ricopre il 148° posto su un totale di 180 paesi analizzati.  Ciò dimostra lo stampo autoritario del regime vigente e il controllo di fatto imposto dallo stato sulla stampa, anche mediante l’uso del provider di internet di sua proprietà (CANTV), con il quale oscura siti web e giornali, silenzia tweet e la critica dei media in generale, impedendo la diffusione di informazioni che potrebbero screditare l’amministrazione del governo in carica.

Dopo la morte dell’ex presidente Hugo Chávez e con il mandato dell’attuale presidente Nicolás Maduro, si sono registrati peggioramenti in molti settori, dalla corruzione all’estrazione del petrolio, con un aumento del dissesto economico che ha percosso il Paese. Proprio a causa del progressivo declino e della conseguente compromissione della qualità della vita, almeno da cinque anni a questa parte le proteste accendono le piazze venezuelane; vere e proprie sommosse all’ordine del giorno, quotidianamente represse nella violenza.

Nonostante le sistematiche violazioni, il diritto alla libertà di espressione, enunciato nell’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è riconosciuto anche nell’art. 57 della Costituzione venezuelana. Timidi spiragli di luce sono visibili grazie agli instancabili tentativi da parte del popolo di difendere un diritto così prezioso e di rompere ogni frontiera imposta dal governo. La società civile rivendica il ruolo fondamentale dei mezzi di comunicazione come veicolo dell’opinione pubblica e strumento di costruzione della realtà sociale. Fin dagli anni ‘60, una spinta dal basso ha portato la popolazione a cercare di riappropriarsi della parola pubblica e difendere i modelli democratici, creando radio comunitarie e, più di recente, dei media comunitari diffusi online.

Un altro caso in cui si è riusciti a svincolarsi dalla macchina della censura, malgrado l’intensificarsi della guerra mediatica degli ultimi anni, si è verificato nel gennaio 2019 quando i tweet a favore di Juan Guaidò (presidente dell’Assemblea nazionale autoproclamatosi presidente ad interim del Venezuela), seguiti dall’hashtag #VenezuelaGritaLibertad, conquistarono il trending topic di Twitter per oltre 18 ore.

Maduro tuttavia non demorde, anzi, si rinforza. Lo scorso 17 ottobre sono stati annunciati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite i risultati delle elezioni che hanno determinato i membri del Consiglio dei Diritti Umani: uno dei 14 nuovi seggi è stato assegnato proprio al presidente del Venezuela. Colui che ha collezionato un numero incredibile di abusi dei diritti, sarà lo stesso che veglierà sul rispetto dei diritti umani nel mondo per i prossimi tre anni.

Alla luce di queste contraddizioni e dell’assente risposta globale, emergono alcune riflessioni.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non costituisce il fondamento della democratizzazione del sistema internazionale da cui dipendono la fine del perseguimento di interessi particolari e l’inizio della tutela dell’integrità della collettività e dei suoi diritti?

Perché la comunità internazionale, davanti a queste ingiustizie, non riesce ad applicare gli strumenti che essa stessa ha creato?

Questo è lo scenario a cui stiamo assistendo, quando realtà e diritti, pur avendone il presupposto, non convivono sullo stesso piano e sembrano, piuttosto, proiettarsi in due dimensioni antitetiche.

SPECIALE – Politiche migratorie

Di Simone Innico, Lara Aurelie Kopp-Isaia, Stefania Nicola

Migranti, profughi, rifugiati

Il concetto di migrazione, nella sua accezione più generale, indica l’allontanamento di una persona o di un gruppo da un dato territorio. Questa definizione generale accoglie, al suo interno, un insieme complesso ed eterogeneo di movimenti umani che si possono definire ‘migratori’. Pertanto, esso non riguarda solo gli spostamenti transnazionali e i reinsediamenti in un paese straniero ma anche, a titolo d’esempio, le ’migrazioni circolari’ di lavoratori pendolari attraverso il confine tra due stati, così come il percorso intrapreso dai ‘rifugiati interni’ (internally displaced persons), i quali, senza oltrepassare i confini dello stato, abbandonano la propria residenza originaria a causa di un conflitto o di un notevole evento climatico che metta a rischio la sopravvivenza degli individui, della famiglia o della comunità.

