Segretario                                 logo                                 Folco

Home     Redazione     Msoi Torino     Archivio



SPECIALE – Tecnologia e geopolitica: tra utopia e distopia

Di Mattia Elia e Mattia Fossati, coordinati da Alberto Mirimin

Per definire la situazione geopolitica odierna è stata utilizzata nel dibattito pubblico (come ad esempio in questa conferenza con alcuni analisti della rivista Limes) l’espressione “guerra fredda della tecnologia”, a sottolineare come sempre di più gli scontri nell’arena politica internazionale abbiano come oggetto proprio la tecnologia.

In questo contesto, essa viene intesa soprattutto come tecnologia digitale: Internet, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e il trattamento di personal data. Ma non solo: il progresso tecnologico si può intendere anche come miglioramento delle tecniche presenti in un dato settore, al fine di ottenere una maggiore efficienza dal punto di vista economico. Anche questo secondo aspetto dello sviluppo tecnologico può avere pesanti implicazioni geopolitiche ed economiche. Basti pensare, ad esempio, ai crescenti investimenti nell’ambito delle tecniche estrattive del petrolio.

Continua a leggere

Cina-USA: la guerra degli smartphone

Con gli smartphone oggi facciamo tutto: socializziamo, ascoltiamo musica, impariamo, viaggiamo, compriamo, vendiamo e ci formiamo delle opinioni. Questa immensa e intricata rete globale è diventata un fenomeno sociale peculiare, studiato dagli analisti e sfruttato dalle imprese e dai governi grazie ai big data. Attraverso gli smartphone e le loro reti, il mercato crea i propri trend e i politici cercano di intercettare i propri elettori.

Ci si può chiedere se ormai si possano condurre con tali dispositivi anche delle guerre e se, anzi, questi non siano già diventati parte integrante dei conflitti. Al di là delle considerazioni sulla guerra cibernetica e sullo spionaggio e le implicazioni di entrambi sullo sviluppo delle nuove tecnologie, oggi gli smartphone si trovano al centro di uno scontro tecnologico e commerciale. Infatti, essi assurgono ormai quasi a ‘simboli’ che incarnano l’azienda di produzione e il paese che questa, in un certo modo, rappresenta. Ne riflettono l’influenza commerciale, le capacità tecniche e, in qualche misura, le mire geopolitiche. In questa contemporanea ‘guerra degli smartphone’ non possono non distinguersi i due rivali statunitense e cinese.

Continua a leggere

Libertà di stampa e responsabilità dei media

Di Stefano Panero, Lucrezia Petricca, Martina Scarnato

La libertà di stampa e i suoi antecedenti

Nel 1948, all’articolo 29, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo ha sancito la libertà di stampa come uno dei diritti fondamentali, prevedendo che ogni soggetto abbia “diritto alla libertà di opinione e di espressione” e, soprattutto, “di ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Non solo le Nazioni Unite hanno riconosciuto questo diritto come fondamentale e inviolabile, ma anche il Consiglio di Europa ha inserito la libertà di stampa nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). L’articolo 10 della Convenzione sancisce la libertà di opinione e il diritto a ricevere informazioni, quindi ad essere informati “senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.

La libera manifestazione del proprio pensiero è stata avvertita dall’uomo come una esigenza primaria già in diverse società arcaiche. Nell’antica Grecia, ad esempio, l’isegoria, ossia l’uguaglianza nel diritto di parola, costituiva uno dei pilastri della democrazia: le decisioni venivano prese nelle pubbliche assemblee, dove tutti i cittadini potevano esprimere liberamente il loro parere. Da allora, in Occidente, il principio ha subìto diverse evoluzioni; in particolare, dopo un periodo di forte repressione nell’ancien régime, si è ampiamente affermato con l’Illuminismo e la politica liberale dell’Ottocento.

Con l’invenzione della stampa, nel XV secolo, la diffusione del pensiero cominciò a divenire massiva, conferendo un decisivo impulso all’affermazione della centralità della libertà di espressione nella vita pubblica. La sentita necessità di tutela contro il potere procedette di pari passo e si fece sempre più strada nelle coscienze dei più. Nel 1644, il filosofo inglese John Milton pubblicò un breve opuscolo, l’Aeropagitica, con cui criticava una legge approvata dal Parlamento inglese, la quale prevedeva la previa approvazione da parte del Governo per la pubblicazione di manoscritti. Nel 1766, invece, si ebbe la prima legge sulla libertà di stampa, quando la Svezia abolì la censura di tutte le pubblicazioni, fatta eccezione per quelle in materia teologica o accademica, ma continuò a vietare scritture ed altre pubblicazioni contro l’autorità regia.

Nel tempo la libertà di stampa fu sempre più recepita come diritto soggettivo, un potere che sorge in capo al singolo e che viene tutelato direttamente dall’ordinamento, fino a che si affermò come tale nella maggior parte delle costituzioni liberali e democratiche: emblematicamente, il Bill of Rights della Costituzione americana garantisce, nel primo emendamento, la libertà di espressione tramite ogni mezzo di diffusione. Secondo questa accezione, la libertà di stampa ha come oggetto di tutela la libera manifestazione del pensiero e come principale contenuto di garanzia il diritto a informare e ad essere informati. In questo modo, oltre ad un diritto soggettivo e individuale, la libertà di stampa si configura anche come diritto collettivo e sociale.

Queste due dimensioni sono fondamentalmente legate all’elemento pluralistico proprio di una società democratica, per mezzo del quale l’enfasi della libertà di parola è posta sulla molteplicità. Nelle società in cui il pluralismo trova effettiva espressione dovrebbe così diventare possibile attingere a diverse fonti di informazione, contribuendo alla coltivazione di una cultura di imparzialità e obiettività.

Limiti e pluralismo

La pluralità delle fonti di informazioni è un concetto che ha seguito il suo sviluppo soprattutto nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ha precisato la misura generale contenuta nell’articolo 10 della Convenzione, sottolineando che ognuno debba ricevere “un’informazione il più possibile pluralistica e non condizionata dalla presenza di posizioni dominanti”. Peraltro, nella sentenza Information-sverein Lentia c. Austria, la Corte ha specificato che ogni stato membro, in quanto ‘ultimate guarantor’, deve, onde evitare eventuali situazioni di monopolio o di concentrazioni abusive, assicurare il cosiddetto ‘pluralismo informativo’, soprattutto quando la diffusione delle informazioni riguardi il sistema radiotelevisivo.

A dispetto delle frequenti garanzie preposte nel mondo a tutela tanto della libera manifestazione del pensiero, quanto della libertà di stampa, non si può presupporre che i relativi diritti siano sempre esercitabili senza alcun vincolo. Esistono infatti delle limitazioni, previste sia dall’ordinamento internazionale, sia dagli ordinamenti interni. La previsione di limiti legittimi è in genere diretta a proteggere altri interessi ritenuti comparabilmente rilevanti, quali la pubblica sicurezza e il rispetto dei diritti e libertà altrui, ed è solitamente mediata da garanzie procedurali e in particolare dalla riserva di legge. Basti guardare al già citato articolo 29 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che nei commi finali recita: “Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico, e del benessere generale in una società democratica. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite”.

Il bilanciamento dei valori che sottendono a questioni di libertà di espressione e di sicurezza si rivela spesso difficile e complicato. Tra i molti esempi che si potrebbero proporre, la vicenda di Julian Assange è forse quella che negli ultimi anni ha suscitato più dibattiti e critiche, in particolare circa l’opportunità di limitare la libertà di stampa.

L’attivista australiano e fondatore di WikiLeaks è stato accusato di spionaggio e divulgazione di segreti americani. La Divisione per la Sicurezza Nazionale del Dipartimento di Giustizia statunitense (NSD), lo ha incriminato per 17 capi d’accusa, ricorrendo alla legge sullo spionaggio, nota come Espionage Act del 1917, nata per condannare la divulgazione di notizie che possano pregiudicare il successo di operazioni militari. Alcune organizzazioni, quale, ad esempio, l’ONG American Civil Liberties Union, ritengono che l’Espionage Act non protegge quei giornalisti che divulgano informazioni e notizie a fini del pubblico interesse e che l’incriminazione di Assange mina la libertà di stampa in modo inaccettabile.

