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Ci siamo accorti del cambiamento climatico

Impossible is not a fact, it is an attitude”. L’impossibile non è un dato di fatto, ma un atteggiamento. Probabilmente non c’è espressione migliore di questa, utilizzata dal Segretario esecutivo dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), Christiana Figueres, per inquadrare il nuovo approccio sociale al tema più ‘caldo’ degli ultimi anni: il cambiamento climatico e i suoi progressivi effetti.

Come teorizzato da molti, il riscaldamento globale è ormai un processo inarrestabile, con un impatto che è diventato sempre più visibile rispetto a decenni fa, quando la questione veniva considerata molto meno urgente dal grande pubblico. Non solo l’emergenza climatica è diventata una priorità nella società civile e nei programmi politici, ma ne è cambiata la nostra concezione: si è infatti sollevata un’ondata di proteste e manifestazioni per l’ambiente che pare, almeno in parte, alimentata da un ‘ottimismo’ di fondo.

Per avere un termine di paragone basta pensare a circa dieci anni fa, quando, nel dicembre 2009, a Copenhagen si riunirono i capi di Stato per la 15° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico, il cui scopo era quello di dar vita ad un accordo internazionale che stabilisse i nuovi parametri per la riduzione delle emissioni di gas. Ciò che ne emerse fu il cosiddetto “Accordo di Copenhagen”, che però venne considerato un risultato al limite del fallimento.

Un cattivo accordo è meglio di nessun accordo”, aveva sostenuto durante la conferenza stampa conclusiva l‘allora presidente della Commissione José Manuel Barroso. Tuttavia, la sua poca efficacia fu evidente fin da subito: non solo si registrarono le opposizioni di numerosi paesi, soprattutto del Sud America, ma questo aveva carattere non vincolante, con gli obiettivi di riduzione delle emissioni da esso stabiliti non erano traducibili in pratiche concrete.

Il sostanziale fallimento dell’accordo di Copenaghen fu dovuto anche ad un diffuso disinteresse politico, manifestato, tra le altre cose, dalla ancora discreta percezione del problema ambientale da parte della maggioranza della società civile. Dai sondaggi condotti negli anni 2008-2009 dall’Eurobarometro sull’atteggiamento dei cittadini europei verso il cambiamento climatico, infatti, risultò che il 62% degli intervistati considerasse il cambiamento climatico al terzo posto tra i problemi più gravi del pianeta, una percentuale che si era abbassata del 12% alla fine del biennio considerato.

Negli anni, però, sembra ci sia stata un’evoluzione progressiva nella percezione del fenomeno, trainata inizialmente da una maggiore attenzione da parte della politica internazionale. Dapprima, a livello europeo, quando la Direttiva 2009/29/CE ha posto in essere, dal 2009 al 2013, il cosiddetto “Piano 20-20-20”: una serie di azioni volte a ridurre le emissioni del 20%, aumentare la quota di energia rinnovabile del 20% e ottenere un risparmio energetico sempre del 20% (da cui il nome). Di seguito, a livello internazionale, con i progressivi lavori per l’Accordo di Parigi del 2015, volto a contenere l’incremento della temperatura media al di sotto dei 2°C. A tal fine, l’Unione stessa ha optato per l’adozione di regolamenti e direttive più stringenti. Questa presa di coscienza è stata il preludio, negli ultimi due anni, di una generale “vitalità” da parte della popolazione riguardo al tema in esame.

Alcuni sondaggi effettuati nell’anno corrente, difatti, hanno dimostrato un aumento della percezione della gravità della tematica: il 79% degli intervistati lo considera un problema molto grave, mentre  il 93% lo ritiene una criticità significativa. La necessità di ottenere un cambiamento concreto nell’affrontare i problemi del nostro pianeta si è tradotta, altresì, in numerose manifestazioni per il clima. Tra queste, spiccano per risalto mediatico e numero di partecipanti i cosiddetti “Fridays for Future”, che hanno coinvolto soprattutto le giovani generazioni. Due fattori hanno contribuito a sensibilizzare così ampie fasce della popolazione: in primis, lo sviluppo tecnologico che, attraverso i social network e i media, rende contenuti riguardanti i disastri ambientali accessibili a tutti. In secondo luogo, l’impatto stesso del cambiamento della temperatura, sempre più evidente anche nella quotidianità. Molteplici sono i fenomeni climatici anomali di cui siamo finora spettatori, dallo scioglimento del settecentenario ghiacciaio Okjokull in Islanda, all’aumento della frequenza delle precipitazioni e intensità dei venti: in queste ore, il Giappone si trova ad affrontare la furia del tifone Hagibis, mentre l’uragano Lorenzo, proveniente dall’Atlantico, si sta avvicinando all’Europa.

Proprio la consapevolezza dell’urgenza della questione, espressa nelle proteste e nelle manifestazioni, ha spinto alcuni governi ad intraprendere azioni concrete al fine di innescare realmente un’inversione del corso delle cose, sia a livello europeo, sia nazionale. Una relazione della Commissione europea ha sintetizzato i traguardi raggiunti dall’Unione dall’Accordo di Parigi ad oggi, tra cui è inserito l’andamento dei dati registrati nei settori contemplati dall’ESD (Effort-Sharing Decision). La decisione congiunta del 23 aprile 2009 del Parlamento europeo e della Commissione sulla condivisione degli sforzi, ha fissato gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni in settori quali i trasporti, l’agricoltura e l’edilizia entro il 2020, esprimendo le variazioni in valore percentuale rispetto all’anno 2005. Secondo la relazione e la suddetta decisione, le emissioni sono diminuite dell’11% rispetto al 2005, superando l’obiettivo intermedio di riduzione di circa 4 punti percentuali (7%); nel 2020 dovrebbero diminuire al di sotto del 16% rispetto all’anno base, superando anche qui l’obiettivo del 10%.

L’UE si è impegnata anche in termini di energie rinnovabili, adottando la direttiva-quadro del 21 dicembre 2018. In questa, è fissato un target minimo del 27% della quota di energie rinnovabili che gli stati membri devono impegnarsi a consumare entro il 2030, per scoraggiare di converso l’uso dei combustibili fossili. D’altronde, a livello nazionale, proprio in quest’ultimo settore, c’è stata una riduzione sensibile a favore delle rinnovabili anche in stati quali Italia, Grecia, Romania e Estonia. Anche per quanto riguarda stati che si trovano ancora “in difficoltà”, è il caso della Francia, passi avanti sono stati compiuti in senso positivo: il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, ha infatti lanciato un programma di riduzione sensibile delle emissioni di CO2 attraverso l’uso di energie alternative quali quella solare, eolica e delle biomasse, con lo scopo di rendere il paese carbon-neutral (cioè in condizione di non emettere più CO2 di quanto ne consumi) entro il 2050.

Nonostante la lunga strada da percorrere, negli ultimi dieci anni si è registrato un cambiamento di rotta effettivo. Questo ha coinvolto non tanto (o non ancora) l’impatto delle più recenti politiche sul clima, quanto il nuovo approccio della società civile, passata dal percepire in maniera distaccata il progressivo tracollo delle condizioni climatiche del pianeta al realizzare che si possa (e si debba) attivarsi e intervenire nell’immediato. Se è vero che l’impossibile è soltanto una questione di atteggiamento, possiamo concludere positivamente: l’atteggiamento è definitivamente cambiato.

Occorre proteggere lo “stile di vita europeo”?

Non è ancora ufficialmente nata, ma la Commissione europea di Ursula von der Leyen è già stata bersaglio di critiche. In particolare, vi sono state molte polemiche sulla nomina di un commissario (grossomodo l’equivalente di un ministro) “per la protezione del nostro stile di vita europeo”.

Si tratta del membro del Partito Popolare Europeo (PPE) e di Nuova Democrazia (partito greco di centrodestra) Margaritis Schinas, designato dal premier greco Kyriakos Mitsotakis. Ex-eurodeputato e funzionario di lunga data presso diverse direzioni generali della Commissione stessa, Schinas sarà peraltro anche uno degli 8 vicepresidenti che affiancheranno von der Leyen.

Tuttavia, più del nome della carica in sé, è stato ciò che rientra nella sua sfera di competenza a suscitare critiche: il responsabile della protezione dello “stile di vita europeo” dovrà infatti guidare il processo decisionale in materia di immigrazione e sicurezza, oltre che di istruzione e occupazione.

Il presidente uscente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha espresso la propria opinione in un’intervista a Euronews, dicendosi in disaccordo con il titolo ufficiale dell’incarico e non trovando corrispondenza tra esso ed i valori di un esponente del PPE come Schinas.

