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Investimenti cinesi in Kazakistan L'influenza cinese porta con sé rischi per l'economia

Il 17 gennaio scorso, durante una visita a Pechino, il primo Ministro kazako, Bakhytzhan Sagintayev, ha concluso un accordo commerciale con il premier cinese Li Keqiang: la società cinese Xiamen Tungsten investirà 750 milioni di dollari in Kazakistan per costruire infrastrutture per l’estrazione del tungsteno, metallo noto per le sue elevate capacità termoresistenti. La Xiamen Tungsten baserà i propri investimenti sull’acquisto della holding kazaka Severniy Katpar.

Le operazioni di estrazione del raro metallo, che inizieranno presumibilmente nel 2023, vedranno coinvolto il sito Upper Karakty, secondo deposito di tungsteno al mondo. L’intesa commerciale sarà il punto di partenza per un notevole impulso all’industria mineraria del Kazakistan: sarà infatti possibile produrre fino a 12.500 tonnellate di tungsteno all’anno.

Un negoziato commerciale di questo tipo tra la Cina e altri Stati dell’Asia centrale non costituisce un caso isolato, ma, al contrario, è solo un tassello di un grande progetto commerciale. La “Belt and road initiative”, nota anche come “Nuova via della Seta”, è stata lanciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013: il suo obiettivo è quello di rigenerare un macro corridoio economico tra Est e Ovest, incentivando il trasporto e la logistica. Gli investimenti cinesi sono diretti verso 65 Paesi, tra cui anche il Kazakistan, snodo centrale per i flussi commerciali. Ad essere coinvolta è tutta la regione dell’Asia Centrale: oltre al Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan.

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In conflitto dal settant’anni Dal 1945 Russia e Giappone si contendono le Isole Curili

Il 20 gennaio scorso, oltre 500 manifestanti sono scesi in piazza Suvorovskaya, a Mosca, per chiedere al governo di non cedere alle richieste giapponesi riguardo la contesa delle Isole Curili. Le proteste si sono tenute due giorni prima dell’incontro a Mosca tra il presidente russo Vladimir Putin e il primo Ministro giapponese Shinzo Abe per affrontare la questione della sovranità sulle isole.

Le isole Curili sono un arcipelago di più di 50 isole che si trova tra l’isola giapponese Hokkaidō e l’arcipelago russo della Kamčatka. L’arcipelago si trova nel punto in cui il fondale dell’Oceano Pacifico sprofonda sotto la Placca Asiatica: ciò provoca frequenti terremoti e tsunami, i quali rendono la maggior parte delle isole disabitata.

La questione della sovranità sulle isole Curili risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale, motivo per cui Russia e Giappone non hanno mai firmato gli accordi di pace. L’8 agosto 1945, Stalin dichiarò guerra al Giappone con cui, per tutta la durata delle guerra, era rimasto in pace. In pochissimo tempo, l’Unione Sovietica occupò i territori del continente asiatico conquistati dai giapponesi, tra cui le isole Curili.

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“La Repubblica di Macedonia del Nord”: la fine di una lunga controversia Il voto dell’11 gennaio accende le speranze per un accordo definitivo tra Grecia e Macedonia

Di Lucrezia Petricca

L’11 gennaio il Parlamento macedone ha approvato i 4 emendamenti che aprono le porte alla risoluzione della controversia tra Grecia e Macedonia, durata più di 25 anni. Si è infatti riusciti a raggiungere la maggioranza dei 2/3 necessaria per attuare delle modifiche al testo costituzionale: esse riguardano il nome dello Stato balcanico, il rispetto della sovranità, il principio dell’integrità territoriale e il principio della non ingerenza negli affari di Paesilimitrofi.

L’intera fase di votazione si è contraddistinta per le lunghe trattative politiche. Per ottenere gli otto voti utili per la maggioranza, il primo ministro Zaev è dovuto scendere a compromessi con alcuni parlamentari del partito d’opposizione VMRO-DPMNE. Secondo alcuni osservatori, ci sarebbe dietro l’ombra dell’amnistia per i fatti legati all’assalto all’Assemblea del 2017.

La disputa tra i due paesi è iniziata nel 1991, anno dell’indipendenza della Macedonia. Per questioni culturali, storiche e nazionali, la penisola ellenica non ha mai apertamente riconosciuto la sovranità macedone, contestando, in particolare, l’utilizzo del nome costituzionale “Repubblica di Macedonia”.Di fronte a questo impasse, l’ONU ha tentato di dirimerela controversia, riconoscendo la Macedonia membro delle Nazioni Unite con il nome FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia). Continua a leggere

Nastya Rybka: la modella che aveva le prove sul Russiagate Arrestata la modella che ha fatto tremare Russia e USA

Anastasia Vashukevich, anche nota come Nastya Rybka, modella bielorussadivenuta famosa per le sue dichiarazioni relative al Russiagate,è stataarrestatail 17 gennaio all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca, insieme al sex-guru(e suo mentore) Aleksandr Kirillov e ad altre 2 persone, con l’accusa di favoreggiamento della prostituzione.

