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Quale soluzione per una crisi apparentemente infinita?

Si accendono nuovamente le tensioni in una delle zone più ‘calde’ del Medio Oriente: il 3 maggio scorso, al confine tra la Striscia di Gaza e lo stato di Israele sono piovuti razzi e missili provenienti da entrambe le parti in causa. Secondo l’esercito israeliano (Internazionale, 10/16 maggio 2019) sarebbero più di 600 i razzi e i missili lanciati da Gaza, 150 dei quali intercettati dal sistema antimissile. Sempre secondo l’esercito di Tel Aviv, i missili palestinesi avrebbero fatto quattro vittime tra i cittadini israeliani. Dal lato palestinese si parla, invece, di 260 obiettivi colpiti, 25 persone uccise, di cui 14 civili.

La violenza è scoppiata in seguito al ferimento di due militari israeliani, al confine, da parte di un combattente del Movimento per il Jihad islamico per la Palestina; in risposta, l’esercito israeliano ha ucciso quattro palestinesi. A seguire, raffiche di colpi di armi automatiche.

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La difficile lotta ai cambiamenti climatici nei paesi MeNA

La recente visita del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres in Tunisia, svoltasi tra il 30 marzo e il 1 aprile 2019,  si è conclusa con un significativo incontro con studenti e studentesse della facoltà di giurisprudenza e scienze politiche dell’Università di Tunisi.

Nelle aule dell’Università tunisina, Guterres ha invitato gli studenti a unirsi per contrastare i drammatici fenomeni quali i cambiamenti climatici, la crescita delle disuguaglianze e i conflitti (e la conseguente mancanza di tutela dei diritti umani), che sono – a suo dire – le più grandi sfide del nostro tempo. Nonostante queste figurino al centro dell’agenda ONU, e nonostante l’Organizzazione compia sforzi quotidiani per la sensibilizzazione dei cittadini del mondo circa i rischi e i pericoli che corrono, la strada da percorrere è ancora lunga.

Quando ero al governo negli anni ‘90, eravamo convinti che non solo la globalizzazione e i progressi tecnologici avrebbero aumentato la ricchezza, ma che questa ricchezza sarebbe andata a beneficio di tutto il mondo. Ci siamo sbagliati”. Con queste parole, il Segretario Generale ha quindi incalzato i giovani con i quali si è seduto tra le fila dei banchi universitari, sottolineando l’importanza dell’informazione e dello studio per contrastare i risultati di decenni durante i quali la globalizzazione ha creato un enorme divario tra la popolazione dei paesi più ricchi e industrializzati e quella dei paesi in via di sviluppo. La ricchezza, ha continuato Guterres, è aumentata restando però concentrata nelle mani di pochi individui.

Più in particolare, l’attenzione dell’opinione pubblica tunisina è stata catturata da alcune delle sue dichiarazioni, che hanno illuminato l’ancora più complessa lotta ai cambiamenti climatici negli stati delle regioni nordafricana e mediorientale. Come rilevato dal IPCC Summary for Policymakers (SPM), indicatori quali ritiro dei ghiacciai, scioglimento dei poli, innalzamento della temperatura negli oceani, mostrano come la situazione è di gran lunga peggiore di quanto previsto negli anni ‘80 e ‘90: la politica, come affermato dal Segretario Generale, si è rivelata lenta e poco attenta pressoché in tutti i paesi. Addirittura, nell’area mediorientale e nordafricana, i governi autoritari non faticano solo a tenere il passo con le necessarie politiche da adottare per far fronte alla minaccia dei cambiamenti climatici, ma spesso ostacolano la via di coloro i quali lottano ogni giorno per la difesa del nostro pianeta e per la diffusione di uno stile di vita più sostenibile.

Dalla Turchia all’Arabia Saudita, dall’Egitto all’Iran, la vita di ambientalisti e attivisti si fa più difficile di anno in anno. Sempre più spesso, vengono riportate notizie di ricercatori e esponenti del mondo accademico arrestati per aver espresso la propria opinione preoccupata circa le insufficienti (o, talvolta, inesistenti) politiche a tutela dell’ambiente. Pare infatti evidente che, su queste tematiche, ci sia un unico fronte che si oppone ai governi. Le differenze religiose e politiche sembrano non esserci più quando si parla di lotta ai cambiamenti climatici: il Medio Oriente e il Nord Africa rischiano di vedere le proprie risorse ridotte ulteriormente già nei prossimi 10 anni, con prospettive disastrose se si ragiona ancor più a lungo termine.

