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SPECIALE – Tecnologia e geopolitica: tra utopia e distopia

Di Mattia Elia e Mattia Fossati, coordinati da Alberto Mirimin

Per definire la situazione geopolitica odierna è stata utilizzata nel dibattito pubblico (come ad esempio in questa conferenza con alcuni analisti della rivista Limes) l’espressione “guerra fredda della tecnologia”, a sottolineare come sempre di più gli scontri nell’arena politica internazionale abbiano come oggetto proprio la tecnologia.

In questo contesto, essa viene intesa soprattutto come tecnologia digitale: Internet, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e il trattamento di personal data. Ma non solo: il progresso tecnologico si può intendere anche come miglioramento delle tecniche presenti in un dato settore, al fine di ottenere una maggiore efficienza dal punto di vista economico. Anche questo secondo aspetto dello sviluppo tecnologico può avere pesanti implicazioni geopolitiche ed economiche. Basti pensare, ad esempio, ai crescenti investimenti nell’ambito delle tecniche estrattive del petrolio.

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L’effetto del disavanzo tecnologico: l’equità sociale giapponese

Un robot in grado di lavare i panni non è niente di entusiasmante, non è che una lavatrice. Un robot che prende i vestiti dal cesto della biancheria sporca e li mette a lavare può sembrare utile, ma altrettanto automatizzato. Un robot che trova gli indumenti in giro per casa e li pulisce è la vera innovazione.

Preferred Networks è una start-up giapponese di sviluppo tecnologico con base a Tokyo, il cui scopo principale è realizzare robot di supporto all’uomo in grado di recepire i cambiamenti fenomenici nella sua area di interesse. Questa giovane società, fondata nel 2014, vale già due miliardi di dollari: una valutazione non comune per un’azienda giapponese. Infatti, al contrario di quanto accade negli Stati Uniti e in Cina, gli unicorni, ovvero le compagnie dal valore superiore a un miliardo, sono molte rare nel paese del Sol Levante. Per questo motivo, la start-up conta di riportare in auge il Giappone sul piano del progresso tecnologico.

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Presidenziali in Sri Lanka: un altro Rajapaksa alla guida del Paese

A distanza di 5 anni dalla criticata presidenza di Mahinda, un altro esponente della famiglia Rajapaksa ha ottenuto la vittoria nelle elezioni presidenziali tenutesi in Sri Lanka lo scorso 16 novembre. Il nuovo capo di stato è Gotabaya Rajapaksa, già ministro della Difesa e dello Sviluppo Urbano durante il mandato del fratello Mahinda. Ha prevalso con il 52,2 % dei voti sul rivale Sajith Premadasa, leader conservatore e neoliberale dello United National Party (UNP). 

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Xinjiang Papers: detenzioni di massa “senza nessuna pietà”

Una delle fughe di notizie più importanti avvenute all’interno del Partito Comunista Cinese (PCC). Sottratte al Governo cinese da un funzionario del partito, oltre 400 pagine di documenti cinesi riservati e segreti sono finite nelle mani dei cronisti del New York Times, come riportato da ilPost. Le carte descrivono la modalità con cui il regime ha organizzato la repressione e le detenzioni di massa di diverse minoranze, tra cui quella uigura, nella provincia occidentale dello Xinjiang.

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A Nuova Delhi non si respira. Conseguenze dell’inquinamento nella capitale indiana

L’aria a Nuova Delhi, capitale dell’India, è irrespirabile. I livelli di alcuni agenti tossici inquinanti come PM10 e PM2.5 sono fino a 20 volte superiori rispetto al limite fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. I cittadini sono costretti a rimanere nelle proprie abitazioni per evitare i rischi correlati all’esposizione. Irritazione  agli occhi e alla gola, tosse e sintomi asmatici sono solamente alcune delle conseguenze che colpiscono soprattutto le fasce più deboli della popolazione, tra cui anziani, bambini e malati cronici. “The longer the exposure, the greater the risk”, conferma la dottoressa Christine Cowie dell’Università di New South Wales in una dichiarazione rilasciata alla BBC.

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Premio Sakharov a Ilham Tohti: una denuncia simbolica alla violazione della libertà di pensiero

Lo scorso 24 ottobre è stata annunciata l’assegnazione del premio Sakharov per la libertà di pensiero all’economista e intellettuale uiguro Ilham Tohti, da oltre vent’anni impegnato nella difesa dei diritti della popolazione uigura, a maggioranza musulmana. Dal 2014, l’attivista sta scontando un ergastolo imposto dal Governo di Pechino, in quanto ritenuto colpevole di ‘separatismo’, ovvero di fomentare le richieste d’indipendenza della regione autonoma dello Xinjiang, nella quale si concentra la maggior parte della popolazione di etnia uigura in Cina.

