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Politiche migratorie e cambiamento climatico: dall’Egitto alla Turchia, tra vuoti normativi e miopi ricatti

Non si può più affrontare il tema migrazioni senza parlare di cambiamento climatico. Le relazioni tra questi fenomeni son già da tempo evidenti e si comincia a ragionare su quali siano e saranno le aree maggiormente interessate, sia in qualità di paesi ospitanti, sia in qualità di paesi colpiti dai mutamenti ambientali. 

Gli effetti sono già evidenti, ad esempio, nel Vicino Oriente. Qui, la pressione proveniente dalle nuove forme migratorie, prima fra tutte quella dettata dagli effetti del surriscaldamento globale, sinergicamente affiancata dal risorgere del conflitto in Siria e nel Rojava, potrebbe presto rompere la barriera di contenimento turca e costringere l’Unione a riesumare i propri scheletri nell’armadio.

Il primato di maggior ospitante di rifugiati al mondo, la Turchia lo ha conquistato dopo lo scoppio della guerra in Siria. Secondo dati ufficiali, il popolo turco ha accolto 4 milioni di migranti, di cui 3,5 siriani. Paese di transito e barriera al contempo, la Turchia resta partner chiave dell’Unione Europea nelle vicende legate alle migrazioni. Rappresenta, d’altronde, un crocevia di popoli, attestandosi quale primo paese ospitante di rifugiati al mondo. Questa condizione si è d’altronde trasformata in arma di ‘ricatto’ nei confronti dell’Unione e dei paesi alla Turchia limitrofi. L’offensiva di Ankara in Siria degli ultimi giorni è solo l’ultimo fardello posto sull’Occidente, a coronare il fallimento della politica migratoria comunitaria.

Gettandosi nella metafora, la penisola anatolica è un corridoio per il flusso migratorio. Le regioni più occidentali della Turchia sono una porta verso l’Europa, mentre, a est e sud-est, i suoi confini si aprono sul Caucaso, verso l’Asia centrale e il resto del Medio Oriente. A ciò si aggiungono i collegamenti aerei e le esenzioni dal visto, che consentono a molti migranti provenienti dall’Africa di affacciarsi in Turchia, la quale diviene così anche terra di transito per la migrazione irregolare. L’ambiguità normativa agevola nel paese anche il consumarsi delle persecuzioni e l’Unione non può facilmente negare le proprie responsabilità in tal senso.

Il Medio Oriente, certo, è terra di conflitti, di petrolio, di integralismi, ma anche i cambiamenti climatici e l’incremento demografico sono da considerarsi fattori cruciali per riflettere con lungimiranza sulle politiche migratorie. 

Nel tappeto desertico che circonda Nord Africa e penisola arabica, una delle solitarie eccezioni è il fiume Nilo. Con i suoi 6.650 km, è il fiume più lungo del mondo, nonché la principale fonte d’acqua per le popolazioni dell’Egitto, ma anche del Sudan, dell’Etiopia e di altri paesi confinanti. Come evidenziato dal Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), l’Egitto soltanto dipende dalle acque del Nilo per il 95% del proprio fabbisogno idrico. L’85% delle acque fluviali proviene dal lago Tana in Etiopia (Nilo azzurro) e il resto dal lago Viktoria (Nilo bianco).

A causa della crescita della domanda di acqua potabile, che supera il rifornimento del Nilo, il Governo sta incoraggiando la costruzione di impianti di desalinizzazione. Lo sviluppo economico e agricolo nei paesi lungo le sue sponde ha causato un incremento della domanda di acqua, mentre i progetti idrografici a monte stanno portando a controversie internazionali.
L’Egitto insomma, che Erodoto chiamava, appunto, ‘Dono del Nilo’, comincia a affacciarsi su un potenzialmente catastrofico conflitto idrico per accaparrarsi ogni goccia di quello che il presidente estromesso ha chiamato il ‘ sangue egiziano’.

450 milioni di persone in undici paesi vivono nel bacino del Nilo: Etiopia, Sudan, Sudan del Sud, Egitto, Ruanda, Tanzania, Uganda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea e Kenya. Tuttavia, al momento Il Cairo fa ancora la parte del leone nell’allocazione delle risorse del Nilo azzurro: 55 miliardi su 88 miliardi di metri cubi d’acqua, che scorrono ogni anno. Questo importo sta diventando scarso per una popolazione di 97 milioni, che è aumentata di 5 volte dal 1970 quando fu costruita la Diga di Assuan.

L’aumento demografico, la crescente richiesta d’acqua di matrice industriale, energetica e agricola non sono i soli fattori scatenanti un conflitto che abbiamo definito idrico. A ciò si devono aggiungere i cambiamenti climatici. Come evidenziato dalla compagnia Eniday, piattaforma di informazione promossa da Eni s.p.a., un recente rapporto del Massachusetts Institute of Technology (MIT), ad opera di Elfatih Eltahir e Mohamed Siam, prevede che, a causa dei cambiamenti climatici, i livelli delle acque del fiume Nilo diventeranno sempre più imprevedibili. Un anno di inondazioni devastanti, avvisano gli autori, potrebbe essere seguito da una grave siccità l’anno successivo.

Capire quali potranno essere le politiche per affrontare le imprevedibilità del cambiamento climatico è una sfida complicata peraltro dai cambiamenti sociali. I vuoti politici e normativi, infatti, sono altrettanto insidiosi e impediscono la formazione di un fronte comune per affrontare problemi di portata sovranazionale. Per tornare al caso turco, ad esempio, la politica migratoria del contenimento, già fallimentare non potrà che peggiorare nei propri effetti, quando i migranti ambientali supereranno quelli che fuggono dai conflitti.