La tenacia con la quale i movimenti ambientalisti continuano a lottare per far sì che i governi adottino politiche ecologiche e attente ai bisogni dell’ambiente non fa che confermare i dati raccolti negli ultimi anni dalle principali agenzie Onu: la FAO, ad esempio, ha condotto uno studio in collaborazione con l’università del Nebraska sulla siccità e la desertificazione dell’area MENA.

Il Forum Arabo per l’Ambiente e lo Sviluppo, una piattaforma regionale e annuale organizzata dalla Economic and Social Commission for Western Asia a Beirut, dal 2009 mette in evidenza, attraverso i propri studi, l’elevata vulnerabilità e sensibilità ai cambiamenti climatici dei paesi arabi. Le previsioni dei ricercatori susseguitesi negli anni parlano di gravi rischi per gli ecosistemi, come la drammatica riduzione delle risorse idriche o l’aumento delle temperature, che porterà, tra le altre cose, alla crescita del rischio di diffusione di malattie causate dai morsi di insetti (come la malaria).

Infine, non è da dimenticare l’ultimo, fondamentale, dato che riguarda il peggioramento delle condizioni di vita e la scarsità di risorse naturali: sempre secondo lo stesso Forum, infatti, l’insieme di queste condizioni ha già portato e continuerà a portare al moltiplicarsi di tensioni sociali e conflitti. Non potendo certificare come questi fattori siano gli unici alla base delle lotte intestine e dei moti di rivolta che hanno scosso a più riprese la regione del Medio Oriente e Nord Africa, è innegabile che la scarsa partecipazione democratica, la mancante rappresentanza popolare e la poca libertà di opinione ed espressione si intreccino irrimediabilmente con quanto denunciato nei report del Forum.

Nei primi giorni di aprile, si è svolto il Summit 2019 del World Economic Forum per la regione, in Giordania: un’ulteriore occasione di confronto, durante la quale rappresentanti dei governi locali, delle organizzazioni internazionali e stakeholder di varia provenienza hanno potuto discutere di lotta ai cambiamenti climatici, di creazione di posti di lavoro e di opportunità per i giovani e di parità di genere e ruolo delle donne. Durante il Summit è stato evidenziato che la drammatica situazione a cui stiamo assistendo non solo sia innegabilmente legata alla difficile realtà sociale di quei paesi, ma che se non si agisce in tempo, siccità e conflitti potrebbero portare una delle zone più popolose del nostro pianeta ad essere del tutto inabitabile. Con la consapevolezza che essa comporterà l’aumento dei flussi migratori irregolari, la cui cattiva gestione porta con sé pericoli per la tutela dei diritti umani, della dignità e del diritto alla vita di milioni di persone.

Libia: un teatro di rivalità europee

L’annunciata Conferenza Nazionale, che dovrebbe avere luogo entro la metà di aprile a Ghadames, potrebbe aprire una nuova fase nel conflitto libico. Una contrapposizione che vede confrontarsi, da una parte, le forze del generale Khalifa Haftar e, dall’altra, l’esercito del governo di Fayez al-Sarraj, l’unica entità sovrana libica riconosciuta a livello internazionale. La speranza è che l’incontro delle due fazioni possa condurre a libere elezioni entro l’estate di quest’anno.

Tuttavia, le manovre di avvicinamento a nord-ovest delle truppe del generale Haftar non mancano di suscitare sospetti. Questi potrebbe, infatti, essere sinceramente interessato a un confronto diplomatico e, dunque, muovere verso la Tripolitania seguendo tale prospettiva; d’altro canto, la sua potrebbe altresì rivelarsi una manovra strategica, con l’obiettivo della conquista territoriale.

