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Da Vox a Bruxelles: l’avanzata del populismo europeo

Le elezioni generali spagnole, tenutesi il 28 aprile scorso, hanno posto un’ulteriore pietra miliare nella recente fase politica ‘sovranista’ del continente europeo: a soli 6 anni dalla propria fondazione, infatti, il partito di estrema destra Vox ha conquistato 24 dei 350 seggi alle elezioni generali, ponendosi come una delle forze di spicco nel panorama politico iberico. Nonostante i pronostici della vigilia prospettassero una ampia vittoria del fronte ultraconservatore rappresentato nella figura del candidato Santiago Abascal, i risultati hanno però riscontrato un sorprendente ritorno del Partito Socialista di Pedro Sanchez ed un crollo di consensi del Partido Popular (PP), partito di governo uscente dopo la crisi politica che ha attraversato il paese.

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I trasporti aerei davanti alla sfida del clima

Il cambiamento climatico pare essere uno degli avvenimenti che possono riuscire, per la loro gravità, ad unire numerosi attori diversi per natura, dimensioni, ideali e fini in un’azione che, pur con meccanismi e tempi diversi, è volta ad un unico obiettivo. Istituzioni, società civile e imprese, dinanzi alla crescente emergenza evidenziata da numerosi studi, hanno dato un esempio di ciò, convergendo verso il contrasto ai cambiamenti che interessano l’equilibrio climatico del pianeta, operando sia in generale, sia rispetto a singoli settori. Si può infatti dire che quasi ogni ambito dell’economia moderna sia fonte del problema e, al contempo, attore della sua risoluzione, tramite azioni per invertire la rotta grazie alla ricerca scientifica e ad innovazioni sia tecniche che di strategia, politica e obiettivi.

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Istituzioni, società civile e il movimento contro il cambiamento climatico

Di Rebecca Carbone, Alessandro Fornaroli, Lara Kopp-Isaia, Simone Massarenti

Appena 50 anni fa l’uomo è atterrato sulla Luna e da allora la popolazione mondiale è più che raddoppiata. Nell’arco di una vita umana, il paradiso terracqueo è profondamente cambiato; le specie in natura sono diminuite di circa il 60% e per la prima volta nella storia dell’umanità, la stabilità della natura non è una cosa scontata” (Il Nostro Pianeta).

Qualche riflessione sull’Antropocene

È opinione condivisa tra la comunità scientifica che la biodiversità planetaria, che ci ha accompagnato durante il nostro percorso evolutivo, stia diminuendo a velocità esponenziale per ragioni antropogeniche. L’influenza dell’uomo sull’ambiente è stata riassunta dal premio Nobel Paul Crutzen in un termine particolare, che mira a indicare l’epoca geologica attuale, profondamente influenzata dalla presenza di CO2 (anidride carbonica) e CH4 (metano): Antropocene.

Il cambiamento climatico si manifesta, così, quale il problema principe della nostra epoca, poiché, con le parole degli scienziati politici Marcello Di Paola e Gianfranco Pellegrino, “l’intelaiatura ecologica del pianeta è in larga misura una funzione del suo clima”. Allo stesso tempo, come ha fatto notare la giovane Greta Thunberg, “La crisi climatica è sia la crisi più semplice, sia la più difficile che ci troviamo ad affrontare. La più semplice perché sappiamo che cosa dobbiamo fare, dobbiamo mettere fine all’emissione di gas serra. La più difficile perché la situazione economica attuale dipende ancora dall’utilizzo dei combustibili fossili, che danneggiano il nostro ecosistema”. Non manca, tuttavia, chi, come il fisico premio Nobel, Carlo Rubbia, o l’ex capo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, Scott Pruitt, ritiene che le variazioni climatiche che si presentano ciclicamente, siano scollegate da questo fenomeno e imputabili unicamente al mutare delle macchie solari.

L’essere umano, non essendo avulso e indipendente dalla biogeocenosi in cui vive, subirà gli effetti a cascata che deriveranno dal riscaldamento globale, i quali colpiranno in primo luogo le società meno attrezzate ad affrontarli. In altre parole, i paesi meno attrezzati e tecnologicamente avanzati saranno quelli che pagheranno il prezzo più alto. L’effetto ‘darwiniano’, per così dire, non regge allo scrutinio dell’etica se si considera la problematicità che si affronta nel risalire la scala eziologica, al fine di trovarne i responsabili. La partecipazione a questo fenomeno, infatti, è condivisa e trasversale sia nello spazio, tra individui, aziende o nazioni, sia nel tempo, a livello intergenerazionale. Il presente non è, in tal senso, che il risultato cumulativo delle sofferenze subite dal pianeta negli anni, andando a costituire “il più vasto problema di azione collettiva che l’umanità abbia mai dovuto affrontare” (Gnosis).