Juncker ha sottolineato che “accettare coloro che arrivano da molto lontano fa parte dello stile di vita europeo”, aggiungendo che il nome del portafoglio avrebbe dovuto essere precisato meglio. L’eurodeputata francese Karima Delli, a tal proposito, ha domandato ai colleghi europarlamentari di inviare una lettera a von der Leyen per chiedere proprio una modifica del nominativo, affermando: “Ciò che è assolutamente inaccettabile è che questo nome, che crea un legame tra immigrazione e protezione di uno stile di vita europeo, legittima le idee dell’estrema destra per le quali gli immigrati sono barbari che minacciano il nostro stile di vita”.

Tra coloro che hanno criticato la denominazione del portafoglio di Schinas c’è anche Claude Moraes, deputato britannico del partito laburista che, su Twitter, è stato esplicitamente critico: “La ‘protezione del nostro stile di vita europeo’ non avrebbe dovuto essere il nome di un portafoglio in una Commissione europea del 2019”. Anche l’eurodeputato francese Damien Careme, rappresentante dei Verdi, ha definito il nome del portafoglio “un abominio”, così come il ramo europeo di Amnesty International ha espresso preoccupazione sostenendo che “collegare la migrazione alla sicurezza nel portafoglio di un Commissario rischia di inviare un messaggio preoccupante”.

Nella lettera di incarico destinata a Schinas, von der Leyen ha scritto che “lo stile di vita europeo si basa sul principio di dignità e uguaglianza per tutti”. Espressione già apparsa negli Orientamenti politici per la Commissione 2019-2024, pubblicati a luglio scorso.

In questo documento, risalente a due mesi fa, l’ex-ministra della Difesa tedesca aveva scritto che l’UE avrebbe dovuto impegnarsi “di più quando si tratta di proteggere i nostri cittadini e i nostri valori”, definendo “il rispetto dello Stato di diritto” e “un nuovo inizio sulla politica migratoria” necessari per proteggere lo “stile di vita europeo”.

Von der Leyen ha quindi proposto un nuovo accordo sull’immigrazione che includerebbe frontiere esterne più forti e un moderno sistema di asilo. Ha inoltre affermato che l’UE dovrebbe concentrarsi di più sulla cooperazione allo sviluppo per migliorare “le prospettive di giovani donne e uomini nei loro Paesi di origine”. Per quanto riguarda la sicurezza, la presidente ha inoltre dichiarato che la sua Commissione cercherà di “migliorare la cooperazione transfrontaliera per colmare le lacune nella lotta contro la criminalità organizzata e il terrorismo in Europa”.

Schinas, dal canto proprio, ha fatto sapere di essere “elettrizzato all’idea di essere nominato”, dicendosi “fiducioso di poter fare grandi passi avanti nei prossimi cinque anni per proteggere e valorizzare gli europei”.

Al di là delle critiche, il nome della carica ha portato altresì a porsi una domanda fondamentale: esiste davvero uno stile di vita europeo? I Paesi dell’UE presentano differenze enormi sotto molti punti di vista. Basti vedere alcuni dati economici: in Svezia l’occupazione è superiore di oltre 20 punti percentuali a quella che si ha in Grecia. Sempre nel Paese di Schinas, più di un cittadino su dieci non può permettersi cure mediche per i costi eccessivi della sanità, mentre in Finlandia questo si verifica per circa un cittadino su mille.

Questo senza considerare che anche i contesti culturali possono differire enormemente da un Paese all’altro dell’Unione. La vita di un cittadino di Madrid differisce significativamente da quella di un residente a Vilnius, anche per la way-of-life che è intrinsecamente presente in ogni Stato (e notevoli differenze si potrebbero trovare certamente anche tra abitanti di Madrid e residenti delle più remote regioni del Nord della Spagna). Per una Unione che ha continuato a espandersi con costanza dalla sua fondazione e che ha accolto i suoi membri più “giovani” soltanto nel 2013 (Croazia) e nel 2007 (Bulgaria e Romania), con un passato che fino all’epoca della guerra fredda ha visto una profonda divisione interna al continente, sarebbe peraltro difficile aspettarsi una maggiore integrazione degli “stili di vita”.
Considerato tutto ciò, si potrebbe concludere che prima di dedicarsi a proteggere uno stile di vita europeo sarebbe necessario individuarne uno o, in alternativa, prendere atto della sua inesistenza.

Londra, Edimburgo, Dublino: i tanti volti della Brexit

19 giugno 2017: una data tanto simbolica – per l’inizio dei negoziati dopo il voto sulla Brexit – quanto lontana dalla realpolitik di questi mesi. Ci si trova oggi attanagliati fra il rischio di un No-Deal”, paventato dai più estremi sostenitori dell’uscita dal sistema-Europa, ed i timori della popolazione, ‘rea’ di aver portato il Paese sull’orlo di uno dei cambiamenti più epocali della propria storia.

La notizia della chiusura del Parlamento britannico, richiesta da Boris Johnson il 28 agosto scorso e, per prassi, accordata dalla Regina Elisabetta II, aveva scatenato i malumori fra la popolazione: si rischiava, infatti, una pericolosa deriva istituzionale che avrebbe reso ancor più tortuoso il percorso verso il 31 ottobre, prossima deadline per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La mossa, considerata “antidemocratica” dalle opposizioni, ed il conseguente allargamento della forbice tra Governo e Parlamento, hanno rappresentato l’apice della battaglia personale intrapresa da Boris Johnson nei confronti delle due Camere: chiudere per 5 settimane il Parlamento (riapertura prevista il prossimo 14 ottobre) equivale, stando almeno alle parole dei rappresentanti della House of Commons, ad un colpo di Stato, perpetrato al fine di impedire alle Camere di svolgere il proprio dovere, in vista dell’imminente scadenza proveniente da Bruxelles.

Come riporta il Corriere della Sera, secondo fonti di Downing Street il premier Johnson avrebbe invece optato per questa soluzione al fine di controllare il clima di tensione venutosi a creare nel Paese, attuando una sorta di “piano B” rientrante di pieno diritto nelle proprie funzioni, con il consenso della Regina. Il ruolo di quest’ultima nella questione è però saltato all’occhio dei più attenti osservatori della Corona, ritenendo la linea adottata da Buckingham Palace troppo “lassista” verso la situazione Brexit. Tali voci sono state prontamente smentite dalla Regina stessa, la quale, nell’ultimo giorno utile prima della chiusura delle attività parlamentari, ha firmato la “legge anti No-Deal”, che si oppone a qualsiasi uscita dall’Europa senza accordi. Tale azione politica impedirà al premier Johnson, alla ripresa dei lavori, di procrastinare sulla posizione No-deal adottata in questi mesi.

I riflettori mediatici puntati su Londra e sulle vicissitudini interne al numero 10 di Downing Street, però, hanno marginalizzato il resto della nazione, dove continuano lo scetticismo e le proteste per rimanere all’interno dell’Unione e poter garantire la stabilità non solo degli scenari internazionali, ma anche dell’equilibrio interno al Regno Unito, mai come ora minato da squilibri di potere.

Negli ultimi giorni la disputa si è spostata in territorio scozzese, dove la Corte di Edimburgo ha etichettato la chiusura del Parlamento britannico come illegittima, accusando il Premier di aver “ingannato” la Regina al fine di procedere tranquillamente verso il No-Deal. Tali accuse sono state prontamente smentite dal Primo ministro. La Scozia, da anni protagonista di scontri politici con il governo britannico, pare porsi come primo partner “pro-Europe” sull’isola.

The Press and Journal, testata giornalistica fra le più diffuse in territorio scozzese, ha dedicato un’intera sezione del proprio sito web alla questione Brexit, con aggiornamenti quotidiani circa lo stato d’avanzamento delle trattative ed i futuri scenari all’orizzonte. Alla luce dello storico antagonismo fra Inghilterra e Scozia, che sono lontane da una soluzione ai dissidi relativi all’indipendentismo scozzese, sembra naturale che la posizione ‘catastrofista’ relativa ad un “No-Deal” riecheggi tra le righe del quotidiano. Nella sezione “Scotland”, la linea dura del governo Johnson viene descritta come un ostacolo per la crescita della nazione. Viene citato l’ex-primo ministro Gordon Brown, il quale sostiene che il “No-Deal” potrebbe essere “devastante per cibo e medicinali”. Il rischio, secondo le parole di Brown, sarebbe quello di un blocco delle forniture, con ovvie conseguenze negative per la popolazioni e tensioni crescenti; per questo, il politico laburista ha formalmente richiesto al primo ministro Johnson di comunicare alle Camere i reali rischi di un’uscita dall’Europa senza accordi.

