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Migrazione nella migrazione: la regionalizzazione australiana

Alla fine del maggio scorso, il Governo australiano ha confermato la volontà di apportare sostanziali riforme ad alcune vecchie tipologie di visti e di negoziare accordi migratori in aree designate, designated area migration agreement (DAMA), per incentivare la popolazione a migrare nelle zone periferiche della nazione.

Tali riforme entreranno effettivamente in vigore il prossimo 16 novembre, con la sostituzione di due tipologie già esistenti e l’introduzione di un nuovo e vantaggioso visto per la residenza permanente.

L’Australia si avvale ormai da tempo di un sistema selettivo di immigrazione basato sull’acquisizione di punti in determinate categorie. Fu introdotto alla fine degli anni ‘90 per incrementare le risorse intellettuali dello Stato e ridurre la opprimente forbice lavorativa. I punti vengono assegnati agli aspiranti migranti, considerando le caratteristiche più o meno desiderabili dalla nazione, quali l’età, il livello di educazione, le esperienze lavorative e linguistiche e, ovviamente, il livello di inglese. I soggetti che acquisiscono più punti sono invitati dal Governo stesso a fare domanda per un visto, senza il bisogno di avere già un’offerta di lavoro sul territorio.

Ogni anno l’Australia fissa un tetto massimo di possibili accoglienze. Nell’ultimo anno, questo è passato da 190.000 a 160.000 posti, concessi con un visto permanente. La scelta è stata dettata dalla necessità di arginare l’esponenziale crescita che sta interessando città come Sydney, Melbourne e Canberra, senza adeguati mezzi per far fronte all’aumento della densità  della popolazione. Le riforme saranno efficaci dal prossimo mese e rappresenteranno il rimedio legislativo alla congestione urbana che il paese si trova ad affrontare.

Ad essere modificati e sostituiti saranno i visti di tipologia 489 e 187, rispettivamente dai visti lavorativi sottoclasse 491 e 494. Il primo dei due visti prevede 14.000 posti disponibili annuali. Per ottenerlo bisogna essere nominati dal Governo stesso, con il metodo dei punti spiegato precedentemente, o essere sponsorizzati da un familiare che vive nella zona regionale designata.

Il secondo invece, esige maggiori requisiti e consta di solo 9.000 posti. Il soggetto richiedente deve essere sponsorizzato da un datore di lavoro con un’offerta di impiego di almeno cinque anni consecutivi. In più, sono richiesti almeno tre anni di esperienze lavorative e un buonissimo livello di inglese. Per poter ottenere entrambi l’età limite è 45 anni.

Visti regionali di questo genere già esistevano precedentemente, ma la vera novità risiede nella possibilità di fare domanda per un visto permanente dopo aver posseduto per tre anni queste due tipologie di visto. Un’opportunità molto vantaggiosa, se confrontata con le normali modalità di accesso ad un visto permanente basate sulla necessaria presenza di un parente australiano o sull’avvio di un’impresa.

Un’altra modifica volta a incentivare gli studenti internazionali ad iscriversi e a frequentare le università nelle aree regionali, oltre che nelle affollate metropoli, prevede l’estensione del visto studentesco di un anno dalla fine degli studi, per godere di diritti lavorativi post-laurea.

A comunicare la notizia di queste riforme è stato il ministro australiano per le Infrastrutture, Alan Tudge, sottolineando le positività di questa iniziativa alla luce dei successi di una politica migratoria simile in Canada: “Questo programma è l’esempio di un rapporto ascendente alla migrazione”. Sostenendo questa tesi, il Ministro non ha mancato di menzionare i dati concreti che il paese nordamericano è riuscito a raggiungere: prima della riforma degli anni ‘90, solo il 10% dei migranti in Canada si stabiliva al di fuori delle città principali; ad oggi, la percentuale è salita al 34%. Al contrario, in Australia solo il 14% di 1 milione e mezzo di migranti si è stabilito nelle regioni rurali. Per questo motivo lo Stato aspira ad ottenere un livello di integrazione simile a quello canadese, attraverso programmi di supporto, una rete comunitaria e centri per l’impiego.

Il Canada non è l’unico paese-esempio che l’Australia mira a emulare. Infatti, nel suo discorso, Alan Tudge ha fatto riferimento anche a Germania e Francia per i modelli di infrastrutture che sono riusciti a costruire, aggiungendo: “Un ulteriore passo è quello di realizzare connessioni ferroviarie rapide tra le grandi capitali e i centri regionali che le circondano”. Inoltre, il ministro mira a creare maggiore collaborazione  tra lo Stato e le regioni, che sono le prime responsabili dell’equilibrio tra trasporti, concessioni abitative e fornitura di servizi in funzione di un miglioramento dello sviluppo demografico.

Minister for Human Services Alan Tudge speaks to the media during a press conference in Melbourne, Thursday, January 25, 2018. (AAP Image/Alex Murray)

Alcuni esperti in migrazione hanno accolto positivamente le nuove modifiche, ma hanno sottolineato come alcuni precedenti tentativi di incentivare la popolazione a stabilirsi in aree non urbane siano falliti nel lungo termine poiché, terminato il periodo obbligatorio di permanenza  di tre anni, le persone tendono a tornare nelle città. In contrapposizione a questa considerazione, il ministro Tudge ha affermato: “Nonostante non vi sia nessuna costrizione nel rimanere nelle province, l’evidenza dimostra che la maggior parte decide di rimanere dove si è costruita la propria vita”. Inoltre, egli ha aggiunto che l’ambizione di questo progetto è di collegare le principali città-satellite con Brisbane e Sydney entro 20 anni, citando uno studio che suggerisce come, entro il 2050, un milione di persone vivrà nella regione periferica di Victoria, collegata da treni ad alta velocità con Melbourne.

Nonostante abbia un tetto massimo di richieste da accettare, il sistema australiano si pone in maniera molto flessibile nei confronti dei migranti,  permettendo loro di  acquisire punti non solo per le loro esperienze lavorative precedenti, ma anche attraverso l’impulso del governo o di un familiare.

In altri stati, il Regno Unito ad esempio, ciò non è possibile: per poter ottenere un visto è necessario ricevere già un’offerta di lavoro in loco. Ciononostante, ultimamente i programmi post-Brexit del Regno Unito mirano a instaurare una politica migratoria simile al paese oceanico, con i politici britannici pro-separazione che si riferiscono all’Australia senza considerare come le scelte australiane siano molto più aperte di quelle inglesi. In Australia, difatti, un coniuge può far immigrare l’altro senza bisogno di un minimo salariale annuo e vi è un piano di accoglienza per rifugiati di regioni in conflitto dieci volte più grande di quello anglosassone.

Ad oggi, l’Australia conta più del 30% della sua popolazione nata oltreoceano; presto potrebbe incrementare questa percentuale con l’obiettivo di sviluppare le proprie periferie.

Contraddizioni della questione migratoria indiana: diaspora programmata e censimento degli esclusi

Secondo l’International Migrant Stock 2019, un report del Dipartimento degli affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite, l’India è al primo posto per numero di persone emigrate. Sono ben 17.5 milioni gli indiani che hanno deciso di lasciare il proprio paese verso nuovi lidi: una cifra che corrisponde al 6,4% di un totale di 272 milioni di emigranti.

Tra le mete scelte dai cittadini indiani, gli Emirati Arabi Uniti risultano essere al primo posto, seguiti da Stati Uniti e Arabia Saudita. Il Pakistan, un tempo meta privilegiata, non accoglie oggi che il 9% dei migranti totali.

L’India è tradizionalmente una terra di emigrazione. Già nel 1800 i coloni britannici avevano elaborato un sistema di migrazione attraverso i territori colonizzati. In seguito all’abolizione della schiavitù da parte dei Britannici nel 1833, la necessità di manodopera nelle piantagioni, unita alla povertà dei contadini dell’Asia meridionale, hanno spinto circa 1.5 milioni di lavoratori verso nuove terre. La Guyana e l’Africa dell’Est per gli abitanti del Punjab e del Gujarat; le Isole Fiji, le Isole Mauritius, Trinidad e Suriname per gli abitanti degli attuali Stati di Bihar e Uttar Pradesh; la Guadalupa, la Martinica, il Sud Africa e l’Isola della Riunione per gli abitanti del Tamil Nadu. Nello stesso periodo, gli amministratori delle piantagioni di tè, caffè e caucciù avevano messo in atto un altro meccanismo migratorio che consisteva nella possibilità di trasferire intere famiglie indiane in Sri Lanka, Malaya e Burma. Sono 6.5 milioni gli indiani emigrati prima dell’abolizione di tale misura nel 1938.

In entrambi i casi, i lavoratori immigrati non avevano la possibilità di integrarsi  con la popolazione locale. Tuttavia, è importante sottolineare che anche in questo periodo l’emigrazione non riguardava solo lavoratori poco qualificati: sono molti i  mercanti che sceglievano di trasferirsi in  altre colonie britanniche con maggiori opportunità lavorative. Se, in questa prima fase, la migrazione verso il Regno Unito era un fenomeno minore, questa tendenza è cambiata radicalmente nei decenni successivi all’indipendenza nel 1947. La migrazione indiana nel Regno Unito, prima nel continente europeo, è agevolata dai British Commonwealth Immigration Acts del 1962 e del 1968, che prevedono il diritto di vivere, lavorare, votare e ricoprire incarichi pubblici nel paese per qualsiasi membro del Commonwealth. Tra il 1970 e il 1996 il Regno Unito ha ricevuto in media 5.800 immigrati indiani all’anno.

Oggi sono altre le chiavi di lettura del fenomeno. La solidità e l’efficacia del sistema educativo nazionale indiano, incentrato soprattutto sulla tecnologia, l’informatica e l’ingegneria, discipline che, coniugate all’ottima padronanza della lingua inglese, contribuiscono a costruire un profilo altamente richiesto all’estero, spiegano almeno in parte il fenomeno migratorio. Nello stesso tempo inoltre, le economie occidentali vedono una fuga di professionisti, per via di un fenomeno chiamato skills gap: la domanda di lavoratori qualificati è superiore alla loro effettiva presenza nel territorio nazionale. Dall’altro lato, invece, i lavoratori indiani sono incoraggiati a lasciare il proprio paese in cerca di stipendi più alti e di una qualità della vita superiore, così come di prospettive di carriera più gratificanti.

