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Premio Sakharov a Ilham Tohti: una denuncia simbolica alla violazione della libertà di pensiero

Lo scorso 24 ottobre è stata annunciata l’assegnazione del premio Sakharov per la libertà di pensiero all’economista e intellettuale uiguro Ilham Tohti, da oltre vent’anni impegnato nella difesa dei diritti della popolazione uigura, a maggioranza musulmana. Dal 2014, l’attivista sta scontando un ergastolo imposto dal Governo di Pechino, in quanto ritenuto colpevole di ‘separatismo’, ovvero di fomentare le richieste d’indipendenza della regione autonoma dello Xinjiang, nella quale si concentra la maggior parte della popolazione di etnia uigura in Cina.

Il premio Sakharov, consegnato ogni anno dal Parlamento Europeo a personalità e organizzazioni che si battono in difesa dei diritti umani, è stato istituito nel 1988, in onore del fisico e dissidente politico Andrej Dmitrievič Sakharov, ricordato per aver inizialmente contribuito alla realizzazione della bomba ad idrogeno, per poi successivamente denunciare il pericolo degli esperimenti nucleari e della contaminazione radioattiva. Il suo impegno per la difesa dei diritti civili gli valse il premio Nobel per la pace nel 1975, ma provocò anche la sua condanna all’esilio politico da parte delle autorità sovietiche nella città di Gorky (oggi Nizhny Novgorod). É lì che Sacharov ricevette la notizia dell’intenzione del Parlamento Europeo di creare un premio per la libertà di pensiero che avrebbe portato il suo nome. 

Come detto, il riconoscimento sarà conferito ufficialmente il prossimo 18 dicembre a Ilham Tohti, il quale difficilmente verrà a sapere del merito ottenuto dalla cella nella quale sta scontando la pena del carcere a vita. Originario della città di Artush, nello Xinjiang, Tohti è stato ricercatore e professore di economia presso la Minzu University di Pechino. Nel 2006 ha fondato un sito web chiamato Uyghur Online, con l’obiettivo di creare una piattaforma dove poter discutere di questioni sociali ed economiche riguardanti la popolazione uigura. A causa di numerosi contenuti critici in merito alle politiche repressive adottate da Pechino nei confronti della minoranza e delle continue richieste per una maggiore autonomia per la provincia dello Xinjiang, il sito è stato chiuso nel 2008. Prima di essere condannato all’ergastolo, Tohti era stato arrestato per alcune settimane nel 2009, dopo aver condiviso su internet informazioni su alcuni arresti, uccisioni e scomparse, avvenuti durante i violenti scontri etnici tra uiguri e han scoppiati ad Urumqi nello stesso anno. 

Nonostante Tohti sia presentato dal Governo cinese come un pericoloso sovversivo, viene considerato a livello internazionale come un intellettuale piuttosto moderato, che aspira ad una maggiore autonomia della provincia dello Xinjiang, ma non necessariamente alla sua indipendenza. In un comunicato del Parlamento Europeo viene descritto come  “una voce di moderazione e riconciliazione”, attiva nella promozione del dialogo tra la minoranza etnica e il resto del popolo cinese. Per il suo impegno nella difesa dei diritti della minoranza uigura gli sono stati conferiti i premi PEN/Barbara Goldsmith Freedom to Write Award nel 2014, il Martin Ennals Award nel 2016, e il premio Václav Havel per i diritti umani, lo scorso 30 novembre. 

In un tweet scritto in occasione dell’assegnazione del premio Sakharov, il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli ha richiesto il rilascio immediato dell’attivista. Il riconoscimento per la libertà di pensiero a Ilham Tohti, accompagnato dalle richieste comunitarie per una maggiore tutela dei diritti delle minoranze in Cina, accrescono l’attenzione della comunità internazionale sulla questione uigura nella provincia dello Xinjiang. Secondo le denunce di certi attivisti e organizzazioni internazionali e non-governative, infatti, nella regione avrebbe luogo una campagna di rieducazione forzata della popolazione uigura che mira alla sinizzazione della minoranza e allo sradicamento della fede islamica. Etichettata da Pechino come forma di lotta al terrorismo e all’estremismo religioso, tale operazione coinvolgerebbe circa un milione di uiguri, che secondo le testimonianze raccolte da Radio Free Asia e dall’ONU, sarebbero detenuti in campi di internamento. 

La questione uigura, come riportato da ISPI, è diventata rilevante per il Governo cinese dopo il crollo dell’Unione Sovietica, con l’istituzione delle repubbliche indipendenti del Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, anch’esse popolate dall’etnia uigura. Trovandosi al confine con lo Xinjiang, tali regioni hanno favorito scambi economici e culturali tra gli uiguri cinesi e quelli dei paesi confinanti, dando vita a moti separatisti nella regione. Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 e l’inizio della cosiddetta ‘guerra globale al terrorismo’ guidata dall’amministrazione statunitense di George W. Bush, le contestazioni politiche di natura indipendentista sono state considerate da Pechino come espressioni dei cosiddetti ‘tre mali’: terrorismo, separatismo ed estremismo religioso.  Da allora, la questione uigura è diventata una delle priorità per la Cina, sfociando in una politica sempre più opprimente nei confronti della minoranza.

Le recenti denunce da parte della comunità internazionale hanno spinto Pechino a fare il possibile per allontanare l’attenzione mediatica dalla questione dello Xinjiang. Non sorprende, dunque, la reazione cinese alla recente assegnazione del premio Sakharov, considerata come un’interferenza negli affari interni del paese. Il tabloid Global Times, prodotto dal quotidiano ufficiale del partito, ha dichiarato che conferire il riconoscimento a quello che la Cina considera un criminale potrebbe incoraggiare movimenti separatisti ed estremisti in nome della libertà di espressione. Xinhua ha invece riportato le parole del portavoce del  Foreign Affairs Committee dell’Assemblea Nazionale del Popolo,You Wenze, il quale ha dichiarato che l’assegnazione del premio rappresenterebbe un atto di connivenza dell’UE con estremismo e terrorismo.   

La decisione del Parlamento Europeo di assegnare ad Ilham Tohti il premio Sakharov costituisce un’importante azione di denuncia verso la violazione di libertà fondamentali ai danni della minoranza uigura, commessa dalla Cina in nome della lotta al terrorismo. È indubbio che il messaggio lanciato dall’UE abbia una forte risonanza a livello internazionale, tale da infastidire Pechino. Per quanto grande possa essere il valore simbolico del premio, tuttavia, esso rimane insufficiente per garantire una tutela concreta di tutti quegli intellettuali ‘rumorosi’, continuamente silenziati per la stabilità del paese e la legittimità di chi lo governa. Maggiore pressione per il rispetto dei diritti umani potrebbe essere esercitata dall’UE anche nelle relazioni commerciali intraprese con la Cina,  soprattutto nel quadro della ‘Nuova Via delle Seta’, nella quale la provincia dello Xinjiang gioca un ruolo fondamentale.

Myanmar: l’ONU conferma le violenze sulla popolazione rohyngya

Lo scorso settembre si è concluso il mandato ONU per la Fact-Finding Mission (FFM) in Myanmar, iniziata nel marzo 2017 allo scopo di chiarire la situazione riguardo alle presunte violazioni dei diritti umani perpetrate dall’esercito nei confronti della popolazione rohingya. Stando al report e alle recenti dichiarazioni del capo missione Marzuki Darusman, le condizioni della minoranza musulmana nello stato del Rakhine sembrano essere peggiorate, con riferimento alla continuazione di discriminazione, segregazione, restrizione della libertà di movimento, insicurezza e mancanza di accesso a terra, lavoro, educazione e assistenza sanitaria.

 

Il resoconto conferma ciò che nel giugno 2019 era stato riportato da Amnesty International, ovvero che le forze armate del Myanmar – meglio conosciute come Tatmadaw – stessero perpetrando violenze indiscriminate all’interno dello stato del Rakhine. All’epoca, stando ai dati raccolti in loco dagli stessi operatori, un raid dell’esercito regolare aveva causato 14 vittime civili e 29 feriti, con conseguenti episodi di torture e arresti arbitrari nel corso di un attacco indiscriminato. I soldati avrebbero agito con l’obiettivo di eliminare i ribelli della Arakan Army (AA), la frangia militare della United League of Arakan (ULA), impegnata sin dalla sua fondazione (nel 2009) nella liberazione del Rakhine attraverso l’uso della forza. Il Tatmadaw era stato accusato dal 2017 dalla società internazionale di aver compiuto atrocità nei confronti dei rohingya quando l’azione congiunta dell’esercito e di alcuni gruppi estremisti buddisti portò alla distruzione di interi villaggi, uccidendo circa 10.000 membri della comunità e causando l’emigrazione dal Rakhine di almeno 700.000 profughi.

Nel contempo, la posizione del Governo centrale riguardo le accuse continua a risultare ambigua e contraddittoria. Il rappresentante del Myanmar, Hau Do Suan, ha dichiarato all’Assemblea ONU che, seppur d’accordo con la necessità di investigare e punire eventuali violazioni, il Governo centrale non riconosce la missione, che considera viziata da imparzialità ed espressione di inaccettabili pressioni politiche. Il consigliere di stato Aung San Suu Kyi, nel corso della recente visita in Giappone per l’incoronazione del nuovo Imperatore Naruhito, da un lato ha condiviso la preoccupazione dell’opinione pubblica internazionale per la violazione dei diritti umani nel Rakhine, dall’altro ha ribadito come le operazioni nate a partire dal 2017 rappresentino una contro-offensiva al terrorismo dilagante nello stato e come la comunità internazionale abbia tendenzialmente trascurato questa minaccia. 

