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SPECIALE – Tecnologia e geopolitica: tra utopia e distopia

Di Mattia Elia e Mattia Fossati, coordinati da Alberto Mirimin

Per definire la situazione geopolitica odierna è stata utilizzata nel dibattito pubblico (come ad esempio in questa conferenza con alcuni analisti della rivista Limes) l’espressione “guerra fredda della tecnologia”, a sottolineare come sempre di più gli scontri nell’arena politica internazionale abbiano come oggetto proprio la tecnologia.

In questo contesto, essa viene intesa soprattutto come tecnologia digitale: Internet, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e il trattamento di personal data. Ma non solo: il progresso tecnologico si può intendere anche come miglioramento delle tecniche presenti in un dato settore, al fine di ottenere una maggiore efficienza dal punto di vista economico. Anche questo secondo aspetto dello sviluppo tecnologico può avere pesanti implicazioni geopolitiche ed economiche. Basti pensare, ad esempio, ai crescenti investimenti nell’ambito delle tecniche estrattive del petrolio.

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Il Libano “critica, si rivolta, si ribella”: una nuova generazione di proteste.

“Il popolo vuole veder crollare il sistema”

Per la seconda volta in meno di un decennio, gli osservatori internazionali assistono a una stagione di contestazione che porta in strada le società arabe e che, dai primi mesi del 2018, ancora una volta al grido di «il popolo vuole veder crollare il sistema», ha già visto la destituzione di due capi di stato e le dimissioni di due capi di Governo: dalla Tunisia alla Giordania e Gaza, passando per il Sudan, l’Iraq e l’Algeria, l’ondata di proteste in nome dell’apertura delle istituzioni, per la trasparenza e la democratizzazione dello spazio politico, ha infine colto anche il Libano.

Si chiuderanno a breve due mesi di protesta nazionale che, dal 17 ottobre, ha portato in piazza decine di migliaia di libanesi. Da Tripoli nel nord a Tiro e Sidone nel sud, dalla capitale Beirut alle regioni più periferiche come la Valle della Beqa’: una mobilitazione senza precedenti coinvolge trasversalmente le divisioni religiose del paese in un’unione resa esplicita dalle simboliche catene umane formatesi durante le manifestazioni. Bersaglio delle rimostranze popolari è il compatto sistema oligarchico di gestione e redistribuzione del potere su base clientelare e confessionale. 

Diversi personaggi della politica libanese sono chiamati in causa, come il presidente maronita Michel Aoun e gli esponenti dei partiti sciiti di Hizbullah e Amal, tra cui il presidente dell’Assemblea nazionale Nabih Berri e soprattutto il premier Saad Hariri, leader del partito sunnita “Movimento il Futuro”. Non è esente da critiche, in egual misura, neanche il governatore della banca centrale Riad Salameh, come spiegato dalla testata Foreign Policy. Una contestazione rivolta dunque non solo alla struttura politica, bensì all’intera classe dirigente, percepita come compromessa e predatoria, accusata di essere la responsabile della drammatica condizione economica in cui versa il Libano odierno

Una protesta trasversale e molteplice

Nonostante gli indicatori positivi – una disoccupazione al 6.6%, una forza lavoro di più di 4 milioni di individui e una popolazione decisamente giovane (età media 30.5 anni) – il Libano si rivela un’economia fortemente appesantita da uno tra i peggiori rapporti debito/PIL al mondo: 157,81%.

Questa performance è il risultato di un decennio di politica economica decisamente caudataria, come sostenuto dal New York Times. A poco sono valse, nel luglio di quest’anno, le manovre per incrementare il gettito fiscale tramite ulteriori aumenti delle tasse e le strategie di rilancio degli investimenti esteri, soprattutto dai paesi del Golfo. Queste varie proposte di riforme non hanno impressionato la cittadinanza, ben consapevole della stagnazione economica decennale, di una grave dipendenza dalle rimesse della diaspora e di uno sconveniente ancoraggio della lirah al dollaro statunitense, che si sommano all’alta percezione di corruzione e al sempre presente rischio di bancarotta, per non citare i persistenti tagli giornalieri alla corrente elettrica

Inoltre, a informare la contestazione libanese vi è ora una tenace domanda per il rispetto dei diritti umani. Le proteste esprimono indignazione per le anacronistiche discriminazioni strutturali che riguardano parità di genere, violenza di genere, orientamento sessuale, razzismo. In più, sono oggetto di protesta anche le drammatiche condizioni di vita nella quale versa la classe più svantaggiata, ovvero gli stranieri, vittime del sistema di sponsorship lavorativa informale (“kafala”), oppure i rifugiati siriani e palestinesi, sui quali pesa il rischio dell’alienazione ed esposizione sociale.

La protesta, mossa dall’esasperazione per un motivo apparentemente minore come una tassa sulle telefonate via Whatsapp, si è trasformata in una massa critica il cui slancio è adesso occasione di una disobbedienza civile mai eguagliata nella storia nazionale. In un paese, peraltro, dove la libertà d’espressione è tuttora severamente compromessa a livello legislativo. Sul territorio nazionale sono inoltre attivi dei tribunali militari, ereditati dalla guerra civile: numerose testimonianze, raccolte da Amnesty International, raccontano di arresti e incarcerazioni arbitrarie, di confessioni sotto tortura e di un limitatissimo accesso al ricorso in appello.

Un delicato equilibrio

L’eredità dei conflitti del passato si legge ancora oggi nei nomi delle principali forze politiche libanesi. Diverse le rivendicazioni irrisolte per le vittime di una guerra durata dal 1975 al 1990, in larga misura espressione di conflitti regionali e che ha visto la fondazione del partito Hizbullah in reazione all’invasione israeliana del 1982-1985. 

La guerra è stata seguita da una più lunga occupazione da parte della Siria, conclusasi solo nel 2005 in seguito a una sanguinosa escalation. Nel giro di pochi mesi, l’assassinio del premier Rafiq Hariri, padre dell’attuale primo ministro, e una vasta mobilitazione civile passata alla storia come “Rivoluzione dei cedri” hanno polarizzato il confronto politico lungo due assi principali: quello della “Alleanza 8 Marzo”, favorevole all’affiliazione della politica libanese a quella di Damasco e Teheran, e quello della “Alleanza 14 Marzo”, che difende invece l’autonomia del Governo di Beirut dalle ingerenze siriane e sciite.

Ora, la storia libanese del dopoguerra testimonia che l’esecutivo di Beirut è sovente il prodotto di calibrate coalizioni di minoranza o unità nazionale. Dopo le elezioni legislative del maggio 2018, il Governo Hariri II si è trovato costretto al compromesso con l’opposizione della “Alleanza 8 Marzo”, che godeva di una solida maggioranza: i maroniti aounisti del Free Patriotic Movement (FPM) sono tuttora il primo partito con 24 deputati su 128, senza considerare il fronte sciita dei partiti Amal e Hizbullah, che ne conta 29. In totale, la coalizione filo-siriana è rappresentata da 71 seggi, contro i 48 della “Alleanza 14 Marzo” guidata dal partito di Hariri, forte di legami tradizionali con l’Arabia Saudita nonostante una recente incrinatura nei rapporti tra le due famiglie sunnite.

Questo 29 ottobre, il primo ministro si è visto costretto alle dimissioni dopo una negoziazione fallita in merito a un rimpasto dell’esecutivo: Hizbullah e il FPM si sono trovati dunque a ricoprire il ruolo di decisori delle sorti del Governo, preferendo il ‘male minore’ delle dimissioni del premier alla prospettiva di perdere qualche ministro.

Per rendere conto del merito di queste negoziazioni non va dimenticato che, tra le istanze popolari degli ultimi due mesi, quella che sembra levarsi con più chiarezza è la richiesta di un Governo tecnico che conduca il Libano attraverso la drammatica situazione economica. Su questo punto si scontrano i partiti di Nasrallah e Aoun. Ostacolata dal primo, accolta dal secondo, per la testata The Grayzone questa sarebbe di gran lunga la soluzione preferita dagli Stati Uniti, in vista di un’esclusione di Hizbullah dal Governo. A ben vedere, inoltre, le dimissioni di Hariri potrebbero rivelarsi una ‘ritirata strategica’ piuttosto che una vera rinuncia all’esecutivo, poiché la prospettiva sarebbe quella di guidare tale Governo tecnico, sperando in successive elezioni che ribaltino gli equilibri parlamentari

“Tutti quanti vuol dire tutti quanti”

Ora, resta da vedere quanto una semplice riorganizzazione e redistribuzione delle cariche, sempre lungo linee settarie, possa portare alla pacificazione di una folla che, accanto al tradizionale slogan delle primavere arabe, ha portato per le vie e per le piazze il grido “tutti quanti vuol dire tutti quanti”. Le nuove e nuovissime generazioni, negli spazi di incontro online e offline, paiono essere esasperate dall’immobilismo delle istituzioni e dell’intera classe politica libanesi. Sui social, popolari hashtag in arabo (“il Libano critica”, “si rivolta”, “si ribella”) si accompagnano a #LebaneseProtests e #LebaneseRevolution per raggiungere un bacino di confronto globale e costruire, nel dialogo, una coscienza politica fondamentalmente democratica e internazionalista, del tutto estranea alle logiche confessionali dalle quali la classe politica libanese fa fatica a emanciparsi.

