Segretario                                 logo                                 Folco

Home     Redazione     Msoi Torino     Archivio



Lo stretto di Hormuz: l’incubo dei naviganti


Colui che controlla il passaggio tra gli oceani, si può considerare il signore del Mondo”. Così recita un vecchio e assai veritiero adagio della geopolitica. Nessuno meglio dell’Iran sembra esserne consapevole.

Venerdì 19 luglio scorso, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha dichiarato di aver sequestrato una petroliera, la Stena Impero, un vascello di proprietà svedese, battente bandiera britannica. La ragione ufficiale del sequestro è che la suddetta nave avrebbe violato le leggi marittime internazionali. Il sequestro è avvenuto alle ore 19:30 locali (15:00 GMT) nel temuto Stretto di Hormuz, che separa il Golfo Persico dal Mare Arabico. Attraverso questa strozzatura, larga poche decine di miglia, passa un quinto del petrolio mondiale, rendendola di fatto la via d’acqua più importante al mondo.

Il sequestro è avvenuto attraverso l’impiego di un’imbarcazione e di un elicottero iraniani. La compagnia armatrice, Northern Marine Management, ha dichiarato di non essere in grado di contattare l’equipaggio, composto da 23 persone, che attualmente risultano essere in stato di fermo presso il porto di Bandar Abbas. 

In quelle stesse ore, il Foreign Office londinese ha rilevato che una seconda imbarcazione, battente bandiera liberiana, è stata sequestrata dalle autorità iraniane nello Stretto. Il segretario degli Esteri inglese, Jeremy Hunt, si è dichiarato molto preoccupato per la situazione, sottolineando la necessità di trovare rapidamente un modo per liberare il prima possibile i due vascelli. Inoltre, ha affermato che “i sequestri sono inaccettabili e che è essenziale che la libertà di navigazione sia mantenuta e che tutte le navi possano muoversi in sicurezza e in libertà nella regione”.

Secondo Richard Weitz, un analista di Wikistrat, un gruppo internazionale di consulenza sul rischio, il sequestro di venerdì 19 luglio sarebbe una ‘azione reciproca’ da parte dell’Iran, in risposta al sequestro, stavolta da parte britannica, di una petroliera iraniana nello Stretto di Gibilterra, avvenuto il 4 luglio. In quell’occasione, la Royal Navy aveva intercettato il vascello iraniano, battente bandiera panamense, Grace 1, al largo delle coste meridionali della Spagna. L’equipaggio e il comandante erano stati arrestati. La ragione del sequestro fu che la petroliera iraniana avrebbe violato le sanzioni contro la Siria. Sabato 12 luglio, la Corte Suprema di Gibilterra ha esteso per altri 30 giorni lo stato di detenzione dell’imbarcazione e dell’equipaggio.

Questa serie di episodi ha enormemente contribuito ad alimentare e accrescere le tensioni fra Teheran e Londra, la quale, peraltro, sta pianificando un pacchetto di sanzioni come atto di rappresaglia. In una lettera indirizzata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Regno Unito afferma che la Stena Impero è stata approcciata dalle autorità di Teheran quando si trovava non in acque internazionali, ma nelle acque territoriali dell’Oman, dove il vascello stava esercitando il suo legale diritto di transito. Se quanto affermato fosse vero, l’azione del commando dell’IRGC si configurerebbe da un lato come interferenza illegale al transito marittimo e dall’altro come violazione della sovranità del Regno dell’Oman. In ogni caso, il sequestro sarebbe nullo, in quanto contrario alla Convenzione sul Diritto del Mare e alla Convenzione di Ginevra. Il ministro degli Esteri dell’Oman non ha commentato relativamente alla posizione della nave, ma ha spronato entrambe le parti a risolvere la disputa per vie diplomatiche.

In attesa di sviluppi sulla vicenda, per tutelare il resto della Marina commerciale, Londra ha deciso di avvalersi della Marina militare per scortare le navi battenti bandiera inglese attraverso lo Stretto. La fregata HMS Montrose è stata dispiegata per offrire protezione alle imbarcazioni, individualmente o in gruppo. “La libertà di navigazione è cruciale per il sistema commerciale e l’economia globale e noi faremo tutto ciò che potremo per difenderla” così si è espresso il portavoce del Governo di Londra. In 5 giorni, la Marina ha già scortato più di trenta navi mercantili, in diciassette transiti diversi.

Mercoledì 24 luglio, il presidente iraniano Rouhani ha ventilato la possibilità di una risoluzione della crisi attraverso uno ‘scambio di prigionieri’, Grace 1 in cambio di Stena Impero, sostenendo che “se il Regno Unito farà marcia indietro dalle azioni sbagliate commesse a Gibilterra, riceverà un’appropriata risposta dall’Iran”. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e altre nazioni si incontreranno giovedì prossimo 1° agosto per discutere il passaggio.

BREVE STORIA DI UN ODIO ANTICO

Sanzioni, terrorismo, diplomazia, petrolio e minaccia nucleare. Questi sono gli ingredienti che hanno costituito il controverso ed intricato rapporto fra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America. Questo speciale si pone l’obiettivo di analizzare la timeline del rapporto fra questi due attori chiave nel panorama diplomatico e geopolitico internazionale, nonché i momenti topici che lo hanno costellato, a partire dalla stipula del Trattato JCPOA, nel 2015, sino ad arrivare ai fatti più recenti di fine giugno 2019.