 

A prescindere dalle dichiarazioni, il consigliere di stato non ha molti margini di azione per contrastare ciò che l’ONU ha definito come una vera e propria  “pulizia etnica da parte del Tatmadaw. È infatti noto come, nonostante il processo di transizione democratica iniziato nel 2008, l’esercito detenga ancora un notevole potere politico nel paese: basti pensare che il 25% dei seggi in Parlamento è riservato per Costituzione ad ufficiali militari. A tal proposito, sempre in occasione della recente visita in Giappone, San Suu Kyi ha confermato l’ostilità dell’apparato militare nei confronti dell’emendamento costituzionale proposto dal National League for Democracy (NDL), che sancirebbe la drastica riduzione dell’interferenza militare negli affari politici e quindi un passo importante verso la piena democratizzazione del Myanmar. Nel caso in cui l’NDL dovesse vincere le elezioni generali previste nel 2020, l’intenzione è quella di riproporre la modifica della carta costituzionale nel corso del prossimo mandato.

 

Tornando alla situazione nel Rakhine, il Governo ha istituito nel luglio 2018 la  Independent Commission of Enquiry for Rakhine, volta ad investigare le presunte violazioni dei diritti umani nella provincia. Tuttavia, l’inchiesta FFM ha rivelato che la Commissione non ha prodotto alcun rapporto a partire dalla sua nascita, dimostrando dunque di non rappresentare “una possibile fine alle impunità”. Per questo motivo, come dichiarato dal responsabile Marzuki Darusman, i dati e le testimonianze rilevati dalla missione sono stati trasferiti ad un’altra commissione ad hoc ONU, la Independent Investigative Mechanism for Myanmar. Inoltre, Darusman ha sollecitato la comunità internazionale a supportare le investigazioni del Tribunale penale internazionale allo scopo di aprire un procedimento prima ancora che la Corte Internazionale di Giustizia esprima una sentenza riguardo la possibile violazione da parte del Myanmar della Convenzione sul Genocidio del 1948.  


Per concludere, una risoluzione al dramma del popolo rohingya sembra più che lontano da quelle che invece erano state le premesse del Governo. Ad ulteriore prova di ciò vi sono le difficoltà di accordo con i rappresentanti delle migliaia di rifugiati (nei confinanti Bangladesh e Indonesia) riguardo al rimpatrio con garanzie di sicurezza e accesso a educazione e assistenza sociale. L’Association of Southeast Asian Nations (ASEAN), il cui summit annuale è previsto dal 31 Ottobre al 4 Novembre, e il Governo del Myanmar sono dunque chiamati ad implementare un piano effettivo che risolva la situazione prima che essa sprofondi ancora nell’oblio del silenzio e della violenza.

Japan’s Reiwa era has officially began

Japan currently holds the title of the oldest continuous monarchy in the world. Despite its many phases and changes throughout history, in today’s modern scenery the figure of the “emperor of Japan” relentlessly represents one of the fundamental pillars in Japanese culture.

According to the most popular mythological traditions, it all started back in 7th century BC with Japan’s very first emperor, Emperor Jimmu, who was believed to be a descendant of the Sun Goddess Amaterasu. The tale of Jimmu the Emperor claims that Jimmu conducted a military expedition that started in what was then called the ‘Hyuga province’, and that eventually lead him to conquer the province of Yamato, allowing him to proclaim himself as the first emperor of Japan.
Aside from the more mythical sides of Emperor Jimmu’s story, and the many doubts that historians have expressed regarding the times and dates in which said story takes place, it is generally agreed that emperors have been present in Japan’s political history for more than 1500 years.

As previously said, the range of action of the emperor has shifted quite a bit throughout history. Although in fact for hundreds of years the focal point of power was held by the ‘shogun’ (the military dictator of Japan during the period from 1185 to 1868), and the emperor was therefore not much else other than a symbolical figure, an important and monumental change can be identified during the so called “Meiji revolution, which allowed Japan to transform itself from a rural and underdeveloped country to an economical and avant-guarde power.


When the Tokugawa shogun signed the so called “inequal treaties”, a series of treaties between western powers and some Far East countries, which allowed a strong foreign presence in Japan, a violent revolution struck throughout the entire country against the Tokugawa Shogunate and culminated with Mutsuhito’s accession to the throne as the Meiji Emperor on Feb. 3, 1867. Mutsuhito’s Japan, taking back all the power held by the shogun, has represented an important moment in the reassessment of the figure of the emperor. Mutsuhito’s legacy though would soon be put under a major shift after the end of World War II. With Japan’s surrender in 1945 in fact, the then emperor of Japan, Hirohito was forced to accept a new constitution which drastically resized the strength and the nature of the constitutional powers held by the emperor.


With the new constitution, all political power went to elected representatives and emperor Hirohito found himself bound to explicitly reject the long believed claim in Japanese tradition that the Emperor of Japan was an ‘arahitogami’ (an incarnate divinity). Despite its loss Hirohito was able not to be indicted as a war criminal, most likely due to USA’s fear of what the consequences of such an act could be on the american occupation in Japan.


The new officialized role of the emperor being “the symbol of the State and of the unity of the people” and his figure being therefore strictly rappresentative and ceremonial, was maintained throughout the monarchy of Hirohito’s son Akihito. Nonetheless, Emperor Akihito, during the entire course of its era succeeded in demonstrating how despite the resizing of the figure of the Japanese emperor, and therefore despite being given very limited political powers, the ‘soft power’ that the role of emperor still carries is not to be underestimated.


Back in 2011 in fact, when Japan was hit by the Tohoku Earthquake, which at a magnitude of 9.1 caused the death of thousands of people and critical damages to Japan’s infrastructure, Emperor Akihito’s speech on national television and the following weeks that he and empress Michiko spent visiting damaged sites and victims, gave a strong moral contribution to Japan’s reconstruction.


In recent times the so called “Heisei era” which saw Emperor Akihito as its principal actor has recently come to an end, after Emperor Naruhito took the place of his father who abdicated back in April 30th 2019, due to his declining health conditions. The abdication of Akihito which has been the first since 1817, marked the beginning of the Reiwa era”, which officially began on October 22nd 2019 when Emperor Naruhito was enthroned.

Naruhito graduated from Gakushuin University in March 1982 with a Bachelor of Letters degree in history. and after that he continued his studies at Oxford university. Throughout his life Emperor Naruhito has managed to acquire a strong global understanding that has lead him to take many strong and revolutionary stances toward today’s most important issues.
I sincerely hope that our country, through our people’s wisdom and unceasing efforts, achieves further development and contributes to the friendship and peace of the international community and the welfare and prosperity of humankind”, the Emperor has declared during his enthronement ceremony”.

Only time will be able to tell whether the “Reiwa era” will succeed in balancing the restricted bag of power given by the postwar constitution and the necessity of maintaining the legitimacy of the constitutional monarchy amongst its people.

SPECIALE – Politiche migratorie

Di Simone Innico, Lara Aurelie Kopp-Isaia, Stefania Nicola

Migranti, profughi, rifugiati

Il concetto di migrazione, nella sua accezione più generale, indica l’allontanamento di una persona o di un gruppo da un dato territorio. Questa definizione generale accoglie, al suo interno, un insieme complesso ed eterogeneo di movimenti umani che si possono definire ‘migratori’. Pertanto, esso non riguarda solo gli spostamenti transnazionali e i reinsediamenti in un paese straniero ma anche, a titolo d’esempio, le ’migrazioni circolari’ di lavoratori pendolari attraverso il confine tra due stati, così come il percorso intrapreso dai ‘rifugiati interni’ (internally displaced persons), i quali, senza oltrepassare i confini dello stato, abbandonano la propria residenza originaria a causa di un conflitto o di un notevole evento climatico che metta a rischio la sopravvivenza degli individui, della famiglia o della comunità.

Per inciso, il termine ‘profugo’ rileva, all’interno del concetto di ‘migrante’, quella persona che abbandona il proprio paese d’origine non solo per motivi di discriminazione politica, razziale, religiosa, o per altri motivi di persecuzione individuale, ma per le più svariate ragioni, senza però che questo lo metta necessariamente in grado di richiedere protezione internazionale.

In linea generale, l’accezione più diffusa nel discorso che ci è familiare del termine ‘migrazione’  racchiude in sé due elementi di significato: un flusso più o meno costante di spostamenti a lungo termine di gruppi di individui, in numero cospicuo e con conseguenze significative per il contesto sociale, politico e demografico dei paesi d’origine, di transito e di arrivo; la ricerca più o meno premeditata, da parte del singolo individuo, dell’unità familiare o di una comunità, di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

È questa la concezione di ‘migrazione’ che informa gran parte del nostro discorso pubblico e che sovente si riflette nella gestione dello Stato e della società, coinvolgendo inevitabilmente il regime delle frontiere territoriali e il controllo della popolazione. Il governo delle migrazioni è oggi giorno – e in buona misura è stato negli scorsi decenni – presentato come una priorità politica per la sicurezza dello stato nazione. Ad ogni modo, va sottolineato che una codifica rigorosa di uno status giuridico del ‘migrante’ non figura in nessuna disciplina del diritto internazionale e, di fatto, l’ambiguità del concetto offre inevitabilmente un largo margine di interpretazione ai legislatori e ai decisori politici.

Ciò che invece trova precisa definizione nel corpus giuridico internazionale è lo status di ‘rifugiato’, che sostanzialmente riceve e formalizza la ‘migrazione forzata’ e attribuisce al soggetto migrante un diritto all’asilo o, terminologia dal significato analogo, alla ‘protezione internazionale’. La Convenzione sullo status dei rifugiati del 28 luglio 1951 disciplina la normativa in materia di diritto d’asilo; al netto di alcune eccezioni, ad oggi è stata firmata e ratificata in tutte le sue parti dalla maggioranza degli Stati ONU (147 su 193). La Convenzione rappresenta un trattato vincolante per i paesi firmatari, che devono realizzare sul loro territorio e con risorse adeguate le procedure di tutela dell’individuo disciplinate secondo lo status di rifugiato, assicurando piena cooperazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Devono infine adeguare alla normativa internazionale le disposizioni del proprio ordinamento giuridico in materia di asilo.