Come riporta  sempre The Press and Journal, ad alimentare la tensione ci sono anche le condanne, da parte del Premier britannico, nei confronti dei sostenitori dell’indipendenza scozzese, accusati di alimentare un sentimento intestino di odio che risulta dannoso in uno scenario già di per sé complesso. Il partito di governo scozzese, lo Scottish National Party (SNP), forte del risultato positivo delle scorse elezioni europee, cercherà di alimentare la richiesta per un nuovo referendum per l’indipendenza. L’obiettivo è “fare opposizione alla Brexit esercitando il diritto di decidere autonomamente il proprio destino”, come riferito dalla deputata del SNP Kirsty Blackman.

L’ostilità nei confronti di un “No-Deal” sembra attraversare anche i corridoi dei palazzi del potere di Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord: il Belfast Telegraph riporta un documento governativo considerato top secret che aumenta il timore di gravi conseguenze per la vita dei pazienti degli ospedali nel paese. Il Dipartimento per la Salute avrebbe stilato una sorta di elenco di “rischi” derivanti da un’uscita senza accordo, come ad esempio una carenza di medicinali, vaccini e medicazioni nei pronti soccorsi del Paese.

L’area irlandese rimane ad altissima tensione. I 300 km di confine che separano Irlanda del Nord e Irlanda sono un punto cruciale del programma per la Brexit: come segnalato a pagina 585 del contratto fra Bruxelles e Londra sottoscritto da Theresa May, il confine è visto come un “hard border”, un confine duro’, che tiene banco nelle trattative in corso in questi giorni. Ne parla diffusamente The Irish Times, quotidiano di Dublino.

L’ipotesi è quella di un Halloween terrificante: con l’uscita dall’Europa senza accordi, la riapertura della questione irlandese rimetterebbe in discussione quel “Good Friday Agreement” che ad oggi permette ai cittadini dei rispettivi paesi di attraversare il confine senza difficoltà. Il ripristino di checkpoint posti al confine da parte della polizia nordirlandese, ad esempio, rappresenterebbe un pericolosissimo ritorno al passato, minando la stabilità di un’area che è stata  per anni al centro dell’attenzione di Londra.

Proprio in questi giorni si è svolto a tal proposito un incontro fra il premier Johnson, per l’occasione volato a Dublino, e il Taoiseach (Primo ministro irlandese) Leo Varadkar. Durante il meeting istituzionale, definito da note ufficiali come “costruttivo”, i due omologhi si sono confrontati circa la necessità di trovare un accordo entro il prossimo 31 ottobre, mentre le rispettive delegazioni, impegnate nei negoziati, hanno lavorato sui nodi più importanti. Fondamentale in questa disputa il ruolo di Bruxelles, mediatore di primo piano e punto di congiunzione fra Regno Unito, Irlanda ed Europa. Al momento, rimangono distanze importanti, che sarà necessario sanare da qui ad un mese.

La situazione sembra quindi essere sempre più complessa per Boris Johnson. Parafrasando il titolo di un articolo del corrispondente politico dell’Herald Scotland Alistair Grant, “The House of cards begins to collapse”, il castello di carte inizia a crollare. L’appello alla Corte Suprema britannica da parte del Governo a seguito della sentenza della Corte scozzese sarà sfida per l’esecutivo, che è stato accusato di aver ‘secretato’ tutte le carte inerenti alla decisione di sospendere le attività parlamentari. I documenti relativi alla “Operation Yellowhammer”, per una uscita senza accordi, sono solo l’ultimo passo di una battaglia che si preannuncia serrata.

All’orizzonte, il portone di uscita sul cui ciglio ogni decisione potrebbe rappresentare un nuovo, fondamentale capitolo della storia e del Regno Unito e dell’Europa intera.

Von der Leyen e immigrazione: primi passi verso l’Italia?

Determinazione e voglia di cambiare. Questi i due punti di riferimento presi dalla ex-ministra della Difesa tedesca entrante alla carica di Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, confermata dai parlamentari europei il 16 luglio scorso. 

Le sue ambizioni si evincono dalla presentazione del suo programma politico per il futuro dell’Europa: di fronte ad un continente sempre più instabile e frammentato, l’obiettivo generale è rafforzare la collaborazione europea sui temi più caldi, in primis il cambiamento climatico e i flussi migratori nel Mediterraneo. Un approccio pienamente europeista e riformista, dunque, che ha creato delle spaccature nel Governo italiano già a partire dalla votazione: mentre il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Movimento Cinque Stelle hanno sostenuto la candidatura di Von der Leyen, il ministro dell’Interno Matteo Salvini si è scostato dal voto del Parlamento europeo insieme agli altri membri del suo partito. 

Si può leggere il ‘no’ di Salvini come un segno di diffidenza verso la neo-eletta. Ursula Von der Leyen, infatti, rappresenta l’orientamento europeista e moderato che è condiviso, tra gli altri, anche da Emmanuel Macron e Angela Merkel, figure importanti di un’Unione Europea che, secondo Matteo Salvini, sarebbe stata inefficiente nell’assistere l’Italia – in quanto stato di frontiera – negli ultimi anni. In realtà, in tema di gestione dell’immigrazione, Von der Leyen sembra seguire, in qualche misura, una linea non del tutto differente da quella sostenuta a parole dal ministro Salvini.

Innanzitutto, sostiene che su un tema così delicato sia necessaria la più ampia collaborazione tra gli stati europei. Durante un’audizione al Parlamento europeo tenutasi a inizio luglio, l’allora candidata ha detto di voler ridare vita all’Operazione Sophia per il salvataggio di persone in mare. Questa operazione era stata lanciata all’epoca della crisi migratoria del 2015, durante la quale la stessa Von der Leyen aveva deciso di inviare la marina tedesca per offrire aiuto umanitario assieme ad altri volontari europei. I l risultato, secondo stime ANSA, era stato il salvataggio di circa 44.900 vite nel corso dei successivi due anni. 

Collaborazione, dunque, ma anche rispetto dei principi europei e diritti fondamentali: nel 2015 Von der Leyen criticò l’Ungheria per l’uso di gas lacrimogeni contro i richiedenti asilo alla frontiera. «È molto importante che ci atteniamo al rispetto della dignità umana e dei diritti umani», riferì a CNN, «I rifugiati devono essere trattati decentemente». Questa linea di apertura si riflette anche in un’esperienza personale di Von der Leyen, che nel 2014 aveva ospitato temporaneamente un giovane rifugiato siriano, aiutandolo anche a trovare un posto per un apprendistato. «Ha arricchito le nostre vite» aveva commentato lei a Der Spiegel. «Così tanti rifugiati vorrebbero arrivare sul suolo tedesco e farsi una nuova vita in Germania. Dovremmo perseguire e supportare questa strada, solo in questo modo l’integrazione avrà successo». Nel 2016, infatti, Von der Leyen annunciava dei piani di formazione di rifugiati nel Bundeswehr in aree tematiche quali la medicina e la tecnologia.

Tuttavia, sarà necessario anche rafforzare la gestione degli arrivi al confine europeo. Nel programma stilato per la Commissione, oltre alla prioritaria ambizione di un’Europa più verde e digitalizzata, Von der Leyen afferma di volere anche un’Europa più sicura in tema di immigrazione controllata. Occorre quindi una duplice azione: da una parte stabilizzare le frontiere esterne, anche attraverso un potenziamento del numero di guardie costiere dell’Agenzia europea per le frontiere (FRONTEX); dall’altra, modernizzare il sistema comune di asilo. Bisognerà poi, sostiene sempre Von der Leyen, collaborare direttamente con i paesi di origine dei migranti per arginare l’attività dei trafficanti di esseri umani e cooperare con paesi terzi per gestire i flussi migratori. 

Ciò che resta da scoprire è l’impatto che questo duplice approccio avrà sulla situazione italiana. Da un lato, lo spirito democratico-conservatore e moderato della Von der Leyen non può essere compatibile con le politiche che il Governo italiano ha implementato negli ultimi anni: mentre la prima auspica una progressiva integrazione dei rifugiati, il cosiddetto Decreto Sicurezza del 4 ottobre 2018 ha imposto norme più restrittive per ottenere lo status di protezione internazionale e, circoscrivendo l’accesso allo SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) solo ai rifugiati, non prevede percorsi più lunghi e articolati di integrazione dei richiedenti asilo.