I fatti di cronaca concernenti l’Iran, almeno per quanto riguarda l’ultimo quinquennio, possono essere fatti dipendere e risalire ad un momento storico ben preciso, che ha segnato, o almeno avrebbe dovuto segnare, una svolta pressoché definitiva nei rapporti politici, diplomatici ed economici fra la Repubblica degli Ayatollah e l’Occidente: il Trattato JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action). La stipula di tale trattato, anche noto come Trattato P5+1 per Iran, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Repubblica Popolare Cinese, Germania ed Unione Europea, è avvenuta il 14 luglio 2015, a Vienna.

Sulla base di questo accordo, frutto di 20 mesi di negoziazione e preceduto da un accordo provvisorio firmato nel novembre 2013 dalle medesime Parti contraenti, l’Iran ha acconsentito ad eliminare le proprie riserve di uranio a medio arricchimento, a tagliare del 98% quelle a basso arricchimento e di ridurre di circa due terzi le centrifughe a gas per i prossimi 10 anni, portandole dalle 19.000 prima dell’accordo a 6.104 (di queste, solo 5.060 sono adibite ad arricchire l’uranio). Almeno fino al 2030, l’Iran ha accettato di non arricchire l’uranio oltre la soglia del 3,67%; inoltre, esso ha concordato di non costruire alcun nuovo reattore nucleare ad acqua pesante per lo stesso periodo. Teheran ha poi acconsentito a non arricchire l’uranio nella propria installazione sotterranea a Fordow, scoperta dall’intelligence occidentale pochi anni fa, per almeno 15 anni. La centrale di Fordow sarà quindi convertita e adibita a centro nucleare, fisico, tecnologico e di ricerca, esclusivamente per fini pacifici. Le attività di arricchimento dell’uranio dovranno essere limitate all’impianto di Natanz, nella provincia di Isfahan, utilizzando esclusivamente centrifughe IR-1 di prima generazione, poiché quelle più sofisticate verranno rimosse, oppure non usate per almeno 10 anni. Infine, altri impianti saranno convertiti per evitare il rischio di proliferazione nucleare.

Le Parti hanno poi stabilito che, per monitorare e verificare il rispetto dell’accordo, nonché i parametri di Losanna, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) avrà regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani, senza necessità di alcun tipo di preavviso. D’altro canto, l’accordo prevede che, in cambio del rispetto degli impegni contratti, l’Iran otterrà la cessazione di tutte le sanzioni economiche imposte dagli USA, dall’Unione Europea e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, emanate con la risoluzione 1747/2007 a causa del proprio programma nucleare. Nella fattispecie, la risoluzione 1747 fu adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza il 24 marzo 2007, come riconferma e implementazione di una precedente risoluzione sanzionatoria (1737/2006). 

Essa imperava quanto segue: l’Iran deve dare seguito alle richieste dell’AIEA; Teheran sarà posto sotto embargo internazionale per quanto riguarda il commercio diretto ed indiretto di armi, navi da guerra, aerei e materiali necessari per l’uso bellico; gli Stati devono limitare notevolmente le loro forniture di mezzi militari all’Iran, per tali intendendosi carri armati, navi da guerra, aerei, elicotteri, mezzi corazzati e missili; le Nazioni tutte e le loro imprese pubbliche e private devono negare all’Iran aiuti in campo logistico per l’accumulo di armamenti, astenersi dal contribuire alle truppe iraniane, non fornire assistenza tecnica e cessare assistenza finanziaria, investimenti e brokering nell’industria bellica iraniana; gli Stati e le istituzioni finanziarie internazionali devono astenersi dal concedere assistenza finanziaria e prestiti alla Repubblica Islamica, se non per scopi umanitari e di sviluppo; vengono infine imposte restrizioni allo spostamento di individui coinvolti nel processo di proliferazione nucleare iraniano. Gli altri Stati devono poi vigilare sull’effettivo rispetto e sull’effettiva attuazione delle misure sopra indicate.

Con la stipula del nuovo accordo ed il plauso della comunità internazionale, la questione iraniana sembrava essere, se non definitivamente risolta, perlomeno in via di raffreddamento. In questo senso, se da un lato l’accordo inibiva di fatto in toto la possibilità per l’Iran di sviluppare armi nucleari e quindi di essere una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, dall’altro, esso conferiva la chiave per una decisiva svolta economica, prevedendo la revoca di tutte quelle sanzioni che dai primi anni 2000 lo avevano costretto in una morsa senza fine.

Ne è prova il fatto che, con riferimento, ad esempio, alle relazioni commerciali fra Iran ed Unione Europea, a partire dal 2016, il primo anno fiscale successivo all’attuazione di JCPOA, le importazioni europee dall’Iran hanno raggiunto 5,5 miliardi di euro, con un incremento del 344,8%; le esportazioni dell’UE, invece, ammontavano a 8,2 miliardi di euro, con un aumento del 27,8%. L’anno successivo, le importazioni dell’Unione dall’Iran sono andate oltre i 10,1 miliardi di euro, con le esportazioni verso Teheran che hanno raggiunto un picco di 10,8 miliardi di euro.

Questo, senza considerare i miliardi che l’Unione spende per importare petrolio e gas iraniani, essenziali per alimentarne l’economia. Secondo un recente studio della British Petroleum, l’Iran è il paese più ricco del mondo quanto a riserve di gas naturale (seguito da Russia e Qatar) e il quarto, quanto a riserve di petrolio grezzo. Oltre a ciò, esso può contare su bassi costi di produzione, un fattore significante in un contesto internazionale in cui il prezzo del greggio è in costante diminuzione.