Le migrazioni nel mondo odierno

Nella cornice delle politiche migratorie, la tutela dei diritti del rifugiato rappresenta, nel mondo di oggi, una questione di primaria importanza. Secondo l’UNHCR, la popolazione di rifugiati nel mondo alla fine del 2018 si attesta al livello più alto mai registrato: 25.9 milioni di persone L’opinione pubblica, i media e i governanti del globo sono sempre più sensibili a questi dati. Tuttavia, prima di approfondire il tema della protezione di quelle che saranno, nel futuro più prossimo, le categorie umane più vulnerabili, è senza dubbio necessario un approfondimento sui trend delle migrazioni umane.

Da un punto di vista globale, i fenomeni migratori coinvolgono una popolazione nell’ordine delle centinaia di milioni; una stima ONU, ad esempio, ne registra 272 milioni per l’anno 2019. Ovviamente, i canali di spostamento che più attraggono l’attenzione dei media occidentali sono quelli che riguardano l’Europa e gli Stati Uniti, in quanto paesi d’arrivo per le rotte da, rispettivamente, Africa, Medio-Oriente e Asia Centrale o Messico e Sudamerica. Tuttavia, è necessario ricordare che gli spostamenti umani non riguardano solo i movimenti dal Sud del mondo al Nord – quest’ultimo, generalmente, da identificarsi con l’Europa occidentale e il Nord America. Secondo le stime del Population Reference Bureau, già nel 2014 la direzione Sud-Sud costituiva il 36% del trend globale dei flussi migratori, coinvolgendo 82.3 milioni di persone, ovvero spostamenti di massa interni ai continenti Asia, Africa e Sudamerica. Se anche volessimo ridurre l’intero spettro dei molteplici fenomeni migratori alla sola questione delle migrazioni forzate (che nell’anno 2018, secondo le figure UNHCR, riguardavano circa 70.8 milioni di individui), vedremo che il ‘Nord globale’ è decisamente sottorappresentato nella scala delle destinazioni. Ad oggi, la Turchia accoglie la quota maggiore di rifugiati (3.7 milioni), seguita da Pakistan (1.4 milioni), Uganda (1.2 milioni) e infine da Sudan e Germania (1.1 milioni). Allargando la visuale dai rifugiati al più comprensivo insieme concettuale dei ‘migranti internazionali’, passano invece in testa gli Stati Uniti, che nel 2017, secondo il think tank statunitense Migration Policy Institute, ospitavano 49 milioni di migranti sul territorio nazionale.

Conoscere l’immigrazione, per poterla governare

Quanto illustrato finora serve a fornire un’immagine generale, e inevitabilmente riduttiva, dei fenomeni migratori: un intreccio concettuale di elementi pressoché eterogenei ma strettamente connessi tra loro come la tutela dei diritti umani, le definizioni di nazionalità e cittadinanza, gli interessi economici e geopolitici, lo sviluppo industriale e il cambiamento climatico, ma anche l’opinione pubblica e l’influenza dei mass media. Si rivela di volta in volta fondamentale, pertanto, saper individuare con precisione il tema in oggetto d’analisi. Questa operazione è centrale per valutare con cognizione di causa le politiche migratorie messe in atto da autorità locali, nazionali e sovranazionali e per problematizzare e dunque governare gli spostamenti umani, sempre complessi e multidimensionali, che chiamano in causa importanti segmenti del sistema politico-sociale.

Quello dell’immigrazione non è un fenomeno recente. Già nel recente passato, i flussi migratori hanno raggiunto veri e propri picchi, in particolare tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Anche per questo, il tema dell’immigrazione ha trovato sempre più spazio al centro del dibattito nazionale, europeo, mondiale. Una prima spiegazione potrebbe derivare dalla sempre maggior rilevanza morale acquisita dal tema dei diritti umani. A ciò, si aggiunge la correlazione tra l’immigrazione e l’incidenza di guerre, conflitti armati e genocidi, fattore che ha inciso sulla limitazione e regolamentazione degli spostamenti. In altri casi, si è iniziato a parlare di ‘responsabilità collettiva’ nel fornire aiuto alle popolazioni colpite dagli effetti del cambiamento climatico – i cosiddetti profughi ambientali. Fondamentalmente, quando si tratta di migrazioni sembrano essere due gli approcci più spesso adottati. Da una parte, si pone l’obiettivo ideale di proteggere una comunità da quelli che dovrebbero essere gli effetti negativi comunemente considerati tipici e correlati all’immigrazione: aumento delle tensioni sociali, costi economici, perdita dell’identità culturale o della coesione sociale. Dall’altra, si riconosce il dovere morale di aiutare i bisognosi e integrare i profili desiderabili – soprattutto in realtà, come quella europea, in cui si rileva un invecchiamento progressivo della popolazione e un bisogno crescente di manodopera. Da qui nasce la necessità di definire le politiche migratorie, in grado di individuare le categorie privilegiate all’ingresso nel paese e i loro diritti, ma al tempo stesso di politiche di integrazione, affinché gli immigrati siano assimilati nel mercato del lavoro a livello salariale e occupazionale.

Perché, però, quest’ultimo punto non sempre trova un riscontro nella realtà? 

Come sottolinea uno studio della Commissione europea, le cause sono attribuibili alla conoscenza linguistica, alla formazione scolastica e all’inserimento degli stranieri in molti settori in cui anche i nazionali hanno possibilità di far carriera (cura della persona, costruzioni e ristorazione). Se da una parte, dunque, tali normative dovrebbero ridurre i differenziali socio-economici, dall’altra è anche vero, si sottolinea nel report, che è necessario che qualcuno svolga queste mansioni poco qualificate. Come si legge in un approfondimento delle Nazioni Unite, gli immigrati ‘di lunga durata’, quando si stabiliscono in un paese ospite, ne aumentano i livelli di produttività demografica. Al contempo, però, sono a loro volta soggetti ad invecchiamento; di conseguenza, la loro presenza può solo ritardare l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale degli anziani. Tuttavia, è con la ‘seconda generazione di migranti’, i figli di questi primi immigrati, che si può osservare un ‘riciclo’ di manodopera, più assimilata nel sistema scolastico, con una buona conoscenza linguistica e dotata di cittadinanza.

Se analizzassimo più da vicino le rotte migratorie presentate in apertura, una tra quelle occidentali più percorse è senza dubbio quella del Mediterraneo. Quest’ultimo è ormai noto quale il confine più pericoloso tra Stati che non sono in guerra tra loro. Al tempo stesso, questa rappresenta una delle tratte più complesse se si vuol ricostruire il profilo tipico del migrante irregolare, poiché comprende sia i migranti economici alla ricerca di opportunità di impiego (solitamente provenienti da Tunisia, Algeria e Marocco), sia quelli in fuga da persecuzioni o guerre e richiedenti asilo (che hanno come paesi di origine: Eritrea, Somalia, Afghanistan, Mali, Costa d’Avorio, Gambia, Sudan e Palestina). In particolare, in quest’ultima categoria si rileva la presenza di un ampio numero di  donne e bambini. A ben vedere, uno dei problemi maggiori è che i dati in materia di immigrazione irregolare sono lacunosi, incompleti e non aggiornati per individuare quanti di questi migranti richiederebbero asilo e quanti sarebbero invece migranti economici.

Se quindi non si conosce una realtà, come è possibile regolamentarla?

Tornando nuovamente al ‘caso Mediterraneo’, vista la sua complessità, occorre sottolineare che, alla luce del recente Decreto migranti, sembrerebbe esserci un’intenzione politica di semplificare e velocizzare  la gestione delle domande di protezione internazionale. Come spiegano i ministri firmatari Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luigi Di Maio (Esteri) sul Corriere della Sera, con questo decreto è previsto che, una volta individuata la provenienza dei migranti, sia più agevole avviare procedure di rimpatrio qualora questi provengono da porti sicuri quali Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Come riporta lo stesso articolo, “in mancanza di questi requisiti la domanda di protezione verrà subito respinta e  avviata la procedura di rimpatrio”. La questione principale di questo decreto interministeriale è che “inverte l’onere della prova”. In tal senso, verranno rifiutate le richieste di asilo delle persone provenienti dai citati 13 paesi, salvo esse non presentino prove di un rischio reale per la propria incolumità in caso di ritorno in patria.

Lo scenario italiano è soltanto una testimonianza di un’inversione di rotta nell’affrontare casi di emergenza umanitaria. Per avere una visione di più ampio spettro, prendiamo in esame tre casi a livello mondiale: il Venezuela, la Siria e lo Yemen.

Altre gravi emergenze migratorie ed umanitarie: come vengono gestite

Secondo i dati dell’UNHCR, a fine 2018 oltre 3 milioni di persone sono fuggite dal Venezuela, in quello che è il più grande esodo nella storia recente della regione. La catena di eventi che ha mobilitato migliaia di famiglie venezuelane è iniziata nel 2014, in seguito alla morte del presidente Cházev. La crisi economica devastante, l’inflazione che ha raggiunto la soglia del 50%, la mancanza di elettricità, la carenza di beni di prima necessità – i cui prezzi sono aumentati del 1000% -, la fame e la povertà sono tra i principali fattori del massivo esodo. Il sistema sanitario venezuelano è crollato, con una carenza di personale e di medicinali che ha causato la chiusura di molti reparti ospedalieri. In un solo anno, la mortalità materna è aumentata del 65%; quella infantile del 30%. “Quando mia figlia di nove mesi è morta a causa della mancanza di cure, ho deciso di portare la mia famiglia fuori dal Venezuela prima che morisse un altro dei miei figli”, testimonia, attraverso il report UNHCR, Eulirio Beas, della comunità indigena Warao, che si trova in un campo profughi del Brasile.