Già nel 1990, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), comitato dell’ONU che si occupa dei cambiamenti climatici, aveva espresso un avvertimento, in parte passato inascoltato: la ‘crisi climatica’ sarebbe presto divenuta la principale causa di migrazioni nel mondo. Oggi, il problema è diventato tanto evidente che, più che discuterne la portata causale, sarà necessario imparare a gestirlo.
In un mondo globalizzato e nel quale il diritto internazionale si è già spesso veementemente insediato nella vita delle persone, non dovrebbe esserci dubbio  o esitazione nel dare una dignità formale ai milioni di rifugiati in fuga per cause ambientali. Eppure, i trattati internazionali ancora non riconoscono il diritto d’asilo per motivi ambientali e pertanto parlare di ‘rifugiati climatici’ non è formalmente consentito. Una loro definizione giuridica imporrebbe ai governi un piano concertato di gestione, ma un simile sviluppo pare restare nascosto al di là dell’orizzonte, così come è già stato per la ‘crisi’ del clima.

FIFA World Cup 2022 in Qatar: i lati oscuri del più importante evento calcistico del mondo

Da quando, nel 2010, è stato dato l’annuncio che il Qatar avrebbe ospitato la finale della FIFA World Cup 2022, il piccolo paese si è adoperato per promuovere un’immagine di sé impeccabile agli occhi del mondo intero. L’emirato, che ha poco più di due milioni di abitanti e confina con il Bahrain e l’Arabia Saudita, si è sempre dimostrato interessato al calcio europeo. La Qatar Foundation, compagnia del gas fondata dalla famiglia reale dell’Emiro Al Thani, è stata sponsor ufficiale della squadra del Barcellona e lo stesso Malaga ha potuto contare sui generosi fondi del Qatar durante la Champions League del 2013. Insomma, il ricchissimo paese ha cercato di compensare la mancanza di squadre calcistiche nazionali facendo il tifo per i grandi campioni europei.

Nonostante gli sforzi del paese, la scelta della Fédération Internationale de Football Association (FIFA) è stata fortemente criticata su più fronti. La stampa internazionale, organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani ed esperti di sport si sono uniti per chiedere una revisione della decisione, ad oggi ancora non effettuata. Sono infatti la scarsa esperienza in ambito calcistico e la comprovata mancanza di tutela dei diritti umani ad aver fatto circolare voci circa la corruzione di alcuni membri del comitato esecutivo FIFA, specialmente attorno alla figura dell’ex presidente Blatter. A causa di queste supposizioni, molte figure chiave del Comitato hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa, nel corso degli anni, sostenendo che la decisione di conferire l’organizzazione del torneo al Qatar è stato unerrore sfacciato di Blatter. In aggiunta, nel 2011, l’allora vice presidente della FIFA, Jack Warner, dichiarò che era stata resa pubblica una email in cui si poteva leggere chiaramente che il Qatar aveva “acquistato” la World Cup 2022 grazie a ingenti tangenti pagate ad alcuni membri del Comitato esecutivo (che avrebbe dovuto votare per scegliere il paese ospitante dei Mondiali in questione), attraverso la figura di Mohammed bin Hammam, allora Presidente della Arab Football League e dello stesso comitato. Le affermazioni contenute nella email, poi andata persa, sono state riprese nel 2014 sia dal Daily Telegraph, sia dal Sunday Times, che dichiararono di aver rinvenuto materiale a testimonianza della corruzione di bin Hammam e di Warner. Entrambi rinnegarono le accuse, così come la FIFA, che attraverso le parole di Scala (allora capo del comitato Audit and Compliance), dichiarò di rifiutare di dar credito a ipotesi non basate su prove schiaccianti.

Tuttavia, lo scandalo nato nel 2011 e protrattosi fino al 2014 non ha fermato i lavori preparatori del Mondiale 2022. Nemmeno l’arresto dell’ex presidente UEFA, Michel Platini, (avvenuto lo scorso 18 giugno), o le diverse critiche relative alla possibilità che il torrido clima estivo del Qatar potesse essere nocivo per la salute degli atleti delle squadre. In un primo momento, Blatter rifiutò di credere alle dichiarazioni di alcuni medici dell’ospedale di Doha, preoccupati per le altissime temperature che raggiungono le estati nella regione. Per questa ragione, la World Cup 2022 sarà la prima ad essere giocata in inverno.

Ma le organizzazioni per la difesa dei diritti umani non possono dirsi soddisfatte di tale compromesso. E’ infatti la preoccupante tutela dei diritti dei lavoratori impiegati nella costruzione del gigantesco stadio e di tutte le venue disegnate per ospitare le partite del torneo l’elemento più controverso della questione. Human Rights Watch e l’International Trade Union Confederation (ITUC), poco dopo l’elezione del Qatar quale paese ospitante dei Mondiali, hanno sollevato perplessità circa l’adeguatezza degli standard di lavoro per la manodopera migrante che, già in precedenza, si riversava nel ricco emirato. In effetti, nel paese vige il cosiddetto sistema della Kafala, utilizzato per vigilare sui lavoratori stranieri che raggiungono il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, il Libano e tanti altri Stati del Golfo e non. Secondo questo sistema, i lavoratori sono obbligati ad avere uno sponsor, un garante, che li guidi nella firma del contratto già nel loro paese di origine, per favorire, teoricamente, un’integrazione efficace e veloce nel mondo del lavoro. In realtà, la Kafala rende i migranti vulnerabili a veri e propri soprusi da parte dei datori di lavoro, che possono confiscare passaporti e imporre loro tasse esorbitanti e orari lavorativi disumani.

Nel 2010, Sharan Burrow, allora segretario Generale dell’ITUC, condusse personalmente dei sopralluoghi nei cantieri di Doha e dintorni, dichiarando che i lavoratori migranti vivevano in condizioni terribili di “simil-schiavitù”, senza alcuna tutela dei bisogni primari o della loro dignità. Nei report realizzati, Burrow e i suoi collaboratori scrissero che se, entro massimo due anni da quella data, il governo del Qatar non avesse fatto nulla per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, le accuse di violazione dei diritti umani sarebbero state più che fondate. In risposta a queste forti accuse, il Comitato Qatar 2022 dichiarò di “impegnarsi per cambiare le condizioni di lavoro, in modo da lasciare un’eredità migliore per il benessere di tutti i lavoratori a venire. Questo non può essere fatto in una notte. Ma sta di certo che i Mondiali 2022 hanno una forza unica per catalizzare un cambiamento positivo in questo campo”. 