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Myanmar: l’ONU conferma le violenze sulla popolazione rohyngya

Lo scorso settembre si è concluso il mandato ONU per la Fact-Finding Mission (FFM) in Myanmar, iniziata nel marzo 2017 allo scopo di chiarire la situazione riguardo alle presunte violazioni dei diritti umani perpetrate dall’esercito nei confronti della popolazione rohingya. Stando al report e alle recenti dichiarazioni del capo missione Marzuki Darusman, le condizioni della minoranza musulmana nello stato del Rakhine sembrano essere peggiorate, con riferimento alla continuazione di discriminazione, segregazione, restrizione della libertà di movimento, insicurezza e mancanza di accesso a terra, lavoro, educazione e assistenza sanitaria.

 

Il resoconto conferma ciò che nel giugno 2019 era stato riportato da Amnesty International, ovvero che le forze armate del Myanmar – meglio conosciute come Tatmadaw – stessero perpetrando violenze indiscriminate all’interno dello stato del Rakhine. All’epoca, stando ai dati raccolti in loco dagli stessi operatori, un raid dell’esercito regolare aveva causato 14 vittime civili e 29 feriti, con conseguenti episodi di torture e arresti arbitrari nel corso di un attacco indiscriminato. I soldati avrebbero agito con l’obiettivo di eliminare i ribelli della Arakan Army (AA), la frangia militare della United League of Arakan (ULA), impegnata sin dalla sua fondazione (nel 2009) nella liberazione del Rakhine attraverso l’uso della forza. Il Tatmadaw era stato accusato dal 2017 dalla società internazionale di aver compiuto atrocità nei confronti dei rohingya quando l’azione congiunta dell’esercito e di alcuni gruppi estremisti buddisti portò alla distruzione di interi villaggi, uccidendo circa 10.000 membri della comunità e causando l’emigrazione dal Rakhine di almeno 700.000 profughi.

Nel contempo, la posizione del Governo centrale riguardo le accuse continua a risultare ambigua e contraddittoria. Il rappresentante del Myanmar, Hau Do Suan, ha dichiarato all’Assemblea ONU che, seppur d’accordo con la necessità di investigare e punire eventuali violazioni, il Governo centrale non riconosce la missione, che considera viziata da imparzialità ed espressione di inaccettabili pressioni politiche. Il consigliere di stato Aung San Suu Kyi, nel corso della recente visita in Giappone per l’incoronazione del nuovo Imperatore Naruhito, da un lato ha condiviso la preoccupazione dell’opinione pubblica internazionale per la violazione dei diritti umani nel Rakhine, dall’altro ha ribadito come le operazioni nate a partire dal 2017 rappresentino una contro-offensiva al terrorismo dilagante nello stato e come la comunità internazionale abbia tendenzialmente trascurato questa minaccia. 

 

A prescindere dalle dichiarazioni, il consigliere di stato non ha molti margini di azione per contrastare ciò che l’ONU ha definito come una vera e propria  “pulizia etnica da parte del Tatmadaw. È infatti noto come, nonostante il processo di transizione democratica iniziato nel 2008, l’esercito detenga ancora un notevole potere politico nel paese: basti pensare che il 25% dei seggi in Parlamento è riservato per Costituzione ad ufficiali militari. A tal proposito, sempre in occasione della recente visita in Giappone, San Suu Kyi ha confermato l’ostilità dell’apparato militare nei confronti dell’emendamento costituzionale proposto dal National League for Democracy (NDL), che sancirebbe la drastica riduzione dell’interferenza militare negli affari politici e quindi un passo importante verso la piena democratizzazione del Myanmar. Nel caso in cui l’NDL dovesse vincere le elezioni generali previste nel 2020, l’intenzione è quella di riproporre la modifica della carta costituzionale nel corso del prossimo mandato.

 

Tornando alla situazione nel Rakhine, il Governo ha istituito nel luglio 2018 la  Independent Commission of Enquiry for Rakhine, volta ad investigare le presunte violazioni dei diritti umani nella provincia. Tuttavia, l’inchiesta FFM ha rivelato che la Commissione non ha prodotto alcun rapporto a partire dalla sua nascita, dimostrando dunque di non rappresentare “una possibile fine alle impunità”. Per questo motivo, come dichiarato dal responsabile Marzuki Darusman, i dati e le testimonianze rilevati dalla missione sono stati trasferiti ad un’altra commissione ad hoc ONU, la Independent Investigative Mechanism for Myanmar. Inoltre, Darusman ha sollecitato la comunità internazionale a supportare le investigazioni del Tribunale penale internazionale allo scopo di aprire un procedimento prima ancora che la Corte Internazionale di Giustizia esprima una sentenza riguardo la possibile violazione da parte del Myanmar della Convenzione sul Genocidio del 1948.  


Per concludere, una risoluzione al dramma del popolo rohingya sembra più che lontano da quelle che invece erano state le premesse del Governo. Ad ulteriore prova di ciò vi sono le difficoltà di accordo con i rappresentanti delle migliaia di rifugiati (nei confinanti Bangladesh e Indonesia) riguardo al rimpatrio con garanzie di sicurezza e accesso a educazione e assistenza sociale. L’Association of Southeast Asian Nations (ASEAN), il cui summit annuale è previsto dal 31 Ottobre al 4 Novembre, e il Governo del Myanmar sono dunque chiamati ad implementare un piano effettivo che risolva la situazione prima che essa sprofondi ancora nell’oblio del silenzio e della violenza.