La maggioranza delle persone parte senza documenti, in carovane, percorrendo a piedi centinaia di chilometri: per questo vengono chiamati caminantes. Francesca Matarazzi, Emergency Coordinator di INTERSOS, descrive tali migrazioni con queste parole: “Li vedi passare ogni giorno. Famiglie con bambini piccoli, anziani. Camminano senza riposo. Camminano senza scarpe. Camminano con la pelle bruciata”.

Ogni mese sono oltre 15.000 le persone che attraversano il confine tra Venezuela e Colombia. Quest’ultima ha messo in atto politiche d’inclusione e d’accoglienza, con la priorità di evitare che i migranti intraprendano la strada della clandestinità. Il Governo colombiano ha concesso documenti temporanei che consentono ai venezuelani di entrare e uscire liberamente. Si potrebbe affermare che la Colombia abbia tentato di trasformare la questione migratoria da emergenza umanitaria a occasione di sviluppo. A onor del vero, questo esodo potrebbe rappresentare un’occasione di crescita economica per Bogotà. Tuttavia, gli arrivi sempre più numerosi stanno complicando la situazione. In un contesto in cui centinaia di persone sono costrette a vivere in case e campi profughi sovraffollati, le condizioni di vita diventano estremamente precarie. Il rischio di essere esposti ad abusi, sfruttamenti – minorili e sessuali – e di finire nei giri del narcotraffico rimane elevato.

Anche in Siria si sta verificando un’emergenza umanitaria. Il 15 marzo 2011 il popolo è sceso in piazza per protestare contro il Governo di Assad, invocando maggior democrazia e libertà. L’anno successivo, le manifestazioni sono sfociate in una guerra civile. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari, questa guerra ha provocato oltre 11 milioni di sfollati, 6.7 milioni dei quali sono scappati nei paesi limitrofi. Ma di questi ultimi che fuggono dalla Siria, solamente il 10% vive nei campi profughi dei paesi confinanti, perché troppo affollati. La maggior parte vive in piccoli alloggi di prima accoglienza, anche questi in condizioni precarie.

La guerra ha raggiunto livelli talmente elevati che, nel 2014, l’Alto Commissario delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani (OHCHR) ha annunciato che non avrebbe più registrato il numero delle vittime. Questa decisione è stata presa, secondo quanto dichiarato da Rupert Colville, portavoce OHCHR, a causa delle difficoltà riscontrate da organizzazioni indipendenti a entrare nel territorio siriano, insieme con l’impossibilità di verificare le fonti. La percentuale di civili uccisi è comunque molto elevata. Secondo diverse ONG, ad esempio, a Ghouta, durante un raid aereo del 18 febbraio 2018, sono rimasti uccisi oltre 1.400 civili, tra cui 280 bambini. Paolo Pezzati, di Oxfam Italia, denuncia che “è inaccettabile che la comunità internazionale stia voltando le spalle a oltre cinque milioni di siriani in fuga dall’orrore della guerra […] La comunità internazionale resta a guardare, mentre milioni di persone sono bloccate in un limbo senza fine”.

Un’altra regione afflitta dalla guerra e da una grave crisi umanitaria è lo Yemen, dove si contano oltre 3 milioni di profughi interni e 22 milioni di persone che necessitano di assistenza. Tutto ebbe inizio nel 2015, quando l’Arabia Saudita, il paese più ricco del mondo arabo, ha attaccato lo Yemen, paese più povero del mondo arabo. In quattro anni di conflitto vi sono state oltre 20.000 vittime, più della metà delle quali risultano essere civili. La vita nello Yemen è difficilissima, tanto che si dovrebbe più propriamente parlare di sopravvivenza. Metà degli ospedali sono stati distrutti, il prezzo del carburante è aumentato del 200%, i prezzi dei beni di prima necessità e del cibo sono alle stelle.

Ad aggravare le già precarie condizioni di vita, l’Arabia Saudita ha imposto un blocco alle importazioni nel paese. Secondo un articolo del 2017 di Internazionale, il think tank International Crisis Group affermava già al tempo che la fame che ha colpito gli yemeniti non fosse dovuta a cause naturali, ma all’azione voluta dei belligeranti e dall’indifferenza e al ruolo complice della comunità internazionale”. Conosciuta come la ‘crisi umanitaria dimenticata’, a causa dello scarso interesse dimostrato dalla comunità internazionale, questa è indubbiamente una delle peggiori crisi umanitarie contemporanee. Al disinteresse generale contribuisce la grande difficoltà dei giornalisti stranieri ad entrare nel paese. Le Nazioni Unite hanno tentato di trasportare alcuni giornalisti inglesi su un aereo umanitario, ma le forze saudite hanno impedito il loro arrivo. In particolare, a seguito di questo episodio, Ben Lassoued, coordinatore delle questioni umanitarie dello Yemen presso l’ONU, aveva dichiarato che “il fatto dimostra perché lo Yemen, paese colpito da una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, non riceva particolari attenzioni da parte dei media internazionali”.

Nell’estate del 2017, il presidente Trump ha concluso un accordo di 110 miliardi per la vendita di armi all’Arabia Saudita. Così facendo, gli Stati Uniti hanno alimentano un conflitto che ha distrutto il paese yemenita, gettandolo sull’orlo di una gravissima carestia e ha dato luogo a gravi crimini di guerra.

Tra crisi, patti globali e cuori chiusi

Quelle analizzate in questo approfondimento sono soltanto alcune delle emergenze migratorie e umanitarie che si stanno consumando nel mondo. Secondo l’UNHCR, infatti, altrettante crisi si registrano in paesi quali Congo, Burundi, Iraq, Nigeria, Sudan e Myanmar, dove sono in atto fenomeni di migrazione forzata. Milioni di persone sono costrette a lasciare il loro paese, la loro casa, nella speranza di un futuro migliore lontano dai conflitti. In tal senso, tutte queste migrazioni devono essere trattate come una crisi planetaria. Come ha ricordato il segretario generale Antonio Guterres, il 24 settembre scorso, innanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “In un epoca in cui un numero record di rifugiati e sfollati interni sono in movimento, la solidarietà è in fuga. Vediamo non solo le frontiere, ma i cuori chiudersi, mentre famiglie di rifugiati vengono distrutte e il diritto di trovare asilo fatto a pezzi”. Guterres ha messo l’accento sulle responsabilità condivise che gravano sulla comunità internazionale, sancite dai patti mondiali sui Rifugiati e sulla Migrazione, aggiungendo, con incedere lapalissiano: “All migrants must see their human rights respected”.

Il Pakistan cerca la pace nel Golfo: difficili tentativi di dialogo tra Iran e Arabia Saudita

Domenica 13 ottobre il primo ministro pakistano, Imran Khan, si è recato in visita ufficiale a Teheran, nel tentativo di appianare le tensioni presenti nella regione del Golfo, in particolare tra Iran e Arabia Saudita. A questo viaggio ne è seguito uno nel paese della penisola arabica, per ribadire il suo ruolo di “facilitatore e non di mediatore” tra le due parti. Il premier è stato ricevuto dal ministro degli Esteri Javad Zarif, per poi incontrare sia il presidente dell’Iran Hassan Rouhani, sia l’Ayatollah Ali Khamenei.

Rouhani, durante il colloquio con Khan, ha enfatizzato la necessità di disinnescare ogni tentativo di escalation nella zona, ribadendo che “[…] le questioni regionali sono da risolvere attraverso mezzi regionali e il dialogo. Sottolineiamo anche che ad ogni gesto di buona volontà seguiranno azioni analoghe e buone parole”. Recatosi dalla Guida Suprema, il focus si è spostato sulla Ummah musulmana, la quale deve affrontare numerose sfide, sia internamente, sia dall’esterno. Importante è, quindi, articolare un messaggio di unità e solidarietà tra le nazioni islamiche.

Il Pakistan ha iniziato questa missione di pace in Medio Oriente puramente su propria iniziativa, anche se non sono mancati gli inviti da parte di Donald Trump e del principe Mohammad Bin Salman. Durante un colloquio bilaterale a margine dell’assemblea delle Nazioni Unite, a fine settembre, il presidente degli Stati Uniti aveva infatti invitato Khan ad aiutarlo nel riportare a più miti consigli Rouhani. Questo, in particolar modo a seguito della decisione nordamericana di abbandonare il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) sul nucleare e successivamente all’accusa mossa all’Iran di essere l’artefice dell’attacco alla piattaforma petrolifera saudita di Abqaiq, nella Eastern Province, avvenuto il 14 settembre scorso.

L’Arabia Saudita è uno dei nostri amici più stretti. L’Arabia Saudita ci ha aiutato nel momento del bisogno. La ragione di questo viaggio è che non vogliamo un conflitto tra l’Arabia Saudita e l’Iran. Sappiamo che è una situazione complessa”, ha ripetuto Khan durante la sua visita, in presenza del principe Bin Salman. Le relazioni tra i due paesi paiono ancora più difficili dopo l’incidente avvenuto nei primi giorni di ottobre, a 60 miglia dal porto di Jeddah, in cui due missili hanno colpito un oil tanker battente bandiera iraniana. La responsabilità non è stata attribuita direttamente all’Arabia Saudita, ma è possibile sia stata una ritorsione dell’attacco del mese precedente.

La posizione del Pakistan, quindi, è molto delicata. Da una parte, esiste una sfiducia reciproca che è latente da anni, nonostante venga sottolineato come vi sia una tradizione di cooperazione con l’Iran fondata sul commercio e sulla vicinanza; dall’altra parte, come riporta Voanews.com, gli aiuti finanziari e la collaborazione militare legano Islamabad indissolubilmente al Regno Saudita, vista anche la presenza di 2.5 milioni di persone che vivono e lavorano in loco.