Nonostante il merito di una manifestazione di questa portata, tuttavia, sarebbe da non sottovalutare il rischio di una possibile escalation di violenza, anche a causa di un massiccio movimento di contro-protesta avviato dai sostenitori di Hizbullah. In questo preciso momento storico, questi si sono ritrovati a coprire il ruolo di difensori dello status quo, nonostante la reputazione di forza anti-sistema e anti-settaria. Il fatto che neanche il partito sciita di Nasrallah appoggi il dissenso popolare si rivela un chiaro indicatore della natura trans-confessionale e radicalmente sovversiva della mobilitazione.

In conclusione, in riferimento alla tassazione sull’utilizzo di Whatsapp, il tentativo di regolamentare l’uso di servizi di comunicazione digitale non dovrebbe considerarsi irrilevante e contingente, anche quando è solo la scintilla di una tensione sociale da lungo tempo presente. Non va sottovalutato, in particolare, quanto importante si riveli il libero accesso a uno spazio di condivisione e dialogo virtuale in una società come quella libanese, ancora e tuttora attraversata da solide distinzioni di classe, di genere e di religione. In un contesto simile, un social network può essere innanzitutto una comunità di individui che, grazie a un relativo anonimato – un “velo d’ignoranza”, per alludere a un esperimento mentale di rawlsiana memoria – si scoprono essere sostanzialmente e finalmente uguali.

La libertà di stampa in Siria tra repressione e resistenza

La libertà di espressione è uno dei diritti fondamentali riconosciuti e garantiti da ogni democrazia. Al suo fianco, la libertà di stampa e il diritto all’informazione. Eppure, secondo il World Press Freedom Index 2019, stilato dalla ONG Reporters Without Borders (RSF), quasi la metà della popolazione globale non ha accesso a libera informazione

L’indagine in Medio Oriente e Nord Africa fotografa una situazione allarmante. Paesi come l’Egitto e l’Algeria occupano rispettivamente la 163° e la 141° posizione, ottenendo una valutazione decisamente bassa. Alla 174° posizione su 180 paesi si colloca la Siria di Bashar al-Assad. Nel 2018, nell’EIU Democracy Index stilato dalla rivista The Economist, proprio la Siria occupava il penultimo posto, superando di poco solo la Corea del Nord.

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Libertà di stampa e responsabilità dei media

Di Stefano Panero, Lucrezia Petricca, Martina Scarnato

La libertà di stampa e i suoi antecedenti

Nel 1948, all’articolo 29, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo ha sancito la libertà di stampa come uno dei diritti fondamentali, prevedendo che ogni soggetto abbia “diritto alla libertà di opinione e di espressione” e, soprattutto, “di ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Non solo le Nazioni Unite hanno riconosciuto questo diritto come fondamentale e inviolabile, ma anche il Consiglio di Europa ha inserito la libertà di stampa nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). L’articolo 10 della Convenzione sancisce la libertà di opinione e il diritto a ricevere informazioni, quindi ad essere informati “senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.

La libera manifestazione del proprio pensiero è stata avvertita dall’uomo come una esigenza primaria già in diverse società arcaiche. Nell’antica Grecia, ad esempio, l’isegoria, ossia l’uguaglianza nel diritto di parola, costituiva uno dei pilastri della democrazia: le decisioni venivano prese nelle pubbliche assemblee, dove tutti i cittadini potevano esprimere liberamente il loro parere. Da allora, in Occidente, il principio ha subìto diverse evoluzioni; in particolare, dopo un periodo di forte repressione nell’ancien régime, si è ampiamente affermato con l’Illuminismo e la politica liberale dell’Ottocento.

Con l’invenzione della stampa, nel XV secolo, la diffusione del pensiero cominciò a divenire massiva, conferendo un decisivo impulso all’affermazione della centralità della libertà di espressione nella vita pubblica. La sentita necessità di tutela contro il potere procedette di pari passo e si fece sempre più strada nelle coscienze dei più. Nel 1644, il filosofo inglese John Milton pubblicò un breve opuscolo, l’Aeropagitica, con cui criticava una legge approvata dal Parlamento inglese, la quale prevedeva la previa approvazione da parte del Governo per la pubblicazione di manoscritti. Nel 1766, invece, si ebbe la prima legge sulla libertà di stampa, quando la Svezia abolì la censura di tutte le pubblicazioni, fatta eccezione per quelle in materia teologica o accademica, ma continuò a vietare scritture ed altre pubblicazioni contro l’autorità regia.

Nel tempo la libertà di stampa fu sempre più recepita come diritto soggettivo, un potere che sorge in capo al singolo e che viene tutelato direttamente dall’ordinamento, fino a che si affermò come tale nella maggior parte delle costituzioni liberali e democratiche: emblematicamente, il Bill of Rights della Costituzione americana garantisce, nel primo emendamento, la libertà di espressione tramite ogni mezzo di diffusione. Secondo questa accezione, la libertà di stampa ha come oggetto di tutela la libera manifestazione del pensiero e come principale contenuto di garanzia il diritto a informare e ad essere informati. In questo modo, oltre ad un diritto soggettivo e individuale, la libertà di stampa si configura anche come diritto collettivo e sociale.

Queste due dimensioni sono fondamentalmente legate all’elemento pluralistico proprio di una società democratica, per mezzo del quale l’enfasi della libertà di parola è posta sulla molteplicità. Nelle società in cui il pluralismo trova effettiva espressione dovrebbe così diventare possibile attingere a diverse fonti di informazione, contribuendo alla coltivazione di una cultura di imparzialità e obiettività.

Limiti e pluralismo

La pluralità delle fonti di informazioni è un concetto che ha seguito il suo sviluppo soprattutto nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ha precisato la misura generale contenuta nell’articolo 10 della Convenzione, sottolineando che ognuno debba ricevere “un’informazione il più possibile pluralistica e non condizionata dalla presenza di posizioni dominanti”. Peraltro, nella sentenza Information-sverein Lentia c. Austria, la Corte ha specificato che ogni stato membro, in quanto ‘ultimate guarantor’, deve, onde evitare eventuali situazioni di monopolio o di concentrazioni abusive, assicurare il cosiddetto ‘pluralismo informativo’, soprattutto quando la diffusione delle informazioni riguardi il sistema radiotelevisivo.

A dispetto delle frequenti garanzie preposte nel mondo a tutela tanto della libera manifestazione del pensiero, quanto della libertà di stampa, non si può presupporre che i relativi diritti siano sempre esercitabili senza alcun vincolo. Esistono infatti delle limitazioni, previste sia dall’ordinamento internazionale, sia dagli ordinamenti interni. La previsione di limiti legittimi è in genere diretta a proteggere altri interessi ritenuti comparabilmente rilevanti, quali la pubblica sicurezza e il rispetto dei diritti e libertà altrui, ed è solitamente mediata da garanzie procedurali e in particolare dalla riserva di legge. Basti guardare al già citato articolo 29 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che nei commi finali recita: “Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico, e del benessere generale in una società democratica. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite”.

Il bilanciamento dei valori che sottendono a questioni di libertà di espressione e di sicurezza si rivela spesso difficile e complicato. Tra i molti esempi che si potrebbero proporre, la vicenda di Julian Assange è forse quella che negli ultimi anni ha suscitato più dibattiti e critiche, in particolare circa l’opportunità di limitare la libertà di stampa.

L’attivista australiano e fondatore di WikiLeaks è stato accusato di spionaggio e divulgazione di segreti americani. La Divisione per la Sicurezza Nazionale del Dipartimento di Giustizia statunitense (NSD), lo ha incriminato per 17 capi d’accusa, ricorrendo alla legge sullo spionaggio, nota come Espionage Act del 1917, nata per condannare la divulgazione di notizie che possano pregiudicare il successo di operazioni militari. Alcune organizzazioni, quale, ad esempio, l’ONG American Civil Liberties Union, ritengono che l’Espionage Act non protegge quei giornalisti che divulgano informazioni e notizie a fini del pubblico interesse e che l’incriminazione di Assange mina la libertà di stampa in modo inaccettabile.

Fascismi e repressione

La storia della libertà di stampa e della libera manifestazione del pensiero, d’altro canto, è ricca di avvenimenti e periodi nei quali i diritti han subito illegittime vessazioni, nel segno di uno squilibrio valoriale. I regimi totalitari che hanno minato e che minano la libertà dei giornalisti, sono in tal senso oscure parentesi di repressione. Il fascismo, in diverse occasioni e contesti, si fece carico di abolire il pluralismo mediatico a favore del monopolio statale, con l’intento di farne mezzo di propaganda. Il tramite elettivo di questo tipo di repressione fu la censura governativa, attraverso la quale in passato è stata vietata la pubblicazione di opere non solo di stampo giornalistico, ma anche letterario ed artistico. Così fu nel 1917, ad esempio, quando l’Unione Sovietica proibì la divulgazione di articoli che criticassero le autorità.

I fascismi, da allora, hanno perso terreno, ma i dati suggeriscono che alcuni squilibri tipici del totalitarismo stiano riemergendo ai danni della libertà di espressione.

Sulla base dell’indice di Reporters sans Frontières (RSF), che stima la libertà di stampa in 180 paesi, i casi di violenza fisica o verbale su giornalisti e reporter sono aumentati rispetto al recente passato. Europa e Stati Uniti non si sottraggono alla necessità di tutelare maggiormente il diritto all’informazione e i frequenti attacchi del presidente statunitense Donald Trump ai media americani, come riportato dal New York Times, non aiutano in tal senso. Il segretario generale di RSF, Christophe Deloire, nel report afferma che “fermare questo ciclo di paura e di intimidazione è una questione della massima urgenza per tutte le persone di buona volontà che apprezzano le libertà acquisite nel corso della Storia”.

