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Gli Stati Uniti si dotano di una United States Space Force

La decisione di Donald Trump di istituire la United States Space Force, formalizzatasi il 19 febbraio con la firma della Space Policy Directive-4, ha suscitato un certo fervore all’intero del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

La Direttiva definisce la Space Force come una nuova branca delle Forze Armate; la sesta insieme ad Army, Navy, Air Force, Coast Guard, e National Guard, che, nella sua fase di incubazione, sarà incorporata al Dipartimento della Air Force, in prospettiva di un futuro disgiungimento in un dipartimento indipendente.

Il Dipartimento della Space Force, che secondo il rapporto del Pentagono dovrebbe essere operativo entro la fine dell’anno fiscale 2024, potrebbe trasformare radicalmente l’attuale assetto militare statunitense, dal momento che vi si prevede la sintetizzazione di tutte le funzioni spaziali convenzionalmente condivise dalle altre agenzie militari. Per l’edificazione del nuovo Dipartimento, il Pentagono ha chiesto al Congresso uno stanziamento di $149 milioni, predisponendo la creazione di quattro componenti: una Space Development Agency, una Space Operation Force, uno Space Command, e la nomina di un segretario della Difesa per lo Spazio.

Le ragioni che hanno spinto il governo statunitense a mobilitare risorse così ingenti orientate alla riforma del sistema della difesa risultano più chiare se si considera che il settore spaziale si sta rivelando sempre più funzionale alla potenziale conduzione dei conflitti tra grandi potenze. Infatti, le informazioni raccolte dai satelliti in orbita permettono la geo-localizzazione delle minacce missilistiche e la comunicazione istantanea con le agenzie terrestri. Nonostante la tecnologia militare spaziale statunitense sia considerata tra le più avanzate al mondo, recenti simulazioni belliche hanno dimostrato che eventuali rivali, come la Russia e la Cina, potrebbero strumentalizzare le lacune dell’attuale sistema di difesa satellitare per lanciare attacchi informatici o per manomettere e inceppare gli impianti.

In linea con la National Defense Strategy, che enfatizza l’importanza del dominio spaziale, la Space Development Agency è stata ideata proprio per rispondere all’esigenza di porre rimedio  a tali lacune che rischierebbero di far perdere alle Forze Armate degli Stati Uniti il vantaggio comparato di cui ancora riescono ad avvalersi rispetto ai loro competitori. La sua istituzione, patrocinata dall’ex segretario della Difesa Patrick Shanahan, risale al 12 marzo scorso, ma a meno che il Congresso non approvi lo stanziamento dei fondi avanzato dal Pentagono, l’organizzazione non sarà in grado né di dare avvio a programmi concreti né di assumere personale. Il futuro operato della Space Development Agency si concentrerà sullo sviluppo di nuove capacità indispensabili quali una sorveglianza globale permanente, la realizzazione di sistemi di deterrenza efficienti e la costruzione di infrastrutture terrestri di supporto spaziale reattive e resilienti che nel lungo termine possano essere riconvertite in sistemi tecnologici più all’avanguardia.

Il nuovo direttore dell’Agenzia Derek Tournear, subentrato a seguito delle dimissioni del suo predecessore per motivi non del tutto chiari, ha pubblicato, lo scorso 1 luglio, la prima sollecitazione, Request for Information, rivolta agli appaltatori interessati a presentare proposte innovative per la messa a punto di un piano di evoluzione della nuova architettura spaziale. La strategia dell’organizzazione prevede anche uno stretto coordinamento tra la Space Force e le altre agenzie governative che continueranno ad essere coinvolte nelle operazioni spaziali, per evitare che le competenze e le operazioni si sovrappongano tra un’agenzia e l’altra.

Tuttavia, nonostante l’entusiasmo dei dirigenti che ne hanno difeso tenacemente la nascita, la Space Force è stata anche bersaglio di critiche; sin dal principio, il segretario della Air Force, Heather Wilson, ha infatti ribadito la sua contrarietà, motivandola con la previsione di una perdita sostanziale di numerosi posti di lavoro e di un accavallamento delle operazioni tra le diverse agenzie. Nei suoi ultimi giorni in veste di più alto ufficiale della Air Force, prima della scadenza del suo mandato, Wilson ha rincarato la dose di critiche sostenendo di avere grossi dubbi circa le operazioni e l’organizzazione strutturale della Space Force. Dubbi esternati in occasione di un’intervista, chiedendo provocatoriamente ai giornalisti in che modo la nuova organizzazione potrebbe fare la differenza rispetto alle altre agenzie.