Come se il quadro non fosse già sufficientemente intricato, un problema tanto importante quanto difficile da risolvere è la posizione dei due stati nella guerra in Yemen. La repubblica Islamica è leader del mondo musulmano sciita, quanto l’Arabia Saudita lo è dell’Islam sunnita. Quest’ultima ha scatenato una guerra contro la minoranza Huti, che sembra però essere aiutata militarmente da Teheran. Anche dalle sorti di questo conflitto si deciderà la forza dominante nella regione.

La neutralità del Pakistan è inoltre messa a dura prova dal suo ruolo tra le fila saudite, incarnato da Raheel Sharif, ex capo militare pakistano, ora al vertice della coalizione. Sharif è leader della Islamic Military Counter Terrorism Coalition (IMCTC), un fronte pan-islamico contro il terrorismo, lanciato da Riyad nel marzo 2016. La decisione di creare l’IMCTC avvenne nel dicembre 2015, 9 mesi dopo l’inizio dell’operazione Decisive Storm voluta proprio dall’Arabia Saudita. Nonostante gli obiettivi prefissati dalla coalizione – dal rafforzamento del contributo dei paesi a maggioranza musulmana riguardo sicurezza e pace alla solidarietà e collaborazione tra gli stati membri, dalla sensibilizzazione attraverso campagne di comunicazione, sino alla riaffermazione dei valori moderati dell’Islam, stabilendo partnership strategiche – la maggioranza degli stati è sunnita. Da non sottovalutare, infatti, è l’assenza di Iran e Iraq e il ruolo marginale dello stesso Pakistan, almeno in un primo momento.

Il tentativo di convincere Teheran della sua buona volontà è anche dettato dalla proposta di Khan di non minare i propri interessi nella zona e di tentare di stabilire di nuovo rapporti con gli Stati Uniti, deterioratisi nell’ultimo periodo. Come riportato dalla BBC, la decisione di Washington di inviare truppe a supporto di Riyad dopo l’attacco del 14 settembre scorso non porterà altro che “dolore e miseria”, come tutte le intromissioni di forze straniere nella regione. La risposta americana non si è fatta attendere, ripetendo che le forze militari sono “locked and loaded”, ovvero pronte all’attacco.

Iran’s President Hassan Rouhani

L’Iran ha annunciato che, con o senza mediatori, è sempre pronto a dialogare con i suoi vicini, inclusa l’Arabia Saudita, per eliminare ogni tipo di incomprensione”, ha annunciato Abbas Mousavi, portavoce del ministro degli Esteri della della repubblica Islamica. La guerra proxy in Yemen, le difficoltà diplomatiche e l’escalation militare non giocano a favore del Pakistan: un paese in difficoltà che si vede costretto in una regione complessa da gestire, tra superpotenze e giochi per la leadership.

Migrazione nella migrazione: la regionalizzazione australiana

Alla fine del maggio scorso, il Governo australiano ha confermato la volontà di apportare sostanziali riforme ad alcune vecchie tipologie di visti e di negoziare accordi migratori in aree designate, designated area migration agreement (DAMA), per incentivare la popolazione a migrare nelle zone periferiche della nazione.

Tali riforme entreranno effettivamente in vigore il prossimo 16 novembre, con la sostituzione di due tipologie già esistenti e l’introduzione di un nuovo e vantaggioso visto per la residenza permanente.

L’Australia si avvale ormai da tempo di un sistema selettivo di immigrazione basato sull’acquisizione di punti in determinate categorie. Fu introdotto alla fine degli anni ‘90 per incrementare le risorse intellettuali dello Stato e ridurre la opprimente forbice lavorativa. I punti vengono assegnati agli aspiranti migranti, considerando le caratteristiche più o meno desiderabili dalla nazione, quali l’età, il livello di educazione, le esperienze lavorative e linguistiche e, ovviamente, il livello di inglese. I soggetti che acquisiscono più punti sono invitati dal Governo stesso a fare domanda per un visto, senza il bisogno di avere già un’offerta di lavoro sul territorio.

Ogni anno l’Australia fissa un tetto massimo di possibili accoglienze. Nell’ultimo anno, questo è passato da 190.000 a 160.000 posti, concessi con un visto permanente. La scelta è stata dettata dalla necessità di arginare l’esponenziale crescita che sta interessando città come Sydney, Melbourne e Canberra, senza adeguati mezzi per far fronte all’aumento della densità  della popolazione. Le riforme saranno efficaci dal prossimo mese e rappresenteranno il rimedio legislativo alla congestione urbana che il paese si trova ad affrontare.

Ad essere modificati e sostituiti saranno i visti di tipologia 489 e 187, rispettivamente dai visti lavorativi sottoclasse 491 e 494. Il primo dei due visti prevede 14.000 posti disponibili annuali. Per ottenerlo bisogna essere nominati dal Governo stesso, con il metodo dei punti spiegato precedentemente, o essere sponsorizzati da un familiare che vive nella zona regionale designata.

Il secondo invece, esige maggiori requisiti e consta di solo 9.000 posti. Il soggetto richiedente deve essere sponsorizzato da un datore di lavoro con un’offerta di impiego di almeno cinque anni consecutivi. In più, sono richiesti almeno tre anni di esperienze lavorative e un buonissimo livello di inglese. Per poter ottenere entrambi l’età limite è 45 anni.

Visti regionali di questo genere già esistevano precedentemente, ma la vera novità risiede nella possibilità di fare domanda per un visto permanente dopo aver posseduto per tre anni queste due tipologie di visto. Un’opportunità molto vantaggiosa, se confrontata con le normali modalità di accesso ad un visto permanente basate sulla necessaria presenza di un parente australiano o sull’avvio di un’impresa.

Un’altra modifica volta a incentivare gli studenti internazionali ad iscriversi e a frequentare le università nelle aree regionali, oltre che nelle affollate metropoli, prevede l’estensione del visto studentesco di un anno dalla fine degli studi, per godere di diritti lavorativi post-laurea.

A comunicare la notizia di queste riforme è stato il ministro australiano per le Infrastrutture, Alan Tudge, sottolineando le positività di questa iniziativa alla luce dei successi di una politica migratoria simile in Canada: “Questo programma è l’esempio di un rapporto ascendente alla migrazione”. Sostenendo questa tesi, il Ministro non ha mancato di menzionare i dati concreti che il paese nordamericano è riuscito a raggiungere: prima della riforma degli anni ‘90, solo il 10% dei migranti in Canada si stabiliva al di fuori delle città principali; ad oggi, la percentuale è salita al 34%. Al contrario, in Australia solo il 14% di 1 milione e mezzo di migranti si è stabilito nelle regioni rurali. Per questo motivo lo Stato aspira ad ottenere un livello di integrazione simile a quello canadese, attraverso programmi di supporto, una rete comunitaria e centri per l’impiego.

Il Canada non è l’unico paese-esempio che l’Australia mira a emulare. Infatti, nel suo discorso, Alan Tudge ha fatto riferimento anche a Germania e Francia per i modelli di infrastrutture che sono riusciti a costruire, aggiungendo: “Un ulteriore passo è quello di realizzare connessioni ferroviarie rapide tra le grandi capitali e i centri regionali che le circondano”. Inoltre, il ministro mira a creare maggiore collaborazione  tra lo Stato e le regioni, che sono le prime responsabili dell’equilibrio tra trasporti, concessioni abitative e fornitura di servizi in funzione di un miglioramento dello sviluppo demografico.

Minister for Human Services Alan Tudge speaks to the media during a press conference in Melbourne, Thursday, January 25, 2018. (AAP Image/Alex Murray)

Alcuni esperti in migrazione hanno accolto positivamente le nuove modifiche, ma hanno sottolineato come alcuni precedenti tentativi di incentivare la popolazione a stabilirsi in aree non urbane siano falliti nel lungo termine poiché, terminato il periodo obbligatorio di permanenza  di tre anni, le persone tendono a tornare nelle città. In contrapposizione a questa considerazione, il ministro Tudge ha affermato: “Nonostante non vi sia nessuna costrizione nel rimanere nelle province, l’evidenza dimostra che la maggior parte decide di rimanere dove si è costruita la propria vita”. Inoltre, egli ha aggiunto che l’ambizione di questo progetto è di collegare le principali città-satellite con Brisbane e Sydney entro 20 anni, citando uno studio che suggerisce come, entro il 2050, un milione di persone vivrà nella regione periferica di Victoria, collegata da treni ad alta velocità con Melbourne.

Nonostante abbia un tetto massimo di richieste da accettare, il sistema australiano si pone in maniera molto flessibile nei confronti dei migranti,  permettendo loro di  acquisire punti non solo per le loro esperienze lavorative precedenti, ma anche attraverso l’impulso del governo o di un familiare.

In altri stati, il Regno Unito ad esempio, ciò non è possibile: per poter ottenere un visto è necessario ricevere già un’offerta di lavoro in loco. Ciononostante, ultimamente i programmi post-Brexit del Regno Unito mirano a instaurare una politica migratoria simile al paese oceanico, con i politici britannici pro-separazione che si riferiscono all’Australia senza considerare come le scelte australiane siano molto più aperte di quelle inglesi. In Australia, difatti, un coniuge può far immigrare l’altro senza bisogno di un minimo salariale annuo e vi è un piano di accoglienza per rifugiati di regioni in conflitto dieci volte più grande di quello anglosassone.

Ad oggi, l’Australia conta più del 30% della sua popolazione nata oltreoceano; presto potrebbe incrementare questa percentuale con l’obiettivo di sviluppare le proprie periferie.

Contraddizioni della questione migratoria indiana: diaspora programmata e censimento degli esclusi

Secondo l’International Migrant Stock 2019, un report del Dipartimento degli affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite, l’India è al primo posto per numero di persone emigrate. Sono ben 17.5 milioni gli indiani che hanno deciso di lasciare il proprio paese verso nuovi lidi: una cifra che corrisponde al 6,4% di un totale di 272 milioni di emigranti.