Per inciso, il termine ‘profugo’ rileva, all’interno del concetto di ‘migrante’, quella persona che abbandona il proprio paese d’origine non solo per motivi di discriminazione politica, razziale, religiosa, o per altri motivi di persecuzione individuale, ma per le più svariate ragioni, senza però che questo lo metta necessariamente in grado di richiedere protezione internazionale.

In linea generale, l’accezione più diffusa nel discorso che ci è familiare del termine ‘migrazione’  racchiude in sé due elementi di significato: un flusso più o meno costante di spostamenti a lungo termine di gruppi di individui, in numero cospicuo e con conseguenze significative per il contesto sociale, politico e demografico dei paesi d’origine, di transito e di arrivo; la ricerca più o meno premeditata, da parte del singolo individuo, dell’unità familiare o di una comunità, di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

È questa la concezione di ‘migrazione’ che informa gran parte del nostro discorso pubblico e che sovente si riflette nella gestione dello Stato e della società, coinvolgendo inevitabilmente il regime delle frontiere territoriali e il controllo della popolazione. Il governo delle migrazioni è oggi giorno – e in buona misura è stato negli scorsi decenni – presentato come una priorità politica per la sicurezza dello stato nazione. Ad ogni modo, va sottolineato che una codifica rigorosa di uno status giuridico del ‘migrante’ non figura in nessuna disciplina del diritto internazionale e, di fatto, l’ambiguità del concetto offre inevitabilmente un largo margine di interpretazione ai legislatori e ai decisori politici.

Ciò che invece trova precisa definizione nel corpus giuridico internazionale è lo status di ‘rifugiato’, che sostanzialmente riceve e formalizza la ‘migrazione forzata’ e attribuisce al soggetto migrante un diritto all’asilo o, terminologia dal significato analogo, alla ‘protezione internazionale’. La Convenzione sullo status dei rifugiati del 28 luglio 1951 disciplina la normativa in materia di diritto d’asilo; al netto di alcune eccezioni, ad oggi è stata firmata e ratificata in tutte le sue parti dalla maggioranza degli Stati ONU (147 su 193). La Convenzione rappresenta un trattato vincolante per i paesi firmatari, che devono realizzare sul loro territorio e con risorse adeguate le procedure di tutela dell’individuo disciplinate secondo lo status di rifugiato, assicurando piena cooperazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Devono infine adeguare alla normativa internazionale le disposizioni del proprio ordinamento giuridico in materia di asilo.

Le migrazioni nel mondo odierno

Nella cornice delle politiche migratorie, la tutela dei diritti del rifugiato rappresenta, nel mondo di oggi, una questione di primaria importanza. Secondo l’UNHCR, la popolazione di rifugiati nel mondo alla fine del 2018 si attesta al livello più alto mai registrato: 25.9 milioni di persone L’opinione pubblica, i media e i governanti del globo sono sempre più sensibili a questi dati. Tuttavia, prima di approfondire il tema della protezione di quelle che saranno, nel futuro più prossimo, le categorie umane più vulnerabili, è senza dubbio necessario un approfondimento sui trend delle migrazioni umane.

Da un punto di vista globale, i fenomeni migratori coinvolgono una popolazione nell’ordine delle centinaia di milioni; una stima ONU, ad esempio, ne registra 272 milioni per l’anno 2019. Ovviamente, i canali di spostamento che più attraggono l’attenzione dei media occidentali sono quelli che riguardano l’Europa e gli Stati Uniti, in quanto paesi d’arrivo per le rotte da, rispettivamente, Africa, Medio-Oriente e Asia Centrale o Messico e Sudamerica. Tuttavia, è necessario ricordare che gli spostamenti umani non riguardano solo i movimenti dal Sud del mondo al Nord – quest’ultimo, generalmente, da identificarsi con l’Europa occidentale e il Nord America. Secondo le stime del Population Reference Bureau, già nel 2014 la direzione Sud-Sud costituiva il 36% del trend globale dei flussi migratori, coinvolgendo 82.3 milioni di persone, ovvero spostamenti di massa interni ai continenti Asia, Africa e Sudamerica. Se anche volessimo ridurre l’intero spettro dei molteplici fenomeni migratori alla sola questione delle migrazioni forzate (che nell’anno 2018, secondo le figure UNHCR, riguardavano circa 70.8 milioni di individui), vedremo che il ‘Nord globale’ è decisamente sottorappresentato nella scala delle destinazioni. Ad oggi, la Turchia accoglie la quota maggiore di rifugiati (3.7 milioni), seguita da Pakistan (1.4 milioni), Uganda (1.2 milioni) e infine da Sudan e Germania (1.1 milioni). Allargando la visuale dai rifugiati al più comprensivo insieme concettuale dei ‘migranti internazionali’, passano invece in testa gli Stati Uniti, che nel 2017, secondo il think tank statunitense Migration Policy Institute, ospitavano 49 milioni di migranti sul territorio nazionale.

