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La libertà di stampa tra autoritarismi e regimi ibridi in Asia centrale

Non esiste a livello internazionale una definizione unanime di democrazia. Tuttavia, la grande maggioranza degli esperti riconosce nella presenza di fonti di informazione indipendenti e differenti un elemento essenziale per il consolidamento democratico. Nell’Asia Centrale, la censura della stampa di opposizione e il controllo statale delle fonti di informazione, al contrario, caratterizzano molti Stati della regione.

Nel 2012, in Kazakistan, il più vasto territorio della regione, seppur non il più popoloso, il governo adottò un documento programmatico, la 2050 Vision, il cui obiettivo principale era quello di portare il Kazakistan tra i primi trenta paesi più sviluppati nel mondo nel 2050. Il quinto punto del documento citava “un ulteriore rafforzamento dello Stato e dello sviluppo della democrazia kazaka”, come uno degli strumenti per raggiungere l’obiettivo. Tuttavia, le iniziative intraprese dal governo centrale per regolamentare la stampa e l’informazione sembrano andare in un’altra direzione.

Dal 2017, la nuova Legge sui Media ha cercato di delimitare i confini dell’informazione e della libertà di stampa nel paese, attirandosi le critiche di attivisti e giornalisti. Tatyana Kovalyova, presidente del consiglio di amministrazione dei reporters della Kazakhstan League of Court, ha affermato che “per i media le cue politiche editoriali non riscontrano i criteri del relativo Ministero [dell’informazione e della comunicazione], la linea di attacco prevede accuse di diffusione di fake news e di diffamazione”. In altre parole, le fonti di informazione non allineate alla visione governativa sono duramente attaccati e, in estremi casi, chiusi. Nonostante le autorità kazake affermino la libera espressione del popolo, il World Press Index 2019, costruito da Reporters Without Borders, la cui analisi si fonda sul pluralismo, l’indipendenza o la censura dei media, la trasparenza del quadro normativo e le infrastrutture per la pubblicazione di informazioni, valuta il Kazakistan al 158° posto su 180 Paesi.

Nella stessa graduatoria, il Turkmenistan si piazza all’ultimo posto, ottenendo una valutazione peggiore di autoritarismi del calibro di Cina e di Corea del Nord. Tale risultato, afferma il report, è “il frutto di numerosi anni di una crescente e spietata repressione nella quale le autorità hanno perseguitato senza sosta giornalisti che lavoravano clandestinamente”. Per esempio, Azabathar.com, che collabora in lingua turkmena con Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), riesce a lavorare in maniera indipendente grazie alla sua sede in territorio non turkmeno e grazie al lavoro di giornalisti interni che rischiano la vita violando le leggi nazionali.

Il caso più eclatante di torture nei confronti di giornalisti ha riguardato Ogulsapar Muradova. Giornalista per RFE/RL, fu arrestata nel giugno 2006 ed in seguito a un processo sommario, in cui era stata condannata a sei anni di carcere, morì in prigione nel settembre 2006. Nonostante sul suo corpo fossero stati ritrovati evidenti segni di tortura, la versione ufficiale governativa dichiarava che fosse morta per cause naturali. Nel 2018, dopo più di dieci anni, il Comitato dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite, di fronte al quale il fratello di Muradova aveva accusato il governo turkmeno di trattamenti inumani, ha adottato la decisione Khadzhiyev and Muradova v. Turkmenistan, nella quale il Turkmenistan è stato condannato a risarcire la famiglia di Muradova. Il Comitato, dopo aver ritenuto arbitrario l’arresto di Muradova e aver evidenziato l’assenza di indagini relative al suo decesso, ha inoltre esortato il governo turkmeno a investigare sulle cause della morte dell’attivista.

Nella regione, solo il Kirghizistan può essere definito non autoritario, ma esempio di regime ibrido. Freedom House lo indica come parzialmente libero e nel World Press Index 2019 si piazza all’83° posto. Al contrario degli altri Stati della regione, il Kirghizistan non presenta casi di completa censura delle fonti di informazione. Tuttavia, non si registrano neanche le stesse opportunità di libertà di stampa delle democrazie consolidate.

Sulla base di una legge del 2014 che, come enunciato da Freedom House, “criminalizza la pubblicazione di false informazioni relative a crimini e offese”, Elnura Alkanova è stata arrestata nel 2018 con l’accusa di aver rilasciato informazioni confidenziali commerciali legate alla vendita di alcune proprietà statali nella capitale. Il caso ha fatto molto scalpore, tantoché 29 organizzazioni di stampa indipendenti di tutto il mondo si sono unite per chiedere al governo del Kirghizistan una riforma della Legge sulle garanzie per l’attività del Presidente della Repubblica del Kirghizistan. Le 29 organizzazioni richiedevano la modifica legislativa in quanto sanzioni eccessive e sproporzionate erano applicate nei confronti dei giornalisti di opposizione che criticavano il Presidente. Mentre il governo ha ritirato le accuse nei confronti di Alkanova, altre condanne nei confronti di organizzazioni di informazione, come Zanoza.kg e ProMedia sono state confermate anche dalla Corte Suprema.

SPECIALE – Politiche migratorie

Di Simone Innico, Lara Aurelie Kopp-Isaia, Stefania Nicola

Migranti, profughi, rifugiati

Il concetto di migrazione, nella sua accezione più generale, indica l’allontanamento di una persona o di un gruppo da un dato territorio. Questa definizione generale accoglie, al suo interno, un insieme complesso ed eterogeneo di movimenti umani che si possono definire ‘migratori’. Pertanto, esso non riguarda solo gli spostamenti transnazionali e i reinsediamenti in un paese straniero ma anche, a titolo d’esempio, le ’migrazioni circolari’ di lavoratori pendolari attraverso il confine tra due stati, così come il percorso intrapreso dai ‘rifugiati interni’ (internally displaced persons), i quali, senza oltrepassare i confini dello stato, abbandonano la propria residenza originaria a causa di un conflitto o di un notevole evento climatico che metta a rischio la sopravvivenza degli individui, della famiglia o della comunità.

Per inciso, il termine ‘profugo’ rileva, all’interno del concetto di ‘migrante’, quella persona che abbandona il proprio paese d’origine non solo per motivi di discriminazione politica, razziale, religiosa, o per altri motivi di persecuzione individuale, ma per le più svariate ragioni, senza però che questo lo metta necessariamente in grado di richiedere protezione internazionale.