Tali lavoratori emigrati costituiscono allo stesso tempo una fonte di guadagno per lo stato Indiano. Secondo uno studio della Banca Mondiale, gli impiegati indiani all’estero avrebbero inviato ben 79 miliardi al proprio paese di origine, nel 2018. Nonostante la cifra sia significativa, essa costituisce appena il 2,7% del PIL indiano. I dati riguardanti il tasso di immigrazione seguono invece una traiettoria differente. Secondo il report sono 5.1 milioni gli immigrati che nel 2019 hanno trovato accoglienza in India: cifra inferiore rispetto ai 5.2 milioni del 2015. Dal 1990 si è registrato un calo del tasso di immigrazione pari al 32%. Ancora oggi, tuttavia, gran parte degli immigrati provengono da paesi della stessa aerea regionale, come Bangladesh, Pakistan e Nepal. A dispetto di questo, il Governo di Nuova Delhi è solito ricorrere a toni allarmisti e ad una retorica anti-immigrati, come testimoniano gli ultimi avvenimenti.

Lo scorso 31 agosto, il governo dello stato di Assad, nel Nord Est del paese, ha pubblicato una lista nella quale appaiono i nomi dei cittadini indiani, meglio nota come il National Register of Citizens (NRC), il cui obiettivo principale è l’identificazione degli immigrati illegali residenti nello stato. Si tratta di un territorio storicamente caratterizzato da un forte tasso di immigrazione dal vicino Bangladesh. Tuttavia, ben 1.9 milioni di persone sono stati esclusi dall’elenco ufficiale. Nata nel 1951 e valida unicamente nello stato di Assad, tale lista include i discendenti delle persone inserite nella lista originale, quelli presenti nelle liste elettorali o in documenti approvati dal governo. In altre parole, per essere inseriti nella lista bisogna dar prova di essere residente in India (o di essere discendente di persone residenti nel Paese) da prima del 1971, anno dell’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan. Da allora, l’elenco non è mai stato aggiornato.

Coloro i quali non vedono il proprio nome apparire nella lista hanno la possibilità di dimostrare la propria appartenenza allo stato di Assam attraverso il ricorso a dei Foreigners Tribunals. Si tratta di un particolare tipo di istituzione paragiurisdizionale, specifico del territorio di Assam, il cui compito è dimostrare se una persona risiedente illegalmente nello stato sia o meno straniera. Al momento, sono 100 i Foreigners Tribunals totali, ma è prevista la costruzione di altri 200 fori. Se, fino ad ora, l’iniziativa di realizzazione di questi tribunali spettava al potere centrale, grazie ad una decisione del Ministero degli Interni potrà essere condivisa con i governi dei singoli stati, con i centri amministrativi dei territori dell’Unione, nonché con magistrati distrettuali e capi del distretto. Un’altra importante modifica riguarda il fatto che i singoli individui hanno il potere di sollecitare l’intervento del Tribunale, mentre in precedenza solo il governo centrale poteva sollevare il Tribunale contro determinati sospetti. Inoltre, ai magistrati sarà permesso valutare la nazionalità anche di coloro che decideranno di non ricorrere ad alcun appello.

In caso di necessità, gli appellanti potranno sempre sollecitare le Corti di grado superiore. A loro è concesso un totale di 120 giorni per fare ricorso, mentre le Corti potranno verificare o smentire l’adeguatezza della sentenza durante un periodo di sei mesi, al termine del quale il loro statuto sarà dichiarato ufficiale. Nonostante il governo abbia rassicurato i cittadini indiani, il breve lasso di tempo dedicato agli appelli lascia temere un sovraccarico di lavoro che rischia di minare l’efficienza delle Corti e l’effettiva possibilità di pronuncia da parte di queste.

A nessun immigrato illegale sarà permesso di restare nel Paese”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Amit Shah. Secondo quanto stabilito dal Passport Act (1920) e dal Foreigner Act (1946), gli immigrati clandestini rischiano dai 3 mesi agli 8 anni di prigione. In seguito a questo periodo di detenzione, la persona è costretta alla deportazione, la quale si risolve, nella  maggior parte dei casi, nello spostamento in centri di detenzione fino a che il paese di origine non ne approvi il rimpatrio. Ad oggi, sono circa 1000 le persone costrette nei centri già esistenti, sospettate di trovarsi illegalmente nel paese. Intanto, il primo centro di detenzione di massa per immigrati illegali, destinato ad accogliere almeno 3000 persone, è in costruzione nella città di Goalpara. Secondo le direttive rese pubbliche all’inizio del mese di settembre, tali centri di detenzione dovranno essere circondati da un muro di almeno 3 metri e da filo spinato. Il governo ha già annunciato un progetto di costruzione di un totale 10 centri di detenzione. Dal momento in cui non saranno riconosciuti come cittadini indiani, gli immigrati illegali saranno privati dei propri diritti e libertà civili. Sebbene per il momento tale misura sia valida solamente nello stato di Assam, Nuova Delhi ha intenzione di estenderne la portata all’intero paese. In un articolo pubblicato dal quotidiano indiano The Hindu, Harsh Mander, attivista per i diritti umani, ha dichiarato che un simile sviluppo costituirebbe un “kafkiano labirinto burocratico”, specialmente per la popolazione rurale, che spesso non ha i mezzi per dimostrare la propria nazionalità.

Secondo altri attivisti per i diritti umani, la lista avrebbe lo scopo di attaccare la comunità musulmana. Dal suo insediamento, il governo nazionalista-induista guidato dal Bharatiya Janata Party (BJP) di Narendra Modi è stato più volte accusato di attaccare quella che è una delle minoranze più importanti nel paese: il 14% per una popolazione totale di 1.3 miliardi. Come riportato da Al Jazeera, durante l’elaborazione della lista sono stati riscontrati diversi difetti procedurali ed anomalie. Il tutto è accaduto nonostante la Corte Suprema fosse incaricata di sorvegliare la correttezza dell’intero processo. Diversi individui riconosciuti come cittadini indiani sono stati esclusi dalla lista, inclusi alcuni funzionari del governo. Il PJB ha inoltre dichiarato di voler modificare la Costituzione, in modo particolare il Citizenship Act, per proteggere i cittadini induisti esclusi dalla lista. L’obiettivo della riforma è quello di assicurare la cittadinanza a determinate comunità religiose: più in particolare induisti, sikhs e buddisti. Asaduddin Owaisi, parlamentare rappresentante del collegio elettorale di Hyderabad nella Lok Sabha, la camera bassa del Parlamento, nonché portavoce della comunità musulmana, ha dichiarato ad Al Jazeera: “Guideremo la comunità e saremo pronti ad  un ricorso legale se necessario”, definendo un’eventuale riforma del Citizenship Act come un’“enorme violazione della Costituzione”.

Escalation di violenza durante la diciassettesima settimana di manifestazioni ad Hong Kong

Tutto è iniziato a fine marzo, quando il capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha proposto un emendamento sulla legge sull’estradizione. Ad Hong Kong sono attualmente in vigore leggi sull’estradizione basate su accordi bilaterali con oltre venti paesi, tra i quali non rientra la Cina. La proposta di legge renderebbe possibile l’estradizione verso la Cina per determinati reati e l’applicazione delle pene previste dalla legge cinese. Questa legge ha sollevato le preoccupazioni dei cittadini, poiché essi temono che le richieste di estradizione verso la Cina  violino i diritti umani e che possano essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese.

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Da oltre sedici settimane i cittadini di Hong Kong continuano a manifestare a sostegno della democrazia e della loro libertà e contro Pechino, che cerca di imporsi e di controllare sempre di più il governo locale. Nel mese di giugno scorso, le manifestazioni si sono moltiplicate, sino a portare quasi un milione di persone in piazza il 9 giugno. Le richieste dei manifestanti sono cinque: ritiro completo della legge sulle estradizioni verso la Cina; ritiro della definizione di “sommosse” per le proteste; rilascio delle persone arrestate durante le manifestazioni; inchiesta indipendente sulle azioni della polizia dimissioni della governatrice Lam; l’introduzione del suffragio universale.

Non è la prima volta che gli abitanti di Hong Kong scendono in piazza per rivendicare i propri diritti e per la difesa della formula “un paese due sistemi” , in nome della quale, nel 1997, la Cina aveva promesso ad Hong Kong che avrebbe beneficiato di uno statuto d’autonomia fino al 2047. Nel 2003, centinaia di migliaia di manifestanti sono riusciti a bloccare una legge sulla sicurezza nazionale, che avrebbe introdotto reati come il tradimento. Nel 2012, grazie ad un movimento studentesco non è passato il tentativo, da parte di Pechino, d’imporre un programma scolastico patriottico”, ritenuto un mezzo di propaganda. Nel corso degli anni, gli episodi di censura, controllo e minaccia alla libertà sono diventati sempre più frequenti: nel 2016 un gruppo di attivisti eletti per delle cariche pubbliche sono stati dichiarati non idonei poiché si sono rifiutati di giurare lealtà alla Cina utilizzando espressioni offensive.

Le paure e le preoccupazioni dei cittadini di perdere libertà e diritti si sono concretizzate con la legge sull’estradizione, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il movimento di protesta che stanno portando avanti i dimostranti, a differenza dei precedenti, prende di mira direttamente Pechino. Alle radici di queste proteste e del movimento, c’è il cambiamento d’identità di Hong Kong, ex colonia britannica, avvenuto a seguito del sopracitato accordo firmato nel 1997 tra Inghilterra e Cina a proposito del destino del territorio in questione. Agli occhi dei cittadini della regione amministrativa speciale si prospetta un futuro con una Cina sempre più autoritaria, che soffocherà tutti i diritti di cui godono attualmente.

Tra i vari mezzi messi in campo dai manifestanti, l’arte si è rivelata un’arma in più. Come gli artisti del Gruppo Trio durante l’assedio di Sarajevo, i quali ridisegnavano in chiave ironica i loghi più celebri per richiamare l’attenzione del mondo su ciò che stava succedendo in Bosnia, anche ad Hong Kong nel corso dei mesi sono stati creati slogan e poster artistici ironici e combattivi, al fine di attirare l’attenzione, il supporto dei paesi occidentali e dei media internazionali. Uno degli slogan delle proteste più celebri è stato “Be water!” (sii come l’acqua), espressione che invita alla flessibilità e alla creatività. Oltre a quelli, i manifestanti realizzano graffiti quali “Liberate Hong Kong, Revolution of our Times”, “I can lose my future, but HK must not”, in riferimento ai simboli della protesta.

Di fronte alle proteste, Pechino ha inizialmente scelto di oscurare le notizie tramite la censura delle stesse, per poi mettere in atto un processo di disinformazione, tramite immagini e testi manipolati per far apparire i manifestanti come violenti e minacciosi. Il più alto funzionario cinese ad Hong Kong, Yang Guang, ha parlato di ‘terrorismo. Qualora i disordini dovessero intensificarsi, il governo locale potrebbe chiedere l’aiuto dell’esercito per “mantenere l’ordine pubblico”: i soldati cinesi presenti sull’isola sono oltre 10.000.