Japan’s Reiwa era has officially began

Japan currently holds the title of the oldest continuous monarchy in the world. Despite its many phases and changes throughout history, in today’s modern scenery the figure of the “emperor of Japan” relentlessly represents one of the fundamental pillars in Japanese culture.

According to the most popular mythological traditions, it all started back in 7th century BC with Japan’s very first emperor, Emperor Jimmu, who was believed to be a descendant of the Sun Goddess Amaterasu. The tale of Jimmu the Emperor claims that Jimmu conducted a military expedition that started in what was then called the ‘Hyuga province’, and that eventually lead him to conquer the province of Yamato, allowing him to proclaim himself as the first emperor of Japan.
Aside from the more mythical sides of Emperor Jimmu’s story, and the many doubts that historians have expressed regarding the times and dates in which said story takes place, it is generally agreed that emperors have been present in Japan’s political history for more than 1500 years.

As previously said, the range of action of the emperor has shifted quite a bit throughout history. Although in fact for hundreds of years the focal point of power was held by the ‘shogun’ (the military dictator of Japan during the period from 1185 to 1868), and the emperor was therefore not much else other than a symbolical figure, an important and monumental change can be identified during the so called “Meiji revolution, which allowed Japan to transform itself from a rural and underdeveloped country to an economical and avant-guarde power.


When the Tokugawa shogun signed the so called “inequal treaties”, a series of treaties between western powers and some Far East countries, which allowed a strong foreign presence in Japan, a violent revolution struck throughout the entire country against the Tokugawa Shogunate and culminated with Mutsuhito’s accession to the throne as the Meiji Emperor on Feb. 3, 1867. Mutsuhito’s Japan, taking back all the power held by the shogun, has represented an important moment in the reassessment of the figure of the emperor. Mutsuhito’s legacy though would soon be put under a major shift after the end of World War II. With Japan’s surrender in 1945 in fact, the then emperor of Japan, Hirohito was forced to accept a new constitution which drastically resized the strength and the nature of the constitutional powers held by the emperor.


With the new constitution, all political power went to elected representatives and emperor Hirohito found himself bound to explicitly reject the long believed claim in Japanese tradition that the Emperor of Japan was an ‘arahitogami’ (an incarnate divinity). Despite its loss Hirohito was able not to be indicted as a war criminal, most likely due to USA’s fear of what the consequences of such an act could be on the american occupation in Japan.


The new officialized role of the emperor being “the symbol of the State and of the unity of the people” and his figure being therefore strictly rappresentative and ceremonial, was maintained throughout the monarchy of Hirohito’s son Akihito. Nonetheless, Emperor Akihito, during the entire course of its era succeeded in demonstrating how despite the resizing of the figure of the Japanese emperor, and therefore despite being given very limited political powers, the ‘soft power’ that the role of emperor still carries is not to be underestimated.


Back in 2011 in fact, when Japan was hit by the Tohoku Earthquake, which at a magnitude of 9.1 caused the death of thousands of people and critical damages to Japan’s infrastructure, Emperor Akihito’s speech on national television and the following weeks that he and empress Michiko spent visiting damaged sites and victims, gave a strong moral contribution to Japan’s reconstruction.


In recent times the so called “Heisei era” which saw Emperor Akihito as its principal actor has recently come to an end, after Emperor Naruhito took the place of his father who abdicated back in April 30th 2019, due to his declining health conditions. The abdication of Akihito which has been the first since 1817, marked the beginning of the Reiwa era”, which officially began on October 22nd 2019 when Emperor Naruhito was enthroned.

Naruhito graduated from Gakushuin University in March 1982 with a Bachelor of Letters degree in history. and after that he continued his studies at Oxford university. Throughout his life Emperor Naruhito has managed to acquire a strong global understanding that has lead him to take many strong and revolutionary stances toward today’s most important issues.
I sincerely hope that our country, through our people’s wisdom and unceasing efforts, achieves further development and contributes to the friendship and peace of the international community and the welfare and prosperity of humankind”, the Emperor has declared during his enthronement ceremony”.

Only time will be able to tell whether the “Reiwa era” will succeed in balancing the restricted bag of power given by the postwar constitution and the necessity of maintaining the legitimacy of the constitutional monarchy amongst its people.

SPECIALE – Politiche migratorie

Di Simone Innico, Lara Aurelie Kopp-Isaia, Stefania Nicola

Migranti, profughi, rifugiati

Il concetto di migrazione, nella sua accezione più generale, indica l’allontanamento di una persona o di un gruppo da un dato territorio. Questa definizione generale accoglie, al suo interno, un insieme complesso ed eterogeneo di movimenti umani che si possono definire ‘migratori’. Pertanto, esso non riguarda solo gli spostamenti transnazionali e i reinsediamenti in un paese straniero ma anche, a titolo d’esempio, le ’migrazioni circolari’ di lavoratori pendolari attraverso il confine tra due stati, così come il percorso intrapreso dai ‘rifugiati interni’ (internally displaced persons), i quali, senza oltrepassare i confini dello stato, abbandonano la propria residenza originaria a causa di un conflitto o di un notevole evento climatico che metta a rischio la sopravvivenza degli individui, della famiglia o della comunità.

