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Da Ulisse a Elon Musk, le nuove frontiere della nostra specie

Ulisse è stato il primo eroe dell’intera cultura occidentale, idealizzato non per la forza fisica, quanto per la finezza della propria mente. La brillante intelligenza mista a curiosità – la sua Metis – gli permise non solo di sconfiggere il gigantesco ciclope, di ingannare gli Dèi violenti e di riconquistare la propria casa e la propria famiglia, ma lo spinse all’esplorazione. Da qui, il personaggio omerico si intreccia con un altro mito greco, quello delle Colonne d’Ercole, che lo stesso Ulisse infranse nelle sue navigazioni: esse rappresentano il concetto astratto di limite, di frontiera, e si spostano mano a mano che la mente umana si espande. È in questo incrocio che nasce l’uomo moderno.

Origini mitiche a parte, l’esplorazione e il pionierismo sono tratti naturali e istintivi dell’essere umano, sia come specie, sia come individuo. Oggi, dopo i viaggi di Marco Polo in Oriente, i grandi navigatori alla scoperta delle Indie, la frontiera del West spinta verso il Pacifico, ci troviamo per la prima volta a rivolgere lo sguardo al nostro sistema solare.

Nel 2012, l’azienda “Mars One”, capitanata dal miliardario Elon Musk, ha presentato il suo primo progetto di colonizzazione marziana. Le difficoltà sono immani, a partire dai costi previsti (almeno $6 miliardi), passando per le partnership con la NASA, sino ad arrivare al diritto spaziale. Tuttavia, l’entusiasmo è ancora alto e le possibili conseguenze potrebbero coinvolgere la storia dell’umanità, aprendone un nuovo capitolo. La notizia che colpisce è la quantità di persone pronte a partire, in un viaggio di sola andata, per la missione: secondo quanto riferito dalla stessa Mars One, sono più di 200.000 le richieste pervenute.

Possiamo allora parlare dei germogli di una prossima emigrazione spaziale?

Stephen Hawking, come riporta il The Telegraph, vedeva nella colonizzazione di un nuovo mondo l’unica possibilità di salvezza del genere umano, in fuga dalla sovrappopolazione e dalla fine delle risorse naturali. Qualora questo dovesse verificarsi, tuttavia, sarà in un futuro remoto, oltre che eventuale, preceduto da una lunga fase – nella quale già oggi ci troviamo – in cui l’esplorazione spaziale costituirà il fondamento di giochi ed equilibri, politici in primis.

In tal senso, l’India cerca affannosamente di recuperare il gap tecnologico che la separa dai colossi spaziali, ponendosi come obiettivo di medio termine la Luna. La Cina, a tal proposito, ha previsto l’invio di una sonda su Marte nel 2020, mentre sta già addestrando i propri astronauti servendosi di una base marziana simulata nel deserto del Gobi, come riportano rispettivamente Repubblica e Affaritaliani.

Al di là del prestigio tecnologico, lo spazio nasconde immense opportunità economiche e militari: a partire dal ruolo strategico dei satelliti per la sicurezza e la geolocalizzazione, alla ricerca delle terre rare su Luna, comete e asteroidi, fino ad arrivare al nascente settore del turismo spaziale. Come riporta Limes, nel suo articolo Assalto al Cielo, il settore spaziale è da sempre spinto in avanti da una feroce concorrenza: in passato, tra le due superpotenze della Guerra Fredda; oggi, tra una moltitudine di attori che vanno sempre aumentando. Per la prima volta, con Elon Musk, anche i privati partecipano alla corsa allo spazio.

Gli elementi qui riassunti sinteticamente raccontano di un mercato letteralmente in esplosione. Tuttavia, prevederne il futuro resta nebuloso è difficile. Intuire quale sarà il ruolo di potenze quali l’India, la Cina, gli Stati Uniti e l’Unione Europea oltre la nostra atmosfera è davvero complesso, ma ancor più fantasioso sarebbe circoscrivere precisamente una colonizzazione spaziale da parte della nostra specie tutta.

Probabilmente la prossima destinazione sarà Marte, dove forse vi si stabiliranno delle colonie se il mondo avrà abbastanza risorse per sostenere il progetto. Forse invece rimarrà per ancora molto tempo un sogno nel cassetto di qualche visionario. L’unica grande certezza è che finché l’uomo esisterà, nella profondità del suo essere rimarrà sempre una spinta inesorabile e istintiva all’esplorazione. Con o senza successo, egli punterà sempre ad attraversare le sue Colonne.