In linea generale, l’accezione più diffusa nel discorso che ci è familiare del termine ‘migrazione’  racchiude in sé due elementi di significato: un flusso più o meno costante di spostamenti a lungo termine di gruppi di individui, in numero cospicuo e con conseguenze significative per il contesto sociale, politico e demografico dei paesi d’origine, di transito e di arrivo; la ricerca più o meno premeditata, da parte del singolo individuo, dell’unità familiare o di una comunità, di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

È questa la concezione di ‘migrazione’ che informa gran parte del nostro discorso pubblico e che sovente si riflette nella gestione dello Stato e della società, coinvolgendo inevitabilmente il regime delle frontiere territoriali e il controllo della popolazione. Il governo delle migrazioni è oggi giorno – e in buona misura è stato negli scorsi decenni – presentato come una priorità politica per la sicurezza dello stato nazione. Ad ogni modo, va sottolineato che una codifica rigorosa di uno status giuridico del ‘migrante’ non figura in nessuna disciplina del diritto internazionale e, di fatto, l’ambiguità del concetto offre inevitabilmente un largo margine di interpretazione ai legislatori e ai decisori politici.

Ciò che invece trova precisa definizione nel corpus giuridico internazionale è lo status di ‘rifugiato’, che sostanzialmente riceve e formalizza la ‘migrazione forzata’ e attribuisce al soggetto migrante un diritto all’asilo o, terminologia dal significato analogo, alla ‘protezione internazionale’. La Convenzione sullo status dei rifugiati del 28 luglio 1951 disciplina la normativa in materia di diritto d’asilo; al netto di alcune eccezioni, ad oggi è stata firmata e ratificata in tutte le sue parti dalla maggioranza degli Stati ONU (147 su 193). La Convenzione rappresenta un trattato vincolante per i paesi firmatari, che devono realizzare sul loro territorio e con risorse adeguate le procedure di tutela dell’individuo disciplinate secondo lo status di rifugiato, assicurando piena cooperazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Devono infine adeguare alla normativa internazionale le disposizioni del proprio ordinamento giuridico in materia di asilo.

Le migrazioni nel mondo odierno

Nella cornice delle politiche migratorie, la tutela dei diritti del rifugiato rappresenta, nel mondo di oggi, una questione di primaria importanza. Secondo l’UNHCR, la popolazione di rifugiati nel mondo alla fine del 2018 si attesta al livello più alto mai registrato: 25.9 milioni di persone L’opinione pubblica, i media e i governanti del globo sono sempre più sensibili a questi dati. Tuttavia, prima di approfondire il tema della protezione di quelle che saranno, nel futuro più prossimo, le categorie umane più vulnerabili, è senza dubbio necessario un approfondimento sui trend delle migrazioni umane.

Da un punto di vista globale, i fenomeni migratori coinvolgono una popolazione nell’ordine delle centinaia di milioni; una stima ONU, ad esempio, ne registra 272 milioni per l’anno 2019. Ovviamente, i canali di spostamento che più attraggono l’attenzione dei media occidentali sono quelli che riguardano l’Europa e gli Stati Uniti, in quanto paesi d’arrivo per le rotte da, rispettivamente, Africa, Medio-Oriente e Asia Centrale o Messico e Sudamerica. Tuttavia, è necessario ricordare che gli spostamenti umani non riguardano solo i movimenti dal Sud del mondo al Nord – quest’ultimo, generalmente, da identificarsi con l’Europa occidentale e il Nord America. Secondo le stime del Population Reference Bureau, già nel 2014 la direzione Sud-Sud costituiva il 36% del trend globale dei flussi migratori, coinvolgendo 82.3 milioni di persone, ovvero spostamenti di massa interni ai continenti Asia, Africa e Sudamerica. Se anche volessimo ridurre l’intero spettro dei molteplici fenomeni migratori alla sola questione delle migrazioni forzate (che nell’anno 2018, secondo le figure UNHCR, riguardavano circa 70.8 milioni di individui), vedremo che il ‘Nord globale’ è decisamente sottorappresentato nella scala delle destinazioni. Ad oggi, la Turchia accoglie la quota maggiore di rifugiati (3.7 milioni), seguita da Pakistan (1.4 milioni), Uganda (1.2 milioni) e infine da Sudan e Germania (1.1 milioni). Allargando la visuale dai rifugiati al più comprensivo insieme concettuale dei ‘migranti internazionali’, passano invece in testa gli Stati Uniti, che nel 2017, secondo il think tank statunitense Migration Policy Institute, ospitavano 49 milioni di migranti sul territorio nazionale.

Conoscere l’immigrazione, per poterla governare

Quanto illustrato finora serve a fornire un’immagine generale, e inevitabilmente riduttiva, dei fenomeni migratori: un intreccio concettuale di elementi pressoché eterogenei ma strettamente connessi tra loro come la tutela dei diritti umani, le definizioni di nazionalità e cittadinanza, gli interessi economici e geopolitici, lo sviluppo industriale e il cambiamento climatico, ma anche l’opinione pubblica e l’influenza dei mass media. Si rivela di volta in volta fondamentale, pertanto, saper individuare con precisione il tema in oggetto d’analisi. Questa operazione è centrale per valutare con cognizione di causa le politiche migratorie messe in atto da autorità locali, nazionali e sovranazionali e per problematizzare e dunque governare gli spostamenti umani, sempre complessi e multidimensionali, che chiamano in causa importanti segmenti del sistema politico-sociale.

Quello dell’immigrazione non è un fenomeno recente. Già nel recente passato, i flussi migratori hanno raggiunto veri e propri picchi, in particolare tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Anche per questo, il tema dell’immigrazione ha trovato sempre più spazio al centro del dibattito nazionale, europeo, mondiale. Una prima spiegazione potrebbe derivare dalla sempre maggior rilevanza morale acquisita dal tema dei diritti umani. A ciò, si aggiunge la correlazione tra l’immigrazione e l’incidenza di guerre, conflitti armati e genocidi, fattore che ha inciso sulla limitazione e regolamentazione degli spostamenti. In altri casi, si è iniziato a parlare di ‘responsabilità collettiva’ nel fornire aiuto alle popolazioni colpite dagli effetti del cambiamento climatico – i cosiddetti profughi ambientali. Fondamentalmente, quando si tratta di migrazioni sembrano essere due gli approcci più spesso adottati. Da una parte, si pone l’obiettivo ideale di proteggere una comunità da quelli che dovrebbero essere gli effetti negativi comunemente considerati tipici e correlati all’immigrazione: aumento delle tensioni sociali, costi economici, perdita dell’identità culturale o della coesione sociale. Dall’altra, si riconosce il dovere morale di aiutare i bisognosi e integrare i profili desiderabili – soprattutto in realtà, come quella europea, in cui si rileva un invecchiamento progressivo della popolazione e un bisogno crescente di manodopera. Da qui nasce la necessità di definire le politiche migratorie, in grado di individuare le categorie privilegiate all’ingresso nel paese e i loro diritti, ma al tempo stesso di politiche di integrazione, affinché gli immigrati siano assimilati nel mercato del lavoro a livello salariale e occupazionale.

