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Cuba: 60 anni di migrazioni verso gli Stati Uniti

Dalla conquista del potere da parte di Fidel Castro, nel gennaio del 1959, numerosi cubani hanno optato per lasciare il proprio paese: oltre 2 milioni in sessant’anni di governo, l’80% dei quali ha scelto gli Stati Uniti come terra di espatrio.

La prima ondata migratoria, che si sviluppò negli anni della rivoluzione cubana, fu quella dei dissidenti politici, contrari agli ideali socialisti propugnati da Fidel quali la redistribuzione dei terreni e la nazionalizzazione delle grandi aziende. A questi, si aggiunsero i funzionari e gli stretti collaboratori del dittatore Fulgencio Batista, salito al potere nel 1952 e poi esiliato in seguito alla vittoria comunista. Secondo il Washington DHS Office of Immigration and Statistics, nei tre anni successivi alla rivoluzione, circa 250.000 cubani abbandonarono l’isola.

L’influenza statunitense, impegnata ad indebolire il peso della forza lavoro a disposizione di Castro, fu decisiva nel favorire la spinta migratoria. Tra le mosse che fecero maggiore scalpore si annovera l’Operación Peter Pan, che si sviluppò tra il 1960 e il 1962. Essa ebbe come obiettivo quello di inviare oltre 14.000 bambini cubani negli Stati Uniti, accogliendo le richieste dei loro genitori, preoccupati che i propri figli venissero indottrinati dal sistema scolastico castrista. La stessa chiesa cattolica assunse una posizione forte, schierandosi a favore di questo intervento; in tal senso, fu fondamentale la gestione del flusso migratorio da parte del sacerdote cattolico Bryan Walsh. La strategica interferenza statunitense ebbe l’effetto di generare una forte pressione mediatica contro la presidenza Castro.

La seconda ondata, dal 1965 al 1973, fu caratterizzata dai cosiddetti Vuelos de la libertad (Voli della libertà): un accordo di cooperazione tra Stati Uniti e Cuba permise infatti a molti rifugiati cubani di raggiungere gli USA in modo sicuro e legale. Questa ondata era composta di migranti con alte qualifiche professionali, delusi dalle politiche attuate dal governo e dall’assenza di libertà politiche.

Per favorire tale migrazione venne creata la Legge di adeguamento cubano, la quale assegnava ai migranti lo status di rifugiati politici, stabilendo, inoltre, che questi potevano ottenere la residenza permanente dopo aver soggiornato per un solo anno negli States. Le autorità statunitensi sostennero questo progetto con un finanziamento notevole. L’obiettivo ufficiale era quello di aiutare coloro che fuggivano dal regime comunista; in realtà, lo scopo principale era quello di indebolire ulteriormente Cuba, sottraendo forza lavoro altamente qualificata al paese baluardo della sinistra legata all’URSS.

La terza ondata migratoria avvenne negli anni ’90, in concomitanza con la peggiore crisi economica che dovette affrontare il regime comunista. La causa principale che scatenò tale recessione fu la dissoluzione dell’URSS, alleato fondamentale per Castro. Quest’ultimo, difatti, faceva totale affidamento sul blocco orientale per resistere a una situazione internazionale già critica a causa dell’embargo commerciale e finanziario nei confronti dell’isola, indetto dal governo degli Stati Uniti nel 1962. La terza ondata migratoria, denominata crisis de los balseros (crisi dei barconi), raggiunse il suo apice nel 1994: nell’arco di pochi mesi, più di 35.000 cittadini cubani raggiunsero via mare le coste statunitensi.

In anni recenti, con l’inizio del processo di pacificazione voluto dall’ex presidente statunitense Barack Obama, l’emigrazione cubana ha raggiunto picchi elevati, con quasi 70.000 migranti che hanno raggiunto gli USA tra 2015 e 2016, spinti dal nuovo clima politico instauratosi tra i due paesi.

Atto fondamentale nel promuovere un così elevato numero di migrazioni legali è stato, ad inizio 2013, l’eliminazione della cosiddetta tarjeta blanca, un permesso speciale prima rilasciato ai cittadini cubani che volevano lasciare l’isola. Oggi, infatti. per poter viaggiare all’estero è sufficiente possedere un passaporto. Questa decisione del Ministerio de Relaciones Exteriores ha ridotto notevolmente il costo dei viaggi e reso più flessibili i regolamenti in materia di politiche migratorie.

Con l’ascesa di Donald Trump alla presidenza, però, il citato processo di pacificazione ha subito una brusca frenata: se, da un lato, il blocco economico tutt’oggi presente sta rallentando la crescita cubana, dall’altro lato si sta assistendo ad un inasprimento delle stesse politiche migratorie statunitensi. Spetterà dunque al nuovo presidente Miguel Díaz-Canel il compito di migliorare la situazione economica dell’isola, così da ridurre l’emigrazione e la conseguente perdita di capitale umano.

Il controllo migratorio nella regione centroamericana: l’accordo Messico-USA evita i dazi ma militarizza le frontiere

Il fenomeno dell’immigrazione irregolare dall’America Latina verso gli Stati Uniti non è certamente recente e ha origini socioeconomiche profonde. L’America Centrale, in particolare il ​Northern Triangle ​(Guatemala, Honduras ed El Salvador), è una delle regioni più povere e violente dell’intero emisfero americano, area d’origine di imponenti flussi migratori, difficilmente gestibili senza una coordinazione internazionale.