Proprio nel mese di luglio, le proteste sono diventate più violente. Molteplici scontri con la polizia hanno provocato gravi feriti; una donna rischia di perdere un occhio dopo essere stata colpita da un proiettile di gomma. Un rapporto di Amnesty International ha denunciato l’uso estremo di violenza da parte della polizia. Nicholas Bequelin, responsabile di Amnesty International per l’Asia orientale, ha dichiarato che “le testimonianze lasciano poco spazio al dubbio. Gli agenti hanno ripetutamente usato la violenza prima e durante gli arresti, anche quando l’individuo era stato immobilizzato. L’uso della forza è stato pertanto chiaramente eccessivo e ha violato il diritto internazionale in materia di diritti umani”. Stando al rapporto, decine di persone sono state picchiate anche dopo essere state immobilizzate e ammanettate. Un dimostrante ha dichiarato di essere stato malmenato e minacciato per non avere collaborato durante un interrogatorio: Sentivo il dolore nelle mie ossa  e non potevo respirare. Ho provato a gridare ma non potevo ne’ parlare né respirare”.

Il 1° ottobre, mentre la Cina festeggiava i 70 anni della Repubblica Cinese Popolare e a Pechino si svolgeva la più grande parata militare mai organizzata con  15.000 soldati, 500 mezzi militari e 160 aerei, ad Hong Kong 100.000 persone sono tornate a manifestare per la democrazia con i propri ombrelli, divenuti uno dei simboli della protesta, utilizzati come scudo per proteggersi da fumogeni e lacrimogeni.

In un’escalation di tensione e violenza, la polizia ha usato il pugno di ferro. Per la prima volta dall’inizio delle proteste, è stato sparato un colpo ad altezza uomo che ha gravemente ferito nella parte sinistra del petto un giovane manifestante di 18 anni, attualmente in condizioni critiche. A seguito di questo episodio, il direttore di Amnesty International di Hong Kong, Man-Kei Tam, ha dichiarato che “il ferimento grave di un manifestante rappresenta un allarmante sviluppo nella risposta alle proteste da parte della polizia di Hong Kong. Le autorità devono avviare un’indagine immediata”. In molte parti del corteo sono stati lanciati fumogeni, lacrimogeni, scontri con la polizia, feriti e arresti.

Durante la cerimonia a Pechino, il presidente Xi Jinping ha pronunciato il discorso ufficiale, durante il quale ha affermato che “nessuna forza può neanche scuotere lo stato della Cina o fermare il popolo e la nazione cinesi dal marciare in avanti”. Mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è congratulato con Xi per il 70o anniversario della Repubblica Popolare, ad  Hong Kong proseguivano le manifestazioni per la democrazia. In questa circostanza, l’attivista Lee Cheuk-yan ha dichiarato: “oggi scendiamo in piazza per dire al Partito Comunista che la gente di Hong Kong non ha nulla da festeggiare. Siamo in lutto perché in 70 anni di governo del Partito Comunista, i diritti democratici dei cittadini di Hong Kong e della Cina sono stati negati. Continueremo a combattere!”.

Dai deepfake in Cina alla (dis)informazione intelligente

Appena qualche ora dopo essere stata lanciata sul mercato, lo scorso 30 agosto, l’appZao è diventata una delle forme di intrattenimento più popolare e controversa degli ultimi tempi. Gratuita e disponibile sul sistema operativo sviluppato da Apple (iOS), l’applicazione permette di sostituire il proprio volto con quello delle celebrità in scene di film, serie tv, clip musicali o sportive e di condividere online i video modificati. Per vedere la propria faccia protagonista di una scena cult o di un video noto, è sufficiente scegliere tra gli spezzoni proposti, scattarsi un selfie e autorizzare il software all’utilizzo dell’immagine per realizzare il face-swapping.

A sollevare lo scontento degli utenti e della società civile, tuttavia, sono state le politiche sul trattamento dei dati, le quali prevedevano che, accettando i termini e le condizioni di utilizzo, venissero ceduti a Zao pieni diritti sull’uso delle immagini caricate sulla piattaforma. I numerosi commenti negativi apparsi nell’App Store hanno spinto la società produttrice Momo Inc, a scusarsi pubblicamente e a modificare le condizioni d’uso, eliminando la clausola sul libero utilizzo dei dati e promettendo di rimuovere dai server i contenuti caricati e poi cancellati dagli utenti.

Nonostante la controversia, Zao è rimasta una delle app più scaricate in Cina.

Nei giorni successivi, WeChat, l’app cinese di messaggistica istantanea che oggi conta un miliardo di utenti, ha bloccato sulla propria piattaforma la condivisione dei contenuti realizzati con Zao, etichettati come “rischiosi per la sicurezza”. Lo stesso tabloid Global Times, prodotto dal quotidiano ufficiale del Partito Comunista, ha sottolineato i rischi legati alla violazione della privacy dei consumatori e ha dichiarato che il paese sta formulando una sezione speciale delle norme vigenti che si occupi delle dispute legali causate dalle tecnologie di face-swapping. A esprimersi anche Alipay, maggiore piattaforma di pagamenti online nel mondo, la quale ha rassicurato i consumatori che i video realizzati con Zao non possono essere utilizzati per frodare lo Smile to Pay system, sistema di pagamento effettuato attraverso il riconoscimento facciale.

La violazione della privacy e il furto dei dati che ne può derivare non sono gli unici rischi attribuiti alla nuova app. Zao, infatti, è diventata oggetto di dibattito anche a livello internazionale poiché classificata come un’applicazione in grado di produrre deepfake, ovvero di combinare, per mezzo dell’Intelligenza Artificiale, immagini o video originali sovrapponendone altri di diversa provenienza. Si tratta, in pratica, di quella che può essere considerata l’ultima frontiera della disinformazione, poiché permette la manipolazione di contenuti multimediali che appaiono originali agli occhi di chi li riceve.

Il termine è apparso per la prima volta nel 2017 sul sito di intrattenimento Reddit, dove un utente chiamato, appunto, deepfakes ha pubblicato una serie di video erotici nei quali i volti delle attrici venivano sostituiti da quelli di celebrità di Hollywood. Dopo essere stato vietato per fini pornografici da piattaforme come Pornhub o Twitter, l’utilizzo del deepfake si è diffuso soprattutto a scopo di intrattenimento. Per farsi un’idea di come questa tecnica abbia la capacità di alterare completamente la percezione della realtà, si possono guardare i video realizzati dall’utente intervistato dal The Guardian, il quale considera la creazione di video falsi un hobby con cui spera di poter aumentare la consapevolezza del pubblico sulle potenzialità di tale tecnologia.

Oltre ad una forma di svago, però, l’alterazione di contenuti multimediali per mezzo dell’Intelligenza Artificiale rappresenta una minaccia reale alla sicurezza collettiva, per le conseguenze che essa può avere sia nella vita privata delle persone, sia nell’intera società. I rischi dei deepfake, peraltro, si affiancano a quelli prodotti da altre tecnologie di mimesi digitale. Esemplare è in tal senso la frode recentemente riportata dal Wall Street Journal ai danni di un amministratore delegato di una società energetica inglese, il quale ha versato una somma di €220.000 a quello che credeva essere il direttore generale della società madre tedesca. Le indicazioni gli erano state fornite da una telefonata che riproduceva, per mezzo dell’AI, il suono, la tonalità, e persino l’accento tedesco della voce originale del CEO.

Per quanto riguarda i danni alla collettività riconducibili alla diffusione dei deepfake, il timore più diffuso è che essi possano diventare una fonte di disinformazione, ancora più potente delle fake news così come le conosciamo. Oltre a rendere virali contenuti falsi facilmente realizzabili, il rischio è che la tecnica possa essere utilizzata a scopi politici per condizionare i voti degli elettori, soprattutto in vista delle presidenziali americane del 2020. Nel report realizzato da Paul Barret, vicedirettore del New York University Stern Center for Business and Human Rights, i video deepfake sono indicati, infatti, come una delle maggiori minacce dalla quale dovrebbe difendersi l’industria dei social media. È proprio con lo scopo di farsi trovare preparati alle potenzialità dell’AI che Facebook, Microsoft e diversi accademici hanno lanciato il contestDeepfake Detection Challenge‘, finalizzato a sviluppare nuove tecniche di riconoscimento e intercettazione dei video deepfake. A partire dal prossimo ottobre fino a marzo 2020, i partecipanti lavoreranno su un insieme di dati ricavati da video falsi prodotti e diffusi in rete appositamente da Facebook, che ha contribuito a finanziare l’iniziativa con una cifra di $10 milioni.L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nei social media era già stato segnalato come uno strumento in grado di alimentare la disinformazione online attraverso la creazione sempre più accurata di fake news e la sua distribuzione virale. Se, alla falsificazione delle informazioni date dalla parola scritta, si aggiunge la possibilità di creare facilmente falsi contenuti video e audio, le sfide per il mondo dell’informazione si infittiscono. Le priorità a livello globale per rispondere prontamente al fenomeno del deepfake riguardano, prima di tutto, la ricerca tecnologica per approfondire le tecniche di alterazione di contenuti multimediali e l’abilità nel riconoscerle. In secondo luogo, di fondamentale importanza è anche la dimensione normativa per l’implementazione di leggi che possano regolare l’utilizzo di tale strumento senza minare la libertà di espressione online. Infine, occorre aumentare la consapevolezza degli utenti su questa ormai diffusissima tecnica che, da forma di intrattenimento, può diventare uno mezzo  di disinformazione capace di ingannare i nostri sensi, portandoci a dubitare non più solo di quel che leggiamo, ma anche di ciò che vediamo o sentiamo.

Il trattato Deng Xiaoping – Jiang Zemin: sarà rispettato?

Cesare Beccaria non è mai stato a Pechino e forse per questo in Cina i tribunali non prendono la presunzione di innocenza molto sul serio. Il processo penale nella Cina sovrana è profondamente diverso da quello utilizzato ad Hong Kong. Come denunciato nel 2015 da Zhu Zhengfu, vice presidente dell’Associazione nazionale degli avvocati in Cina, nella realtà dei fatti e a dispetto delle garanzie formali, l’imputato è presunto colpevole, salvo prova contraria: una prova molto difficile da fornire a un pubblico ministero cinese. 

Il problema, che in Cina esiste da tempo, ha improvvisamente assunto una speciale rilevanza per i cittadini di Hong Kong, che dal luglio 1997 han goduto di un certo isolamento istituzionale in virtù della propria indipendenza amministrativa. L’Ufficio della Sicurezza, branca del Governo locale, ha infatti avanzato nel febbraio 2019 un progetto di legge per l’estradizione dei cittadini con il Governo centrale cinese, suscitando numerose proteste.

