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La tratta orientale dei migranti

Il 26 settembre le Nazioni Unite sono intervenute in tema di migrazione, manifestando una forte preoccupazione nei confronti della Bosnia. La nazione è stata invitata, in particolare, a riconsiderare la collocazione dei migranti e a non costringere gli stessi ad abitare in zone insicure. Circa 800 migranti vivono infatti a Vučjak, località situata a 5 km da Bihac, al confine con la Croazia. La forte angoscia delle Nazioni Unite è dovuta al fatto che il campo profughi è stato installato in una ex discarica, dismessa qualche anno fa, e che, di conseguenza, le condizioni igienico-sanitarie siano assolutamente scarse e nocive per la salute.

Il campo di Vučjak è uno dei tanti campi profughi bosniaci non ufficiali, l’unico a non essere gestito dall’Organizzazione Internazionale per la Migrazione, ma dalla Croce Rossa di Bihac, che fornisce assistenza agli stessi migranti. Tenendo conto dell’inadeguata condizione in cui versano i migranti, sorge spontaneo chiedersi quale sia la ragione dell’esistenza di un campo come quello di Vučjak.

La causa andrebbe ricercata nella crisi politica interna alla stessa Bosnia, retaggio forse degli accordi di Dayton, siglati nel 1995 per porre fine al conflitto bosniaco. Tali accordi hanno riconosciuto e previsto l’esistenza di due entità: la Federazione Croato-Musulmana, suddivisa in 10 cantoni, e la Repubblica Serba. Secondo il  Relatore speciale ONU sui diritti umani dei migranti, tali accordi hanno pregiudicato la gestione dei migranti da parte della Bosnia proprio perché hanno permesso una divisione etnica e amministrativa. È stato infatti uno dei cantoni, Una-Sana, a volere il campo profughi a Vučjak, accusando il Governo centrale di non aver fornito alcun aiuto in materia di gestione dei migranti.

Il campo profughi di Vucjak costituisce una tappa della cosiddetta ‘rotta balcanica’ verso l’Europa. Nota anche come rotta del Mediterraneo orientale, rappresenta la tratta percorsa dai migranti, provenienti per lo più dal Medio Oriente, attraverso i Balcani. La rotta balcanica costituisce una delle principali vie di accesso in Europa sin dagli anni ’90, quando, in seguito alla caduta del muro di Berlino, i cittadini di Albania e Kosovo sono emigrati principalmente in Germania e Italia, per sfuggire alla crisi politica ed economica che dilagava nei loro paesi.

Nel 1991 si è verificato “il primo grande esodo” dall’Albania: circa 20.000 migranti sono sbarcati nei porti di Bari e Brindisi, con la speranza di beneficiare di condizioni di vita migliori.

Soltanto a partire dal 2012, le migrazioni sono divenute sempre più massicce, poiché un numero considerevole di migranti, sempre di origine balcanica, ha potuto accedere in Unione Europea senza dover richiedere un visto. Considerando il periodo che va dal 2012 al 2014, le stime parlano di un aumento di circa 90.000 migranti: i dati Frontex riferiscono che, nel 2012, hanno percorso la rotta quasi 6.400 migranti, nel 2013 quasi 20.000, mentre nel 2014 oltre 40.000. Il 2015 è stato l’anno in cui si è registrato il picco del flusso migratorio: ad  attraversare la rotta balcanica sono stati infatti circa 800.000 migranti provenienti dal Medio Oriente, ‘soltanto’ 500.000 in autunno.

Il dato interessante e degno di nota è il cambiamento della provenienza etnica dei migranti: negli ultimi periodi coloro che tentano di arrivare in Europa attraverso la rotta sono di origine siriana e mediorientale. Si tratta di persone che fuggono da paesi afflitti dalla guerra, come Siria, Afghanistan, Iraq ed il Corno d’Africa, e che cercano rifugio in Europa.

Oltre ad interessare l’area balcanica, la tratta vede coinvolte la Turchia e la Grecia, che costituiscono i primi paesi attraversati dai migranti. Partendo dalle coste della Turchia, i migranti sbarcano sulle isole greche di Kos, Lesbo e Samo, dove vengono sistemati nei centri di accoglienza, in attesa di riprendere il loro cammino.