La crisi migratoria attuale riguarda anche, e soprattutto, Messico e Stati Uniti. Il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, in carica dalla fine del 2018, si è trovato di fronte all’arduo compito di gestire un fenomeno tanto complesso quanto delicato, in un momento storico segnato da spinte nazionaliste particolarmente sentite presso il vicino settentrionale: gli Stati Uniti.

Le posizioni dell’attuale governo statunitense in materia di immigrazione sono note; in questa occasione, Donald Trump ha dimostrato di considerare i dazi non un’ultima ratio, bensì uno strumento politico con il quale arginare la diplomazia multilaterale e portare la risoluzione delle controversie internazionali su un piano bilaterale, dove gli Stati Uniti possano far valere la propria influenza. L’inquilino della White House ha minacciato più volte l’introduzione di dazi del 5% su tutti i prodotti messicani, fino ad arrivare gradualmente al 25%, se Città del Messico non si fosse impegnata a frenare drasticamente i corridoi interni usati dai migranti entrati in Messico per giungere alla frontiera statunitense.

Proprio facendo leva sulla forte dipendenza dell’economia messicana da quella statunitense, e viceversa, lo scorso 7 giugno Stati Uniti e Messico sono giunti a siglare un importante accordo bilaterale. A fronte della mancata entrata in vigore (per il momento) dei succitati dazi, l’accordo ha previsto il dispiegamento di circa 6.000 agenti della Guardia Nacional messicana al confine meridionale con il Guatemala e di circa 15.000 agenti alla frontiera statunitense per contenere i flussi migratori. Gli Stati Uniti hanno inoltre lanciato il programma Remain in Mexico, che prevede il soggiorno dei richiedenti asilo nelle città frontaliere messicane durante l’elaborazione delle loro richieste. Circa 10.000 migranti si trovano al momento in questa situazione di limbo, e spesso sono vittime dei cartelli criminali messicani. Proprio questa situazione di grande insicurezza in Messico è stata essenziale per evitare di essere riconosciuto come paese terzo sicuro, vero nodo cruciale della trattativa.

Tale denominazione è legata al principio di non-respingimento contenuto nella Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, e si traduce nella prassi secondo la quale uno stato può negarsi di accogliere un richiedente asilo che non sia arrivato direttamente dal paese d’origine, indicandogli uno stato terzo, da cui questi abbia transitato e che sia in grado di garantirgli gli stessi standard di vita.

Il Messico non è però in grado di garantire condizioni minime di alloggio, assistenza medica, lavoro, istruzione e sicurezza, oltre alla principale garanzia prevista dalla Convenzione: il diritto a non essere rimpatriati nel Paese d’origine. Secondo l’​Instituto Nacional Migración,​ infatti, il Messico nei primi sei mesi del 2019 ha dovuto gestire un flusso migratorio superiore del 232% rispetto all’intero 2018: si tratta di circa 460.000 migranti contro i 138.612 del 2018. Di questi, solo 71.110 sono stati rimpatriati nel primo semestre, ma AMLO ha annunciato di voler aumentare il numero.

Il ministro degli Esteri messicano, Marcelo Ebrard, ha spiegato come la tutela della popolazione migrante sia un obiettivo primario del governo e di voler fare il possibile per evitare massacri come quello di San Fernando nel 2010, dove furono uccisi 72 migranti dall’organizzazione criminale Los Zetas.

La militarizzazione delle frontiere intrapresa da López Obrador ha portato a una significativa riduzione dei flussi migratori verso gli Stati Uniti, ma ha di fatto spostato la crisi umanitaria al versante messicano del Rio Grande. L’ultimo capitolo di questo braccio di ferro è andato in scena durante l’ultima Assemblea Generale dell’ONU, dove Donald Trump ha pubblicamente ringraziato AMLO per gli sforzi profusi in materia. D’altro canto, il ministro degli Esteri Ebrard ha ricordato che le politiche coercitive difficilmente sono una soluzione efficace; urge, piuttosto, sradicare le cause che provocano gli esodi.

Le risorse dell’artico protagoniste del quinto Eastern Economic Forum

Continuiamo a puntare in alto. Se qualcuno, cinque anni fa, all’epoca del primo Eastern Economic Forum, mi avesse chiesto di indovinarne il futuro non penso avrei risposto 1.800 progetti”,  ha affermato Yuri Trutnev, vice primo ministro della Federazione Russa, plenipotenziario presidenziale inviato al Far Eastern Federal District. “La politica economica preferenziale lanciata su iniziativa del Presidente della Federazione russa funziona. Migliora la vita delle persone e il Far East migliorerà di anno in anno. L’economia è in rialzo, si diffonderanno più teatri, scuole, musei, librerie e centri scientifici”.

La Russia, organizzatrice dell’evento, ha dichiarato che il quinto Eastern Economic Forum (EEF), svoltosi a Vladivostok dal 4 al 6 settembre, è stato il più fruttuoso dalla  creazione del Forum stesso: 270 contratti sono stati firmati con investitori stranieri e 8.500 ospiti (da 65 paesi, rappresentanti 440 compagnie globali) si sono presentati all’evento.

Tra i visitatori, particolare attenzione mediatica hanno suscitato Shinzō Abe, premier giapponese, l’omologo malese Mahathir Mohamad, il primo ministro mongolo Khaltmaagiin Battulga e l’indiano Narendra Modi, oltreché, ovviamente, lo stesso Vladimir Putin. Assente, invece, la delegazione cinese – nonostante la Cina sia il maggiore investitore nella zona.