Mike Griffin, da parte sua, ha replicato in termini più diplomatici che i sostenitori della Space Force non hanno mai desiderato promuovere “guerre territoriali” contro gli altri servizi militari e che, invece, la cooperazione tra agenzie è indispensabile affinché le carenze tecnologiche e organizzative del settore spaziale vengano pienamente soddisfatte.

Portorico: lo scandalo ‘Chatgate’ ha portato al crollo del Governo

Da metà luglio l’isola di Portorico è precipitata nel caos socio-politico. Il governatore Ricardo Roselló, in carica da gennaio del 2017, è accusato di aver inviato ai suoi fedelissimi di partito una serie di messaggi, attraverso l’applicazione Telegram, contenenti insulti sessisti, omofobi e razzisti. Nelle chat incriminate verrebbero inoltre derise le vittime dell’uragano María, il quale ha devastato l’isola nel 2017 causando la morte di oltre 3000 persone.

I messaggi sono stati resi pubblici il 13 luglio scorso dal Centro di Giornalismo Investigativo (CPI), una ONG con sede nella capitale San Juan, il cui obiettivo principale è quello di incrementare l’accesso all’informazione per tutti i cittadini del paese. L’indignazione popolare ha portato molti abitanti a scendere per le strade della città, chiedendo le dimissioni dello stesso governatore. Le proteste sono state sostenute anche da personaggi rilevanti dello spettacolo, tra cui il cantante Ricky Martin, il quale ha postato sui propri profili social un video in cui ha criticato fortemente Roselló, promettendo di unirsi anch’egli alle manifestazioni.

Dopo più di una settimana di tensione, il governatore ha presentato le scuse ufficiali. Ciò non ha però placato l’ira dei manifestanti, i quali hanno continuato ad occupare le vie di San Juan urlando a gran voce: “¡Ricky (Rosselló), renuncia!”. Il 25 luglio, Rosselló ha dunque annunciato le dimissioni attraverso un video pubblicato sulla propria pagina Facebook. La caduta del governatore era attesa da giorni; dall’inizio dello scandalo, ben 14 membri della sua amministrazione hanno presentato le dimissioni.

Nel breve discorso, egli ha dichiarato: “Dopo aver ascoltato le proteste, aver parlato con la mia famiglia, pensato ai miei figli, oggi annuncio che rinuncerò al ruolo di governatore dal 2 agosto”.

Il successore designato, l’attuale ministro della giustizia Wanda Vázquez, è già diventata bersaglio di nuove accuse. I manifestanti sostengono infatti che il caso Rosselló sia solo la punta di un iceberg. Questo scandalo si somma difatti ad altri casi di corruzione che hanno riguardato questo governo: solo poche settimane prima dello scandalo Chatgate, un giudice federale ha accusato alcuni ex funzionari del Governo di Roselló di cospirazione a scopo di frode, truffa elettronica e riciclaggio di denaro sporco. All’inizio di luglio queste accuse hanno portato all’arresto dell’ex segretaria per l’educazione Julia Keleher e dell’ex direttrice dell’amministrazione sanitaria Ángela Ávila. Rosselló, in tal caso, ha criticato l’attività fraudolenta degli ex collaboratori, dichiarando che il suo Governo “non tollera la corruzione”.

A queste problematiche si aggiunge la crisi economica che colpisce Portorico da più di un decennio. Nel maggio del 2017, Rosselló è stato costretto a dichiarare la bancarotta statale; il tasso di povertà aveva raggiunto quota 45%, con un saggio disoccupazionale pari al doppio rispetto alla media degli Stati Uniti. Rosselló aveva annunciato di volersi appellare al Titolo III della Ley para la Supervisión, Administración y Estabilidad Económica de Puerto Rico (Promesa), che contempla un processo di ristrutturazione del debito simile alle norme di protezione per bancarotta statunitense. Tale scelta era stata valutata positivamente, tra i vari, dall’agenzia Moody’s; tuttavia, gli effetti non sono ancora tangibili e la grande maggioranza della popolazione resta in condizioni economiche critiche.