Il giornalismo e i suoi nemici

L’organizzazione non governativa Freedom House ha evidenziato nel documento ‘Freedom in the World’ come in generale la democrazia sia in ‘ritirata’. La pagina web keepthetruthalive.co, di cui abbiam scritto recentemente, racconta questa realtà permettendo di accedere a una mappa del globo e di vedere, nello specifico, il numero di giornalisti uccisi in ogni paese, le generalità degli stessi e le circostanze della loro scomparsa. Un’altra iniziativa che merita di essere citata è quella di Forbidden Stories, un progetto voluto da RFS e Freedom Voices Network, che vede una rete di giornalisti incaricati di continuare a “pubblicare il lavoro degli altri giornalisti che affrontano minacce, la prigione o l’omicidio”.

Tra le aree geopolitiche classificate come più pericolose per i giornalisti, spicca però la zona del Medio Oriente e Nord Africa, che ha registrato un lieve calo dei casi di omicidio dei giornalisti rispetto al 2018. Nella regione sono presenti per la maggior parte regimi autoritari, come l’Arabia Saudita, guidata dal principe Mohammed bin Salman e, dallo scorso anno, al centro dell’attenzione mediatica per il caso dell’omicidio dell’editorialista del Washington Post, Jamal Khashoggi. Non è migliore la situazione nella formalmente democratica Turchia, dove, soprattutto a partire dal 2016, successivamente a un tentativo di golpe fallito, molti giornalisti sono stati obbligati a lasciare il paese o affrontare il carcere.

In prospettiva globale, secondo il report a firma del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), un’organizzazione indipendente e no-profit che persegue l’obiettivo di promuovere la libertà di stampa nel mondo, i singoli paesi più pericolosi per i giornalisti sono, in ordine decrescente, Eritrea, Nord Corea, Turkmenistan, Arabia Saudita, Cina, Vietnam, Iran, Guinea Equatoriale, Bielorussia e Cuba. La lista è stata stilata sulla base di criteri quali le misure di limitazione della libertà personale dei giornalisti (dalla censura alla detenzione arbitraria) e la presenza di leggi repressive in materia di libertà di espressione, che non escludono Internet e l’accesso ai social network.

In Eritrea, Nord Corea e Turkmenistan, i media sono strettamente controllati dai rispettivi governi, tanto da essere praticamente considerabili alla stregua di loro portavoce. Si esclude, in questo modo, qualsiasi altra possibile forma di informazione che potrebbe contrastare le fonti ufficiali. Per esempio, nel regime di Kim Jong-un, l’accesso al World Wide Web è impossibile per i residenti. In base alle pur scarse informazioni sul punto, Amnesty International ha concluso che anche il network locale, strettamente controllato dal Governo, sia accessibile solo a pochi eletti. Agli stranieri sembra essere vietata ogni comunicazione con l’esterno e il paese rimane restio ad accogliere giornalisti entro i propri confini. Contrariamente a quanto si può immaginare e quasi ironicamente, però, nella Costituzione nordcoreana la libertà di stampa è riconosciuta, così come quella di espressione, all’art. 67.

Negli altri paesi citati, invece, sempre secondo quanto affermato dal CPJ, se da un lato si attuano misure repressive, quali la detenzione arbitraria dei giornalisti, dall’altro si presta anche molta attenzione a forme di sorveglianza più sofisticate, che possono comprendere, tra le altre, il monitoraggio e la censura di Internet, social media inclusi.

In un articolo del 2014 per Journal of Democracy, gli esperti di affari internazionali e democrazia Christopher Walker e Robert W. Ortung hanno affermato che, nonostante l’implementazione della censura digitale sia molto più complessa, se confrontata con il controllo dei media tradizionali come la televisione, i regimi autoritari contemporanei hanno saputo dimostrare di avere un “occhio per l’innovazione” in materia di controllo del cyberspazio.

La minaccia delle fake news

L’obiettivo della maggior parte dei paesi non democratici odierni non è tanto quello di sorvegliare in maniera capillare tutti i mezzi di comunicazione di massa, quanto quello di avere uncontrollo effettivo dei media’, ovvero un dominio dei principali canali mediatici tale da conferire loro legittimità e compromettere la credibilità di tutte le altre fonti. In tal senso, uno degli strumenti utilizzati dai regimi autoritari (e non solo) è quello delle fake news: da un lato, i giornalisti vengono accusati di diffondere notizie false sul conto del Governo, esponendosi così a regime di detenzione; dall’altro, è l’autorità stessa a diffonderle a propria volta. Un caso interessante è quello della Cina. Nel 2015, infatti, l’Assemblea Nazionale del Popolo, con l’adozione del Nono Emendamento al Diritto Penale del Popolo della Repubblica di Cina, ha affermato che diffondere notizie ritenute false dal Governo sia un reato punibile fino a un massimo di sette anni di prigione. Contemporaneamente, secondo quanto riportato dal Guardian lo scorso agosto, il giornale filogovernativo People’s Daily avrebbe pubblicato un articolo tramite WeChat, omologo cinese di WhatsApp, invitando i manifestanti di Hong Kong a cessare le violenze. Eppure, fino ad allora, le proteste si erano svolte in maniera pressoché pacifica.

Il tema delle fake news, peraltro, si presta alle più diverse trattazioni e pervade non solo la dimensione della falsa coscienza nazionale, pilotata dalle burocrazie di regime, ma anche il reame dell’informazione pluralista, transfrontaliera e digitale. In questo contesto, tanto le legittime limitazioni del diritto all’informazione, alle quali abbiamo più sù accennato, quanto i principi che dovrebbero sottendere alla responsabilità dei media, diventano più difficilmente individuabili, sebbene la necessità di un equilibrio tra interessi contrastanti e comparabilmente rilevanti appaia in modo altrettanto lampante. L’esempio più ovvio è rappresentato dal dibattito sul surriscaldamento globale. Ormai da anni, il cambiamento climatico è una delle teorie scientifiche sostenute dalla maggiore certezza probatoria, forse quella che raggiunge il consenso più ampio tra i climatologi, pari al 97%. Questa cifra, di per sé enormemente significativa, appare ancora più rilevante se si tiene conto del fatto che conta al proprio interno gli esperti più autorevoli e le pubblicazioni più prestigiose, come Nature e Science.

Il caso mediatico del cambiamento climatico

In uno studio pubblicato su Nature Communications, è stata analizzata la presenza di 386 climatologi e 386 negazionisti climatici sui principali media in lingua inglese. Due sono i risultati importanti: i ‘contrarians’ ottengono in media il 49% di spazio in più sui media tradizionali e tendono ad essere una comunità autoreferenziale. Mentre gli scienziati considerati si citano l’un l’altro solo il 12% delle volte, indicando così di attingere a un bacino di menti ben più ampio, nel secondo gruppo le connessioni arrivano al 52%. Ciò avviene soprattutto nel mondo occidentale, mentre in Cina e India il fenomeno è quasi assente, sia per i maggiori impatti nel Mar Indiano, che influiscono direttamente sulla vita dei più, sia per l’ufficiale riconoscimento da parte del Partito Comunista Cinese del fenomeno del surriscaldamento globale.

Qual è la ragione della sovraesposizione mediatica dei negazionisti? La scarsa preparazione dei giornalisti o del pubblico in temi scientifici, ad esempio, potrebbe portare a favorire il bilanciamento delle opinioni nella fatua ricerca di qualche obiettività e imparzialità o di un’impressione della stessa. Accade così che, al fianco di climatologi apprezzati, si vedano economisti, scienziati politici e filosofi, oltre che esperti in campi affini, ma comunque fondamentalmente diversi, quali geologi e ingegneri petroliferi. Con l’assegnazione dello stesso spazio e dello stesso livello di scrutiny, si realizza quindi l’obiettivo della più o meno inconsapevole strategia anti-ambientalista: instillare il dubbio nel non esperto.

Ciò a cui mirano fondazioni come l’Atlas Network, finanziato dai fratelli Koch, magnati del carbone, è formare attivisti capaci di far passare l’idea di una comunità scientifica divisa, ma assoggettata a ‘bigotti ambientalisti’. I contrari diventano così novelli Galilei, presentandosi come eroici ricercatori che attaccano un dogma, sottratto dai ‘poteri forti’ (Cina, UE, l’establishment) al metodo scientifico. Questo metodo molto raffinato fu ideato già 20 anni fa da Frank Luntz, stratega del partito repubblicano statunitense. La rete che utilizza questa tecnica è molto vasta ed eterogenea: gruppi come l’Heartland Institute, che ha tra i suoi esperti climatici H. Sterlin Burnett, laureato in antropologia e filosofia, grandi gruppi petroliferi e esponenti dell’alt-right. Inoltre, per distogliere dalle prove fattuali il pubblico, il movimento ambientalista viene contestato per futili motivi, ricostruendo ad esempio, tramite cherry-picking e riduzioni ad absurdum l’attivismo di Greta Thunberg o ancora rivolgendosi unicamente alla parte più estrema degli ecologisti e legata alla sinistra anticapitalista.

Questa guerra mediatica è giovata ad alcuni, ma ha danneggiato tutti. Se, fino agli anni Novanta, la consapevolezza del cambiamento climatico aveva raggiunto tantissime persone, negli ultimi si è ridotta, mentre è aumentato lo scetticismo disinformato. Ci sono però buone notizie: secondo un studio del 2015, si è passati da uno scetticismo verso il cambiamento climatico causato dall’uomo ad uno diretto verso l’efficacia delle misure proposte per contrastarlo.