L’Artico e i progetti economici nell’estremo nord della Russia sono state le due questioni al centro della discussione. Nel proprio discorso introduttivo, Putin ha sottolineato che le regioni della Russia dell’est e quella artica hanno ricevuto €8,5 miliardi in investimenti, implementando 242 nuovi programmi e creando 39.000 posti di lavoro. Secondo il presidente, “dal primo Forum, la rappresentanza è cresciuta più del doppio. Crediamo che ciò sia un indice rilevante dell’interesse crescente nel Far East russo e nelle opportunità di cooperazione offerte da questa regione enorme”.

Sulla scorta di quanto emerso alla Arctic Circle Conference di Shanghai, invece, la città norvegese di Kirkenes – che si affaccia sul mar di Barents, uno degli snodi portuali più importanti della rotta artica – sarà al centro di un progetto per sostenere lo sviluppo high-tech russo nella regione. Si tratta di un nuovo cavo a fibra ottica per connettere il Giappone e l’Asia orientale all’Europa attraverso l’Artico. Il cavo dovrebbe aumentare enormemente la velocità di trasmissione dei dati tra Europa e Asia, andando a rispondere ai bisogni dei nuovi metodi di comunicazione. “La parte sommersa del cavo sarà costituita da una connessione di circa 10.500 km. Da Kirkenes attraverserà la Lapponia finlandese e giungerà all’Europa centrale”, spiega un report redatto da Paavo Lipponen e Reijo Sevento.

A causa delle conseguenze del riscaldamento globale e dello scioglimento dei ghiacci, l’Artico è improvvisamente diventato il nuovo Nuovo Mondo, l’ultima delle ultime frontiere del pianeta” (Norvegia, The Passenger, 2019). È un luogo di opportunità e tensioni, lotte ambientaliste e progetti avveniristici. La sua militarizzazione sembra essere una difesa per le risorse di gas naturale e petrolio che si stanno avvicinando sempre più alla superficie a causa dei cambiamenti climatici. Secondo The Passenger, complessivamente si tratta della regione con la maggiore crescita economica al mondo (+11% all’anno), con un ammontare di ricchezze calcolate dalla Guggenheim Investment di San Francisco sui €16.450 miliardi.

Durante il forum, l’India si è interessata particolarmente alla zona artica, come ha annotato Boris Volkhonsky, dell’istituto dei paesi asiatici e africani alla Lomonosov Moscow State University. Per Nuova Delhi – uno dei maggiori consumatori di idrocarburi – la diversificazione delle fonti è infatti un fattore molto importante. Ecco perché l’Artico, ricco di petrolio e riserve di gas naturale, sta acquistando un nuovo ruolo nell’economia globale, così come chi ne possiede le piattaforme di estrazione.

Non a caso, recentemente, l’India ha chiesto di essere ammessa come stato osservatore al Consiglio Artico (il consesso internazionale che discute dei problemi dei governi artici e della popolazione indigena dell’Artico, creato nel 1996). La crisi venezuelana e le tensioni nella zona iraniana hanno, inoltre, influenzato drammaticamente l’economia indiana negli ultimi mesi, tanto che il suo tasso di crescita è attualmente del 3% più basso di un anno fa. Durante l’incontro di Vladivostok, la delegazione del paese più popoloso al mondo ha quindi ipotizzato di investire almeno €1 milione  nell’est della Russia.

Anche la Corea del Sud ha rivolto particolare interesse nello sviluppo di progetti nell’Artico. In tal senso si può leggere l’accordo tra la Far East Investment and Export Agency russa e Kogas, corporation di gas coreana, per portare avanti progetti congiunti nell’estremo nord. Anche il Giappone, la cui sicurezza energetica è attualmente considerata cruciale per il mantenimento della sicurezza nazionale, ha dimostrato la volontà di prendere parte a una di queste iniziative regionali nel prossimo futuro.

Commentando sul risultato del quinto Eastern Economic Forum, i media conservatori russi hanno sottolineato con forza come la Russia sia stata capace di dare forma all’agenda politica mondiale. Tuttavia, Dmitry Kobylkin, ministro per le risorse naturali e l’ecologia, ha sconsigliato di lasciarsi andare a un ottimismo prematuro. Le ancora limitate capacità economiche del paese, infatti, potrebbero scoraggiare potenziali investitori stranieri da grandi investimenti nel futuro, soprattutto per l’assunto che “tutto ciò che riguarda l’Artico è davvero costoso”.

Per ora, comunque, l’EEF 2019 può essere considerato come una vittoria diplomatica per il Cremlino.

Elezioni in Argentina: “neo-peronismo” contro neoliberismo

Il prossimo 27 ottobre gli argentini saranno chiamati alle urne per eleggere il successore di Mauricio Macrí alla presidenza del paese.

Dopo la lunga la presidenza del Boca Juniors, Macrí aveva portato Cambiemos (Cambiamo), la coalizione di centro-destra fondata per sostenere la sua candidatura, alla vittoria delle presidenziali del 2015. La promessa era che il neoliberismo e l’austerità avrebbero risanato i conti pubblici in rosso. La vittoria fu inaspettata: era il primo Presidente della Repubblica non appartenente all’area di centro né a quella peronista. In quel periodo la presidentessa uscente, Cristina Kirchner, era coinvolta in un’inchiesta giudiziaria che determinò un forte calo dei consensi nei suoi confronti e che portò al tracollo del Partido Justicialista (Partito Giustizialista) e, più in generale, della sinistra neo-peronista.

Durante le elezioni di metà mandato del 2017 Macrí e la sua coalizione ottennero un’altra importante vittoria, che scoraggiò il ritorno in politica della Kirchner. Tuttavia, quando una nuova crisi nera investì l’Argentina e lo scandalo Panama papers travolse Macrí, una sequela di successi alle elezioni locali riaccese in Cristina Kirchner la speranza di avviare una ripresa politica.