Per inciso, il termine ‘profugo’ rileva, all’interno del concetto di ‘migrante’, quella persona che abbandona il proprio paese d’origine non solo per motivi di discriminazione politica, razziale, religiosa, o per altri motivi di persecuzione individuale, ma per le più svariate ragioni, senza però che questo lo metta necessariamente in grado di richiedere protezione internazionale.

In linea generale, l’accezione più diffusa nel discorso che ci è familiare del termine ‘migrazione’  racchiude in sé due elementi di significato: un flusso più o meno costante di spostamenti a lungo termine di gruppi di individui, in numero cospicuo e con conseguenze significative per il contesto sociale, politico e demografico dei paesi d’origine, di transito e di arrivo; la ricerca più o meno premeditata, da parte del singolo individuo, dell’unità familiare o di una comunità, di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

È questa la concezione di ‘migrazione’ che informa gran parte del nostro discorso pubblico e che sovente si riflette nella gestione dello Stato e della società, coinvolgendo inevitabilmente il regime delle frontiere territoriali e il controllo della popolazione. Il governo delle migrazioni è oggi giorno – e in buona misura è stato negli scorsi decenni – presentato come una priorità politica per la sicurezza dello stato nazione. Ad ogni modo, va sottolineato che una codifica rigorosa di uno status giuridico del ‘migrante’ non figura in nessuna disciplina del diritto internazionale e, di fatto, l’ambiguità del concetto offre inevitabilmente un largo margine di interpretazione ai legislatori e ai decisori politici.

Ciò che invece trova precisa definizione nel corpus giuridico internazionale è lo status di ‘rifugiato’, che sostanzialmente riceve e formalizza la ‘migrazione forzata’ e attribuisce al soggetto migrante un diritto all’asilo o, terminologia dal significato analogo, alla ‘protezione internazionale’. La Convenzione sullo status dei rifugiati del 28 luglio 1951 disciplina la normativa in materia di diritto d’asilo; al netto di alcune eccezioni, ad oggi è stata firmata e ratificata in tutte le sue parti dalla maggioranza degli Stati ONU (147 su 193). La Convenzione rappresenta un trattato vincolante per i paesi firmatari, che devono realizzare sul loro territorio e con risorse adeguate le procedure di tutela dell’individuo disciplinate secondo lo status di rifugiato, assicurando piena cooperazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Devono infine adeguare alla normativa internazionale le disposizioni del proprio ordinamento giuridico in materia di asilo.

Le migrazioni nel mondo odierno

Nella cornice delle politiche migratorie, la tutela dei diritti del rifugiato rappresenta, nel mondo di oggi, una questione di primaria importanza. Secondo l’UNHCR, la popolazione di rifugiati nel mondo alla fine del 2018 si attesta al livello più alto mai registrato: 25.9 milioni di persone L’opinione pubblica, i media e i governanti del globo sono sempre più sensibili a questi dati. Tuttavia, prima di approfondire il tema della protezione di quelle che saranno, nel futuro più prossimo, le categorie umane più vulnerabili, è senza dubbio necessario un approfondimento sui trend delle migrazioni umane.

Da un punto di vista globale, i fenomeni migratori coinvolgono una popolazione nell’ordine delle centinaia di milioni; una stima ONU, ad esempio, ne registra 272 milioni per l’anno 2019. Ovviamente, i canali di spostamento che più attraggono l’attenzione dei media occidentali sono quelli che riguardano l’Europa e gli Stati Uniti, in quanto paesi d’arrivo per le rotte da, rispettivamente, Africa, Medio-Oriente e Asia Centrale o Messico e Sudamerica. Tuttavia, è necessario ricordare che gli spostamenti umani non riguardano solo i movimenti dal Sud del mondo al Nord – quest’ultimo, generalmente, da identificarsi con l’Europa occidentale e il Nord America. Secondo le stime del Population Reference Bureau, già nel 2014 la direzione Sud-Sud costituiva il 36% del trend globale dei flussi migratori, coinvolgendo 82.3 milioni di persone, ovvero spostamenti di massa interni ai continenti Asia, Africa e Sudamerica. Se anche volessimo ridurre l’intero spettro dei molteplici fenomeni migratori alla sola questione delle migrazioni forzate (che nell’anno 2018, secondo le figure UNHCR, riguardavano circa 70.8 milioni di individui), vedremo che il ‘Nord globale’ è decisamente sottorappresentato nella scala delle destinazioni. Ad oggi, la Turchia accoglie la quota maggiore di rifugiati (3.7 milioni), seguita da Pakistan (1.4 milioni), Uganda (1.2 milioni) e infine da Sudan e Germania (1.1 milioni). Allargando la visuale dai rifugiati al più comprensivo insieme concettuale dei ‘migranti internazionali’, passano invece in testa gli Stati Uniti, che nel 2017, secondo il think tank statunitense Migration Policy Institute, ospitavano 49 milioni di migranti sul territorio nazionale.