Inoltre, Von der Leyen ha criticato gli interventi italiani nel bloccare, in certe occasioni di particolare risonanza mediatica, l’accesso di alcune navi legate a ONG allo spazio marittimo italiano. Ha chiesto invece una maggiore diplomazia su queste materie: quando interrogata in merito alla vicenda della nave SeaWatch 3 e di Carola Rackete, ha sostenuto che salvare vite umane rimanga un obbligo morale e si è dissociata dalla politica dei ‘porti chiusi’. 

Tuttavia, per certi versi, la presidente sembra correre sullo stesso binario del ministro italiano. In primis, ha sostenuto che il salvataggio di vite in mare «non risolve nulla del problema principale» e che siano necessarie misure di prevenzione degli sbarchi. Inoltre, in un’intervista ai giornali del consorzio Lena, tra cui La Repubblica, la neo-eletta ha dichiarato che «i paesi del confine esterno dell’Unione meritano la nostra solidarietà». Secondo Von der Leyen, è indispensabile «una riforma del sistema disfunzionale di Dublino», che obbliga il primo paese di approdo ad essere responsabile delle richieste di asilo. Su questo punto c’è un evidente accordo, perlomeno a livello di dichiarazioni, con il ministro Salvini, che ha spesso criticato il sistema di Dublino (pur, come è noto, non presenziando a numerosi incontri mirati a modificarlo).

Anche nel programma ufficiale stilato per la Commissione, uno degli obiettivi evidenziati da Von der Leyen è proprio modificare il sistema comune di asilo, ma ciò potrà essere fatto solamente attraverso una forte cooperazione fra gli stati membri. In generale, seppur con varie distanze in quanto a principi politici, l’UE di Ursula Von der Leyen si presenta come più comprensiva verso le esigenze italiane nel Mediterraneo: resta da vedere se in questo campo una sempre più stretta unione si realizzerà davvero.

Le conseguenze per l’Europa della guerra hi-tech tra Stati Uniti e Cina

Dal 2018, Stati Uniti e Cina hanno intrapreso una guerra commerciale lenta e insidiosa.

I fatti hanno subito un’accelerata il 16 maggio scorso, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un documento che vieta al colosso cinese Huawei e a 70 società a esso collegate di vendere ed installare le proprie infrastrutture negli Stati Uniti senza una specifica autorizzazione. L’azienda cinese, infatti, è tra le più importanti al mondo nel campo delle tecnologie relative alle telecomunicazioni, dai ripetitori per la telefonia mobile, compreso il 5G, alle apparecchiature per la gestione del traffico dati. Questi sistemi sono da anni utilizzati in Europa e in diversi altri paesi, ma non negli Stati Uniti.

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Unione Europea e Cina: visione strategica unitaria e volontà nazionali

L’ascesa della Repubblica Popolare Cinese ad attore di primissimo piano da un punto di vista geopolitico, oltre che economico, è sempre più evidente. Dopo decenni di alta e costante crescita economica, che hanno permesso alla Cina di divenire il secondo paese al mondo per valori di PIL nominale, il colosso asiatico punta ora a far valere il proprio peso sul piano della politica internazionale, espandendo la sua sfera d’influenza ed aprendo nuovi scenari di dialogo (e contrapposizione) con le altre grandi potenze.

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Le elezioni europee e il futuro del regionalismo: integrazione o disintegrazione?

Di Andrea Daidone e Mattia Elia

Nella storia del Parlamento europeo le elezioni non sono mai state così sentite e, con il 50,97% dei votanti, partecipate. Per la prima volta le euro-elezioni non hanno rappresentato un mero referendum ‘pro’ o ‘contro’ i governi nazionali, tantomeno una sorta di mid-term election per gli stessi; al contrario, sono state l’occasione per delineare il nuovo e futuro assetto dell’Unione.

Caratteristica peculiare di queste elezioni è stata la prorompente presenza di tematiche europee. Potrebbe sembrare scontato, ma raramente le euro-elezioni hanno visto l’Europa e le questioni ad essa legate nel cuore del dibattito. Non potrebbe essere diversamente: politiche migratorie, cambiamenti climatici, Brexit, rallentamento dell’economia, gestione delle frontiere, commercio internazionale, sicurezza e welfare sono solo alcune delle principali tematiche che con sempre maggiore urgenza bussano alle porte dell’Unione. Al contempo, a causa dell’eterogeneità delle posizioni delle varie formazioni politiche in campo, la maggior parte di tutte le suddette questioni è rimasta, ad oggi, irrisolta.

Si pensi, a titolo di esempio, alla gestione delle migrazioni. È fuori di dubbio che, negli anni precedenti, le ondate migratorie che hanno investito l’Europa abbiano scosso nel profondo la sensibilità delle popolazioni europee e abbiano contribuito notevolmente alla distorsione della percezione oggettiva del fenomeno. Tale distorsione, assieme al perpetrato egoismo e alla assai poca lungimiranza di alcuni paesi, nonché all’oggettiva inadeguatezza della normativa europea, ha spianato la strada al conservatorismo, al nazionalismo e al sovranismo che oggi minacciano l’impalcatura stessa della Casa Comune. Ecco spiegato perchè, da più parti si paventava l’insurrezione degli euroscettici, nonché una minaccia per il futuro del progetto europeo. Al di là dei toni, i timori si sono rivelati tutt’altro che infondati.

L’appuntamento elettorale può, a buon diritto, essere visto come un vero e proprio campo di battaglia nel quale si sono fronteggiati due opposti schieramenti: da un lato, gli europeisti, detti ‘eurofili’, che ritrovano in Emmanuel Macron e Angela Merkel i propri leader. Dall’altro, gli euroscettici (conservatori, nazionalisti e sovranisti), guidati, sebbene non in modo uniforme, da diverse formazioni politiche in diversi paesi: la Lega in Italia, Rassemblement National in Francia, Vox in Spagna, Alternative fur Deutschland in Germania e la maggioranza nei paesi del famigerato Gruppo Visegrad.

Gli elettori europei sono dunque stati chiamati ad esprimersi riguardo i progetti di entrambi gli schieramenti, che possono essere ben riassunti nelle proposte dei rispettivi principali rappresentanti. Emmanuel Macron, portabandiera del movimento europeista e liberale, ha proposto, fra le altre cose, di rafforzare i poteri dell’Unione in senso più sovranazionale, dotando altresì l’Eurozona di un bilancio proprio. In sostanza, gli eurofili rivendicano un maggior coinvolgimento dell’Unione nelle vite dei suoi cittadini, così come la prosecuzione e il rafforzamento del progetto europeo: un’Europa più unita, più interconnessa, con più competenze. Ciò, ovviamente, implicherebbe un’ulteriore cessione di prerogative da parte degli stati membri.

Nel mezzo, alcuni partiti come i Verdi e ALDE sono perlopiù favorevoli all’introduzione di un meccanismo che preveda la sospensione dell’erogazione di fondi comunitari di qualsiasi tipo ai paesi che non si mostrassero solidali con gli altri membri, o che violassero le basilari norme dello stato di diritto e altri valori fondamentali dell’UE.

Su posizioni diametralmente opposte ai primi, il leader dei sovranisti, Viktor Orbàn, auspica una riduzione dell’Unione ad un grande mercato unico senza alcuna influenza sulle politiche nazionali.

Un punto in grado di compattare il fronte sovranista sarebbe forse il desiderio di fermare i flussi migratori verso l’Europa, favorendo i respingimenti e i rimpatri. Tuttavia, le similitudini terminano qui. Infatti, il suddetto fronte, se concorde sull’urgenza e sull’importanza dell’argomento, è discorde sulle soluzioni da adottare. Da un lato, partiti al governo in Italia sottolineano l’importanza della revisione del regolamento Dublino III per rendere obbligatoria la redistribuzione dei migranti; dall’altro, i sovranisti di Ungheria, Polonia e Austria si oppongono con la massima forza a questa opzione.

Posizioni più moderate su questo tema sono chiaramente quelle dei partiti europeisti. Il PPE, ad esempio, da sempre molto attento alla protezione delle frontiere, appoggia l’idea della revisione di Dublino III, sebbene rigetti le posizioni più radicali dei sovranisti. Vi è poi la posizione (comune) di Socialisti, Verdi e Liberali, i quali sottolineano la necessità di una condivisione di responsabilità dinanzi alle crisi umanitarie e pongono l’accento sull’integrazione.