Per concludere il quadro, val la pena ricordare che l’Iran intrattiene importanti relazioni economiche con paesi europei quali la Germania e l’Italia. A titolo di esempio, Eni ha firmato un Memorandum of Understanding con la National Iranian Oil Company (NIOC) per lo svolgimento di studi di fattibilità nel Darquain e nei campi di Kish in Iran. Nel suddetto giacimento petrolifero, si stima siano presenti riserve per circa 5 miliardi di barili, un quinto dei quali estraibili. Più in generale, l’Iran è in grado di estrarre 3,5 milioni di barili al giorno; non è dunque difficile capire che, per quanto discutibile sotto molti punti di vista, Teheran sia un partner strategico di primaria importanza per Bruxelles.

I rapporti diplomatici ed economici hanno continuato a procedere senza intoppi sino a quando, l’8 maggio 2018, il presidente Trump ha annunciato di non voler rinnovare il sostegno americano al JCPOA, così come di sospendere le sanzioni secondarie, ovvero quelle sanzioni volte ad impedire a terze parti di concludere affari con l’Iran. Conseguenze dirette sono state dapprima il ritiro unilaterale degli USA dal trattato e, in seconda battuta, la re-imposizione di tutte le sanzioni nel settore energetico, a partire da novembre 2018. Giova a tal proposito approfondire la ragione che ha mosso il presidente americano in direzione di questa brusca inversione di rotta, la quale ha condotto all’interruzione di un percorso multilaterale che, sino a quel momento, si stava rivelando virtuoso e vantaggioso per tutti.

Il 12 gennaio 2018, in occasione dell’ultimo rinnovo della sospensione delle sanzioni secondarie, Trump aveva rivolto un ultimatum, con scadenza a maggio, a Francia, Regno Unito e Germania, chiedendo loro di apportare precise modifiche all’accordo, pena il non rinnovo americano della sospensione delle sanzioni e la denuncia del trattato.

Per scongiurare quest’eventualità, il tycoon newyorkese aveva imposto ai paesi europei tre condizioni: la rimozione delle limitazioni temporali e geografiche alle ispezioni di qualsiasi sito nucleare (ma anche militare) iraniano; l’introduzione di nuove sanzioni sul programma missilistico iraniano (non attinente all’accordo); l’estensione della durata delle limitazioni al programma nucleare iraniano previste dall’accordo. Oltre a queste richieste specifiche, Trump aveva altresì sollecitato un intervento più energico contro le attività di Teheran in Medio Oriente che, secondo la Casa Bianca, sono la principale causa di instabilità nella regione.

Dal punto di vista iraniano, la denuncia del JCPOA da parte di Washington rappresenta una violazione dello stesso, atto che Teheran rivendica di non aver mai compiuto. Alla luce di ciò, il ritiro unilaterale degli USA costituisce un inadempimento agli obblighi formali previsti dall’accordo. Nello specifico, l’accusa perpetrata dall’Iran è quella di aver violato lo spirito e la ragione stessi del JCPOA, con particolare riferimento all’articolo 29, in base al quale “L’Unione europea, i suoi Stati membri e gli Stati Uniti si impegnano ad astenersi dal mettere in pratica azioni tese ad impedire la normalizzazione delle relazioni economiche e commerciali con l’Iran”. La continua minaccia di reintroduzione delle sanzioni da parte di Washington rappresenta per Teheran un tentativo di alimentare il clima di incertezza che, di fatto, scoraggia la ripresa delle relazioni economiche, impedendo dunque la loro normalizzazione.

Le rivendicazioni iraniane hanno buon diritto d’esistere, trovando man forte nel fatto che l’AIEA, per 10 volte nell’arco di due anni, ha certificato formalmente come l’Iran abbia sempre consentito l’ingresso dei propri ispettori in ogni sito richiesto e che, in definitiva, l’implementazione dell’accordo da parte iraniana è stata sino ad ora ineccepibile. Va infine rammentato che il regime di ispezione creato per l’Iran sia tra i più rigidi al mondo e che lo stesso JCPOA garantisca un monitoraggio più approfondito rispetto a quanto si potrebbe ottenere in sua assenza.

Vani sono stati i molteplici tentativi degli altri contraenti dell’accordo di far ricredere Trump circa la propria decisione, così come nessun tipo di compromesso è stato possibile. Da un lato, la posizione espressa dal presidente USA rappresenta il pensiero di gran parte dell’establishment statunitense che, dal 1979 ad oggi, vede con sospetto e paura il regime degli Ayatollah. Dall’altro, poiché rimanere nell’accordo, per gli States, avrebbe significato mantenere la sospensione delle sanzioni, interfacciandosi con un Iran sempre più florido e ricco, dato il non indifferente potenziale del paese.

Quest’ultimo fattore rappresenterebbe un problema non secondario, almeno per due ragioni. Stando alla prima, un Iran potente e influente costituirebbe una minaccia intollerabile per i principali alleati americani nella regione, Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sia da un punto di vista economico, sia militare e geopolitico. Non si dimentichi, inoltre, l’ulteriore e rinnovato supporto che l’Iran garantirebbe ai propri alleati sciiti, quali, ad esempio, gli Huthi in Yemen, Hezbollah in Libano o il regime di Assad in Siria.

Connessa alla prima, la seconda motivazione ha invece una natura meno esplicita. Per evitare che accada quanto detto sopra, gli USA stanno perseguendo una strategia di minimizzazione dei benefici economici che Teheran potrebbe trarre dal JCPOA, proprio a causa del non interesse a legittimare la Repubblica islamica. Far questo significherebbe accreditare e accettare il regime degli Ayatollah, che si instaurò nel 1979 proprio destituendo lo Shah, alleato americano.