Conoscere l’immigrazione, per poterla governare

Quanto illustrato finora serve a fornire un’immagine generale, e inevitabilmente riduttiva, dei fenomeni migratori: un intreccio concettuale di elementi pressoché eterogenei ma strettamente connessi tra loro come la tutela dei diritti umani, le definizioni di nazionalità e cittadinanza, gli interessi economici e geopolitici, lo sviluppo industriale e il cambiamento climatico, ma anche l’opinione pubblica e l’influenza dei mass media. Si rivela di volta in volta fondamentale, pertanto, saper individuare con precisione il tema in oggetto d’analisi. Questa operazione è centrale per valutare con cognizione di causa le politiche migratorie messe in atto da autorità locali, nazionali e sovranazionali e per problematizzare e dunque governare gli spostamenti umani, sempre complessi e multidimensionali, che chiamano in causa importanti segmenti del sistema politico-sociale.

Quello dell’immigrazione non è un fenomeno recente. Già nel recente passato, i flussi migratori hanno raggiunto veri e propri picchi, in particolare tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Anche per questo, il tema dell’immigrazione ha trovato sempre più spazio al centro del dibattito nazionale, europeo, mondiale. Una prima spiegazione potrebbe derivare dalla sempre maggior rilevanza morale acquisita dal tema dei diritti umani. A ciò, si aggiunge la correlazione tra l’immigrazione e l’incidenza di guerre, conflitti armati e genocidi, fattore che ha inciso sulla limitazione e regolamentazione degli spostamenti. In altri casi, si è iniziato a parlare di ‘responsabilità collettiva’ nel fornire aiuto alle popolazioni colpite dagli effetti del cambiamento climatico – i cosiddetti profughi ambientali. Fondamentalmente, quando si tratta di migrazioni sembrano essere due gli approcci più spesso adottati. Da una parte, si pone l’obiettivo ideale di proteggere una comunità da quelli che dovrebbero essere gli effetti negativi comunemente considerati tipici e correlati all’immigrazione: aumento delle tensioni sociali, costi economici, perdita dell’identità culturale o della coesione sociale. Dall’altra, si riconosce il dovere morale di aiutare i bisognosi e integrare i profili desiderabili – soprattutto in realtà, come quella europea, in cui si rileva un invecchiamento progressivo della popolazione e un bisogno crescente di manodopera. Da qui nasce la necessità di definire le politiche migratorie, in grado di individuare le categorie privilegiate all’ingresso nel paese e i loro diritti, ma al tempo stesso di politiche di integrazione, affinché gli immigrati siano assimilati nel mercato del lavoro a livello salariale e occupazionale.

Perché, però, quest’ultimo punto non sempre trova un riscontro nella realtà? 

Come sottolinea uno studio della Commissione europea, le cause sono attribuibili alla conoscenza linguistica, alla formazione scolastica e all’inserimento degli stranieri in molti settori in cui anche i nazionali hanno possibilità di far carriera (cura della persona, costruzioni e ristorazione). Se da una parte, dunque, tali normative dovrebbero ridurre i differenziali socio-economici, dall’altra è anche vero, si sottolinea nel report, che è necessario che qualcuno svolga queste mansioni poco qualificate. Come si legge in un approfondimento delle Nazioni Unite, gli immigrati ‘di lunga durata’, quando si stabiliscono in un paese ospite, ne aumentano i livelli di produttività demografica. Al contempo, però, sono a loro volta soggetti ad invecchiamento; di conseguenza, la loro presenza può solo ritardare l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale degli anziani. Tuttavia, è con la ‘seconda generazione di migranti’, i figli di questi primi immigrati, che si può osservare un ‘riciclo’ di manodopera, più assimilata nel sistema scolastico, con una buona conoscenza linguistica e dotata di cittadinanza.

Se analizzassimo più da vicino le rotte migratorie presentate in apertura, una tra quelle occidentali più percorse è senza dubbio quella del Mediterraneo. Quest’ultimo è ormai noto quale il confine più pericoloso tra Stati che non sono in guerra tra loro. Al tempo stesso, questa rappresenta una delle tratte più complesse se si vuol ricostruire il profilo tipico del migrante irregolare, poiché comprende sia i migranti economici alla ricerca di opportunità di impiego (solitamente provenienti da Tunisia, Algeria e Marocco), sia quelli in fuga da persecuzioni o guerre e richiedenti asilo (che hanno come paesi di origine: Eritrea, Somalia, Afghanistan, Mali, Costa d’Avorio, Gambia, Sudan e Palestina). In particolare, in quest’ultima categoria si rileva la presenza di un ampio numero di  donne e bambini. A ben vedere, uno dei problemi maggiori è che i dati in materia di immigrazione irregolare sono lacunosi, incompleti e non aggiornati per individuare quanti di questi migranti richiederebbero asilo e quanti sarebbero invece migranti economici.

