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Balcani: la nuova via della seta tra sviluppo infrastrutturale e rischi macroeconomici

I primi avvicinamenti diplomatici tra la Cina e i Balcani, soprattutto con l’allora Jugoslavia, datano dagli anni del secondo dopoguerra. Il maresciallo Tito aveva deciso di riconoscere già nel 1949 la Repubblica popolare cinese, ma si recò in visita a Pechino per la prima volta soltanto nel 1977. Infatti, i rapporti diplomatici tra i due paesi si erano temporaneamente sospesi a causa delle differenti relazioni politico-diplomatiche con Mosca.

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Identità nazionale o ‘border correction’?

A distanza di un anno e mezzo dalla chiusura del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, il 17 maggio scorso il Parlamento del Kosovo ha approvato una risoluzione di condanna del ‘genocidio’ commesso dalla Serbia in Kosovo durante la guerra del 1998-1999, chiedendo, inoltre, l’istituzione di un nuovo tribunale che giudichi i crimini di guerra.

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European elections 2019: what are Kremlin’s plans?

The whole international community is waiting for the forthcoming European Parliamentary elections Taking place on 23-26 of May, the elections are expected to be rather complicated for the participants, as far as the traditional balance of political powers is challenged by internal problems and contradictions. However, apart from the internal factors which can affect the results of the future elections, there are external players that also have their own particular interests to promote.

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Zelensky eletto nuovo presidente dell’Ucraina: possibili sviluppi nelle relazioni internazionali

Domenica 21 aprile scorso, l’Ucraina è stata chiamata alle urne per il secondo turno delle presidenziali. Ad essere ammessi al ballottaggio sono stati il comico Volodymyr Zelensky e il presidente uscente Petro Poroshenko. Zelensky è stato eletto come nuovo presidente dell’Ucraina con un sostegno elettorale del 73%.

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La grandezza perduta del Lago d’Aral

Alla frontiera tra Uzbekistan e Kazakistan, il lago d’Aral è stato al centro di uno dei più grandi disastri ambientali degli ultimi decenni. Un tempo grande oasi dell’Asia centrale sfruttata dai pescatori locali, dai primi anni Sessanta ha visto diminuire sempre più la propria estensione a causa di massicci interventi dell’allora Governo sovietico. Si stima che nel 2007 le dimensioni del lago siano giunte al 10% della sua superficie originaria.

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The bad boys of Brexit

 

Ho un messaggio molto semplice per la Russia: sappiamo ciò che state facendo e non ci riuscirete […] Il Regno Unito farà ciò che è necessario per proteggere se stesso e lavoreremo con i nostri alleati allo stesso modo”. Con queste parole, il 13 novembre 2017, Theresa May, premier del governo britannico, attaccava la Russia, colpevole di “cercare di militarizzare l’informazione, utilizzare i media di Stato per introdurre fake stories con l’intento di mettere discordia in Occidente e minacciare le nostre istituzioni”. Poco più di un anno dopo il referendum che aveva sancito la volontà della Gran Bretagna di uscire dall’Unione europea, l’ombra della presenza russa su quella consultazione ha cominciato a farsi strada. Continua a leggere

Le presidenziali ucraine a 5 anni da Maidan L'Ucraina continuerà una politica anti-russa?

Sono passati 5 anni dalle proteste di ‘Euromaidan’, ma le relazioni con la Russia sono peggiorate notevolmente. Il presidente Porošenko non è riuscito a pacificare le regioni orientali e il futuro del Paese potrebbe dipendere dalle prossime elezioni del 31 marzo 2019.

A fine 2013, il presidente filorusso Janukovyč sospese il processo di associazione europea, che avrebbe portato alla firma di un accordo di libero scambio. Quest’ultimo avrebbe stabilito l’accesso ucraino ad alcuni settori del mercato europeo, impedendo di fatto lo sviluppo dell’Unione Economica Eurasiatica, la cui formazione era in corso in quel periodo.