La recente crisi dei consensi verso Macrì è tangibile nella sconfitta elettorale della coalizione  di centro-destra alla prima fase, conclusasi domenica 9 giugno, delle elezioni provinciali di quest’anno, che lasciano presagire una nuova futura sconfitta. L’esecutivo di Cambiemos si scontra con una situazione economica complicata, la quale rappresenta la principale causa della sconfitta elettorale. Gli argentini vivono nel timore che la situazione economica possa peggiorare ulteriormente a causa di un possibile intervento del Fondo Monetario Internazionale, alla luce della grande crisi argentina patita a partire dagli anni ‘90. Così le iniziali promesse di Macrì di risollevare il paese da una situazione economica difficile, che lo avevano portato alla vittoria, oggi hanno perso attrattiva.

Nel 2015 la leader del PJ, Cristina Kirchner, aveva lasciato dietro di sé un’inflazione impazzita, seconda al mondo solo a quella del Venezuela. L’indebolimento della propria reputazione politica, insieme alle vicende giudiziarie in cui era stata coinvolta, avevano certamente rafforzato il ruolo politico di Macrì. La Kirchner, infatti, è ancora oggi imputata in 11 processi, con cinque mandati di arresto preventivo che pendono sulla stessa. Indubbiamente, si tratta di un fardello politico pesante; tuttavia, giuridicamente innocuo grazie all’immunità parlamentare di cui gode. Le accuse spaziano dall’ arricchimento personale illecito, attraverso presunti soldi nascosti e riciclaggio, allo scandalo di un finanziamento segreto della campagna elettorale da parte dell’allora presidente del Venezuela Hugo Chavez.

Ad oggi, però, la situazione sembra essersi capovolta: la Kirchner ha annunciato la pubblicazione, a sorpresa, del libro dal titolo “Sinceramente”, presentato il 9 maggio scorso alla Fiera del Libro di Buenos Aires e rivelatosi un best seller con 300.000 copie vendute solo in Argentina. La frase contenuta nel suo libro “Macrí è il caos e per questo credo fermamente che bisogna tornare a mettere ordine in Argentina”, può essere letta quale una dichiarazione di guerra politica contro l’attuale Presidente.

Per il New York Times il ritorno politico di Cristina Kirchner è collegato ad una preoccupante crescita del populismo. In questo senso, il quotidiano statunitense titola: “La povertà dell’Argentina potrebbe riportare il populismo nel Paese”. Lo stesso presidente brasiliano Jair Bolsonaro si è mostrato preoccupato dalla crescita dei consensi verso la Kirchner. Interrogato sulla situazione venezuelana, ha dichiarato: “Sappiamo delle difficoltà che ci sono perché il Venezuela torni alla normalità, ma più importante che fare un goal è evitare di prenderlo, il che avverrebbe se l’Argentina tornasse in mano alla Kirchner”.

Secondo un sondaggio realizzato dalla Celag tra aprile e maggio scorsi, Cristina Kirchner vanta il 36,6 % delle preferenze, contro il 24,9 % di Macri. A quest’ultimo, quindi, rimangono meno di cinque mesi per recuperare terreno nella corsa alle presidenziali.Ma il presidente argentino, nonostante i pochi consensi, è consapevole della divisione interna all’opposizione. Infatti, secondo il medesimo sondaggio, i primi quattro partiti per consensi sono, ad eccezione di Cambiemos, tutti peronisti, ma collocati in coalizioni tra loro antagoniste. L’area della sinistra peronista, invece, alleata all’interno della Unidad ciudadana (Unità cittadina), racchiude 12 partiti con ideologie tra loro differenti, che spaziano dal Kirchnerismo al socialismo e al marxismo-leninismo. Macri dovrà dunque impegnarsi per invertire la tendenza in atto. In caso contrario, il prossimo 9 dicembre lascerà la Casa Rosa e l’Argentina saluterà definitivamente la politica del risanamento dei conti e dell’austerità.

Le elezioni europee e il futuro del regionalismo: integrazione o disintegrazione?

Di Andrea Daidone e Mattia Elia

Nella storia del Parlamento europeo le elezioni non sono mai state così sentite e, con il 50,97% dei votanti, partecipate. Per la prima volta le euro-elezioni non hanno rappresentato un mero referendum ‘pro’ o ‘contro’ i governi nazionali, tantomeno una sorta di mid-term election per gli stessi; al contrario, sono state l’occasione per delineare il nuovo e futuro assetto dell’Unione.

Caratteristica peculiare di queste elezioni è stata la prorompente presenza di tematiche europee. Potrebbe sembrare scontato, ma raramente le euro-elezioni hanno visto l’Europa e le questioni ad essa legate nel cuore del dibattito. Non potrebbe essere diversamente: politiche migratorie, cambiamenti climatici, Brexit, rallentamento dell’economia, gestione delle frontiere, commercio internazionale, sicurezza e welfare sono solo alcune delle principali tematiche che con sempre maggiore urgenza bussano alle porte dell’Unione. Al contempo, a causa dell’eterogeneità delle posizioni delle varie formazioni politiche in campo, la maggior parte di tutte le suddette questioni è rimasta, ad oggi, irrisolta.