Molte ONG, come Oxfam e Medici Senza Frontiere, però, ultimamente hanno denunciato la carenza di assistenza medica e le violenze a cui sono esposti i migranti negli stessi centri, facendo appello ad un intervento da parte dell’Unione Europea.

Dopo le isole greche, i migranti proseguono il loro cammino per giungere al porto del Pireo: da qui, alcuni si dirigono in Macedonia del Nord, altri scelgono di avviarsi verso Salonicco per poi raggiungere il campo profughi macedone di Gevgelija, gestito dall’UNHCR. La traversata della Macedonia del Nord costituisce una tappa fondamentale della rotta balcanica, dalla quale i migranti riescono ad arrivare a Presevo, in Serbia, e poi in Ungheria, primo paese dell’Unione.

Diverse sono state le reazioni dei paesi e delle popolazioni innanzi a un flusso migratorio che ha raggiunto il suo picco nel 2015. A dispetto di un generale atteggiamento di accoglienza da parte della popolazione, le condotte dei governi si sono dimostrate a volte più restrittive e orientate a logiche emergenziali. In tal senso, nel 2017, la Slovenia,  l’Austria e l’Ungheria hanno preso alcune misure volte a impedire l’ingresso nel paese nei casi in cui venisse messo in pericolo l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato. In particolare, il provvedimento preso in Slovenia, di durata semestrale e prorogabile, conferiva alla polizia il potere di respingere i migranti, anche se richiedenti asilo. La norma, definita dal ministro dell’interno Vesna Györkös Žnidar “urgente e adeguata”, doveva essere approvata dalla maggioranza dei due terzi del parlamento, su proposta del governo.

L’intervento dell’Unione Europea è giunto nel 2016, con l’intento di fermare le migrazioni irregolari e bloccare il modello dei trafficanti di esseri umani. L’accordo UE-Turchia prevede, fra i vari punti, il respingimento dei migranti in Turchia, se questi non fanno domanda d’asilo in Grecia. La condizione principale dell’accordo è il versamento di 3 miliardi di euro a favore della Turchia, da utilizzare per gestire i centri di accoglienza.

Primo effetto di questo accordo è stato la chiusura della rotta balcanica. Secondariamente, le richieste di asilo in Grecia sono triplicate: nel 2018 a Lesbo sono pervenute oltre 17.000 domande.

Per di più, sono state avviate numerose inchieste al fine di verificare la trasparenza sull’utilizzo dei fondi perché, di fatto, i migranti sono rimasti bloccati nei centri di accoglienza delle isole greche, in condizioni precarie e disumane, proprio a causa della lentezza delle procedure. Inoltre, urge considerare che l’accordo non ha di fatto fermato il flusso migratorio; da circa un paio d’anni, infatti, si è iniziato a parlare di ‘nuova rotta balcanica’.

Rispetto al 2015, il cammino percorso risulta essere diverso e rivolto più ad ovest. I paesi attraversati dalla nuova rotta balcanica e maggiormente coinvolti sono la Bosnia e la Croazia, luoghi in cui spesso i diritti umani vengono calpestati e in cui si osservano continue e ripetute violenze sui migranti.

Lo stesso avviene, ad esempio, nello stesso campo di Vucjak.

La calda estate di Mosca, tra arresti e proteste anti-Putin

Con il voto dello scorso 8 settembre si è conclusa la difficile estate vissuta da Mosca. Nella capitale russa gli elettori erano chiamati a rinnovare la composizione del consiglio comunale. L’esclusione a metà luglio dei candidati indipendenti oppositori di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, ha scatenato accese proteste. Arresti di massa e numerosi episodi di violenza tra manifestanti e forze dell’ordine hanno provocato la ferma reazione anche delle istituzioni europee e delle associazioni per i diritti umani.


In luglio, il Comitato elettorale centrale aveva respinto 56 delle 228 candidature ufficialmente registrate per concorrere al rinnovamento del consiglio comunale di Mosca. La maggior parte degli esclusi erano candidati presentatisi come indipendenti, ma legati all’opposizione. Questo tipo di candidatura richiede una raccolta firme (circa 5.000) presso l’elettorato, pari al 3% dei votanti del distretto in cui ci si intende candidare. La decisione di respingere molte candidature contestando proprio il numero delle firme raccolte ha provocato le proteste degli esclusi dal voto di settembre.