Conoscere l’immigrazione, per poterla governare

Quanto illustrato finora serve a fornire un’immagine generale, e inevitabilmente riduttiva, dei fenomeni migratori: un intreccio concettuale di elementi pressoché eterogenei ma strettamente connessi tra loro come la tutela dei diritti umani, le definizioni di nazionalità e cittadinanza, gli interessi economici e geopolitici, lo sviluppo industriale e il cambiamento climatico, ma anche l’opinione pubblica e l’influenza dei mass media. Si rivela di volta in volta fondamentale, pertanto, saper individuare con precisione il tema in oggetto d’analisi. Questa operazione è centrale per valutare con cognizione di causa le politiche migratorie messe in atto da autorità locali, nazionali e sovranazionali e per problematizzare e dunque governare gli spostamenti umani, sempre complessi e multidimensionali, che chiamano in causa importanti segmenti del sistema politico-sociale.

Quello dell’immigrazione non è un fenomeno recente. Già nel recente passato, i flussi migratori hanno raggiunto veri e propri picchi, in particolare tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Anche per questo, il tema dell’immigrazione ha trovato sempre più spazio al centro del dibattito nazionale, europeo, mondiale. Una prima spiegazione potrebbe derivare dalla sempre maggior rilevanza morale acquisita dal tema dei diritti umani. A ciò, si aggiunge la correlazione tra l’immigrazione e l’incidenza di guerre, conflitti armati e genocidi, fattore che ha inciso sulla limitazione e regolamentazione degli spostamenti. In altri casi, si è iniziato a parlare di ‘responsabilità collettiva’ nel fornire aiuto alle popolazioni colpite dagli effetti del cambiamento climatico – i cosiddetti profughi ambientali. Fondamentalmente, quando si tratta di migrazioni sembrano essere due gli approcci più spesso adottati. Da una parte, si pone l’obiettivo ideale di proteggere una comunità da quelli che dovrebbero essere gli effetti negativi comunemente considerati tipici e correlati all’immigrazione: aumento delle tensioni sociali, costi economici, perdita dell’identità culturale o della coesione sociale. Dall’altra, si riconosce il dovere morale di aiutare i bisognosi e integrare i profili desiderabili – soprattutto in realtà, come quella europea, in cui si rileva un invecchiamento progressivo della popolazione e un bisogno crescente di manodopera. Da qui nasce la necessità di definire le politiche migratorie, in grado di individuare le categorie privilegiate all’ingresso nel paese e i loro diritti, ma al tempo stesso di politiche di integrazione, affinché gli immigrati siano assimilati nel mercato del lavoro a livello salariale e occupazionale.

Perché, però, quest’ultimo punto non sempre trova un riscontro nella realtà? 

Come sottolinea uno studio della Commissione europea, le cause sono attribuibili alla conoscenza linguistica, alla formazione scolastica e all’inserimento degli stranieri in molti settori in cui anche i nazionali hanno possibilità di far carriera (cura della persona, costruzioni e ristorazione). Se da una parte, dunque, tali normative dovrebbero ridurre i differenziali socio-economici, dall’altra è anche vero, si sottolinea nel report, che è necessario che qualcuno svolga queste mansioni poco qualificate. Come si legge in un approfondimento delle Nazioni Unite, gli immigrati ‘di lunga durata’, quando si stabiliscono in un paese ospite, ne aumentano i livelli di produttività demografica. Al contempo, però, sono a loro volta soggetti ad invecchiamento; di conseguenza, la loro presenza può solo ritardare l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale degli anziani. Tuttavia, è con la ‘seconda generazione di migranti’, i figli di questi primi immigrati, che si può osservare un ‘riciclo’ di manodopera, più assimilata nel sistema scolastico, con una buona conoscenza linguistica e dotata di cittadinanza.