Da Flynn a Bolton: tutti i problemi di Trump con i Consiglieri alla Sicurezza nazionale

Il primo mandato di Donald Trump volge ormai al termine. Tuttavia, lo scorso giugno, a Orlando, in Florida, l’attuale presidente degli Stati Uniti ha annunciato la propria ricandidatura per le elezioni del 2020. A più di tre anni dal suo ufficiale insediamento alla Casa Bianca, avvenuto il 20 gennaio 2017, una cosa si può affermare con certezza: i rapporti di Trump con i propri consiglieri alla Sicurezza sono stati molto complicati.

Lo scorso 10 settembre Donald Trump ha, infatti, annunciato, tramite un tweet, le dimissioni del consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton. Le dinamiche che hanno condotto a tale esito non sono però chiare. Trump sostiene di aver chiesto le dimissioni dell’ex consigliere a causa dei continui e reciproci contrasti. Tuttavia, secondo la versione sostenuta da Bolton, la vicenda si sarebbe svolta in modo diverso, rivelando di avere offerto le proprie dimissioni al presidente la sera del 9 settembre. Trump, a quel punto, avrebbe rimandato la discussione al giorno seguente. Secondo la CNN, la causa della rottura fra Trump e Bolton sarebbe da rintracciare nel profondo disaccordo circa l’opportunità di ospitare a Camp David alcuni leader dei talebani.

Il litigio su quest’ultima questione sarebbe stata solo l’ultima goccia. Come sostenuto da Peter Bergen e come sottolineato dallo stesso Trump, le visioni del presidente e di John Bolton sulle principali questioni di politica internazionale, come la crisi in Venezuela, i rapporti con l’Iran e con la Corea del Nord, erano ormai inconciliabili. In particolare, gli atteggiamenti e le proposte bellicose di Bolton si sarebbero scontrate troppo spesso, e troppo intensamente, con le diverse posizioni di Donald Trump.

Bolton viene comunemente considerato un bellicoso in ambito di politica estera. La descrizione appare quanto mai adeguata. Un eloquente esempio è rappresentato dall’articolo che il 26 marzo del 2015 pubblicò sul New York Times con il titolo: Per fermare le bombe iraniane, bisogna bombardare l’Iran. Nello scritto, Bolton criticava l’atteggiamento che l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aveva con l’Iran, affermando che avesse incentivato quest’ultimo ad avanzare sempre maggiori richieste a Washington. Ritenendo inutile sperare di poter giungere a un compromesso con l’Iran, Bolton suggerì una soluzione drastica: “La verità scomoda è che solo un’azione militare come l’attacco israeliano al reattore iracheno di Osirak del 1981 o la distruzione del 2007 sempre da parte israeliana di un reattore siriano progettato e costruito dalla Corea del Nord può realizzare gli obiettivi prestabiliti”. Un attacco, spiegava Bolton, che non avrebbe dovuto distruggere tutte le infrastrutture iraniane legate al nucleare, ma avrebbe dovuto limitarsi a spezzare le connessioni chiave nel ciclo della produzione del nucleare, in modo da ritardare il programma di tre o cinque anni. Israele avrebbe quindi potuto “fare quello che è necessario”, costituendosi come la longa manu armata degli Stati Uniti in Medio Oriente. Un’azione di questo genere, concludeva Bolton, avrebbe dovuto essere combinata con un vigoroso sostegno americano alle opposizioni iraniane, appoggio finalizzato a un cambio di regime”.

Le ipotesi di Bolton furono, tuttavia, smentite dai fatti. Proprio nel 2015, infatti, venne siglato il Joint Comprehensive Plan of Action, meglio conosciuto come l’accordo sul nucleare dell’Iran. Nessuna meraviglia, dunque, quanto al fatto che, 3 anni dopo, quando Bolton era ancora in carica, Trump abbia deciso di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo con l’Iran, affermando: “Era un accordo terribile, che non si sarebbe mai dovuto sottoscrivere”. Nei mesi successivi, con un atteggiamento di senso opposto,Trump si è reso protagonista di alcuni gesti conciliatori nei confronti dell’Iran, discostandosi da Bolton.