Perché, però, quest’ultimo punto non sempre trova un riscontro nella realtà? 

Come sottolinea uno studio della Commissione europea, le cause sono attribuibili alla conoscenza linguistica, alla formazione scolastica e all’inserimento degli stranieri in molti settori in cui anche i nazionali hanno possibilità di far carriera (cura della persona, costruzioni e ristorazione). Se da una parte, dunque, tali normative dovrebbero ridurre i differenziali socio-economici, dall’altra è anche vero, si sottolinea nel report, che è necessario che qualcuno svolga queste mansioni poco qualificate. Come si legge in un approfondimento delle Nazioni Unite, gli immigrati ‘di lunga durata’, quando si stabiliscono in un paese ospite, ne aumentano i livelli di produttività demografica. Al contempo, però, sono a loro volta soggetti ad invecchiamento; di conseguenza, la loro presenza può solo ritardare l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale degli anziani. Tuttavia, è con la ‘seconda generazione di migranti’, i figli di questi primi immigrati, che si può osservare un ‘riciclo’ di manodopera, più assimilata nel sistema scolastico, con una buona conoscenza linguistica e dotata di cittadinanza.

Se analizzassimo più da vicino le rotte migratorie presentate in apertura, una tra quelle occidentali più percorse è senza dubbio quella del Mediterraneo. Quest’ultimo è ormai noto quale il confine più pericoloso tra Stati che non sono in guerra tra loro. Al tempo stesso, questa rappresenta una delle tratte più complesse se si vuol ricostruire il profilo tipico del migrante irregolare, poiché comprende sia i migranti economici alla ricerca di opportunità di impiego (solitamente provenienti da Tunisia, Algeria e Marocco), sia quelli in fuga da persecuzioni o guerre e richiedenti asilo (che hanno come paesi di origine: Eritrea, Somalia, Afghanistan, Mali, Costa d’Avorio, Gambia, Sudan e Palestina). In particolare, in quest’ultima categoria si rileva la presenza di un ampio numero di  donne e bambini. A ben vedere, uno dei problemi maggiori è che i dati in materia di immigrazione irregolare sono lacunosi, incompleti e non aggiornati per individuare quanti di questi migranti richiederebbero asilo e quanti sarebbero invece migranti economici.

Se quindi non si conosce una realtà, come è possibile regolamentarla?

Tornando nuovamente al ‘caso Mediterraneo’, vista la sua complessità, occorre sottolineare che, alla luce del recente Decreto migranti, sembrerebbe esserci un’intenzione politica di semplificare e velocizzare  la gestione delle domande di protezione internazionale. Come spiegano i ministri firmatari Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luigi Di Maio (Esteri) sul Corriere della Sera, con questo decreto è previsto che, una volta individuata la provenienza dei migranti, sia più agevole avviare procedure di rimpatrio qualora questi provengono da porti sicuri quali Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Come riporta lo stesso articolo, “in mancanza di questi requisiti la domanda di protezione verrà subito respinta e  avviata la procedura di rimpatrio”. La questione principale di questo decreto interministeriale è che “inverte l’onere della prova”. In tal senso, verranno rifiutate le richieste di asilo delle persone provenienti dai citati 13 paesi, salvo esse non presentino prove di un rischio reale per la propria incolumità in caso di ritorno in patria.

Lo scenario italiano è soltanto una testimonianza di un’inversione di rotta nell’affrontare casi di emergenza umanitaria. Per avere una visione di più ampio spettro, prendiamo in esame tre casi a livello mondiale: il Venezuela, la Siria e lo Yemen.

Altre gravi emergenze migratorie ed umanitarie: come vengono gestite

Secondo i dati dell’UNHCR, a fine 2018 oltre 3 milioni di persone sono fuggite dal Venezuela, in quello che è il più grande esodo nella storia recente della regione. La catena di eventi che ha mobilitato migliaia di famiglie venezuelane è iniziata nel 2014, in seguito alla morte del presidente Cházev. La crisi economica devastante, l’inflazione che ha raggiunto la soglia del 50%, la mancanza di elettricità, la carenza di beni di prima necessità – i cui prezzi sono aumentati del 1000% -, la fame e la povertà sono tra i principali fattori del massivo esodo. Il sistema sanitario venezuelano è crollato, con una carenza di personale e di medicinali che ha causato la chiusura di molti reparti ospedalieri. In un solo anno, la mortalità materna è aumentata del 65%; quella infantile del 30%. “Quando mia figlia di nove mesi è morta a causa della mancanza di cure, ho deciso di portare la mia famiglia fuori dal Venezuela prima che morisse un altro dei miei figli”, testimonia, attraverso il report UNHCR, Eulirio Beas, della comunità indigena Warao, che si trova in un campo profughi del Brasile.

La maggioranza delle persone parte senza documenti, in carovane, percorrendo a piedi centinaia di chilometri: per questo vengono chiamati caminantes. Francesca Matarazzi, Emergency Coordinator di INTERSOS, descrive tali migrazioni con queste parole: “Li vedi passare ogni giorno. Famiglie con bambini piccoli, anziani. Camminano senza riposo. Camminano senza scarpe. Camminano con la pelle bruciata”.

Ogni mese sono oltre 15.000 le persone che attraversano il confine tra Venezuela e Colombia. Quest’ultima ha messo in atto politiche d’inclusione e d’accoglienza, con la priorità di evitare che i migranti intraprendano la strada della clandestinità. Il Governo colombiano ha concesso documenti temporanei che consentono ai venezuelani di entrare e uscire liberamente. Si potrebbe affermare che la Colombia abbia tentato di trasformare la questione migratoria da emergenza umanitaria a occasione di sviluppo. A onor del vero, questo esodo potrebbe rappresentare un’occasione di crescita economica per Bogotà. Tuttavia, gli arrivi sempre più numerosi stanno complicando la situazione. In un contesto in cui centinaia di persone sono costrette a vivere in case e campi profughi sovraffollati, le condizioni di vita diventano estremamente precarie. Il rischio di essere esposti ad abusi, sfruttamenti – minorili e sessuali – e di finire nei giri del narcotraffico rimane elevato.