Marcello di Paola, insieme all’esperto di etica ambientale Dale Jamieson, ha proposto un’elaborata analisi del problema. In primo luogo, l’aumento della temperatura terrestre, si pone in maniera sempre più incalzante come forte limite per il liberalismo politico nei suoi due aspetti principali di responsabilità individuale e democrazia.

Quanto al profilo della responsabilità, l’interconnessione statuale e la dinamicità industriale, che caratterizzano una società sempre più globalizzata, rendono complicato attribuire obblighi. L’aporia è un riflesso della complessità dei meccanismi causali coinvolti: nessuno incide in maniera significativa sul cambiamento climatico, contribuendo soltanto in parte alla sua evoluzione. In questo modo, è facile finire per perdersi nell’illusione di un gioco a somma zero, in cui nessuno danneggia direttamente nessun altro.

Sul versante della democrazia, invece, i singoli attori si trovano nell’infelice posizione di dover scegliere tra il perseguire la dottrina utilitaristica fondata sulle conseguenze favorevoli a tutela della collettività, oppure se agire quel tanto che basta a non perdere il consenso del proprio elettorato.

Purtroppo, i due elementi sono inversamente proporzionali: all’aumentare del primo, diminuisce il secondo e viceversa. Quando lo stato si attiva per risolvere problemi che minacciano, anche se non direttamente, la sicurezza fisica e sociale dei cittadini, solitamente si registra un abbassamento del livello dei consensi.

Gli studiosi fanno notare che anche le manovre potenzialmente migliori, d’altro canto, possono richiedere sacrifici non sempre accettabili o in linea con le preferenze degli elettori. Nei periodi di transizione come questo, le manovre di conversione industriale, come fu per il Green New Deal americano, necessitano di un forte sussidio statale o comunitario per essere applicate. Senza un diritto premiale a favore delle imprese che incentivi l’aggiornamento ecosostenibile, tuttavia, il vincolo sull’iniziativa privata potrebbe essere recepito con avversione.

Un’ulteriore difficoltà discende dal fatto che il perseguimento di benefici ambientali dipende spesso da iniziative di lungo respiro, che potrebbero non essere apprezzate nell’immediato. Un esempio in tal senso potrebbe essere, in un’ottica di contenimento del particolato sospeso (le cosiddette “polveri sottili”),  la chiusura di un impianto a carbone: il licenziamento o la riqualificazione dei dipendenti potrebbe condurre a scioperi o proteste del personale.

Per risolvere l’impasse, secondo Di Paola e Jamieson, gli stati e gli enti sovranazionali dovrebbero attenersi a politiche comuni, di derivazione comunitaria o frutto di trattati internazionali. Solo attraverso una cooperazione in tal senso si potrà superare la concezione territoriale stato-centrica per operare in termini più ampi, producendo tutele dei diritti umani di tipo collettivo di terza generazione, ormai noti come ‘diritti di solidarietà’.

La sfida, dunque, in questo contesto di erosione democratica, consiste proprio nell’esercitare democraticamente un’azione in grado di realizzare interessi puntuali, attraverso politiche atte ad affrontare le complessità poste dall’Antropocene.

Le migrazioni climatiche non devono essere sottovalutate

Alcune delle declinazioni particolari di queste problematiche difficilmente inquadrabili negli schemi tradizionali vengono poi spesso sottovalutate, anche a dispetto della portata globale degli stessi. Tra questi, probabilmente uno dei più insidiosi riguarda le migrazioni climatico-ambientali: milioni di persone sono costrette a lasciare la propria terra a seguito di disastri ambientali, desertificazione e mancanza di risorse. Si tratta di un fenomeno destinato a crescere in maniera esponenziale, che condurrà a un cambiamento delle carte geografiche e alla necessità di nuovi strumenti giuridici, dal momento che i migranti climatici non rientrano automaticamente tra le categorie cui è riconosciuta protezione internazionale.