Al netto delle differenze di idee, il punto focale su cui bisogna porre l’attenzione è rappresentato dal fatto che, ad oggi, l’Unione Europea non ha fra le proprie competenze quella dell’immigrazione. Ciò, naturalmente, affossa a priori qualsiasi piano di gestione del fenomeno migratorio. Fino a quando non sarà l’Unione ad avere totale libertà di manovra nella gestione delle migrazioni e non si realizzerà una politica migratoria comune, questo problema continuerà sempre ad esistere e a soffiare sul fuoco dell’egoismo, del razzismo, della xenofobia e dell’ignoranza.

Non meno dibattuti sono poi gli altri ‘temi caldi’ che trovano spazio nelle agende delle istituzioni europee. Anche in questo caso, la visione delle fazioni politiche europee su come debbano venire affrontate queste tematiche è diametralmente opposta.

La prima questione riguarda l’ambiente. L’Unione è l’istituzione con alcune delle più severe norme circa il controllo dell’inquinamento e la riduzione delle emissioni. L’obiettivo dei liberali e dei moderati, cui fanno capo i partiti dei paesi scandinavi e dell’Europa settentrionale, è procedere con la progressiva riduzione delle emissioni di CO2, sino ad arrivare al superamento dell’energia fossile e nucleare, in favore delle rinnovabili. Il tema dell’ambiente non riscuote altrettanto successo nelle fila dei sovranisti, i quali prediligono il perseguimento dello sviluppo economico, senza troppo riguardo per l’ecosistema. Alcuni di essi, come la Lega e l’AdF, hanno sposato le teorie più scettiche nei riguardi dei cambiamenti climatici, avvicinandosi ai pensieri del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Non manca, poi, il problema delle finanza pubblica. Il grande dibattito, in questo caso, si dirama fra un’Europa più attenta al sociale e meno ossessionata dall’austerità e una invece più dedita al rigore. La discussione non sembra intercorrere tanto fra europeisti e sovranisti, quanto più fra ‘Nord’ e ‘Sud’. Infatti, se da un lato i partiti dei paesi scandinavi e della Germania si mostrano più rigidi, dall’altro i partiti dei paesi mediterranei prediligono un approccio più flessibile.

È interessante notare come questo tema fratturi il fronte sovranista, con la Lega favorevole allo sforamento delle regole europee (ad esempio, il rapporto deficit/PIL non superiore al 3%) e la tedesca AfD a sostenimento del rigore finanziario. Lo stesso primo ministro austriaco ha affermato che il rispetto rigoroso delle normative europee in tema di bilancio è garanzia di sviluppo e credibilità sui mercati.

Non meno scottante è infine il tema del commercio internazionale. L’Unione Europea, negli anni precedenti, ha intrapreso negoziati, poi conclusisi in un nulla di fatto, finalizzati alla stipula di due importanti accordi commerciali internazionali. Il primo era il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con gli Stati Uniti, mentre il secondo era il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) con il Canada. Il tema degli accordi transoceanici è sentito lungo tutto l’arco politico europeo, sebbene con interessanti e per nulla scontati allineamenti fra fazioni opposte.

Tanto l’estrema destra quanto l’estrema sinistra europea, infatti, si oppongono a questo tipo di accordi, pur per ragioni differenti. Per la prima, queste partnerships andrebbero in contrasto con il principio dell’autarchia, di cui i partiti sovranisti si sono fatti portavoce. La seconda, invece, li condanna come espressione del modello capitalistico ed ultraliberista. Scettici, se non addirittura contrari, sono poi anche i Verdi, che vedono in questo tipo di accordi una seria minaccia per gli elevati standard ambientali e sanitari dell’Unione.

Di differente avviso sono invece i popolari, i socialisti e i liberali, i quali spingono per la creazione di una nuova strategia commerciale per l’Unione, ritenendo come trattati di questo genere dovrebbero essere una priorità per lo sviluppo dell’economia europea. Quest’ultima, proprio in questi anni, è quanto mai sonnolenta e, per molti versi, patisce ancora gli effetti della crisi economica e finanziaria.

In seguito alle elezioni svoltesi domenica 26 maggio 2019, gli equilibri del Parlamento sono stati indubbiamente ricalibrati, ma, di fatto, i rapporti di forza al suo interno non sono mutati di netto: il Partito Popolare Europeo (PPE) ha ottenuto 179 seggi, mentre il Partito Socialista Europeo (PSE) 158. Di conseguenza, si può ipotizzare che verrà riproposta la coalizione tra i due, con l’aggiunta dei Verdi oppure dell’ALDE. Inoltre, non può passare in secondo piano la grande crescita del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), così come del Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL), nel quale confluiscono la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement national di Marine Le Pen; questi ultimi hanno ottenuto ottimi risultati nelle rispettive nazioni ma, a livello europeo, non hanno i numeri e le prospettive di alleanza per proporre un’alternativa credibile al consolidato fronte europeista.

La divergenza delle posizioni rende ben chiaro quale sarà il destino di questi (e altri accordi) fra l’Unione e altri ‘grandi’ della Terra. Il risultato delle elezioni, infatti, sembra suggerire che la tradizionale rotta verrà mantenuta per i prossimi 5 anni, verso quella che sarà un’Europa più aperta ed interconnessa, altrettanto disposta a tuffarsi nella marea sempre crescente degli scambi commerciali internazionali.

In questo senso, la procedura dell’Unione per la stipula di accordi internazionali è disciplinata dall’articolo 218 TFUE, il quale stabilisce che il Parlamento debba preventivamente emettere un parere (non vincolante) sugli accordi che il Consiglio dell’Unione Europea intende realizzare. La conclusione è subordinata all’approvazione del Parlamento soltanto in casi specifici, riconducibili alle materie oggetto di procedura legislativa ordinaria e agli accordi che possono avere ripercussioni finanziarie considerevoli. Il Parlamento è invece totalmente escluso dalla politica estera e sicurezza comune (PESC), esercitando un controllo indiretto in questo settore, poiché annualmente deve approvare il bilancio dell’Unione e, di conseguenza, anche i fondi da destinare alla PESC.

Tra gli obiettivi che maggiormente caratterizzano la politica estera dell’Unione vi è la promozione del regionalismo, sulla base del quale tre o più nazioni, appartenenti ad una stessa regione, cooperano per gestire la crescente interdipendenza tra stati, popoli, territori e società.

Come Karen E. Smith ha sottolineato nel 2014 in European Union Foreign Policy in a Changing World, l’impulso nei confronti di questo fenomeno rispecchia l’attitudine dell’UE a relazionarsi con paesi tra loro confinanti, classificandoli come gruppi regionali, applicando strategie e politiche regionali e incoraggiando la cooperazione e/o l’integrazione. In tal senso, l’efficacia dell’impegno dell’UE dipende molto dalla volontà politica degli stati membri.

Sulla scia dei risultati elettorali di cui sopra, la politica estera europea dovrebbe poter continuare nel solco tracciato nell’ultima legislatura. In particolare, stando al proprio Programma d’Azione 2014 – 2019, il PPE propone un potenziamento del Servizio Europeo per l’Azione Esterna, con una maggior controllo da parte del Parlamento europeo della politica estera e della difesa comune, così da accrescerne responsabilità e rappresentanza democratica.

Per di più, rimarcando l’affinità tra Unione Europea e America Latina, nel programma si legge come “L’Unione Europea dovrebbe continuare a incoraggiare e assistere i processi di integrazione e cooperazione nella regione”. Ancora, “l’Unione Europea dovrebbe rafforzare il proprio impegno politico ed economico con Messico, Cile, Colombia, Perù e America Centrale, nel tentativo di dare nuovo slancio a un accordo di associazione equilibrato e ambizioso con il MERCOSUR”.

Il Partito Socialista, invece, nel proprio A New Social Contract for Europe si concentra maggiormente sull’importanza della politica migratoria, sulla lotta alla sfruttamento e sulla tratta di esseri umani, proponendo lo sviluppo di un Piano di Investimenti Europeo per l’Africa.

Infine, le forze emergenti nel panorama europeo, i partiti di Matteo Salvini e Marine Le Pen, in ossequio alle loro istanze sovraniste, si concentrano su una riduzione delle competenze dell’Unione in favore di un ri-ampliamento della sovranità degli Stati membri.

La Lega suggerisce un ritorno allo status pre-Maastricht, ossia a una forma di libera e pacifica cooperazione tra stati di natura prettamente economica. Sul piano della politica estera, significherebbe tornare al sistema di cooperazione politica europea nel quale il Parlamento aveva il ruolo di esprimere un punto di vista, che sarebbe poi stato difeso dai singoli stati in seno alle varie organizzazioni internazionali, ma sicuramente non si precludeva alla possibilità dell’Unione “to speak one voice”.