Anche riguardo i rapporti con la Corea del Nord, le posizioni del Presidente e di Bolton erano diventate ormai inconciliabili. Un mese prima che entrasse in servizio alla Casa Bianca, Bolton – ricostruisce Bergen per la CNN – aveva pubblicato un articolo sul Wall Street Journal, in cui suggeriva delle teoriche giustificazioni legali per una guerra preventiva contro la Corea del Nord. Si sarebbe trattato di replicare il modello dell’operazione del 2003 contro l’Iraq. Qualche settimana dopo, invece, Bolton dichiarò che l’amministrazione stava valutando la possibilità di applicare alla Corea del Nord il ‘modello libico’.

Il ‘modello libico’ prendeva a riferimento il modello di gestione dei rapporti tra gli Stati Uniti e, appunto, la Libia guidata da Moammar Gheddafi. Quest’ultimo, all’inizio degli anni 2000, aveva accettato di interrompere il proprio programma di costruzione di armi di distruzione di massa in cambio della revoca delle sanzioni che erano state comminate al suo regime. Nel 2011, nel contesto delle cosiddette ‘Primavere arabe’, Washington finanziò gruppi di ribelli che rovesciarono il regime di Gheddafi e, infine, lo uccisero. Per questa ragione, quando a Kim Jong-Un vennero riferite le dichiarazioni di Bolton, la reazione del dittatore nord-coreano non fu delle più moderate. Egli, infatti, interpretò le esternazioni di Bolton come una manifestazione di volontà, da parte degli Stati Uniti, di rovesciare anche il regime nord-coreano. Kim Kye-Gwan, primo vice-ministro per gli Affari esteri della Corea del Nord, affermò, in un comunicato ufficiale del 16 maggio 2018: Non nascondiamo il nostro senso di ripugnanza nei confronti di Bolton”. La Casa Bianca prese subito le distanze dalle posizioni di Bolton. Sarah Huckabee Sanders, dell’ufficio Stampa della Casa Bianca, dichiarò: “Non ne abbiamo mai discusso, quindi non credo che quello sia il modello che stiamo seguando per l’Iran”.

A febbraio del 2019 Trump incontrò Kim ad Hanoi, in Vietnam, ma si ritirò subito dalle discussioni quando si accorse che il suo collega nord-coreano non aveva molto da offrire sulla denuclearizzazione. A maggio, la Corea del Nord lanciò dei missili a corto raggio. Bolton protestò, dicendo che quei lanci violavano le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’organizzazione per le Nazioni Unite. Ancora una volta, Trump contraddisse il segretario dell’epoca, affermando che quell’operazione non lo preoccupava.

In ogni caso, che si sia trattato di un licenziamento da parte di Trump o di dimissioni avanzate da Bolton, la sostanza non cambia e una cosa si può di certo affermare: i rapporti di Trump con i propri Consiglieri alla Sicurezza nazionale sono stati molto difficili fin dall’inizio del suo mandato. Altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di nominarne ben quattro.

I rapporti tra il presidente e il dimissionario (licenziato?) Bolton sono stati qui sopra ricostruiti. Cosa dire però dei suoi due predecessori, Michael T. Flynn e Herbert R. McMaster?

Il primo rimase in carica meno di un mese, dal 20 gennaio 2017 al 13 febbraio dello stesso anno. Fu costretto a dimettersi in quanto accusato di aver ingannato alcuni importanti membri dell’amministrazione, tra cui il vicepresidente Mike Pence, sui suoi contatti con Sergej Kislyak, all’epoca ambasciatore russo negli Stati Uniti. Da quel momento collaborò con le autorità giudiziarie americane all’inchiesta riguardante le interferenze russe nella campagna elettorale per le elezioni del 2016. L’1 dicembre 2017 Flynn ammise di aver mentito al Federal Bureau of Investigation sulle sue conversazioni con Kislyak. L’importanza delle discussioni tra Flynn e quest’ultimo risiede nel fatto che esse, come riporta il New York Times, sarebbero state parte di un piano congeniato dai collaboratori di Trump per impostare delle linee di politica estera prima che il presidente eletto iniziasse ufficialmente il proprio mandato. Quando, quindi, formalmente, era ancora in carica l’amministrazione Obama.