Fascismi e repressione

La storia della libertà di stampa e della libera manifestazione del pensiero, d’altro canto, è ricca di avvenimenti e periodi nei quali i diritti han subito illegittime vessazioni, nel segno di uno squilibrio valoriale. I regimi totalitari che hanno minato e che minano la libertà dei giornalisti, sono in tal senso oscure parentesi di repressione. Il fascismo, in diverse occasioni e contesti, si fece carico di abolire il pluralismo mediatico a favore del monopolio statale, con l’intento di farne mezzo di propaganda. Il tramite elettivo di questo tipo di repressione fu la censura governativa, attraverso la quale in passato è stata vietata la pubblicazione di opere non solo di stampo giornalistico, ma anche letterario ed artistico. Così fu nel 1917, ad esempio, quando l’Unione Sovietica proibì la divulgazione di articoli che criticassero le autorità.

I fascismi, da allora, hanno perso terreno, ma i dati suggeriscono che alcuni squilibri tipici del totalitarismo stiano riemergendo ai danni della libertà di espressione.

Sulla base dell’indice di Reporters sans Frontières (RSF), che stima la libertà di stampa in 180 paesi, i casi di violenza fisica o verbale su giornalisti e reporter sono aumentati rispetto al recente passato. Europa e Stati Uniti non si sottraggono alla necessità di tutelare maggiormente il diritto all’informazione e i frequenti attacchi del presidente statunitense Donald Trump ai media americani, come riportato dal New York Times, non aiutano in tal senso. Il segretario generale di RSF, Christophe Deloire, nel report afferma che “fermare questo ciclo di paura e di intimidazione è una questione della massima urgenza per tutte le persone di buona volontà che apprezzano le libertà acquisite nel corso della Storia”.

Il giornalismo e i suoi nemici

L’organizzazione non governativa Freedom House ha evidenziato nel documento ‘Freedom in the World’ come in generale la democrazia sia in ‘ritirata’. La pagina web keepthetruthalive.co, di cui abbiam scritto recentemente, racconta questa realtà permettendo di accedere a una mappa del globo e di vedere, nello specifico, il numero di giornalisti uccisi in ogni paese, le generalità degli stessi e le circostanze della loro scomparsa. Un’altra iniziativa che merita di essere citata è quella di Forbidden Stories, un progetto voluto da RFS e Freedom Voices Network, che vede una rete di giornalisti incaricati di continuare a “pubblicare il lavoro degli altri giornalisti che affrontano minacce, la prigione o l’omicidio”.

Tra le aree geopolitiche classificate come più pericolose per i giornalisti, spicca però la zona del Medio Oriente e Nord Africa, che ha registrato un lieve calo dei casi di omicidio dei giornalisti rispetto al 2018. Nella regione sono presenti per la maggior parte regimi autoritari, come l’Arabia Saudita, guidata dal principe Mohammed bin Salman e, dallo scorso anno, al centro dell’attenzione mediatica per il caso dell’omicidio dell’editorialista del Washington Post, Jamal Khashoggi. Non è migliore la situazione nella formalmente democratica Turchia, dove, soprattutto a partire dal 2016, successivamente a un tentativo di golpe fallito, molti giornalisti sono stati obbligati a lasciare il paese o affrontare il carcere.

In prospettiva globale, secondo il report a firma del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), un’organizzazione indipendente e no-profit che persegue l’obiettivo di promuovere la libertà di stampa nel mondo, i singoli paesi più pericolosi per i giornalisti sono, in ordine decrescente, Eritrea, Nord Corea, Turkmenistan, Arabia Saudita, Cina, Vietnam, Iran, Guinea Equatoriale, Bielorussia e Cuba. La lista è stata stilata sulla base di criteri quali le misure di limitazione della libertà personale dei giornalisti (dalla censura alla detenzione arbitraria) e la presenza di leggi repressive in materia di libertà di espressione, che non escludono Internet e l’accesso ai social network.

In Eritrea, Nord Corea e Turkmenistan, i media sono strettamente controllati dai rispettivi governi, tanto da essere praticamente considerabili alla stregua di loro portavoce. Si esclude, in questo modo, qualsiasi altra possibile forma di informazione che potrebbe contrastare le fonti ufficiali. Per esempio, nel regime di Kim Jong-un, l’accesso al World Wide Web è impossibile per i residenti. In base alle pur scarse informazioni sul punto, Amnesty International ha concluso che anche il network locale, strettamente controllato dal Governo, sia accessibile solo a pochi eletti. Agli stranieri sembra essere vietata ogni comunicazione con l’esterno e il paese rimane restio ad accogliere giornalisti entro i propri confini. Contrariamente a quanto si può immaginare e quasi ironicamente, però, nella Costituzione nordcoreana la libertà di stampa è riconosciuta, così come quella di espressione, all’art. 67.

Negli altri paesi citati, invece, sempre secondo quanto affermato dal CPJ, se da un lato si attuano misure repressive, quali la detenzione arbitraria dei giornalisti, dall’altro si presta anche molta attenzione a forme di sorveglianza più sofisticate, che possono comprendere, tra le altre, il monitoraggio e la censura di Internet, social media inclusi.

In un articolo del 2014 per Journal of Democracy, gli esperti di affari internazionali e democrazia Christopher Walker e Robert W. Ortung hanno affermato che, nonostante l’implementazione della censura digitale sia molto più complessa, se confrontata con il controllo dei media tradizionali come la televisione, i regimi autoritari contemporanei hanno saputo dimostrare di avere un “occhio per l’innovazione” in materia di controllo del cyberspazio.

La minaccia delle fake news

L’obiettivo della maggior parte dei paesi non democratici odierni non è tanto quello di sorvegliare in maniera capillare tutti i mezzi di comunicazione di massa, quanto quello di avere uncontrollo effettivo dei media’, ovvero un dominio dei principali canali mediatici tale da conferire loro legittimità e compromettere la credibilità di tutte le altre fonti. In tal senso, uno degli strumenti utilizzati dai regimi autoritari (e non solo) è quello delle fake news: da un lato, i giornalisti vengono accusati di diffondere notizie false sul conto del Governo, esponendosi così a regime di detenzione; dall’altro, è l’autorità stessa a diffonderle a propria volta. Un caso interessante è quello della Cina. Nel 2015, infatti, l’Assemblea Nazionale del Popolo, con l’adozione del Nono Emendamento al Diritto Penale del Popolo della Repubblica di Cina, ha affermato che diffondere notizie ritenute false dal Governo sia un reato punibile fino a un massimo di sette anni di prigione. Contemporaneamente, secondo quanto riportato dal Guardian lo scorso agosto, il giornale filogovernativo People’s Daily avrebbe pubblicato un articolo tramite WeChat, omologo cinese di WhatsApp, invitando i manifestanti di Hong Kong a cessare le violenze. Eppure, fino ad allora, le proteste si erano svolte in maniera pressoché pacifica.

Il tema delle fake news, peraltro, si presta alle più diverse trattazioni e pervade non solo la dimensione della falsa coscienza nazionale, pilotata dalle burocrazie di regime, ma anche il reame dell’informazione pluralista, transfrontaliera e digitale. In questo contesto, tanto le legittime limitazioni del diritto all’informazione, alle quali abbiamo più sù accennato, quanto i principi che dovrebbero sottendere alla responsabilità dei media, diventano più difficilmente individuabili, sebbene la necessità di un equilibrio tra interessi contrastanti e comparabilmente rilevanti appaia in modo altrettanto lampante. L’esempio più ovvio è rappresentato dal dibattito sul surriscaldamento globale. Ormai da anni, il cambiamento climatico è una delle teorie scientifiche sostenute dalla maggiore certezza probatoria, forse quella che raggiunge il consenso più ampio tra i climatologi, pari al 97%. Questa cifra, di per sé enormemente significativa, appare ancora più rilevante se si tiene conto del fatto che conta al proprio interno gli esperti più autorevoli e le pubblicazioni più prestigiose, come Nature e Science.