Quel che finora ha impedito agli hongkonghesi di essere giudicati dalle autorità di Pechino era l’accordo per la cessione dell’ex-colonia inglese alla Cina firmato nel 1984 dalla Lady di Ferro, la signora poi baronessa Thatcher, con l’allora presidente cinese Jiang Zemin, che garantisce ad Hong Kong altri trent’anni circa di sostanziale democrazia e indipendenza dalle leggi, dal sistema giudiziario, dall’economia e dalla totale mancanza di rispetto dei diritti umani di Pechino. La decolonizzazione rappresenta spesso non una semplice vittoria su un campo di battaglia, ma bensì, un lungo processo insidioso e spesso difficoltoso. Un processo lungo che Hong Kong sembrava aver intrapreso, a suo tempo, proprio quando lo scenario generale era di imposizione, da parte delle maggiori superpotenze, delle proprie linee guida. Hong Kong conquistò così indipendenza e sovranità economica.

La contestatissima proposta di legge sta mettendo a dura prova il Governo. La riforma vorrebbe consentire la possibilità di estradare qualsiasi cittadino di Hong Kong colpevole di una vastissima serie di reati, anche futili, in Cina. La rivolta civile che ne è seguita ha visto protagonista una massiccia porzione del popolo di Hong Kong. Se approvata, la legge potrebbe non solo tradursi nella fine dell’indipendenza di Hong Kong che finora le ha permesso di prosperare grazie al sistema un Paese, due Sistemi, garantito dall’accordo Thatcher-Deng Xiaoping, ma anche come centro d’affari internazionale, perché nessuno a Hong Kong sarebbe al sicuro dalla longa manus della giustizia cinese, che potrebbe verosimilmente essere strumentalizzata per fini politici. Molto probabilmente, per Hong Kong significherebbe peraltro una minaccia ai valori ereditati dall’esperienza coloniale, che i residenti hanno nel tempo fatto propri.

La proposta di estradizione consentirebbe alle persone ricercate di Hong Kong di essere inviate nella Cina continentale, oltre che a Macao e a Taiwan. La norma potrebbe colpire chiunque a Hong Kong, sia che si tratti di residenti, lavoratori stranieri, investitori o addirittura semplici turisti in visita. La scusa formale per introdurre la necessità di un trattato di estradizione con la Cina, i burocrati di Pechino l’hanno trovata nel febbraio 2018, quando, secondo la Polizia cinese, un uomo di Hong Kong ha ucciso la sua ragazza (anche lei cittadina di Hong Kong) mentre si trovava a Taiwan. Dopodiché si è sbarazzato del corpo, per poi tornare in patria prima che la polizia di Taiwan potesse arrestarlo. Dopo l’arresto del sospettato da parte della polizia locale, le autorità del Porto Fragrante si sono trovate di fronte a un dilemma legale, visto che Hong Kong e Taiwan non hanno mai firmato un accordo di estradizione.

“Poiché la legge ha causato molte preoccupazioni e differenze di opinioni, non andrò avanti fino a quando queste paure e queste ansie non saranno adeguatamente affrontate” ha detto martedì 18 giugno il capo esecutivo di Hong Kong Carrie Lam in conferenza stampa.  Parole che non hanno soddisfatto i suoi critici né evitato un ritorno di fiamma, incassando la solidarietà di manifestanti anche in Taiwan. Quasi due milioni di persone hanno occupato ancora le strade per dare vita a una manifestazione senza precedenti. Centinaia di migliaia di cittadini sono scesi nelle strade della città-stato asiatica per chiedere il ritiro definitivo della proposta di legge che avrebbe facilitato la consegna di ‘sospetti’ alla madrepatria cinese. La rivolta è esplosa il 9 giugno, quando le strade dell’ex colonia britannica sono state invase dalla più imponente manifestazione di piazza negli ultimi tre decenni.

Le scuse pubbliche di Lam avrebbero dovuto calmare le proteste, riportando una situazione di calma e pace. Così non è stato. I cittadini di Hong Kong, infatti, hanno continuato la loro impresa, tornando come un fiume in piena ad invadere le strade. Non solo una protesta contro la proposta di legge per chiederne il ritiro immediato, ma anche  per le dimissioni di Lam, invocate a gran voce. La protesta ha peraltro ospitato un già famoso volto implicato nella rivoluzione degli Ombrelli del 2014, fallita negli intenti, ma capace di risvegliare l’interesse dei media di tutto il mondo. Scarcerato il 17 giugno, il giovane Wong è subito tornato protagonista dinanzi ai microfoni, inveendo contro la proposta di legge e incitando i cittadini di Hong Kong a non cedere.

Pakistan: il popolo in rivolta

A un anno esatto dalle elezioni che hanno portato al potere l’attuale primo ministro Imran Khan e il suo partito, il Tehreek-e-Insaf (PTI), in migliaia hanno conquistato le strade delle maggiori città del paese per protestare contro l’operato dell’esecutivo.

Dietro le quinte delle manifestazioni si trovano i principali partiti d’opposizione, tra cui spiccano il Muslim League-Nawaz (PML-N) e il Jamiat Ulema-e-Islam-Fazl (JUI-F). A tal proposito il 25 luglio, giorno in cui sono scoppiate le proteste, è stato ribattezzato ‘Black Day’. Bilawal Bhutto Zardari, figlio dell’ex primo ministro Benazir Bhutto e dell’ex presidente Asif Ali Zardari, ha dichiarato: “Oggi è il giorno più nero nella storia del Pakistan. Perché non solo il Parlamento, ma la democrazia stessa è minacciata. Perché non solo i politici, ma la politica stessa è minacciata. Perché non solo i media, ma la stessa libertà dei media è minacciata nel nostro paese”. 

Sebbene poco più di un anno fa l’ex campione di cricket avesse incentrato la sua campagna populista sulla lotta alla corruzione e al nepotismo, l’opposizione sostiene che il primo ministro abbia piegato il sistema giudiziario alle proprie esigenze politiche, procedendo in questo modo all’eliminazione dei rivali e di qualunque personalità dimostratasi critica nei suoi confronti. “Abbiamo dovuto trasformare tutte le istituzioni, in passato distrutte da ladri con il solo obiettivo di saccheggiare il Pakistan” ha ribadito Khan durante un incontro a Washington lo scorso 22 luglio. 

Nell’ultimo anno, diverse personalità dell’élite dell’opposizione sono entrate nel mirino del National Accountability Bureau, agenzia federale del Governo pakistano incaricata di prevenire e combattere la corruzione nel paese: secondo l’esecutivo, tali azioni di controllo sarebbero state intraprese per il bene dello stato, mentre – secondo l’opposizione – agevolerebbero solamente il partito al potere. 

Tra i numerosi indagati, un nome su tutti spicca nell’elenco delle personalità sotto esame:  Maryam Nawaz, figlia dell’ex primo ministro Nawaz Sharif, che nel 2017 fu costretto ad abbandonare il suo incarico in seguito alla decisione della Corte Suprema per un affare di corruzione. All’inizio del mese di luglio il suo partito, il  PML-N, ha reso pubbliche alcune prove che dimostrano che il giudice responsabile della sentenza sarebbe stato ricattato. La stessa Maryam Nawaz è stata in seguito condannata per corruzione in un processo connesso, ma tale sentenza è stata in seguito sospesa in attesa dell’esito del ricorso.

All’inizio del mese di giugno, il capo del Pakistan People Party ed ex-presidente Asif Ali Zardari è stato, invece, arrestato con l’accusa di riciclaggio di denaro. L’accusa è quella di conti bancari fasulli per occultare il trasferimento di tangenti. Nonostante il controverso leader politico sia stato più volte accusato e condannato per corruzione, in molti sostengono che la sua condanna faccia parte di un più ampio piano di epurazione politica

Lo scorso 18 luglio, infine, anche l’ex primo ministro Shahid Khaqan Abbasi è stato arrestato dal corpo nazionale anticorruzione con l’accusa di aver favorito un’impresa della quale era azionista nel contratto per la costruzione di una centrale elettrica.

Oltre a quanto detto, l’opposizione accusa Khan anche di non essere in grado di fronteggiare la crisi economica che il paese sta attraversando. Nell’ultimo anno, il Pakistan ha, infatti, dovuto fare i conti con l’aumento dei prezzi del carburante e dei generi di prima necessità a causa della forte inflazione che sta investendo il paese (la moneta ha perso un quarto del suo valore), che peraltro non ha corrisposto a un altrettanto sostanziale aumento delle esportazioni. Nel mese di luglio, il tasso di inflazione annuale è passato da 8,9% del mese precedente ad un preoccupante 10,3%. Si tratta del tasso più elevato da novembre 2013.

Imran Khan, dal canto suo, incolpa i precedenti governi della situazione economica attuale, rei di un’errata gestione delle finanze pubbliche. Inoltre, l’élite economica e politica dei precedenti governi sarebbe ritenuta colpevole di aver trasferito all’estero ingenti quantità di denaro, fondi destinabili all’istruzione, allo sviluppo e alla sanità, privando così il paese di risorse importanti. Sebbene sia vero che all’arrivo al potere di Imran Khan la possibilità di una crisi economica si profilava all’orizzonte, la situazione è ben peggiorata da allora. Nell’ultimo mese, il Fondo Monetario Internazionale ha accordato un ulteriore prestito di €5,2 miliardi, a condizione della messa in atto di un programma di austerità, che prevede misure come l’aumento delle imposte fiscali e tagli alle sovvenzioni.

Il 13 luglio numerosi uomini d’affari hanno deciso di tenere chiusa la propria attività in segno di protesta contro le misure, che potrebbero ostacolare i consumi e quindi le vendite.  Sebbene il Governo abbia preso alcuni provvedimenti al fine di far scendere il rapporto deficit/PIL al di sotto del 12%, come ad esempio la decisione di tassare l’importazione di prodotti di lusso, quello che si registra tra i commercianti è un generale sentimento di malcontento e di ‘resistenza fiscale’

Nonostante alcune proteste siano state riprese dai principali canali televisivi nazionali, gran parte degli eventi organizzati dall’opposizione sono stati oggetto di censura.  All’inizio del mese di luglio, infatti, il Governo ha emanato un provvedimento che proibisce la copertura mediatica di eventi di personalità politiche sotto investigazione. Secondo la Pakistan Broadcaster’s Association, sono tre i canali a essere stati bloccati per aver trasmesso la conferenza stampa di Maryam Nawaz: Channel 24, Abbtak News, e Capital TV. Proprio durante questa conferenza, Nawaz ha reso pubblico il video in cui il giudice che aveva condannato suo padre ammette di essere stato ricattato. Diversi attivisti per i diritti umani hanno accusato l’esecutivo  di promuovere una spudorata censura non solo verso i membri dell’opposizione, ma anche di chiunque faccia prova di un pensiero critico nei confronti del Governo. “Si tratta di una violazione assolutamente inaccettabile dei principi di pluralismo e indipendenza dei media”, aveva dichiarato Daniel Bastard, a capo della sezione Asia-Pacifico di Reporters Without Borders. “Questa rivelazione era chiaramente nell’interesse pubblico del Pakistan”. 

