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European elections 2019: what are Kremlin’s plans?

The whole international community is waiting for the forthcoming European Parliamentary elections Taking place on 23-26 of May, the elections are expected to be rather complicated for the participants, as far as the traditional balance of political powers is challenged by internal problems and contradictions. However, apart from the internal factors which can affect the results of the future elections, there are external players that also have their own particular interests to promote.

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Zelensky eletto nuovo presidente dell’Ucraina: possibili sviluppi nelle relazioni internazionali

Domenica 21 aprile scorso, l’Ucraina è stata chiamata alle urne per il secondo turno delle presidenziali. Ad essere ammessi al ballottaggio sono stati il comico Volodymyr Zelensky e il presidente uscente Petro Poroshenko. Zelensky è stato eletto come nuovo presidente dell’Ucraina con un sostegno elettorale del 73%.

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La grandezza perduta del Lago d’Aral

Alla frontiera tra Uzbekistan e Kazakistan, il lago d’Aral è stato al centro di uno dei più grandi disastri ambientali degli ultimi decenni. Un tempo grande oasi dell’Asia centrale sfruttata dai pescatori locali, dai primi anni Sessanta ha visto diminuire sempre più la propria estensione a causa di massicci interventi dell’allora Governo sovietico. Si stima che nel 2007 le dimensioni del lago siano giunte al 10% della sua superficie originaria.

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The bad boys of Brexit

 

Ho un messaggio molto semplice per la Russia: sappiamo ciò che state facendo e non ci riuscirete […] Il Regno Unito farà ciò che è necessario per proteggere se stesso e lavoreremo con i nostri alleati allo stesso modo”. Con queste parole, il 13 novembre 2017, Theresa May, premier del governo britannico, attaccava la Russia, colpevole di “cercare di militarizzare l’informazione, utilizzare i media di Stato per introdurre fake stories con l’intento di mettere discordia in Occidente e minacciare le nostre istituzioni”. Poco più di un anno dopo il referendum che aveva sancito la volontà della Gran Bretagna di uscire dall’Unione europea, l’ombra della presenza russa su quella consultazione ha cominciato a farsi strada. Continua a leggere

Le presidenziali ucraine a 5 anni da Maidan L'Ucraina continuerà una politica anti-russa?

Sono passati 5 anni dalle proteste di ‘Euromaidan’, ma le relazioni con la Russia sono peggiorate notevolmente. Il presidente Porošenko non è riuscito a pacificare le regioni orientali e il futuro del Paese potrebbe dipendere dalle prossime elezioni del 31 marzo 2019.

A fine 2013, il presidente filorusso Janukovyč sospese il processo di associazione europea, che avrebbe portato alla firma di un accordo di libero scambio. Quest’ultimo avrebbe stabilito l’accesso ucraino ad alcuni settori del mercato europeo, impedendo di fatto lo sviluppo dell’Unione Economica Eurasiatica, la cui formazione era in corso in quel periodo.

Migliaia di manifestanti europeisti scesero in Piazza Maidan, a Kiev, per protestare contro la politica presidenziale. La repressione da parte della polizia ucraina non fece 

altro che inasprire quella che divenne sempre più una dimostrazione contro il governo in toto.

Iniziarono a registrarsi i primi violenti scontri tra manifestanti e polizia, causando, a fine gennaio, i primi morti. Dopo 125 morti e sotto la pressione dei Ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia, il 21 febbraio le parti arrivarono a un accordo che prevedesse elezioni anticipate e la formazione di un governo ad interim. Il giorno successivo, Janukovyč scappò e il parlamento ucraino fu costretto a instaurare un governo provvisorio.

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Continuano le proteste contro il presidente Vucic Le opposizioni e i manifestanti accusano il governo di "deriva autoritaria"

Di Mario Rafaniello

Da quasi tre mesi, decine di migliaia di persone si riversano nelle strade delle principali città serbe per contestare il presidente Aleksandar Vucic, accusato di mettere a rischio la democrazia attraverso il controllo dell’informazione. Le proteste sono iniziate lo scorso novembre, in seguito ad una violenta aggressione subita dall’esponente dell’opposizione Borko Stefanovic, che accusò Vucic di essere il mandante del pestaggio per via del clima di tensione alimentato dalla sua retorica. In seguito, le opposizioni hanno cominciato a scendere in piazza per chiedere le dimissioni del Presidente. Sulla falsariga di una risposta di Vucic alle richieste dei manifestanti – “non li ascolterei nemmeno se fossero in 5 milioni” -, le opposizioni hanno battezzato la protesta col nome ‘1 di 5 milioni’.

Il 16 gennaio, in migliaia hanno reso omaggio in una manifestazione silenziosa alla memoria di Oliver Ivanovic, uno dei principali leader politici serbo-kosovari e oppositore di Vucic, ucciso un anno fa. Il corteo commemorativo ha marciato mostrando uno striscione con il motto della vittima: “Noi siamo comunque di più”. L’indomani, una folla entusiasta di sostenitori di Vucic ha accolto il presidente russo Vladimir Putin, in visita a Belgrado per discutere alcuni accordi e ribadire il sostegno alla politica estera serba nella questione del Kosovo. Oltre 1.000 gli autobus organizzati dal partito del Presidente serbo per far accorrere i propri sostenitori all’evento.