Il caso mediatico del cambiamento climatico

In uno studio pubblicato su Nature Communications, è stata analizzata la presenza di 386 climatologi e 386 negazionisti climatici sui principali media in lingua inglese. Due sono i risultati importanti: i ‘contrarians’ ottengono in media il 49% di spazio in più sui media tradizionali e tendono ad essere una comunità autoreferenziale. Mentre gli scienziati considerati si citano l’un l’altro solo il 12% delle volte, indicando così di attingere a un bacino di menti ben più ampio, nel secondo gruppo le connessioni arrivano al 52%. Ciò avviene soprattutto nel mondo occidentale, mentre in Cina e India il fenomeno è quasi assente, sia per i maggiori impatti nel Mar Indiano, che influiscono direttamente sulla vita dei più, sia per l’ufficiale riconoscimento da parte del Partito Comunista Cinese del fenomeno del surriscaldamento globale.

Qual è la ragione della sovraesposizione mediatica dei negazionisti? La scarsa preparazione dei giornalisti o del pubblico in temi scientifici, ad esempio, potrebbe portare a favorire il bilanciamento delle opinioni nella fatua ricerca di qualche obiettività e imparzialità o di un’impressione della stessa. Accade così che, al fianco di climatologi apprezzati, si vedano economisti, scienziati politici e filosofi, oltre che esperti in campi affini, ma comunque fondamentalmente diversi, quali geologi e ingegneri petroliferi. Con l’assegnazione dello stesso spazio e dello stesso livello di scrutiny, si realizza quindi l’obiettivo della più o meno inconsapevole strategia anti-ambientalista: instillare il dubbio nel non esperto.

Ciò a cui mirano fondazioni come l’Atlas Network, finanziato dai fratelli Koch, magnati del carbone, è formare attivisti capaci di far passare l’idea di una comunità scientifica divisa, ma assoggettata a ‘bigotti ambientalisti’. I contrari diventano così novelli Galilei, presentandosi come eroici ricercatori che attaccano un dogma, sottratto dai ‘poteri forti’ (Cina, UE, l’establishment) al metodo scientifico. Questo metodo molto raffinato fu ideato già 20 anni fa da Frank Luntz, stratega del partito repubblicano statunitense. La rete che utilizza questa tecnica è molto vasta ed eterogenea: gruppi come l’Heartland Institute, che ha tra i suoi esperti climatici H. Sterlin Burnett, laureato in antropologia e filosofia, grandi gruppi petroliferi e esponenti dell’alt-right. Inoltre, per distogliere dalle prove fattuali il pubblico, il movimento ambientalista viene contestato per futili motivi, ricostruendo ad esempio, tramite cherry-picking e riduzioni ad absurdum l’attivismo di Greta Thunberg o ancora rivolgendosi unicamente alla parte più estrema degli ecologisti e legata alla sinistra anticapitalista.

Questa guerra mediatica è giovata ad alcuni, ma ha danneggiato tutti. Se, fino agli anni Novanta, la consapevolezza del cambiamento climatico aveva raggiunto tantissime persone, negli ultimi si è ridotta, mentre è aumentato lo scetticismo disinformato. Ci sono però buone notizie: secondo un studio del 2015, si è passati da uno scetticismo verso il cambiamento climatico causato dall’uomo ad uno diretto verso l’efficacia delle misure proposte per contrastarlo.

Sfide, innovazioni e complessità

L’Occidente si è spesso fatto paladino del pluralismo delle opinioni e per lungo tempo la comunità scientifica ne è stata il luogo di elezione. Oggi, diversi gruppi di pressione, in nome della libertà di pensiero, stanno attaccando persino i risultati di quella che è stata un’autentica rivoluzione scientifica del ‘900: la scoperta dell’influenza dell’uomo sul clima. Fattori inaspettati come l’inseguimento dello share, apoteosi della mercificazione dell’informazione, o l’inerzia intellettuale possono insinuarsi subdolamente nello sviluppo plurale della libertà di espressione e, a seconda dei contesti, contribuire a squilibri estremamente deleteri per la società. Nel caso del clima, la stampa responsabile, prima tra la sempre più vasta schiera dei media, dovrà abituarsi a promuovere una riflessione sul proprio rapporto con l’obiettività e con l’autorità scientifica. Il principio del pluralismo dovrà in questo scenario, come in altri, fare i conti con la ricerca della verità e i valori della democrazia che dovrebbero fare parte della sua stessa matrice.

Le complessità dei diritti di espressione e d’informazione, delle libertà di parola e di stampa, dei loro limiti legittimi e illegittimi, così come le responsabilità delle istituzioni, degli intermediari, degli attori, del pubblico sono difficili da catturare o descrivere in modo chiaro e definitivo. Si potrebbe forse dire che l’umanità, nella storia, ha attraversato questo caleidoscopio di concetti e realtà con uno sforzo collettivo e olistico, arrivando spesso a risposte da rimettere in discussione all’avvento di qualche innovazione tecnologica o sociale. Ad oggi, dopo l’impennata universalistica della Dichiarazione dei Diritti, le successive sfide del particolarismo e le apparenti ritirate dello scetticismo digitale, restano molte strade da percorrere, a volte per mezzo di sacrifici, come ci insegnano le morti di tanti giornalisti nel mondo odierno. Alcune di quelle strade, se avremo successo, ci condurranno verso un futuro migliore.

Giornali in pericolo? I conflitti tra Trump e la stampa statunitense

Il New York Times e il Washington Post non saranno più utilizzati dall’amministrazione federale. È questa l’ultima mossa del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nella sua ‘guerra contro la stampa non allineata. Lo scorso 25 ottobre, come riporta il Sole 24 Ore, la Casa Bianca ha ordinato all’intero apparato amministrativo federale statunitense di non rinnovare gli abbonamenti a due dei più importanti quotidiani nazionali. Una scelta che, come riporta il quotidiano milanese, potrebbe avere un impatto sul lavoro di molti funzionari pubblici, privandoli di informazioni necessarie a svolgere il loro incarico. 

Continua a leggere

La nuova politica di Facebook in vista delle presidenziali USA

Il 21 ottobre scorso, l’ufficio stampa di Facebook ha divulgato un comunicato che accredita al social network la responsabilità di impedire interferenze, per mezzo della piattaforma, nelle elezioni politiche, al fine di garantire processi democratici più trasparenti. La compagnia ha asserito, inoltre, di aver promosso negli ultimi anni l’identificazione di nuove minacce e vulnerabilità, e la propria contrarietà alla diffusione di disinformazione e di account fittizi.

La pubblicazione del comunicato non è affatto casuale: esattamente tra un anno, circa 327 milioni di cittadini statunitensi si recheranno alle urne per decidere se rieleggere il presidente in carica o se designare un nuovo leader tra l’ampio ventaglio di candidati. A ciò si aggiunga il coinvolgimento di Facebook nello scandalo di Cambridge Analytica, in riferimento alle elezioni presidenziali del 2016, quando la società di consulenza politica britannica si occupava della campagna elettorale di Donald Trump e collaborava, al tempo medesimo, con il ricercatore dell’Università di Cambridge Alexsandr Kogan. Quest’ultimo, per ragioni scientifiche, aveva sviluppato una app-quiz allacciata a Facebook capace di estrarre i dati personali degli utenti che vi avrebbero acceduto, e di tutti i loro contatti. In seguito, Kogan ha combinato i dati personali degli utenti, quali la data di nascita, la posizione, i like annessi, con le risposte date al quiz e ne ha profilato la personalità avvalendosi della psicometria, ossia l’insieme dei metodi di indagine psicologica che tendono al raggiungimento di valutazioni quantitative del comportamento degli esseri umani. Il risultato finale di tale operazione consiste nella costruzione di messaggi politici ad hoc indirizzati ai potenziali elettori.

Altri candidati alle elezioni presidenziali, come Barack Obama o Hillary Clinton, sono ricorsi a sistemi simili perché, di per sé, la targettizzazione individuale non costituisce un comportamento illecito: si pensi agli esperti di marketing che lanciano automobili o capi di abbigliamento attraverso annunci pubblicitari mirati. Ma dell’affare Cambridge Analytica, ciò che ha spinto il Congresso degli Stati Uniti ad aprirne un fascicolo giudiziario sono stati il “furto” e la rielaborazione dei dati personali di oltre 50 milioni di utenti in mancanza del loro previo consenso.