Il 5 novembre 2018, l’amministrazione Trump ha reintrodotto la seconda e più pesante tranche di sanzioni, dopo la prima del 7 agosto. Questa volta, al centro del mirino della Casa Bianca sono finiti i più importanti settori dell’economia iraniana, dagli operatori portuali alle spedizioni marittime, dalla cantieristica navale alle transazioni petrolifere. Washington intende così colpire l’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi e petrolchimici dall’Iran. Non mancano poi le sanzioni sulla fornitura di servizi di assicurazione ed assunzione del rischio, così come quelle sul fondamentale settore dell’energia.

L’ondata sanzionatoria è stata accolta dalla leadership iraniana come un gesto di sfida. Il presidente Rouhani non ha mancato di definire le sanzioni USA come un atto di guerra economica contrario alle convenzioni internazionali. Rouhani ha poi garantito che l’Iran le avrebbe aggirate con orgoglio, attirando nuovi partner commerciali. Da quel momento, è seguito un dibattito sempre più acceso su Twitter fra i leader e i rispettivi ministri degli Esteri, con reciproche minacce e accuse che hanno alimentato il clima di tensione. L’escalation è iniziata l’8 aprile 2019, quando la Casa Bianca ha definito il potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, le squadre d’élite dell’esercito iraniano, “un’organizzazione terroristica”. Un episodio di grave intensità se considerato che, per la prima volta, viene attribuita tale classificazione a una forza armata di un governo straniero. Per tutta risposta, a sua volta, l’Iran qualificò l’esercito americano quale gruppo terrorista.

In poco meno di un mese, si arrivò alla seconda escalation. Il 2 maggio 2019, l’amministrazione Trump pose fine alle esenzioni semestrali che permettevano ad alcuni paesi, fra cui Cina, India e Giappone, di importare petrolio dall’Iran. Così facendo, i paesi che avessero continuato ad acquistare il greggio iraniano sarebbero stati a loro volta soggetti alle sanzioni statunitensi. Se, tuttavia, ne avessero effettivamente cessato l’acquisto, questo avrebbe pregiudicato gravemente la tenuta dell’economia iraniana. A distanza di pochi giorni, il 5 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, annunciò che “in risposta ad un numero crescente di preoccupanti avvisaglie di escalation, gli USA manderanno una portaerei e aerei da combattimento nel Golfo Persico”, aggiungendo poi che “gli USA non cercano la guerra, ma sono pienamente preparati a rispondere a qualsiasi attacco”. L’8 maggio fu annunciata l’imposizione di nuove sanzioni, questa volta inerenti all’acciaio, all’alluminio e al rame.

Dinnanzi alla straordinaria pressione, l’Iran dichiarò di voler retrocedere da alcuni punti dell’accordo sul nucleare. Nella fattispecie, il presidente Rouhani affermò che Teheran avrebbe ripreso lo stoccaggio di uranio a basso arricchimento, nonché l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti consentiti dall’accordo, se gli altri paesi firmatari non avessero limitato le sanzioni USA e alleviato la pressione economica, entro 60 giorni.

Il 13 maggio, quattro petroliere, due di nazionalità saudita, una norvegese e un’altra di nazionalità sconosciuta, sono state attaccate e sabotate nello Stretto di Hormuz, al largo della costa orientale degli Emirati Arabi Uniti, mentre si preparavano ad attraversare il Golfo Persico. L’attacco non ha causato perdite di greggio, ma ha provocato danni significativi alle strutture delle due navi. Il ministro dell’Energia saudita, Khalid al-Falihha, ha definito l’incidenteun atto criminale di sabotaggio”, mentre Teheran ha immediatamente messo in guardia dall’“avventurismo di potenze straniere” per destabilizzare la regione.

Le reazioni di Washington non si sono fatte attendere. Il 24 maggio, Trump ha deciso di inviare 1.500 soldati in Medio Oriente per “contenere l’Iran. Ciononostante, il 13 giugno, altre due petroliere, una di nazionalità norvegese e l’altra giapponese, sono state attaccate nel Golfo di Oman. Il Segretario di stato, Mike Pompeo, ha rapidamente addossato la colpa all’Iran, in quanto “vuole colpire gli alleati americani. Gli spudorati attacchi nel Golfo di Oman fanno parte di una campagna dell’Iran per aumentare le tensioni e creare sempre più instabilità nella regione. La risposta sarà economica e diplomatica”.

Il 17 giugno, Teheran annunciò di essere a 10 giorni dal sorpassare i limiti, fissati dall’accordo, sullo stoccaggio di uranio a basso arricchimento, così da esercitare pressioni sui paesi europei al fine di ottenere le succitate esenzioni economiche dalle sanzioni. A tal proposito, Rouhani affermò che se gli europei si fossero fatti avanti, l’Iran sarebbe tornato a rispettare i termini dell’accordo. Quello stesso giorno, Washington schierò altre 1.000 truppe nel Golfo, al fine di “mandare un messaggio chiaro ed inequivocabile al regime iraniano che ogni attacco agli interessi degli USA e a quelli dei loro alleati andrà incontro ad una forza inesorabile”.

Ancora, il 20 giugno 2019, le forze iraniane abbatterono un drone americano che si trovava nello spazio aereo iraniano; secondo Washington, invece, esso volava in acque internazionali. Il giorno successivo, Trump ha twittato di aver fermato, a 10 minuti dall’inizio previsto, un intervento militare ai danni di Teheran, come rappresaglia per l’abbattimento del drone. La ragione risiederebbe nel fatto che l’attacco avrebbe causato 150 vittime, per cui, stando ai dettami del diritto internazionale, non sarebbe stato proporzionato all’abbattimento di un drone senza equipaggio. Infine, nella notte fra il 22 ed il 23 giugno, lo US Cyber Command ha perpetrato un cyber attacco al sistema informatico che controlla il sistema missilistico iraniano, mettendolo fuori uso. Secondo alcuni osservatori, i cyber attacchi sarebbero una risposta sia agli attacchi alle petroliere, sia all’abbattimento del drone americano. Inoltre, riporta Yahoo News, nel mirino è finito anche un gruppo d’intelligence responsabile del rilevamento delle navi nello Stretto di Hormuz. Gli attacchi informatici, non ufficialmente confermati dai funzionari della Difesa, erano stati programmati da settimane proprio in risposta al sabotaggio delle navi saudite ed emiratine.