Tra le mete scelte dai cittadini indiani, gli Emirati Arabi Uniti risultano essere al primo posto, seguiti da Stati Uniti e Arabia Saudita. Il Pakistan, un tempo meta privilegiata, non accoglie oggi che il 9% dei migranti totali.

L’India è tradizionalmente una terra di emigrazione. Già nel 1800 i coloni britannici avevano elaborato un sistema di migrazione attraverso i territori colonizzati. In seguito all’abolizione della schiavitù da parte dei Britannici nel 1833, la necessità di manodopera nelle piantagioni, unita alla povertà dei contadini dell’Asia meridionale, hanno spinto circa 1.5 milioni di lavoratori verso nuove terre. La Guyana e l’Africa dell’Est per gli abitanti del Punjab e del Gujarat; le Isole Fiji, le Isole Mauritius, Trinidad e Suriname per gli abitanti degli attuali Stati di Bihar e Uttar Pradesh; la Guadalupa, la Martinica, il Sud Africa e l’Isola della Riunione per gli abitanti del Tamil Nadu. Nello stesso periodo, gli amministratori delle piantagioni di tè, caffè e caucciù avevano messo in atto un altro meccanismo migratorio che consisteva nella possibilità di trasferire intere famiglie indiane in Sri Lanka, Malaya e Burma. Sono 6.5 milioni gli indiani emigrati prima dell’abolizione di tale misura nel 1938.

In entrambi i casi, i lavoratori immigrati non avevano la possibilità di integrarsi  con la popolazione locale. Tuttavia, è importante sottolineare che anche in questo periodo l’emigrazione non riguardava solo lavoratori poco qualificati: sono molti i  mercanti che sceglievano di trasferirsi in  altre colonie britanniche con maggiori opportunità lavorative. Se, in questa prima fase, la migrazione verso il Regno Unito era un fenomeno minore, questa tendenza è cambiata radicalmente nei decenni successivi all’indipendenza nel 1947. La migrazione indiana nel Regno Unito, prima nel continente europeo, è agevolata dai British Commonwealth Immigration Acts del 1962 e del 1968, che prevedono il diritto di vivere, lavorare, votare e ricoprire incarichi pubblici nel paese per qualsiasi membro del Commonwealth. Tra il 1970 e il 1996 il Regno Unito ha ricevuto in media 5.800 immigrati indiani all’anno.

Oggi sono altre le chiavi di lettura del fenomeno. La solidità e l’efficacia del sistema educativo nazionale indiano, incentrato soprattutto sulla tecnologia, l’informatica e l’ingegneria, discipline che, coniugate all’ottima padronanza della lingua inglese, contribuiscono a costruire un profilo altamente richiesto all’estero, spiegano almeno in parte il fenomeno migratorio. Nello stesso tempo inoltre, le economie occidentali vedono una fuga di professionisti, per via di un fenomeno chiamato skills gap: la domanda di lavoratori qualificati è superiore alla loro effettiva presenza nel territorio nazionale. Dall’altro lato, invece, i lavoratori indiani sono incoraggiati a lasciare il proprio paese in cerca di stipendi più alti e di una qualità della vita superiore, così come di prospettive di carriera più gratificanti.

Tali lavoratori emigrati costituiscono allo stesso tempo una fonte di guadagno per lo stato Indiano. Secondo uno studio della Banca Mondiale, gli impiegati indiani all’estero avrebbero inviato ben 79 miliardi al proprio paese di origine, nel 2018. Nonostante la cifra sia significativa, essa costituisce appena il 2,7% del PIL indiano. I dati riguardanti il tasso di immigrazione seguono invece una traiettoria differente. Secondo il report sono 5.1 milioni gli immigrati che nel 2019 hanno trovato accoglienza in India: cifra inferiore rispetto ai 5.2 milioni del 2015. Dal 1990 si è registrato un calo del tasso di immigrazione pari al 32%. Ancora oggi, tuttavia, gran parte degli immigrati provengono da paesi della stessa aerea regionale, come Bangladesh, Pakistan e Nepal. A dispetto di questo, il Governo di Nuova Delhi è solito ricorrere a toni allarmisti e ad una retorica anti-immigrati, come testimoniano gli ultimi avvenimenti.

Lo scorso 31 agosto, il governo dello stato di Assad, nel Nord Est del paese, ha pubblicato una lista nella quale appaiono i nomi dei cittadini indiani, meglio nota come il National Register of Citizens (NRC), il cui obiettivo principale è l’identificazione degli immigrati illegali residenti nello stato. Si tratta di un territorio storicamente caratterizzato da un forte tasso di immigrazione dal vicino Bangladesh. Tuttavia, ben 1.9 milioni di persone sono stati esclusi dall’elenco ufficiale. Nata nel 1951 e valida unicamente nello stato di Assad, tale lista include i discendenti delle persone inserite nella lista originale, quelli presenti nelle liste elettorali o in documenti approvati dal governo. In altre parole, per essere inseriti nella lista bisogna dar prova di essere residente in India (o di essere discendente di persone residenti nel Paese) da prima del 1971, anno dell’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan. Da allora, l’elenco non è mai stato aggiornato.

Coloro i quali non vedono il proprio nome apparire nella lista hanno la possibilità di dimostrare la propria appartenenza allo stato di Assam attraverso il ricorso a dei Foreigners Tribunals. Si tratta di un particolare tipo di istituzione paragiurisdizionale, specifico del territorio di Assam, il cui compito è dimostrare se una persona risiedente illegalmente nello stato sia o meno straniera. Al momento, sono 100 i Foreigners Tribunals totali, ma è prevista la costruzione di altri 200 fori. Se, fino ad ora, l’iniziativa di realizzazione di questi tribunali spettava al potere centrale, grazie ad una decisione del Ministero degli Interni potrà essere condivisa con i governi dei singoli stati, con i centri amministrativi dei territori dell’Unione, nonché con magistrati distrettuali e capi del distretto. Un’altra importante modifica riguarda il fatto che i singoli individui hanno il potere di sollecitare l’intervento del Tribunale, mentre in precedenza solo il governo centrale poteva sollevare il Tribunale contro determinati sospetti. Inoltre, ai magistrati sarà permesso valutare la nazionalità anche di coloro che decideranno di non ricorrere ad alcun appello.

In caso di necessità, gli appellanti potranno sempre sollecitare le Corti di grado superiore. A loro è concesso un totale di 120 giorni per fare ricorso, mentre le Corti potranno verificare o smentire l’adeguatezza della sentenza durante un periodo di sei mesi, al termine del quale il loro statuto sarà dichiarato ufficiale. Nonostante il governo abbia rassicurato i cittadini indiani, il breve lasso di tempo dedicato agli appelli lascia temere un sovraccarico di lavoro che rischia di minare l’efficienza delle Corti e l’effettiva possibilità di pronuncia da parte di queste.

A nessun immigrato illegale sarà permesso di restare nel Paese”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Amit Shah. Secondo quanto stabilito dal Passport Act (1920) e dal Foreigner Act (1946), gli immigrati clandestini rischiano dai 3 mesi agli 8 anni di prigione. In seguito a questo periodo di detenzione, la persona è costretta alla deportazione, la quale si risolve, nella  maggior parte dei casi, nello spostamento in centri di detenzione fino a che il paese di origine non ne approvi il rimpatrio. Ad oggi, sono circa 1000 le persone costrette nei centri già esistenti, sospettate di trovarsi illegalmente nel paese. Intanto, il primo centro di detenzione di massa per immigrati illegali, destinato ad accogliere almeno 3000 persone, è in costruzione nella città di Goalpara. Secondo le direttive rese pubbliche all’inizio del mese di settembre, tali centri di detenzione dovranno essere circondati da un muro di almeno 3 metri e da filo spinato. Il governo ha già annunciato un progetto di costruzione di un totale 10 centri di detenzione. Dal momento in cui non saranno riconosciuti come cittadini indiani, gli immigrati illegali saranno privati dei propri diritti e libertà civili. Sebbene per il momento tale misura sia valida solamente nello stato di Assam, Nuova Delhi ha intenzione di estenderne la portata all’intero paese. In un articolo pubblicato dal quotidiano indiano The Hindu, Harsh Mander, attivista per i diritti umani, ha dichiarato che un simile sviluppo costituirebbe un “kafkiano labirinto burocratico”, specialmente per la popolazione rurale, che spesso non ha i mezzi per dimostrare la propria nazionalità.

Secondo altri attivisti per i diritti umani, la lista avrebbe lo scopo di attaccare la comunità musulmana. Dal suo insediamento, il governo nazionalista-induista guidato dal Bharatiya Janata Party (BJP) di Narendra Modi è stato più volte accusato di attaccare quella che è una delle minoranze più importanti nel paese: il 14% per una popolazione totale di 1.3 miliardi. Come riportato da Al Jazeera, durante l’elaborazione della lista sono stati riscontrati diversi difetti procedurali ed anomalie. Il tutto è accaduto nonostante la Corte Suprema fosse incaricata di sorvegliare la correttezza dell’intero processo. Diversi individui riconosciuti come cittadini indiani sono stati esclusi dalla lista, inclusi alcuni funzionari del governo. Il PJB ha inoltre dichiarato di voler modificare la Costituzione, in modo particolare il Citizenship Act, per proteggere i cittadini induisti esclusi dalla lista. L’obiettivo della riforma è quello di assicurare la cittadinanza a determinate comunità religiose: più in particolare induisti, sikhs e buddisti. Asaduddin Owaisi, parlamentare rappresentante del collegio elettorale di Hyderabad nella Lok Sabha, la camera bassa del Parlamento, nonché portavoce della comunità musulmana, ha dichiarato ad Al Jazeera: “Guideremo la comunità e saremo pronti ad  un ricorso legale se necessario”, definendo un’eventuale riforma del Citizenship Act come un’“enorme violazione della Costituzione”.