Contemporaneamente, il connubio con il fenomeno delle fake news ha dato origine ad una combinazione impareggiabile in grado di avere un impatto sulle capacità critiche degli individui.Uno studio dell’Università di Oxford ha dimostrato che in rete la disinformazione dilaga ed è supportata ampiamente dagli algoritmi di Facebook e di altri social network, dal momento che l’automatizzazione degli account rende possibile l’apposizione di like e la pubblicazione e la condivisione di contenuti al fine di dare rilevanza a un determinato argomento nel contesto del dibattito pubblico, riuscendo a dare l’illusione della popolarità.

Così, da marzo 2018, Facebook ha subìto quotidianamente la pressione mediatica fomentata dall’ampio bacino di utenti che sostengono che la compagnia non sia in grado di garantire una protezione adeguata ai loro profili social. Tra le misure annunciate a ottobre figura l’iniziativa volta a rimuovere i coordinated inauthentic behaviors che il capo della politica di cyber-sicurezza di FacebookNathaniel Gleicher ha chiarito aver luogo quando una pluralità di utenti, o di pagine, collaborano con l’obiettivo di fuorviare la comunità virtuale sulla loro vera identità e sulle ragioni della loro esistenza. I coordinated inauthentic behavior verranno rimossi per via del loro comportamento illusorio, non a causa del contenuto che stanno diffondendo, perché quest’ultimo potrebbe essere fondato e potrebbe conformarsi alle regole di condotta della piattaforma. Consequenzialmente, Facebook si sta muovendo in direzione della promozione della trasparenza circa la gestione delle pagine, attivando un dispositivo che ne mostri agli utenti la tracciabilità o il coinvolgimento con altre entità virtuali affinché sia possibile identificarne la provenienza istantaneamente.

Eppure, ciò che probabilmente influenzerà la vita della community in maggior misura sarà la decisione di indirizzare i fruitori del social verso una stima più attenta delle fonti delle notizie. Nello specifico, ad esempio, tutte le stazioni mediatiche che sono sotto il controllo editoriale governativo cominceranno ad essere riconoscibili grazie al contrassegno di un’etichetta sul post della pubblicazione in questione, così come su tutti i testi che saranno classificati come fake news da fact-checker esperti. Un tale impegno è finalizzato implicitamente a intralciare l’interferenza dei governi stranieri, condannata dal diritto internazionale come un grave abuso della sovranità statale. Proprio il 21 ottobre, Facebook ha reso noto di aver bloccato quattro operazioni di matrice russa e iraniana con target in Nord Africa, Nord America, e Sud America.

Queste ed altre misure saranno implementate nel corso dei prossimi mesi per garantire la protezione dei dati personali di milioni di profili Facebook e per scongiurare un nuovo Russiagate, ma, dall’altra parte, tali provvedimenti potranno spingere alcuni a domandarsi dove finisca la tutela e inizi la censura.

SPECIALE – Politiche migratorie

Di Simone Innico, Lara Aurelie Kopp-Isaia, Stefania Nicola

Migranti, profughi, rifugiati

Il concetto di migrazione, nella sua accezione più generale, indica l’allontanamento di una persona o di un gruppo da un dato territorio. Questa definizione generale accoglie, al suo interno, un insieme complesso ed eterogeneo di movimenti umani che si possono definire ‘migratori’. Pertanto, esso non riguarda solo gli spostamenti transnazionali e i reinsediamenti in un paese straniero ma anche, a titolo d’esempio, le ’migrazioni circolari’ di lavoratori pendolari attraverso il confine tra due stati, così come il percorso intrapreso dai ‘rifugiati interni’ (internally displaced persons), i quali, senza oltrepassare i confini dello stato, abbandonano la propria residenza originaria a causa di un conflitto o di un notevole evento climatico che metta a rischio la sopravvivenza degli individui, della famiglia o della comunità.

Per inciso, il termine ‘profugo’ rileva, all’interno del concetto di ‘migrante’, quella persona che abbandona il proprio paese d’origine non solo per motivi di discriminazione politica, razziale, religiosa, o per altri motivi di persecuzione individuale, ma per le più svariate ragioni, senza però che questo lo metta necessariamente in grado di richiedere protezione internazionale.

In linea generale, l’accezione più diffusa nel discorso che ci è familiare del termine ‘migrazione’  racchiude in sé due elementi di significato: un flusso più o meno costante di spostamenti a lungo termine di gruppi di individui, in numero cospicuo e con conseguenze significative per il contesto sociale, politico e demografico dei paesi d’origine, di transito e di arrivo; la ricerca più o meno premeditata, da parte del singolo individuo, dell’unità familiare o di una comunità, di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

È questa la concezione di ‘migrazione’ che informa gran parte del nostro discorso pubblico e che sovente si riflette nella gestione dello Stato e della società, coinvolgendo inevitabilmente il regime delle frontiere territoriali e il controllo della popolazione. Il governo delle migrazioni è oggi giorno – e in buona misura è stato negli scorsi decenni – presentato come una priorità politica per la sicurezza dello stato nazione. Ad ogni modo, va sottolineato che una codifica rigorosa di uno status giuridico del ‘migrante’ non figura in nessuna disciplina del diritto internazionale e, di fatto, l’ambiguità del concetto offre inevitabilmente un largo margine di interpretazione ai legislatori e ai decisori politici.

Ciò che invece trova precisa definizione nel corpus giuridico internazionale è lo status di ‘rifugiato’, che sostanzialmente riceve e formalizza la ‘migrazione forzata’ e attribuisce al soggetto migrante un diritto all’asilo o, terminologia dal significato analogo, alla ‘protezione internazionale’. La Convenzione sullo status dei rifugiati del 28 luglio 1951 disciplina la normativa in materia di diritto d’asilo; al netto di alcune eccezioni, ad oggi è stata firmata e ratificata in tutte le sue parti dalla maggioranza degli Stati ONU (147 su 193). La Convenzione rappresenta un trattato vincolante per i paesi firmatari, che devono realizzare sul loro territorio e con risorse adeguate le procedure di tutela dell’individuo disciplinate secondo lo status di rifugiato, assicurando piena cooperazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Devono infine adeguare alla normativa internazionale le disposizioni del proprio ordinamento giuridico in materia di asilo.

Le migrazioni nel mondo odierno

Nella cornice delle politiche migratorie, la tutela dei diritti del rifugiato rappresenta, nel mondo di oggi, una questione di primaria importanza. Secondo l’UNHCR, la popolazione di rifugiati nel mondo alla fine del 2018 si attesta al livello più alto mai registrato: 25.9 milioni di persone L’opinione pubblica, i media e i governanti del globo sono sempre più sensibili a questi dati. Tuttavia, prima di approfondire il tema della protezione di quelle che saranno, nel futuro più prossimo, le categorie umane più vulnerabili, è senza dubbio necessario un approfondimento sui trend delle migrazioni umane.

Da un punto di vista globale, i fenomeni migratori coinvolgono una popolazione nell’ordine delle centinaia di milioni; una stima ONU, ad esempio, ne registra 272 milioni per l’anno 2019. Ovviamente, i canali di spostamento che più attraggono l’attenzione dei media occidentali sono quelli che riguardano l’Europa e gli Stati Uniti, in quanto paesi d’arrivo per le rotte da, rispettivamente, Africa, Medio-Oriente e Asia Centrale o Messico e Sudamerica. Tuttavia, è necessario ricordare che gli spostamenti umani non riguardano solo i movimenti dal Sud del mondo al Nord – quest’ultimo, generalmente, da identificarsi con l’Europa occidentale e il Nord America. Secondo le stime del Population Reference Bureau, già nel 2014 la direzione Sud-Sud costituiva il 36% del trend globale dei flussi migratori, coinvolgendo 82.3 milioni di persone, ovvero spostamenti di massa interni ai continenti Asia, Africa e Sudamerica. Se anche volessimo ridurre l’intero spettro dei molteplici fenomeni migratori alla sola questione delle migrazioni forzate (che nell’anno 2018, secondo le figure UNHCR, riguardavano circa 70.8 milioni di individui), vedremo che il ‘Nord globale’ è decisamente sottorappresentato nella scala delle destinazioni. Ad oggi, la Turchia accoglie la quota maggiore di rifugiati (3.7 milioni), seguita da Pakistan (1.4 milioni), Uganda (1.2 milioni) e infine da Sudan e Germania (1.1 milioni). Allargando la visuale dai rifugiati al più comprensivo insieme concettuale dei ‘migranti internazionali’, passano invece in testa gli Stati Uniti, che nel 2017, secondo il think tank statunitense Migration Policy Institute, ospitavano 49 milioni di migranti sul territorio nazionale.