Se analizzassimo più da vicino le rotte migratorie presentate in apertura, una tra quelle occidentali più percorse è senza dubbio quella del Mediterraneo. Quest’ultimo è ormai noto quale il confine più pericoloso tra Stati che non sono in guerra tra loro. Al tempo stesso, questa rappresenta una delle tratte più complesse se si vuol ricostruire il profilo tipico del migrante irregolare, poiché comprende sia i migranti economici alla ricerca di opportunità di impiego (solitamente provenienti da Tunisia, Algeria e Marocco), sia quelli in fuga da persecuzioni o guerre e richiedenti asilo (che hanno come paesi di origine: Eritrea, Somalia, Afghanistan, Mali, Costa d’Avorio, Gambia, Sudan e Palestina). In particolare, in quest’ultima categoria si rileva la presenza di un ampio numero di  donne e bambini. A ben vedere, uno dei problemi maggiori è che i dati in materia di immigrazione irregolare sono lacunosi, incompleti e non aggiornati per individuare quanti di questi migranti richiederebbero asilo e quanti sarebbero invece migranti economici.

Se quindi non si conosce una realtà, come è possibile regolamentarla?

Tornando nuovamente al ‘caso Mediterraneo’, vista la sua complessità, occorre sottolineare che, alla luce del recente Decreto migranti, sembrerebbe esserci un’intenzione politica di semplificare e velocizzare  la gestione delle domande di protezione internazionale. Come spiegano i ministri firmatari Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luigi Di Maio (Esteri) sul Corriere della Sera, con questo decreto è previsto che, una volta individuata la provenienza dei migranti, sia più agevole avviare procedure di rimpatrio qualora questi provengono da porti sicuri quali Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Come riporta lo stesso articolo, “in mancanza di questi requisiti la domanda di protezione verrà subito respinta e  avviata la procedura di rimpatrio”. La questione principale di questo decreto interministeriale è che “inverte l’onere della prova”. In tal senso, verranno rifiutate le richieste di asilo delle persone provenienti dai citati 13 paesi, salvo esse non presentino prove di un rischio reale per la propria incolumità in caso di ritorno in patria.

Lo scenario italiano è soltanto una testimonianza di un’inversione di rotta nell’affrontare casi di emergenza umanitaria. Per avere una visione di più ampio spettro, prendiamo in esame tre casi a livello mondiale: il Venezuela, la Siria e lo Yemen.

Altre gravi emergenze migratorie ed umanitarie: come vengono gestite

Secondo i dati dell’UNHCR, a fine 2018 oltre 3 milioni di persone sono fuggite dal Venezuela, in quello che è il più grande esodo nella storia recente della regione. La catena di eventi che ha mobilitato migliaia di famiglie venezuelane è iniziata nel 2014, in seguito alla morte del presidente Cházev. La crisi economica devastante, l’inflazione che ha raggiunto la soglia del 50%, la mancanza di elettricità, la carenza di beni di prima necessità – i cui prezzi sono aumentati del 1000% -, la fame e la povertà sono tra i principali fattori del massivo esodo. Il sistema sanitario venezuelano è crollato, con una carenza di personale e di medicinali che ha causato la chiusura di molti reparti ospedalieri. In un solo anno, la mortalità materna è aumentata del 65%; quella infantile del 30%. “Quando mia figlia di nove mesi è morta a causa della mancanza di cure, ho deciso di portare la mia famiglia fuori dal Venezuela prima che morisse un altro dei miei figli”, testimonia, attraverso il report UNHCR, Eulirio Beas, della comunità indigena Warao, che si trova in un campo profughi del Brasile.