Escalation di violenza durante la diciassettesima settimana di manifestazioni ad Hong Kong

Tutto è iniziato a fine marzo, quando il capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha proposto un emendamento sulla legge sull’estradizione. Ad Hong Kong sono attualmente in vigore leggi sull’estradizione basate su accordi bilaterali con oltre venti paesi, tra i quali non rientra la Cina. La proposta di legge renderebbe possibile l’estradizione verso la Cina per determinati reati e l’applicazione delle pene previste dalla legge cinese. Questa legge ha sollevato le preoccupazioni dei cittadini, poiché essi temono che le richieste di estradizione verso la Cina  violino i diritti umani e che possano essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese.

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Da oltre sedici settimane i cittadini di Hong Kong continuano a manifestare a sostegno della democrazia e della loro libertà e contro Pechino, che cerca di imporsi e di controllare sempre di più il governo locale. Nel mese di giugno scorso, le manifestazioni si sono moltiplicate, sino a portare quasi un milione di persone in piazza il 9 giugno. Le richieste dei manifestanti sono cinque: ritiro completo della legge sulle estradizioni verso la Cina; ritiro della definizione di “sommosse” per le proteste; rilascio delle persone arrestate durante le manifestazioni; inchiesta indipendente sulle azioni della polizia dimissioni della governatrice Lam; l’introduzione del suffragio universale.

Non è la prima volta che gli abitanti di Hong Kong scendono in piazza per rivendicare i propri diritti e per la difesa della formula “un paese due sistemi” , in nome della quale, nel 1997, la Cina aveva promesso ad Hong Kong che avrebbe beneficiato di uno statuto d’autonomia fino al 2047. Nel 2003, centinaia di migliaia di manifestanti sono riusciti a bloccare una legge sulla sicurezza nazionale, che avrebbe introdotto reati come il tradimento. Nel 2012, grazie ad un movimento studentesco non è passato il tentativo, da parte di Pechino, d’imporre un programma scolastico patriottico”, ritenuto un mezzo di propaganda. Nel corso degli anni, gli episodi di censura, controllo e minaccia alla libertà sono diventati sempre più frequenti: nel 2016 un gruppo di attivisti eletti per delle cariche pubbliche sono stati dichiarati non idonei poiché si sono rifiutati di giurare lealtà alla Cina utilizzando espressioni offensive.

Le paure e le preoccupazioni dei cittadini di perdere libertà e diritti si sono concretizzate con la legge sull’estradizione, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il movimento di protesta che stanno portando avanti i dimostranti, a differenza dei precedenti, prende di mira direttamente Pechino. Alle radici di queste proteste e del movimento, c’è il cambiamento d’identità di Hong Kong, ex colonia britannica, avvenuto a seguito del sopracitato accordo firmato nel 1997 tra Inghilterra e Cina a proposito del destino del territorio in questione. Agli occhi dei cittadini della regione amministrativa speciale si prospetta un futuro con una Cina sempre più autoritaria, che soffocherà tutti i diritti di cui godono attualmente.

Tra i vari mezzi messi in campo dai manifestanti, l’arte si è rivelata un’arma in più. Come gli artisti del Gruppo Trio durante l’assedio di Sarajevo, i quali ridisegnavano in chiave ironica i loghi più celebri per richiamare l’attenzione del mondo su ciò che stava succedendo in Bosnia, anche ad Hong Kong nel corso dei mesi sono stati creati slogan e poster artistici ironici e combattivi, al fine di attirare l’attenzione, il supporto dei paesi occidentali e dei media internazionali. Uno degli slogan delle proteste più celebri è stato “Be water!” (sii come l’acqua), espressione che invita alla flessibilità e alla creatività. Oltre a quelli, i manifestanti realizzano graffiti quali “Liberate Hong Kong, Revolution of our Times”, “I can lose my future, but HK must not”, in riferimento ai simboli della protesta.

Di fronte alle proteste, Pechino ha inizialmente scelto di oscurare le notizie tramite la censura delle stesse, per poi mettere in atto un processo di disinformazione, tramite immagini e testi manipolati per far apparire i manifestanti come violenti e minacciosi. Il più alto funzionario cinese ad Hong Kong, Yang Guang, ha parlato di ‘terrorismo. Qualora i disordini dovessero intensificarsi, il governo locale potrebbe chiedere l’aiuto dell’esercito per “mantenere l’ordine pubblico”: i soldati cinesi presenti sull’isola sono oltre 10.000.

Proprio nel mese di luglio, le proteste sono diventate più violente. Molteplici scontri con la polizia hanno provocato gravi feriti; una donna rischia di perdere un occhio dopo essere stata colpita da un proiettile di gomma. Un rapporto di Amnesty International ha denunciato l’uso estremo di violenza da parte della polizia. Nicholas Bequelin, responsabile di Amnesty International per l’Asia orientale, ha dichiarato che “le testimonianze lasciano poco spazio al dubbio. Gli agenti hanno ripetutamente usato la violenza prima e durante gli arresti, anche quando l’individuo era stato immobilizzato. L’uso della forza è stato pertanto chiaramente eccessivo e ha violato il diritto internazionale in materia di diritti umani”. Stando al rapporto, decine di persone sono state picchiate anche dopo essere state immobilizzate e ammanettate. Un dimostrante ha dichiarato di essere stato malmenato e minacciato per non avere collaborato durante un interrogatorio: Sentivo il dolore nelle mie ossa  e non potevo respirare. Ho provato a gridare ma non potevo ne’ parlare né respirare”.

Il 1° ottobre, mentre la Cina festeggiava i 70 anni della Repubblica Cinese Popolare e a Pechino si svolgeva la più grande parata militare mai organizzata con  15.000 soldati, 500 mezzi militari e 160 aerei, ad Hong Kong 100.000 persone sono tornate a manifestare per la democrazia con i propri ombrelli, divenuti uno dei simboli della protesta, utilizzati come scudo per proteggersi da fumogeni e lacrimogeni.

In un’escalation di tensione e violenza, la polizia ha usato il pugno di ferro. Per la prima volta dall’inizio delle proteste, è stato sparato un colpo ad altezza uomo che ha gravemente ferito nella parte sinistra del petto un giovane manifestante di 18 anni, attualmente in condizioni critiche. A seguito di questo episodio, il direttore di Amnesty International di Hong Kong, Man-Kei Tam, ha dichiarato che “il ferimento grave di un manifestante rappresenta un allarmante sviluppo nella risposta alle proteste da parte della polizia di Hong Kong. Le autorità devono avviare un’indagine immediata”. In molte parti del corteo sono stati lanciati fumogeni, lacrimogeni, scontri con la polizia, feriti e arresti.

Durante la cerimonia a Pechino, il presidente Xi Jinping ha pronunciato il discorso ufficiale, durante il quale ha affermato che “nessuna forza può neanche scuotere lo stato della Cina o fermare il popolo e la nazione cinesi dal marciare in avanti”. Mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è congratulato con Xi per il 70o anniversario della Repubblica Popolare, ad  Hong Kong proseguivano le manifestazioni per la democrazia. In questa circostanza, l’attivista Lee Cheuk-yan ha dichiarato: “oggi scendiamo in piazza per dire al Partito Comunista che la gente di Hong Kong non ha nulla da festeggiare. Siamo in lutto perché in 70 anni di governo del Partito Comunista, i diritti democratici dei cittadini di Hong Kong e della Cina sono stati negati. Continueremo a combattere!”.

Dai deepfake in Cina alla (dis)informazione intelligente

Appena qualche ora dopo essere stata lanciata sul mercato, lo scorso 30 agosto, l’appZao è diventata una delle forme di intrattenimento più popolare e controversa degli ultimi tempi. Gratuita e disponibile sul sistema operativo sviluppato da Apple (iOS), l’applicazione permette di sostituire il proprio volto con quello delle celebrità in scene di film, serie tv, clip musicali o sportive e di condividere online i video modificati. Per vedere la propria faccia protagonista di una scena cult o di un video noto, è sufficiente scegliere tra gli spezzoni proposti, scattarsi un selfie e autorizzare il software all’utilizzo dell’immagine per realizzare il face-swapping.

A sollevare lo scontento degli utenti e della società civile, tuttavia, sono state le politiche sul trattamento dei dati, le quali prevedevano che, accettando i termini e le condizioni di utilizzo, venissero ceduti a Zao pieni diritti sull’uso delle immagini caricate sulla piattaforma. I numerosi commenti negativi apparsi nell’App Store hanno spinto la società produttrice Momo Inc, a scusarsi pubblicamente e a modificare le condizioni d’uso, eliminando la clausola sul libero utilizzo dei dati e promettendo di rimuovere dai server i contenuti caricati e poi cancellati dagli utenti.

Nonostante la controversia, Zao è rimasta una delle app più scaricate in Cina.

Nei giorni successivi, WeChat, l’app cinese di messaggistica istantanea che oggi conta un miliardo di utenti, ha bloccato sulla propria piattaforma la condivisione dei contenuti realizzati con Zao, etichettati come “rischiosi per la sicurezza”. Lo stesso tabloid Global Times, prodotto dal quotidiano ufficiale del Partito Comunista, ha sottolineato i rischi legati alla violazione della privacy dei consumatori e ha dichiarato che il paese sta formulando una sezione speciale delle norme vigenti che si occupi delle dispute legali causate dalle tecnologie di face-swapping. A esprimersi anche Alipay, maggiore piattaforma di pagamenti online nel mondo, la quale ha rassicurato i consumatori che i video realizzati con Zao non possono essere utilizzati per frodare lo Smile to Pay system, sistema di pagamento effettuato attraverso il riconoscimento facciale.