Una vicenda analoga riguarda il celebre conduttore televisivo Hamid Mir, la  cui intervista ad Asif Ali Zardari è stata trasmessa solamente per qualche minuto. Qualche giorno dopo l’accaduto, l’esecutivo ha reso pubblico un provvedimento secondo il quale personalità politiche sotto accusa non possono rilasciare conferenze stampa o interviste. Mir ha in seguito dichiarato su Twitter di “non vivere più in un paese libero”. La richiesta di libertà di espressione e della tutela dei diritti dei giornalisti è stato, quindi, uno dei capisaldi delle recenti proteste. Attualmente, il Pakistan è il 142° paese su 180 per libertà di stampa nell’apposito indice di Reporters Without Borders.
Tali accuse contrastano con l’immagine che l’esecutivo Khan ha tentato di costruire a livello internazionale, specialmente in merito alle relazioni con India, Stati Uniti e Afghanistan. Sebbene il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si sia complimentato con il primo ministro per il ruolo da mediatore nelle trattative con i talebani afghani, Nawaz ha accusato il primo ministro di essersi volontariamente piegato alla dittatura della super-potenza americana.

How does Hong Kong’s history affect its latest political revolution?

Hong Kong’s relationship with China has always been complicated. Both the more recent protests against the extradition bill and the ones that took place in 2014, sparked by a decision regarding proposed reforms to the Hong Kong electoral system, are not fully comprehensible to an external eye, unless they are being read in the context of what is a much more rooted issue than single protests.

Back in 1898, Hong Kong, a small peninsula and group of islands jutting out from China’s Guangdong province, was leased by China to Great Britain for 99 years. During this period, which had its fair share of inconveniences – such as the temporary Japanese occupation of Hong Kong during World War II -, Hong Kong flourished economically and got used to certain liberties.

What Hong Kong developed during its British ruling was a strong protesting tradition, based on pacific protests and demonstrations that were allowed by the British government thanks to the latter’s liberal legacy. That led, in 1982, to many worries in what would be the upcoming return of Hong Kong under Beijing’s wing.

Those worries eventually brought China and the U.K. to sign a Joint Declaration which, defining the ‘One country, two systems’ principle, had the goal of securing Hong Kong’s capitalistic economy and partially democratic political system, for 50 years after the handover.

The fifth subparagraph of Art. 3 of the Joint Declaration clearly states: “Rights and freedoms, including those of the person, of speech, of the press, of assembly, of association, of travel, of movement, of correspondence, of strike, of choice of occupation, of academic research and of religious belief will be ensured by law in the Hong Kong Special Administrative Region”.

Since 1997, the date in which Hong Kong was returned to China’s jurisdiction, many protests started to take place, for a variety of reasons, but mostly due to Hong Kong population’s fear of being fully subjected to China’s rigid ruling, despite the fact that theoretically Hong Kong could rely on a number of additional forms of freedom given by the ‘One country, two systems’ principle due to it being a so-called Special Administrative Region.

In more recent times, what seems to be the spark of Hong Kong’s protest is the infamous extradition bill, whose birth was instigated by the murder of a pregnant woman, killed by her fiancé on a romantic getaway in Taiwan.

This situation forced Hong Kong’s court to face quite a challenging problem because both the killer and the victim were citizens of Hong Kong and given the absence of any joint agreement between Taiwan and Hong Kong regarding the extradition of criminals. That eventually led Hong Kong’s government to propose a bill that would serve as a regulation in all the situations in which there’s a lack of an extradition treaty, including China.

Hong Kong’s population has though interpreted this bill as a step further towards Chinese full ownership of Hong Kong, which is set to happen in 2047, the date of the eventual expiry of the ‘One country, two systems’ principle.

The protests haven’t stopped yet, despite the assurance of the suspension of the bill made by Chief Executive Carrie Lam on July 9, who pronounced the extradition bill dead. The affirmations made by Carrie Lam have caused many people to worry about the nature of the act of suspension itself. The refusal of the Chief executive to formally and definitively withdraw the extradition bill has been seen as an intention of proposing that same bill once again sometime soon.

If the bill were to be proposed again, fighting back against its success would be a much harder task, especially given the structure of Hong Kong’s legislative body. Despite the nature of the ‘Basic law’ of Hong Kong, which is to eventually make all the seats that form Hong Kong’s legislative council eligible by universal suffrage, today that is yet to be the case.

During the ‘Sixth Legislative Council’ (2016-2020), for instance, out of a total of 70 seats, only 35 are eligible via direct elections. The remaining 35 seats are eligible through the so-called ‘functional constituencies‘, who represent different sectors of the community, such as the medical field, the financial services field, the accountancy field and so on, and are mostly elected by small groups of elites and companies.

Given the strong influence of companies in the election of the functional constituencies, one could fairly assume, due to the irresistible interest that the Chinese market sparks all over the world, that Beijing would manage to affect the work of Hong Kong’s legislative council (LegCo).

Despite the strongest popularity of pro-democracy political parties over pro-Beijing parties through Hong Kong’s citizens, the structure of its ‘LegCo’ would alone pre-determine the fate of the proposal of another extradition bill.

That seems to be the exact reason of the ongoing protests made by pro-democracy parties, regardless of the suspension of the extradition bill due to the failure of the second reading of such act, which took place on June 12.

It’s time for her to end her political career affirms Joshua Wong, in regards to Carrie Lam’s involvement. Wong is currently one of the most relevant faces in Hong Kong’s political revolution, and according to him, pro-democracy parties won’t back down until the extradition bill will have been fully withdrawn.

The dramatic nature of Hong Kong citizens’ fear of being overruled by Beijing seems to be also having its effects on one of the main aspects that has always characterized the dynamics of Hong Kong’s protests, its pacific nature.

The latest demonstration at China Liaison office, which took place on July 21, might mark an important shift in pro-democracy groups’ modus operandi due to what appears to be a significantly violent turn.

During this occasion, in fact, protesters expressed their anger through the use of eggs, projectiles, laser lights and graffiti in order to vandalize Beijing’s office in Hong Kong,  causing a shocked reaction from Carrie Lam herself, who on the other hand doesn’t seem willing to satisfy any of pro-democracies groups’ requests.

As the situation gets more and more critical, Beijing’s aim to further expand its role in Hong Kong’s liberal and capitalistic economy is revealing itself to be quite the double-edged sword.

In fact, while it’s apparent that the very same dynamic struck China’s interest, due to the augmented ties that the total control over Hong Kong’s economy would allow China to have with the capitalistic world, there is also another matter that Beijing’s government consequently has to face: the freedom that Hong Kong’s population is used to being able to exercise, which is not something that they will back down on fighting for anytime soon.

ONE YEAR SINCE THE CONCLUSION OF THE SINGAPORE SUMMIT: EVALUATIONS AND FUTURE PROSPECTS

On June 12, 2018, a crucial Summit Meeting took place at Sentosa Island, in Singapore, between the U.S. President Donald Trump and North Korean Chairman Kim Jong-un, ended up producing what the two leaders called an historic deal, which would have laid the groundwork for further negotiations by indicating four basic pillars, aimed at effectively reducing the risk of nuclear escalation and instability in the Korean Peninsula, in North-East Asia, and in the whole world.

The four points agreed upon at the Summit Meeting touch all the major issues related to the North Korean question. The first one is about the two countries’ reciprocal engagement in establishing new relations, respectful of their peoples’ shared need of peace and prosperity. In the second point, the two leaders affirm their engagement and reciprocal sustain in the buildup of a durable and stable peace regime for the Korean Peninsula. The third pillar of the Singapore agreement refers to the Panmunjom Declaration, signed on April 27, 2018, by the two Korean countries’ heads of states, Moon and Kim, and to this regard, the Democratic People’s Republic of Korea (DPRK) reiterates its commitment in working for the complete denuclearization of the Korean Peninsula. Finally, the fourth directive relate to the U.S. and North Korea reaffirmed will to recover the remains of prisoners who disappeared in the War, included the immediate repatriation of those already identified.

The deal showed immediately that the application of deterrence theory has played a critical role in both the DPRK and U.S.’ political and negotiating strategies. On the one hand, the DPRK’s main deterrence objective was to discourage an American power take off, and thus it used a provocative behavior, in its political statements, in military terms and diplomatic posture, while also trying to reinforce its position at the negotiating table. On the other hand, the U.S.’ nuclear deterrent served to make clear that any attack from Pyongyang would have provoked the American retaliation and the defeat of the North Korea’s regime, avoiding that the North Korean threats could led to nuclear escalation. Together with that, the Singapore deal has been immediately criticized by many analysts, which pointed out the complete lack of any specific plan of action and remarked the document’s vagueness about the future development of its four points, and especially on North Korea’s engagement in denuclearization and disarmament. Although the Declaration itself clarified its only directive role, the absence of deadlines and any kind of binding prescriptions made it a simple declaration of intents, for which many understood the deal as a tool for the two leaders to gain in terms of both their electorates and worldwide public opinion, rather than a “historic” agreement or an effective political turning point.

Yet, the Hanoi Summit held last February suddenly ended without any agreement, because of divergent ideas about priorities and different perceptions of the goal of denuclearization itself. In detail, the Korean leader asked the removal of almost every sanction, before completing the process of denuclearization, but offering in exchange the dismantlement of the Yongbyon nuclear site and the commitment to stop nuclear testing. If the (in)conclusion of the Vietnamese meeting has showed that the times were not yet mature, at the same time it has revealed that the two leaders are actually concerned with the achievement of concrete results. Together with that, according to The Diplomat, the Summit confirmed that “Any initial deal would resemble the same deals the U.S. has been discussing with North Korea over the past 25 years: North Korea trades some denuclearization for economic concessions”. Since then, nuclear negotiations have encountered a new phase of stalemate, and tensions are rising once again, culminating with a new kind of short-range missile test conducted by the North last May toward the Sea of Japan. Although the launches (May 4 and 9) do not represent an act of noncompliance with the DPRK’s self-imposed moratorium, which was only about intermediate range ICBMs (intercontinental ballistic missiles), but it clearly contain a reminder of Kim’s “maximum pressure approach”, and the implicit message that it can be restored anytime. But Hanoi does not mark the complete failure of the efforts that led to the Singapore Summit last year, and according to Senior Fellow at the Carnegie Endowment for International Peace Suzanne DiMaggioThe elements of a potential interim deal were left on the table in Hanoi, providing a clear basis for continuing talks”, in which both sides state to be still interested in.