Si pensi, a titolo di esempio, alla gestione delle migrazioni. È fuori di dubbio che, negli anni precedenti, le ondate migratorie che hanno investito l’Europa abbiano scosso nel profondo la sensibilità delle popolazioni europee e abbiano contribuito notevolmente alla distorsione della percezione oggettiva del fenomeno. Tale distorsione, assieme al perpetrato egoismo e alla assai poca lungimiranza di alcuni paesi, nonché all’oggettiva inadeguatezza della normativa europea, ha spianato la strada al conservatorismo, al nazionalismo e al sovranismo che oggi minacciano l’impalcatura stessa della Casa Comune. Ecco spiegato perchè, da più parti si paventava l’insurrezione degli euroscettici, nonché una minaccia per il futuro del progetto europeo. Al di là dei toni, i timori si sono rivelati tutt’altro che infondati.

L’appuntamento elettorale può, a buon diritto, essere visto come un vero e proprio campo di battaglia nel quale si sono fronteggiati due opposti schieramenti: da un lato, gli europeisti, detti ‘eurofili’, che ritrovano in Emmanuel Macron e Angela Merkel i propri leader. Dall’altro, gli euroscettici (conservatori, nazionalisti e sovranisti), guidati, sebbene non in modo uniforme, da diverse formazioni politiche in diversi paesi: la Lega in Italia, Rassemblement National in Francia, Vox in Spagna, Alternative fur Deutschland in Germania e la maggioranza nei paesi del famigerato Gruppo Visegrad.

Gli elettori europei sono dunque stati chiamati ad esprimersi riguardo i progetti di entrambi gli schieramenti, che possono essere ben riassunti nelle proposte dei rispettivi principali rappresentanti. Emmanuel Macron, portabandiera del movimento europeista e liberale, ha proposto, fra le altre cose, di rafforzare i poteri dell’Unione in senso più sovranazionale, dotando altresì l’Eurozona di un bilancio proprio. In sostanza, gli eurofili rivendicano un maggior coinvolgimento dell’Unione nelle vite dei suoi cittadini, così come la prosecuzione e il rafforzamento del progetto europeo: un’Europa più unita, più interconnessa, con più competenze. Ciò, ovviamente, implicherebbe un’ulteriore cessione di prerogative da parte degli stati membri.

Nel mezzo, alcuni partiti come i Verdi e ALDE sono perlopiù favorevoli all’introduzione di un meccanismo che preveda la sospensione dell’erogazione di fondi comunitari di qualsiasi tipo ai paesi che non si mostrassero solidali con gli altri membri, o che violassero le basilari norme dello stato di diritto e altri valori fondamentali dell’UE.

Su posizioni diametralmente opposte ai primi, il leader dei sovranisti, Viktor Orbàn, auspica una riduzione dell’Unione ad un grande mercato unico senza alcuna influenza sulle politiche nazionali.

Un punto in grado di compattare il fronte sovranista sarebbe forse il desiderio di fermare i flussi migratori verso l’Europa, favorendo i respingimenti e i rimpatri. Tuttavia, le similitudini terminano qui. Infatti, il suddetto fronte, se concorde sull’urgenza e sull’importanza dell’argomento, è discorde sulle soluzioni da adottare. Da un lato, partiti al governo in Italia sottolineano l’importanza della revisione del regolamento Dublino III per rendere obbligatoria la redistribuzione dei migranti; dall’altro, i sovranisti di Ungheria, Polonia e Austria si oppongono con la massima forza a questa opzione.

Posizioni più moderate su questo tema sono chiaramente quelle dei partiti europeisti. Il PPE, ad esempio, da sempre molto attento alla protezione delle frontiere, appoggia l’idea della revisione di Dublino III, sebbene rigetti le posizioni più radicali dei sovranisti. Vi è poi la posizione (comune) di Socialisti, Verdi e Liberali, i quali sottolineano la necessità di una condivisione di responsabilità dinanzi alle crisi umanitarie e pongono l’accento sull’integrazione.

Al netto delle differenze di idee, il punto focale su cui bisogna porre l’attenzione è rappresentato dal fatto che, ad oggi, l’Unione Europea non ha fra le proprie competenze quella dell’immigrazione. Ciò, naturalmente, affossa a priori qualsiasi piano di gestione del fenomeno migratorio. Fino a quando non sarà l’Unione ad avere totale libertà di manovra nella gestione delle migrazioni e non si realizzerà una politica migratoria comune, questo problema continuerà sempre ad esistere e a soffiare sul fuoco dell’egoismo, del razzismo, della xenofobia e dell’ignoranza.

Non meno dibattuti sono poi gli altri ‘temi caldi’ che trovano spazio nelle agende delle istituzioni europee. Anche in questo caso, la visione delle fazioni politiche europee su come debbano venire affrontate queste tematiche è diametralmente opposta.

La prima questione riguarda l’ambiente. L’Unione è l’istituzione con alcune delle più severe norme circa il controllo dell’inquinamento e la riduzione delle emissioni. L’obiettivo dei liberali e dei moderati, cui fanno capo i partiti dei paesi scandinavi e dell’Europa settentrionale, è procedere con la progressiva riduzione delle emissioni di CO2, sino ad arrivare al superamento dell’energia fossile e nucleare, in favore delle rinnovabili. Il tema dell’ambiente non riscuote altrettanto successo nelle fila dei sovranisti, i quali prediligono il perseguimento dello sviluppo economico, senza troppo riguardo per l’ecosistema. Alcuni di essi, come la Lega e l’AdF, hanno sposato le teorie più scettiche nei riguardi dei cambiamenti climatici, avvicinandosi ai pensieri del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Non manca, poi, il problema delle finanza pubblica. Il grande dibattito, in questo caso, si dirama fra un’Europa più attenta al sociale e meno ossessionata dall’austerità e una invece più dedita al rigore. La discussione non sembra intercorrere tanto fra europeisti e sovranisti, quanto più fra ‘Nord’ e ‘Sud’. Infatti, se da un lato i partiti dei paesi scandinavi e della Germania si mostrano più rigidi, dall’altro i partiti dei paesi mediterranei prediligono un approccio più flessibile.