La violazione della privacy e il furto dei dati che ne può derivare non sono gli unici rischi attribuiti alla nuova app. Zao, infatti, è diventata oggetto di dibattito anche a livello internazionale poiché classificata come un’applicazione in grado di produrre deepfake, ovvero di combinare, per mezzo dell’Intelligenza Artificiale, immagini o video originali sovrapponendone altri di diversa provenienza. Si tratta, in pratica, di quella che può essere considerata l’ultima frontiera della disinformazione, poiché permette la manipolazione di contenuti multimediali che appaiono originali agli occhi di chi li riceve.

Il termine è apparso per la prima volta nel 2017 sul sito di intrattenimento Reddit, dove un utente chiamato, appunto, deepfakes ha pubblicato una serie di video erotici nei quali i volti delle attrici venivano sostituiti da quelli di celebrità di Hollywood. Dopo essere stato vietato per fini pornografici da piattaforme come Pornhub o Twitter, l’utilizzo del deepfake si è diffuso soprattutto a scopo di intrattenimento. Per farsi un’idea di come questa tecnica abbia la capacità di alterare completamente la percezione della realtà, si possono guardare i video realizzati dall’utente intervistato dal The Guardian, il quale considera la creazione di video falsi un hobby con cui spera di poter aumentare la consapevolezza del pubblico sulle potenzialità di tale tecnologia.

Oltre ad una forma di svago, però, l’alterazione di contenuti multimediali per mezzo dell’Intelligenza Artificiale rappresenta una minaccia reale alla sicurezza collettiva, per le conseguenze che essa può avere sia nella vita privata delle persone, sia nell’intera società. I rischi dei deepfake, peraltro, si affiancano a quelli prodotti da altre tecnologie di mimesi digitale. Esemplare è in tal senso la frode recentemente riportata dal Wall Street Journal ai danni di un amministratore delegato di una società energetica inglese, il quale ha versato una somma di €220.000 a quello che credeva essere il direttore generale della società madre tedesca. Le indicazioni gli erano state fornite da una telefonata che riproduceva, per mezzo dell’AI, il suono, la tonalità, e persino l’accento tedesco della voce originale del CEO.

Per quanto riguarda i danni alla collettività riconducibili alla diffusione dei deepfake, il timore più diffuso è che essi possano diventare una fonte di disinformazione, ancora più potente delle fake news così come le conosciamo. Oltre a rendere virali contenuti falsi facilmente realizzabili, il rischio è che la tecnica possa essere utilizzata a scopi politici per condizionare i voti degli elettori, soprattutto in vista delle presidenziali americane del 2020. Nel report realizzato da Paul Barret, vicedirettore del New York University Stern Center for Business and Human Rights, i video deepfake sono indicati, infatti, come una delle maggiori minacce dalla quale dovrebbe difendersi l’industria dei social media. È proprio con lo scopo di farsi trovare preparati alle potenzialità dell’AI che Facebook, Microsoft e diversi accademici hanno lanciato il contestDeepfake Detection Challenge‘, finalizzato a sviluppare nuove tecniche di riconoscimento e intercettazione dei video deepfake. A partire dal prossimo ottobre fino a marzo 2020, i partecipanti lavoreranno su un insieme di dati ricavati da video falsi prodotti e diffusi in rete appositamente da Facebook, che ha contribuito a finanziare l’iniziativa con una cifra di $10 milioni.L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nei social media era già stato segnalato come uno strumento in grado di alimentare la disinformazione online attraverso la creazione sempre più accurata di fake news e la sua distribuzione virale. Se, alla falsificazione delle informazioni date dalla parola scritta, si aggiunge la possibilità di creare facilmente falsi contenuti video e audio, le sfide per il mondo dell’informazione si infittiscono. Le priorità a livello globale per rispondere prontamente al fenomeno del deepfake riguardano, prima di tutto, la ricerca tecnologica per approfondire le tecniche di alterazione di contenuti multimediali e l’abilità nel riconoscerle. In secondo luogo, di fondamentale importanza è anche la dimensione normativa per l’implementazione di leggi che possano regolare l’utilizzo di tale strumento senza minare la libertà di espressione online. Infine, occorre aumentare la consapevolezza degli utenti su questa ormai diffusissima tecnica che, da forma di intrattenimento, può diventare uno mezzo  di disinformazione capace di ingannare i nostri sensi, portandoci a dubitare non più solo di quel che leggiamo, ma anche di ciò che vediamo o sentiamo.

Il trattato Deng Xiaoping – Jiang Zemin: sarà rispettato?

Cesare Beccaria non è mai stato a Pechino e forse per questo in Cina i tribunali non prendono la presunzione di innocenza molto sul serio. Il processo penale nella Cina sovrana è profondamente diverso da quello utilizzato ad Hong Kong. Come denunciato nel 2015 da Zhu Zhengfu, vice presidente dell’Associazione nazionale degli avvocati in Cina, nella realtà dei fatti e a dispetto delle garanzie formali, l’imputato è presunto colpevole, salvo prova contraria: una prova molto difficile da fornire a un pubblico ministero cinese. 

Il problema, che in Cina esiste da tempo, ha improvvisamente assunto una speciale rilevanza per i cittadini di Hong Kong, che dal luglio 1997 han goduto di un certo isolamento istituzionale in virtù della propria indipendenza amministrativa. L’Ufficio della Sicurezza, branca del Governo locale, ha infatti avanzato nel febbraio 2019 un progetto di legge per l’estradizione dei cittadini con il Governo centrale cinese, suscitando numerose proteste.

Quel che finora ha impedito agli hongkonghesi di essere giudicati dalle autorità di Pechino era l’accordo per la cessione dell’ex-colonia inglese alla Cina firmato nel 1984 dalla Lady di Ferro, la signora poi baronessa Thatcher, con l’allora presidente cinese Jiang Zemin, che garantisce ad Hong Kong altri trent’anni circa di sostanziale democrazia e indipendenza dalle leggi, dal sistema giudiziario, dall’economia e dalla totale mancanza di rispetto dei diritti umani di Pechino. La decolonizzazione rappresenta spesso non una semplice vittoria su un campo di battaglia, ma bensì, un lungo processo insidioso e spesso difficoltoso. Un processo lungo che Hong Kong sembrava aver intrapreso, a suo tempo, proprio quando lo scenario generale era di imposizione, da parte delle maggiori superpotenze, delle proprie linee guida. Hong Kong conquistò così indipendenza e sovranità economica.

La contestatissima proposta di legge sta mettendo a dura prova il Governo. La riforma vorrebbe consentire la possibilità di estradare qualsiasi cittadino di Hong Kong colpevole di una vastissima serie di reati, anche futili, in Cina. La rivolta civile che ne è seguita ha visto protagonista una massiccia porzione del popolo di Hong Kong. Se approvata, la legge potrebbe non solo tradursi nella fine dell’indipendenza di Hong Kong che finora le ha permesso di prosperare grazie al sistema un Paese, due Sistemi, garantito dall’accordo Thatcher-Deng Xiaoping, ma anche come centro d’affari internazionale, perché nessuno a Hong Kong sarebbe al sicuro dalla longa manus della giustizia cinese, che potrebbe verosimilmente essere strumentalizzata per fini politici. Molto probabilmente, per Hong Kong significherebbe peraltro una minaccia ai valori ereditati dall’esperienza coloniale, che i residenti hanno nel tempo fatto propri.

La proposta di estradizione consentirebbe alle persone ricercate di Hong Kong di essere inviate nella Cina continentale, oltre che a Macao e a Taiwan. La norma potrebbe colpire chiunque a Hong Kong, sia che si tratti di residenti, lavoratori stranieri, investitori o addirittura semplici turisti in visita. La scusa formale per introdurre la necessità di un trattato di estradizione con la Cina, i burocrati di Pechino l’hanno trovata nel febbraio 2018, quando, secondo la Polizia cinese, un uomo di Hong Kong ha ucciso la sua ragazza (anche lei cittadina di Hong Kong) mentre si trovava a Taiwan. Dopodiché si è sbarazzato del corpo, per poi tornare in patria prima che la polizia di Taiwan potesse arrestarlo. Dopo l’arresto del sospettato da parte della polizia locale, le autorità del Porto Fragrante si sono trovate di fronte a un dilemma legale, visto che Hong Kong e Taiwan non hanno mai firmato un accordo di estradizione.

“Poiché la legge ha causato molte preoccupazioni e differenze di opinioni, non andrò avanti fino a quando queste paure e queste ansie non saranno adeguatamente affrontate” ha detto martedì 18 giugno il capo esecutivo di Hong Kong Carrie Lam in conferenza stampa.  Parole che non hanno soddisfatto i suoi critici né evitato un ritorno di fiamma, incassando la solidarietà di manifestanti anche in Taiwan. Quasi due milioni di persone hanno occupato ancora le strade per dare vita a una manifestazione senza precedenti. Centinaia di migliaia di cittadini sono scesi nelle strade della città-stato asiatica per chiedere il ritiro definitivo della proposta di legge che avrebbe facilitato la consegna di ‘sospetti’ alla madrepatria cinese. La rivolta è esplosa il 9 giugno, quando le strade dell’ex colonia britannica sono state invase dalla più imponente manifestazione di piazza negli ultimi tre decenni.

Le scuse pubbliche di Lam avrebbero dovuto calmare le proteste, riportando una situazione di calma e pace. Così non è stato. I cittadini di Hong Kong, infatti, hanno continuato la loro impresa, tornando come un fiume in piena ad invadere le strade. Non solo una protesta contro la proposta di legge per chiederne il ritiro immediato, ma anche  per le dimissioni di Lam, invocate a gran voce. La protesta ha peraltro ospitato un già famoso volto implicato nella rivoluzione degli Ombrelli del 2014, fallita negli intenti, ma capace di risvegliare l’interesse dei media di tutto il mondo. Scarcerato il 17 giugno, il giovane Wong è subito tornato protagonista dinanzi ai microfoni, inveendo contro la proposta di legge e incitando i cittadini di Hong Kong a non cedere.