Se quindi non si conosce una realtà, come è possibile regolamentarla?

Tornando nuovamente al ‘caso Mediterraneo’, vista la sua complessità, occorre sottolineare che, alla luce del recente Decreto migranti, sembrerebbe esserci un’intenzione politica di semplificare e velocizzare  la gestione delle domande di protezione internazionale. Come spiegano i ministri firmatari Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luigi Di Maio (Esteri) sul Corriere della Sera, con questo decreto è previsto che, una volta individuata la provenienza dei migranti, sia più agevole avviare procedure di rimpatrio qualora questi provengono da porti sicuri quali Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Come riporta lo stesso articolo, “in mancanza di questi requisiti la domanda di protezione verrà subito respinta e  avviata la procedura di rimpatrio”. La questione principale di questo decreto interministeriale è che “inverte l’onere della prova”. In tal senso, verranno rifiutate le richieste di asilo delle persone provenienti dai citati 13 paesi, salvo esse non presentino prove di un rischio reale per la propria incolumità in caso di ritorno in patria.

Lo scenario italiano è soltanto una testimonianza di un’inversione di rotta nell’affrontare casi di emergenza umanitaria. Per avere una visione di più ampio spettro, prendiamo in esame tre casi a livello mondiale: il Venezuela, la Siria e lo Yemen.

Altre gravi emergenze migratorie ed umanitarie: come vengono gestite

Secondo i dati dell’UNHCR, a fine 2018 oltre 3 milioni di persone sono fuggite dal Venezuela, in quello che è il più grande esodo nella storia recente della regione. La catena di eventi che ha mobilitato migliaia di famiglie venezuelane è iniziata nel 2014, in seguito alla morte del presidente Cházev. La crisi economica devastante, l’inflazione che ha raggiunto la soglia del 50%, la mancanza di elettricità, la carenza di beni di prima necessità – i cui prezzi sono aumentati del 1000% -, la fame e la povertà sono tra i principali fattori del massivo esodo. Il sistema sanitario venezuelano è crollato, con una carenza di personale e di medicinali che ha causato la chiusura di molti reparti ospedalieri. In un solo anno, la mortalità materna è aumentata del 65%; quella infantile del 30%. “Quando mia figlia di nove mesi è morta a causa della mancanza di cure, ho deciso di portare la mia famiglia fuori dal Venezuela prima che morisse un altro dei miei figli”, testimonia, attraverso il report UNHCR, Eulirio Beas, della comunità indigena Warao, che si trova in un campo profughi del Brasile.

La maggioranza delle persone parte senza documenti, in carovane, percorrendo a piedi centinaia di chilometri: per questo vengono chiamati caminantes. Francesca Matarazzi, Emergency Coordinator di INTERSOS, descrive tali migrazioni con queste parole: “Li vedi passare ogni giorno. Famiglie con bambini piccoli, anziani. Camminano senza riposo. Camminano senza scarpe. Camminano con la pelle bruciata”.

Ogni mese sono oltre 15.000 le persone che attraversano il confine tra Venezuela e Colombia. Quest’ultima ha messo in atto politiche d’inclusione e d’accoglienza, con la priorità di evitare che i migranti intraprendano la strada della clandestinità. Il Governo colombiano ha concesso documenti temporanei che consentono ai venezuelani di entrare e uscire liberamente. Si potrebbe affermare che la Colombia abbia tentato di trasformare la questione migratoria da emergenza umanitaria a occasione di sviluppo. A onor del vero, questo esodo potrebbe rappresentare un’occasione di crescita economica per Bogotà. Tuttavia, gli arrivi sempre più numerosi stanno complicando la situazione. In un contesto in cui centinaia di persone sono costrette a vivere in case e campi profughi sovraffollati, le condizioni di vita diventano estremamente precarie. Il rischio di essere esposti ad abusi, sfruttamenti – minorili e sessuali – e di finire nei giri del narcotraffico rimane elevato.

Anche in Siria si sta verificando un’emergenza umanitaria. Il 15 marzo 2011 il popolo è sceso in piazza per protestare contro il Governo di Assad, invocando maggior democrazia e libertà. L’anno successivo, le manifestazioni sono sfociate in una guerra civile. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari, questa guerra ha provocato oltre 11 milioni di sfollati, 6.7 milioni dei quali sono scappati nei paesi limitrofi. Ma di questi ultimi che fuggono dalla Siria, solamente il 10% vive nei campi profughi dei paesi confinanti, perché troppo affollati. La maggior parte vive in piccoli alloggi di prima accoglienza, anche questi in condizioni precarie.

La guerra ha raggiunto livelli talmente elevati che, nel 2014, l’Alto Commissario delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani (OHCHR) ha annunciato che non avrebbe più registrato il numero delle vittime. Questa decisione è stata presa, secondo quanto dichiarato da Rupert Colville, portavoce OHCHR, a causa delle difficoltà riscontrate da organizzazioni indipendenti a entrare nel territorio siriano, insieme con l’impossibilità di verificare le fonti. La percentuale di civili uccisi è comunque molto elevata. Secondo diverse ONG, ad esempio, a Ghouta, durante un raid aereo del 18 febbraio 2018, sono rimasti uccisi oltre 1.400 civili, tra cui 280 bambini. Paolo Pezzati, di Oxfam Italia, denuncia che “è inaccettabile che la comunità internazionale stia voltando le spalle a oltre cinque milioni di siriani in fuga dall’orrore della guerra […] La comunità internazionale resta a guardare, mentre milioni di persone sono bloccate in un limbo senza fine”.