Nel 2014, inoltre, il governo promise di discutere e far approvare leggi a tutela dei lavoratori migranti; tuttavia, nel 2015 nulla ancora era stato effettivamente fatto. Nonostante alcune riforme siano state approvate, negli ultimi anni si è potuto osservare come il potere dei datori di lavoro continui ad essere indiscusso, con i migranti che lavorano per giornate intere in condizioni di scarsa sicurezza. Alcuni reportage condotti (si noti che, nonostante i lavori di costruzione delle venue è ancora in corso, molto del materiale raccolto si ferma al 2015 ca.), mostrano che la manodopera straniera, in maggioranza proveniente da India e Nepal, vive in veri e propri campi di lavoro, ed è spesso costretta ad accettare salari inferiori a quelli promessi prima dell’arrivo in Qatar (sempre a causa dell’influenza del sistema della Kafala). Quest’ultimo, ufficialmente abolito nel 2016, continua però ad essere praticato in molteplici circostanze; in particolare, nei confronti dei lavoratori nepalesi impiegati per la costruzione degli stadi per la FIFA World Cup 2022, come denunciato da Amnesty International nel 2018.

Le ultime notizie provenienti dai cantieri di Doha risalgono al giugno scorso, quando un giornalista dell’emittente televisiva tedesca WDR, Benjamin Best, si è recato personalmente per raccogliere interviste ed immagini dell’attuale situazione dei lavoratori. Ancora molti raccontano di non aver ricevuto pagamenti per gli ultimi mesi di lavoro, di settimane lavorative di 70 ore ciascuna e condizioni di vita ben lontane dai miglioramenti millantati dal Comitato Qatar 2022.

Siria: un summit trilaterale per decidere le sorti del paese

Cinque anni sono trascorsi dal settembre 2014, quando gli Stati Uniti hanno avviato l’Operation Inherent Resolve in sostegno dell’Esercito iracheno e delle Forze Democratiche Siriane. Da allora, con la pressoché totale sconfitta dell’ISIS, il coinvolgimento americano si è progressivamente ridotto.

Da tempo, la risoluzione del conflitto siriano non è più allineata alle aspettative statunitensi. Washington ha più volte reclamato, come condizione per la pace in Siria, la destituzione di Bashar al-Assad che, pare ormai evidente, è invece scampato al confronto con la guerra civile.

Un tempo al comando della coalizione occidentale, il Pentagono ha ora chiesto agli alleati europei, nel giugno 2019, di colmare il ‘vuoto’ dovuto alla riduzione del suo contingente armato, da 2500 a sole 400 truppe. Una manovra che lascerà scoperte le milizie curde nel Nord del Paese e concederà spazio ad altri attori, in particolare Turchia, Russia e Iran.

Queste tre nazioni hanno già dimostrato una forza diplomatica decisiva per gli esiti del conflitto siriano. Infatti, mentre i numerosi negoziati di Ginevra si sono rivelati inconcludenti, i colloqui organizzati da Turchia, Russia e Iran ad Astana (Uzbekistan) proseguono con risultati soddisfacenti. Si può affermare che qualsiasi scenario futuro per la Siria dipenderà dalla convergenza di interessi tra Ankara, da un lato, e Mosca e Teheran, dall’altro.

Nonostante la competizione per l’influenza nella regione, la Turchia ha dato prova di saper apprezzare la cooperazione sia con l’Iran (membro della stessa area di commercio preferenziale, l’ECO) che con la Russia. È statp molto criticato a livello internazionale, infatti, l’acquisto da parte di Ankara del sistema antiaereo “S-400 Triumph” di produzione russa.

D’altro canto, non del tutto definita è la posizione del’esecutivo di Erdoğan riguardo ad Assad. Questo è un elemento di contrasto nei confronti di Russia e Iran che, fin dal 2015, hanno attivamente difeso il regime ba’athista.

Secondo Teheran, il Governo di Assad è fondamentale per la sicurezza regionale ed è per questo che, nonostante il peso delle sanzioni internazionali, l’amministrazione iraniana ha impiegato al massimo le sue risorse militari, per un totale di €13 miliardi dall’inizio della guerra (Brookings Inst).

Intanto, a partire dal mese scorso, la Turchia è impegnata in difficili trattative per la definizione di una safe zone sotto sorveglianza internazionale nel Nord-Est della Siria: Ankara preme per un perimetro di 30/40km, mentre Washington preferisce una demilitarizzazione di soli 5km, che non comprometterebbe la sovranità curda sul territorio. È facile intuire che sia proprio questo l’obiettivo della Turchia.

È in questa intricata rete di interessi che si prepara il campo, a metà settembre, per un summit trilaterale ad Ankara tra i principali garanti dei colloqui di Astana. L’incontro tra Erdoğan, Rouhani e Putin sarà il quinto di una serie iniziata nel novembre 2017. 

All’ordine del giorno vi sarà la situazione della provincia di Idlib, dove, a partire dal 19 agosto, si è creata una pericolosa escalation, quando le truppe turche si sono ritrovate ostaggio delle forze siriane e hanno richiesto l’aiuto della Russia. A complicare ulteriormente la situazione, negli ultimi giorni di agosto, è stata un’offensiva degli Stati Uniti – dichiaratamente contro il gruppo armato Hurras al-Din (istituto da alcuni ex-membri di al-Qaeda) – ma che ha compromesso il cessate-il-fuoco promosso dalla Russia.

Non di minor importanza è la questione del rimpatrio dei 5.639.676 profughi siriani, di cui circa 6,2 milioni sfollati interni (cifre UNHCR). Ora che le ostilità sembrano avviarsi verso una risoluzione, la Turchia ha già avviato la ricollocazione di parte dei 3,657,694 siriani accolti: sembrerebbero essere numerosi i casi, a Instanbul e Gaziantep, di individui costretti con la forza alla compilazione dei documenti per il ‘rimpatrio volontario’ ed estradati in Siria, spesso in una provincia lontana da quella originaria (HumanRightsWatch).

