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SPECIALE – Anni ’20: la fine del multilateralismo?

Di Alessandra Mozzi e Nicola Ortu

Nell’opera The World in Depression, lo storico dell’economia Charles Kindleberger spiegava le conseguenze della crisi degli anni Venti del secolo scorso con il declino relativo della Gran Bretagna e la sua conseguente incapacità di stabilizzare il sistema internazionale. La conclusione di Kindleberger, in sostanza, sarebbe che “affinchè l’economia mondiale sia stabilizzata, deve esserci un unico stabilizzatore. Se vi è un’epoca in cui le tesi di Kindleberger sembrano aver ottenuto piena conferma, questa è il periodo 1945-1991.

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INTERVISTA – Multilateralismo in crisi o in cambiamento: l’intervento di Anna Caffarena

La politica internazionale è entrata, con l’inizio degli anni ‘20, in una fase di profonda trasformazione. L’emergere della Cina, il declino relativo degli Stati Uniti e la trasformazione in senso pluralista del sistema internazionale pongono numerose sfide al principio che più di tutti ha dato forma alle relazioni internazionali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: il multilateralismo. Per analizzarne le costanti evoluzioni e allargare lo sguardo sulle sue prospettive future, MSOIthePost ha intervistato Anna Caffarena, professoressa di Relazioni Internazionali dell’Università di Torino. 

Multilateralismo è un termine poco utilizzato nel dibattito pubblico e di non sempre facile identificazione. Cosa si intende con multilateralismo e da quando se ne parla? 

Anna Caffarena

Il multilateralismo è un modello di organizzazione della cooperazione internazionale. Quando i membri della comunità internazionale, nell’Ottocento, hanno realizzato di avere alcuni problemi importanti in comune, e che affrontarli attraverso ripetute conferenze internazionali non era più una soluzione adeguata, hanno individuato alcuni principi sui quali costruire vere e proprie organizzazioni internazionali che consentissero loro di elaborare e implementare soluzioni condivise. Il multilateralismo è appunto il modello scelto dagli stati dell’epoca per contemperare due esigenze: tutelare la propria autonomia e risolvere problemi che non potevano essere affrontati individualmente

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Crisi del Donbass: sei anni di espedienti multilaterali

I tentativi di accordi multilaterali per la risoluzione del conflitto nel Donbass continuano a subire duri colpi e il raggiungimento della pace nella regione appare sempre più lontano. Neanche la pandemia, che sta mettendo in ginocchio l’intera comunità internazionale, è riuscita a fermare gli scontri. Ad oggi, impedire la diffusione del virus e monitorare la situazione sanitaria rappresentano un’enorme sfida che ha messo a dura prova l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), incaricata di prestare assistenza alla popolazione. Numerose volte, infatti, i separatisti hanno impedito all’Organizzazione di accedere alle due regioni del Donbass, come riporta EastJournal. Nonostante gli appelli del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres per il cessate il fuoco (due dall’inizio dell’emergenza), la regione è ancora teatro di guerra.

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Il multilateralismo secondo la Russia

Era il 1996 quando l’allora ministro degli Esteri russo, Evgenij Primakov, considerando inaccettabile la presenza statunitense nel Golfo Persico, sviluppò la Dottrina Primakov. Fondamento principale della stessa era la volontà russa di scardinare il mondo unipolare, guidato dagli Stati Uniti, che si stava sviluppando in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Primakov auspicava la creazione di un mondo multipolare, dove non solo gli Stati Uniti, ma anche altri centri di potere regionale come l’Europa, la Cina, l’India e, appunto, la Russia potessero avere un ruolo rilevante. 

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NATO e Balcani: la Macedonia del Nord diventa il 30° membro dell’alleanza atlantica

Con il deposito dello strumento di adesione presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, lo scorso 27 marzo la Macedonia del Nord è diventata ufficialmente il trentesimo stato membro della NATO. Mentre la politica macedone cerca oggi di far fronte comune nella gestione dell’emergenza Covid-19, questo successo diplomatico segna la fine di un lungo processo di trattative e concessioni, che può essere letto sia come un risultato del governo sia come una mossa nel più ampio scacchiere geopolitico balcanico.