Un’altra regione afflitta dalla guerra e da una grave crisi umanitaria è lo Yemen, dove si contano oltre 3 milioni di profughi interni e 22 milioni di persone che necessitano di assistenza. Tutto ebbe inizio nel 2015, quando l’Arabia Saudita, il paese più ricco del mondo arabo, ha attaccato lo Yemen, paese più povero del mondo arabo. In quattro anni di conflitto vi sono state oltre 20.000 vittime, più della metà delle quali risultano essere civili. La vita nello Yemen è difficilissima, tanto che si dovrebbe più propriamente parlare di sopravvivenza. Metà degli ospedali sono stati distrutti, il prezzo del carburante è aumentato del 200%, i prezzi dei beni di prima necessità e del cibo sono alle stelle.

Ad aggravare le già precarie condizioni di vita, l’Arabia Saudita ha imposto un blocco alle importazioni nel paese. Secondo un articolo del 2017 di Internazionale, il think tank International Crisis Group affermava già al tempo che la fame che ha colpito gli yemeniti non fosse dovuta a cause naturali, ma all’azione voluta dei belligeranti e dall’indifferenza e al ruolo complice della comunità internazionale”. Conosciuta come la ‘crisi umanitaria dimenticata’, a causa dello scarso interesse dimostrato dalla comunità internazionale, questa è indubbiamente una delle peggiori crisi umanitarie contemporanee. Al disinteresse generale contribuisce la grande difficoltà dei giornalisti stranieri ad entrare nel paese. Le Nazioni Unite hanno tentato di trasportare alcuni giornalisti inglesi su un aereo umanitario, ma le forze saudite hanno impedito il loro arrivo. In particolare, a seguito di questo episodio, Ben Lassoued, coordinatore delle questioni umanitarie dello Yemen presso l’ONU, aveva dichiarato che “il fatto dimostra perché lo Yemen, paese colpito da una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, non riceva particolari attenzioni da parte dei media internazionali”.

Nell’estate del 2017, il presidente Trump ha concluso un accordo di 110 miliardi per la vendita di armi all’Arabia Saudita. Così facendo, gli Stati Uniti hanno alimentano un conflitto che ha distrutto il paese yemenita, gettandolo sull’orlo di una gravissima carestia e ha dato luogo a gravi crimini di guerra.

Tra crisi, patti globali e cuori chiusi

Quelle analizzate in questo approfondimento sono soltanto alcune delle emergenze migratorie e umanitarie che si stanno consumando nel mondo. Secondo l’UNHCR, infatti, altrettante crisi si registrano in paesi quali Congo, Burundi, Iraq, Nigeria, Sudan e Myanmar, dove sono in atto fenomeni di migrazione forzata. Milioni di persone sono costrette a lasciare il loro paese, la loro casa, nella speranza di un futuro migliore lontano dai conflitti. In tal senso, tutte queste migrazioni devono essere trattate come una crisi planetaria. Come ha ricordato il segretario generale Antonio Guterres, il 24 settembre scorso, innanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “In un epoca in cui un numero record di rifugiati e sfollati interni sono in movimento, la solidarietà è in fuga. Vediamo non solo le frontiere, ma i cuori chiudersi, mentre famiglie di rifugiati vengono distrutte e il diritto di trovare asilo fatto a pezzi”. Guterres ha messo l’accento sulle responsabilità condivise che gravano sulla comunità internazionale, sancite dai patti mondiali sui Rifugiati e sulla Migrazione, aggiungendo, con incedere lapalissiano: “All migrants must see their human rights respected”.

Il Pakistan cerca la pace nel Golfo: difficili tentativi di dialogo tra Iran e Arabia Saudita

Domenica 13 ottobre il primo ministro pakistano, Imran Khan, si è recato in visita ufficiale a Teheran, nel tentativo di appianare le tensioni presenti nella regione del Golfo, in particolare tra Iran e Arabia Saudita. A questo viaggio ne è seguito uno nel paese della penisola arabica, per ribadire il suo ruolo di “facilitatore e non di mediatore” tra le due parti. Il premier è stato ricevuto dal ministro degli Esteri Javad Zarif, per poi incontrare sia il presidente dell’Iran Hassan Rouhani, sia l’Ayatollah Ali Khamenei.

Rouhani, durante il colloquio con Khan, ha enfatizzato la necessità di disinnescare ogni tentativo di escalation nella zona, ribadendo che “[…] le questioni regionali sono da risolvere attraverso mezzi regionali e il dialogo. Sottolineiamo anche che ad ogni gesto di buona volontà seguiranno azioni analoghe e buone parole”. Recatosi dalla Guida Suprema, il focus si è spostato sulla Ummah musulmana, la quale deve affrontare numerose sfide, sia internamente, sia dall’esterno. Importante è, quindi, articolare un messaggio di unità e solidarietà tra le nazioni islamiche.