Infine, di particolare rilevanza sarà il tentativo di istituire un comitato per la redazione di un testo costituzionale in vista di future libere elezioni nella Siria post-conflitto. In seguito ad alcune speculazioni riguardo l’apertura di un dialogo tra Turchia e USA riguardo al processo costituente in Siria, il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Zarif ha dichiarato che sarebbe un errore strategico, per Ankara, disattendere la linea dei colloqui di Astana (alMonitor).

Ciononostante, dopo l’incontro con l’omonimo russo Sergej Lavrov il 2 settembre a Mosca, il Ministro Zarif ha ribadito che, al di là delle discordanze, i negoziati di Astana sono comunque un successo: Turchia, Iran e Russia sono unite sotto l’obiettivo di vedere risolto il conflitto e smobilitati i gruppi separatisti che minacciano l’integrità della Siria. 

Resta da vedere, una volta che il regime di Assad avrà ristabilito il suo controllo sul territorio nazionale, quanto a lungo resisterà tale comunione d’intenti. Soprattutto per quanto concerne la Turchia, che finora ha solamente perseguito una strategia di contrasto alla milizie curde, ma che in futuro potrebbe voler realizzare i progetti geopolitici di più largo respiro.

Lo stretto di Hormuz: l’incubo dei naviganti


Colui che controlla il passaggio tra gli oceani, si può considerare il signore del Mondo”. Così recita un vecchio e assai veritiero adagio della geopolitica. Nessuno meglio dell’Iran sembra esserne consapevole.

Venerdì 19 luglio scorso, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha dichiarato di aver sequestrato una petroliera, la Stena Impero, un vascello di proprietà svedese, battente bandiera britannica. La ragione ufficiale del sequestro è che la suddetta nave avrebbe violato le leggi marittime internazionali. Il sequestro è avvenuto alle ore 19:30 locali (15:00 GMT) nel temuto Stretto di Hormuz, che separa il Golfo Persico dal Mare Arabico. Attraverso questa strozzatura, larga poche decine di miglia, passa un quinto del petrolio mondiale, rendendola di fatto la via d’acqua più importante al mondo.

Il sequestro è avvenuto attraverso l’impiego di un’imbarcazione e di un elicottero iraniani. La compagnia armatrice, Northern Marine Management, ha dichiarato di non essere in grado di contattare l’equipaggio, composto da 23 persone, che attualmente risultano essere in stato di fermo presso il porto di Bandar Abbas. 

In quelle stesse ore, il Foreign Office londinese ha rilevato che una seconda imbarcazione, battente bandiera liberiana, è stata sequestrata dalle autorità iraniane nello Stretto. Il segretario degli Esteri inglese, Jeremy Hunt, si è dichiarato molto preoccupato per la situazione, sottolineando la necessità di trovare rapidamente un modo per liberare il prima possibile i due vascelli. Inoltre, ha affermato che “i sequestri sono inaccettabili e che è essenziale che la libertà di navigazione sia mantenuta e che tutte le navi possano muoversi in sicurezza e in libertà nella regione”.

Secondo Richard Weitz, un analista di Wikistrat, un gruppo internazionale di consulenza sul rischio, il sequestro di venerdì 19 luglio sarebbe una ‘azione reciproca’ da parte dell’Iran, in risposta al sequestro, stavolta da parte britannica, di una petroliera iraniana nello Stretto di Gibilterra, avvenuto il 4 luglio. In quell’occasione, la Royal Navy aveva intercettato il vascello iraniano, battente bandiera panamense, Grace 1, al largo delle coste meridionali della Spagna. L’equipaggio e il comandante erano stati arrestati. La ragione del sequestro fu che la petroliera iraniana avrebbe violato le sanzioni contro la Siria. Sabato 12 luglio, la Corte Suprema di Gibilterra ha esteso per altri 30 giorni lo stato di detenzione dell’imbarcazione e dell’equipaggio.

Questa serie di episodi ha enormemente contribuito ad alimentare e accrescere le tensioni fra Teheran e Londra, la quale, peraltro, sta pianificando un pacchetto di sanzioni come atto di rappresaglia. In una lettera indirizzata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Regno Unito afferma che la Stena Impero è stata approcciata dalle autorità di Teheran quando si trovava non in acque internazionali, ma nelle acque territoriali dell’Oman, dove il vascello stava esercitando il suo legale diritto di transito. Se quanto affermato fosse vero, l’azione del commando dell’IRGC si configurerebbe da un lato come interferenza illegale al transito marittimo e dall’altro come violazione della sovranità del Regno dell’Oman. In ogni caso, il sequestro sarebbe nullo, in quanto contrario alla Convenzione sul Diritto del Mare e alla Convenzione di Ginevra. Il ministro degli Esteri dell’Oman non ha commentato relativamente alla posizione della nave, ma ha spronato entrambe le parti a risolvere la disputa per vie diplomatiche.

In attesa di sviluppi sulla vicenda, per tutelare il resto della Marina commerciale, Londra ha deciso di avvalersi della Marina militare per scortare le navi battenti bandiera inglese attraverso lo Stretto. La fregata HMS Montrose è stata dispiegata per offrire protezione alle imbarcazioni, individualmente o in gruppo. “La libertà di navigazione è cruciale per il sistema commerciale e l’economia globale e noi faremo tutto ciò che potremo per difenderla” così si è espresso il portavoce del Governo di Londra. In 5 giorni, la Marina ha già scortato più di trenta navi mercantili, in diciassette transiti diversi.

Mercoledì 24 luglio, il presidente iraniano Rouhani ha ventilato la possibilità di una risoluzione della crisi attraverso uno ‘scambio di prigionieri’, Grace 1 in cambio di Stena Impero, sostenendo che “se il Regno Unito farà marcia indietro dalle azioni sbagliate commesse a Gibilterra, riceverà un’appropriata risposta dall’Iran”. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e altre nazioni si incontreranno giovedì prossimo 1° agosto per discutere il passaggio.