Altre volte, in passato, la Libia ha perso occasioni di confronto elettorale, in ultimo nell’ottobre del 2018. Nel caso attuale, in particolare, le responsabilità non sono esclusivamente attribuibili a un fallito dialogo tra le rivalità locali. Lo scenario del conflitto in Libia rivela infatti una frizione tra gli interventi delle forze internazionali tanto dell’area atlantica, quanto di quella medio-orientale: Stati Uniti e Regno Unito, così come Turchia ed Emirati Arabi, tentano da anni di far prevalere il loro progetto sulla risoluzione del conflitto. Inoltre, si può leggere una forte tensione tra gli interessi dei due principali attori direttamente coinvolti: Francia e Italia.

L’inviato ONU, Ghassan Salamé, ha già sottolineato l’importanza di una ‘soluzione politica’ al conflitto. Significativa è la scelta, in tal senso, di limitare le presenze alla Conferenza Nazionale ai soli esponenti libici, con l’unica eccezione dei rappresentanti ONU.

Nonostante gli sforzi della missione UNSMIL per aprire spazi di confronto plurale e inclusivo, Roma e Parigi persistono nel contendersi l’influenza sugli esiti del conflitto libico. Tanto con l’impegno militare, quanto nel delicato uso del soft power, come dimostra l’organizzazione di conferenze per la risoluzione pacifica (a Parigi nel maggio 2018 e a Palermo nel novembre dello stesso anno).

La divergenza tra i due paesi europei è inasprita, anzitutto, dallo schieramento delle parti in conflitto. A nord-est, con Benghazi come quartier generale, l’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio orientale, trova l’appoggio logistico e materiale della Francia. A nord-ovest, il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di al-Sarraj, con capitale Tripoli, vanta invece il sostegno diretto dello ‘sponsor’ italiano.

Le condizioni per l’intervento italiano sono però complicate a causa della narrativa nazionalista che fa appello al passato coloniale della Libia. La città di Benghazi, sede del Governo del generale Haftar, è anche la ‘capitale’ storica della lotta per la liberazione nazionale dal dominio italiano. Una lotta che ha visto la Francia coinvolta in primo piano come alleato. Da questo dipende, in parte, il sentimento favorevole del popolo libico nei confronti dell’intervento francese.

Il sostegno di Parigi, al momento, è rivolto alla sicurezza nazionale e alla lotta alle sacche di terrorismo che resistono nel sud del Paese: la stabilità dell’intera nazione è dunque la priorità ufficiale francese, mentre principali interessi strategici dell’Italia sono invece legati, più nello specifico, ai flussi migratori dalla costa mediterranea.

A complicare lo scenario contribuisce un conflitto di carattere economico attorno alle risorse di combustibili fossili. Tanto l’italiana ENI, quanto la francese Total-ERG si contendono infatti le garanzie di accesso ai giacimenti petroliferi, in particolar modo nel sito di El-Sharara, nella regione del sud-ovest, che, ai primi di febbraio scorso, ha visto l’ingresso delle truppe del LNA.

Osservando il vantaggio crescente conquistato dal generale Haftar, anche a livello di consenso popolare, risultano motivate tanto l’urgenza della Francia affinché si vada presto a elezioni quanto la cautela dell’Italia a riguardo. Proseguono, pertanto, le manovre di riconciliazione diplomatica intergovernativa. Un’espressione di tale tentativo è, ad esempio, la pubblicazione di una dichiarazione congiunta – sottoscritta a inizio marzo anche dalla Francia e dall’Italia -, nella quale si riconosce sia la piena leadership delle Nazioni Unite nel processo di risoluzione del conflitto, sia l’importanza di ristabilire la sovranità libica in materia di energia petrolifera.

Unione europea e Iran: un intricato rapporto

Sanzioni, terrorismo, diplomazia, petrolio e gas. Questi sono gli elementi che compongono il controverso ma cruciale rapporto fra l’Unione Europea e la Repubblica Islamica dell’Iran.

In linea con Washington, fino al 2015 Bruxelles ha mantenuto un livello costante di sanzioni nei confronti di Teheran. L’approccio euro-atlantico alla ‘questione iraniana’ è, però, cambiato radicalmente quando, durante l’amministrazione Obama, si è giunti alla firma del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), che vede la partecipazione anche dell’Unione, assieme a Francia, Germania e Regno Unito (UE3).