In quest’ottica, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ha tentato di offrire una definizione del termine ‘migrante ambientale’, intendendo “coloro che, a causa di improvvisi o graduali cambiamenti nell’ambiente che influenzano negativamente le loro condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le proprie case temporaneamente o permanentemente”. La speranza è che questo possa essere un primo passo per l’estensione della formula nella Convenzione di Ginevra del 1951 e, quindi, per l’ampliamento delle condizioni fondanti lo status di rifugiato. Uno sviluppo che, tuttavia, potrebbe tardare ad arrivare.

Abbiamo già menzionato come la quantità di anidride carbonica e di gas serra emessi dalle attività umane nell’ultimo secolo stia causando un aumento delle temperature e creando gravi effetti collaterali: i disastri climatici sono più frequenti e intensi, la superficie colpita dalla desertificazione diventa sempre più ampia, le ondate di calore, siccità e le piogge si sono moltiplicate. Questo scenario si traduce nella diminuzione di terre fertili e nell’accesso sempre più difficile all’acqua potabile. Così il clima spinge verso la migrazione.

Sono le aree dell’emisfero Nord del mondo (Europa, Stati Uniti, Cina) a emettere la maggior quantità di anidride carbonica e di gas serra, ma sono quelle dell’emisfero Sud (Africa, America Latina, Oceania) a pagarne più pesantemente le conseguenze. Citando le parole di Kofi Annan, ex Segretario Generale ONU, “i paesi più vulnerabili hanno meno capacità di proteggersi. Sono quelli che meno contribuiscono alle emissioni globali di gas serra. In assenza di provvedimenti, saranno loro a pagare un alto prezzo per le azioni altrui”.

Il New York Times ha individuato diverse zone in cui i cambiamenti climatici hanno messo in moto fenomeni migratori di massa. La guerra civile siriana, scoppiata nel 2011, ha generato oltre 12 milioni di profughi. Tra le molteplici cause scatenanti il conflitto, figurano anche quelle di tipo climatico-ambientale: per quattro anni consecutivi la Siria ha assistito alla peggiore siccità mai registrata. Inoltre, il crollo dell’economia, a fine 2012, ha indotto 1,5 milioni di persone a spostarsi dalle zone rurali sunnite, verso la costa, dominata dalla minoranza alawita, sostenitrice di Assad, generando ulteriori tensioni.

Allo stesso modo, quasi il 50% del continente africano è soggetto a desertificazione causata dall’intervento umano. Una delle aree più colpite è quella del Lago Ciad: questo, dagli anni Sessanta, si è ridotto di oltre il 90% della superficie originaria, obbligando 3,5 milioni di persone a migrare.

Ancora, in Somalia oltre un milione di persone è in fuga dalla siccità; secondo il report dell’ONU si tratterebbe della più grave crisi umanitaria dalla Seconda Guerra Mondiale.

Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti ai rischi climatici: ogni anno oltre 500.000 persone si spostano a causa dei frequenti uragani. Le Isole Carteret, parte dell’arcipelago della Papua Nuova Guinea, sono state inghiottite dall’innalzamento del livello del mare: si tratta del primo sito al mondo in cui tutti gli abitanti hanno dovuto migrare altrove a causa del cambiamento climatico.

Nel 2016, si sono registrati 24,2 milioni di migranti climatici e questo numero è destinato ad aumentare. Sempre stando all’IOM, entro il 2050, i migranti climatici supereranno i 200 milioni. Inoltre, secondo quanto è emerso dalla prima conferenza internazionale sul fenomeno delle migrazioni causate dai cambiamenti climatici, il fenomeno dei profughi climatico-ambientali è d’intensità superiore a quello dei profughi di guerra.

Contrastare il riscaldamento globale diviene quindi una questione fondamentale, non solo per la conservazione degli ecosistemi, ma anche per la tutela dei diritti umani. Amnesty International ha denunciato alcune misure intraprese per alleggerire gli impatti delle emissioni, che avrebbero però condotto a violazioni di diritti umani: in Kenya, il popolo dei Sengwer è stato privato della propria terra a causa di un progetto governativo per la riduzione della deforestazione di Embobut. Secondo l’organizzazione, “questi progetti dovrebbero essere sottoposti a una valutazione dell’impatto sui diritti umani prima di essere messi in atto”.

Ci troviamo dinanzi a un cambiamento storico, sia sul piano sociale-antropologico, sia su quello geopolitico. Secondo l’Università delle Nazioni Unite, è necessario approcciarsi alle migrazioni climatiche non come singole crisi, bensì come un fenomeno globale da governare con impegno concreto e congiunto. Se le temperature medie si alzeranno di ’soli’ 2°C, infatti, allo stesso modo aumenteranno persone esposte ai summenzionati pericoli, le quali potrebbero raggiungere la soglia di 10 milioni di individui.