La maggioranza delle persone parte senza documenti, in carovane, percorrendo a piedi centinaia di chilometri: per questo vengono chiamati caminantes. Francesca Matarazzi, Emergency Coordinator di INTERSOS, descrive tali migrazioni con queste parole: “Li vedi passare ogni giorno. Famiglie con bambini piccoli, anziani. Camminano senza riposo. Camminano senza scarpe. Camminano con la pelle bruciata”.

Ogni mese sono oltre 15.000 le persone che attraversano il confine tra Venezuela e Colombia. Quest’ultima ha messo in atto politiche d’inclusione e d’accoglienza, con la priorità di evitare che i migranti intraprendano la strada della clandestinità. Il Governo colombiano ha concesso documenti temporanei che consentono ai venezuelani di entrare e uscire liberamente. Si potrebbe affermare che la Colombia abbia tentato di trasformare la questione migratoria da emergenza umanitaria a occasione di sviluppo. A onor del vero, questo esodo potrebbe rappresentare un’occasione di crescita economica per Bogotà. Tuttavia, gli arrivi sempre più numerosi stanno complicando la situazione. In un contesto in cui centinaia di persone sono costrette a vivere in case e campi profughi sovraffollati, le condizioni di vita diventano estremamente precarie. Il rischio di essere esposti ad abusi, sfruttamenti – minorili e sessuali – e di finire nei giri del narcotraffico rimane elevato.

Anche in Siria si sta verificando un’emergenza umanitaria. Il 15 marzo 2011 il popolo è sceso in piazza per protestare contro il Governo di Assad, invocando maggior democrazia e libertà. L’anno successivo, le manifestazioni sono sfociate in una guerra civile. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari, questa guerra ha provocato oltre 11 milioni di sfollati, 6.7 milioni dei quali sono scappati nei paesi limitrofi. Ma di questi ultimi che fuggono dalla Siria, solamente il 10% vive nei campi profughi dei paesi confinanti, perché troppo affollati. La maggior parte vive in piccoli alloggi di prima accoglienza, anche questi in condizioni precarie.

La guerra ha raggiunto livelli talmente elevati che, nel 2014, l’Alto Commissario delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani (OHCHR) ha annunciato che non avrebbe più registrato il numero delle vittime. Questa decisione è stata presa, secondo quanto dichiarato da Rupert Colville, portavoce OHCHR, a causa delle difficoltà riscontrate da organizzazioni indipendenti a entrare nel territorio siriano, insieme con l’impossibilità di verificare le fonti. La percentuale di civili uccisi è comunque molto elevata. Secondo diverse ONG, ad esempio, a Ghouta, durante un raid aereo del 18 febbraio 2018, sono rimasti uccisi oltre 1.400 civili, tra cui 280 bambini. Paolo Pezzati, di Oxfam Italia, denuncia che “è inaccettabile che la comunità internazionale stia voltando le spalle a oltre cinque milioni di siriani in fuga dall’orrore della guerra […] La comunità internazionale resta a guardare, mentre milioni di persone sono bloccate in un limbo senza fine”.

Un’altra regione afflitta dalla guerra e da una grave crisi umanitaria è lo Yemen, dove si contano oltre 3 milioni di profughi interni e 22 milioni di persone che necessitano di assistenza. Tutto ebbe inizio nel 2015, quando l’Arabia Saudita, il paese più ricco del mondo arabo, ha attaccato lo Yemen, paese più povero del mondo arabo. In quattro anni di conflitto vi sono state oltre 20.000 vittime, più della metà delle quali risultano essere civili. La vita nello Yemen è difficilissima, tanto che si dovrebbe più propriamente parlare di sopravvivenza. Metà degli ospedali sono stati distrutti, il prezzo del carburante è aumentato del 200%, i prezzi dei beni di prima necessità e del cibo sono alle stelle.