Dal canto loro, gli Stati Uniti osservano con molta attenzione la situazione politica di Portorico: l’isola, infatti, potrebbe ben presto diventare lo Stato numero 51 degli States. A tal riguardo, due anni fa si tenne un referendum a valore consultivo sulla modifica dello status giuridico del paese. Nonostante la scarsa partecipazione dei votanti (solo il 22,7 degli aventi diritto si è recato alle urne), la gran maggioranza delle preferenze (97%) è stata a favore dell’annessione agli USA.La situazione è però tuttora in fase di evoluzione. Se da un lato la la crisi economico-politica rischia di rallentare questo processo, dall’altro anche lo stesso Trump non sembra disposto a sostenere con fondi pubblici statunitensi l’enorme debito accumulato dall’isola caraibica nel corso dei decenni. Spetterà quindi al nuovo Governo ristabilire ordine sociale e assicurare il rilancio economico.

Il ban di Huawei e le conseguenze per Google

Iniziano a farsi sentire le conseguenze provocate dalla messa al bando della società cinese Huawei, da parte del governo statunitense. Il fondatore e presidente dell’azienda, Ren Zhengfei, ha dichiarato che nei prossimi due anni i ricavi subiranno una diminuzione di circa il 30%. Inoltre, si stima che le vendite globali degli smartphone caleranno del 40%, con conseguenti tagli alla produzione.

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Pensare se stessi: come USA e Cina concepiscono l’egemonia

La Cina è figlia di una cultura millenaria, gli Stati Uniti d’America sono eredi della tradizione europea, illuminista e protestante. La prima simboleggia nell’immaginario occidentale l’Oriente più estremo ed estraneo e i secondi si propongono come moderna nazione-guida dell’Ovest. Se gli orizzonti culturali non possono essere più antitetici, al contrario, i problemi su cui le due superpotenze contemporanee si trovano a ragionare sono i medesimi.

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Il grande vuoto: la stampa USA e le elezioni europee

Sull’importanza delle elezioni appena svoltesi per il rinnovo del Parlamento europeo sono state spese, nel corso delle ultime settimane, molte parole. Lo scorso 2 maggio, il portavoce del Parlamento europeo, Jaume Duch Guillot, aveva dichiarato che la tornata elettorale appena trascorsa sarebbe stata la più importante dall’inizio dell’Unione Europea, perché in tale circostanza i cittadini avrebbero scelto se “andare avanti con l’integrazione europea”.

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2012-2050: il cambiamento climatico nella politica statunitense

L’8 gennaio 2013 l’America’s National Oceanic and Atmospheric Administration, l’agenzia federale statunitense per la meteorologia, ha definito il 2012 l’anno con le temperature più elevate mai registrate negli Stati Uniti continentali. Nell’ottobre del 2014, inoltre, il Pentagono ha iniziato a considerare il cambiamento climatico quale ‘national security threat, in grado di porre “rischi immediati per la sicurezza nazionale”.

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Brexit: quali conseguenze nella special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti?

I primi tre mesi del 2019 hanno rimesso in discussione il futuro della Brexit. La House of Commons, infatti, dopo aver bocciato l’accordo di recesso tra il Regno Unito e l’Unione Europea, ha rigettato anche la seconda proposta. Il giorno successivo a questo secondo rifiuto, anche l’ipotesi di un’uscita senza accordo è stata cassata. Decisioni che hanno portato lo stesso organo a votare, il 14 marzo, a favore del rinvio della Brexit. L’Unione Europea deve ora decidere se accontentare le richieste di Londra e concedere una dilatazione dei tempi.

Un documento dell’Ufficio Rapporti con l’Unione Europea della Camera dei Deputati, risalente allo scorso 28 febbraio, elenca i principali metodi tramite i quali il Regno Unito potrebbe uscire dall’impasse. Tra questi vi sono: l’indizione di elezioni politiche anticipate, la convocazione di un nuovo referendum, in cui si chiederebbe all’elettorato britannico di scegliere tra uscita dall’UE con un nuovo accordo, uscita senza accordo o permanenza nell’UE mantenendo le vecchie condizioni; infine, la revoca unilaterale della decisione di recedere dall’UE.

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