Anche in Siria si sta verificando un’emergenza umanitaria. Il 15 marzo 2011 il popolo è sceso in piazza per protestare contro il Governo di Assad, invocando maggior democrazia e libertà. L’anno successivo, le manifestazioni sono sfociate in una guerra civile. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari, questa guerra ha provocato oltre 11 milioni di sfollati, 6.7 milioni dei quali sono scappati nei paesi limitrofi. Ma di questi ultimi che fuggono dalla Siria, solamente il 10% vive nei campi profughi dei paesi confinanti, perché troppo affollati. La maggior parte vive in piccoli alloggi di prima accoglienza, anche questi in condizioni precarie.

La guerra ha raggiunto livelli talmente elevati che, nel 2014, l’Alto Commissario delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani (OHCHR) ha annunciato che non avrebbe più registrato il numero delle vittime. Questa decisione è stata presa, secondo quanto dichiarato da Rupert Colville, portavoce OHCHR, a causa delle difficoltà riscontrate da organizzazioni indipendenti a entrare nel territorio siriano, insieme con l’impossibilità di verificare le fonti. La percentuale di civili uccisi è comunque molto elevata. Secondo diverse ONG, ad esempio, a Ghouta, durante un raid aereo del 18 febbraio 2018, sono rimasti uccisi oltre 1.400 civili, tra cui 280 bambini. Paolo Pezzati, di Oxfam Italia, denuncia che “è inaccettabile che la comunità internazionale stia voltando le spalle a oltre cinque milioni di siriani in fuga dall’orrore della guerra […] La comunità internazionale resta a guardare, mentre milioni di persone sono bloccate in un limbo senza fine”.

Un’altra regione afflitta dalla guerra e da una grave crisi umanitaria è lo Yemen, dove si contano oltre 3 milioni di profughi interni e 22 milioni di persone che necessitano di assistenza. Tutto ebbe inizio nel 2015, quando l’Arabia Saudita, il paese più ricco del mondo arabo, ha attaccato lo Yemen, paese più povero del mondo arabo. In quattro anni di conflitto vi sono state oltre 20.000 vittime, più della metà delle quali risultano essere civili. La vita nello Yemen è difficilissima, tanto che si dovrebbe più propriamente parlare di sopravvivenza. Metà degli ospedali sono stati distrutti, il prezzo del carburante è aumentato del 200%, i prezzi dei beni di prima necessità e del cibo sono alle stelle.

Ad aggravare le già precarie condizioni di vita, l’Arabia Saudita ha imposto un blocco alle importazioni nel paese. Secondo un articolo del 2017 di Internazionale, il think tank International Crisis Group affermava già al tempo che la fame che ha colpito gli yemeniti non fosse dovuta a cause naturali, ma all’azione voluta dei belligeranti e dall’indifferenza e al ruolo complice della comunità internazionale”. Conosciuta come la ‘crisi umanitaria dimenticata’, a causa dello scarso interesse dimostrato dalla comunità internazionale, questa è indubbiamente una delle peggiori crisi umanitarie contemporanee. Al disinteresse generale contribuisce la grande difficoltà dei giornalisti stranieri ad entrare nel paese. Le Nazioni Unite hanno tentato di trasportare alcuni giornalisti inglesi su un aereo umanitario, ma le forze saudite hanno impedito il loro arrivo. In particolare, a seguito di questo episodio, Ben Lassoued, coordinatore delle questioni umanitarie dello Yemen presso l’ONU, aveva dichiarato che “il fatto dimostra perché lo Yemen, paese colpito da una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, non riceva particolari attenzioni da parte dei media internazionali”.

Nell’estate del 2017, il presidente Trump ha concluso un accordo di 110 miliardi per la vendita di armi all’Arabia Saudita. Così facendo, gli Stati Uniti hanno alimentano un conflitto che ha distrutto il paese yemenita, gettandolo sull’orlo di una gravissima carestia e ha dato luogo a gravi crimini di guerra.

Tra crisi, patti globali e cuori chiusi

Quelle analizzate in questo approfondimento sono soltanto alcune delle emergenze migratorie e umanitarie che si stanno consumando nel mondo. Secondo l’UNHCR, infatti, altrettante crisi si registrano in paesi quali Congo, Burundi, Iraq, Nigeria, Sudan e Myanmar, dove sono in atto fenomeni di migrazione forzata. Milioni di persone sono costrette a lasciare il loro paese, la loro casa, nella speranza di un futuro migliore lontano dai conflitti. In tal senso, tutte queste migrazioni devono essere trattate come una crisi planetaria. Come ha ricordato il segretario generale Antonio Guterres, il 24 settembre scorso, innanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “In un epoca in cui un numero record di rifugiati e sfollati interni sono in movimento, la solidarietà è in fuga. Vediamo non solo le frontiere, ma i cuori chiudersi, mentre famiglie di rifugiati vengono distrutte e il diritto di trovare asilo fatto a pezzi”. Guterres ha messo l’accento sulle responsabilità condivise che gravano sulla comunità internazionale, sancite dai patti mondiali sui Rifugiati e sulla Migrazione, aggiungendo, con incedere lapalissiano: “All migrants must see their human rights respected”.

La formula Steinmeier applicata ai territori del Donbas: cos’è, come funziona e quali sono i rischi

Dopo un lungo periodo di silenzio sulla questione ucraina, all’inizio di ottobre i media russi e occidentali hanno riportato una notizia relativa al raggiungimento di un parziale accordo rispetto ai contesi territori del Donbas. L’intesa riguarderebbe la cosiddetta formula Steinmeier, già parte degli Accordi di Minsk. Tali accordi sono stati conclusi nel 2015, durante la fase più acuta del conflitto tra Ucraina e Russia per il controllo dei territori orientali del Donbas, ancora oggi formalmente sotto la sovranità ucraina. Gli accordi, favoriti da Francia e Germania ed inizialmente accolti con grande favore dalle cancellerie di tutta Europa, non hanno purtroppo portato ai risultati sperati nei successivi quattro anni, dimostrando in seguito la loro fragilità.