La voce di Greta Thunberg

In seno alla società civile è nato un altro appello contro il cambiamento climatico, del quale si è fatta portatrice una sedicenne studentessa di Stoccolma: Greta Thunberg. Con un semplice cartellone su cui campeggia la scritta “Skolstrejk för klimatet” (“Sciopero scolastico per il clima”), la ragazza svedese si è guadagnata un posto al centro del mondo dell’attivismo climatico. Ha incontrato figure istituzionali di spicco, tra cui il Papa, e ha trasmesso il suo messaggio a una varietà di platee differenti: dalla TEDx di Stoccolma, alla COP24 di Katowice, al World Economic Forum di Davos.

Il movimento Fridays for future, che Thunberg porta avanti ogni venerdì da ormai un anno, ha guadagnato sempre più seguaci. Il 15 marzo scorso, infatti, il suo esempio è stato d’ispirazione per i milioni di studenti riunitisi nelle piazze di tutto il mondo per protestare contro lo sfruttamento senza freni delle risorse del pianeta.

L’enfant terrible di Stoccolma continua a pronunciare il suo monito con fermezza. Durante la COP24, ha condannato l’inerzia delle istituzioni, sottolineando come la politica sia più preoccupata della propria popolarità che del futuro del pianeta e della civiltà, promettendo una “eterna crescita economica verde” per nascondere la realtà e permettere a pochi di vivere nel lusso.

Greta Thunberg, in altre parole, obietta fortemente all’operato dei membri del G8, che, a partire dalla deludente esperienza della Conferenza di Parigi del 2015, non sono ancora riusciti a dimostrare un’effettiva capacità di fare fronte comune contro la minaccia di uno stravolgimento ecologico. In quell’occasione, per esempio, è emerso che la Svezia, terra d’origine della giovane attivista, rientrava tra i paesi fortemente in ritardo nel raggiungimento dei Sustainable Development Goals, perno della politica delle Nazioni Unite per la lotta al cambiamento climatico.

La narrazione di Greta mette a confronto due grandi blocchi ideologici: da un lato, i sostenitori del pianeta, composti in primis dagli studenti scesi in piazza e dalle 155 rappresentanze locali di Fridays for future; dall’altro, i fermi promotori dell’economia industriale light, basata su modelli di sviluppo ecosostenibile. Questa ‘battaglia ideologica’ percorre in lungo e in largo la superficie terrestre, causando un muro contro muro che non giova al prosieguo delle trattative ancora ad oggi in fase di definizione.

La guerra ‘dal’ cambiamento climatico

I problemi relativi al surriscaldamento globale, allo scioglimento dei ghiacciai, alla desertificazione, alle alluvioni e a tutti i fenomeni ambientali già presenti per natura, aumentati in frequenza e intensità a causa dell’agire dell’uomo, non riguardano solo la vivibilità circoscritta al microsistema in cui viviamo. Per microsistema si intende l’ambiente a noi direttamente circostante e funzionale, nel quale interagiamo nella vita di tutti i giorni; in questo senso, all’interno degli stessi microsistemi, i fattori che incrementano il rischio di conflitti vengono rinforzati dal cambiamento climatico.

Nonostante un collegamento diretto tra lo scoppio dei conflitti tra i microsistemi e le disfunzioni del clima non possa essere rilevato, è indubbio che le lotte intestine attorno alle risorse naturali siano esacerbate – e talvolta addirittura scaturite – dagli effetti del cambiamento climatico, in particolare nelle regioni più dipendenti dal settore primario, come la fascia subsahariana dell’Africa o il Sud-Est asiatico.