È interessante notare come questo tema fratturi il fronte sovranista, con la Lega favorevole allo sforamento delle regole europee (ad esempio, il rapporto deficit/PIL non superiore al 3%) e la tedesca AfD a sostenimento del rigore finanziario. Lo stesso primo ministro austriaco ha affermato che il rispetto rigoroso delle normative europee in tema di bilancio è garanzia di sviluppo e credibilità sui mercati.

Non meno scottante è infine il tema del commercio internazionale. L’Unione Europea, negli anni precedenti, ha intrapreso negoziati, poi conclusisi in un nulla di fatto, finalizzati alla stipula di due importanti accordi commerciali internazionali. Il primo era il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con gli Stati Uniti, mentre il secondo era il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) con il Canada. Il tema degli accordi transoceanici è sentito lungo tutto l’arco politico europeo, sebbene con interessanti e per nulla scontati allineamenti fra fazioni opposte.

Tanto l’estrema destra quanto l’estrema sinistra europea, infatti, si oppongono a questo tipo di accordi, pur per ragioni differenti. Per la prima, queste partnerships andrebbero in contrasto con il principio dell’autarchia, di cui i partiti sovranisti si sono fatti portavoce. La seconda, invece, li condanna come espressione del modello capitalistico ed ultraliberista. Scettici, se non addirittura contrari, sono poi anche i Verdi, che vedono in questo tipo di accordi una seria minaccia per gli elevati standard ambientali e sanitari dell’Unione.

Di differente avviso sono invece i popolari, i socialisti e i liberali, i quali spingono per la creazione di una nuova strategia commerciale per l’Unione, ritenendo come trattati di questo genere dovrebbero essere una priorità per lo sviluppo dell’economia europea. Quest’ultima, proprio in questi anni, è quanto mai sonnolenta e, per molti versi, patisce ancora gli effetti della crisi economica e finanziaria.

In seguito alle elezioni svoltesi domenica 26 maggio 2019, gli equilibri del Parlamento sono stati indubbiamente ricalibrati, ma, di fatto, i rapporti di forza al suo interno non sono mutati di netto: il Partito Popolare Europeo (PPE) ha ottenuto 179 seggi, mentre il Partito Socialista Europeo (PSE) 158. Di conseguenza, si può ipotizzare che verrà riproposta la coalizione tra i due, con l’aggiunta dei Verdi oppure dell’ALDE. Inoltre, non può passare in secondo piano la grande crescita del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), così come del Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL), nel quale confluiscono la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement national di Marine Le Pen; questi ultimi hanno ottenuto ottimi risultati nelle rispettive nazioni ma, a livello europeo, non hanno i numeri e le prospettive di alleanza per proporre un’alternativa credibile al consolidato fronte europeista.

La divergenza delle posizioni rende ben chiaro quale sarà il destino di questi (e altri accordi) fra l’Unione e altri ‘grandi’ della Terra. Il risultato delle elezioni, infatti, sembra suggerire che la tradizionale rotta verrà mantenuta per i prossimi 5 anni, verso quella che sarà un’Europa più aperta ed interconnessa, altrettanto disposta a tuffarsi nella marea sempre crescente degli scambi commerciali internazionali.

In questo senso, la procedura dell’Unione per la stipula di accordi internazionali è disciplinata dall’articolo 218 TFUE, il quale stabilisce che il Parlamento debba preventivamente emettere un parere (non vincolante) sugli accordi che il Consiglio dell’Unione Europea intende realizzare. La conclusione è subordinata all’approvazione del Parlamento soltanto in casi specifici, riconducibili alle materie oggetto di procedura legislativa ordinaria e agli accordi che possono avere ripercussioni finanziarie considerevoli. Il Parlamento è invece totalmente escluso dalla politica estera e sicurezza comune (PESC), esercitando un controllo indiretto in questo settore, poiché annualmente deve approvare il bilancio dell’Unione e, di conseguenza, anche i fondi da destinare alla PESC.

Tra gli obiettivi che maggiormente caratterizzano la politica estera dell’Unione vi è la promozione del regionalismo, sulla base del quale tre o più nazioni, appartenenti ad una stessa regione, cooperano per gestire la crescente interdipendenza tra stati, popoli, territori e società.

Come Karen E. Smith ha sottolineato nel 2014 in European Union Foreign Policy in a Changing World, l’impulso nei confronti di questo fenomeno rispecchia l’attitudine dell’UE a relazionarsi con paesi tra loro confinanti, classificandoli come gruppi regionali, applicando strategie e politiche regionali e incoraggiando la cooperazione e/o l’integrazione. In tal senso, l’efficacia dell’impegno dell’UE dipende molto dalla volontà politica degli stati membri.

Sulla scia dei risultati elettorali di cui sopra, la politica estera europea dovrebbe poter continuare nel solco tracciato nell’ultima legislatura. In particolare, stando al proprio Programma d’Azione 2014 – 2019, il PPE propone un potenziamento del Servizio Europeo per l’Azione Esterna, con una maggior controllo da parte del Parlamento europeo della politica estera e della difesa comune, così da accrescerne responsabilità e rappresentanza democratica.

Per di più, rimarcando l’affinità tra Unione Europea e America Latina, nel programma si legge come “L’Unione Europea dovrebbe continuare a incoraggiare e assistere i processi di integrazione e cooperazione nella regione”. Ancora, “l’Unione Europea dovrebbe rafforzare il proprio impegno politico ed economico con Messico, Cile, Colombia, Perù e America Centrale, nel tentativo di dare nuovo slancio a un accordo di associazione equilibrato e ambizioso con il MERCOSUR”.