I motivi che hanno portato all’allontanamento di McMaster sono, invece, più simili alle ragioni che hanno condotto al licenziamento (o alle dimissioni) di Bolton. McMaster, come ricorda Alex Ward, si trovò subito in contrasto con l’amministrazione Trump. Il più grande dissidio riguardò l’invio di ulteriore contingente militare in Afghanistan, idea alla quale McMaster era favorevole e che invece Trump respingeva con disgusto. Il sito della BBC riporta la seguente dichiarazione di Trump: “McMaster vuole spedire più truppe in Afghanistan, allora manderemo lui”. McMaster, inoltre, dichiarò che esistevano prove incontrovertibili delle interferenze russe nelle elezioni del 2016. Un’esternazione che, ovviamente, Trump non apprezzò e alla quale il presidente controbatté immediatamente: “McMaster ha dimenticato di dire che i risultati delle elezioni del 2016 non sono stati cambiati dai russi”. Infine, ancora una volta, anche i rapporti con la Corea del Nord furono oggetto di discordia fra Trump e il suo Consigliere dell’epoca. McMaster infatti suggeriva un approccio più militaristico nei confronti di Pyongyang. Più in generale, McMaster avrebbe avuto difficoltà ad avere a che fare con Trump, anche a livello personale. Soprattutto, il carattere umorale del Presidente e i suoi continui cambi di decisione avrebbe reso impossibile per McMaster l’impostazione di una politica coerente.

In ogni caso, il 18 settembre 2019 Trump ha nominato il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale: si tratta di Robert O’Brien. Riuscirà, almeno a lui, a mantenere il proprio incarico prima della fine, quasi imminente, del mandato di Trump?

Gli Stati Uniti si dotano di una United States Space Force

La decisione di Donald Trump di istituire la United States Space Force, formalizzatasi il 19 febbraio con la firma della Space Policy Directive-4, ha suscitato un certo fervore all’intero del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

La Direttiva definisce la Space Force come una nuova branca delle Forze Armate; la sesta insieme ad Army, Navy, Air Force, Coast Guard, e National Guard, che, nella sua fase di incubazione, sarà incorporata al Dipartimento della Air Force, in prospettiva di un futuro disgiungimento in un dipartimento indipendente.

Il Dipartimento della Space Force, che secondo il rapporto del Pentagono dovrebbe essere operativo entro la fine dell’anno fiscale 2024, potrebbe trasformare radicalmente l’attuale assetto militare statunitense, dal momento che vi si prevede la sintetizzazione di tutte le funzioni spaziali convenzionalmente condivise dalle altre agenzie militari. Per l’edificazione del nuovo Dipartimento, il Pentagono ha chiesto al Congresso uno stanziamento di $149 milioni, predisponendo la creazione di quattro componenti: una Space Development Agency, una Space Operation Force, uno Space Command, e la nomina di un segretario della Difesa per lo Spazio.

Le ragioni che hanno spinto il governo statunitense a mobilitare risorse così ingenti orientate alla riforma del sistema della difesa risultano più chiare se si considera che il settore spaziale si sta rivelando sempre più funzionale alla potenziale conduzione dei conflitti tra grandi potenze. Infatti, le informazioni raccolte dai satelliti in orbita permettono la geo-localizzazione delle minacce missilistiche e la comunicazione istantanea con le agenzie terrestri. Nonostante la tecnologia militare spaziale statunitense sia considerata tra le più avanzate al mondo, recenti simulazioni belliche hanno dimostrato che eventuali rivali, come la Russia e la Cina, potrebbero strumentalizzare le lacune dell’attuale sistema di difesa satellitare per lanciare attacchi informatici o per manomettere e inceppare gli impianti.

In linea con la National Defense Strategy, che enfatizza l’importanza del dominio spaziale, la Space Development Agency è stata ideata proprio per rispondere all’esigenza di porre rimedio  a tali lacune che rischierebbero di far perdere alle Forze Armate degli Stati Uniti il vantaggio comparato di cui ancora riescono ad avvalersi rispetto ai loro competitori. La sua istituzione, patrocinata dall’ex segretario della Difesa Patrick Shanahan, risale al 12 marzo scorso, ma a meno che il Congresso non approvi lo stanziamento dei fondi avanzato dal Pentagono, l’organizzazione non sarà in grado né di dare avvio a programmi concreti né di assumere personale. Il futuro operato della Space Development Agency si concentrerà sullo sviluppo di nuove capacità indispensabili quali una sorveglianza globale permanente, la realizzazione di sistemi di deterrenza efficienti e la costruzione di infrastrutture terrestri di supporto spaziale reattive e resilienti che nel lungo termine possano essere riconvertite in sistemi tecnologici più all’avanguardia.