Il trattato prevedeva, in cambio dell’impegno dell’Iran a garantire la natura esclusivamente pacifica del suo programma nucleare, la deroga ad alcune misure restrittive in vigore e, a partire dal 2016, la revoca di tutte le sanzioni economiche e finanziarie nei confronti di Teheran. Da quel momento, non soltanto sono stati ripristinati i normali rapporti diplomatici fra l’Unione e il regime degli Ayatollah, ma, soprattutto, è rifiorito in breve tempo un vivace commercio.

Basti pensare che, solo nel 2016, il primo anno fiscale successivo all’attuazione del JCPOA, le importazioni europee dall’Iran hanno raggiunto €5,5 miliardi, con un incremento del 344,8%, mentre le esportazioni dell’UE ammontavano a €8,2 miliardi, con un aumento del 27,8%. L’anno successivo, il valore complessivo dei beni e servizi esportati dall’Iran verso i paesi dell’Unione ha superato i €10,1 miliardi, mentre le esportazioni europee verso l’Iran hanno raggiunto un picco di €10,8 miliardi.

Questo, senza considerare i miliardi che l’UE ha speso – e continua a impiegare – per importare petrolio e gas dall’Iran, essenziali per alimentare la produzione industriale delle economie dell’Unione. Secondo un recente studio della compagnia petrolifera inglese British Petroleum, l’Iran è il paese più ricco al mondo per riserve di gas naturale (seguito da Russia e Qatar) e il quarto quanto a riserve di petrolio greggio. Oltre a ciò, può contare su bassi costi di produzione, un fatto che non è insignificante in un contesto internazionale in cui il prezzo del greggio è in costante diminuzione.

Per concludere il quadro, l’Iran ha importanti relazioni economiche con certi paesi europei in particolare, come la Germania e l’Italia. A titolo di esempio, nel 2017 ENI ha firmato un memorandum of understanding con la National Iranian Oil Company (NIOC) per lo svolgimento di studi di fattibilità nel Darquain e nei campi di Kish, in Iran. Nel suddetto giacimento petrolifero, si stima siano presenti riserve per circa 5 miliardi di barili, di cui un quinto è estraibile. Più in generale, l’Iran è in grado di estrarre 3,5 milioni di barili al giorno e non è difficile capire che, per quanto discutibile sotto molti punti di vista, Teheran risulta essere un partner strategico di primaria importanza per i paesi dell’Unione.

I rapporti diplomatici ed economici tra paesi europei e Iran hanno continuato a procedere senza intoppi, almeno fino a quando, nel maggio del 2018, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA e la conseguente re-imposizione di tutte le sanzioni nel settore energetico, a partire da novembre. L’amministrazione statunitense ha, inoltre, predisposto un pacchetto di sanzioni accessorie, rivolte a tutti i paesi alleati degli Stati Uniti che avessero deciso di proseguire ugualmente i loro commerci con Teheran, ignorando i divieti di Washington.

I rapporti commerciali con Teheran, tuttavia, sono oramai troppo importanti per l’UE, al punto che Bruxelles si è spinta fino alla creazione di uno special purpose vehicle, un’entità legale per facilitare e legittimare le transazioni finanziarie da e verso l’Iran, greggio incluso. L’obiettivo dell’Unione è, quindi, quello di tutelare, assistere e legittimare le tantissime aziende europee che commerciano con l’Iran, permettendo loro di condurre affari in modo legittimo. L’annuncio dell’istituzione di questo stratagemma è stato dato dall’Alto rappresentante Mogherini, assieme al ministro iraniano degli Esteri, Javad Zarif, durante un incontro alle Nazioni Unite. Tale dispositivo, non rappresenta, però, una soluzione vera e propria al problema. Pertanto, Francia e Regno Unito hanno elaborato un’ulteriore proposta, il cui scopo non risiederebbe nella denuncia del trattato, bensì in una sua implementazione, che potrebbe includere il programma di missili balistici e la ridefinizione del ruolo geopolitico di Teheran nella regione.
L’unico fatto certo, al momento, è che l’UE deve trovare un delicato equilibrio tra solidarietà atlantica e definizione di una politica estera autonoma, in grado di mediare con paesi come l’Iran, trovandosi ora – come direbbero gli antichi romani – “a fronte praecipitium, a tergo lupi, con un precipizio davanti e i lupi dietro.