Volendo porre l’accento sulle relazioni tra l’Unione Europea e altre organizzazioni regionali, è utile soffermarsi sui due dei principali partner dell’Unione menzionati poc’anzi: l’America Latina e l’Africa.

Per quanto riguarda la prima, la più importante relazione istituzionale è il partenariato con la Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (UE-CELAC), che riunisce 61 paesi – circa un terzo dei membri delle Nazioni Unite – e oltre un miliardo di persone – il 15% della popolazione mondiale.

Questa grande cornice cooperativa, racchiude relazioni partnership di vario genere, quali l’Alleanza del Pacifico, l’Unione delle Nazioni Sudamericane e il Mercosur. Quest’ultima, in particolare, istituita nel 1991 da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, mira alla realizzazione di un mercato comune secondo il modello della Comunità Europea (CE).

Un primo punto di convergenza tra gli interessi di Bruxelles e i paesi del Mercosur è il commercio agroalimentare. Se però i secondi hanno un interesse specifico nell’esportare i propri prodotti agricoli e la carne, l’Unione guarda agli appalti pubblici e promuove regolamenti più stringenti in materia di diritti dei lavoratori, protezione ambientale e lotta al cambiamento climatico.

Contrariamente a quest’ultima, però, i paesi del Cono non hanno imboccato la strada europea della sopra-nazionalità, bensì quella della più atomistica integrazione intergovernativa, scelta determinata essenzialmente dalla marcata qualità presidenzialista dei loro regimi interni. Nel 1999, infatti, hanno intrapreso il progetto di un accordo di associazione (il quale prevede, in genere, l’istituzione di un organo collegiale, il Consiglio di Associazione, formato da rappresentanti dell’UE e degli altri contraenti.

Ad oggi, non è ancora stata formalizzata un’intesa; anzi, dopo l’elezione presidenziale in Brasile, la situazione sembra essersi complicata. Qualche mese fa, a poche ore dalla vittoria di Jair Bolsonaro, il ministro dell’Economia Paulo Guedes ha annunciato che: “Il Mercosur non sarà più una priorità per il Brasile”.

D’altra parte, i rapporti tra l’UE e l’Africa subsahariana possono contare sulla base formale dell’Accordo di Cotonou, che governa le relazioni tra l’UE e i 78 paesi del gruppo di stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP). Il Parlamento europeo si dota di delegazioni interparlamentari permanenti e coopera con l’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE.

Ne L’Unione Europea e la promozione del regionalismo: principi, strumenti e prospettive, Giovanni Finizio nota come l’articolo 1 dell’Accordo individui la progressiva integrazione dei paesi ACP nell’economia mondiale quale fattore essenziale per lo sviluppo e la riduzione della povertà, per la realizzazione del regionalismo e, in particolare, per la costruzione di aree di libero scambio. In questo caso, però, l’UE si è maggiormente concentrata sulla penetrazione europea nei mercati africani, consentendo alle merci e ai servizi europei di accedere ai blocchi e di circolarvi liberamente, piuttosto che promuove effettivamente il commercio africano intra-regionale.

L’Accordo è stato rivisto nel 2005, ed è stata riconosciuta la giurisdizione della Corte Penale Internazionale. Nel 2010, ne è stata discussa una seconda revisione e, nel giugno 2013, il Parlamento europeo ha dato il proprio consenso alla sua ratifica, esprimendo tuttavia alcune riserve in merito a talune parti dell’Accordo che non rispecchiano i valori dell’Unione. In particolare, il Parlamento ha contestato, la mancanza di una clausola esplicita sulla “non discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”.Sulla base dei partenariati di Cotonou pre-2020, l’UE figura quale il più grande donatore dell’Africa. La cooperazione allo sviluppo viene realizzata attraverso vari strumenti finanziari, il più importante dei quali è il Fondo Europeo di Sviluppo (FES), basato sull’Accordo di Cotonou ed escluso dal bilancio comune dell’Unione. Siffatta struttura finanziaria potrebbe cambiare in seguito ai negoziati sul nuovo quadro finanziario pluriennale dell’UE 2021-2028, i quali hanno avuto inizio nel maggio 2018 per l’APC, seguiti da quelli dell’Unione nel giugno dello stesso anno.


Da Vox a Bruxelles: l’avanzata del populismo europeo

Le elezioni generali spagnole, tenutesi il 28 aprile scorso, hanno posto un’ulteriore pietra miliare nella recente fase politica ‘sovranista’ del continente europeo: a soli 6 anni dalla propria fondazione, infatti, il partito di estrema destra Vox ha conquistato 24 dei 350 seggi alle elezioni generali, ponendosi come una delle forze di spicco nel panorama politico iberico. Nonostante i pronostici della vigilia prospettassero una ampia vittoria del fronte ultraconservatore rappresentato nella figura del candidato Santiago Abascal, i risultati hanno però riscontrato un sorprendente ritorno del Partito Socialista di Pedro Sanchez ed un crollo di consensi del Partido Popular (PP), partito di governo uscente dopo la crisi politica che ha attraversato il paese.

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I trasporti aerei davanti alla sfida del clima

Il cambiamento climatico pare essere uno degli avvenimenti che possono riuscire, per la loro gravità, ad unire numerosi attori diversi per natura, dimensioni, ideali e fini in un’azione che, pur con meccanismi e tempi diversi, è volta ad un unico obiettivo. Istituzioni, società civile e imprese, dinanzi alla crescente emergenza evidenziata da numerosi studi, hanno dato un esempio di ciò, convergendo verso il contrasto ai cambiamenti che interessano l’equilibrio climatico del pianeta, operando sia in generale, sia rispetto a singoli settori. Si può infatti dire che quasi ogni ambito dell’economia moderna sia fonte del problema e, al contempo, attore della sua risoluzione, tramite azioni per invertire la rotta grazie alla ricerca scientifica e ad innovazioni sia tecniche che di strategia, politica e obiettivi.

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Istituzioni, società civile e il movimento contro il cambiamento climatico

Di Rebecca Carbone, Alessandro Fornaroli, Lara Kopp-Isaia, Simone Massarenti

Appena 50 anni fa l’uomo è atterrato sulla Luna e da allora la popolazione mondiale è più che raddoppiata. Nell’arco di una vita umana, il paradiso terracqueo è profondamente cambiato; le specie in natura sono diminuite di circa il 60% e per la prima volta nella storia dell’umanità, la stabilità della natura non è una cosa scontata” (Il Nostro Pianeta).

Qualche riflessione sull’Antropocene

È opinione condivisa tra la comunità scientifica che la biodiversità planetaria, che ci ha accompagnato durante il nostro percorso evolutivo, stia diminuendo a velocità esponenziale per ragioni antropogeniche. L’influenza dell’uomo sull’ambiente è stata riassunta dal premio Nobel Paul Crutzen in un termine particolare, che mira a indicare l’epoca geologica attuale, profondamente influenzata dalla presenza di CO2 (anidride carbonica) e CH4 (metano): Antropocene.

Il cambiamento climatico si manifesta, così, quale il problema principe della nostra epoca, poiché, con le parole degli scienziati politici Marcello Di Paola e Gianfranco Pellegrino, “l’intelaiatura ecologica del pianeta è in larga misura una funzione del suo clima”. Allo stesso tempo, come ha fatto notare la giovane Greta Thunberg, “La crisi climatica è sia la crisi più semplice, sia la più difficile che ci troviamo ad affrontare. La più semplice perché sappiamo che cosa dobbiamo fare, dobbiamo mettere fine all’emissione di gas serra. La più difficile perché la situazione economica attuale dipende ancora dall’utilizzo dei combustibili fossili, che danneggiano il nostro ecosistema”. Non manca, tuttavia, chi, come il fisico premio Nobel, Carlo Rubbia, o l’ex capo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, Scott Pruitt, ritiene che le variazioni climatiche che si presentano ciclicamente, siano scollegate da questo fenomeno e imputabili unicamente al mutare delle macchie solari.

L’essere umano, non essendo avulso e indipendente dalla biogeocenosi in cui vive, subirà gli effetti a cascata che deriveranno dal riscaldamento globale, i quali colpiranno in primo luogo le società meno attrezzate ad affrontarli. In altre parole, i paesi meno attrezzati e tecnologicamente avanzati saranno quelli che pagheranno il prezzo più alto. L’effetto ‘darwiniano’, per così dire, non regge allo scrutinio dell’etica se si considera la problematicità che si affronta nel risalire la scala eziologica, al fine di trovarne i responsabili. La partecipazione a questo fenomeno, infatti, è condivisa e trasversale sia nello spazio, tra individui, aziende o nazioni, sia nel tempo, a livello intergenerazionale. Il presente non è, in tal senso, che il risultato cumulativo delle sofferenze subite dal pianeta negli anni, andando a costituire “il più vasto problema di azione collettiva che l’umanità abbia mai dovuto affrontare” (Gnosis).