Sfide, innovazioni e complessità

L’Occidente si è spesso fatto paladino del pluralismo delle opinioni e per lungo tempo la comunità scientifica ne è stata il luogo di elezione. Oggi, diversi gruppi di pressione, in nome della libertà di pensiero, stanno attaccando persino i risultati di quella che è stata un’autentica rivoluzione scientifica del ‘900: la scoperta dell’influenza dell’uomo sul clima. Fattori inaspettati come l’inseguimento dello share, apoteosi della mercificazione dell’informazione, o l’inerzia intellettuale possono insinuarsi subdolamente nello sviluppo plurale della libertà di espressione e, a seconda dei contesti, contribuire a squilibri estremamente deleteri per la società. Nel caso del clima, la stampa responsabile, prima tra la sempre più vasta schiera dei media, dovrà abituarsi a promuovere una riflessione sul proprio rapporto con l’obiettività e con l’autorità scientifica. Il principio del pluralismo dovrà in questo scenario, come in altri, fare i conti con la ricerca della verità e i valori della democrazia che dovrebbero fare parte della sua stessa matrice.

Le complessità dei diritti di espressione e d’informazione, delle libertà di parola e di stampa, dei loro limiti legittimi e illegittimi, così come le responsabilità delle istituzioni, degli intermediari, degli attori, del pubblico sono difficili da catturare o descrivere in modo chiaro e definitivo. Si potrebbe forse dire che l’umanità, nella storia, ha attraversato questo caleidoscopio di concetti e realtà con uno sforzo collettivo e olistico, arrivando spesso a risposte da rimettere in discussione all’avvento di qualche innovazione tecnologica o sociale. Ad oggi, dopo l’impennata universalistica della Dichiarazione dei Diritti, le successive sfide del particolarismo e le apparenti ritirate dello scetticismo digitale, restano molte strade da percorrere, a volte per mezzo di sacrifici, come ci insegnano le morti di tanti giornalisti nel mondo odierno. Alcune di quelle strade, se avremo successo, ci condurranno verso un futuro migliore.

I media turchi: una ‘prigione a cielo aperto’

The year 2014 will go down as the annus horribilis of Turkish journalism”. Comincia così il report pubblicato da Yavuz Baydar nel 2015 per la Kennedy School, ramo dell’università di Harvard, che fotografa la situazione del giornalismo in Turchia in quell’anno.

Il paper ripercorre le fasi e le cause che hanno portato al deterioramento della libertà di stampa. Fin dall’inizio del processo di democratizzazione, che coincide con la creazione della Repubblica nel 1923, lo stato turco non ha mai brillato in materia di garanzia dei diritti di espressione: da sempre, la vicinanza del potere alle gerarchie militari ha limitato il dibattito su temi controversi quali le diversità etniche e religiose presenti sul territorio e la storia e la tradizione politica del paese. Tuttavia, questo non ha impedito lo sviluppo di un nucleo ristretto, ma agguerrito, di realtà editoriali che si oppongono alla censura e combattono per dimostrare l’importanza di una stampa libera.

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Il grido degli ultimi non fa poi così rumore

Secondo l’UNHCR, da marzo 2011, la guerra in Siria ha causato 12.7 milioni di sfollati.

Il paese conta 18.9 milioni di abitanti.

Sul totale degli sfollati, 6.1 milioni di questi hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni, pur rimanendo entro i confini nazionali; 6.6 milioni di persone, invece, hanno lasciato il paese. Di questi ultimi, la maggior parte vive in aree urbane distribuite fra Turchia, Giordania, Libano e, in misura minore, Iraq ed Egitto.

Dei 6.6 milioni, solo il 10% vive in campi profughi organizzati dall’ONU o dai governi nazionali. Il 90% vive in accampamenti improvvisati o in zone altamente sovrappopolate e pericolose. In Libano, il 70% dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà. In Giordania, il tasso raggiunge il 93%.

I siriani che sono rimasti in patria hanno serie difficoltà nel soddisfare i bisogni di base, anche per il fatto che gli aiuti umanitari sono spesso ostacolati dall’avanzare delle ostilità. Come ha affermato l’Alto Commissario UNHCR, Filippo Grandi, quella siriana “is the biggest humanitarian and refugee crisis of our time, a continuing cause for suffering”.

La Turchia, dal canto proprio, accoglie 3.5 milioni di profughi. Molti di essi, nel recente passato, hanno più volte intrapreso pericolose e irregolari traversate alla volta dell’Europa, mettendo in crisi il suo sistema di accoglienza. Per questa ragione, il 18 marzo 2016, l’Unione europea ha stipulato un accordo con Ankara. Esso prevede il respingimento in Turchia di tutti i migranti (siriani compresi) che non abbiano presentato domanda d’asilo o la cui domanda sia stata rifiutata. È stato inoltre previsto che per ogni profugo siriano rimandato in Turchia dalle isole greche, un altro siriano verrà trasferito dalla Turchia all’Unione Europea attraverso canali umanitari. In cambio, la Turchia ha ottenuto la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi, aiuti economici per un totale di 6 miliardi di euro (in due tranches) e lo sblocco dei negoziati sui capitoli restanti per arrivare all’adesione della stessa all’Unione. Da quel momento, al di là dei giudizi morali che possono esser formulati sull’accordo, il dato oggettivo che risalta è che gli arrivi tramite la rotta del Mediterraneo orientale sono calati del 97% e in quella del Mediterraneo centrale dell’80%.

Tuttavia, a partire dall’estate del 2018, le cose sono cambiate. Già da agosto, infatti, il governo ellenico ha denunciato una notevole ripresa dei flussi pari al +17% su base mensile. Il fatto pare non essere casuale. Ad agosto, il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha infatti dichiarato: “We are not applying the readmission agreement at the moment, and we are evaluating the refugee deal. Non sarebbe improprio leggere questa intenzione come uno strumento di rappresaglia ai danni di Bruxelles, a causa delle sanzioni imposte su Ankara per la questione dei giacimenti a largo di Cipro.

Col passare del tempo, l’atteggiamento turco si è fatto sempre più sprezzante, fino ad arrivare al punto di rottura. Mercoledì 9 ottobre scorso, le forze armate turche hanno varcato il confine meridionale, entrando nella regione nord-orientale della Siria, storicamente abitata dai Curdi. L’operazione, definita dal presidente Erdogan ‘Peace Spring, mira a debellare i nuclei restanti del sedicente Stato Islamico, così come le cosiddette Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG), aventi base in Siria, che Ankara ritiene essere collegate al Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), a sua volta reputato un partito fuorilegge e un gruppo terroristico.

Nel frattempo, la china dei rapporti tra Ankara e Bruxelles si è fatta sempre più evidente. In previsione della riunione del Consiglio Affari Esteri dell’Unione tenutasi il 14 ottobre, e immaginando che i 28 non avrebbero visto di buon occhio l’operazione militare in corso, il Presidente turco, durante un discorso al proprio partito, ha così ammonito l’UE: “Hey EU, wake up. I say it again: if you try to frame our operation there as an invasion, our task is simple: we will open the doors and send 3.6 million migrants to you”.

Dopo giorni di combattimenti, Erdogan ha ribadito la proposta già fatta il 24 settembre alle Nazioni Unite: istituire una Zona di Sicurezza, in territorio siriano, con lo scopo di ospitare fino a 2 milioni di profughi siriani che, attualmente, si trovano in Turchia a causa della guerra civile siriana, che ormai si protrae da 8 anni. Nei progetti di Ankara, la Zona dovrebbe penetrare in suolo siriano per 30 km ed estendersi per 480 km. La sua profondità, sempre secondo il Presidente turco, potrebbe poi essere estesa fino a 50 km, ovvero fino a Raqqa e Dei ez-Zor, potendo così accogliere fino a 3 milioni di siriani.

Il 21 ottobre scorso, il Erdogan si è recato a Sochi per incontrare il suo omologo russo. L’intento è quello di trovare una soluzione definitiva al problema dei rifugiati siriani, discutere della Zona di Sicurezza proposta e, non da ultimo, porre fine all’occupazione militare che certo non facilita la risoluzione della crisi.

In seguito ai colloqui, un compromesso è stato raggiunto. La Zona di Sicurezza si farà, ma avrà dimensioni più ridotte di quelle inizialmente proposte e sperate da Erdogan. Essa avrà infatti una profondità di 32 km e si estenderà per 120 km (contro i 480 iniziali), fra le città di Tal Abyad e Ras al-Ain. Questa zona sarà posta sotto il controllo turco.

Già il giorno successivo, il 22 ottobre, è iniziata la prima fase di attuazione dell’accordo. In circa 150 ore, la polizia militare russa e le guardie di confine siriane hanno effettuato lo sgombero del YPG e delle armi dalla safe zone, al fine di renderla sicura per il ritorno dei profughi siriani; ritorno che, stando all’intesa, dovrebbe effettuarsi in maniera “sicura e volontaria”.

See what’s coming.

SPECIALE – Politiche migratorie

Di Simone Innico, Lara Aurelie Kopp-Isaia, Stefania Nicola

Migranti, profughi, rifugiati

Il concetto di migrazione, nella sua accezione più generale, indica l’allontanamento di una persona o di un gruppo da un dato territorio. Questa definizione generale accoglie, al suo interno, un insieme complesso ed eterogeneo di movimenti umani che si possono definire ‘migratori’. Pertanto, esso non riguarda solo gli spostamenti transnazionali e i reinsediamenti in un paese straniero ma anche, a titolo d’esempio, le ’migrazioni circolari’ di lavoratori pendolari attraverso il confine tra due stati, così come il percorso intrapreso dai ‘rifugiati interni’ (internally displaced persons), i quali, senza oltrepassare i confini dello stato, abbandonano la propria residenza originaria a causa di un conflitto o di un notevole evento climatico che metta a rischio la sopravvivenza degli individui, della famiglia o della comunità.