Migliaia di manifestanti europeisti scesero in Piazza Maidan, a Kiev, per protestare contro la politica presidenziale. La repressione da parte della polizia ucraina non fece 

altro che inasprire quella che divenne sempre più una dimostrazione contro il governo in toto.

Iniziarono a registrarsi i primi violenti scontri tra manifestanti e polizia, causando, a fine gennaio, i primi morti. Dopo 125 morti e sotto la pressione dei Ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia, il 21 febbraio le parti arrivarono a un accordo che prevedesse elezioni anticipate e la formazione di un governo ad interim. Il giorno successivo, Janukovyč scappò e il parlamento ucraino fu costretto a instaurare un governo provvisorio.

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Continuano le proteste contro il presidente Vucic Le opposizioni e i manifestanti accusano il governo di "deriva autoritaria"

Di Mario Rafaniello

Da quasi tre mesi, decine di migliaia di persone si riversano nelle strade delle principali città serbe per contestare il presidente Aleksandar Vucic, accusato di mettere a rischio la democrazia attraverso il controllo dell’informazione. Le proteste sono iniziate lo scorso novembre, in seguito ad una violenta aggressione subita dall’esponente dell’opposizione Borko Stefanovic, che accusò Vucic di essere il mandante del pestaggio per via del clima di tensione alimentato dalla sua retorica. In seguito, le opposizioni hanno cominciato a scendere in piazza per chiedere le dimissioni del Presidente. Sulla falsariga di una risposta di Vucic alle richieste dei manifestanti – “non li ascolterei nemmeno se fossero in 5 milioni” -, le opposizioni hanno battezzato la protesta col nome ‘1 di 5 milioni’.

Il 16 gennaio, in migliaia hanno reso omaggio in una manifestazione silenziosa alla memoria di Oliver Ivanovic, uno dei principali leader politici serbo-kosovari e oppositore di Vucic, ucciso un anno fa. Il corteo commemorativo ha marciato mostrando uno striscione con il motto della vittima: “Noi siamo comunque di più”. L’indomani, una folla entusiasta di sostenitori di Vucic ha accolto il presidente russo Vladimir Putin, in visita a Belgrado per discutere alcuni accordi e ribadire il sostegno alla politica estera serba nella questione del Kosovo. Oltre 1.000 gli autobus organizzati dal partito del Presidente serbo per far accorrere i propri sostenitori all’evento.

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Investimenti cinesi in Kazakistan L'influenza cinese porta con sé rischi per l'economia

Il 17 gennaio scorso, durante una visita a Pechino, il primo Ministro kazako, Bakhytzhan Sagintayev, ha concluso un accordo commerciale con il premier cinese Li Keqiang: la società cinese Xiamen Tungsten investirà 750 milioni di dollari in Kazakistan per costruire infrastrutture per l’estrazione del tungsteno, metallo noto per le sue elevate capacità termoresistenti. La Xiamen Tungsten baserà i propri investimenti sull’acquisto della holding kazaka Severniy Katpar.

Le operazioni di estrazione del raro metallo, che inizieranno presumibilmente nel 2023, vedranno coinvolto il sito Upper Karakty, secondo deposito di tungsteno al mondo. L’intesa commerciale sarà il punto di partenza per un notevole impulso all’industria mineraria del Kazakistan: sarà infatti possibile produrre fino a 12.500 tonnellate di tungsteno all’anno.

Un negoziato commerciale di questo tipo tra la Cina e altri Stati dell’Asia centrale non costituisce un caso isolato, ma, al contrario, è solo un tassello di un grande progetto commerciale. La “Belt and road initiative”, nota anche come “Nuova via della Seta”, è stata lanciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013: il suo obiettivo è quello di rigenerare un macro corridoio economico tra Est e Ovest, incentivando il trasporto e la logistica. Gli investimenti cinesi sono diretti verso 65 Paesi, tra cui anche il Kazakistan, snodo centrale per i flussi commerciali. Ad essere coinvolta è tutta la regione dell’Asia Centrale: oltre al Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan.

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