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Il ban di Huawei e le conseguenze per Google

Iniziano a farsi sentire le conseguenze provocate dalla messa al bando della società cinese Huawei, da parte del governo statunitense. Il fondatore e presidente dell’azienda, Ren Zhengfei, ha dichiarato che nei prossimi due anni i ricavi subiranno una diminuzione di circa il 30%. Inoltre, si stima che le vendite globali degli smartphone caleranno del 40%, con conseguenti tagli alla produzione.

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Pensare se stessi: come USA e Cina concepiscono l’egemonia

La Cina è figlia di una cultura millenaria, gli Stati Uniti d’America sono eredi della tradizione europea, illuminista e protestante. La prima simboleggia nell’immaginario occidentale l’Oriente più estremo ed estraneo e i secondi si propongono come moderna nazione-guida dell’Ovest. Se gli orizzonti culturali non possono essere più antitetici, al contrario, i problemi su cui le due superpotenze contemporanee si trovano a ragionare sono i medesimi.

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Il grande vuoto: la stampa USA e le elezioni europee

Sull’importanza delle elezioni appena svoltesi per il rinnovo del Parlamento europeo sono state spese, nel corso delle ultime settimane, molte parole. Lo scorso 2 maggio, il portavoce del Parlamento europeo, Jaume Duch Guillot, aveva dichiarato che la tornata elettorale appena trascorsa sarebbe stata la più importante dall’inizio dell’Unione Europea, perché in tale circostanza i cittadini avrebbero scelto se “andare avanti con l’integrazione europea”.

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2012-2050: il cambiamento climatico nella politica statunitense

L’8 gennaio 2013 l’America’s National Oceanic and Atmospheric Administration, l’agenzia federale statunitense per la meteorologia, ha definito il 2012 l’anno con le temperature più elevate mai registrate negli Stati Uniti continentali. Nell’ottobre del 2014, inoltre, il Pentagono ha iniziato a considerare il cambiamento climatico quale ‘national security threat, in grado di porre “rischi immediati per la sicurezza nazionale”.

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Brexit: quali conseguenze nella special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti?

I primi tre mesi del 2019 hanno rimesso in discussione il futuro della Brexit. La House of Commons, infatti, dopo aver bocciato l’accordo di recesso tra il Regno Unito e l’Unione Europea, ha rigettato anche la seconda proposta. Il giorno successivo a questo secondo rifiuto, anche l’ipotesi di un’uscita senza accordo è stata cassata. Decisioni che hanno portato lo stesso organo a votare, il 14 marzo, a favore del rinvio della Brexit. L’Unione Europea deve ora decidere se accontentare le richieste di Londra e concedere una dilatazione dei tempi.

Un documento dell’Ufficio Rapporti con l’Unione Europea della Camera dei Deputati, risalente allo scorso 28 febbraio, elenca i principali metodi tramite i quali il Regno Unito potrebbe uscire dall’impasse. Tra questi vi sono: l’indizione di elezioni politiche anticipate, la convocazione di un nuovo referendum, in cui si chiederebbe all’elettorato britannico di scegliere tra uscita dall’UE con un nuovo accordo, uscita senza accordo o permanenza nell’UE mantenendo le vecchie condizioni; infine, la revoca unilaterale della decisione di recedere dall’UE.

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The Hanoi nuclear summit ends with no agreement

It was April 2017 when the whole world was watching Pyongyang and its nuclear experiments. The dual-track policy that keeps engagement open for its good behavior while seeking to impose sanctions for its bad behaviour – i.e. the ‘strategic patience’ approach adopted by former president Barack Obama – had been long gone and substituted by a ‘heads-on’ policy by President Donald J. Trump.

In that period, the U.S.S. Carl Vinson had been dispatched towards North Korean waters as a deterrent against further intercontinental ballistic missile experiments brought on by Kim Jong-Un’s orders. However, the Supreme Leader revealed himself as a resilient character and continued pursuing his nuclear program which he then completed in December 2017. Continua a leggere

A future to believe in 2.0 Sanders annuncia la propria ricandidatura per le primarie del Partito Democratico

Nei mesi successivi all’elezione dell’attuale 45° presidente degli Stati Uniti, i commentatori democratici sollevarono, più volte, il dubbio che Hillary Clinton, la sconfitta delle scorse elezioni, non fosse considerabile come il candidato ideale per la sfida e che tale ruolo si sarebbe dovuto, invece, attribuire a Bernie Sanders.

Senatore del Vermont e oggi 77enne, Sanders si collocava come indipendente e la sua campagna “A future to believe in” era stata vista come un tentativo di successo di rivitalizzare la base progressista del Partito e, proprio Sanders, martedì 18 febbraio, ha annunciato che correrà nuovamente per quella nomination che gli era sfuggita, nella scorsa tornata elettorale, per appena 5 Stati

Nel corso dell’intervista rilasciata alla Vermont Public Radio e durante la quale avrebbe espresso la propria volontà di rimettersi in gioco, Sanders, si è presentato alla base democratica attaccando direttamente il presidente Trump, definendolo “un imbarazzo per la Nazione”, “un bugiardo patologico” e un “razzista, omofobo e xenofobo”.  Secondo il senatore Sanders, il Presidente avrebbe, infatti, “un modo di fare politica spicciolo, che consiste nell’attaccare le minoranze”; minoranze che erano state, invece, fra i suoi più forti sostenitori.

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