Marcello di Paola, insieme all’esperto di etica ambientale Dale Jamieson, ha proposto un’elaborata analisi del problema. In primo luogo, l’aumento della temperatura terrestre, si pone in maniera sempre più incalzante come forte limite per il liberalismo politico nei suoi due aspetti principali di responsabilità individuale e democrazia.

Quanto al profilo della responsabilità, l’interconnessione statuale e la dinamicità industriale, che caratterizzano una società sempre più globalizzata, rendono complicato attribuire obblighi. L’aporia è un riflesso della complessità dei meccanismi causali coinvolti: nessuno incide in maniera significativa sul cambiamento climatico, contribuendo soltanto in parte alla sua evoluzione. In questo modo, è facile finire per perdersi nell’illusione di un gioco a somma zero, in cui nessuno danneggia direttamente nessun altro.

Sul versante della democrazia, invece, i singoli attori si trovano nell’infelice posizione di dover scegliere tra il perseguire la dottrina utilitaristica fondata sulle conseguenze favorevoli a tutela della collettività, oppure se agire quel tanto che basta a non perdere il consenso del proprio elettorato.

Purtroppo, i due elementi sono inversamente proporzionali: all’aumentare del primo, diminuisce il secondo e viceversa. Quando lo stato si attiva per risolvere problemi che minacciano, anche se non direttamente, la sicurezza fisica e sociale dei cittadini, solitamente si registra un abbassamento del livello dei consensi.

Gli studiosi fanno notare che anche le manovre potenzialmente migliori, d’altro canto, possono richiedere sacrifici non sempre accettabili o in linea con le preferenze degli elettori. Nei periodi di transizione come questo, le manovre di conversione industriale, come fu per il Green New Deal americano, necessitano di un forte sussidio statale o comunitario per essere applicate. Senza un diritto premiale a favore delle imprese che incentivi l’aggiornamento ecosostenibile, tuttavia, il vincolo sull’iniziativa privata potrebbe essere recepito con avversione.

Un’ulteriore difficoltà discende dal fatto che il perseguimento di benefici ambientali dipende spesso da iniziative di lungo respiro, che potrebbero non essere apprezzate nell’immediato. Un esempio in tal senso potrebbe essere, in un’ottica di contenimento del particolato sospeso (le cosiddette “polveri sottili”),  la chiusura di un impianto a carbone: il licenziamento o la riqualificazione dei dipendenti potrebbe condurre a scioperi o proteste del personale.

Per risolvere l’impasse, secondo Di Paola e Jamieson, gli stati e gli enti sovranazionali dovrebbero attenersi a politiche comuni, di derivazione comunitaria o frutto di trattati internazionali. Solo attraverso una cooperazione in tal senso si potrà superare la concezione territoriale stato-centrica per operare in termini più ampi, producendo tutele dei diritti umani di tipo collettivo di terza generazione, ormai noti come ‘diritti di solidarietà’.

La sfida, dunque, in questo contesto di erosione democratica, consiste proprio nell’esercitare democraticamente un’azione in grado di realizzare interessi puntuali, attraverso politiche atte ad affrontare le complessità poste dall’Antropocene.

Le migrazioni climatiche non devono essere sottovalutate

Alcune delle declinazioni particolari di queste problematiche difficilmente inquadrabili negli schemi tradizionali vengono poi spesso sottovalutate, anche a dispetto della portata globale degli stessi. Tra questi, probabilmente uno dei più insidiosi riguarda le migrazioni climatico-ambientali: milioni di persone sono costrette a lasciare la propria terra a seguito di disastri ambientali, desertificazione e mancanza di risorse. Si tratta di un fenomeno destinato a crescere in maniera esponenziale, che condurrà a un cambiamento delle carte geografiche e alla necessità di nuovi strumenti giuridici, dal momento che i migranti climatici non rientrano automaticamente tra le categorie cui è riconosciuta protezione internazionale.

In quest’ottica, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ha tentato di offrire una definizione del termine ‘migrante ambientale’, intendendo “coloro che, a causa di improvvisi o graduali cambiamenti nell’ambiente che influenzano negativamente le loro condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le proprie case temporaneamente o permanentemente”. La speranza è che questo possa essere un primo passo per l’estensione della formula nella Convenzione di Ginevra del 1951 e, quindi, per l’ampliamento delle condizioni fondanti lo status di rifugiato. Uno sviluppo che, tuttavia, potrebbe tardare ad arrivare.

Abbiamo già menzionato come la quantità di anidride carbonica e di gas serra emessi dalle attività umane nell’ultimo secolo stia causando un aumento delle temperature e creando gravi effetti collaterali: i disastri climatici sono più frequenti e intensi, la superficie colpita dalla desertificazione diventa sempre più ampia, le ondate di calore, siccità e le piogge si sono moltiplicate. Questo scenario si traduce nella diminuzione di terre fertili e nell’accesso sempre più difficile all’acqua potabile. Così il clima spinge verso la migrazione.

Sono le aree dell’emisfero Nord del mondo (Europa, Stati Uniti, Cina) a emettere la maggior quantità di anidride carbonica e di gas serra, ma sono quelle dell’emisfero Sud (Africa, America Latina, Oceania) a pagarne più pesantemente le conseguenze. Citando le parole di Kofi Annan, ex Segretario Generale ONU, “i paesi più vulnerabili hanno meno capacità di proteggersi. Sono quelli che meno contribuiscono alle emissioni globali di gas serra. In assenza di provvedimenti, saranno loro a pagare un alto prezzo per le azioni altrui”.

Il New York Times ha individuato diverse zone in cui i cambiamenti climatici hanno messo in moto fenomeni migratori di massa. La guerra civile siriana, scoppiata nel 2011, ha generato oltre 12 milioni di profughi. Tra le molteplici cause scatenanti il conflitto, figurano anche quelle di tipo climatico-ambientale: per quattro anni consecutivi la Siria ha assistito alla peggiore siccità mai registrata. Inoltre, il crollo dell’economia, a fine 2012, ha indotto 1,5 milioni di persone a spostarsi dalle zone rurali sunnite, verso la costa, dominata dalla minoranza alawita, sostenitrice di Assad, generando ulteriori tensioni.

Allo stesso modo, quasi il 50% del continente africano è soggetto a desertificazione causata dall’intervento umano. Una delle aree più colpite è quella del Lago Ciad: questo, dagli anni Sessanta, si è ridotto di oltre il 90% della superficie originaria, obbligando 3,5 milioni di persone a migrare.

Ancora, in Somalia oltre un milione di persone è in fuga dalla siccità; secondo il report dell’ONU si tratterebbe della più grave crisi umanitaria dalla Seconda Guerra Mondiale.

Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti ai rischi climatici: ogni anno oltre 500.000 persone si spostano a causa dei frequenti uragani. Le Isole Carteret, parte dell’arcipelago della Papua Nuova Guinea, sono state inghiottite dall’innalzamento del livello del mare: si tratta del primo sito al mondo in cui tutti gli abitanti hanno dovuto migrare altrove a causa del cambiamento climatico.

Nel 2016, si sono registrati 24,2 milioni di migranti climatici e questo numero è destinato ad aumentare. Sempre stando all’IOM, entro il 2050, i migranti climatici supereranno i 200 milioni. Inoltre, secondo quanto è emerso dalla prima conferenza internazionale sul fenomeno delle migrazioni causate dai cambiamenti climatici, il fenomeno dei profughi climatico-ambientali è d’intensità superiore a quello dei profughi di guerra.

Contrastare il riscaldamento globale diviene quindi una questione fondamentale, non solo per la conservazione degli ecosistemi, ma anche per la tutela dei diritti umani. Amnesty International ha denunciato alcune misure intraprese per alleggerire gli impatti delle emissioni, che avrebbero però condotto a violazioni di diritti umani: in Kenya, il popolo dei Sengwer è stato privato della propria terra a causa di un progetto governativo per la riduzione della deforestazione di Embobut. Secondo l’organizzazione, “questi progetti dovrebbero essere sottoposti a una valutazione dell’impatto sui diritti umani prima di essere messi in atto”.