BREVE STORIA DI UN ODIO ANTICO

Sanzioni, terrorismo, diplomazia, petrolio e minaccia nucleare. Questi sono gli ingredienti che hanno costituito il controverso ed intricato rapporto fra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America. Questo speciale si pone l’obiettivo di analizzare la timeline del rapporto fra questi due attori chiave nel panorama diplomatico e geopolitico internazionale, nonché i momenti topici che lo hanno costellato, a partire dalla stipula del Trattato JCPOA, nel 2015, sino ad arrivare ai fatti più recenti di fine giugno 2019.

I fatti di cronaca concernenti l’Iran, almeno per quanto riguarda l’ultimo quinquennio, possono essere fatti dipendere e risalire ad un momento storico ben preciso, che ha segnato, o almeno avrebbe dovuto segnare, una svolta pressoché definitiva nei rapporti politici, diplomatici ed economici fra la Repubblica degli Ayatollah e l’Occidente: il Trattato JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action). La stipula di tale trattato, anche noto come Trattato P5+1 per Iran, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Repubblica Popolare Cinese, Germania ed Unione Europea, è avvenuta il 14 luglio 2015, a Vienna.

Sulla base di questo accordo, frutto di 20 mesi di negoziazione e preceduto da un accordo provvisorio firmato nel novembre 2013 dalle medesime Parti contraenti, l’Iran ha acconsentito ad eliminare le proprie riserve di uranio a medio arricchimento, a tagliare del 98% quelle a basso arricchimento e di ridurre di circa due terzi le centrifughe a gas per i prossimi 10 anni, portandole dalle 19.000 prima dell’accordo a 6.104 (di queste, solo 5.060 sono adibite ad arricchire l’uranio). Almeno fino al 2030, l’Iran ha accettato di non arricchire l’uranio oltre la soglia del 3,67%; inoltre, esso ha concordato di non costruire alcun nuovo reattore nucleare ad acqua pesante per lo stesso periodo. Teheran ha poi acconsentito a non arricchire l’uranio nella propria installazione sotterranea a Fordow, scoperta dall’intelligence occidentale pochi anni fa, per almeno 15 anni. La centrale di Fordow sarà quindi convertita e adibita a centro nucleare, fisico, tecnologico e di ricerca, esclusivamente per fini pacifici. Le attività di arricchimento dell’uranio dovranno essere limitate all’impianto di Natanz, nella provincia di Isfahan, utilizzando esclusivamente centrifughe IR-1 di prima generazione, poiché quelle più sofisticate verranno rimosse, oppure non usate per almeno 10 anni. Infine, altri impianti saranno convertiti per evitare il rischio di proliferazione nucleare.

Le Parti hanno poi stabilito che, per monitorare e verificare il rispetto dell’accordo, nonché i parametri di Losanna, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) avrà regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani, senza necessità di alcun tipo di preavviso. D’altro canto, l’accordo prevede che, in cambio del rispetto degli impegni contratti, l’Iran otterrà la cessazione di tutte le sanzioni economiche imposte dagli USA, dall’Unione Europea e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, emanate con la risoluzione 1747/2007 a causa del proprio programma nucleare. Nella fattispecie, la risoluzione 1747 fu adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza il 24 marzo 2007, come riconferma e implementazione di una precedente risoluzione sanzionatoria (1737/2006). 

Essa imperava quanto segue: l’Iran deve dare seguito alle richieste dell’AIEA; Teheran sarà posto sotto embargo internazionale per quanto riguarda il commercio diretto ed indiretto di armi, navi da guerra, aerei e materiali necessari per l’uso bellico; gli Stati devono limitare notevolmente le loro forniture di mezzi militari all’Iran, per tali intendendosi carri armati, navi da guerra, aerei, elicotteri, mezzi corazzati e missili; le Nazioni tutte e le loro imprese pubbliche e private devono negare all’Iran aiuti in campo logistico per l’accumulo di armamenti, astenersi dal contribuire alle truppe iraniane, non fornire assistenza tecnica e cessare assistenza finanziaria, investimenti e brokering nell’industria bellica iraniana; gli Stati e le istituzioni finanziarie internazionali devono astenersi dal concedere assistenza finanziaria e prestiti alla Repubblica Islamica, se non per scopi umanitari e di sviluppo; vengono infine imposte restrizioni allo spostamento di individui coinvolti nel processo di proliferazione nucleare iraniano. Gli altri Stati devono poi vigilare sull’effettivo rispetto e sull’effettiva attuazione delle misure sopra indicate.

Con la stipula del nuovo accordo ed il plauso della comunità internazionale, la questione iraniana sembrava essere, se non definitivamente risolta, perlomeno in via di raffreddamento. In questo senso, se da un lato l’accordo inibiva di fatto in toto la possibilità per l’Iran di sviluppare armi nucleari e quindi di essere una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, dall’altro, esso conferiva la chiave per una decisiva svolta economica, prevedendo la revoca di tutte quelle sanzioni che dai primi anni 2000 lo avevano costretto in una morsa senza fine.

Ne è prova il fatto che, con riferimento, ad esempio, alle relazioni commerciali fra Iran ed Unione Europea, a partire dal 2016, il primo anno fiscale successivo all’attuazione di JCPOA, le importazioni europee dall’Iran hanno raggiunto 5,5 miliardi di euro, con un incremento del 344,8%; le esportazioni dell’UE, invece, ammontavano a 8,2 miliardi di euro, con un aumento del 27,8%. L’anno successivo, le importazioni dell’Unione dall’Iran sono andate oltre i 10,1 miliardi di euro, con le esportazioni verso Teheran che hanno raggiunto un picco di 10,8 miliardi di euro.

Questo, senza considerare i miliardi che l’Unione spende per importare petrolio e gas iraniani, essenziali per alimentarne l’economia. Secondo un recente studio della British Petroleum, l’Iran è il paese più ricco del mondo quanto a riserve di gas naturale (seguito da Russia e Qatar) e il quarto, quanto a riserve di petrolio grezzo. Oltre a ciò, esso può contare su bassi costi di produzione, un fattore significante in un contesto internazionale in cui il prezzo del greggio è in costante diminuzione.