Trump, nel frattempo, ha annunciato nuove e pesanti sanzioni all’Iran, scattate lo scorso lunedì 24 giugno 2019. Il presidente non ha escluso l’azione militare, proponendo, allo stesso tempo, un nuovo accordo sul programma nucleare. L’escalation di tensione è giunta sul tavolo del Consiglio di Sicurezza il lunedì stesso, in una riunione a porte chiuse. Sullo sfondo, i toni restano alti: l’Iran ha avvertito gli USA che un qualsiasi attacco avrebbe avuto serie conseguenze.

In questo senso, alcuni analisti hanno affermato che l’attacco militare sarebbe imminente, anche considerando che, nell’entourage di Trump, si vocifera riguardo ad un possibile “regime change” per l’Iran. Secondo altri, invece, sarebbero solo dimostrazioni di forza per disincentivare l’Iran a perseverare su questa strada per spingerlo ad arrendersi.

Ciononostante, il 1° luglio 2019, il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha dichiarato che l’Iran ha oltrepassato i limiti all’ammontare dell’uranio a basso arricchimento, posti in essere dall’accordo. Ha poi aggiunto che, a partire dal 7 luglio scorso, Teheran avrebbe cominciato ad arricchire l’uranio oltre la soglia del 3,67% se l’Europa non si fosse attivata per alleggerire la pressione finanziaria, dovuta alle sanzioni USA.

L’Unione Europea, troppo imbrigliata nel disaccordo dei 28 leader, non è riuscita a produrre decisioni concrete, se non dichiarazioni di preoccupazione e ammonimenti sulla prudenza. Così, domenica scorsa 7 luglio, Teheran ha deciso di uscire dall’accordo sul nucleare, dichiarando l’inizio dell’arricchimento dell’uranio, in misura superiore a quella concessa dal trattato.

Le misure prese, tuttavia, sono reversibili. Infatti, Teheran ha tenuto a precisare che concederà ai Paesi europei un’ultima possibilità per salvare l’Accordo, aprendo un’ulteriore finestra di 60 giorni in cui l’Europa dovrà impegnarsi per lavorare ad un nuovo quadro negoziale con l’obiettivo di aggirare i nefasti effetti che le sanzioni USA stanno causando all’economia iraniana. Se ciò non avverrà, l’uscita dal JCPOA diverrà irreversibile.

Le prossime settimane saranno decisive per determinare se la situazione, attualmente appesa ad un filo, si concluderà con un’escalation definitiva, e quindi con una terza guerra del Golfo, oppure se prevarrà il buon senso e le Parti riusciranno a trovare un’intesa in grado di garantire la stabilità della regione e, di riflesso, la pace. Il Medio Oriente è una polveriera pronta ad esplodere. Per scongiurarla occorre una profonda capacità di negoziazione e di composizione dei variegati ed innumerevoli, spesso contrastanti, interessi in gioco.

Chi avrà la meglio? See what’s coming.

Iran, gli Usa e il braccio di ferro tra le due potenze

Gli attriti tra Washington e Teheran al momento non sembrano attenuarsi. Le tensioni sono sempre più elevate. A dimostrarlo è lo stesso Donald Trump, il quale, in un tweet, esclamaNon ho mai revocato il raid contro l’Iran, come la gente sta erroneamente riportando. L’ho solo fermato per il momento”. Seicento secondi che hanno permesso al presidente statunitense di cambiare la propria decisione di sferrare un attacco contro Teheran. Un attacco solamente posticipato.

Continua a leggere

La Turchia: le contraddizioni di un paese stretto nella morsa economica

La Turchia sembra non volersi apertamente allineare a livello internazionale. Tenendo un piede in Occidente e uno in Oriente, indispettisce gli Stati Uniti, corteggia la Cina e si scontra con la Russia.

Sottoscritto a fine 2017, l’accordo sull’acquisto del sistema di difesa aerea a lungo raggio di produzione russa (S-400) sta ormai per concludersi, nonostante le passate minacce e sanzioni da parte degli Stati Uniti. Nel frattempo, le stesse richieste statunitensi di ostacolare l’espansione cinese nella regione mediorientale non sono state accolte dalla Turchia, che anzi dialoga con Pechino, soprattutto sotto il profilo degli investimenti e del commercio.

Continua a leggere

Le sanzioni contro la Siria: storia di una strategia che divide

L’Unione Europea è il maggior donatore di aiuti umanitari alla Siria e alla regione. Dall’inizio del conflitto nel 2011, l’UE e i suoi stati membri hanno stanziato oltre €17 miliardi di aiuti. A partire dal 2011, il Consiglio ha adottato sanzioni nei confronti dei responsabili della violenta repressione contro la popolazione civile”. In queste frasi, tratte della pagina ufficiale del Consiglio UE, è riassunta la contraddizione che da anni è insita nella strategia dell’UE per la Siria: gli aiuti umanitari per la popolazione colpita dal conflitto, da una parte, e dall’altra delle sanzioni il cui unico risultato è probabilmente quello di inasprire le condizioni di vita di quella stessa popolazione civile vittima della guerra.