Il Pakistan ha iniziato questa missione di pace in Medio Oriente puramente su propria iniziativa, anche se non sono mancati gli inviti da parte di Donald Trump e del principe Mohammad Bin Salman. Durante un colloquio bilaterale a margine dell’assemblea delle Nazioni Unite, a fine settembre, il presidente degli Stati Uniti aveva infatti invitato Khan ad aiutarlo nel riportare a più miti consigli Rouhani. Questo, in particolar modo a seguito della decisione nordamericana di abbandonare il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) sul nucleare e successivamente all’accusa mossa all’Iran di essere l’artefice dell’attacco alla piattaforma petrolifera saudita di Abqaiq, nella Eastern Province, avvenuto il 14 settembre scorso.

L’Arabia Saudita è uno dei nostri amici più stretti. L’Arabia Saudita ci ha aiutato nel momento del bisogno. La ragione di questo viaggio è che non vogliamo un conflitto tra l’Arabia Saudita e l’Iran. Sappiamo che è una situazione complessa”, ha ripetuto Khan durante la sua visita, in presenza del principe Bin Salman. Le relazioni tra i due paesi paiono ancora più difficili dopo l’incidente avvenuto nei primi giorni di ottobre, a 60 miglia dal porto di Jeddah, in cui due missili hanno colpito un oil tanker battente bandiera iraniana. La responsabilità non è stata attribuita direttamente all’Arabia Saudita, ma è possibile sia stata una ritorsione dell’attacco del mese precedente.

La posizione del Pakistan, quindi, è molto delicata. Da una parte, esiste una sfiducia reciproca che è latente da anni, nonostante venga sottolineato come vi sia una tradizione di cooperazione con l’Iran fondata sul commercio e sulla vicinanza; dall’altra parte, come riporta Voanews.com, gli aiuti finanziari e la collaborazione militare legano Islamabad indissolubilmente al Regno Saudita, vista anche la presenza di 2.5 milioni di persone che vivono e lavorano in loco.

Come se il quadro non fosse già sufficientemente intricato, un problema tanto importante quanto difficile da risolvere è la posizione dei due stati nella guerra in Yemen. La repubblica Islamica è leader del mondo musulmano sciita, quanto l’Arabia Saudita lo è dell’Islam sunnita. Quest’ultima ha scatenato una guerra contro la minoranza Huti, che sembra però essere aiutata militarmente da Teheran. Anche dalle sorti di questo conflitto si deciderà la forza dominante nella regione.

La neutralità del Pakistan è inoltre messa a dura prova dal suo ruolo tra le fila saudite, incarnato da Raheel Sharif, ex capo militare pakistano, ora al vertice della coalizione. Sharif è leader della Islamic Military Counter Terrorism Coalition (IMCTC), un fronte pan-islamico contro il terrorismo, lanciato da Riyad nel marzo 2016. La decisione di creare l’IMCTC avvenne nel dicembre 2015, 9 mesi dopo l’inizio dell’operazione Decisive Storm voluta proprio dall’Arabia Saudita. Nonostante gli obiettivi prefissati dalla coalizione – dal rafforzamento del contributo dei paesi a maggioranza musulmana riguardo sicurezza e pace alla solidarietà e collaborazione tra gli stati membri, dalla sensibilizzazione attraverso campagne di comunicazione, sino alla riaffermazione dei valori moderati dell’Islam, stabilendo partnership strategiche – la maggioranza degli stati è sunnita. Da non sottovalutare, infatti, è l’assenza di Iran e Iraq e il ruolo marginale dello stesso Pakistan, almeno in un primo momento.

Il tentativo di convincere Teheran della sua buona volontà è anche dettato dalla proposta di Khan di non minare i propri interessi nella zona e di tentare di stabilire di nuovo rapporti con gli Stati Uniti, deterioratisi nell’ultimo periodo. Come riportato dalla BBC, la decisione di Washington di inviare truppe a supporto di Riyad dopo l’attacco del 14 settembre scorso non porterà altro che “dolore e miseria”, come tutte le intromissioni di forze straniere nella regione. La risposta americana non si è fatta attendere, ripetendo che le forze militari sono “locked and loaded”, ovvero pronte all’attacco.

Iran’s President Hassan Rouhani

L’Iran ha annunciato che, con o senza mediatori, è sempre pronto a dialogare con i suoi vicini, inclusa l’Arabia Saudita, per eliminare ogni tipo di incomprensione”, ha annunciato Abbas Mousavi, portavoce del ministro degli Esteri della della repubblica Islamica. La guerra proxy in Yemen, le difficoltà diplomatiche e l’escalation militare non giocano a favore del Pakistan: un paese in difficoltà che si vede costretto in una regione complessa da gestire, tra superpotenze e giochi per la leadership.