Per inciso, il termine ‘profugo’ rileva, all’interno del concetto di ‘migrante’, quella persona che abbandona il proprio paese d’origine non solo per motivi di discriminazione politica, razziale, religiosa, o per altri motivi di persecuzione individuale, ma per le più svariate ragioni, senza però che questo lo metta necessariamente in grado di richiedere protezione internazionale.

In linea generale, l’accezione più diffusa nel discorso che ci è familiare del termine ‘migrazione’  racchiude in sé due elementi di significato: un flusso più o meno costante di spostamenti a lungo termine di gruppi di individui, in numero cospicuo e con conseguenze significative per il contesto sociale, politico e demografico dei paesi d’origine, di transito e di arrivo; la ricerca più o meno premeditata, da parte del singolo individuo, dell’unità familiare o di una comunità, di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

È questa la concezione di ‘migrazione’ che informa gran parte del nostro discorso pubblico e che sovente si riflette nella gestione dello Stato e della società, coinvolgendo inevitabilmente il regime delle frontiere territoriali e il controllo della popolazione. Il governo delle migrazioni è oggi giorno – e in buona misura è stato negli scorsi decenni – presentato come una priorità politica per la sicurezza dello stato nazione. Ad ogni modo, va sottolineato che una codifica rigorosa di uno status giuridico del ‘migrante’ non figura in nessuna disciplina del diritto internazionale e, di fatto, l’ambiguità del concetto offre inevitabilmente un largo margine di interpretazione ai legislatori e ai decisori politici.

Ciò che invece trova precisa definizione nel corpus giuridico internazionale è lo status di ‘rifugiato’, che sostanzialmente riceve e formalizza la ‘migrazione forzata’ e attribuisce al soggetto migrante un diritto all’asilo o, terminologia dal significato analogo, alla ‘protezione internazionale’. La Convenzione sullo status dei rifugiati del 28 luglio 1951 disciplina la normativa in materia di diritto d’asilo; al netto di alcune eccezioni, ad oggi è stata firmata e ratificata in tutte le sue parti dalla maggioranza degli Stati ONU (147 su 193). La Convenzione rappresenta un trattato vincolante per i paesi firmatari, che devono realizzare sul loro territorio e con risorse adeguate le procedure di tutela dell’individuo disciplinate secondo lo status di rifugiato, assicurando piena cooperazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Devono infine adeguare alla normativa internazionale le disposizioni del proprio ordinamento giuridico in materia di asilo.

Le migrazioni nel mondo odierno

Nella cornice delle politiche migratorie, la tutela dei diritti del rifugiato rappresenta, nel mondo di oggi, una questione di primaria importanza. Secondo l’UNHCR, la popolazione di rifugiati nel mondo alla fine del 2018 si attesta al livello più alto mai registrato: 25.9 milioni di persone L’opinione pubblica, i media e i governanti del globo sono sempre più sensibili a questi dati. Tuttavia, prima di approfondire il tema della protezione di quelle che saranno, nel futuro più prossimo, le categorie umane più vulnerabili, è senza dubbio necessario un approfondimento sui trend delle migrazioni umane.

Da un punto di vista globale, i fenomeni migratori coinvolgono una popolazione nell’ordine delle centinaia di milioni; una stima ONU, ad esempio, ne registra 272 milioni per l’anno 2019. Ovviamente, i canali di spostamento che più attraggono l’attenzione dei media occidentali sono quelli che riguardano l’Europa e gli Stati Uniti, in quanto paesi d’arrivo per le rotte da, rispettivamente, Africa, Medio-Oriente e Asia Centrale o Messico e Sudamerica. Tuttavia, è necessario ricordare che gli spostamenti umani non riguardano solo i movimenti dal Sud del mondo al Nord – quest’ultimo, generalmente, da identificarsi con l’Europa occidentale e il Nord America. Secondo le stime del Population Reference Bureau, già nel 2014 la direzione Sud-Sud costituiva il 36% del trend globale dei flussi migratori, coinvolgendo 82.3 milioni di persone, ovvero spostamenti di massa interni ai continenti Asia, Africa e Sudamerica. Se anche volessimo ridurre l’intero spettro dei molteplici fenomeni migratori alla sola questione delle migrazioni forzate (che nell’anno 2018, secondo le figure UNHCR, riguardavano circa 70.8 milioni di individui), vedremo che il ‘Nord globale’ è decisamente sottorappresentato nella scala delle destinazioni. Ad oggi, la Turchia accoglie la quota maggiore di rifugiati (3.7 milioni), seguita da Pakistan (1.4 milioni), Uganda (1.2 milioni) e infine da Sudan e Germania (1.1 milioni). Allargando la visuale dai rifugiati al più comprensivo insieme concettuale dei ‘migranti internazionali’, passano invece in testa gli Stati Uniti, che nel 2017, secondo il think tank statunitense Migration Policy Institute, ospitavano 49 milioni di migranti sul territorio nazionale.

Conoscere l’immigrazione, per poterla governare

Quanto illustrato finora serve a fornire un’immagine generale, e inevitabilmente riduttiva, dei fenomeni migratori: un intreccio concettuale di elementi pressoché eterogenei ma strettamente connessi tra loro come la tutela dei diritti umani, le definizioni di nazionalità e cittadinanza, gli interessi economici e geopolitici, lo sviluppo industriale e il cambiamento climatico, ma anche l’opinione pubblica e l’influenza dei mass media. Si rivela di volta in volta fondamentale, pertanto, saper individuare con precisione il tema in oggetto d’analisi. Questa operazione è centrale per valutare con cognizione di causa le politiche migratorie messe in atto da autorità locali, nazionali e sovranazionali e per problematizzare e dunque governare gli spostamenti umani, sempre complessi e multidimensionali, che chiamano in causa importanti segmenti del sistema politico-sociale.

Quello dell’immigrazione non è un fenomeno recente. Già nel recente passato, i flussi migratori hanno raggiunto veri e propri picchi, in particolare tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Anche per questo, il tema dell’immigrazione ha trovato sempre più spazio al centro del dibattito nazionale, europeo, mondiale. Una prima spiegazione potrebbe derivare dalla sempre maggior rilevanza morale acquisita dal tema dei diritti umani. A ciò, si aggiunge la correlazione tra l’immigrazione e l’incidenza di guerre, conflitti armati e genocidi, fattore che ha inciso sulla limitazione e regolamentazione degli spostamenti. In altri casi, si è iniziato a parlare di ‘responsabilità collettiva’ nel fornire aiuto alle popolazioni colpite dagli effetti del cambiamento climatico – i cosiddetti profughi ambientali. Fondamentalmente, quando si tratta di migrazioni sembrano essere due gli approcci più spesso adottati. Da una parte, si pone l’obiettivo ideale di proteggere una comunità da quelli che dovrebbero essere gli effetti negativi comunemente considerati tipici e correlati all’immigrazione: aumento delle tensioni sociali, costi economici, perdita dell’identità culturale o della coesione sociale. Dall’altra, si riconosce il dovere morale di aiutare i bisognosi e integrare i profili desiderabili – soprattutto in realtà, come quella europea, in cui si rileva un invecchiamento progressivo della popolazione e un bisogno crescente di manodopera. Da qui nasce la necessità di definire le politiche migratorie, in grado di individuare le categorie privilegiate all’ingresso nel paese e i loro diritti, ma al tempo stesso di politiche di integrazione, affinché gli immigrati siano assimilati nel mercato del lavoro a livello salariale e occupazionale.

Perché, però, quest’ultimo punto non sempre trova un riscontro nella realtà? 

Come sottolinea uno studio della Commissione europea, le cause sono attribuibili alla conoscenza linguistica, alla formazione scolastica e all’inserimento degli stranieri in molti settori in cui anche i nazionali hanno possibilità di far carriera (cura della persona, costruzioni e ristorazione). Se da una parte, dunque, tali normative dovrebbero ridurre i differenziali socio-economici, dall’altra è anche vero, si sottolinea nel report, che è necessario che qualcuno svolga queste mansioni poco qualificate. Come si legge in un approfondimento delle Nazioni Unite, gli immigrati ‘di lunga durata’, quando si stabiliscono in un paese ospite, ne aumentano i livelli di produttività demografica. Al contempo, però, sono a loro volta soggetti ad invecchiamento; di conseguenza, la loro presenza può solo ritardare l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale degli anziani. Tuttavia, è con la ‘seconda generazione di migranti’, i figli di questi primi immigrati, che si può osservare un ‘riciclo’ di manodopera, più assimilata nel sistema scolastico, con una buona conoscenza linguistica e dotata di cittadinanza.

Se analizzassimo più da vicino le rotte migratorie presentate in apertura, una tra quelle occidentali più percorse è senza dubbio quella del Mediterraneo. Quest’ultimo è ormai noto quale il confine più pericoloso tra Stati che non sono in guerra tra loro. Al tempo stesso, questa rappresenta una delle tratte più complesse se si vuol ricostruire il profilo tipico del migrante irregolare, poiché comprende sia i migranti economici alla ricerca di opportunità di impiego (solitamente provenienti da Tunisia, Algeria e Marocco), sia quelli in fuga da persecuzioni o guerre e richiedenti asilo (che hanno come paesi di origine: Eritrea, Somalia, Afghanistan, Mali, Costa d’Avorio, Gambia, Sudan e Palestina). In particolare, in quest’ultima categoria si rileva la presenza di un ampio numero di  donne e bambini. A ben vedere, uno dei problemi maggiori è che i dati in materia di immigrazione irregolare sono lacunosi, incompleti e non aggiornati per individuare quanti di questi migranti richiederebbero asilo e quanti sarebbero invece migranti economici.