Nel luglio del 2019 la presidenza è passata a Volodymyr Zelensky, una figura del tutto nuova nel panorama politico ucraino. Questi ha fatto del problema del Donbas uno degli elementi centrali della propria campagna elettorale. E’ forse proprio questa ragione che ha spinto il neo eletto Presidente ad accettare di riavviare il dialogo con la Federazione Russa, aprendo alla possibilità di implementare parte degli accordi conclusi quattro anni fa; la formula Steinmeier, appunto.

Detta formula, dal nome dall’attuale Presidente della Repubblica Federale Tedesca, che nel 2015 ricopriva l’incarico di Ministro degli Affari Esteri, riguarda lo status giuridico da attribuire ai territori orientali dell’Ucraina. Essa prevede libere elezioni nel Donbas, regolate dalla Costituzione ucraina e supervisionate dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). In particolare, il compito di quest’ultima sarà quello di vegliare sulla correttezza e sulla trasparenza delle procedure di voto, in modo da garantire la democraticità della decisione finale.

Il presidente Zelensky ha di recente assicurato che le elezioni vedranno la partecipazione di candidati filorussi e di candidati appartenenti ai maggiori partiti ucraini, in modo da garantire la massima libertà di scelta agli elettori. Le elezioni dovrebbero infine garantire un formale riconoscimento dello status speciale dei territori del Donbas, i quali rimarrebbero, tuttavia, sotto sovranità ucraina.

L’accettazione di tale formula da parte della leadership ucraina ha provocato reazioni a tutti i livelli, soprattutto tra la popolazione civile, la quale ha ricevuto la notizia dai media russi prima ancora che dal proprio governo. I nazionalisti e i partiti di destra ucraini sono scesi in piazza per protestare contro quella che molti percepiscono come una capitolazione rispetto alla Russia. Dello stesso avviso pare essere l’ex presidente ucraino Poroshenko, il quale ha definito la decisione del nuovo leader un ‘tradimento’. Dal canto loro, i ribelli dell’area del Donbas rigettano l’idea di andare ad elezioni seguendo le regole dettate da Kiev. Questi ultimi, infatti, non riconoscono l’autorità del governo centrale e sostengono di aver dato vita a delle Repubbliche autonome, non sottostanti ai dettami della legge ucraina.

La Federazione russa sembra, al contrario, salutare con favore la decisione del governo di Kiev. Tuttavia, non pare essersi attivata per ritirare le truppe schierate nella regione del Donbas, condizione posta dal presidente Zelensky per indire le elezioni.

L’Europa occidentale si mostra ottimista rispetto alla decisione del Presidente ucraino, nella speranza che questa possa inaugurare una nuova stagione di trattative. Il portavoce della Commissione ha affermato che la formula Steinmeier sarebbe “un passaggio che […] potrebbe portare ad ulteriori sforzi verso la piena implementazione degli accordi di Minsk da parte di tutti”. Tra i paesi europei più favorevoli all’implementazione della formula vi è la Francia, che ha giocato un ruolo fondamentale durante le trattative e che viene vista come uno Stato chiave nella normalizzazione delle relazioni russo-ucraine. Non a caso, si è già al lavoro per un ulteriore summit, con ogni probabilità a Parigi, che vedrà incontrarsi Francia, Germania, Ucraina e Russia.

Non è possibile, allo stato dei fatti, prevedere con sicurezza quali saranno le conseguenze della formula Steinmeier applicata nel Donbas. Si possono, tuttavia, sottolineare due rischi fondamentali. In primo luogo, sul piano del diritto internazionale, ci potrebbero essere serie ripercussioni nel caso in cui le forze separatiste vincessero le elezioni nei territori orientali dell’Ucraina. Si tratterebbe, infatti, di dare riconoscimento di diritto ad una situazione di fatto nata da una violazione dell’integrità dello stato ucraino. In secondo luogo, l’applicazione della formula potrebbe esacerbare la tensione tra nazionalisti e filorussi, per poi sfociare in nuovi sanguinosi scontri.

Nel frattempo, il Ministro degli Affari esteri ucraino ha fatto sapere che è in programma un altro scambio di prigionieri con la Federazione Russa, aggiungendo che si tratterà di un momento decisivo per le relazioni tra i due paesi. Nonostante i primi segnali incoraggianti, dunque, la tensione non accenna a diminuire, in un crescendo di continue provocazioni.

A metà ottobre, ad esempio, i media ucraini hanno riportato la notizia di due soldati ucraini uccisi da alcuni colpi sparati dalle milizie filorusse che, secondo le autorità ucraine, avrebbero violato il cessate il fuoco. Inoltre, il 17 ottobre il Governo russo ha presentato un disegno di legge al Parlamento per il riconoscimento degli Ucraini come “Popolazione parlante russo”.

Se la tensione non accennerà a diminuire, sarà difficile mettere in pratica l’accordo raggiunto sulla Formula Steinmeier.

La tratta orientale dei migranti

Il 26 settembre le Nazioni Unite sono intervenute in tema di migrazione, manifestando una forte preoccupazione nei confronti della Bosnia. La nazione è stata invitata, in particolare, a riconsiderare la collocazione dei migranti e a non costringere gli stessi ad abitare in zone insicure. Circa 800 migranti vivono infatti a Vučjak, località situata a 5 km da Bihac, al confine con la Croazia. La forte angoscia delle Nazioni Unite è dovuta al fatto che il campo profughi è stato installato in una ex discarica, dismessa qualche anno fa, e che, di conseguenza, le condizioni igienico-sanitarie siano assolutamente scarse e nocive per la salute.

Il campo di Vučjak è uno dei tanti campi profughi bosniaci non ufficiali, l’unico a non essere gestito dall’Organizzazione Internazionale per la Migrazione, ma dalla Croce Rossa di Bihac, che fornisce assistenza agli stessi migranti. Tenendo conto dell’inadeguata condizione in cui versano i migranti, sorge spontaneo chiedersi quale sia la ragione dell’esistenza di un campo come quello di Vučjak.

La causa andrebbe ricercata nella crisi politica interna alla stessa Bosnia, retaggio forse degli accordi di Dayton, siglati nel 1995 per porre fine al conflitto bosniaco. Tali accordi hanno riconosciuto e previsto l’esistenza di due entità: la Federazione Croato-Musulmana, suddivisa in 10 cantoni, e la Repubblica Serba. Secondo il  Relatore speciale ONU sui diritti umani dei migranti, tali accordi hanno pregiudicato la gestione dei migranti da parte della Bosnia proprio perché hanno permesso una divisione etnica e amministrativa. È stato infatti uno dei cantoni, Una-Sana, a volere il campo profughi a Vučjak, accusando il Governo centrale di non aver fornito alcun aiuto in materia di gestione dei migranti.