Kanter: senza famiglia e senza patria

Enes Kanter, 211 cm per 111 kg, cestista nato a Zurigo da genitori turchi e attuale giocatore di punta dei Portland Trail Blazers, con più di 5.000 punti in NBA e $18,6 milioni a stagione di ingaggio, in soli tre anni ha perso la cittadinanza turca, la famiglia e la possibilità di lasciare gli Stati Uniti.

La complessa storia che ha reso il giocatore più talentuoso della nazionale turca allo stesso tempo apolide, eroe, terrorista e perseguitato politico assume contorni più definiti se raccontata accanto alla sua battaglia politica e dialettica contro il presidente della Turchia Erdoğan.

Negli Stati Uniti per motivi sportivi sin dal 2009, Kanter è uno dei tanti turchi residenti all’estero e vicini al movimento Hizmet, investiti dall’onda lunga dei provvedimenti presi dal Governo turco successivamente al tentato colpo di stato del 15 luglio 2016. All’indomani di una delle pagine più buie e controverse della storia turca recente, Erdogan individuò infatti in Fetullah Gülen un nemico di eccezione per lo stato.

Gülen è stato tra i principali alleati di Erdoğan nel primo decennio degli anni 2000 e fondatore di Hizmet, nonché esponente turco dell’islam culturale moderato e fondatore di una rete scolastica in cui si è formata gran parte della classe dirigente turca. Lasciò il paese dopo che i suoi rapporti con il presidente turco si erano deteriorati nel 2013. Secondo il Governo turco, sarebbe stato proprio l’influente predicatore, dalla sua residenza in Pennsylvania, ad orchestrare l’attacco delle forze armate per sovvertire lo status quo. Durante lo stato di emergenza esteso fino al 2018, 80.000  persone sono state condannate e più di 200.000 arrestate. Prima le repressioni sono state dirette all’interno del paese, poi all’estero.

Kanter, conosciuto oltreoceano anche per il suo carattere sopra le righe e per gli atteggiamenti spesso aggressivi sul parquet, tra il 2009 e il 2015 era già stato protagonista di alcune diatribe con la nazionale di basket turca, tanto che arrivò ad accusarla di discriminazione su base politica nei suoi confronti. Il giocatore, infatti, non ha mai nascosto di essere un fervente seguace di Gülen, e, per quanto neghi qualunque coinvolgimento del leader nelle vicende del colpo di stato, Kanter sembra essere agli occhi di Ankara un esponente e un promotore (peraltro dotato di un notevole peso mediatico) di Hizmet e quindi bandito e catalogato come ‘terrorista’.

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Yemen: il porto cruciale Hodeidah, sul Mar Rosso, è il teatro degli scontri più accesi degli ultimi tempi

Il 17 febbraio scorso l’ONU ha fatto sapere che le due parti in conflitto (il governo yemenita e i ribelli sciiti Houthi), che da anni si spartiscono lo Yemen, avrebbero trovato un accordo riguardo Hodeidah, la città portuale al momento più importante per la sopravvivenza della maggior parte della popolazione. Da questa città passa, infatti, il 70% degli aiuti umanitari internazionali diretti all’intero Paese.

Hodeidah, secondo porto yemenita dopo Aden, è stato il teatro principale di quest’ultima fase di guerra, iniziata dopo gli i dialoghi di dicembre in Svezia. A Rimbo (50 km da Stoccolma), infatti, grazie al lungo lavoro dell’inviato speciale ONU Martin Griffiths, era avvenuto il primo incontro tra le parti dopo due anni di rifiuti e appuntamenti mancati (l’ultimo dei quali a Ginevra, nel settembre 2018, disertato dagli Houthi): il 18 dicembre 2018, a seguito di uno scambio di migliaia di prigionieri, i rappresentanti del governo di Hadi e del movimento Ansar Allah (forza politica che fa da riferimento per i ribelli Houthi) hanno annunciato il ‘cessate il fuoco’ ma rimanevano in contrasto su diversi punti. Primo fra tutti, proprio quello riguardante la gestione di Hodeidah, città sulla quale la parte governativa filo-saudita non intendeva negoziare, bloccando sul nascere la proposta ONU di far passare il porto sotto controllo internazionale.