Il Partito Socialista, invece, nel proprio A New Social Contract for Europe si concentra maggiormente sull’importanza della politica migratoria, sulla lotta alla sfruttamento e sulla tratta di esseri umani, proponendo lo sviluppo di un Piano di Investimenti Europeo per l’Africa.

Infine, le forze emergenti nel panorama europeo, i partiti di Matteo Salvini e Marine Le Pen, in ossequio alle loro istanze sovraniste, si concentrano su una riduzione delle competenze dell’Unione in favore di un ri-ampliamento della sovranità degli Stati membri.

La Lega suggerisce un ritorno allo status pre-Maastricht, ossia a una forma di libera e pacifica cooperazione tra stati di natura prettamente economica. Sul piano della politica estera, significherebbe tornare al sistema di cooperazione politica europea nel quale il Parlamento aveva il ruolo di esprimere un punto di vista, che sarebbe poi stato difeso dai singoli stati in seno alle varie organizzazioni internazionali, ma sicuramente non si precludeva alla possibilità dell’Unione “to speak one voice”.

Volendo porre l’accento sulle relazioni tra l’Unione Europea e altre organizzazioni regionali, è utile soffermarsi sui due dei principali partner dell’Unione menzionati poc’anzi: l’America Latina e l’Africa.

Per quanto riguarda la prima, la più importante relazione istituzionale è il partenariato con la Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (UE-CELAC), che riunisce 61 paesi – circa un terzo dei membri delle Nazioni Unite – e oltre un miliardo di persone – il 15% della popolazione mondiale.

Questa grande cornice cooperativa, racchiude relazioni partnership di vario genere, quali l’Alleanza del Pacifico, l’Unione delle Nazioni Sudamericane e il Mercosur. Quest’ultima, in particolare, istituita nel 1991 da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, mira alla realizzazione di un mercato comune secondo il modello della Comunità Europea (CE).

Un primo punto di convergenza tra gli interessi di Bruxelles e i paesi del Mercosur è il commercio agroalimentare. Se però i secondi hanno un interesse specifico nell’esportare i propri prodotti agricoli e la carne, l’Unione guarda agli appalti pubblici e promuove regolamenti più stringenti in materia di diritti dei lavoratori, protezione ambientale e lotta al cambiamento climatico.

Contrariamente a quest’ultima, però, i paesi del Cono non hanno imboccato la strada europea della sopra-nazionalità, bensì quella della più atomistica integrazione intergovernativa, scelta determinata essenzialmente dalla marcata qualità presidenzialista dei loro regimi interni. Nel 1999, infatti, hanno intrapreso il progetto di un accordo di associazione (il quale prevede, in genere, l’istituzione di un organo collegiale, il Consiglio di Associazione, formato da rappresentanti dell’UE e degli altri contraenti.

Ad oggi, non è ancora stata formalizzata un’intesa; anzi, dopo l’elezione presidenziale in Brasile, la situazione sembra essersi complicata. Qualche mese fa, a poche ore dalla vittoria di Jair Bolsonaro, il ministro dell’Economia Paulo Guedes ha annunciato che: “Il Mercosur non sarà più una priorità per il Brasile”.

D’altra parte, i rapporti tra l’UE e l’Africa subsahariana possono contare sulla base formale dell’Accordo di Cotonou, che governa le relazioni tra l’UE e i 78 paesi del gruppo di stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP). Il Parlamento europeo si dota di delegazioni interparlamentari permanenti e coopera con l’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE.

Ne L’Unione Europea e la promozione del regionalismo: principi, strumenti e prospettive, Giovanni Finizio nota come l’articolo 1 dell’Accordo individui la progressiva integrazione dei paesi ACP nell’economia mondiale quale fattore essenziale per lo sviluppo e la riduzione della povertà, per la realizzazione del regionalismo e, in particolare, per la costruzione di aree di libero scambio. In questo caso, però, l’UE si è maggiormente concentrata sulla penetrazione europea nei mercati africani, consentendo alle merci e ai servizi europei di accedere ai blocchi e di circolarvi liberamente, piuttosto che promuove effettivamente il commercio africano intra-regionale.

L’Accordo è stato rivisto nel 2005, ed è stata riconosciuta la giurisdizione della Corte Penale Internazionale. Nel 2010, ne è stata discussa una seconda revisione e, nel giugno 2013, il Parlamento europeo ha dato il proprio consenso alla sua ratifica, esprimendo tuttavia alcune riserve in merito a talune parti dell’Accordo che non rispecchiano i valori dell’Unione. In particolare, il Parlamento ha contestato, la mancanza di una clausola esplicita sulla “non discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”.Sulla base dei partenariati di Cotonou pre-2020, l’UE figura quale il più grande donatore dell’Africa. La cooperazione allo sviluppo viene realizzata attraverso vari strumenti finanziari, il più importante dei quali è il Fondo Europeo di Sviluppo (FES), basato sull’Accordo di Cotonou ed escluso dal bilancio comune dell’Unione. Siffatta struttura finanziaria potrebbe cambiare in seguito ai negoziati sul nuovo quadro finanziario pluriennale dell’UE 2021-2028, i quali hanno avuto inizio nel maggio 2018 per l’APC, seguiti da quelli dell’Unione nel giugno dello stesso anno.


PROSUR: utopia o passo decisivo verso l’integrazione dell’America Latina?