Ad aggravare le già precarie condizioni di vita, l’Arabia Saudita ha imposto un blocco alle importazioni nel paese. Secondo un articolo del 2017 di Internazionale, il think tank International Crisis Group affermava già al tempo che la fame che ha colpito gli yemeniti non fosse dovuta a cause naturali, ma all’azione voluta dei belligeranti e dall’indifferenza e al ruolo complice della comunità internazionale”. Conosciuta come la ‘crisi umanitaria dimenticata’, a causa dello scarso interesse dimostrato dalla comunità internazionale, questa è indubbiamente una delle peggiori crisi umanitarie contemporanee. Al disinteresse generale contribuisce la grande difficoltà dei giornalisti stranieri ad entrare nel paese. Le Nazioni Unite hanno tentato di trasportare alcuni giornalisti inglesi su un aereo umanitario, ma le forze saudite hanno impedito il loro arrivo. In particolare, a seguito di questo episodio, Ben Lassoued, coordinatore delle questioni umanitarie dello Yemen presso l’ONU, aveva dichiarato che “il fatto dimostra perché lo Yemen, paese colpito da una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, non riceva particolari attenzioni da parte dei media internazionali”.

Nell’estate del 2017, il presidente Trump ha concluso un accordo di 110 miliardi per la vendita di armi all’Arabia Saudita. Così facendo, gli Stati Uniti hanno alimentano un conflitto che ha distrutto il paese yemenita, gettandolo sull’orlo di una gravissima carestia e ha dato luogo a gravi crimini di guerra.

Tra crisi, patti globali e cuori chiusi

Quelle analizzate in questo approfondimento sono soltanto alcune delle emergenze migratorie e umanitarie che si stanno consumando nel mondo. Secondo l’UNHCR, infatti, altrettante crisi si registrano in paesi quali Congo, Burundi, Iraq, Nigeria, Sudan e Myanmar, dove sono in atto fenomeni di migrazione forzata. Milioni di persone sono costrette a lasciare il loro paese, la loro casa, nella speranza di un futuro migliore lontano dai conflitti. In tal senso, tutte queste migrazioni devono essere trattate come una crisi planetaria. Come ha ricordato il segretario generale Antonio Guterres, il 24 settembre scorso, innanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “In un epoca in cui un numero record di rifugiati e sfollati interni sono in movimento, la solidarietà è in fuga. Vediamo non solo le frontiere, ma i cuori chiudersi, mentre famiglie di rifugiati vengono distrutte e il diritto di trovare asilo fatto a pezzi”. Guterres ha messo l’accento sulle responsabilità condivise che gravano sulla comunità internazionale, sancite dai patti mondiali sui Rifugiati e sulla Migrazione, aggiungendo, con incedere lapalissiano: “All migrants must see their human rights respected”.

L’accordo tra El Salvador e gli USA sui richiedenti asilo

Alla fine del mese di settembre 2019, l’amministrazione Trump ha annunciato di aver concluso un accordo con il presidente salvadoregno, Nayib Bukele, in materia di redistribuzione dei migranti. Secondo il segretario della sicurezza in carica McAleenan, tale patto, di cui non si conoscono ancora le specifiche, servirebbe a ridurre drasticamente le richieste di asilo avanzate negli Stati Uniti da tutti i migranti che attualmente attraversano lo stato di El Salvador, oltre a ridurre il numero di partenze da quest’ultimo.

In una nota ufficiale sul sito internet dell’ambasciata statunitense a El Salvador, in merito all’intesa si legge: “Entrambi i governi si impegnano a lavorare al problema della migrazione insieme e in modo umano, in maniera tale da contribuire a migliorare la prosperità e la sicurezza della regione. L’accordo è parte di una strategia integrata per combattere le organizzazioni criminali, rafforzare la sicurezza dei confini e ridurre sia il traffico illegale e di persone sia la migrazione forzata. Questo accordo è un tentativo congiunto di fornire protezione fisica ed evitare i pericoli della migrazione irregolare”.

Nella nota si parla altresì dell’impegno di Washington nel contribuire alla crescita economia e allo sviluppo di El Salvador stesso. A tal proposito, nell’invocare l’aiuto statunitense, il presidente salvadoregno Nayib Bukele aveva dichiarato: “Credo che sia più sicuro attraversare il deserto, superare le frontiere e affrontare tutto quello che potrebbe succedere durante il viaggio verso gli Stati Uniti, piuttosto che vivere qui; per questo motivo vogliamo rendere più sicuro il nostro Paese”.