Se quindi non si conosce una realtà, come è possibile regolamentarla?

Tornando nuovamente al ‘caso Mediterraneo’, vista la sua complessità, occorre sottolineare che, alla luce del recente Decreto migranti, sembrerebbe esserci un’intenzione politica di semplificare e velocizzare  la gestione delle domande di protezione internazionale. Come spiegano i ministri firmatari Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luigi Di Maio (Esteri) sul Corriere della Sera, con questo decreto è previsto che, una volta individuata la provenienza dei migranti, sia più agevole avviare procedure di rimpatrio qualora questi provengono da porti sicuri quali Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Come riporta lo stesso articolo, “in mancanza di questi requisiti la domanda di protezione verrà subito respinta e  avviata la procedura di rimpatrio”. La questione principale di questo decreto interministeriale è che “inverte l’onere della prova”. In tal senso, verranno rifiutate le richieste di asilo delle persone provenienti dai citati 13 paesi, salvo esse non presentino prove di un rischio reale per la propria incolumità in caso di ritorno in patria.

Lo scenario italiano è soltanto una testimonianza di un’inversione di rotta nell’affrontare casi di emergenza umanitaria. Per avere una visione di più ampio spettro, prendiamo in esame tre casi a livello mondiale: il Venezuela, la Siria e lo Yemen.

Altre gravi emergenze migratorie ed umanitarie: come vengono gestite

Secondo i dati dell’UNHCR, a fine 2018 oltre 3 milioni di persone sono fuggite dal Venezuela, in quello che è il più grande esodo nella storia recente della regione. La catena di eventi che ha mobilitato migliaia di famiglie venezuelane è iniziata nel 2014, in seguito alla morte del presidente Cházev. La crisi economica devastante, l’inflazione che ha raggiunto la soglia del 50%, la mancanza di elettricità, la carenza di beni di prima necessità – i cui prezzi sono aumentati del 1000% -, la fame e la povertà sono tra i principali fattori del massivo esodo. Il sistema sanitario venezuelano è crollato, con una carenza di personale e di medicinali che ha causato la chiusura di molti reparti ospedalieri. In un solo anno, la mortalità materna è aumentata del 65%; quella infantile del 30%. “Quando mia figlia di nove mesi è morta a causa della mancanza di cure, ho deciso di portare la mia famiglia fuori dal Venezuela prima che morisse un altro dei miei figli”, testimonia, attraverso il report UNHCR, Eulirio Beas, della comunità indigena Warao, che si trova in un campo profughi del Brasile.

La maggioranza delle persone parte senza documenti, in carovane, percorrendo a piedi centinaia di chilometri: per questo vengono chiamati caminantes. Francesca Matarazzi, Emergency Coordinator di INTERSOS, descrive tali migrazioni con queste parole: “Li vedi passare ogni giorno. Famiglie con bambini piccoli, anziani. Camminano senza riposo. Camminano senza scarpe. Camminano con la pelle bruciata”.

Ogni mese sono oltre 15.000 le persone che attraversano il confine tra Venezuela e Colombia. Quest’ultima ha messo in atto politiche d’inclusione e d’accoglienza, con la priorità di evitare che i migranti intraprendano la strada della clandestinità. Il Governo colombiano ha concesso documenti temporanei che consentono ai venezuelani di entrare e uscire liberamente. Si potrebbe affermare che la Colombia abbia tentato di trasformare la questione migratoria da emergenza umanitaria a occasione di sviluppo. A onor del vero, questo esodo potrebbe rappresentare un’occasione di crescita economica per Bogotà. Tuttavia, gli arrivi sempre più numerosi stanno complicando la situazione. In un contesto in cui centinaia di persone sono costrette a vivere in case e campi profughi sovraffollati, le condizioni di vita diventano estremamente precarie. Il rischio di essere esposti ad abusi, sfruttamenti – minorili e sessuali – e di finire nei giri del narcotraffico rimane elevato.

Anche in Siria si sta verificando un’emergenza umanitaria. Il 15 marzo 2011 il popolo è sceso in piazza per protestare contro il Governo di Assad, invocando maggior democrazia e libertà. L’anno successivo, le manifestazioni sono sfociate in una guerra civile. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari, questa guerra ha provocato oltre 11 milioni di sfollati, 6.7 milioni dei quali sono scappati nei paesi limitrofi. Ma di questi ultimi che fuggono dalla Siria, solamente il 10% vive nei campi profughi dei paesi confinanti, perché troppo affollati. La maggior parte vive in piccoli alloggi di prima accoglienza, anche questi in condizioni precarie.

La guerra ha raggiunto livelli talmente elevati che, nel 2014, l’Alto Commissario delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani (OHCHR) ha annunciato che non avrebbe più registrato il numero delle vittime. Questa decisione è stata presa, secondo quanto dichiarato da Rupert Colville, portavoce OHCHR, a causa delle difficoltà riscontrate da organizzazioni indipendenti a entrare nel territorio siriano, insieme con l’impossibilità di verificare le fonti. La percentuale di civili uccisi è comunque molto elevata. Secondo diverse ONG, ad esempio, a Ghouta, durante un raid aereo del 18 febbraio 2018, sono rimasti uccisi oltre 1.400 civili, tra cui 280 bambini. Paolo Pezzati, di Oxfam Italia, denuncia che “è inaccettabile che la comunità internazionale stia voltando le spalle a oltre cinque milioni di siriani in fuga dall’orrore della guerra […] La comunità internazionale resta a guardare, mentre milioni di persone sono bloccate in un limbo senza fine”.

Un’altra regione afflitta dalla guerra e da una grave crisi umanitaria è lo Yemen, dove si contano oltre 3 milioni di profughi interni e 22 milioni di persone che necessitano di assistenza. Tutto ebbe inizio nel 2015, quando l’Arabia Saudita, il paese più ricco del mondo arabo, ha attaccato lo Yemen, paese più povero del mondo arabo. In quattro anni di conflitto vi sono state oltre 20.000 vittime, più della metà delle quali risultano essere civili. La vita nello Yemen è difficilissima, tanto che si dovrebbe più propriamente parlare di sopravvivenza. Metà degli ospedali sono stati distrutti, il prezzo del carburante è aumentato del 200%, i prezzi dei beni di prima necessità e del cibo sono alle stelle.

Ad aggravare le già precarie condizioni di vita, l’Arabia Saudita ha imposto un blocco alle importazioni nel paese. Secondo un articolo del 2017 di Internazionale, il think tank International Crisis Group affermava già al tempo che la fame che ha colpito gli yemeniti non fosse dovuta a cause naturali, ma all’azione voluta dei belligeranti e dall’indifferenza e al ruolo complice della comunità internazionale”. Conosciuta come la ‘crisi umanitaria dimenticata’, a causa dello scarso interesse dimostrato dalla comunità internazionale, questa è indubbiamente una delle peggiori crisi umanitarie contemporanee. Al disinteresse generale contribuisce la grande difficoltà dei giornalisti stranieri ad entrare nel paese. Le Nazioni Unite hanno tentato di trasportare alcuni giornalisti inglesi su un aereo umanitario, ma le forze saudite hanno impedito il loro arrivo. In particolare, a seguito di questo episodio, Ben Lassoued, coordinatore delle questioni umanitarie dello Yemen presso l’ONU, aveva dichiarato che “il fatto dimostra perché lo Yemen, paese colpito da una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, non riceva particolari attenzioni da parte dei media internazionali”.

Nell’estate del 2017, il presidente Trump ha concluso un accordo di 110 miliardi per la vendita di armi all’Arabia Saudita. Così facendo, gli Stati Uniti hanno alimentano un conflitto che ha distrutto il paese yemenita, gettandolo sull’orlo di una gravissima carestia e ha dato luogo a gravi crimini di guerra.

Tra crisi, patti globali e cuori chiusi

Quelle analizzate in questo approfondimento sono soltanto alcune delle emergenze migratorie e umanitarie che si stanno consumando nel mondo. Secondo l’UNHCR, infatti, altrettante crisi si registrano in paesi quali Congo, Burundi, Iraq, Nigeria, Sudan e Myanmar, dove sono in atto fenomeni di migrazione forzata. Milioni di persone sono costrette a lasciare il loro paese, la loro casa, nella speranza di un futuro migliore lontano dai conflitti. In tal senso, tutte queste migrazioni devono essere trattate come una crisi planetaria. Come ha ricordato il segretario generale Antonio Guterres, il 24 settembre scorso, innanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “In un epoca in cui un numero record di rifugiati e sfollati interni sono in movimento, la solidarietà è in fuga. Vediamo non solo le frontiere, ma i cuori chiudersi, mentre famiglie di rifugiati vengono distrutte e il diritto di trovare asilo fatto a pezzi”. Guterres ha messo l’accento sulle responsabilità condivise che gravano sulla comunità internazionale, sancite dai patti mondiali sui Rifugiati e sulla Migrazione, aggiungendo, con incedere lapalissiano: “All migrants must see their human rights respected”.