Nastya Rybka era balzata agli onori della cronaca internazionale quando, nel febbraio 2018, l’attivista e oppositore russo Alexei Navalny aveva pubblicato una serie di video e foto che ritraevano la modella bielorussa, insieme all’allora vice primo ministro russo Sergei Prikhodko, sullo yacht di Oleg Deripaska. Deripaska è uno dei più potenti oligarchi russi, molto vicino a Vladimir Putin e amico di Paul Manafort, ex consigliere della campagna elettorale di Donald Trump. Nei documenti pubblicati da Navalny, Vashukevich dichiarava di aver avuto una relazione con Deripaska e, soprattutto, sosteneva di avere delle registrazioni nelle quali il tycoonrusso ammetteva l’interferenza russa nelle elezioni americane del 2016. Continua a leggere

Gli studenti albanesi chiedono un cambiamento dell’Università La recente tassa sui crediti è stata la scintilla che ha dato inizio alle manifestazioni

Il 4 dicembre, a Tirana, hanno avuto luogo le prime manifestazioni studentesche, dove migliaia di giovani si sono dati appuntamento davanti al Ministero dell’Istruzione per far sentire la propria voce contro l’aumento delle tasse universitarie, in particolare della tassa sui crediti. Quest’ultima prevederebbe il pagamento di 670 lek (circa 5 euro) per ogni credito non superato durante l’anno. In un Paese colpito da un forte indice di povertà, dove il reddito medio mensile si attesta al di sotto di 400 euro, tale tassa risulterebbe piuttosto onerosa e favorirebbe un’ulteriore emigrazione, già presente a tassi notevoli.

A inizio 2015, il governo Rama iniziò una riforma del sistema universitario. L’azione prevedeva un intervento differenziato a seconda delle università trattate: alcune proseguirono l’insegnamento sotto monitoraggio, altre subirono una sospensione di due anni durante i quali avrebbero acquisito i criteri legali necessari, altri, tra cui 18 istituti privati e 6 filiali di università statali, chiusero i battenti.

Alcuni studenti di medicina, costretti al passaggio dall’insegnamento privato a quello pubblico, ritenendo discriminatoria la riforma adottata, occuparono l’Università di Scienze di Tirana. Mentre la polizia interveniva per allontanare gli occupanti, il governo concesse lo status di idoneità ad alcuni istituti privati. Secondo quanto riportato da Osservatorio Balcani e Caucaso-Transeuropa, “si vociferava in quei giorni” che tali istituti fossero rimasti aperti grazie all’influenza politica dei loro direttori. Fu così che le proteste si calmarono e il Parlamento approvò il disegno di legge sulla riforma universitaria. Essa prevedeva, tra i vari obiettivi, la possibilità di accedere a finanziamenti pubblici per le università private, una valutazione degli istituti in base alle loro performance e un minor ruolo degli studenti nelle elezioni dei rettori.

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Inizia il semestre europeo della Romania Bucarest punta sul pilastro della coesione per la sua presidenza di turno del Consiglio dell'Unione

A partire dal 1° gennaio, per la prima volta nella sua storia, la Romania ha assunto la presidenza del Consiglio dell’Unione europea, ruolo che ricoprirà fino al 30 giugno 2019. Bucarest apre la turnazione semestrale che coinvolgerà anche Finlandia e Croazia, a completamento di un percorso che durerà un anno e mezzo.

Membro dell’Unione dal 2007, la Romania raccoglie l’eredità del semestre di presidenza dell’Austria di Sebastian Kurtz: dovrà affrontare temi importanti quali il crescente euroscetticismo, l’uscita del Regno Unito dall’Unione il 29 marzo e le elezioni per il Parlamento europeo del 26 maggio. La Romania, inoltre, viene da un periodo di crisi politica, che ha portato nello scorso agosto a violenti scontri di piazza, causati dalle scelte del governo in materia di anticorruzione, già motivo di rimprovero da parte dei vertici di Bruxelles.

 

Se da un lato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk fa gli auguri alla Romania e si dice fiducioso sui possibili risultati, dall’altro il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker non nasconde un certo scetticismo riguardo le reali capacità di guida della nuova Presidenza del Consiglio UE: “Le tensioni interne sarebbero un possibile motivo di distrazione dal compito che attende Bucarest”. “Ho dei dubbi riguardo alla ferma volontà di mettere le proprie preoccupazioni in secondo piano” ha dichiarato al quotidiano tedesco Die Welt, riconoscendo anche come la Romania sia “tecnicamente ben preparata a portare avanti un certo numero di progetti durante il semestre di presidenza. Critiche che fanno sentire la Romania trattata “come un Paese di serie B”, sottolineano dal PSD, il partito della premier Viorica Dancila.        

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Battaglia ambientale per la salvaguardia ambientale dei fiumi Bloccata la costruzione di mini-centrali idroelettriche in Serbia

A inizio mese, la Suprema Corte di Cassazione serba ha bloccato la costruzione di una mini-centrale elettrica (SHPP) a Paklestica, sulle sponde del fiume Visovika. La decisione di bloccare il progetto era stata presa dal Ministero della Protezione ambientale, che aveva rilevato enormi differenze tra lo studio d’impatto ambientale degli investitori e la situazione reale del terreno emersa da un’analisi dell’Istituto per la conservazione della Natura.