Tra questi ultimi i nomi più noti sono quelli del presidente del municipio di Krasnoselsky Ilya Yashin, dell’oppositore Dmitry Gudkov e dell’avvocatessa Ljubov Sobol. Quest’ultima è stata, insieme al noto dissidente Alexey Navalny, tra i promotori della serie di manifestazioni antigovernative iniziate il 14 luglio scorso. Migliaia di persone da allora si sono riunite regolarmente ogni fine settimana per chiedere la riammissione dei candidati esclusi e trasparenza nelle elezioni.

Una delle più imponenti proteste si è svolta il 27 luglio: sono stati arrestati oltre 1.300 manifestanti, secondo la ONG Ovd-Info. Inoltre, più di 50.000 persone avrebbero partecipato ai cortei del 10 agosto, come riporta la ONG White Counter. Secondo Konstantin Gaaze, studioso del think tank Carnegie Moscow intervistato da una testata russa, la massiccia aderenza “invia un segnale molto forte”. Tuttavia bisogna tener conto della reale portata di queste cifre, considerando i 12 milioni di abitanti della capitale russa.

Il voto di Mosca si è svolto durante una più ampia tornata elettorale, che ha coinvolto gran parte della Federazione. Oltre alla Duma moscovita, si è votato per il rinnovo di 16 governatori e di 13 deputati regionali. Mentre nel resto del territorio russo la leadership di Putin non è stata messa in discussione, nella capitale il suo partito ha perso terreno. Mentre i seggi occupati dai consiglieri vicini a Russia Unita sono scesi da 38 a 25 sui 45 totali, le forze d’opposizione sono salite da 7 a 20. I seggi persi sono stati assegnati al Partito Comunista, al partito Jabloko e a Russia Giusta. Ufficialmente Russia Unita non ha partecipato alle elezioni per il consiglio comunale: si sono presentati come indipendenti almeno 43 candidati legati al partito di Vladimir Putin. La scelta è dovuta probabilmente ai sondaggi negativi nei confronti degli esponenti di Russia Unita. Tra questi, uno riportato dalla testata Meduza vedeva solo il 22% degli abitanti di Mosca favorevoli a un candidato espressione dell’attuale governo. Un altro sondaggio proposto da Levada Center indicava al 28% la percentuale di gradimento verso il partito di Putin.Un risultato probabilmente figlio dei duri mesi di protesta che hanno animato le strade di Mosca prima del voto. Un contributo decisivo è stato fornito anche da Alexey Navalny. Arrestato durante le proteste estive e poi rilasciato, negli ultimi anni è diventato l’esponente principale delle forze antisistema. Si deve a Navalny l’idea del voto intelligente’, strategia con la quale era possibile suggerire all’elettore (tramite un’applicazione) il candidato che avrebbe potuto danneggiare quello legato a Putin.

Nell’arco dei mesi di protesta anche altre personalità di spicco della scena politica e sociale russa sono state arrestate. Ilya Yashin, presidente del municipio di Krasnoselsky e tra gli esclusi al voto per la Duma moscovita, ha subito una serie di arresti consecutivi, denunciati anche da Amnesty International. La nota organizzazione per i diritti umani, nella medesima occasione, ha riportato anche la situazione dell’attivista Konstantinov Kotov, condannato a quattro anni di reclusione per aver partecipato a proteste non autorizzate. L’indagine riguardo le accuse a Kotov è durata solo pochi giorni. È stato scarcerato invece il 20 settembre l’attore Pavel Ustinov, inizialmente condannato a tre anni e mezzo di reclusione per aver lussato la spalla a un poliziotto, al momento dell’arresto.

Suo malgrado è diventato simbolo delle proteste Yegor Zhukov, giovane studente arrestato ad agosto per alcuni video pubblicati sui social che, secondo le autorità, istigherebbero ad atti di estremismo. Subito dopo il provvedimento, è partita una petizione promossa sia studenti che da professori universitari, nella quale si chiede anche il rilascio di tutti gli altri attivisti incarcerati. I manifestanti, da allora, hanno fatto propria la causa di Zhukov, scendendo in piazza con migliaia di volantini per reclamarne la libertà.