Politiche migratorie e cambiamento climatico: dall’Egitto alla Turchia, tra vuoti normativi e miopi ricatti

Non si può più affrontare il tema migrazioni senza parlare di cambiamento climatico. Le relazioni tra questi fenomeni son già da tempo evidenti e si comincia a ragionare su quali siano e saranno le aree maggiormente interessate, sia in qualità di paesi ospitanti, sia in qualità di paesi colpiti dai mutamenti ambientali. 

Gli effetti sono già evidenti, ad esempio, nel Vicino Oriente. Qui, la pressione proveniente dalle nuove forme migratorie, prima fra tutte quella dettata dagli effetti del surriscaldamento globale, sinergicamente affiancata dal risorgere del conflitto in Siria e nel Rojava, potrebbe presto rompere la barriera di contenimento turca e costringere l’Unione a riesumare i propri scheletri nell’armadio.

Il primato di maggior ospitante di rifugiati al mondo, la Turchia lo ha conquistato dopo lo scoppio della guerra in Siria. Secondo dati ufficiali, il popolo turco ha accolto 4 milioni di migranti, di cui 3,5 siriani. Paese di transito e barriera al contempo, la Turchia resta partner chiave dell’Unione Europea nelle vicende legate alle migrazioni. Rappresenta, d’altronde, un crocevia di popoli, attestandosi quale primo paese ospitante di rifugiati al mondo. Questa condizione si è d’altronde trasformata in arma di ‘ricatto’ nei confronti dell’Unione e dei paesi alla Turchia limitrofi. L’offensiva di Ankara in Siria degli ultimi giorni è solo l’ultimo fardello posto sull’Occidente, a coronare il fallimento della politica migratoria comunitaria.

Gettandosi nella metafora, la penisola anatolica è un corridoio per il flusso migratorio. Le regioni più occidentali della Turchia sono una porta verso l’Europa, mentre, a est e sud-est, i suoi confini si aprono sul Caucaso, verso l’Asia centrale e il resto del Medio Oriente. A ciò si aggiungono i collegamenti aerei e le esenzioni dal visto, che consentono a molti migranti provenienti dall’Africa di affacciarsi in Turchia, la quale diviene così anche terra di transito per la migrazione irregolare. L’ambiguità normativa agevola nel paese anche il consumarsi delle persecuzioni e l’Unione non può facilmente negare le proprie responsabilità in tal senso.

Il Medio Oriente, certo, è terra di conflitti, di petrolio, di integralismi, ma anche i cambiamenti climatici e l’incremento demografico sono da considerarsi fattori cruciali per riflettere con lungimiranza sulle politiche migratorie. 

Nel tappeto desertico che circonda Nord Africa e penisola arabica, una delle solitarie eccezioni è il fiume Nilo. Con i suoi 6.650 km, è il fiume più lungo del mondo, nonché la principale fonte d’acqua per le popolazioni dell’Egitto, ma anche del Sudan, dell’Etiopia e di altri paesi confinanti. Come evidenziato dal Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), l’Egitto soltanto dipende dalle acque del Nilo per il 95% del proprio fabbisogno idrico. L’85% delle acque fluviali proviene dal lago Tana in Etiopia (Nilo azzurro) e il resto dal lago Viktoria (Nilo bianco).

A causa della crescita della domanda di acqua potabile, che supera il rifornimento del Nilo, il Governo sta incoraggiando la costruzione di impianti di desalinizzazione. Lo sviluppo economico e agricolo nei paesi lungo le sue sponde ha causato un incremento della domanda di acqua, mentre i progetti idrografici a monte stanno portando a controversie internazionali.
L’Egitto insomma, che Erodoto chiamava, appunto, ‘Dono del Nilo’, comincia a affacciarsi su un potenzialmente catastrofico conflitto idrico per accaparrarsi ogni goccia di quello che il presidente estromesso ha chiamato il ‘ sangue egiziano’.

450 milioni di persone in undici paesi vivono nel bacino del Nilo: Etiopia, Sudan, Sudan del Sud, Egitto, Ruanda, Tanzania, Uganda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea e Kenya. Tuttavia, al momento Il Cairo fa ancora la parte del leone nell’allocazione delle risorse del Nilo azzurro: 55 miliardi su 88 miliardi di metri cubi d’acqua, che scorrono ogni anno. Questo importo sta diventando scarso per una popolazione di 97 milioni, che è aumentata di 5 volte dal 1970 quando fu costruita la Diga di Assuan.

L’aumento demografico, la crescente richiesta d’acqua di matrice industriale, energetica e agricola non sono i soli fattori scatenanti un conflitto che abbiamo definito idrico. A ciò si devono aggiungere i cambiamenti climatici. Come evidenziato dalla compagnia Eniday, piattaforma di informazione promossa da Eni s.p.a., un recente rapporto del Massachusetts Institute of Technology (MIT), ad opera di Elfatih Eltahir e Mohamed Siam, prevede che, a causa dei cambiamenti climatici, i livelli delle acque del fiume Nilo diventeranno sempre più imprevedibili. Un anno di inondazioni devastanti, avvisano gli autori, potrebbe essere seguito da una grave siccità l’anno successivo.

Capire quali potranno essere le politiche per affrontare le imprevedibilità del cambiamento climatico è una sfida complicata peraltro dai cambiamenti sociali. I vuoti politici e normativi, infatti, sono altrettanto insidiosi e impediscono la formazione di un fronte comune per affrontare problemi di portata sovranazionale. Per tornare al caso turco, ad esempio, la politica migratoria del contenimento, già fallimentare non potrà che peggiorare nei propri effetti, quando i migranti ambientali supereranno quelli che fuggono dai conflitti.

Già nel 1990, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), comitato dell’ONU che si occupa dei cambiamenti climatici, aveva espresso un avvertimento, in parte passato inascoltato: la ‘crisi climatica’ sarebbe presto divenuta la principale causa di migrazioni nel mondo. Oggi, il problema è diventato tanto evidente che, più che discuterne la portata causale, sarà necessario imparare a gestirlo.
In un mondo globalizzato e nel quale il diritto internazionale si è già spesso veementemente insediato nella vita delle persone, non dovrebbe esserci dubbio  o esitazione nel dare una dignità formale ai milioni di rifugiati in fuga per cause ambientali. Eppure, i trattati internazionali ancora non riconoscono il diritto d’asilo per motivi ambientali e pertanto parlare di ‘rifugiati climatici’ non è formalmente consentito. Una loro definizione giuridica imporrebbe ai governi un piano concertato di gestione, ma un simile sviluppo pare restare nascosto al di là dell’orizzonte, così come è già stato per la ‘crisi’ del clima.

FIFA World Cup 2022 in Qatar: i lati oscuri del più importante evento calcistico del mondo

Da quando, nel 2010, è stato dato l’annuncio che il Qatar avrebbe ospitato la finale della FIFA World Cup 2022, il piccolo paese si è adoperato per promuovere un’immagine di sé impeccabile agli occhi del mondo intero. L’emirato, che ha poco più di due milioni di abitanti e confina con il Bahrain e l’Arabia Saudita, si è sempre dimostrato interessato al calcio europeo. La Qatar Foundation, compagnia del gas fondata dalla famiglia reale dell’Emiro Al Thani, è stata sponsor ufficiale della squadra del Barcellona e lo stesso Malaga ha potuto contare sui generosi fondi del Qatar durante la Champions League del 2013. Insomma, il ricchissimo paese ha cercato di compensare la mancanza di squadre calcistiche nazionali facendo il tifo per i grandi campioni europei.

Nonostante gli sforzi del paese, la scelta della Fédération Internationale de Football Association (FIFA) è stata fortemente criticata su più fronti. La stampa internazionale, organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani ed esperti di sport si sono uniti per chiedere una revisione della decisione, ad oggi ancora non effettuata. Sono infatti la scarsa esperienza in ambito calcistico e la comprovata mancanza di tutela dei diritti umani ad aver fatto circolare voci circa la corruzione di alcuni membri del comitato esecutivo FIFA, specialmente attorno alla figura dell’ex presidente Blatter. A causa di queste supposizioni, molte figure chiave del Comitato hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa, nel corso degli anni, sostenendo che la decisione di conferire l’organizzazione del torneo al Qatar è stato unerrore sfacciato di Blatter. In aggiunta, nel 2011, l’allora vice presidente della FIFA, Jack Warner, dichiarò che era stata resa pubblica una email in cui si poteva leggere chiaramente che il Qatar aveva “acquistato” la World Cup 2022 grazie a ingenti tangenti pagate ad alcuni membri del Comitato esecutivo (che avrebbe dovuto votare per scegliere il paese ospitante dei Mondiali in questione), attraverso la figura di Mohammed bin Hammam, allora Presidente della Arab Football League e dello stesso comitato. Le affermazioni contenute nella email, poi andata persa, sono state riprese nel 2014 sia dal Daily Telegraph, sia dal Sunday Times, che dichiararono di aver rinvenuto materiale a testimonianza della corruzione di bin Hammam e di Warner. Entrambi rinnegarono le accuse, così come la FIFA, che attraverso le parole di Scala (allora capo del comitato Audit and Compliance), dichiarò di rifiutare di dar credito a ipotesi non basate su prove schiaccianti.

Tuttavia, lo scandalo nato nel 2011 e protrattosi fino al 2014 non ha fermato i lavori preparatori del Mondiale 2022. Nemmeno l’arresto dell’ex presidente UEFA, Michel Platini, (avvenuto lo scorso 18 giugno), o le diverse critiche relative alla possibilità che il torrido clima estivo del Qatar potesse essere nocivo per la salute degli atleti delle squadre. In un primo momento, Blatter rifiutò di credere alle dichiarazioni di alcuni medici dell’ospedale di Doha, preoccupati per le altissime temperature che raggiungono le estati nella regione. Per questa ragione, la World Cup 2022 sarà la prima ad essere giocata in inverno.