Esempi che rendono possibile osservare con limpidezza la relazione subordinata tra il sovraffaticamento della biodiversità primaria e la capacità di uno stato di governarsi riguardano proprio i conflitti nell’Africa dell’Est e, in particolar modo, in Sudan. La terra è la più importante fonte di potere e ricchezza in tali regioni, dal momento che chi la possiede controlla la produzione agricola, l’allevamento e l’estrazione di risorse sotterranee quali petrolio o acqua. L’instabilità causata dai ciclici periodi di siccità, dallo spostamento delle isoiete sempre più a sud e dal problema cronico della desertificazione, ha generato un meccanismo di autodifesa a livello sociale: scatenare conflitti è l’unica soluzione per far fronte all’inefficienza governativa nel gestire le situazioni di emergenza climatica. Non solo la risorsa naturale è oggetto di contesa delle tribù pastorali guerrigliere o dei villaggi agglomerati in paesi quali la Somalia o il Sudan, ma diviene anche lo strumento intermedio di lotta, tale per cui, ad esempio, per ottenere un qualsiasi diritto alienato si ricorre alla presa in ostaggio delle sorgenti d’acqua, distribuendo mine terrestri per rendere inaccessibile l’area.

Secondo un’analisi condotta dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), sono cinque le spiegazioni di come i cambiamenti relativi al clima possano condurre a conflitti armati: deterioramento del sostentamento, incremento delle migrazioni, modifica dei percorsi di mobilità dei pastori, induzione all’utilizzo di considerazioni tattiche nei gruppi organizzati e strumentalizzazione da parte dell’élite delle rivendicazioni delle comunità locali. Negli ultimi due casi, un epicentro già entropico viene sfruttato nella sua fragilità da due gruppi che, coattivamente o economicamente, detengono un potere tale da poter sfruttare i bisogni di popolazioni, per esempio del Sudan o del Sud Sudan, come pedine per nascondere i propri interessi, mobilitando le etnie una contro l’altra.

Nel gennaio del 2018, lo stesso presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Kairat Umarov, ha riconosciuto gli effetti del cambiamento climatico ed ecologico tra i fattori di instabilità dell’Africa dell’Est e della regione del Sahel. D’altro canto, però, molti studi, tra cui quello dell’University College di Londra, screditano l’idea per cui i cambiamenti climatici siano un fattore concreto di causa dei conflitti, ritenendo maggiormente rilevanti i fattori sociopolitici. La tesi più accreditata è quella intermedia espressa dal capo della Sezione Pace e Sicurezza dell’Istituto Universitario della Sostenibilità e della Pace delle Nazioni Unite, Vesselin Popovski. Egli ha sostenuto che: “Non c’è dubbio che l’impoverimento e l’insicurezza umanitaria possa originarsi come risultato del cambiamento climatico, se misure preventive non vengono prese. Comunque, manca l’evidenza che il riscaldamento globale direttamente incrementi i conflitti.”

A prescindere dall’entità con cui il cambiamento climatico agisce sulla nascita dei conflitti, tutti gli studi summenzionati concordano sul fatto che il collegamento, anche se indiretto, esista. Per questo motivo, si rendono necessarie misure cautelari in quelle regioni che, come il Sud-Est asiatico, sono già fragilmente esposte agli effetti inevitabili della ribellione naturale. Nella maggior parte dei casi, si tratta delle stesse aree fortemente dipendenti dall’agricoltura e dalla pesca.

Tra le varie soluzioni riscontrate, quelle di efficacia maggiore sembrerebbero consistere, da un lato, nell’assistenza allo sviluppo di risorse di sussistenza ulteriori e di diversa matrice e, dall’altro, nell’incremento delle capacità di reazione delle comunità alle perdite temporanee di introiti, attraverso la previsione di assicurazioni a beneficio del reddito annuo, una riforma dei diritti della terra, programmi specializzati in caso di siccità e assistenza agricola.

Un maggiore rispetto per la Terra ed un diffuso impegno cognitivo e pedagogico per affrontare tematiche legate al territorio, quindi, non ripristineranno solo un sistema ambientale sano e stabile, ma potrebbero addirittura condurre a un mondo più pacifico.

Una risposta adeguata a un problema complesso

Come il titolo di questo articolo suggerisce, tanto le istituzioni quanto la società civile in tutte le sue forme, sono chiamate ad affrontare le difficoltà generate dal cambiamento climatico. Congiuntamente e separatamente, con l’azione e con il pensiero, sono già state molte le reazioni tese a contrastarne gli effetti, ma solo la punta dell’iceberg è stata scalfita. Resta da vedere se la somma delle forze esercitate dal genere umano sul pianeta condurrà lo stesso verso un futuro più sostenibile, consumando la parte sommersa dei lasciti di decadi di sfruttamento.

Climate change and EU security: an innovative approach

Throughout the last decades, the threats that climate change poses to the future of our planet gained the forefront in international debates. The European Union aspires to become the most prominent actor in the global fight against them and, as stated in the Global Strategy introduced by the Union in 2016, Brussels aims to lead by example by implementing its commitments on sustainable development and climate actions”.