Il campo profughi di Vucjak costituisce una tappa della cosiddetta ‘rotta balcanica’ verso l’Europa. Nota anche come rotta del Mediterraneo orientale, rappresenta la tratta percorsa dai migranti, provenienti per lo più dal Medio Oriente, attraverso i Balcani. La rotta balcanica costituisce una delle principali vie di accesso in Europa sin dagli anni ’90, quando, in seguito alla caduta del muro di Berlino, i cittadini di Albania e Kosovo sono emigrati principalmente in Germania e Italia, per sfuggire alla crisi politica ed economica che dilagava nei loro paesi.

Nel 1991 si è verificato “il primo grande esodo” dall’Albania: circa 20.000 migranti sono sbarcati nei porti di Bari e Brindisi, con la speranza di beneficiare di condizioni di vita migliori.

Soltanto a partire dal 2012, le migrazioni sono divenute sempre più massicce, poiché un numero considerevole di migranti, sempre di origine balcanica, ha potuto accedere in Unione Europea senza dover richiedere un visto. Considerando il periodo che va dal 2012 al 2014, le stime parlano di un aumento di circa 90.000 migranti: i dati Frontex riferiscono che, nel 2012, hanno percorso la rotta quasi 6.400 migranti, nel 2013 quasi 20.000, mentre nel 2014 oltre 40.000. Il 2015 è stato l’anno in cui si è registrato il picco del flusso migratorio: ad  attraversare la rotta balcanica sono stati infatti circa 800.000 migranti provenienti dal Medio Oriente, ‘soltanto’ 500.000 in autunno.

Il dato interessante e degno di nota è il cambiamento della provenienza etnica dei migranti: negli ultimi periodi coloro che tentano di arrivare in Europa attraverso la rotta sono di origine siriana e mediorientale. Si tratta di persone che fuggono da paesi afflitti dalla guerra, come Siria, Afghanistan, Iraq ed il Corno d’Africa, e che cercano rifugio in Europa.

Oltre ad interessare l’area balcanica, la tratta vede coinvolte la Turchia e la Grecia, che costituiscono i primi paesi attraversati dai migranti. Partendo dalle coste della Turchia, i migranti sbarcano sulle isole greche di Kos, Lesbo e Samo, dove vengono sistemati nei centri di accoglienza, in attesa di riprendere il loro cammino.

Molte ONG, come Oxfam e Medici Senza Frontiere, però, ultimamente hanno denunciato la carenza di assistenza medica e le violenze a cui sono esposti i migranti negli stessi centri, facendo appello ad un intervento da parte dell’Unione Europea.

Dopo le isole greche, i migranti proseguono il loro cammino per giungere al porto del Pireo: da qui, alcuni si dirigono in Macedonia del Nord, altri scelgono di avviarsi verso Salonicco per poi raggiungere il campo profughi macedone di Gevgelija, gestito dall’UNHCR. La traversata della Macedonia del Nord costituisce una tappa fondamentale della rotta balcanica, dalla quale i migranti riescono ad arrivare a Presevo, in Serbia, e poi in Ungheria, primo paese dell’Unione.

Diverse sono state le reazioni dei paesi e delle popolazioni innanzi a un flusso migratorio che ha raggiunto il suo picco nel 2015. A dispetto di un generale atteggiamento di accoglienza da parte della popolazione, le condotte dei governi si sono dimostrate a volte più restrittive e orientate a logiche emergenziali. In tal senso, nel 2017, la Slovenia,  l’Austria e l’Ungheria hanno preso alcune misure volte a impedire l’ingresso nel paese nei casi in cui venisse messo in pericolo l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato. In particolare, il provvedimento preso in Slovenia, di durata semestrale e prorogabile, conferiva alla polizia il potere di respingere i migranti, anche se richiedenti asilo. La norma, definita dal ministro dell’interno Vesna Györkös Žnidar “urgente e adeguata”, doveva essere approvata dalla maggioranza dei due terzi del parlamento, su proposta del governo.

L’intervento dell’Unione Europea è giunto nel 2016, con l’intento di fermare le migrazioni irregolari e bloccare il modello dei trafficanti di esseri umani. L’accordo UE-Turchia prevede, fra i vari punti, il respingimento dei migranti in Turchia, se questi non fanno domanda d’asilo in Grecia. La condizione principale dell’accordo è il versamento di 3 miliardi di euro a favore della Turchia, da utilizzare per gestire i centri di accoglienza.

Primo effetto di questo accordo è stato la chiusura della rotta balcanica. Secondariamente, le richieste di asilo in Grecia sono triplicate: nel 2018 a Lesbo sono pervenute oltre 17.000 domande.

Per di più, sono state avviate numerose inchieste al fine di verificare la trasparenza sull’utilizzo dei fondi perché, di fatto, i migranti sono rimasti bloccati nei centri di accoglienza delle isole greche, in condizioni precarie e disumane, proprio a causa della lentezza delle procedure. Inoltre, urge considerare che l’accordo non ha di fatto fermato il flusso migratorio; da circa un paio d’anni, infatti, si è iniziato a parlare di ‘nuova rotta balcanica’.

Rispetto al 2015, il cammino percorso risulta essere diverso e rivolto più ad ovest. I paesi attraversati dalla nuova rotta balcanica e maggiormente coinvolti sono la Bosnia e la Croazia, luoghi in cui spesso i diritti umani vengono calpestati e in cui si osservano continue e ripetute violenze sui migranti.

Lo stesso avviene, ad esempio, nello stesso campo di Vucjak.

La calda estate di Mosca, tra arresti e proteste anti-Putin

Con il voto dello scorso 8 settembre si è conclusa la difficile estate vissuta da Mosca. Nella capitale russa gli elettori erano chiamati a rinnovare la composizione del consiglio comunale. L’esclusione a metà luglio dei candidati indipendenti oppositori di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, ha scatenato accese proteste. Arresti di massa e numerosi episodi di violenza tra manifestanti e forze dell’ordine hanno provocato la ferma reazione anche delle istituzioni europee e delle associazioni per i diritti umani.


In luglio, il Comitato elettorale centrale aveva respinto 56 delle 228 candidature ufficialmente registrate per concorrere al rinnovamento del consiglio comunale di Mosca. La maggior parte degli esclusi erano candidati presentatisi come indipendenti, ma legati all’opposizione. Questo tipo di candidatura richiede una raccolta firme (circa 5.000) presso l’elettorato, pari al 3% dei votanti del distretto in cui ci si intende candidare. La decisione di respingere molte candidature contestando proprio il numero delle firme raccolte ha provocato le proteste degli esclusi dal voto di settembre.