Conoscere l’immigrazione, per poterla governare

Quanto illustrato finora serve a fornire un’immagine generale, e inevitabilmente riduttiva, dei fenomeni migratori: un intreccio concettuale di elementi pressoché eterogenei ma strettamente connessi tra loro come la tutela dei diritti umani, le definizioni di nazionalità e cittadinanza, gli interessi economici e geopolitici, lo sviluppo industriale e il cambiamento climatico, ma anche l’opinione pubblica e l’influenza dei mass media. Si rivela di volta in volta fondamentale, pertanto, saper individuare con precisione il tema in oggetto d’analisi. Questa operazione è centrale per valutare con cognizione di causa le politiche migratorie messe in atto da autorità locali, nazionali e sovranazionali e per problematizzare e dunque governare gli spostamenti umani, sempre complessi e multidimensionali, che chiamano in causa importanti segmenti del sistema politico-sociale.

Quello dell’immigrazione non è un fenomeno recente. Già nel recente passato, i flussi migratori hanno raggiunto veri e propri picchi, in particolare tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Anche per questo, il tema dell’immigrazione ha trovato sempre più spazio al centro del dibattito nazionale, europeo, mondiale. Una prima spiegazione potrebbe derivare dalla sempre maggior rilevanza morale acquisita dal tema dei diritti umani. A ciò, si aggiunge la correlazione tra l’immigrazione e l’incidenza di guerre, conflitti armati e genocidi, fattore che ha inciso sulla limitazione e regolamentazione degli spostamenti. In altri casi, si è iniziato a parlare di ‘responsabilità collettiva’ nel fornire aiuto alle popolazioni colpite dagli effetti del cambiamento climatico – i cosiddetti profughi ambientali. Fondamentalmente, quando si tratta di migrazioni sembrano essere due gli approcci più spesso adottati. Da una parte, si pone l’obiettivo ideale di proteggere una comunità da quelli che dovrebbero essere gli effetti negativi comunemente considerati tipici e correlati all’immigrazione: aumento delle tensioni sociali, costi economici, perdita dell’identità culturale o della coesione sociale. Dall’altra, si riconosce il dovere morale di aiutare i bisognosi e integrare i profili desiderabili – soprattutto in realtà, come quella europea, in cui si rileva un invecchiamento progressivo della popolazione e un bisogno crescente di manodopera. Da qui nasce la necessità di definire le politiche migratorie, in grado di individuare le categorie privilegiate all’ingresso nel paese e i loro diritti, ma al tempo stesso di politiche di integrazione, affinché gli immigrati siano assimilati nel mercato del lavoro a livello salariale e occupazionale.

Perché, però, quest’ultimo punto non sempre trova un riscontro nella realtà? 

Come sottolinea uno studio della Commissione europea, le cause sono attribuibili alla conoscenza linguistica, alla formazione scolastica e all’inserimento degli stranieri in molti settori in cui anche i nazionali hanno possibilità di far carriera (cura della persona, costruzioni e ristorazione). Se da una parte, dunque, tali normative dovrebbero ridurre i differenziali socio-economici, dall’altra è anche vero, si sottolinea nel report, che è necessario che qualcuno svolga queste mansioni poco qualificate. Come si legge in un approfondimento delle Nazioni Unite, gli immigrati ‘di lunga durata’, quando si stabiliscono in un paese ospite, ne aumentano i livelli di produttività demografica. Al contempo, però, sono a loro volta soggetti ad invecchiamento; di conseguenza, la loro presenza può solo ritardare l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale degli anziani. Tuttavia, è con la ‘seconda generazione di migranti’, i figli di questi primi immigrati, che si può osservare un ‘riciclo’ di manodopera, più assimilata nel sistema scolastico, con una buona conoscenza linguistica e dotata di cittadinanza.

Se analizzassimo più da vicino le rotte migratorie presentate in apertura, una tra quelle occidentali più percorse è senza dubbio quella del Mediterraneo. Quest’ultimo è ormai noto quale il confine più pericoloso tra Stati che non sono in guerra tra loro. Al tempo stesso, questa rappresenta una delle tratte più complesse se si vuol ricostruire il profilo tipico del migrante irregolare, poiché comprende sia i migranti economici alla ricerca di opportunità di impiego (solitamente provenienti da Tunisia, Algeria e Marocco), sia quelli in fuga da persecuzioni o guerre e richiedenti asilo (che hanno come paesi di origine: Eritrea, Somalia, Afghanistan, Mali, Costa d’Avorio, Gambia, Sudan e Palestina). In particolare, in quest’ultima categoria si rileva la presenza di un ampio numero di  donne e bambini. A ben vedere, uno dei problemi maggiori è che i dati in materia di immigrazione irregolare sono lacunosi, incompleti e non aggiornati per individuare quanti di questi migranti richiederebbero asilo e quanti sarebbero invece migranti economici.

Se quindi non si conosce una realtà, come è possibile regolamentarla?

Tornando nuovamente al ‘caso Mediterraneo’, vista la sua complessità, occorre sottolineare che, alla luce del recente Decreto migranti, sembrerebbe esserci un’intenzione politica di semplificare e velocizzare  la gestione delle domande di protezione internazionale. Come spiegano i ministri firmatari Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luigi Di Maio (Esteri) sul Corriere della Sera, con questo decreto è previsto che, una volta individuata la provenienza dei migranti, sia più agevole avviare procedure di rimpatrio qualora questi provengono da porti sicuri quali Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Come riporta lo stesso articolo, “in mancanza di questi requisiti la domanda di protezione verrà subito respinta e  avviata la procedura di rimpatrio”. La questione principale di questo decreto interministeriale è che “inverte l’onere della prova”. In tal senso, verranno rifiutate le richieste di asilo delle persone provenienti dai citati 13 paesi, salvo esse non presentino prove di un rischio reale per la propria incolumità in caso di ritorno in patria.

Lo scenario italiano è soltanto una testimonianza di un’inversione di rotta nell’affrontare casi di emergenza umanitaria. Per avere una visione di più ampio spettro, prendiamo in esame tre casi a livello mondiale: il Venezuela, la Siria e lo Yemen.

Altre gravi emergenze migratorie ed umanitarie: come vengono gestite

Secondo i dati dell’UNHCR, a fine 2018 oltre 3 milioni di persone sono fuggite dal Venezuela, in quello che è il più grande esodo nella storia recente della regione. La catena di eventi che ha mobilitato migliaia di famiglie venezuelane è iniziata nel 2014, in seguito alla morte del presidente Cházev. La crisi economica devastante, l’inflazione che ha raggiunto la soglia del 50%, la mancanza di elettricità, la carenza di beni di prima necessità – i cui prezzi sono aumentati del 1000% -, la fame e la povertà sono tra i principali fattori del massivo esodo. Il sistema sanitario venezuelano è crollato, con una carenza di personale e di medicinali che ha causato la chiusura di molti reparti ospedalieri. In un solo anno, la mortalità materna è aumentata del 65%; quella infantile del 30%. “Quando mia figlia di nove mesi è morta a causa della mancanza di cure, ho deciso di portare la mia famiglia fuori dal Venezuela prima che morisse un altro dei miei figli”, testimonia, attraverso il report UNHCR, Eulirio Beas, della comunità indigena Warao, che si trova in un campo profughi del Brasile.

La maggioranza delle persone parte senza documenti, in carovane, percorrendo a piedi centinaia di chilometri: per questo vengono chiamati caminantes. Francesca Matarazzi, Emergency Coordinator di INTERSOS, descrive tali migrazioni con queste parole: “Li vedi passare ogni giorno. Famiglie con bambini piccoli, anziani. Camminano senza riposo. Camminano senza scarpe. Camminano con la pelle bruciata”.