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Investimenti cinesi in Kazakistan L'influenza cinese porta con sé rischi per l'economia

Il 17 gennaio scorso, durante una visita a Pechino, il primo Ministro kazako, Bakhytzhan Sagintayev, ha concluso un accordo commerciale con il premier cinese Li Keqiang: la società cinese Xiamen Tungsten investirà 750 milioni di dollari in Kazakistan per costruire infrastrutture per l’estrazione del tungsteno, metallo noto per le sue elevate capacità termoresistenti. La Xiamen Tungsten baserà i propri investimenti sull’acquisto della holding kazaka Severniy Katpar.

Le operazioni di estrazione del raro metallo, che inizieranno presumibilmente nel 2023, vedranno coinvolto il sito Upper Karakty, secondo deposito di tungsteno al mondo. L’intesa commerciale sarà il punto di partenza per un notevole impulso all’industria mineraria del Kazakistan: sarà infatti possibile produrre fino a 12.500 tonnellate di tungsteno all’anno.

Un negoziato commerciale di questo tipo tra la Cina e altri Stati dell’Asia centrale non costituisce un caso isolato, ma, al contrario, è solo un tassello di un grande progetto commerciale. La “Belt and road initiative”, nota anche come “Nuova via della Seta”, è stata lanciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013: il suo obiettivo è quello di rigenerare un macro corridoio economico tra Est e Ovest, incentivando il trasporto e la logistica. Gli investimenti cinesi sono diretti verso 65 Paesi, tra cui anche il Kazakistan, snodo centrale per i flussi commerciali. Ad essere coinvolta è tutta la regione dell’Asia Centrale: oltre al Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan.

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In conflitto dal settant’anni Dal 1945 Russia e Giappone si contendono le Isole Curili

Il 20 gennaio scorso, oltre 500 manifestanti sono scesi in piazza Suvorovskaya, a Mosca, per chiedere al governo di non cedere alle richieste giapponesi riguardo la contesa delle Isole Curili. Le proteste si sono tenute due giorni prima dell’incontro a Mosca tra il presidente russo Vladimir Putin e il primo Ministro giapponese Shinzo Abe per affrontare la questione della sovranità sulle isole.

Le isole Curili sono un arcipelago di più di 50 isole che si trova tra l’isola giapponese Hokkaidō e l’arcipelago russo della Kamčatka. L’arcipelago si trova nel punto in cui il fondale dell’Oceano Pacifico sprofonda sotto la Placca Asiatica: ciò provoca frequenti terremoti e tsunami, i quali rendono la maggior parte delle isole disabitata.

La questione della sovranità sulle isole Curili risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale, motivo per cui Russia e Giappone non hanno mai firmato gli accordi di pace. L’8 agosto 1945, Stalin dichiarò guerra al Giappone con cui, per tutta la durata delle guerra, era rimasto in pace. In pochissimo tempo, l’Unione Sovietica occupò i territori del continente asiatico conquistati dai giapponesi, tra cui le isole Curili.

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“La Repubblica di Macedonia del Nord”: la fine di una lunga controversia Il voto dell’11 gennaio accende le speranze per un accordo definitivo tra Grecia e Macedonia

Di Lucrezia Petricca

L’11 gennaio il Parlamento macedone ha approvato i 4 emendamenti che aprono le porte alla risoluzione della controversia tra Grecia e Macedonia, durata più di 25 anni. Si è infatti riusciti a raggiungere la maggioranza dei 2/3 necessaria per attuare delle modifiche al testo costituzionale: esse riguardano il nome dello Stato balcanico, il rispetto della sovranità, il principio dell’integrità territoriale e il principio della non ingerenza negli affari di Paesilimitrofi.

L’intera fase di votazione si è contraddistinta per le lunghe trattative politiche. Per ottenere gli otto voti utili per la maggioranza, il primo ministro Zaev è dovuto scendere a compromessi con alcuni parlamentari del partito d’opposizione VMRO-DPMNE. Secondo alcuni osservatori, ci sarebbe dietro l’ombra dell’amnistia per i fatti legati all’assalto all’Assemblea del 2017.

La disputa tra i due paesi è iniziata nel 1991, anno dell’indipendenza della Macedonia. Per questioni culturali, storiche e nazionali, la penisola ellenica non ha mai apertamente riconosciuto la sovranità macedone, contestando, in particolare, l’utilizzo del nome costituzionale “Repubblica di Macedonia”.Di fronte a questo impasse, l’ONU ha tentato di dirimerela controversia, riconoscendo la Macedonia membro delle Nazioni Unite con il nome FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia). Continua a leggere