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Pari opportunità nel settore pubblico e privato: il caso della Bosnia Erzegovina

In Bosnia ed Erzegovina sono state intraprese molte azioni per ridurre il divario tra uomini e donne, soprattutto nel settore dell’impiego. Tuttavia, la disparità di genere non ha le sue radici tanto in contingenze politiche particolari, quanto piuttosto in retaggi culturali tradizionali di lungo periodo. Può essere utile, dunque, osservare quanta efficacia queste misure abbiano avuto finora.

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Libertà della ricerca: pericoli e repressione nel mondo

Di Lara Aurelie Kopp-Isaia, Sandro Maranetto, Francesco Mollo.

A cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Charles W. Eliot, il preside di Harvard che ha trasformato il college di Boston in un importantissimo centro di ricerca, espose per la prima volta le sue idee sul tema della “libertà accademica” in un editoriale pubblicato all’interno della celebre rivista Science. Secondo Eliot, la libertà accademica è un valore fondativo ed essenziale e possiede tre dimensioni tra di loro correlate: libertà dell’insegnante, libertà dello studente, libertà e autonomia delle università. Queste libertà devono essere difese dalla tirannia della maggioranza, nonché dal pensiero dominante. Nel 1997, James Turk, direttore del Centro per la libertà d’espressione presso l’università canadese di Ryerson, ha riformulato il concetto spiegando che la libertà accademica “ha quattro componenti: libertà di insegnamento, libertà di ricerca, libertà di espressione intramurale e libertà di espressione extramurale”.

Anche l’UNESCO ha parlato di libertà di ricerca e accademica all’interno delle Raccomandazioni del 1997, dove definisce la libertà accademica come “il diritto […] alla libertà di insegnamento e di discussione, alla libertà di condurre ricerche e alla diffusione e pubblicazione dei risultati delle stesse, alla libertà di esprimere liberamente la propria opinione sull’istituzione o sul sistema in cui lavorano, libertà dalla censura istituzionale e libertà di partecipare a organismi accademici professionali o rappresentativi”.

Ad oggi, tali libertà sono quotidianamente minacciate in diverse parti del mondo, dalla Cina al Medio Oriente, passando per i paesi occidentali. 

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L’indipendenza dell’Armenia e le possibilità della ricerca

Durante le giornate del 26 e del 27 febbraio si è tenuto ad Addis Abeba il VI Congresso Mondiale per la libertà della ricerca scientifica, organizzato dalla Associazione Luca Coscioni e dalla piattaforma Science for Democracy. Il cuore del dibattito è stato il diritto alla scienza e la libertà di ricerca, con un particolare focus sul ruolo delle donne nell’ambito della ricerca scientifica.

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Cambio di governo e riforme costituzionali: cosa cambia nella Russia di Putin

Quando nel primo pomeriggio del 15 gennaio Vladimir Putin ha cominciato il suo annuale discorso sullo stato della nazione di fronte ai membri dell’Assemblea Federale, in pochi si aspettavano dichiarazioni o annunci sorprendenti. La sera di quello stesso giorno, invece, la Federazione Russa aveva un nuovo primo ministro, prontamente indicato dal Cremlino dopo le dimissioni dell’uscente Medvedev, mentre la camera bassa del Parlamento si preparava a ricevere la proposta di riforma costituzionale annunciata dal presidente russo alla fine del suo discorso. A poco più di un mese di distanza, la situazione sembra essersi stabilizzata e l’iter di riforma avviato. Ma molti dubbi sulla rapidità degli avvenimenti, sul contenuto esatto della riforma e sulle ragioni di questo cambio improvviso restano aperti.

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SPECIALE – Tecnologia e geopolitica: tra utopia e distopia

Di Mattia Elia e Mattia Fossati, coordinati da Alberto Mirimin

Per definire la situazione geopolitica odierna è stata utilizzata nel dibattito pubblico (come ad esempio in questa conferenza con alcuni analisti della rivista Limes) l’espressione “guerra fredda della tecnologia”, a sottolineare come sempre di più gli scontri nell’arena politica internazionale abbiano come oggetto proprio la tecnologia.

In questo contesto, essa viene intesa soprattutto come tecnologia digitale: Internet, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e il trattamento di personal data. Ma non solo: il progresso tecnologico si può intendere anche come miglioramento delle tecniche presenti in un dato settore, al fine di ottenere una maggiore efficienza dal punto di vista economico. Anche questo secondo aspetto dello sviluppo tecnologico può avere pesanti implicazioni geopolitiche ed economiche. Basti pensare, ad esempio, ai crescenti investimenti nell’ambito delle tecniche estrattive del petrolio.

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