Ma le organizzazioni per la difesa dei diritti umani non possono dirsi soddisfatte di tale compromesso. E’ infatti la preoccupante tutela dei diritti dei lavoratori impiegati nella costruzione del gigantesco stadio e di tutte le venue disegnate per ospitare le partite del torneo l’elemento più controverso della questione. Human Rights Watch e l’International Trade Union Confederation (ITUC), poco dopo l’elezione del Qatar quale paese ospitante dei Mondiali, hanno sollevato perplessità circa l’adeguatezza degli standard di lavoro per la manodopera migrante che, già in precedenza, si riversava nel ricco emirato. In effetti, nel paese vige il cosiddetto sistema della Kafala, utilizzato per vigilare sui lavoratori stranieri che raggiungono il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, il Libano e tanti altri Stati del Golfo e non. Secondo questo sistema, i lavoratori sono obbligati ad avere uno sponsor, un garante, che li guidi nella firma del contratto già nel loro paese di origine, per favorire, teoricamente, un’integrazione efficace e veloce nel mondo del lavoro. In realtà, la Kafala rende i migranti vulnerabili a veri e propri soprusi da parte dei datori di lavoro, che possono confiscare passaporti e imporre loro tasse esorbitanti e orari lavorativi disumani.

Nel 2010, Sharan Burrow, allora segretario Generale dell’ITUC, condusse personalmente dei sopralluoghi nei cantieri di Doha e dintorni, dichiarando che i lavoratori migranti vivevano in condizioni terribili di “simil-schiavitù”, senza alcuna tutela dei bisogni primari o della loro dignità. Nei report realizzati, Burrow e i suoi collaboratori scrissero che se, entro massimo due anni da quella data, il governo del Qatar non avesse fatto nulla per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, le accuse di violazione dei diritti umani sarebbero state più che fondate. In risposta a queste forti accuse, il Comitato Qatar 2022 dichiarò di “impegnarsi per cambiare le condizioni di lavoro, in modo da lasciare un’eredità migliore per il benessere di tutti i lavoratori a venire. Questo non può essere fatto in una notte. Ma sta di certo che i Mondiali 2022 hanno una forza unica per catalizzare un cambiamento positivo in questo campo”. 

Nel 2014, inoltre, il governo promise di discutere e far approvare leggi a tutela dei lavoratori migranti; tuttavia, nel 2015 nulla ancora era stato effettivamente fatto. Nonostante alcune riforme siano state approvate, negli ultimi anni si è potuto osservare come il potere dei datori di lavoro continui ad essere indiscusso, con i migranti che lavorano per giornate intere in condizioni di scarsa sicurezza. Alcuni reportage condotti (si noti che, nonostante i lavori di costruzione delle venue è ancora in corso, molto del materiale raccolto si ferma al 2015 ca.), mostrano che la manodopera straniera, in maggioranza proveniente da India e Nepal, vive in veri e propri campi di lavoro, ed è spesso costretta ad accettare salari inferiori a quelli promessi prima dell’arrivo in Qatar (sempre a causa dell’influenza del sistema della Kafala). Quest’ultimo, ufficialmente abolito nel 2016, continua però ad essere praticato in molteplici circostanze; in particolare, nei confronti dei lavoratori nepalesi impiegati per la costruzione degli stadi per la FIFA World Cup 2022, come denunciato da Amnesty International nel 2018.

Le ultime notizie provenienti dai cantieri di Doha risalgono al giugno scorso, quando un giornalista dell’emittente televisiva tedesca WDR, Benjamin Best, si è recato personalmente per raccogliere interviste ed immagini dell’attuale situazione dei lavoratori. Ancora molti raccontano di non aver ricevuto pagamenti per gli ultimi mesi di lavoro, di settimane lavorative di 70 ore ciascuna e condizioni di vita ben lontane dai miglioramenti millantati dal Comitato Qatar 2022.

Siria: un summit trilaterale per decidere le sorti del paese

Cinque anni sono trascorsi dal settembre 2014, quando gli Stati Uniti hanno avviato l’Operation Inherent Resolve in sostegno dell’Esercito iracheno e delle Forze Democratiche Siriane. Da allora, con la pressoché totale sconfitta dell’ISIS, il coinvolgimento americano si è progressivamente ridotto.

Da tempo, la risoluzione del conflitto siriano non è più allineata alle aspettative statunitensi. Washington ha più volte reclamato, come condizione per la pace in Siria, la destituzione di Bashar al-Assad che, pare ormai evidente, è invece scampato al confronto con la guerra civile.

Un tempo al comando della coalizione occidentale, il Pentagono ha ora chiesto agli alleati europei, nel giugno 2019, di colmare il ‘vuoto’ dovuto alla riduzione del suo contingente armato, da 2500 a sole 400 truppe. Una manovra che lascerà scoperte le milizie curde nel Nord del Paese e concederà spazio ad altri attori, in particolare Turchia, Russia e Iran.

Queste tre nazioni hanno già dimostrato una forza diplomatica decisiva per gli esiti del conflitto siriano. Infatti, mentre i numerosi negoziati di Ginevra si sono rivelati inconcludenti, i colloqui organizzati da Turchia, Russia e Iran ad Astana (Uzbekistan) proseguono con risultati soddisfacenti. Si può affermare che qualsiasi scenario futuro per la Siria dipenderà dalla convergenza di interessi tra Ankara, da un lato, e Mosca e Teheran, dall’altro.

Nonostante la competizione per l’influenza nella regione, la Turchia ha dato prova di saper apprezzare la cooperazione sia con l’Iran (membro della stessa area di commercio preferenziale, l’ECO) che con la Russia. È statp molto criticato a livello internazionale, infatti, l’acquisto da parte di Ankara del sistema antiaereo “S-400 Triumph” di produzione russa.

D’altro canto, non del tutto definita è la posizione del’esecutivo di Erdoğan riguardo ad Assad. Questo è un elemento di contrasto nei confronti di Russia e Iran che, fin dal 2015, hanno attivamente difeso il regime ba’athista.

Secondo Teheran, il Governo di Assad è fondamentale per la sicurezza regionale ed è per questo che, nonostante il peso delle sanzioni internazionali, l’amministrazione iraniana ha impiegato al massimo le sue risorse militari, per un totale di €13 miliardi dall’inizio della guerra (Brookings Inst).

Intanto, a partire dal mese scorso, la Turchia è impegnata in difficili trattative per la definizione di una safe zone sotto sorveglianza internazionale nel Nord-Est della Siria: Ankara preme per un perimetro di 30/40km, mentre Washington preferisce una demilitarizzazione di soli 5km, che non comprometterebbe la sovranità curda sul territorio. È facile intuire che sia proprio questo l’obiettivo della Turchia.

È in questa intricata rete di interessi che si prepara il campo, a metà settembre, per un summit trilaterale ad Ankara tra i principali garanti dei colloqui di Astana. L’incontro tra Erdoğan, Rouhani e Putin sarà il quinto di una serie iniziata nel novembre 2017. 

All’ordine del giorno vi sarà la situazione della provincia di Idlib, dove, a partire dal 19 agosto, si è creata una pericolosa escalation, quando le truppe turche si sono ritrovate ostaggio delle forze siriane e hanno richiesto l’aiuto della Russia. A complicare ulteriormente la situazione, negli ultimi giorni di agosto, è stata un’offensiva degli Stati Uniti – dichiaratamente contro il gruppo armato Hurras al-Din (istituto da alcuni ex-membri di al-Qaeda) – ma che ha compromesso il cessate-il-fuoco promosso dalla Russia.

Non di minor importanza è la questione del rimpatrio dei 5.639.676 profughi siriani, di cui circa 6,2 milioni sfollati interni (cifre UNHCR). Ora che le ostilità sembrano avviarsi verso una risoluzione, la Turchia ha già avviato la ricollocazione di parte dei 3,657,694 siriani accolti: sembrerebbero essere numerosi i casi, a Instanbul e Gaziantep, di individui costretti con la forza alla compilazione dei documenti per il ‘rimpatrio volontario’ ed estradati in Siria, spesso in una provincia lontana da quella originaria (HumanRightsWatch).

Infine, di particolare rilevanza sarà il tentativo di istituire un comitato per la redazione di un testo costituzionale in vista di future libere elezioni nella Siria post-conflitto. In seguito ad alcune speculazioni riguardo l’apertura di un dialogo tra Turchia e USA riguardo al processo costituente in Siria, il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Zarif ha dichiarato che sarebbe un errore strategico, per Ankara, disattendere la linea dei colloqui di Astana (alMonitor).

Ciononostante, dopo l’incontro con l’omonimo russo Sergej Lavrov il 2 settembre a Mosca, il Ministro Zarif ha ribadito che, al di là delle discordanze, i negoziati di Astana sono comunque un successo: Turchia, Iran e Russia sono unite sotto l’obiettivo di vedere risolto il conflitto e smobilitati i gruppi separatisti che minacciano l’integrità della Siria. 

Resta da vedere, una volta che il regime di Assad avrà ristabilito il suo controllo sul territorio nazionale, quanto a lungo resisterà tale comunione d’intenti. Soprattutto per quanto concerne la Turchia, che finora ha solamente perseguito una strategia di contrasto alla milizie curde, ma che in futuro potrebbe voler realizzare i progetti geopolitici di più largo respiro.