Continua a leggere

Quale soluzione per una crisi apparentemente infinita?

Si accendono nuovamente le tensioni in una delle zone più ‘calde’ del Medio Oriente: il 3 maggio scorso, al confine tra la Striscia di Gaza e lo stato di Israele sono piovuti razzi e missili provenienti da entrambe le parti in causa. Secondo l’esercito israeliano (Internazionale, 10/16 maggio 2019) sarebbero più di 600 i razzi e i missili lanciati da Gaza, 150 dei quali intercettati dal sistema antimissile. Sempre secondo l’esercito di Tel Aviv, i missili palestinesi avrebbero fatto quattro vittime tra i cittadini israeliani. Dal lato palestinese si parla, invece, di 260 obiettivi colpiti, 25 persone uccise, di cui 14 civili.

La violenza è scoppiata in seguito al ferimento di due militari israeliani, al confine, da parte di un combattente del Movimento per il Jihad islamico per la Palestina; in risposta, l’esercito israeliano ha ucciso quattro palestinesi. A seguire, raffiche di colpi di armi automatiche.

Continua a leggere

La difficile lotta ai cambiamenti climatici nei paesi MeNA

La recente visita del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres in Tunisia, svoltasi tra il 30 marzo e il 1 aprile 2019,  si è conclusa con un significativo incontro con studenti e studentesse della facoltà di giurisprudenza e scienze politiche dell’Università di Tunisi.

Nelle aule dell’Università tunisina, Guterres ha invitato gli studenti a unirsi per contrastare i drammatici fenomeni quali i cambiamenti climatici, la crescita delle disuguaglianze e i conflitti (e la conseguente mancanza di tutela dei diritti umani), che sono – a suo dire – le più grandi sfide del nostro tempo. Nonostante queste figurino al centro dell’agenda ONU, e nonostante l’Organizzazione compia sforzi quotidiani per la sensibilizzazione dei cittadini del mondo circa i rischi e i pericoli che corrono, la strada da percorrere è ancora lunga.

Quando ero al governo negli anni ‘90, eravamo convinti che non solo la globalizzazione e i progressi tecnologici avrebbero aumentato la ricchezza, ma che questa ricchezza sarebbe andata a beneficio di tutto il mondo. Ci siamo sbagliati”. Con queste parole, il Segretario Generale ha quindi incalzato i giovani con i quali si è seduto tra le fila dei banchi universitari, sottolineando l’importanza dell’informazione e dello studio per contrastare i risultati di decenni durante i quali la globalizzazione ha creato un enorme divario tra la popolazione dei paesi più ricchi e industrializzati e quella dei paesi in via di sviluppo. La ricchezza, ha continuato Guterres, è aumentata restando però concentrata nelle mani di pochi individui.

Più in particolare, l’attenzione dell’opinione pubblica tunisina è stata catturata da alcune delle sue dichiarazioni, che hanno illuminato l’ancora più complessa lotta ai cambiamenti climatici negli stati delle regioni nordafricana e mediorientale. Come rilevato dal IPCC Summary for Policymakers (SPM), indicatori quali ritiro dei ghiacciai, scioglimento dei poli, innalzamento della temperatura negli oceani, mostrano come la situazione è di gran lunga peggiore di quanto previsto negli anni ‘80 e ‘90: la politica, come affermato dal Segretario Generale, si è rivelata lenta e poco attenta pressoché in tutti i paesi. Addirittura, nell’area mediorientale e nordafricana, i governi autoritari non faticano solo a tenere il passo con le necessarie politiche da adottare per far fronte alla minaccia dei cambiamenti climatici, ma spesso ostacolano la via di coloro i quali lottano ogni giorno per la difesa del nostro pianeta e per la diffusione di uno stile di vita più sostenibile.

Dalla Turchia all’Arabia Saudita, dall’Egitto all’Iran, la vita di ambientalisti e attivisti si fa più difficile di anno in anno. Sempre più spesso, vengono riportate notizie di ricercatori e esponenti del mondo accademico arrestati per aver espresso la propria opinione preoccupata circa le insufficienti (o, talvolta, inesistenti) politiche a tutela dell’ambiente. Pare infatti evidente che, su queste tematiche, ci sia un unico fronte che si oppone ai governi. Le differenze religiose e politiche sembrano non esserci più quando si parla di lotta ai cambiamenti climatici: il Medio Oriente e il Nord Africa rischiano di vedere le proprie risorse ridotte ulteriormente già nei prossimi 10 anni, con prospettive disastrose se si ragiona ancor più a lungo termine.

La tenacia con la quale i movimenti ambientalisti continuano a lottare per far sì che i governi adottino politiche ecologiche e attente ai bisogni dell’ambiente non fa che confermare i dati raccolti negli ultimi anni dalle principali agenzie Onu: la FAO, ad esempio, ha condotto uno studio in collaborazione con l’università del Nebraska sulla siccità e la desertificazione dell’area MENA.

Il Forum Arabo per l’Ambiente e lo Sviluppo, una piattaforma regionale e annuale organizzata dalla Economic and Social Commission for Western Asia a Beirut, dal 2009 mette in evidenza, attraverso i propri studi, l’elevata vulnerabilità e sensibilità ai cambiamenti climatici dei paesi arabi. Le previsioni dei ricercatori susseguitesi negli anni parlano di gravi rischi per gli ecosistemi, come la drammatica riduzione delle risorse idriche o l’aumento delle temperature, che porterà, tra le altre cose, alla crescita del rischio di diffusione di malattie causate dai morsi di insetti (come la malaria).