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Ciò che è rimasto di Daesh La fine di un lungo e sanguinoso conflitto: la situazione in Siria e la questione dei foreign fighters

Di Anna Nesladek

A Shamima Begum, ragazza britannica partita per il Medio Oriente nel 2015 che aveva recentemente espresso la volontà di tornare nel suo Paese, è stata infine revocata la cittadinanza.

La decisione ha scatenato un’ondata di polemiche, e senza dubbio si sentirà ancora parlare di casi simili, dato che le persone partite per i territori sotto il controllo diDaesh sono molte: i foreign fighters rappresentano uno dei problemi che l’Occidente si trova a dover affrontare in questo stadio del conflitto.

Trump ha recentemente dichiarato che, se l’Europa non si riprenderà i circa 800 foreign fighters ora prigionieri dei curdi nella Siria orientale, darà ordine che vengano rilasciati. I combattenti europei ora nelle mani dei curdi si trovano in un vero e proprio limbo, poiché né i loro Paesi hanno per il momento intenzione di farli rientrare, né saranno le forze curde a farsi carico dei processi. Il rischio concreto è che Daesh sferri un attacco per liberarli, approfittando del graduale ritiro delle truppe statunitensi.

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La Sar Zone libica è davvero tale? Il silenzio libico sulle sue operazioni in mare nasconde una situazione drammatica dei migranti

A qualcuno verrebbe mai in mente di definire la Libia oggi “a place of safety”? Difficile.

Eppure, nel giugno 2018, Tripoli annunciava l’iscrizione nel registro dell’Organizzazione marittima internazionale di una propria zona Sar (Search and Rescue), un’area marittima che corre lungo la costa della Libia, con un’estensione pari a quella dello Stato stesso e profonda un centinaio di miglia. Tale atto testimonia un’assunzione di responsabilità di ciò che accade nelle proprie acque territoriali; la Libia, ufficialmente, si impegna prestare soccorso ai barconi carichi di migranti e a collaborare ai salvataggi, attraverso due Guardie Costiere (una dipendente dal ministero dell’Interno e l’altra dalla Difesa), con le Guardie Costiere italiana e maltese.

Fino a qui, tutto bene. L’Unione Europea tira un sospiro di sollievo, Italia e Malta si sentono più “leggere”. In teoria, si tratterebbe di un’ottima soluzione. Peccato che la Libia sia spaccata in due, fortemente instabile a livello politico e molto carente dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Di conseguenza, i migranti più che “cercati e salvati” e portati in “luoghi sicuri”, sono brutalmente arrestati e deportati nei centri provvisori di detenzione.

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Israele non rinnova il mandato della TIPH Netanyahu avanza accuse di "attività contro Israele". Erekat: "Così si uccide il processo di pace"

Nella giornata di lunedì 28 gennaio, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato di non avere intenzione di rinnovare il mandato della Temporary International Presence in Hebron (TIPH), la missione composta da osservatori internazionali operante nella città più grande della Cisgiordania.

Il premier ha giustificato il gesto affermando che la missione sarebbe implicata in “attività contro Israele”, anche se non sono stati forniti ulteriori particolari.

La reazione del Segretario Generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Saeb Erekat, non si è fatta attendere. Egli, infatti, ha sottolineato come una decisione simile metta a rischio il processo verso un accordo per la pace con Israele e ha domandato alle Nazioni Unite di inviare in Cisgiordania delle forze internazionali permanenti con lo scopo di “garantire la sicurezza e la protezione del popolo della Palestina”.

Tuttavia, al momento non è pervenuta alcuna risposta delle Nazioni Unite in merito.

La Temporary International Presence in Hebron (TIPH), come accennato sopra, è un gruppo di monitoraggio internazionale istituito con un accordo bilaterale tra lo Stato di Israele e l’Autorità Palestinese (PA) dopo che, il 25 febbraio 1994, Baruch Goldstain, un colono israeliano, aveva ucciso 29 palestinesi nella Moschea di Abramo. Dopo tre mesi, però, il mandato della missione non fu rinnovato.

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