Ogni mese sono oltre 15.000 le persone che attraversano il confine tra Venezuela e Colombia. Quest’ultima ha messo in atto politiche d’inclusione e d’accoglienza, con la priorità di evitare che i migranti intraprendano la strada della clandestinità. Il Governo colombiano ha concesso documenti temporanei che consentono ai venezuelani di entrare e uscire liberamente. Si potrebbe affermare che la Colombia abbia tentato di trasformare la questione migratoria da emergenza umanitaria a occasione di sviluppo. A onor del vero, questo esodo potrebbe rappresentare un’occasione di crescita economica per Bogotà. Tuttavia, gli arrivi sempre più numerosi stanno complicando la situazione. In un contesto in cui centinaia di persone sono costrette a vivere in case e campi profughi sovraffollati, le condizioni di vita diventano estremamente precarie. Il rischio di essere esposti ad abusi, sfruttamenti – minorili e sessuali – e di finire nei giri del narcotraffico rimane elevato.

Anche in Siria si sta verificando un’emergenza umanitaria. Il 15 marzo 2011 il popolo è sceso in piazza per protestare contro il Governo di Assad, invocando maggior democrazia e libertà. L’anno successivo, le manifestazioni sono sfociate in una guerra civile. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari, questa guerra ha provocato oltre 11 milioni di sfollati, 6.7 milioni dei quali sono scappati nei paesi limitrofi. Ma di questi ultimi che fuggono dalla Siria, solamente il 10% vive nei campi profughi dei paesi confinanti, perché troppo affollati. La maggior parte vive in piccoli alloggi di prima accoglienza, anche questi in condizioni precarie.

La guerra ha raggiunto livelli talmente elevati che, nel 2014, l’Alto Commissario delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani (OHCHR) ha annunciato che non avrebbe più registrato il numero delle vittime. Questa decisione è stata presa, secondo quanto dichiarato da Rupert Colville, portavoce OHCHR, a causa delle difficoltà riscontrate da organizzazioni indipendenti a entrare nel territorio siriano, insieme con l’impossibilità di verificare le fonti. La percentuale di civili uccisi è comunque molto elevata. Secondo diverse ONG, ad esempio, a Ghouta, durante un raid aereo del 18 febbraio 2018, sono rimasti uccisi oltre 1.400 civili, tra cui 280 bambini. Paolo Pezzati, di Oxfam Italia, denuncia che “è inaccettabile che la comunità internazionale stia voltando le spalle a oltre cinque milioni di siriani in fuga dall’orrore della guerra […] La comunità internazionale resta a guardare, mentre milioni di persone sono bloccate in un limbo senza fine”.

Un’altra regione afflitta dalla guerra e da una grave crisi umanitaria è lo Yemen, dove si contano oltre 3 milioni di profughi interni e 22 milioni di persone che necessitano di assistenza. Tutto ebbe inizio nel 2015, quando l’Arabia Saudita, il paese più ricco del mondo arabo, ha attaccato lo Yemen, paese più povero del mondo arabo. In quattro anni di conflitto vi sono state oltre 20.000 vittime, più della metà delle quali risultano essere civili. La vita nello Yemen è difficilissima, tanto che si dovrebbe più propriamente parlare di sopravvivenza. Metà degli ospedali sono stati distrutti, il prezzo del carburante è aumentato del 200%, i prezzi dei beni di prima necessità e del cibo sono alle stelle.

Ad aggravare le già precarie condizioni di vita, l’Arabia Saudita ha imposto un blocco alle importazioni nel paese. Secondo un articolo del 2017 di Internazionale, il think tank International Crisis Group affermava già al tempo che la fame che ha colpito gli yemeniti non fosse dovuta a cause naturali, ma all’azione voluta dei belligeranti e dall’indifferenza e al ruolo complice della comunità internazionale”. Conosciuta come la ‘crisi umanitaria dimenticata’, a causa dello scarso interesse dimostrato dalla comunità internazionale, questa è indubbiamente una delle peggiori crisi umanitarie contemporanee. Al disinteresse generale contribuisce la grande difficoltà dei giornalisti stranieri ad entrare nel paese. Le Nazioni Unite hanno tentato di trasportare alcuni giornalisti inglesi su un aereo umanitario, ma le forze saudite hanno impedito il loro arrivo. In particolare, a seguito di questo episodio, Ben Lassoued, coordinatore delle questioni umanitarie dello Yemen presso l’ONU, aveva dichiarato che “il fatto dimostra perché lo Yemen, paese colpito da una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, non riceva particolari attenzioni da parte dei media internazionali”.

Nell’estate del 2017, il presidente Trump ha concluso un accordo di 110 miliardi per la vendita di armi all’Arabia Saudita. Così facendo, gli Stati Uniti hanno alimentano un conflitto che ha distrutto il paese yemenita, gettandolo sull’orlo di una gravissima carestia e ha dato luogo a gravi crimini di guerra.

Tra crisi, patti globali e cuori chiusi

Quelle analizzate in questo approfondimento sono soltanto alcune delle emergenze migratorie e umanitarie che si stanno consumando nel mondo. Secondo l’UNHCR, infatti, altrettante crisi si registrano in paesi quali Congo, Burundi, Iraq, Nigeria, Sudan e Myanmar, dove sono in atto fenomeni di migrazione forzata. Milioni di persone sono costrette a lasciare il loro paese, la loro casa, nella speranza di un futuro migliore lontano dai conflitti. In tal senso, tutte queste migrazioni devono essere trattate come una crisi planetaria. Come ha ricordato il segretario generale Antonio Guterres, il 24 settembre scorso, innanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “In un epoca in cui un numero record di rifugiati e sfollati interni sono in movimento, la solidarietà è in fuga. Vediamo non solo le frontiere, ma i cuori chiudersi, mentre famiglie di rifugiati vengono distrutte e il diritto di trovare asilo fatto a pezzi”. Guterres ha messo l’accento sulle responsabilità condivise che gravano sulla comunità internazionale, sancite dai patti mondiali sui Rifugiati e sulla Migrazione, aggiungendo, con incedere lapalissiano: “All migrants must see their human rights respected”.

Da Ulisse a Elon Musk, le nuove frontiere della nostra specie

Ulisse è stato il primo eroe dell’intera cultura occidentale, idealizzato non per la forza fisica, quanto per la finezza della propria mente. La brillante intelligenza mista a curiosità – la sua Metis – gli permise non solo di sconfiggere il gigantesco ciclope, di ingannare gli Dèi violenti e di riconquistare la propria casa e la propria famiglia, ma lo spinse all’esplorazione. Da qui, il personaggio omerico si intreccia con un altro mito greco, quello delle Colonne d’Ercole, che lo stesso Ulisse infranse nelle sue navigazioni: esse rappresentano il concetto astratto di limite, di frontiera, e si spostano mano a mano che la mente umana si espande. È in questo incrocio che nasce l’uomo moderno.

Origini mitiche a parte, l’esplorazione e il pionierismo sono tratti naturali e istintivi dell’essere umano, sia come specie, sia come individuo. Oggi, dopo i viaggi di Marco Polo in Oriente, i grandi navigatori alla scoperta delle Indie, la frontiera del West spinta verso il Pacifico, ci troviamo per la prima volta a rivolgere lo sguardo al nostro sistema solare.

Nel 2012, l’azienda “Mars One”, capitanata dal miliardario Elon Musk, ha presentato il suo primo progetto di colonizzazione marziana. Le difficoltà sono immani, a partire dai costi previsti (almeno $6 miliardi), passando per le partnership con la NASA, sino ad arrivare al diritto spaziale. Tuttavia, l’entusiasmo è ancora alto e le possibili conseguenze potrebbero coinvolgere la storia dell’umanità, aprendone un nuovo capitolo. La notizia che colpisce è la quantità di persone pronte a partire, in un viaggio di sola andata, per la missione: secondo quanto riferito dalla stessa Mars One, sono più di 200.000 le richieste pervenute.

Possiamo allora parlare dei germogli di una prossima emigrazione spaziale?

Stephen Hawking, come riporta il The Telegraph, vedeva nella colonizzazione di un nuovo mondo l’unica possibilità di salvezza del genere umano, in fuga dalla sovrappopolazione e dalla fine delle risorse naturali. Qualora questo dovesse verificarsi, tuttavia, sarà in un futuro remoto, oltre che eventuale, preceduto da una lunga fase – nella quale già oggi ci troviamo – in cui l’esplorazione spaziale costituirà il fondamento di giochi ed equilibri, politici in primis.