One year after the Singapore Summit, how have the DPRK nuclear crisis actually evolved? What could happen next, and what is needed for the distention to overcome today’s stalemate?

In spite of the renewal of tensions, it seems that Kim Jong Un is now adopting a very cautious approach in its escalatory strategy. According to DPRK expert Joshua Pollack, this condition aims at bringing back Washington to the negotiating table, and would thus last as long as the US would refrain from threatening gestures. As explained by Chinese Foreign Ministry spokesman Geng Shuang, although the diplomatic process has slowed, the two sides remain willing to resume negotiations and achieve the final goal of denuclearization, but “it is an intricate and complex problem and cannot be solved overnight”.

However, one year on, the diplomatic process is still at a pre-negotiation stage. Indeed, as Suzanne DiMaggio reported, “the fundamentals required to carry out a productive diplomatic process remain unsettled”, and “we could slip back to a ratcheting up of hostilities quickly, including once again spiraling toward military confrontation either by design or by accident”. There have been some progresses in the path toward distention, but as Senior Fellow and the SK-Korea Foundation Chair in Korea Studies Jung Pak put it, they only “Have had little impact on North Korea’s existing (and advanced) nuclear weapons program, its probable ongoing production of fissile materials, disruptive cyber activities, possession of chemical and biological weapons, and abhorrent human rights violations.” Most experts believe a third summit being a realistic expectation, but domestic and international conditions are not yet there. According to White House National Security Adviser John Bolton “Kim Jong Un holds the key”, while Duyeon Kim, Adjunct Senior Fellow at the Center for a New American Security and columnist, considers this possibility “As likely as Trump wants it to be”, but given that the US President is concerned with the 2020 elections, Ken Gause argued that “It’s hard to see the U.S. taking the steps necessary to seriously reengage with Pyongyang anytime soon”. Yet, it is unrealistic that Kim Jong-un would make the first move in the absence of ay significant demonstration by Washington.

Evaluating the most important achievements of the Singapore Declaration requires first of all an analysis of the development of its four pillars. To begin with, no serious progress has been made with the first and second bullet points, related to the re-establishment of the US-DPRK relations aimed at achieving peace and prosperity and to the engagement in building an effective peace regime in the Peninsula. For what concern the third operational clause about denuclearization, which represents a very sensitive aspect, it can be noticed that the lack of a clear and shared definition of this issue has played a crucial role in the overall limited progress and mostly, in the failure of the Hanoi Summit. Yet, it is also worth noting that North Korea gave a significant demonstration with the destruction of its one and only nuclear test site, thus making it almost impossible for the regime to  come back to nuclear testing. Finally, with regard to the fourth pillar on the repatriation of POW/KIA remains from the Korean War, shortly after the conclusion of the deal in Sentosa there was the return of the remain of 55 UN service personnel lost in the DPRK between 1950 – 1953. This is considered the most successful of the goals set out last year, yet some analysts like Ankit Panda, Adjunct Senior Fellow at Federation of American Scientists, have also pointed out that its implementation has quickly come to a standstill.

One year since the conclusion of the Singapore Summit, non-nuclear capabilities have increased their potential as relevant tools for distention. Although the North’s denuclearization remain the priority goal, a resizing in its conventional defense establishment capabilities would significantly facilitate the process of normalizing the relations, especially between the Republic of Korea (ROK) and the DPRK, which in turn, represents a crucial step in the path toward the buildup of a stable peace regime in Korea, and toward the objective of denuclearization of the Peninsula itself. In the same spirit, prudent changes in the American military posture in the South can further contribute to achieve these goals. Without the two Koreas seriously re-engaged in smile-diplomacy, it would be impossible to achieve a stable peace regime in the Peninsula. According to the data provided by a survey conducted by the IES-VUB Institute, the majority of American, Chinese, Japanese and Russian public opinions believe that the improvement of inter-Korean relations would also bring about significant beneficial effects to their countries, which should thus actively cooperate in  supporting the rapprochement.

In the pattern to enhance the normalization of both the U.S./DPRK and ROK/DPRK relations, also CBMs can play a crucial role. As argued by non resident Senior Fellow in Carnegie’s Russia and Eurasia Programme Richard Sokolsky, “It might be easier to make progress on conventional force reductions and CBMs between North and South Korea than on nuclear disarmament, which could help to sustain negotiating momentum toward reconciliation and normalization and provide a hedge against an impasse in US-DPRK talks over denuclearization”.  Indeed, the CBMs have the potential to provide positive incentives to the countries’ diplomatic relations, which will create in turn further room for CBMs, thus generating a virtuous circle, and will accomplish one of the most important Pyongyang’s political goals, while also contributing to a more stable regional environment and to the Korean Peninsula demilitarization.

Twelve months on, it has emerged once again that the building of reciprocal trust is a prior step, and not by chance the historic meeting took place after the North has stopped testing long-range ballistic missiles. Mostly, it has become even clearer that the most important condition to achieve an irreversible negotiated solution is the set-up of a phased process with a sustainable agreed-upon agenda and a well-defined roadmap, built step by step, and made of reciprocal waivers and the progressive abandoning of strength positions.

Cina: una nuova superpotenza? L’ascesa internazionale a 30 anni dal massacro di piazza Tienanmen

Di Lara Aurelie Kopp-Isaia, Vittoria Beatrice Giovine, Domenico Andrea Schiuma, Fiorella Spizzuoco.

I giorni di Tienanmen

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, piazza Tienanmen divenne lo scenario di un massacro, durante il quale carri armati dell’Esercito di Liberazione Popolare Cinese uccisero centinaia di persone, la maggior parte delle quali studenti universitari. Questi ultimi, provenienti da 40 diverse università, giunsero a Pechino per manifestare nel nome della democrazia. Stando alle autorità cinesi, le vittime furono 319, ma stime di organizzazioni internazionali, ONG e media stranieri hanno in diverse occasioni contestato il conteggio. La desecretazione nel 2017 di un telegramma, spedito dall’allora ambasciatore inglese a Pechino, Alan Donald, indica che le vittime potrebbero essere state più di 10.000.

Le manifestazioni iniziarono qualche mese prima. Il 15 aprile 1989 morì Hu Yaobang, segretario del Partito Comunista cinese dal 1981 al 1987. Hu fu una figura molto importante nella Cina degli anni Ottanta, aperta al mercato internazionale, ma ancora ostacolata da grandi problemi interni, tra cui un’aspra disuguaglianza sociale, la corruzione e l’opacità del sistema monoparititico. Hu è stato promotore di una spinta riformista e di maggior trasparenza del governo, al punto da esser allontanato e silenziato dai dirigenti comunisti più anziani. La sua morte diede inizio a diverse proteste, acuitesi con i primi scontri tra manifestanti e polizia. Scesi in piazza, il 22 aprile, i dimostranti invocarono un incontro con il primo ministro Li Peng, per poi indire uno sciopero generale a seguito del rifiuto alla precedente richiesta.

Alla fine di aprile del 1989, il Quotidiano del Popolo pubblicò un editoriale in cui studenti e manifestanti tutti vennero accusati di complottare contro lo stato. Si accese la miccia che avrebbe condotto al sorgere del così ricordato ‘Movimento del 4 maggio 1919’: la protesta studentesca anti-imperialista che vide più di 100.000 persone marciare per Pechino. I vertici del Partito Comunista osservarono le proteste spargersi in oltre 300 città, fino a quando, il 19 maggio, Deng Xiaoping, a capo della commissione militare, decise di dichiarare la legge marziale. L’esercito occupò la capitale e per 12 giorni la manifestazione resistette senza violenze. La notte del 3 giugno, però, Deng ordinò di passare alle armi. Nonostante l’invito del Governo ai cittadini di restare in casa, questi ultimi scesero in piazza per bloccare l’avanzata di centinaia di migliaia di truppe; il mattino del 4 giugno, scoppiarono gli scontri. Secondo un’intervista rilasciata alla BBC nel 2005 da Charlie Cole, reporter statunitense e autore del fotogramma simbolo del massacro, verso le 4 del mattino del 4 giugno i carri armati sarebbero penetrati all’interno della piazza, annientando veicoli e schiacciando persone. Verso le 5:40 dello stesso giorno, dinanzi a fotografi e giornalisti dei più importanti quotidiani internazionali, piazza Tienanmen era stata sgomberata nel modo più violento e cruento possibile. In quei primi giorni di giugno, il mondo intero assistette alla gravissima repressione del Governo cinese della libertà d’espressione.

Nel sopracitato telegramma, Donald testimonia che una volta arrivati i soldati in piazza Tienanmen, gli studenti hanno capito che fosse stata concessa un’ora per lasciare la piazza, ma dopo cinque minuti i blindati hanno attaccato. […] Hanno formato una catena umana, ma sono stati falciati, insieme ai soldati. […] Quindi i mezzi blindati hanno investito i cadaveri, schiacciandoli, per poi raccoglierli con le ruspe: i resti sono stati inceneriti e smaltiti nelle fogne”.

Non è chiaro cosa spinse i soldati ad attaccare i manifestanti. Alcuni sostengono che si sia trattato di una rappresaglia per l’uccisione di alcuni militari. Timothy Brook, storico canadese specializzato nella storia cinese, ha però sostenuto, in un’intervista con la PBS del 2006, che i militari avessero ricevuto l’ordine di sgomberare la piazza con ogni mezzo e che il comando avesse dunque deciso di aprire il fuoco sui civili per sbloccare le strade e raggiungere Tienanmen. Secondo il reporter John Pomfret, Deng Xiaoping era preoccupato che in Cina si sarebbe sviluppato un movimento anti-rivoluzionario, come stava accadendo in Unione Sovietica. Per questa ragione, aveva bisogno di sottomettere la popolazione attraverso l’uso della forza. Il 9 giugno, Deng stesso, durante un discorso pubblico, affermò che il vero obiettivo delle manifestazioni era quello di “rovesciare il Partito e lo Stato, nonché quello d’instaurare una repubblica borghese dipendente dall’Occidente”. Il governo riprese dunque il controllo della Cina, mentre tutti i leader e gli ufficiali responsabili delle proteste furono imprigionati.

Le conseguenze del massacro

30 anni sono trascorsi da questo accadimento, anche ribattezzato ‘Primavera Democratica cinese’ oppure, usando le parole delle autorità del Partito Comunista, ‘Incidente di Tienanmen’ o ‘del 4 giugno’. 30 anni sono molti, ma ancora non sufficienti per far sì che i vertici susseguitisi a capo del Partito dessero atto dell’intollerabile e indiscriminata violenza contro i pacifici manifestanti. A distanza di tanto tempo, infatti, il Governo cinese non ha ancora riconosciuto il massacro, continuando a non permettere commemorazioni e a non riconoscere che il numero di vittime sia molto più elevato di quello dichiarato ufficialmente.