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Speciale Tematico: Gli effetti della Brexit nel mondo

Di Desideria Benini e Gabriele Fonda

La decisione del popolo britannico di uscire dall’Unione Europea ha gettato il Regno Unito nel caos e nell’incertezza. Mentre scriviamo queste righe, non si sa ancora se l’ultimo atto del processo avviato il 29 marzo 2017 dovrà svolgersi nell’arco della settimana o se l’UE accoglierà un’ulteriore richiesta di rinvio avanzata da May, spostando la data a ridosso delle prossime elezioni europee. Certamente, però, a prescindere dall’esito finale delle trattative – no-deal, soft o hard Brexit è indubbio che questo evento stia producendo un’eco di risonanza planetaria.

Lontana dall’essere una questione unicamente europea, il subbuglio della Brexit raggiunge, in primis, gli Stati Uniti, partner commerciali d’eccezione per l’isola di sua maestà, con un export di beni e servizi che, secondo la Camera di Commercio Americana presso l’UE, ammontava, nel 2015, a $123,5 miliardi, con investimenti finanziari del valore di ben $593 miliardi.

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La gioventù africana e il #fridaysforfuture

Venerdì 15 marzo scorso, i giovani di tutto il mondo, dall’Italia alla Cina, dalla Norvegia fino all’Argentina, hanno scioperato per il pianeta Terra. La gioventù globale, che sembra non fidarsi più delle classi politiche e delle loro promesse per la salvaguardia dell’ambiente, si è mobilitata per affermare la volontà di cambiare il futuro.

Per diversi giorni, sui media di tutto il mondo, si sono susseguite interviste a studenti che denunciavano una situazione ambientale divenuta insostenibile: “Non voglio vivere in un mondo con un riscaldamento globale che supera i 3° C ha dichiarato un ragazzo intervistato dal quotidiano francese Le Monde.

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La Brexit alla prova del mercato energetico

Il settore energetico sarà uno tra i più influenzati dalla Brexit: il Regno Unito ha un fortissimo bisogno di investimenti, in particolare per rinnovare il suo parco di centrali elettriche e sviluppare interconnessioni con il continente. Non possono però che sollevarsi dubbi su chi potrebbe accettare di immobilizzare tali somme per decenni, nel contesto di incertezza politica, normativa ed economica creato dalla Brexit. L’uscita dall’UE, per giunta, priverà il Regno Unito del finanziamento della Banca europea per gli investimenti (7 miliardi di euro immessi annualmente nell’economia britannica, metà dei quali nel settore dell’energia). In caso di mancata adesione allo Spazio economico europeo, infine, andrebbe perso anche il sostegno economico che questo concede a progetti di interesse comune.

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3 voti in 3 giorni: Brexit verso il rinvio

L’agenda parlamentare è stata fissata: il 26 febbraio scorso, la premier britannica Theresa May ha annunciato alla Camera dei Comuni che, qualora martedì 12 marzo il Parlamento non approvasse il suo accordo con Bruxelles, già bocciato in precedenza, il giorno successivo verrà chiamato a votare sull’ipotesi di un ‘no-deal’. Se anche tale mozione cadesse in aula, il 14 marzo si terrà un terzo voto sulla possibilità di chiedere all’Unione Europea una “proroga breve e limitata”, rinviando quindi l’uscita prevista per il 29 marzo.

Questa ipotesi ha suscitato ampio ottimismo nei mercati valutari, come dimostrato dalla rimonta della sterlina: la moneta britannica è volata ai massimi sull’euro da 10 mesi a questa parte, mostrando come gli operatori economici guardino con favore a un ipotetico rinvio, che si rivela sempre più probabile al fine di scongiurare il caos di una Brexit senza accordo.

Infatti, come hanno affermato il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, e la cancelliera tedesca Angela Merkel, Francia e Germania sarebbero disponibili a concedere più tempo alla Gran Bretagna. In seguito ad un incontro tra i due leader all’Eliseo, entrambi hanno affermato: “L’accordo di ritiro della Gran Bretagna dall’Unione Europea non può essere rinegoziato”; tuttavia, “se i britannici vogliono più tempo, si potrebbe esaminare una richiesta di proroga”. Il punto su cui ha principalmente richiamato l’attenzione la Cancelliera è stata la necessità pressante di ottenere “un’uscita ordinata dall’UE”.

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