In tal senso, l’India cerca affannosamente di recuperare il gap tecnologico che la separa dai colossi spaziali, ponendosi come obiettivo di medio termine la Luna. La Cina, a tal proposito, ha previsto l’invio di una sonda su Marte nel 2020, mentre sta già addestrando i propri astronauti servendosi di una base marziana simulata nel deserto del Gobi, come riportano rispettivamente Repubblica e Affaritaliani.

Al di là del prestigio tecnologico, lo spazio nasconde immense opportunità economiche e militari: a partire dal ruolo strategico dei satelliti per la sicurezza e la geolocalizzazione, alla ricerca delle terre rare su Luna, comete e asteroidi, fino ad arrivare al nascente settore del turismo spaziale. Come riporta Limes, nel suo articolo Assalto al Cielo, il settore spaziale è da sempre spinto in avanti da una feroce concorrenza: in passato, tra le due superpotenze della Guerra Fredda; oggi, tra una moltitudine di attori che vanno sempre aumentando. Per la prima volta, con Elon Musk, anche i privati partecipano alla corsa allo spazio.

Gli elementi qui riassunti sinteticamente raccontano di un mercato letteralmente in esplosione. Tuttavia, prevederne il futuro resta nebuloso è difficile. Intuire quale sarà il ruolo di potenze quali l’India, la Cina, gli Stati Uniti e l’Unione Europea oltre la nostra atmosfera è davvero complesso, ma ancor più fantasioso sarebbe circoscrivere precisamente una colonizzazione spaziale da parte della nostra specie tutta.

Probabilmente la prossima destinazione sarà Marte, dove forse vi si stabiliranno delle colonie se il mondo avrà abbastanza risorse per sostenere il progetto. Forse invece rimarrà per ancora molto tempo un sogno nel cassetto di qualche visionario. L’unica grande certezza è che finché l’uomo esisterà, nella profondità del suo essere rimarrà sempre una spinta inesorabile e istintiva all’esplorazione. Con o senza successo, egli punterà sempre ad attraversare le sue Colonne.

Da Flynn a Bolton: tutti i problemi di Trump con i Consiglieri alla Sicurezza nazionale

Il primo mandato di Donald Trump volge ormai al termine. Tuttavia, lo scorso giugno, a Orlando, in Florida, l’attuale presidente degli Stati Uniti ha annunciato la propria ricandidatura per le elezioni del 2020. A più di tre anni dal suo ufficiale insediamento alla Casa Bianca, avvenuto il 20 gennaio 2017, una cosa si può affermare con certezza: i rapporti di Trump con i propri consiglieri alla Sicurezza sono stati molto complicati.

Lo scorso 10 settembre Donald Trump ha, infatti, annunciato, tramite un tweet, le dimissioni del consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton. Le dinamiche che hanno condotto a tale esito non sono però chiare. Trump sostiene di aver chiesto le dimissioni dell’ex consigliere a causa dei continui e reciproci contrasti. Tuttavia, secondo la versione sostenuta da Bolton, la vicenda si sarebbe svolta in modo diverso, rivelando di avere offerto le proprie dimissioni al presidente la sera del 9 settembre. Trump, a quel punto, avrebbe rimandato la discussione al giorno seguente. Secondo la CNN, la causa della rottura fra Trump e Bolton sarebbe da rintracciare nel profondo disaccordo circa l’opportunità di ospitare a Camp David alcuni leader dei talebani.

Il litigio su quest’ultima questione sarebbe stata solo l’ultima goccia. Come sostenuto da Peter Bergen e come sottolineato dallo stesso Trump, le visioni del presidente e di John Bolton sulle principali questioni di politica internazionale, come la crisi in Venezuela, i rapporti con l’Iran e con la Corea del Nord, erano ormai inconciliabili. In particolare, gli atteggiamenti e le proposte bellicose di Bolton si sarebbero scontrate troppo spesso, e troppo intensamente, con le diverse posizioni di Donald Trump.

Bolton viene comunemente considerato un bellicoso in ambito di politica estera. La descrizione appare quanto mai adeguata. Un eloquente esempio è rappresentato dall’articolo che il 26 marzo del 2015 pubblicò sul New York Times con il titolo: Per fermare le bombe iraniane, bisogna bombardare l’Iran. Nello scritto, Bolton criticava l’atteggiamento che l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aveva con l’Iran, affermando che avesse incentivato quest’ultimo ad avanzare sempre maggiori richieste a Washington. Ritenendo inutile sperare di poter giungere a un compromesso con l’Iran, Bolton suggerì una soluzione drastica: “La verità scomoda è che solo un’azione militare come l’attacco israeliano al reattore iracheno di Osirak del 1981 o la distruzione del 2007 sempre da parte israeliana di un reattore siriano progettato e costruito dalla Corea del Nord può realizzare gli obiettivi prestabiliti”. Un attacco, spiegava Bolton, che non avrebbe dovuto distruggere tutte le infrastrutture iraniane legate al nucleare, ma avrebbe dovuto limitarsi a spezzare le connessioni chiave nel ciclo della produzione del nucleare, in modo da ritardare il programma di tre o cinque anni. Israele avrebbe quindi potuto “fare quello che è necessario”, costituendosi come la longa manu armata degli Stati Uniti in Medio Oriente. Un’azione di questo genere, concludeva Bolton, avrebbe dovuto essere combinata con un vigoroso sostegno americano alle opposizioni iraniane, appoggio finalizzato a un cambio di regime”.

Le ipotesi di Bolton furono, tuttavia, smentite dai fatti. Proprio nel 2015, infatti, venne siglato il Joint Comprehensive Plan of Action, meglio conosciuto come l’accordo sul nucleare dell’Iran. Nessuna meraviglia, dunque, quanto al fatto che, 3 anni dopo, quando Bolton era ancora in carica, Trump abbia deciso di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo con l’Iran, affermando: “Era un accordo terribile, che non si sarebbe mai dovuto sottoscrivere”. Nei mesi successivi, con un atteggiamento di senso opposto,Trump si è reso protagonista di alcuni gesti conciliatori nei confronti dell’Iran, discostandosi da Bolton.

Anche riguardo i rapporti con la Corea del Nord, le posizioni del Presidente e di Bolton erano diventate ormai inconciliabili. Un mese prima che entrasse in servizio alla Casa Bianca, Bolton – ricostruisce Bergen per la CNN – aveva pubblicato un articolo sul Wall Street Journal, in cui suggeriva delle teoriche giustificazioni legali per una guerra preventiva contro la Corea del Nord. Si sarebbe trattato di replicare il modello dell’operazione del 2003 contro l’Iraq. Qualche settimana dopo, invece, Bolton dichiarò che l’amministrazione stava valutando la possibilità di applicare alla Corea del Nord il ‘modello libico’.

Il ‘modello libico’ prendeva a riferimento il modello di gestione dei rapporti tra gli Stati Uniti e, appunto, la Libia guidata da Moammar Gheddafi. Quest’ultimo, all’inizio degli anni 2000, aveva accettato di interrompere il proprio programma di costruzione di armi di distruzione di massa in cambio della revoca delle sanzioni che erano state comminate al suo regime. Nel 2011, nel contesto delle cosiddette ‘Primavere arabe’, Washington finanziò gruppi di ribelli che rovesciarono il regime di Gheddafi e, infine, lo uccisero. Per questa ragione, quando a Kim Jong-Un vennero riferite le dichiarazioni di Bolton, la reazione del dittatore nord-coreano non fu delle più moderate. Egli, infatti, interpretò le esternazioni di Bolton come una manifestazione di volontà, da parte degli Stati Uniti, di rovesciare anche il regime nord-coreano. Kim Kye-Gwan, primo vice-ministro per gli Affari esteri della Corea del Nord, affermò, in un comunicato ufficiale del 16 maggio 2018: Non nascondiamo il nostro senso di ripugnanza nei confronti di Bolton”. La Casa Bianca prese subito le distanze dalle posizioni di Bolton. Sarah Huckabee Sanders, dell’ufficio Stampa della Casa Bianca, dichiarò: “Non ne abbiamo mai discusso, quindi non credo che quello sia il modello che stiamo seguando per l’Iran”.

A febbraio del 2019 Trump incontrò Kim ad Hanoi, in Vietnam, ma si ritirò subito dalle discussioni quando si accorse che il suo collega nord-coreano non aveva molto da offrire sulla denuclearizzazione. A maggio, la Corea del Nord lanciò dei missili a corto raggio. Bolton protestò, dicendo che quei lanci violavano le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’organizzazione per le Nazioni Unite. Ancora una volta, Trump contraddisse il segretario dell’epoca, affermando che quell’operazione non lo preoccupava.