Tutte le persone private della libertà per aver partecipato alle proteste di quest’estate sono

prigionieri politici”, ha affermato in una dichiarazione Oleg Orlov, direttore del Centro per i Diritti Umani, a proposito di questo complicato scenario. Le proteste di luglio e agosto hanno registrato un bilancio di migliaia di detenuti e di numerosi procedimenti penali. Alcuni dei manifestanti arrestati, come Ljubov Sobol, hanno iniziato anche scioperi della fame.

Nei confronti di numerosi manifestanti sono stati intentati dei procedimenti penali da parte del Comitato investigativo. Alcuni media russi hanno ribattezzato questa preoccupante situazione come ‘Moskovskoe delo’, il ‘caso Mosca’. Le violenze avvenute negli scontri tra manifestanti e polizia hanno suscitato la reazione delle istituzioni europee. La presidentessa dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa Liliane Maury Pasquier, a ridosso degli avvenimenti, ha definito gli arresti di massa una “reazione sproporzionata”.  Il Servizio di Azione esterna dell’UE, in un comunicato del 27 luglio, a altresì espresso la propria preoccupazione.
Il 6 settembre, Amnesty International ha parlato di “attacchi senza precedenti” ai diritti umani avvenuti nel periodo pre-elezioni. La direttrice della sezione russa di Amnesty, Natalia Zviagina, ha denunciato in una dichiarazione gli oltre 2.600 arresti avvenuti, nonostante le proteste fossero state “sostanzialmente pacifiche”.


L’Ucraina torna al voto: Zelenskij vince ancora

Domenica 21 luglio, a tre mesi esatti dal secondo turno delle presidenziali, l’Ucraina si è recata ancora alle urne, questa volta per rinnovare il Parlamento. Previste per la fine di ottobre, ma anticipate tramite decreto presidenziale, queste elezioni politiche hanno segnato la seconda vittoria elettorale del neo-presidente Volodymyr Zelenskij e del suo partito Sluha narodu (‘Servo del popolo’).

Forte dell’ampio consenso ottenuto in aprile, Zelenskij ha preferito non aspettare il 27 ottobre per procedere alle votazioni parlamentari. Attendere ottobre, difatti, avrebbe significato trascorrere i primi mesi del suo mandato con un’assemblea parlamentare in mano alla maggioranza del presidente uscente, Petro Porošenko. Questa ipotesi di ‘coabitazione’, tipica dei sistemi semipresidenziali, avrebbe comportato per il neo-eletto un rischio concreto di perdita di consensi. Invece, con una data posta a così breve distanza, la scelta di Zelenskij si è rivelata strategica, avendo ottenuto un risultato ben al di sopra delle aspettative. Ad oggi, ‘Servo del popolo’ può contare su una maggioranza di 253 seggi sui 450 della Verkhovna Rada, l’assemblea monocamerale ucraina (in realtà 424, non potendosi considerare i 26 collegi uninominali delle aree separatiste del Donbass).

A rafforzare il successo del partito presidenziale è l’ampio distacco che lo separa dalle altre forze politiche. Soltanto altri quattro partiti sono riusciti a superare la soglia del 5% ed entrare in parlamento; il primo tra questi per numero di voti ha ottenuto il 13% dei consensi, di fronte al 43% di Servo del popolo. Si tratta di Opozycijna platforma – Za Žyttja (‘Piattaforma di opposizione – Per la vita’), secondo arrivato di questa tornata elettorale. Comunemente considerato come filorusso e guidato da Viktor Medvedčuk, il partito ha ottenuto in totale 103 seggi. Non a poca distanza, con un consenso circa dell’8% e con 24 seggi ciascuno, si trovano i due grandi sconfitti di queste elezioni: Petro Porošenko e Julija Tymošenko. L’ex-presidente e il suo partito, Evropejs’ka Solidarnist (‘Solidarietà Europea’), già pesantemente sconfitti alle presidenziali, passano così da essere forza di governo a partito di opposizione. Da parte sua, Tymošenko, alla guida di Bat’kyvščyna (‘Patria’), che già arrivava dal 5% delle politiche del 2014, sembra rimanere confinata a un ruolo politico marginale. Infine, ottenendo il 5,84% e 20 seggi, fa il suo ingresso nell’assemblea anche Svjatoslav Vakarčuk, cantante di una popolare band ucraina, a capo del nuovo partito Holos (‘Voce’). Rimangono fuori dall’aula diversi altri partiti e personaggi più o meno noti, tra cui la coalizione dell’estrema destra Svoboda – Pravij Sektor – Natskorpus, fermatasi al 2,6%.