Secondo Human Rights Watch El Salvador è uno dei paesi con il più alto tasso di omicidi al mondo. Le gang criminali esercitano un controllo territoriale molto forte, mentre Honduras e Guatemala soffrono di un livello di corruzione delle forze dell’ordine e delle autorità giudiziarie tale da rendere la vita dei loro stessi cittadini molto instabile. Di conseguenza, obbligare i migranti a richiedere protezione umanitaria in questi paesi di transito li esporrebbe ad ulteriori rischi.

L’intesa in esame segue una serie di azioni promosse dall’amministrazione Trump in tutta l’area dell’America Centrale, soprattutto in Honduras e in Guatemala. In questi ultimi due casi in particolare, gli accordi hanno ricevuto svariate critiche poiché gli stati in questione sembrano aver subito un trattamento coercitivo. Nei mesi precedenti l’accordo, difatti, l’amministrazione statunitense aveva pronunciato parole di condanna verso questi paesi accusandoli di non aver mobilitato sufficienti risorse al fine di arginare la crisi migratoria. Le accuse del presidente Trump sono poi state tramutate in veri e propri tagli dei finanziamenti, destinati fino a quel momento all’assistenza dei paesi della regione.

A seguito della stipula dei tre diversi accordi, tuttavia, lo stesso Trump e il segretario di Stato, Mike Pompeo, hanno annunciato il ripristino degli aiuti economici.

Lo scopo di questi accordi potrebbe essere quello di implementare la regola del “terzo paese sicuro”. L’obiettivo sarebbe quello di obbligare i migranti che attraversano uno di questi paesi a presentare richiesta di asilo prima nel paese di passaggio e poi nel paese di destinazione. Attualmente, gli USA hanno già un’intesa di questo tipo con il Canada.

Ursela Ojeda, consulente politica per il Migrant Rights and Justice Program dell’organizzazione Women’s Refugee Commission, ha definito ‘ridicola’ l’idea di considerare sicuri questi tre paesi: “Stiamo parlando di costringere le persone a rimanere in Paesi i cui governi non sono in grado di garantire per la loro sicurezza: significa imprigionare loro e buttare via la chiave”. Jan Egeland, segretario generale dell’organizzazione umanitaria Norwegian Refugee Council, che si occupa di fornire supporto alle persone costrette ad emigrare, a seguito di un viaggio istituzionale a El Salvador e in Honduras ha dichiarato che un accordo di questo tipo potrebbe non diminuire i flussi migratori, bensì incoraggiare i migranti a trovare modi alternativi di raggiungere gli Stati Uniti, via mare ad esempio.

Considerando l’obiettivo ultimo del presidente statunitense Trump di ridurre il più possibile il numero di richiedenti asilo che giungono al confine con gli USA, siffatto accordo si inserisce perfettamente nel quadro della politica “remain in Mexico. Questa limita di netto le probabilità che le richieste di asilo vengano accettate, costringendo i richiedenti stessi a rimanere per mesi al confine.

Seguendo la considerazione del segretario Egeland, si può osservare come l’intesa raggiunta sembra risultare poco efficace nel lungo periodo, non fornendo concrete risposte al problema della migrazione e anzi diminuendo le responsabilità del governo statunitense nella gestione dello stesso. Sostenere i paesi e gli abitanti dell’America Centrale e del Sud a raggiungere condizioni più favorevoli richiede strategie pianificate e lungimiranti; nel contempo, gli Stati Uniti, in primis, non possono semplicemente voltare le spalle a tutte quelle persone in cerca d’aiuto.

Cuba: 60 anni di migrazioni verso gli Stati Uniti

Dalla conquista del potere da parte di Fidel Castro, nel gennaio del 1959, numerosi cubani hanno optato per lasciare il proprio paese: oltre 2 milioni in sessant’anni di governo, l’80% dei quali ha scelto gli Stati Uniti come terra di espatrio.

La prima ondata migratoria, che si sviluppò negli anni della rivoluzione cubana, fu quella dei dissidenti politici, contrari agli ideali socialisti propugnati da Fidel quali la redistribuzione dei terreni e la nazionalizzazione delle grandi aziende. A questi, si aggiunsero i funzionari e gli stretti collaboratori del dittatore Fulgencio Batista, salito al potere nel 1952 e poi esiliato in seguito alla vittoria comunista. Secondo il Washington DHS Office of Immigration and Statistics, nei tre anni successivi alla rivoluzione, circa 250.000 cubani abbandonarono l’isola.