Lo scorso 22 marzo i presidenti di 8 Paesi dell’America Latina (Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Perù, Paraguay e Guyana) hanno firmato la Dichiarazione di Santiago che ha sancito la nascita del Foro para el progreso de America del Sur (PROSUR).

Come dai più sostenuto, il PROSUR nasce dalle ceneri della precedente Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR). L’unione nacque nel 2008 per volontà del ‘polo socialista’ composto da Argentina, Brasile e Venezuela, ma entrò in crisi nel 2017 per la mancanza di consenso sulla nomina del segretario generale – l’organo esecutivo dell’organizzazione – e per divergenze sulla questione venezuelana. Si potrebbe dire che, ad un livello più profondo, la causa della differenza di veduta all’interno dell’ente sia da rintracciare nello spostamento dell’asse politico della regione sudamericana verso destra, in una posizione nettamente contrapposta all’ideologia che aveva animato l’UNASUR di Chavez, Lula da Silva e Kirchner.

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L’Amazzonia di Bolsonaro

L’elezione del neo presidente Jair Bolsonaro in Brasile ha fatto aumentare la preoccupazione dei più sensibili alle questioni climatiche, tanto per la regione sudamericana quanto per il pianeta intero. Le decisioni dell’esecutivo brasiliano, infatti, sono cruciali per le sorti della vasta foresta amazzonica, la quale, pur estendendosi in diversi altri paesi oltre al Brasile, è situata per il 65% al suo interno.

Bolsonaro ha costruito parte della propria propaganda elettorale sul tema dell’Amazzonia, indicando come soluzione per risollevare l’economia brasiliana proprio lo sfruttamento di ampie zone della foresta, in special modo dei territori dove vivono i popoli indigeni.

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Scandalo politico in Perù Concessa la grazia ad Alberto Fujimori

Il presidente peruviano Pedro Pablo Kuzczynski ha preso una decisione che è stata contestata da parte della popolazione peruviana. Il 24 dicembre ha infatti concesso la grazia ad Alberto Fujimori, arrestato il 7 novembre 2005 per l’omicidio di 27 persone, sequestro di persona e violazione dei diritti umani, reati compiuti quando era Presidente del Paese (1990-2000).

La società peruviana è divisa sulla questione: parte della popolazione non ha ancora dimenticato le atrocità compiute dall’ex Presidente, mentre un’altra parte preferisce sottolineare l’importanza degli interventi positivi della presidenza Fujimori, come i miglioramenti dell’economia e la sconfitta dei gruppi armati Sendero Luminoso e Movimento Revolucionario Túpac Amaru.

La decisione di Kuzcynski, però, sembra legata alla sua precaria posizione politica: a metà dicembre il Parlamento peruviano ha infatti iniziato il procedimento per l’impeachment. L’accusa è di aver ricevuto tangenti da parte della società edile brasiliana Odebrecht nel periodo in cui era Ministro delle Finanze sotto la presidenza García, anch’egli accusato di corruzione. Nel documento presentato per sollecitare la destituzione di Kuczynski si sottolinea come “l’incapacità morale è applicabile in caso di condotte gravi che, senza essere delitti o infrazioni di giudizio politico, deteriorino la magnificenza e la dignità presidenziale, soprattutto quando il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e personifica la Nazione”. Continua a leggere

L’influenza cinese in America Latina La fine dell’egemonia statunitense in America Latina

L’America Latina – 600 milioni di abitanti, enormi prospettive di sviluppo economico sostenuto ed enormi diseguaglianze –  è diventato un continente soggetto ad una forte influenza cinese.

Al contrario, gli Stati Uniti, che per ragioni geografiche, storiche e culturali hanno sempre avuto maggiori legami, si sono volontariamente allontanati da possibili accordi internazionali con il continente. La lealtà all’agenda protezionista del presidente Trump, portata avanti con lo slogan “America First”, insieme all’amicizia di Pechino con l’America Latina, potrebbe rappresentare la fine dell’egemonia statunitense nella regione.

Una settimana dopo l’elezione di Donald Trump, infatti, il presidente Xi Jinping si è recato in America Latina per la terza volta in tre anni, inviando un messaggio chiaro: la Cina vuole essere l’alleato principale della Regione. “Se condividiamo la stessa voce e gli stessi valori, possiamo conversare e apprezzarci a prescindere dalla distanza”, ha promesso il leader asiatico davanti alla presidente cilena Michelle Bachelet. Continua a leggere

Il Messico teme la riforma fiscale di Trump Le aziende messicane e statunitensi potrebbero trasferirsi negli USA

Ad inizio dicembre il Senato degli Stati Uniti ha approvato la riforma fiscale di Trump, con 51 voti favorevoli e 49 contrari. Per diventare effettiva, la legge dovrà essere prima approvata alla Camera e questo darà la possibilità ad altri attori di esprimere la propria preoccupazione.

Tra le altre cose, infatti, la riforma prevede un abbattimento della tassazione sui redditi societari (dal 35% al 20%). In agitazione è il Messico, vicino agli USA per ragioni geografiche e commerciali e che dal 1994 beneficia del NAFTA, l’accordo nordamericano per il libero scambio.

Attualmente la tassa sui redditi in Messico è del 30% e i media messicani ritengono che, alla promessa di Trump di far pagare al Messico il muro che sarebbe stato costruito sul confine, si sia sostituito un più concreto tentativo di concorrenza fiscale. L’obiettivo è fare sì che le imprese statunitensi che hanno spostato la produzione in Messico tornino negli USA. Allo stesso modo, si teme una fuga di capitali dal Messico e che grandi imprese messicane con parte degli stabilimenti negli Stati Uniti lascino definitivamente il proprio Paese. Continua a leggere