In ogni caso, che si sia trattato di un licenziamento da parte di Trump o di dimissioni avanzate da Bolton, la sostanza non cambia e una cosa si può di certo affermare: i rapporti di Trump con i propri Consiglieri alla Sicurezza nazionale sono stati molto difficili fin dall’inizio del suo mandato. Altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di nominarne ben quattro.

I rapporti tra il presidente e il dimissionario (licenziato?) Bolton sono stati qui sopra ricostruiti. Cosa dire però dei suoi due predecessori, Michael T. Flynn e Herbert R. McMaster?

Il primo rimase in carica meno di un mese, dal 20 gennaio 2017 al 13 febbraio dello stesso anno. Fu costretto a dimettersi in quanto accusato di aver ingannato alcuni importanti membri dell’amministrazione, tra cui il vicepresidente Mike Pence, sui suoi contatti con Sergej Kislyak, all’epoca ambasciatore russo negli Stati Uniti. Da quel momento collaborò con le autorità giudiziarie americane all’inchiesta riguardante le interferenze russe nella campagna elettorale per le elezioni del 2016. L’1 dicembre 2017 Flynn ammise di aver mentito al Federal Bureau of Investigation sulle sue conversazioni con Kislyak. L’importanza delle discussioni tra Flynn e quest’ultimo risiede nel fatto che esse, come riporta il New York Times, sarebbero state parte di un piano congeniato dai collaboratori di Trump per impostare delle linee di politica estera prima che il presidente eletto iniziasse ufficialmente il proprio mandato. Quando, quindi, formalmente, era ancora in carica l’amministrazione Obama.

I motivi che hanno portato all’allontanamento di McMaster sono, invece, più simili alle ragioni che hanno condotto al licenziamento (o alle dimissioni) di Bolton. McMaster, come ricorda Alex Ward, si trovò subito in contrasto con l’amministrazione Trump. Il più grande dissidio riguardò l’invio di ulteriore contingente militare in Afghanistan, idea alla quale McMaster era favorevole e che invece Trump respingeva con disgusto. Il sito della BBC riporta la seguente dichiarazione di Trump: “McMaster vuole spedire più truppe in Afghanistan, allora manderemo lui”. McMaster, inoltre, dichiarò che esistevano prove incontrovertibili delle interferenze russe nelle elezioni del 2016. Un’esternazione che, ovviamente, Trump non apprezzò e alla quale il presidente controbatté immediatamente: “McMaster ha dimenticato di dire che i risultati delle elezioni del 2016 non sono stati cambiati dai russi”. Infine, ancora una volta, anche i rapporti con la Corea del Nord furono oggetto di discordia fra Trump e il suo Consigliere dell’epoca. McMaster infatti suggeriva un approccio più militaristico nei confronti di Pyongyang. Più in generale, McMaster avrebbe avuto difficoltà ad avere a che fare con Trump, anche a livello personale. Soprattutto, il carattere umorale del Presidente e i suoi continui cambi di decisione avrebbe reso impossibile per McMaster l’impostazione di una politica coerente.

In ogni caso, il 18 settembre 2019 Trump ha nominato il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale: si tratta di Robert O’Brien. Riuscirà, almeno a lui, a mantenere il proprio incarico prima della fine, quasi imminente, del mandato di Trump?

Gli Stati Uniti si dotano di una United States Space Force

La decisione di Donald Trump di istituire la United States Space Force, formalizzatasi il 19 febbraio con la firma della Space Policy Directive-4, ha suscitato un certo fervore all’intero del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

La Direttiva definisce la Space Force come una nuova branca delle Forze Armate; la sesta insieme ad Army, Navy, Air Force, Coast Guard, e National Guard, che, nella sua fase di incubazione, sarà incorporata al Dipartimento della Air Force, in prospettiva di un futuro disgiungimento in un dipartimento indipendente.

Il Dipartimento della Space Force, che secondo il rapporto del Pentagono dovrebbe essere operativo entro la fine dell’anno fiscale 2024, potrebbe trasformare radicalmente l’attuale assetto militare statunitense, dal momento che vi si prevede la sintetizzazione di tutte le funzioni spaziali convenzionalmente condivise dalle altre agenzie militari. Per l’edificazione del nuovo Dipartimento, il Pentagono ha chiesto al Congresso uno stanziamento di $149 milioni, predisponendo la creazione di quattro componenti: una Space Development Agency, una Space Operation Force, uno Space Command, e la nomina di un segretario della Difesa per lo Spazio.

Le ragioni che hanno spinto il governo statunitense a mobilitare risorse così ingenti orientate alla riforma del sistema della difesa risultano più chiare se si considera che il settore spaziale si sta rivelando sempre più funzionale alla potenziale conduzione dei conflitti tra grandi potenze. Infatti, le informazioni raccolte dai satelliti in orbita permettono la geo-localizzazione delle minacce missilistiche e la comunicazione istantanea con le agenzie terrestri. Nonostante la tecnologia militare spaziale statunitense sia considerata tra le più avanzate al mondo, recenti simulazioni belliche hanno dimostrato che eventuali rivali, come la Russia e la Cina, potrebbero strumentalizzare le lacune dell’attuale sistema di difesa satellitare per lanciare attacchi informatici o per manomettere e inceppare gli impianti.

In linea con la National Defense Strategy, che enfatizza l’importanza del dominio spaziale, la Space Development Agency è stata ideata proprio per rispondere all’esigenza di porre rimedio  a tali lacune che rischierebbero di far perdere alle Forze Armate degli Stati Uniti il vantaggio comparato di cui ancora riescono ad avvalersi rispetto ai loro competitori. La sua istituzione, patrocinata dall’ex segretario della Difesa Patrick Shanahan, risale al 12 marzo scorso, ma a meno che il Congresso non approvi lo stanziamento dei fondi avanzato dal Pentagono, l’organizzazione non sarà in grado né di dare avvio a programmi concreti né di assumere personale. Il futuro operato della Space Development Agency si concentrerà sullo sviluppo di nuove capacità indispensabili quali una sorveglianza globale permanente, la realizzazione di sistemi di deterrenza efficienti e la costruzione di infrastrutture terrestri di supporto spaziale reattive e resilienti che nel lungo termine possano essere riconvertite in sistemi tecnologici più all’avanguardia.

Il nuovo direttore dell’Agenzia Derek Tournear, subentrato a seguito delle dimissioni del suo predecessore per motivi non del tutto chiari, ha pubblicato, lo scorso 1 luglio, la prima sollecitazione, Request for Information, rivolta agli appaltatori interessati a presentare proposte innovative per la messa a punto di un piano di evoluzione della nuova architettura spaziale. La strategia dell’organizzazione prevede anche uno stretto coordinamento tra la Space Force e le altre agenzie governative che continueranno ad essere coinvolte nelle operazioni spaziali, per evitare che le competenze e le operazioni si sovrappongano tra un’agenzia e l’altra.

Tuttavia, nonostante l’entusiasmo dei dirigenti che ne hanno difeso tenacemente la nascita, la Space Force è stata anche bersaglio di critiche; sin dal principio, il segretario della Air Force, Heather Wilson, ha infatti ribadito la sua contrarietà, motivandola con la previsione di una perdita sostanziale di numerosi posti di lavoro e di un accavallamento delle operazioni tra le diverse agenzie. Nei suoi ultimi giorni in veste di più alto ufficiale della Air Force, prima della scadenza del suo mandato, Wilson ha rincarato la dose di critiche sostenendo di avere grossi dubbi circa le operazioni e l’organizzazione strutturale della Space Force. Dubbi esternati in occasione di un’intervista, chiedendo provocatoriamente ai giornalisti in che modo la nuova organizzazione potrebbe fare la differenza rispetto alle altre agenzie.

Mike Griffin, da parte sua, ha replicato in termini più diplomatici che i sostenitori della Space Force non hanno mai desiderato promuovere “guerre territoriali” contro gli altri servizi militari e che, invece, la cooperazione tra agenzie è indispensabile affinché le carenze tecnologiche e organizzative del settore spaziale vengano pienamente soddisfatte.