Ci troviamo dinanzi a un cambiamento storico, sia sul piano sociale-antropologico, sia su quello geopolitico. Secondo l’Università delle Nazioni Unite, è necessario approcciarsi alle migrazioni climatiche non come singole crisi, bensì come un fenomeno globale da governare con impegno concreto e congiunto. Se le temperature medie si alzeranno di ’soli’ 2°C, infatti, allo stesso modo aumenteranno persone esposte ai summenzionati pericoli, le quali potrebbero raggiungere la soglia di 10 milioni di individui.

La voce di Greta Thunberg

In seno alla società civile è nato un altro appello contro il cambiamento climatico, del quale si è fatta portatrice una sedicenne studentessa di Stoccolma: Greta Thunberg. Con un semplice cartellone su cui campeggia la scritta “Skolstrejk för klimatet” (“Sciopero scolastico per il clima”), la ragazza svedese si è guadagnata un posto al centro del mondo dell’attivismo climatico. Ha incontrato figure istituzionali di spicco, tra cui il Papa, e ha trasmesso il suo messaggio a una varietà di platee differenti: dalla TEDx di Stoccolma, alla COP24 di Katowice, al World Economic Forum di Davos.

Il movimento Fridays for future, che Thunberg porta avanti ogni venerdì da ormai un anno, ha guadagnato sempre più seguaci. Il 15 marzo scorso, infatti, il suo esempio è stato d’ispirazione per i milioni di studenti riunitisi nelle piazze di tutto il mondo per protestare contro lo sfruttamento senza freni delle risorse del pianeta.

L’enfant terrible di Stoccolma continua a pronunciare il suo monito con fermezza. Durante la COP24, ha condannato l’inerzia delle istituzioni, sottolineando come la politica sia più preoccupata della propria popolarità che del futuro del pianeta e della civiltà, promettendo una “eterna crescita economica verde” per nascondere la realtà e permettere a pochi di vivere nel lusso.

Greta Thunberg, in altre parole, obietta fortemente all’operato dei membri del G8, che, a partire dalla deludente esperienza della Conferenza di Parigi del 2015, non sono ancora riusciti a dimostrare un’effettiva capacità di fare fronte comune contro la minaccia di uno stravolgimento ecologico. In quell’occasione, per esempio, è emerso che la Svezia, terra d’origine della giovane attivista, rientrava tra i paesi fortemente in ritardo nel raggiungimento dei Sustainable Development Goals, perno della politica delle Nazioni Unite per la lotta al cambiamento climatico.

La narrazione di Greta mette a confronto due grandi blocchi ideologici: da un lato, i sostenitori del pianeta, composti in primis dagli studenti scesi in piazza e dalle 155 rappresentanze locali di Fridays for future; dall’altro, i fermi promotori dell’economia industriale light, basata su modelli di sviluppo ecosostenibile. Questa ‘battaglia ideologica’ percorre in lungo e in largo la superficie terrestre, causando un muro contro muro che non giova al prosieguo delle trattative ancora ad oggi in fase di definizione.

La guerra ‘dal’ cambiamento climatico

I problemi relativi al surriscaldamento globale, allo scioglimento dei ghiacciai, alla desertificazione, alle alluvioni e a tutti i fenomeni ambientali già presenti per natura, aumentati in frequenza e intensità a causa dell’agire dell’uomo, non riguardano solo la vivibilità circoscritta al microsistema in cui viviamo. Per microsistema si intende l’ambiente a noi direttamente circostante e funzionale, nel quale interagiamo nella vita di tutti i giorni; in questo senso, all’interno degli stessi microsistemi, i fattori che incrementano il rischio di conflitti vengono rinforzati dal cambiamento climatico.

Nonostante un collegamento diretto tra lo scoppio dei conflitti tra i microsistemi e le disfunzioni del clima non possa essere rilevato, è indubbio che le lotte intestine attorno alle risorse naturali siano esacerbate – e talvolta addirittura scaturite – dagli effetti del cambiamento climatico, in particolare nelle regioni più dipendenti dal settore primario, come la fascia subsahariana dell’Africa o il Sud-Est asiatico.

Esempi che rendono possibile osservare con limpidezza la relazione subordinata tra il sovraffaticamento della biodiversità primaria e la capacità di uno stato di governarsi riguardano proprio i conflitti nell’Africa dell’Est e, in particolar modo, in Sudan. La terra è la più importante fonte di potere e ricchezza in tali regioni, dal momento che chi la possiede controlla la produzione agricola, l’allevamento e l’estrazione di risorse sotterranee quali petrolio o acqua. L’instabilità causata dai ciclici periodi di siccità, dallo spostamento delle isoiete sempre più a sud e dal problema cronico della desertificazione, ha generato un meccanismo di autodifesa a livello sociale: scatenare conflitti è l’unica soluzione per far fronte all’inefficienza governativa nel gestire le situazioni di emergenza climatica. Non solo la risorsa naturale è oggetto di contesa delle tribù pastorali guerrigliere o dei villaggi agglomerati in paesi quali la Somalia o il Sudan, ma diviene anche lo strumento intermedio di lotta, tale per cui, ad esempio, per ottenere un qualsiasi diritto alienato si ricorre alla presa in ostaggio delle sorgenti d’acqua, distribuendo mine terrestri per rendere inaccessibile l’area.

Secondo un’analisi condotta dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), sono cinque le spiegazioni di come i cambiamenti relativi al clima possano condurre a conflitti armati: deterioramento del sostentamento, incremento delle migrazioni, modifica dei percorsi di mobilità dei pastori, induzione all’utilizzo di considerazioni tattiche nei gruppi organizzati e strumentalizzazione da parte dell’élite delle rivendicazioni delle comunità locali. Negli ultimi due casi, un epicentro già entropico viene sfruttato nella sua fragilità da due gruppi che, coattivamente o economicamente, detengono un potere tale da poter sfruttare i bisogni di popolazioni, per esempio del Sudan o del Sud Sudan, come pedine per nascondere i propri interessi, mobilitando le etnie una contro l’altra.

Nel gennaio del 2018, lo stesso presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Kairat Umarov, ha riconosciuto gli effetti del cambiamento climatico ed ecologico tra i fattori di instabilità dell’Africa dell’Est e della regione del Sahel. D’altro canto, però, molti studi, tra cui quello dell’University College di Londra, screditano l’idea per cui i cambiamenti climatici siano un fattore concreto di causa dei conflitti, ritenendo maggiormente rilevanti i fattori sociopolitici. La tesi più accreditata è quella intermedia espressa dal capo della Sezione Pace e Sicurezza dell’Istituto Universitario della Sostenibilità e della Pace delle Nazioni Unite, Vesselin Popovski. Egli ha sostenuto che: “Non c’è dubbio che l’impoverimento e l’insicurezza umanitaria possa originarsi come risultato del cambiamento climatico, se misure preventive non vengono prese. Comunque, manca l’evidenza che il riscaldamento globale direttamente incrementi i conflitti.”

A prescindere dall’entità con cui il cambiamento climatico agisce sulla nascita dei conflitti, tutti gli studi summenzionati concordano sul fatto che il collegamento, anche se indiretto, esista. Per questo motivo, si rendono necessarie misure cautelari in quelle regioni che, come il Sud-Est asiatico, sono già fragilmente esposte agli effetti inevitabili della ribellione naturale. Nella maggior parte dei casi, si tratta delle stesse aree fortemente dipendenti dall’agricoltura e dalla pesca.

Tra le varie soluzioni riscontrate, quelle di efficacia maggiore sembrerebbero consistere, da un lato, nell’assistenza allo sviluppo di risorse di sussistenza ulteriori e di diversa matrice e, dall’altro, nell’incremento delle capacità di reazione delle comunità alle perdite temporanee di introiti, attraverso la previsione di assicurazioni a beneficio del reddito annuo, una riforma dei diritti della terra, programmi specializzati in caso di siccità e assistenza agricola.

Un maggiore rispetto per la Terra ed un diffuso impegno cognitivo e pedagogico per affrontare tematiche legate al territorio, quindi, non ripristineranno solo un sistema ambientale sano e stabile, ma potrebbero addirittura condurre a un mondo più pacifico.

Una risposta adeguata a un problema complesso

Come il titolo di questo articolo suggerisce, tanto le istituzioni quanto la società civile in tutte le sue forme, sono chiamate ad affrontare le difficoltà generate dal cambiamento climatico. Congiuntamente e separatamente, con l’azione e con il pensiero, sono già state molte le reazioni tese a contrastarne gli effetti, ma solo la punta dell’iceberg è stata scalfita. Resta da vedere se la somma delle forze esercitate dal genere umano sul pianeta condurrà lo stesso verso un futuro più sostenibile, consumando la parte sommersa dei lasciti di decadi di sfruttamento.