È stato proprio l’avvicinarsi del trentesimo anniversario delle proteste a riaccendere il dibattito. Un’enfasi particolare ha caratterizzato il discorso rispetto agli anni precedenti, anche a causa dell’incremento di strumenti volti a censurare l’accaduto in Cina. Social network e motori di ricerca sono stati oscurati totalmente, impedendo anche agli utenti stranieri di collegare i propri dispositivi a piattaforme quali Whatsapp, che in Cina è in genere scartato in favore del servizio di Tencent, WeChat.

Alla grave tendenza del negazionismo cinese si è affiancato grottescamente il rinnovato vigore economico che ha portato il paese a rivaleggiare con gli Stati Uniti, in primis, e con altri tra i più influenti attori geopolitici nel panorama internazionale. Essendosi già affermata come ‘leading nation’ in alcuni campi quali l’high-tech, l’alta velocità, l’elettronica e l’energia rinnovabile, ora il paese, guidato da Xi Jinping, mira a espandersi in altri settori, quali l’e-commerce, i mobile device e il settore culturale. Le dichiarazioni dell’attuale ministro della Difesa, Wei Fenghe, hanno dimostrato, tuttavia, che il pugno duro di Pechino è ancora lontano dall’ammorbidirsi. Il generale, intervenendo durante lo Shangri-La Dialogue a Singapore, il 2 giugno scorso, ha sottolineato che l’attuale stabilità interna e lo sviluppo economico e sociale che ha interessato la Cina negli ultimi decenni è anche dovuto alla decisione del Governo di controllare e contenere la Protesta del 1989.

Risiede infatti nella quantomeno particolare dicotomia ‘regime autoritario-seconda potenza economica mondiale’ il cuore della ‘questione Tienanmen’. Tra l’imposizione della legge marziale del 19 maggio, fortemente voluta da Deng Xiaoping, e la sanguinosa repressione del 4 giugno, l’opinione pubblica internazionale si dichiarò scettica riguardo le possibilità di sopravvivenza della Cina comunista. L’allora presidente francese Mitterrand, ricorda France24, affermò che il paese non aveva “nessun futuro”, dopo aver sparato sui giovani disarmati. Ma le previsioni non potevano essere più sbagliate. Pechino ha resistito, e lo ha fatto senza mai mettere in dubbio l’autoritarismo del Partito, in nome del Contratto Sociale promosso e difeso ancora una volta da Deng. Egli, pur non ricoprendo alcuna carica politica all’epoca dei fatti di Tienanmen, continuava ad essere uno degli uomini più temuti e rispettati di tutta la Cina. Fu proprio la sua promessa di un futuro libero da povertà e disoccupazione a far sì che milioni e milioni di cinesi barattassero la propria libertà politica e di opinione in nome del Contratto: il prezzo fu salatissimo, ma, col passare del tempo, sembra aver dato i suoi frutti. Milioni di cinesi sono usciti dalla povertà, arricchendosi ed entrando a far parte di una classe sociale nuova, urbana, che sta alla base della forza del paese. Insieme a questo dato, il crescente nazionalismo e l’attenzione metodica posta alla promozione di un sentimento patriottico hanno permesso ai vertici del Partito di raccogliere consensi e di evitare ulteriori ‘incidenti’ come quello di Tienanmen.

Lo slancio economico

Per dirla con le parole di Xi, dalle manifestazioni del 1989, “la Cina ha varcato la soglia ed è entrata in una nuova era”. Già a partire dagli anni ‘80, furono mossi i primi passi di quel lungo processo di liberalizzazione del mercato cinese che portò a una serie di riforme strutturali del sistema economico, determinando un parziale dissolvimento dall’autoritarismo politico verso una ‘economia socialista di mercato’. Il termine, utilizzato per la prima volta nel 1992, definisce tuttora il modello economico della Cina moderna, caratterizzato da una singolare commistione tra pianificazione di stampo socialista ed economia di mercato. Sul piano dei mercati esteri, l’apertura internazionale avvenne soprattutto grazie alle esportazioni, nonché all’istituzione delle Zone Economiche Speciali: queste ultime, in particolare, avevano permesso al gigante asiatico di apprendere e ‘importare’ nuove strategie e nuovi modelli di gestione del capitalismo. Le esportazioni sono oggi diventate la colonna portante della crescita economica cinese e hanno permesso un rapido aumento della competitività nei settori ad alta intensità di lavoro e con elevata specializzazione, come nel caso dell’elettronica high-tech. Inoltre, se da un lato la graduale transizione da un’economia fortemente centralizzata a una più decentralizzata ha riportato al centro dell’attenzione l’iniziativa economica privata, dall’altro essa ha consentito agli esponenti politici locali delle principali città e delle province, agli operatori privati e a quelli esteri, di guadagnare un notevole spazio d’azione: tra le autorità amministrative locali e le imprese sono stabiliti i compiti, i profitti da realizzare e gli aiuti allo Stato.

Ma è il caso di soffermarsi sull’evoluzione commerciale più nel dettaglio. Nel corso degli anni, il cambiamento avvenuto sul piano politico e sociale ha avuto enormi ripercussioni sulla crescita economica del paese. La costruzione di una grande nazione socialista moderna e più aperta al mondo sembrerebbe essere stata mantenuta finora: quello che si è sempre presentato come un territorio regolato da un’economia pianificata e chiusa, ora sembrerebbe gradualmente aprirsi al commercio internazionale. Il delicato processo di transizione verso un’economia di mercato che punti alla capitalizzazione dei vantaggi comparativi della Cina, nonché a fornire maggiori incentivi allo sviluppo socioeconomico, non fu affatto facile da realizzare. Innanzitutto, si dovette provvedere a garantire l’esistenza, tramite riforme strutturali, delle giuste condizioni per agevolare l’incontro tra domanda e offerta di mercato. In breve tempo, il mondo ha potuto assistere all’ascesa del paese del dragone come potenza economica mondiale e attore primario nell’allocazione delle risorse.

Le ragioni storico-economiche del radicale cambiamento di rotta del paese risalgono al 1949, anno in cui, sotto la guida di Mao Zedong e con la nascita dell’attuale Repubblica Popolare Cinese, la Cina stava attraversato un periodo di terrore e di profonda limitazione delle libertà, che avrebbe condotto a un’involuzione economica causata dal totalitarismo di stampo Marxista-Leninista di Mao. Le politiche del ‘Grande Balzo in Avanti’ tra il 1958 e il 1962, infatti, favorirono il passaggio da un sistema economico rurale, basato principalmente sull’agricoltura, a uno più moderno, basato in parte sull’industria e in parte sulla collettivizzazione delle risorse. Tali misure, però, finirono per rivelarsi disastrose tanto sul piano economico quanto su quello sociale.

La trasformazione più profonda, tuttavia, ha come data d’inizio il 1978, con l’affermazione di Deng Xiaoping quale ‘leader supremo del Partito Comunista Cinese’. Dopo la sua visita a Singapore che, all’epoca, stava vivendo una fase di incredibile espansione e crescita grazie alle riforme politico-economiche attuate dalla famiglia Lee, il presidente cinese era rimasto così affascinato da rendere il modello della città-stato il principale riferimento per l’amministrazione cinese. Le politiche di Deng furono rivoluzionarie per la Cina comunista, segnando un cambiamento netto rispetto al pensiero Maoista: per la prima volta, venne introdotto il concetto di ‘politica delle porte aperte’. Inoltre, a partire dal 1979, fu concessa più libertà ai contadini nella gestione della terra e nella vendita dei prodotti agricoli sul mercato. Lo stesso avvenne nel settore industriale, all’interno del quale imprenditori pubblici e privati ricoprirono gradualmente un ruolo di maggior peso. Deng aveva creato le succitate quattro ‘Zone economiche speciali’ (1980), Shenzhen, Zhuhai, Shantou e Xiamen, al fine di facilitare l’apertura al commercio e alle imprese estere che avessero voluto stabilirsi in Cina.

Da lì in poi furono introdotte numerose riforme a livello strutturale, che avrebbero inciso sui settori di maggiore occupazione, quali quello manifatturiero e quello agricolo. Come ricorda Giovanni Caccavello su Il Sole 24 Ore, tra il ‘97 e il ‘98 iniziò un processo di privatizzazione su larga scala, contraddistinto dalla liquidazione o vendita di molte imprese statali. Tra il 2001, anno d’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), e il 2004, il numero delle imprese pubbliche era calato ancora del 48%. Contemporaneamente, i leader Jiang Zemin e Zhu Rongji avevano provveduto ad attuare la riduzione delle tariffe e l’eliminazione di alcune barriere commerciali, riformando anche il sistema bancario e smantellando parte del sistema di assistenza sociale di stampo maoista.

I rappresentanti politici odierni puntano chiaramente sulla stabilità del paese come obiettivo fondamentale da raggiungere, nonché a un approccio incrementale attuabile grazie a una commistione tra le precedenti riforme interventistiche e quelle recenti del mercato globale. Dal 1978 al 2018, la Cina è passata dall’essere una delle economie più povere ed isolate, con un PIL pro capite di circa $160, a una vera e propria potenza economica, in grado di competere con gli Stati Uniti, con un PIL pro capite di oltre $8.830.

Nonostante la prima fase di questa transizione non sia stata semplice per molte imprese statali ad alta intensità di capitale, le quali si sono trovate in difficoltà nel competere in un mercato più ampio, nel giro di pochi anni, hanno saputo rovesciare la situazione e realizzare consistenti profitti. Negli ultimi 30 anni circa, infatti, il PIL è cresciuto a un tasso del 9,6%. Tralasciando il rallentamento registrato nell’ultimo periodo, tutto lascia immaginare a una notevole capacità espansiva ancora disponibile per il paese, che potrebbe classificarsi come la più grande economia in termini nominali perfino prima del 2030.

La tranquilla marea rossa

Questa significativa espansione in termini di ricchezza e relazioni commerciali ha un corrispettivo nell’atteggiamento cinese verso la politica estera. Se, all’epoca dei trattati di Tientsin del 1860, che posero fine alla seconda guerra dell’oppio, fu inaugurato quello che la storiografia cinese ha rinominato “secolo della vergogna e delle umiliazioni”, nel 1949, con la presa del potere da parte di Mao Zedong, il governo del paese virò decisamente la propria traiettoria geopolitica, a partire da un piano culturale e ideologico. Mao, infatti, promise che avrebbe restituito dignità alla Cina umiliata, permettendo così al popolo cinese di camminare a testa alta. Questo spirito di revanche ha animato per decenni la società cinese. Oggi, anche al netto degli sviluppi più tragici, sembra che gli obiettivi sanciti da Mao siano stati, se non del tutto, quasi totalmente raggiunti. Questo è stato possibile anche grazie all’implementazione di un determinato tipo di politica estera.