Tra questi ultimi i nomi più noti sono quelli del presidente del municipio di Krasnoselsky Ilya Yashin, dell’oppositore Dmitry Gudkov e dell’avvocatessa Ljubov Sobol. Quest’ultima è stata, insieme al noto dissidente Alexey Navalny, tra i promotori della serie di manifestazioni antigovernative iniziate il 14 luglio scorso. Migliaia di persone da allora si sono riunite regolarmente ogni fine settimana per chiedere la riammissione dei candidati esclusi e trasparenza nelle elezioni.

Una delle più imponenti proteste si è svolta il 27 luglio: sono stati arrestati oltre 1.300 manifestanti, secondo la ONG Ovd-Info. Inoltre, più di 50.000 persone avrebbero partecipato ai cortei del 10 agosto, come riporta la ONG White Counter. Secondo Konstantin Gaaze, studioso del think tank Carnegie Moscow intervistato da una testata russa, la massiccia aderenza “invia un segnale molto forte”. Tuttavia bisogna tener conto della reale portata di queste cifre, considerando i 12 milioni di abitanti della capitale russa.

Il voto di Mosca si è svolto durante una più ampia tornata elettorale, che ha coinvolto gran parte della Federazione. Oltre alla Duma moscovita, si è votato per il rinnovo di 16 governatori e di 13 deputati regionali. Mentre nel resto del territorio russo la leadership di Putin non è stata messa in discussione, nella capitale il suo partito ha perso terreno. Mentre i seggi occupati dai consiglieri vicini a Russia Unita sono scesi da 38 a 25 sui 45 totali, le forze d’opposizione sono salite da 7 a 20. I seggi persi sono stati assegnati al Partito Comunista, al partito Jabloko e a Russia Giusta. Ufficialmente Russia Unita non ha partecipato alle elezioni per il consiglio comunale: si sono presentati come indipendenti almeno 43 candidati legati al partito di Vladimir Putin. La scelta è dovuta probabilmente ai sondaggi negativi nei confronti degli esponenti di Russia Unita. Tra questi, uno riportato dalla testata Meduza vedeva solo il 22% degli abitanti di Mosca favorevoli a un candidato espressione dell’attuale governo. Un altro sondaggio proposto da Levada Center indicava al 28% la percentuale di gradimento verso il partito di Putin.Un risultato probabilmente figlio dei duri mesi di protesta che hanno animato le strade di Mosca prima del voto. Un contributo decisivo è stato fornito anche da Alexey Navalny. Arrestato durante le proteste estive e poi rilasciato, negli ultimi anni è diventato l’esponente principale delle forze antisistema. Si deve a Navalny l’idea del voto intelligente’, strategia con la quale era possibile suggerire all’elettore (tramite un’applicazione) il candidato che avrebbe potuto danneggiare quello legato a Putin.

Nell’arco dei mesi di protesta anche altre personalità di spicco della scena politica e sociale russa sono state arrestate. Ilya Yashin, presidente del municipio di Krasnoselsky e tra gli esclusi al voto per la Duma moscovita, ha subito una serie di arresti consecutivi, denunciati anche da Amnesty International. La nota organizzazione per i diritti umani, nella medesima occasione, ha riportato anche la situazione dell’attivista Konstantinov Kotov, condannato a quattro anni di reclusione per aver partecipato a proteste non autorizzate. L’indagine riguardo le accuse a Kotov è durata solo pochi giorni. È stato scarcerato invece il 20 settembre l’attore Pavel Ustinov, inizialmente condannato a tre anni e mezzo di reclusione per aver lussato la spalla a un poliziotto, al momento dell’arresto.

Suo malgrado è diventato simbolo delle proteste Yegor Zhukov, giovane studente arrestato ad agosto per alcuni video pubblicati sui social che, secondo le autorità, istigherebbero ad atti di estremismo. Subito dopo il provvedimento, è partita una petizione promossa sia studenti che da professori universitari, nella quale si chiede anche il rilascio di tutti gli altri attivisti incarcerati. I manifestanti, da allora, hanno fatto propria la causa di Zhukov, scendendo in piazza con migliaia di volantini per reclamarne la libertà.

Tutte le persone private della libertà per aver partecipato alle proteste di quest’estate sono

prigionieri politici”, ha affermato in una dichiarazione Oleg Orlov, direttore del Centro per i Diritti Umani, a proposito di questo complicato scenario. Le proteste di luglio e agosto hanno registrato un bilancio di migliaia di detenuti e di numerosi procedimenti penali. Alcuni dei manifestanti arrestati, come Ljubov Sobol, hanno iniziato anche scioperi della fame.

Nei confronti di numerosi manifestanti sono stati intentati dei procedimenti penali da parte del Comitato investigativo. Alcuni media russi hanno ribattezzato questa preoccupante situazione come ‘Moskovskoe delo’, il ‘caso Mosca’. Le violenze avvenute negli scontri tra manifestanti e polizia hanno suscitato la reazione delle istituzioni europee. La presidentessa dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa Liliane Maury Pasquier, a ridosso degli avvenimenti, ha definito gli arresti di massa una “reazione sproporzionata”.  Il Servizio di Azione esterna dell’UE, in un comunicato del 27 luglio, a altresì espresso la propria preoccupazione.
Il 6 settembre, Amnesty International ha parlato di “attacchi senza precedenti” ai diritti umani avvenuti nel periodo pre-elezioni. La direttrice della sezione russa di Amnesty, Natalia Zviagina, ha denunciato in una dichiarazione gli oltre 2.600 arresti avvenuti, nonostante le proteste fossero state “sostanzialmente pacifiche”.


L’Ucraina torna al voto: Zelenskij vince ancora

Domenica 21 luglio, a tre mesi esatti dal secondo turno delle presidenziali, l’Ucraina si è recata ancora alle urne, questa volta per rinnovare il Parlamento. Previste per la fine di ottobre, ma anticipate tramite decreto presidenziale, queste elezioni politiche hanno segnato la seconda vittoria elettorale del neo-presidente Volodymyr Zelenskij e del suo partito Sluha narodu (‘Servo del popolo’).