Il nuovo direttore dell’Agenzia Derek Tournear, subentrato a seguito delle dimissioni del suo predecessore per motivi non del tutto chiari, ha pubblicato, lo scorso 1 luglio, la prima sollecitazione, Request for Information, rivolta agli appaltatori interessati a presentare proposte innovative per la messa a punto di un piano di evoluzione della nuova architettura spaziale. La strategia dell’organizzazione prevede anche uno stretto coordinamento tra la Space Force e le altre agenzie governative che continueranno ad essere coinvolte nelle operazioni spaziali, per evitare che le competenze e le operazioni si sovrappongano tra un’agenzia e l’altra.

Tuttavia, nonostante l’entusiasmo dei dirigenti che ne hanno difeso tenacemente la nascita, la Space Force è stata anche bersaglio di critiche; sin dal principio, il segretario della Air Force, Heather Wilson, ha infatti ribadito la sua contrarietà, motivandola con la previsione di una perdita sostanziale di numerosi posti di lavoro e di un accavallamento delle operazioni tra le diverse agenzie. Nei suoi ultimi giorni in veste di più alto ufficiale della Air Force, prima della scadenza del suo mandato, Wilson ha rincarato la dose di critiche sostenendo di avere grossi dubbi circa le operazioni e l’organizzazione strutturale della Space Force. Dubbi esternati in occasione di un’intervista, chiedendo provocatoriamente ai giornalisti in che modo la nuova organizzazione potrebbe fare la differenza rispetto alle altre agenzie.

Mike Griffin, da parte sua, ha replicato in termini più diplomatici che i sostenitori della Space Force non hanno mai desiderato promuovere “guerre territoriali” contro gli altri servizi militari e che, invece, la cooperazione tra agenzie è indispensabile affinché le carenze tecnologiche e organizzative del settore spaziale vengano pienamente soddisfatte.

Portorico: lo scandalo ‘Chatgate’ ha portato al crollo del Governo

Da metà luglio l’isola di Portorico è precipitata nel caos socio-politico. Il governatore Ricardo Roselló, in carica da gennaio del 2017, è accusato di aver inviato ai suoi fedelissimi di partito una serie di messaggi, attraverso l’applicazione Telegram, contenenti insulti sessisti, omofobi e razzisti. Nelle chat incriminate verrebbero inoltre derise le vittime dell’uragano María, il quale ha devastato l’isola nel 2017 causando la morte di oltre 3000 persone.

I messaggi sono stati resi pubblici il 13 luglio scorso dal Centro di Giornalismo Investigativo (CPI), una ONG con sede nella capitale San Juan, il cui obiettivo principale è quello di incrementare l’accesso all’informazione per tutti i cittadini del paese. L’indignazione popolare ha portato molti abitanti a scendere per le strade della città, chiedendo le dimissioni dello stesso governatore. Le proteste sono state sostenute anche da personaggi rilevanti dello spettacolo, tra cui il cantante Ricky Martin, il quale ha postato sui propri profili social un video in cui ha criticato fortemente Roselló, promettendo di unirsi anch’egli alle manifestazioni.

Dopo più di una settimana di tensione, il governatore ha presentato le scuse ufficiali. Ciò non ha però placato l’ira dei manifestanti, i quali hanno continuato ad occupare le vie di San Juan urlando a gran voce: “¡Ricky (Rosselló), renuncia!”. Il 25 luglio, Rosselló ha dunque annunciato le dimissioni attraverso un video pubblicato sulla propria pagina Facebook. La caduta del governatore era attesa da giorni; dall’inizio dello scandalo, ben 14 membri della sua amministrazione hanno presentato le dimissioni.

Nel breve discorso, egli ha dichiarato: “Dopo aver ascoltato le proteste, aver parlato con la mia famiglia, pensato ai miei figli, oggi annuncio che rinuncerò al ruolo di governatore dal 2 agosto”.