Per concludere il quadro, val la pena ricordare che l’Iran intrattiene importanti relazioni economiche con paesi europei quali la Germania e l’Italia. A titolo di esempio, Eni ha firmato un Memorandum of Understanding con la National Iranian Oil Company (NIOC) per lo svolgimento di studi di fattibilità nel Darquain e nei campi di Kish in Iran. Nel suddetto giacimento petrolifero, si stima siano presenti riserve per circa 5 miliardi di barili, un quinto dei quali estraibili. Più in generale, l’Iran è in grado di estrarre 3,5 milioni di barili al giorno; non è dunque difficile capire che, per quanto discutibile sotto molti punti di vista, Teheran sia un partner strategico di primaria importanza per Bruxelles.

I rapporti diplomatici ed economici hanno continuato a procedere senza intoppi sino a quando, l’8 maggio 2018, il presidente Trump ha annunciato di non voler rinnovare il sostegno americano al JCPOA, così come di sospendere le sanzioni secondarie, ovvero quelle sanzioni volte ad impedire a terze parti di concludere affari con l’Iran. Conseguenze dirette sono state dapprima il ritiro unilaterale degli USA dal trattato e, in seconda battuta, la re-imposizione di tutte le sanzioni nel settore energetico, a partire da novembre 2018. Giova a tal proposito approfondire la ragione che ha mosso il presidente americano in direzione di questa brusca inversione di rotta, la quale ha condotto all’interruzione di un percorso multilaterale che, sino a quel momento, si stava rivelando virtuoso e vantaggioso per tutti.

Il 12 gennaio 2018, in occasione dell’ultimo rinnovo della sospensione delle sanzioni secondarie, Trump aveva rivolto un ultimatum, con scadenza a maggio, a Francia, Regno Unito e Germania, chiedendo loro di apportare precise modifiche all’accordo, pena il non rinnovo americano della sospensione delle sanzioni e la denuncia del trattato.

Per scongiurare quest’eventualità, il tycoon newyorkese aveva imposto ai paesi europei tre condizioni: la rimozione delle limitazioni temporali e geografiche alle ispezioni di qualsiasi sito nucleare (ma anche militare) iraniano; l’introduzione di nuove sanzioni sul programma missilistico iraniano (non attinente all’accordo); l’estensione della durata delle limitazioni al programma nucleare iraniano previste dall’accordo. Oltre a queste richieste specifiche, Trump aveva altresì sollecitato un intervento più energico contro le attività di Teheran in Medio Oriente che, secondo la Casa Bianca, sono la principale causa di instabilità nella regione.

Dal punto di vista iraniano, la denuncia del JCPOA da parte di Washington rappresenta una violazione dello stesso, atto che Teheran rivendica di non aver mai compiuto. Alla luce di ciò, il ritiro unilaterale degli USA costituisce un inadempimento agli obblighi formali previsti dall’accordo. Nello specifico, l’accusa perpetrata dall’Iran è quella di aver violato lo spirito e la ragione stessi del JCPOA, con particolare riferimento all’articolo 29, in base al quale “L’Unione europea, i suoi Stati membri e gli Stati Uniti si impegnano ad astenersi dal mettere in pratica azioni tese ad impedire la normalizzazione delle relazioni economiche e commerciali con l’Iran”. La continua minaccia di reintroduzione delle sanzioni da parte di Washington rappresenta per Teheran un tentativo di alimentare il clima di incertezza che, di fatto, scoraggia la ripresa delle relazioni economiche, impedendo dunque la loro normalizzazione.

Le rivendicazioni iraniane hanno buon diritto d’esistere, trovando man forte nel fatto che l’AIEA, per 10 volte nell’arco di due anni, ha certificato formalmente come l’Iran abbia sempre consentito l’ingresso dei propri ispettori in ogni sito richiesto e che, in definitiva, l’implementazione dell’accordo da parte iraniana è stata sino ad ora ineccepibile. Va infine rammentato che il regime di ispezione creato per l’Iran sia tra i più rigidi al mondo e che lo stesso JCPOA garantisca un monitoraggio più approfondito rispetto a quanto si potrebbe ottenere in sua assenza.

Vani sono stati i molteplici tentativi degli altri contraenti dell’accordo di far ricredere Trump circa la propria decisione, così come nessun tipo di compromesso è stato possibile. Da un lato, la posizione espressa dal presidente USA rappresenta il pensiero di gran parte dell’establishment statunitense che, dal 1979 ad oggi, vede con sospetto e paura il regime degli Ayatollah. Dall’altro, poiché rimanere nell’accordo, per gli States, avrebbe significato mantenere la sospensione delle sanzioni, interfacciandosi con un Iran sempre più florido e ricco, dato il non indifferente potenziale del paese.

Quest’ultimo fattore rappresenterebbe un problema non secondario, almeno per due ragioni. Stando alla prima, un Iran potente e influente costituirebbe una minaccia intollerabile per i principali alleati americani nella regione, Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sia da un punto di vista economico, sia militare e geopolitico. Non si dimentichi, inoltre, l’ulteriore e rinnovato supporto che l’Iran garantirebbe ai propri alleati sciiti, quali, ad esempio, gli Huthi in Yemen, Hezbollah in Libano o il regime di Assad in Siria.

Connessa alla prima, la seconda motivazione ha invece una natura meno esplicita. Per evitare che accada quanto detto sopra, gli USA stanno perseguendo una strategia di minimizzazione dei benefici economici che Teheran potrebbe trarre dal JCPOA, proprio a causa del non interesse a legittimare la Repubblica islamica. Far questo significherebbe accreditare e accettare il regime degli Ayatollah, che si instaurò nel 1979 proprio destituendo lo Shah, alleato americano.

Il 5 novembre 2018, l’amministrazione Trump ha reintrodotto la seconda e più pesante tranche di sanzioni, dopo la prima del 7 agosto. Questa volta, al centro del mirino della Casa Bianca sono finiti i più importanti settori dell’economia iraniana, dagli operatori portuali alle spedizioni marittime, dalla cantieristica navale alle transazioni petrolifere. Washington intende così colpire l’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi e petrolchimici dall’Iran. Non mancano poi le sanzioni sulla fornitura di servizi di assicurazione ed assunzione del rischio, così come quelle sul fondamentale settore dell’energia.