Forte dell’ampio consenso ottenuto in aprile, Zelenskij ha preferito non aspettare il 27 ottobre per procedere alle votazioni parlamentari. Attendere ottobre, difatti, avrebbe significato trascorrere i primi mesi del suo mandato con un’assemblea parlamentare in mano alla maggioranza del presidente uscente, Petro Porošenko. Questa ipotesi di ‘coabitazione’, tipica dei sistemi semipresidenziali, avrebbe comportato per il neo-eletto un rischio concreto di perdita di consensi. Invece, con una data posta a così breve distanza, la scelta di Zelenskij si è rivelata strategica, avendo ottenuto un risultato ben al di sopra delle aspettative. Ad oggi, ‘Servo del popolo’ può contare su una maggioranza di 253 seggi sui 450 della Verkhovna Rada, l’assemblea monocamerale ucraina (in realtà 424, non potendosi considerare i 26 collegi uninominali delle aree separatiste del Donbass).

A rafforzare il successo del partito presidenziale è l’ampio distacco che lo separa dalle altre forze politiche. Soltanto altri quattro partiti sono riusciti a superare la soglia del 5% ed entrare in parlamento; il primo tra questi per numero di voti ha ottenuto il 13% dei consensi, di fronte al 43% di Servo del popolo. Si tratta di Opozycijna platforma – Za Žyttja (‘Piattaforma di opposizione – Per la vita’), secondo arrivato di questa tornata elettorale. Comunemente considerato come filorusso e guidato da Viktor Medvedčuk, il partito ha ottenuto in totale 103 seggi. Non a poca distanza, con un consenso circa dell’8% e con 24 seggi ciascuno, si trovano i due grandi sconfitti di queste elezioni: Petro Porošenko e Julija Tymošenko. L’ex-presidente e il suo partito, Evropejs’ka Solidarnist (‘Solidarietà Europea’), già pesantemente sconfitti alle presidenziali, passano così da essere forza di governo a partito di opposizione. Da parte sua, Tymošenko, alla guida di Bat’kyvščyna (‘Patria’), che già arrivava dal 5% delle politiche del 2014, sembra rimanere confinata a un ruolo politico marginale. Infine, ottenendo il 5,84% e 20 seggi, fa il suo ingresso nell’assemblea anche Svjatoslav Vakarčuk, cantante di una popolare band ucraina, a capo del nuovo partito Holos (‘Voce’). Rimangono fuori dall’aula diversi altri partiti e personaggi più o meno noti, tra cui la coalizione dell’estrema destra Svoboda – Pravij Sektor – Natskorpus, fermatasi al 2,6%.

Questo nuovo Parlamento consegna dunque a Zelenskij una maggioranza assoluta, che gli permette di non dover cercare per ora alcuna alleanza con altri partiti. Solo nel momento in cui vorrà procedere a una riforma della Costituzione, la nuova maggioranza dovrà cercare degli appoggi esterni per raggiungere i 2/3 dei seggi richiesti – che troverà molto probabilmente tra le fila di ‘Voce’ e quelle di ‘Patria’. E la possibilità di un progetto di riforma costituzionale non sembra certo così astratta, se si pensa al progetto politico alla base del successo di ‘Servo del popolo’. I punti principali potrebbero essere ridotti a due: rinnovamento del sistema politico e lotta alla corruzione. In particolare, si è finora parlato di abolizione dell’immunità parlamentare, di riforma del sistema elettorale (una proposta sull’abbassamento della soglia di sbarramento al 3% è già stata avanzata, ma invano) e di una legge per l’impeachment del presidente. Sul fronte della politica interna, di fronte a un elettorato deluso e frustrato, il progetto di Zelenskij si fonda su una promessa di novità, integrità morale e di una netta cesura rispetto a un passato di corruzione e malapolitica.

Al di là di questa ambiziosa promessa di rinnovamento interno, sarà interessante osservare come l’Ucraina di Zelenskij si posizionerà rispetto alle due grandi questioni di politica estera: il conflitto con i separatisti del Donbass e i rapporti con l’Unione Europea. Sul fronte del conflitto in Donbass, Zelenskij ha più volte promesso la pace, e in piena campagna elettorale, circa un mese fa, si è rivolto direttamente a Putin in un videomessaggio su Facebook,  dicendosi  disposto a negoziare direttamente con il presidente russo. Una rapida soluzione del conflitto ad oggi appare inverosimile. Sembra tuttavia probabile che un nuovo ciclo di negoziazioni prenderà il via nei prossimi mesi, reiterando lo schema degli accordi di Minsk del 2015.

Per ciò che invece riguarda i rapporti con l’Unione Europea e, conseguentemente, quelli con la Russia, Zelenskij si è più volte detto fermamente convinto che la via da seguire sia l’integrazione verso occidente. In un’intervista del 18 giugno scorso per il giornale tedesco Bild, il neo-presidente ha affermato: “Ukraine is already a part of the European family. Ukraine seeks for European integration as the major demand of our people”, rassicurando anche i membri dell’alleanza atlantica sull’affidabilità dell’Ucraina come partner esterno della NATO e sugli sforzi che saranno fatti per entrare nell’alleanza. Le stesse posizioni sono state confermate in sede ufficiale durante la conferenza stampa a seguito del 21° summit Ucraina-UE, tenutosi l’8 luglio a Kiev.

Se da un lato, dunque, l’apertura verso l’Europa appare ben chiara, dall’altro la volontà di negoziare direttamente con la Russia sul Donbass potrebbe essere intesa come una apertura verso est. Appare inoltre ragionevole pensare che di questa ambiguità approfitteranno le opposizioni dei due opposti schieramenti (filorussi ed europeisti), per attaccare presidente e governo dai due lati.

Al di là delle speculazioni politiche, ciò di cui oggi si può essere più certi è che queste elezioni hanno segnato la fine di una campagna elettorale logorante, che ha monopolizzato la scena politica e mediatica per quasi un anno. Se questo sarà anche l’inizio di un nuovo capitolo per la politica ucraina – dopo i cinque anni delle piazze dell’Euromaidan e del declino di Porošenko -, ancora non ci è dato sapere. Per ora, non si può che guardare ai primi segnali di cambiamento e al prossimo 24 agosto, anniversario dell’indipendenza del paese: su decisione di Zelenskij, la tradizionale parata militare non si terrà e i soldi non utilizzati andranno alle forze armate. Lo stesso giorno, sarà probabilmente fissata la data della prima convocazione della neo-eletta assemblea. Di lì in avanti, si potrà osservare se le promesse di Zelenskij saranno mantenute.

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