Il successore designato, l’attuale ministro della giustizia Wanda Vázquez, è già diventata bersaglio di nuove accuse. I manifestanti sostengono infatti che il caso Rosselló sia solo la punta di un iceberg. Questo scandalo si somma difatti ad altri casi di corruzione che hanno riguardato questo governo: solo poche settimane prima dello scandalo Chatgate, un giudice federale ha accusato alcuni ex funzionari del Governo di Roselló di cospirazione a scopo di frode, truffa elettronica e riciclaggio di denaro sporco. All’inizio di luglio queste accuse hanno portato all’arresto dell’ex segretaria per l’educazione Julia Keleher e dell’ex direttrice dell’amministrazione sanitaria Ángela Ávila. Rosselló, in tal caso, ha criticato l’attività fraudolenta degli ex collaboratori, dichiarando che il suo Governo “non tollera la corruzione”.

A queste problematiche si aggiunge la crisi economica che colpisce Portorico da più di un decennio. Nel maggio del 2017, Rosselló è stato costretto a dichiarare la bancarotta statale; il tasso di povertà aveva raggiunto quota 45%, con un saggio disoccupazionale pari al doppio rispetto alla media degli Stati Uniti. Rosselló aveva annunciato di volersi appellare al Titolo III della Ley para la Supervisión, Administración y Estabilidad Económica de Puerto Rico (Promesa), che contempla un processo di ristrutturazione del debito simile alle norme di protezione per bancarotta statunitense. Tale scelta era stata valutata positivamente, tra i vari, dall’agenzia Moody’s; tuttavia, gli effetti non sono ancora tangibili e la grande maggioranza della popolazione resta in condizioni economiche critiche.

Dal canto loro, gli Stati Uniti osservano con molta attenzione la situazione politica di Portorico: l’isola, infatti, potrebbe ben presto diventare lo Stato numero 51 degli States. A tal riguardo, due anni fa si tenne un referendum a valore consultivo sulla modifica dello status giuridico del paese. Nonostante la scarsa partecipazione dei votanti (solo il 22,7 degli aventi diritto si è recato alle urne), la gran maggioranza delle preferenze (97%) è stata a favore dell’annessione agli USA.La situazione è però tuttora in fase di evoluzione. Se da un lato la la crisi economico-politica rischia di rallentare questo processo, dall’altro anche lo stesso Trump non sembra disposto a sostenere con fondi pubblici statunitensi l’enorme debito accumulato dall’isola caraibica nel corso dei decenni. Spetterà quindi al nuovo Governo ristabilire ordine sociale e assicurare il rilancio economico.

Il ban di Huawei e le conseguenze per Google

Iniziano a farsi sentire le conseguenze provocate dalla messa al bando della società cinese Huawei, da parte del governo statunitense. Il fondatore e presidente dell’azienda, Ren Zhengfei, ha dichiarato che nei prossimi due anni i ricavi subiranno una diminuzione di circa il 30%. Inoltre, si stima che le vendite globali degli smartphone caleranno del 40%, con conseguenti tagli alla produzione.

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Pensare se stessi: come USA e Cina concepiscono l’egemonia

La Cina è figlia di una cultura millenaria, gli Stati Uniti d’America sono eredi della tradizione europea, illuminista e protestante. La prima simboleggia nell’immaginario occidentale l’Oriente più estremo ed estraneo e i secondi si propongono come moderna nazione-guida dell’Ovest. Se gli orizzonti culturali non possono essere più antitetici, al contrario, i problemi su cui le due superpotenze contemporanee si trovano a ragionare sono i medesimi.

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Il grande vuoto: la stampa USA e le elezioni europee

Sull’importanza delle elezioni appena svoltesi per il rinnovo del Parlamento europeo sono state spese, nel corso delle ultime settimane, molte parole. Lo scorso 2 maggio, il portavoce del Parlamento europeo, Jaume Duch Guillot, aveva dichiarato che la tornata elettorale appena trascorsa sarebbe stata la più importante dall’inizio dell’Unione Europea, perché in tale circostanza i cittadini avrebbero scelto se “andare avanti con l’integrazione europea”.

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2012-2050: il cambiamento climatico nella politica statunitense

L’8 gennaio 2013 l’America’s National Oceanic and Atmospheric Administration, l’agenzia federale statunitense per la meteorologia, ha definito il 2012 l’anno con le temperature più elevate mai registrate negli Stati Uniti continentali. Nell’ottobre del 2014, inoltre, il Pentagono ha iniziato a considerare il cambiamento climatico quale ‘national security threat, in grado di porre “rischi immediati per la sicurezza nazionale”.

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