L’ondata sanzionatoria è stata accolta dalla leadership iraniana come un gesto di sfida. Il presidente Rouhani non ha mancato di definire le sanzioni USA come un atto di guerra economica contrario alle convenzioni internazionali. Rouhani ha poi garantito che l’Iran le avrebbe aggirate con orgoglio, attirando nuovi partner commerciali. Da quel momento, è seguito un dibattito sempre più acceso su Twitter fra i leader e i rispettivi ministri degli Esteri, con reciproche minacce e accuse che hanno alimentato il clima di tensione. L’escalation è iniziata l’8 aprile 2019, quando la Casa Bianca ha definito il potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, le squadre d’élite dell’esercito iraniano, “un’organizzazione terroristica”. Un episodio di grave intensità se considerato che, per la prima volta, viene attribuita tale classificazione a una forza armata di un governo straniero. Per tutta risposta, a sua volta, l’Iran qualificò l’esercito americano quale gruppo terrorista.

In poco meno di un mese, si arrivò alla seconda escalation. Il 2 maggio 2019, l’amministrazione Trump pose fine alle esenzioni semestrali che permettevano ad alcuni paesi, fra cui Cina, India e Giappone, di importare petrolio dall’Iran. Così facendo, i paesi che avessero continuato ad acquistare il greggio iraniano sarebbero stati a loro volta soggetti alle sanzioni statunitensi. Se, tuttavia, ne avessero effettivamente cessato l’acquisto, questo avrebbe pregiudicato gravemente la tenuta dell’economia iraniana. A distanza di pochi giorni, il 5 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, annunciò che “in risposta ad un numero crescente di preoccupanti avvisaglie di escalation, gli USA manderanno una portaerei e aerei da combattimento nel Golfo Persico”, aggiungendo poi che “gli USA non cercano la guerra, ma sono pienamente preparati a rispondere a qualsiasi attacco”. L’8 maggio fu annunciata l’imposizione di nuove sanzioni, questa volta inerenti all’acciaio, all’alluminio e al rame.

Dinnanzi alla straordinaria pressione, l’Iran dichiarò di voler retrocedere da alcuni punti dell’accordo sul nucleare. Nella fattispecie, il presidente Rouhani affermò che Teheran avrebbe ripreso lo stoccaggio di uranio a basso arricchimento, nonché l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti consentiti dall’accordo, se gli altri paesi firmatari non avessero limitato le sanzioni USA e alleviato la pressione economica, entro 60 giorni.

Il 13 maggio, quattro petroliere, due di nazionalità saudita, una norvegese e un’altra di nazionalità sconosciuta, sono state attaccate e sabotate nello Stretto di Hormuz, al largo della costa orientale degli Emirati Arabi Uniti, mentre si preparavano ad attraversare il Golfo Persico. L’attacco non ha causato perdite di greggio, ma ha provocato danni significativi alle strutture delle due navi. Il ministro dell’Energia saudita, Khalid al-Falihha, ha definito l’incidenteun atto criminale di sabotaggio”, mentre Teheran ha immediatamente messo in guardia dall’“avventurismo di potenze straniere” per destabilizzare la regione.

Le reazioni di Washington non si sono fatte attendere. Il 24 maggio, Trump ha deciso di inviare 1.500 soldati in Medio Oriente per “contenere l’Iran. Ciononostante, il 13 giugno, altre due petroliere, una di nazionalità norvegese e l’altra giapponese, sono state attaccate nel Golfo di Oman. Il Segretario di stato, Mike Pompeo, ha rapidamente addossato la colpa all’Iran, in quanto “vuole colpire gli alleati americani. Gli spudorati attacchi nel Golfo di Oman fanno parte di una campagna dell’Iran per aumentare le tensioni e creare sempre più instabilità nella regione. La risposta sarà economica e diplomatica”.

Il 17 giugno, Teheran annunciò di essere a 10 giorni dal sorpassare i limiti, fissati dall’accordo, sullo stoccaggio di uranio a basso arricchimento, così da esercitare pressioni sui paesi europei al fine di ottenere le succitate esenzioni economiche dalle sanzioni. A tal proposito, Rouhani affermò che se gli europei si fossero fatti avanti, l’Iran sarebbe tornato a rispettare i termini dell’accordo. Quello stesso giorno, Washington schierò altre 1.000 truppe nel Golfo, al fine di “mandare un messaggio chiaro ed inequivocabile al regime iraniano che ogni attacco agli interessi degli USA e a quelli dei loro alleati andrà incontro ad una forza inesorabile”.

Ancora, il 20 giugno 2019, le forze iraniane abbatterono un drone americano che si trovava nello spazio aereo iraniano; secondo Washington, invece, esso volava in acque internazionali. Il giorno successivo, Trump ha twittato di aver fermato, a 10 minuti dall’inizio previsto, un intervento militare ai danni di Teheran, come rappresaglia per l’abbattimento del drone. La ragione risiederebbe nel fatto che l’attacco avrebbe causato 150 vittime, per cui, stando ai dettami del diritto internazionale, non sarebbe stato proporzionato all’abbattimento di un drone senza equipaggio. Infine, nella notte fra il 22 ed il 23 giugno, lo US Cyber Command ha perpetrato un cyber attacco al sistema informatico che controlla il sistema missilistico iraniano, mettendolo fuori uso. Secondo alcuni osservatori, i cyber attacchi sarebbero una risposta sia agli attacchi alle petroliere, sia all’abbattimento del drone americano. Inoltre, riporta Yahoo News, nel mirino è finito anche un gruppo d’intelligence responsabile del rilevamento delle navi nello Stretto di Hormuz. Gli attacchi informatici, non ufficialmente confermati dai funzionari della Difesa, erano stati programmati da settimane proprio in risposta al sabotaggio delle navi saudite ed emiratine.