Infine, non è da dimenticare l’ultimo, fondamentale, dato che riguarda il peggioramento delle condizioni di vita e la scarsità di risorse naturali: sempre secondo lo stesso Forum, infatti, l’insieme di queste condizioni ha già portato e continuerà a portare al moltiplicarsi di tensioni sociali e conflitti. Non potendo certificare come questi fattori siano gli unici alla base delle lotte intestine e dei moti di rivolta che hanno scosso a più riprese la regione del Medio Oriente e Nord Africa, è innegabile che la scarsa partecipazione democratica, la mancante rappresentanza popolare e la poca libertà di opinione ed espressione si intreccino irrimediabilmente con quanto denunciato nei report del Forum.

Nei primi giorni di aprile, si è svolto il Summit 2019 del World Economic Forum per la regione, in Giordania: un’ulteriore occasione di confronto, durante la quale rappresentanti dei governi locali, delle organizzazioni internazionali e stakeholder di varia provenienza hanno potuto discutere di lotta ai cambiamenti climatici, di creazione di posti di lavoro e di opportunità per i giovani e di parità di genere e ruolo delle donne. Durante il Summit è stato evidenziato che la drammatica situazione a cui stiamo assistendo non solo sia innegabilmente legata alla difficile realtà sociale di quei paesi, ma che se non si agisce in tempo, siccità e conflitti potrebbero portare una delle zone più popolose del nostro pianeta ad essere del tutto inabitabile. Con la consapevolezza che essa comporterà l’aumento dei flussi migratori irregolari, la cui cattiva gestione porta con sé pericoli per la tutela dei diritti umani, della dignità e del diritto alla vita di milioni di persone.

Libia: un teatro di rivalità europee

L’annunciata Conferenza Nazionale, che dovrebbe avere luogo entro la metà di aprile a Ghadames, potrebbe aprire una nuova fase nel conflitto libico. Una contrapposizione che vede confrontarsi, da una parte, le forze del generale Khalifa Haftar e, dall’altra, l’esercito del governo di Fayez al-Sarraj, l’unica entità sovrana libica riconosciuta a livello internazionale. La speranza è che l’incontro delle due fazioni possa condurre a libere elezioni entro l’estate di quest’anno.

Tuttavia, le manovre di avvicinamento a nord-ovest delle truppe del generale Haftar non mancano di suscitare sospetti. Questi potrebbe, infatti, essere sinceramente interessato a un confronto diplomatico e, dunque, muovere verso la Tripolitania seguendo tale prospettiva; d’altro canto, la sua potrebbe altresì rivelarsi una manovra strategica, con l’obiettivo della conquista territoriale.

Altre volte, in passato, la Libia ha perso occasioni di confronto elettorale, in ultimo nell’ottobre del 2018. Nel caso attuale, in particolare, le responsabilità non sono esclusivamente attribuibili a un fallito dialogo tra le rivalità locali. Lo scenario del conflitto in Libia rivela infatti una frizione tra gli interventi delle forze internazionali tanto dell’area atlantica, quanto di quella medio-orientale: Stati Uniti e Regno Unito, così come Turchia ed Emirati Arabi, tentano da anni di far prevalere il loro progetto sulla risoluzione del conflitto. Inoltre, si può leggere una forte tensione tra gli interessi dei due principali attori direttamente coinvolti: Francia e Italia.

L’inviato ONU, Ghassan Salamé, ha già sottolineato l’importanza di una ‘soluzione politica’ al conflitto. Significativa è la scelta, in tal senso, di limitare le presenze alla Conferenza Nazionale ai soli esponenti libici, con l’unica eccezione dei rappresentanti ONU.

Nonostante gli sforzi della missione UNSMIL per aprire spazi di confronto plurale e inclusivo, Roma e Parigi persistono nel contendersi l’influenza sugli esiti del conflitto libico. Tanto con l’impegno militare, quanto nel delicato uso del soft power, come dimostra l’organizzazione di conferenze per la risoluzione pacifica (a Parigi nel maggio 2018 e a Palermo nel novembre dello stesso anno).

La divergenza tra i due paesi europei è inasprita, anzitutto, dallo schieramento delle parti in conflitto. A nord-est, con Benghazi come quartier generale, l’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio orientale, trova l’appoggio logistico e materiale della Francia. A nord-ovest, il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di al-Sarraj, con capitale Tripoli, vanta invece il sostegno diretto dello ‘sponsor’ italiano.

Le condizioni per l’intervento italiano sono però complicate a causa della narrativa nazionalista che fa appello al passato coloniale della Libia. La città di Benghazi, sede del Governo del generale Haftar, è anche la ‘capitale’ storica della lotta per la liberazione nazionale dal dominio italiano. Una lotta che ha visto la Francia coinvolta in primo piano come alleato. Da questo dipende, in parte, il sentimento favorevole del popolo libico nei confronti dell’intervento francese.

Il sostegno di Parigi, al momento, è rivolto alla sicurezza nazionale e alla lotta alle sacche di terrorismo che resistono nel sud del Paese: la stabilità dell’intera nazione è dunque la priorità ufficiale francese, mentre principali interessi strategici dell’Italia sono invece legati, più nello specifico, ai flussi migratori dalla costa mediterranea.

A complicare lo scenario contribuisce un conflitto di carattere economico attorno alle risorse di combustibili fossili. Tanto l’italiana ENI, quanto la francese Total-ERG si contendono infatti le garanzie di accesso ai giacimenti petroliferi, in particolar modo nel sito di El-Sharara, nella regione del sud-ovest, che, ai primi di febbraio scorso, ha visto l’ingresso delle truppe del LNA.