Le mini-centrali non possono produrre più di 10MW e per il loro funzionamento non necessitano di dighe o di laghi artificiali. Tuttavia, la loro costruzione comporta, tra le altre cose, anche la canalizzazione e la diversione delle acque. La conseguenza inevitabile è una notevole riduzione della portata dei fiumi con il rischio di un completo prosciugamento nei mesi più caldi, mettendo in pericolo la sopravvivenza della flora e della fauna autoctona.

Il primo catasto ufficiale che definisce il piano di sviluppo risale al 1987. Il progetto iniziale prevedeva la costruzione di 857 SHPP, ma ne sono state realizzate solamente 60. A seguito di una ricerca svolta dalla compagnia elettrica Srbijavode, è emerso che almeno un quinto dei 600 posti in cui sarebbero sorte le centrali è all’asciutto. Inoltre, solamente 60 di questi sarebbero adatti alla costruzione di dighe, mentre i restanti si troverebbero all’interno di parchi nazionali o di proprietà private.

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Le conseguenze della crisi in Ucraina: sanzioni e contro sanzioni Il Consiglio europeo prolunga le sanzioni nei confronti della Russia durante un summit a Bruxelles

Il 13 dicembre scorso il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha comunicato con un tweet che le sanzioni contro la Russia sono state prolungate poiché “non ci sono stati progressi nell’attuazione degli accordi di Minsk”. Il Consiglio europeo, riunitosi a Bruxelles, ha votato all’unanimità per l’ottava proroga consecutiva delle sanzioni. Le prime sanzioni vennero imposte nel 2014, a seguito del conflitto in Donbass e dell’annessione russa della Crimea.

Ogni sei mesi il Consiglio europeo è chiamato a rinnovare le sanzioni, che sono legate all’attuazione degli accordi di Minsk. Sottoscritti nel 2015 da Russia, Ucraina, Francia e Germania, tali accordi hanno l’obiettivo di porre fine alla guerra in Ucraina, ma non sono mai state veramente implementati. Tra i 13 punti che li compongono, degno di nota è il cessate il fuoco nelle regioni di Donetsk e Lugansk.

Le misure sanzionatorie colpiscono il settore economico-finanziario russo. E’stato infatti limitato l’accesso ai mercati europei ad importanti istituti finanziari russi (come Svervbank e VTB) e a tre società del settore energetico. E’ inoltre imposto il divieto di importazione ed esportazione di armi, così come quello di esportazioni di beni a uso civile per scopi militari. Ad essere stato colpito è il settore di produzione e prospezione del petrolio, con limitazioni per l’utilizzo di alcune tecnologie.

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Russia e India sempre più uniti Si intensificano le relazioni tra i due Paesi

Sul fronte dei rapporti tra Russia e India, gli ultimi mesi del 2018 sono stati molto positivi.

I rappresentanti dei due Paesi si sono incontrati in varie occasioni, nel corso delle quali hanno avuto la possibilità di stringere ulteriormente i legami in campo politico, economico e militare.

Un momento molto importante è stato sicuramente l’annuale summit indo-russo, tenutosi a Nuova Delhi agli inizi di ottobre scorso. Nel corso di questo evento, il presidente russo Putin ha discusso con il primo ministro indiano Narendra Modi dei possibili orizzonti futuri di collaborazione tra i due Stati. L’incontro si è concluso con la firma di svariati accordi bilaterali in ambito economico, energetico, spaziale, militare e di lotta congiunta al terrorismo.

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Vittoria schiacciante di Pashinyan in Armenia Le elezioni confermano il nuovo corso iniziato con la "rivoluzione di velluto"

Rispettate le previsioni di una importante vittoria per il premier uscente Nikol Pashinyan, sostenuto dalla coalizione Il mio passo, di cui fa parte suo partito Contratto Civile. Pashinyan vince nettamente con il 70,43% dei voti. Distaccate le altre formazioni politiche, molte delle quali non hanno raggiunto lo sbarramento del 5% previsto per entrare in Parlamento; risultato ottenuto invece da Armenia Prospera (8,27%) e Armenia Luminosa (6,37%).

La coalizione vincente occuperà 88 dei 132 seggi dell’Assemblea Nazionale.

L’affluenza alle urne ha registrato un calo (48,63%) rispetto alle elezioni precedenti del 2017.

La ragione principale è la crescente disaffezione dell’elettorato per via degli scandali legati alla corruzione politica, che portarono alle dimissioni l’ex primo ministro Sargsyan, il cui Partito Repubblicano d’Armenia esce dalla scena politica non avendo superato la soglia minima, fermandosi al 4,70%.

Le elezioni di domenica scorsa, le prime anticipate nella storia dell’Armenia, sono l’esito di un processo iniziato a maggio, quando l’allora ex giornalista e leader della “rivoluzione di velluto” Pashinyan fu nominato primo ministro. Dimettendosi a novembre, ha permesso l’indizione di elezioni anticipate così da poter consolidare maggiormente il consenso ottenuto.

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