Trump, nel frattempo, ha annunciato nuove e pesanti sanzioni all’Iran, scattate lo scorso lunedì 24 giugno 2019. Il presidente non ha escluso l’azione militare, proponendo, allo stesso tempo, un nuovo accordo sul programma nucleare. L’escalation di tensione è giunta sul tavolo del Consiglio di Sicurezza il lunedì stesso, in una riunione a porte chiuse. Sullo sfondo, i toni restano alti: l’Iran ha avvertito gli USA che un qualsiasi attacco avrebbe avuto serie conseguenze.

In questo senso, alcuni analisti hanno affermato che l’attacco militare sarebbe imminente, anche considerando che, nell’entourage di Trump, si vocifera riguardo ad un possibile “regime change” per l’Iran. Secondo altri, invece, sarebbero solo dimostrazioni di forza per disincentivare l’Iran a perseverare su questa strada per spingerlo ad arrendersi.

Ciononostante, il 1° luglio 2019, il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha dichiarato che l’Iran ha oltrepassato i limiti all’ammontare dell’uranio a basso arricchimento, posti in essere dall’accordo. Ha poi aggiunto che, a partire dal 7 luglio scorso, Teheran avrebbe cominciato ad arricchire l’uranio oltre la soglia del 3,67% se l’Europa non si fosse attivata per alleggerire la pressione finanziaria, dovuta alle sanzioni USA.

L’Unione Europea, troppo imbrigliata nel disaccordo dei 28 leader, non è riuscita a produrre decisioni concrete, se non dichiarazioni di preoccupazione e ammonimenti sulla prudenza. Così, domenica scorsa 7 luglio, Teheran ha deciso di uscire dall’accordo sul nucleare, dichiarando l’inizio dell’arricchimento dell’uranio, in misura superiore a quella concessa dal trattato.

Le misure prese, tuttavia, sono reversibili. Infatti, Teheran ha tenuto a precisare che concederà ai Paesi europei un’ultima possibilità per salvare l’Accordo, aprendo un’ulteriore finestra di 60 giorni in cui l’Europa dovrà impegnarsi per lavorare ad un nuovo quadro negoziale con l’obiettivo di aggirare i nefasti effetti che le sanzioni USA stanno causando all’economia iraniana. Se ciò non avverrà, l’uscita dal JCPOA diverrà irreversibile.

Le prossime settimane saranno decisive per determinare se la situazione, attualmente appesa ad un filo, si concluderà con un’escalation definitiva, e quindi con una terza guerra del Golfo, oppure se prevarrà il buon senso e le Parti riusciranno a trovare un’intesa in grado di garantire la stabilità della regione e, di riflesso, la pace. Il Medio Oriente è una polveriera pronta ad esplodere. Per scongiurarla occorre una profonda capacità di negoziazione e di composizione dei variegati ed innumerevoli, spesso contrastanti, interessi in gioco.

Chi avrà la meglio? See what’s coming.

Iran, gli Usa e il braccio di ferro tra le due potenze

Gli attriti tra Washington e Teheran al momento non sembrano attenuarsi. Le tensioni sono sempre più elevate. A dimostrarlo è lo stesso Donald Trump, il quale, in un tweet, esclamaNon ho mai revocato il raid contro l’Iran, come la gente sta erroneamente riportando. L’ho solo fermato per il momento”. Seicento secondi che hanno permesso al presidente statunitense di cambiare la propria decisione di sferrare un attacco contro Teheran. Un attacco solamente posticipato.

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La Turchia: le contraddizioni di un paese stretto nella morsa economica

La Turchia sembra non volersi apertamente allineare a livello internazionale. Tenendo un piede in Occidente e uno in Oriente, indispettisce gli Stati Uniti, corteggia la Cina e si scontra con la Russia.

Sottoscritto a fine 2017, l’accordo sull’acquisto del sistema di difesa aerea a lungo raggio di produzione russa (S-400) sta ormai per concludersi, nonostante le passate minacce e sanzioni da parte degli Stati Uniti. Nel frattempo, le stesse richieste statunitensi di ostacolare l’espansione cinese nella regione mediorientale non sono state accolte dalla Turchia, che anzi dialoga con Pechino, soprattutto sotto il profilo degli investimenti e del commercio.

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Le sanzioni contro la Siria: storia di una strategia che divide

L’Unione Europea è il maggior donatore di aiuti umanitari alla Siria e alla regione. Dall’inizio del conflitto nel 2011, l’UE e i suoi stati membri hanno stanziato oltre €17 miliardi di aiuti. A partire dal 2011, il Consiglio ha adottato sanzioni nei confronti dei responsabili della violenta repressione contro la popolazione civile”. In queste frasi, tratte della pagina ufficiale del Consiglio UE, è riassunta la contraddizione che da anni è insita nella strategia dell’UE per la Siria: gli aiuti umanitari per la popolazione colpita dal conflitto, da una parte, e dall’altra delle sanzioni il cui unico risultato è probabilmente quello di inasprire le condizioni di vita di quella stessa popolazione civile vittima della guerra.

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Quale soluzione per una crisi apparentemente infinita?

Si accendono nuovamente le tensioni in una delle zone più ‘calde’ del Medio Oriente: il 3 maggio scorso, al confine tra la Striscia di Gaza e lo stato di Israele sono piovuti razzi e missili provenienti da entrambe le parti in causa. Secondo l’esercito israeliano (Internazionale, 10/16 maggio 2019) sarebbero più di 600 i razzi e i missili lanciati da Gaza, 150 dei quali intercettati dal sistema antimissile. Sempre secondo l’esercito di Tel Aviv, i missili palestinesi avrebbero fatto quattro vittime tra i cittadini israeliani. Dal lato palestinese si parla, invece, di 260 obiettivi colpiti, 25 persone uccise, di cui 14 civili.

La violenza è scoppiata in seguito al ferimento di due militari israeliani, al confine, da parte di un combattente del Movimento per il Jihad islamico per la Palestina; in risposta, l’esercito israeliano ha ucciso quattro palestinesi. A seguire, raffiche di colpi di armi automatiche.

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