L’influenza statunitense, impegnata ad indebolire il peso della forza lavoro a disposizione di Castro, fu decisiva nel favorire la spinta migratoria. Tra le mosse che fecero maggiore scalpore si annovera l’Operación Peter Pan, che si sviluppò tra il 1960 e il 1962. Essa ebbe come obiettivo quello di inviare oltre 14.000 bambini cubani negli Stati Uniti, accogliendo le richieste dei loro genitori, preoccupati che i propri figli venissero indottrinati dal sistema scolastico castrista. La stessa chiesa cattolica assunse una posizione forte, schierandosi a favore di questo intervento; in tal senso, fu fondamentale la gestione del flusso migratorio da parte del sacerdote cattolico Bryan Walsh. La strategica interferenza statunitense ebbe l’effetto di generare una forte pressione mediatica contro la presidenza Castro.

La seconda ondata, dal 1965 al 1973, fu caratterizzata dai cosiddetti Vuelos de la libertad (Voli della libertà): un accordo di cooperazione tra Stati Uniti e Cuba permise infatti a molti rifugiati cubani di raggiungere gli USA in modo sicuro e legale. Questa ondata era composta di migranti con alte qualifiche professionali, delusi dalle politiche attuate dal governo e dall’assenza di libertà politiche.

Per favorire tale migrazione venne creata la Legge di adeguamento cubano, la quale assegnava ai migranti lo status di rifugiati politici, stabilendo, inoltre, che questi potevano ottenere la residenza permanente dopo aver soggiornato per un solo anno negli States. Le autorità statunitensi sostennero questo progetto con un finanziamento notevole. L’obiettivo ufficiale era quello di aiutare coloro che fuggivano dal regime comunista; in realtà, lo scopo principale era quello di indebolire ulteriormente Cuba, sottraendo forza lavoro altamente qualificata al paese baluardo della sinistra legata all’URSS.

La terza ondata migratoria avvenne negli anni ’90, in concomitanza con la peggiore crisi economica che dovette affrontare il regime comunista. La causa principale che scatenò tale recessione fu la dissoluzione dell’URSS, alleato fondamentale per Castro. Quest’ultimo, difatti, faceva totale affidamento sul blocco orientale per resistere a una situazione internazionale già critica a causa dell’embargo commerciale e finanziario nei confronti dell’isola, indetto dal governo degli Stati Uniti nel 1962. La terza ondata migratoria, denominata crisis de los balseros (crisi dei barconi), raggiunse il suo apice nel 1994: nell’arco di pochi mesi, più di 35.000 cittadini cubani raggiunsero via mare le coste statunitensi.

In anni recenti, con l’inizio del processo di pacificazione voluto dall’ex presidente statunitense Barack Obama, l’emigrazione cubana ha raggiunto picchi elevati, con quasi 70.000 migranti che hanno raggiunto gli USA tra 2015 e 2016, spinti dal nuovo clima politico instauratosi tra i due paesi.

Atto fondamentale nel promuovere un così elevato numero di migrazioni legali è stato, ad inizio 2013, l’eliminazione della cosiddetta tarjeta blanca, un permesso speciale prima rilasciato ai cittadini cubani che volevano lasciare l’isola. Oggi, infatti. per poter viaggiare all’estero è sufficiente possedere un passaporto. Questa decisione del Ministerio de Relaciones Exteriores ha ridotto notevolmente il costo dei viaggi e reso più flessibili i regolamenti in materia di politiche migratorie.

Con l’ascesa di Donald Trump alla presidenza, però, il citato processo di pacificazione ha subito una brusca frenata: se, da un lato, il blocco economico tutt’oggi presente sta rallentando la crescita cubana, dall’altro lato si sta assistendo ad un inasprimento delle stesse politiche migratorie statunitensi. Spetterà dunque al nuovo presidente Miguel Díaz-Canel il compito di migliorare la situazione economica dell’isola, così da ridurre l’emigrazione e la conseguente perdita di capitale umano.