In epoca post-Maoista, negli anni delle riforme portate avanti da Deng Xiaoping e degli eventi di piazza Tienanmen, la Cina ha perseguito una politica estera di stampo molto moderato. La parola d’ordine era: “basso profilo”. Niente avventurismo militare, nessuna velleità di leadership nella comunità internazionale. Bisognava “preservare un ambiente internazionale favorevole allo sviluppo economico del paese”, come nota Giovanni B. Adornino del Torino World Affairs Institute in un documento per l’Osservatorio di Politica Internazionale. La Cina, fino a pochi anni fa, ha accuratamente evitato “azioni ad alto tasso di visibilità”, preferendo acquisire maggior peso decisionale nelle organizzazioni internazionali e puntando sull’importanza delle relazioni commerciali e degli investimenti diretti all’estero.

La leadership di Xi Jinping potrebbe segnare una discontinuità con questo modello. L’obiettivo di Xi, continuando l’analisi di Adornino, sembra infatti quello di restituire alla Cina, entro il 2049, una “posizione centrale a livello globale”. La data non è casuale: nel 2049 ricorrerà il centenario dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Un orizzonte temporale simbolico. Gli esperti in materia tuttavia, ricorda l’autore, non concordano su un punto: alcuni ritengono che i tempi siano maturi affinché la Cina assuma maggiori responsabilità nella determinazione dell’agenda internazionale, altri, invece, sostengono che Pechino non sia ancora pronta a sostenere gli oneri economici e politici di un nuovo protagonismo.

Già nel 2014, l’ISPI, nella persona di Filippo Fasulo, evidenziava tre indizi che potevano significare un mutamento di passo in politica estera da parte della Cina: l’invio in Sud Sudan di un contingente di 100 uomini, nel contesto di una missione di peace-keeping dell’Organizzazione delle Nazioni Unite; un maggiore ruolo nel processo di pacificazione in Afghanistan, in particolare con l’organizzazione a Pechino di “un incontro dell’Istanbul Process, un meccanismo di cooperazione regionale formato da paesi mediorientali e centroasiatici”; infine, la discussione in atto nel 2014 presso l’Assemblea del Popolo di una bozza di legge contro il terrorismo, provvedimento che “conterrebbe la possibilità di autorizzare l’esercito e la polizia a effettuare operazioni di controterrorismo all’estero, dietro il consenso dei paesi interessati”.

La Nuova Via della Seta

Del resto, l’accrescimento dell’influenza internazionale della Cina è uno dei punti su cui si basa la retorica, proposta dai media, ma soprattutto dai politici cinesi, del ‘Sogno cinese’. In questo senso, una delle direttrici principali sia per giungere alla realizzazione del Sogno, sia all’aumento del peso internazionale della Cina è la Belt and Road Initiative. La BRI non è solo una policy: come la definisce Adornino, è una “narrazione-ombrello”, sotto la quale si possono raccogliere politiche eterogenee. I prodromi della BRI possono essere rintracciati in due strategie elaborate dal Governo cinese fra il 1999 e il 2001. La prima è denominata ‘Grande sviluppo dell’Ovest del Paese’, finalizzata ad arricchire le regioni più povere dello stato; la seconda è la ‘Going global strategy’. Quest’ultima, come suggerisce la denominazione, ha l’obiettivo di accrescere l’internazionalità delle imprese cinesi al fine di aumentarne la competitività.

Lanciata nel 2013, la BRI è una politica volta a collegare l’Estremo Oriente e l’Europa attraverso reti infrastrutturali fisiche (come quelle ferroviarie), finanziarie e digitali. Il giornalista Antonio Selvatici, in La Cina e la nuova via della seta (2018), afferma che la BRI sia uno strumento attraverso cui la Cina potrebbe conseguire alcuni obiettivi strategici. Tra questi, quello di controllare le rotte commerciali nel Mediterraneo (Via della Seta marittima) e quello di raggiungere l’Europa centro-orientale. Quest’ultima, in particolare, secondo le previsioni cinesi, afferma l’autore, “diventerà il nuovo cuore manifatturiero dell’Europa”. Con il benestare, tra l’altro, proprio dei paesi dell’area, che hanno formato un gruppo, “propenso ad accettare le buone offerte del Paese del Dragone”: si tratta del vertice degli stati dell’Europa Centrale e della Cina, meglio noto come 16+1. Kerry Brown, professore al King’s College, in L’amministratore del popolo. Xi Jinping e la nuova Cina (2018), evidenzia invece come la BRI possa consentire alla Cina di diversificare le vie di approvvigionamento delle risorse che le sono necessarie, bypassando lo Stretto di Malacca, facile da controllare per gli Stati Uniti.

Il libro di Selvatici prima citato reca un interessante sottotitolo: Progetto per un’invasione globale. Il giornalista sostiene infatti che la BRI possa essere un cavallo di Troia attraverso il quale la Cina realizzerà una “strisciante, condivisa e pacifica invasione”. Se, da un lato, può apparire forse esagerato sostenere che la Cina stia attuando un piano neocoloniale, dall’altro, è senz’altro lecito affermare che stia implementando una politica estera espansiva, tramite modalità pacifiche e condivise. Pacifiche poiché Pechino, al momento, non sembra voler sottrarre agli Stati Uniti il ruolo di watchdog del mondo. Condivise perché larga parte della politica estera cinese (anche nell’ambito della BRI) passa attraverso la sottoscrizione, con gli stati partner, di accordi bilaterali che garantiscono vantaggi ad entrambe le parti contraenti. Si tratta, cioè, di accordi cosiddetti ‘win-win’.

La Cina non cerca quasi mai intese con le grandi organizzazioni internazionali, come l’Unione Europea. Si rivolge direttamente ai paesi o ai gruppi con cui è interessata a contrattare, portando ai tavoli negoziali un peso economico senza dubbio maggiore rispetto a quello che avrebbe potuto far valere 20 o 30 anni fa. Questa strategia viene favorita, almeno nel Vecchio Continente, anche dall’ondata euroscettica che ha colpito l’Unione Europea da qualche anno a questa parte. In questo modo, sempre secondo Selvatici, la Cina si mostra maestra nell’applicazione del soft power. La politica estera condotta da Pechino condurrebbe le altre nazioni alla subalternità. Tuttavia, si tratterebbe di “una subalternità intelligente, che non soffoca lo stato oggetto d’attenzione”. La Cina è in grado di utilizzare il soft power per ottenere vantaggi politici su questioni che le stanno a cuore. L’essere il principale investitore a Panama ha portato ad esempio, nel 2017, il Governo panamense a interrompere le relazioni con Taiwan.

Una nuova superpotenza?

L’acume e il vigore di Pechino le hanno permesso di capitalizzare negli anni su ardite combinazioni di politiche autoritarie e non, fino a guadagnarsi, se non il titolo, almeno la fama di superpotenza.

Non per nulla, la Cina è impegnata nel confronto con il principe dell’egemonia tradizionale: le imprese americane considerano il mercato cinese, che contribuisce per oltre il 30% all’espansione annua del mercato globale, una fonte di guadagno irrinunciabile. La minaccia dell’espansione economica cinese e l’incremento della propria influenza, tuttavia, hanno portato gli USA a prendere provvedimenti protezionistici e a inserire altissimi dazi sui prodotti cinesi. La guerra commerciale intrapresa da Donald Trump non fa che peggiorare: come affermato nei suoi ultimi tweet, il presidente statunitense intende riscattare la federazione dal ruolo di salvadanaio che tutti vogliono razziare e sfruttare”.

L’Unione Europea, dal canto proprio, è alla ricerca un accordo con la Cina entro il 2020. Continuano le discussioni circa il 5G e la cybersicurezza, in vista di una maggiore coordinazione e del collegamento tra Via della Seta (BRI) e grandi rete di trasporto europee Ten-T. “L’UE e la Cina si impegnano a costruire la loro relazione economica sull’apertura, la non discriminazione e la concorrenza equa, assicurando un terreno di gioco paritario, trasparenza e basato su benefici reciproci”, come si legge nella bozza di dichiarazione congiunta UE-Cina che riprende le richiesta fatte da Bruxelles a Pechino a tutela dell’industria e delle imprese europee.

Nel frattanto, in Cina, aleggia ancora il ‘fantasma di Tienanmen’: il sacrificio di studenti, giovani lavoratori, uomini e donne, resta un ricordo proibito. Quelli che all’estero vengono chiamati i ‘Martiri di Tienanmen’, per quanto nascosti dal Governo agli occhi dei cittadini, restano una testimonianza del fatto che un’alternativa all’autoritarismo esisteva e non necessariamente nella forma di una svolta occidentale, simile a quella che, poco dopo i giorni del massacro, portò al disgregamento dell’Unione Sovietica. La paura dell’effetto Gorbačëv, in effetti, ha spinto il PCC, ogni anno per 30 anni, a inasprire la censura e la repressione quando il 4 giugno si avvicina.
Hong Kong, ex colonia britannica rientrata nella sfera di controllo cinese nel 1997, si trova oggi in quella fase di status autonomo della durata di 50 anni garantita ai tempi del riavvicinamento. In nome della formula ‘un sistema, due paesi’, la regione ha un proprio Parlamento e una propria opposizione politica, che non manca di far sentire la propria voce. In un momento in cui il Governo di Pechino stenta a rispettare il patto del ’97, con l’avvicinarsi dell’anniversario della Protesta di Tienanmen, centinaia di migliaia di persone si sono riversate per le strade chiedendo alla Cina di riconoscere le vittime del massacro. Attirando l’attenzione mediatica internazionale, Hong Kong ha fatto tremare i vertici del Partito, ancora una volta. È nello spirito di questi giovani che vive la speranza di quelli di Tienanmen, di tutti i giovani che si sono opposti ai mezzi blindati dell’autoritarismo con la loro perseveranza, i loro canti e la loro voglia di libertà.

India, tra estremismo e radicalizzazione

Il processo di ‘otherization’ (l’atto di definire come ‘diverso’ un individuo o un gruppo di persone allo scopo di ostracizzarlo e/o denigrarlo, ndr) ha reso più marcate le divisioni tra musulmani e induisti, e ciò crea un’atmosfera favorevole ai gruppi estremisti”. Così, Ashraf Kadakkal, professore di studi islamici e dell’Asia Occidentale presso l’Università di Kerala,  cerca di spiegare le ragioni che hanno portato un numero sempre più alto di giovani musulmani ad aderire alla causa di Daesh o di altre formazioni radicali, che operano sia in India, sia all’estero.

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