Questo nuovo Parlamento consegna dunque a Zelenskij una maggioranza assoluta, che gli permette di non dover cercare per ora alcuna alleanza con altri partiti. Solo nel momento in cui vorrà procedere a una riforma della Costituzione, la nuova maggioranza dovrà cercare degli appoggi esterni per raggiungere i 2/3 dei seggi richiesti – che troverà molto probabilmente tra le fila di ‘Voce’ e quelle di ‘Patria’. E la possibilità di un progetto di riforma costituzionale non sembra certo così astratta, se si pensa al progetto politico alla base del successo di ‘Servo del popolo’. I punti principali potrebbero essere ridotti a due: rinnovamento del sistema politico e lotta alla corruzione. In particolare, si è finora parlato di abolizione dell’immunità parlamentare, di riforma del sistema elettorale (una proposta sull’abbassamento della soglia di sbarramento al 3% è già stata avanzata, ma invano) e di una legge per l’impeachment del presidente. Sul fronte della politica interna, di fronte a un elettorato deluso e frustrato, il progetto di Zelenskij si fonda su una promessa di novità, integrità morale e di una netta cesura rispetto a un passato di corruzione e malapolitica.

Al di là di questa ambiziosa promessa di rinnovamento interno, sarà interessante osservare come l’Ucraina di Zelenskij si posizionerà rispetto alle due grandi questioni di politica estera: il conflitto con i separatisti del Donbass e i rapporti con l’Unione Europea. Sul fronte del conflitto in Donbass, Zelenskij ha più volte promesso la pace, e in piena campagna elettorale, circa un mese fa, si è rivolto direttamente a Putin in un videomessaggio su Facebook,  dicendosi  disposto a negoziare direttamente con il presidente russo. Una rapida soluzione del conflitto ad oggi appare inverosimile. Sembra tuttavia probabile che un nuovo ciclo di negoziazioni prenderà il via nei prossimi mesi, reiterando lo schema degli accordi di Minsk del 2015.

Per ciò che invece riguarda i rapporti con l’Unione Europea e, conseguentemente, quelli con la Russia, Zelenskij si è più volte detto fermamente convinto che la via da seguire sia l’integrazione verso occidente. In un’intervista del 18 giugno scorso per il giornale tedesco Bild, il neo-presidente ha affermato: “Ukraine is already a part of the European family. Ukraine seeks for European integration as the major demand of our people”, rassicurando anche i membri dell’alleanza atlantica sull’affidabilità dell’Ucraina come partner esterno della NATO e sugli sforzi che saranno fatti per entrare nell’alleanza. Le stesse posizioni sono state confermate in sede ufficiale durante la conferenza stampa a seguito del 21° summit Ucraina-UE, tenutosi l’8 luglio a Kiev.

Se da un lato, dunque, l’apertura verso l’Europa appare ben chiara, dall’altro la volontà di negoziare direttamente con la Russia sul Donbass potrebbe essere intesa come una apertura verso est. Appare inoltre ragionevole pensare che di questa ambiguità approfitteranno le opposizioni dei due opposti schieramenti (filorussi ed europeisti), per attaccare presidente e governo dai due lati.

Al di là delle speculazioni politiche, ciò di cui oggi si può essere più certi è che queste elezioni hanno segnato la fine di una campagna elettorale logorante, che ha monopolizzato la scena politica e mediatica per quasi un anno. Se questo sarà anche l’inizio di un nuovo capitolo per la politica ucraina – dopo i cinque anni delle piazze dell’Euromaidan e del declino di Porošenko -, ancora non ci è dato sapere. Per ora, non si può che guardare ai primi segnali di cambiamento e al prossimo 24 agosto, anniversario dell’indipendenza del paese: su decisione di Zelenskij, la tradizionale parata militare non si terrà e i soldi non utilizzati andranno alle forze armate. Lo stesso giorno, sarà probabilmente fissata la data della prima convocazione della neo-eletta assemblea. Di lì in avanti, si potrà osservare se le promesse di Zelenskij saranno mantenute.

Balcani: la nuova via della seta tra sviluppo infrastrutturale e rischi macroeconomici

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Identità nazionale o ‘border correction’?

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