Osservando il vantaggio crescente conquistato dal generale Haftar, anche a livello di consenso popolare, risultano motivate tanto l’urgenza della Francia affinché si vada presto a elezioni quanto la cautela dell’Italia a riguardo. Proseguono, pertanto, le manovre di riconciliazione diplomatica intergovernativa. Un’espressione di tale tentativo è, ad esempio, la pubblicazione di una dichiarazione congiunta – sottoscritta a inizio marzo anche dalla Francia e dall’Italia -, nella quale si riconosce sia la piena leadership delle Nazioni Unite nel processo di risoluzione del conflitto, sia l’importanza di ristabilire la sovranità libica in materia di energia petrolifera.

Unione europea e Iran: un intricato rapporto

Sanzioni, terrorismo, diplomazia, petrolio e gas. Questi sono gli elementi che compongono il controverso ma cruciale rapporto fra l’Unione Europea e la Repubblica Islamica dell’Iran.

In linea con Washington, fino al 2015 Bruxelles ha mantenuto un livello costante di sanzioni nei confronti di Teheran. L’approccio euro-atlantico alla ‘questione iraniana’ è, però, cambiato radicalmente quando, durante l’amministrazione Obama, si è giunti alla firma del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), che vede la partecipazione anche dell’Unione, assieme a Francia, Germania e Regno Unito (UE3).

Il trattato prevedeva, in cambio dell’impegno dell’Iran a garantire la natura esclusivamente pacifica del suo programma nucleare, la deroga ad alcune misure restrittive in vigore e, a partire dal 2016, la revoca di tutte le sanzioni economiche e finanziarie nei confronti di Teheran. Da quel momento, non soltanto sono stati ripristinati i normali rapporti diplomatici fra l’Unione e il regime degli Ayatollah, ma, soprattutto, è rifiorito in breve tempo un vivace commercio.

Basti pensare che, solo nel 2016, il primo anno fiscale successivo all’attuazione del JCPOA, le importazioni europee dall’Iran hanno raggiunto €5,5 miliardi, con un incremento del 344,8%, mentre le esportazioni dell’UE ammontavano a €8,2 miliardi, con un aumento del 27,8%. L’anno successivo, il valore complessivo dei beni e servizi esportati dall’Iran verso i paesi dell’Unione ha superato i €10,1 miliardi, mentre le esportazioni europee verso l’Iran hanno raggiunto un picco di €10,8 miliardi.

Questo, senza considerare i miliardi che l’UE ha speso – e continua a impiegare – per importare petrolio e gas dall’Iran, essenziali per alimentare la produzione industriale delle economie dell’Unione. Secondo un recente studio della compagnia petrolifera inglese British Petroleum, l’Iran è il paese più ricco al mondo per riserve di gas naturale (seguito da Russia e Qatar) e il quarto quanto a riserve di petrolio greggio. Oltre a ciò, può contare su bassi costi di produzione, un fatto che non è insignificante in un contesto internazionale in cui il prezzo del greggio è in costante diminuzione.

Per concludere il quadro, l’Iran ha importanti relazioni economiche con certi paesi europei in particolare, come la Germania e l’Italia. A titolo di esempio, nel 2017 ENI ha firmato un memorandum of understanding con la National Iranian Oil Company (NIOC) per lo svolgimento di studi di fattibilità nel Darquain e nei campi di Kish, in Iran. Nel suddetto giacimento petrolifero, si stima siano presenti riserve per circa 5 miliardi di barili, di cui un quinto è estraibile. Più in generale, l’Iran è in grado di estrarre 3,5 milioni di barili al giorno e non è difficile capire che, per quanto discutibile sotto molti punti di vista, Teheran risulta essere un partner strategico di primaria importanza per i paesi dell’Unione.

I rapporti diplomatici ed economici tra paesi europei e Iran hanno continuato a procedere senza intoppi, almeno fino a quando, nel maggio del 2018, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA e la conseguente re-imposizione di tutte le sanzioni nel settore energetico, a partire da novembre. L’amministrazione statunitense ha, inoltre, predisposto un pacchetto di sanzioni accessorie, rivolte a tutti i paesi alleati degli Stati Uniti che avessero deciso di proseguire ugualmente i loro commerci con Teheran, ignorando i divieti di Washington.

I rapporti commerciali con Teheran, tuttavia, sono oramai troppo importanti per l’UE, al punto che Bruxelles si è spinta fino alla creazione di uno special purpose vehicle, un’entità legale per facilitare e legittimare le transazioni finanziarie da e verso l’Iran, greggio incluso. L’obiettivo dell’Unione è, quindi, quello di tutelare, assistere e legittimare le tantissime aziende europee che commerciano con l’Iran, permettendo loro di condurre affari in modo legittimo. L’annuncio dell’istituzione di questo stratagemma è stato dato dall’Alto rappresentante Mogherini, assieme al ministro iraniano degli Esteri, Javad Zarif, durante un incontro alle Nazioni Unite. Tale dispositivo, non rappresenta, però, una soluzione vera e propria al problema. Pertanto, Francia e Regno Unito hanno elaborato un’ulteriore proposta, il cui scopo non risiederebbe nella denuncia del trattato, bensì in una sua implementazione, che potrebbe includere il programma di missili balistici e la ridefinizione del ruolo geopolitico di Teheran nella regione.
L’unico fatto certo, al momento, è che l’UE deve trovare un delicato equilibrio tra solidarietà atlantica e definizione di una politica estera autonoma, in grado di mediare con paesi come l’Iran, trovandosi ora – come direbbero gli antichi romani – “a fronte praecipitium, a tergo lupi, con un precipizio davanti e i lupi dietro.