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SPECIALE – Tecnologia e geopolitica: tra utopia e distopia

Di Mattia Elia e Mattia Fossati, coordinati da Alberto Mirimin

Per definire la situazione geopolitica odierna è stata utilizzata nel dibattito pubblico (come ad esempio in questa conferenza con alcuni analisti della rivista Limes) l’espressione “guerra fredda della tecnologia”, a sottolineare come sempre di più gli scontri nell’arena politica internazionale abbiano come oggetto proprio la tecnologia.

In questo contesto, essa viene intesa soprattutto come tecnologia digitale: Internet, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e il trattamento di personal data. Ma non solo: il progresso tecnologico si può intendere anche come miglioramento delle tecniche presenti in un dato settore, al fine di ottenere una maggiore efficienza dal punto di vista economico. Anche questo secondo aspetto dello sviluppo tecnologico può avere pesanti implicazioni geopolitiche ed economiche. Basti pensare, ad esempio, ai crescenti investimenti nell’ambito delle tecniche estrattive del petrolio.

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Alla ricerca di una ‘sovranità digitale’: l’Europa tra Gaia-X e 5G

Il sogno dell’Europa di rivendicare una propria ‘sovranità digitale’ potrebbe essere il prossimo grande ostacolo per i giganti della tecnologia degli Stati Uniti. Le aziende tecnologiche d’oltreoceano potrebbero infatti trovare nuove sfide in Europa, per via del vivace dibattito sulla privacy e sulla sicurezza dei dati in corso nel Vecchio continente.

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Worldwide Citizens: la geopolitica europea della nuova tecnologia

La nuova frontiera della geopolitica globale ha radici lontane dalle aule di un parlamento o da uffici di presidenza. Si cela in piccoli dispositivi di comune utilizzo e disponibili per ognuno di noi: gli smartphone. Secondo i dati relativi al nostro paese riportati dalla piattaforma wearesocial.com, nel 2018 30 milioni di utenti hanno fatto uso dei social media da dispositivi mobili, con una percentuale di penetrazione nella società del 51%.

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Libertà di stampa e responsabilità dei media

Di Stefano Panero, Lucrezia Petricca, Martina Scarnato

La libertà di stampa e i suoi antecedenti

Nel 1948, all’articolo 29, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo ha sancito la libertà di stampa come uno dei diritti fondamentali, prevedendo che ogni soggetto abbia “diritto alla libertà di opinione e di espressione” e, soprattutto, “di ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Non solo le Nazioni Unite hanno riconosciuto questo diritto come fondamentale e inviolabile, ma anche il Consiglio di Europa ha inserito la libertà di stampa nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). L’articolo 10 della Convenzione sancisce la libertà di opinione e il diritto a ricevere informazioni, quindi ad essere informati “senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.

La libera manifestazione del proprio pensiero è stata avvertita dall’uomo come una esigenza primaria già in diverse società arcaiche. Nell’antica Grecia, ad esempio, l’isegoria, ossia l’uguaglianza nel diritto di parola, costituiva uno dei pilastri della democrazia: le decisioni venivano prese nelle pubbliche assemblee, dove tutti i cittadini potevano esprimere liberamente il loro parere. Da allora, in Occidente, il principio ha subìto diverse evoluzioni; in particolare, dopo un periodo di forte repressione nell’ancien régime, si è ampiamente affermato con l’Illuminismo e la politica liberale dell’Ottocento.

Con l’invenzione della stampa, nel XV secolo, la diffusione del pensiero cominciò a divenire massiva, conferendo un decisivo impulso all’affermazione della centralità della libertà di espressione nella vita pubblica. La sentita necessità di tutela contro il potere procedette di pari passo e si fece sempre più strada nelle coscienze dei più. Nel 1644, il filosofo inglese John Milton pubblicò un breve opuscolo, l’Aeropagitica, con cui criticava una legge approvata dal Parlamento inglese, la quale prevedeva la previa approvazione da parte del Governo per la pubblicazione di manoscritti. Nel 1766, invece, si ebbe la prima legge sulla libertà di stampa, quando la Svezia abolì la censura di tutte le pubblicazioni, fatta eccezione per quelle in materia teologica o accademica, ma continuò a vietare scritture ed altre pubblicazioni contro l’autorità regia.

Nel tempo la libertà di stampa fu sempre più recepita come diritto soggettivo, un potere che sorge in capo al singolo e che viene tutelato direttamente dall’ordinamento, fino a che si affermò come tale nella maggior parte delle costituzioni liberali e democratiche: emblematicamente, il Bill of Rights della Costituzione americana garantisce, nel primo emendamento, la libertà di espressione tramite ogni mezzo di diffusione. Secondo questa accezione, la libertà di stampa ha come oggetto di tutela la libera manifestazione del pensiero e come principale contenuto di garanzia il diritto a informare e ad essere informati. In questo modo, oltre ad un diritto soggettivo e individuale, la libertà di stampa si configura anche come diritto collettivo e sociale.

Queste due dimensioni sono fondamentalmente legate all’elemento pluralistico proprio di una società democratica, per mezzo del quale l’enfasi della libertà di parola è posta sulla molteplicità. Nelle società in cui il pluralismo trova effettiva espressione dovrebbe così diventare possibile attingere a diverse fonti di informazione, contribuendo alla coltivazione di una cultura di imparzialità e obiettività.

Limiti e pluralismo

La pluralità delle fonti di informazioni è un concetto che ha seguito il suo sviluppo soprattutto nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ha precisato la misura generale contenuta nell’articolo 10 della Convenzione, sottolineando che ognuno debba ricevere “un’informazione il più possibile pluralistica e non condizionata dalla presenza di posizioni dominanti”. Peraltro, nella sentenza Information-sverein Lentia c. Austria, la Corte ha specificato che ogni stato membro, in quanto ‘ultimate guarantor’, deve, onde evitare eventuali situazioni di monopolio o di concentrazioni abusive, assicurare il cosiddetto ‘pluralismo informativo’, soprattutto quando la diffusione delle informazioni riguardi il sistema radiotelevisivo.

A dispetto delle frequenti garanzie preposte nel mondo a tutela tanto della libera manifestazione del pensiero, quanto della libertà di stampa, non si può presupporre che i relativi diritti siano sempre esercitabili senza alcun vincolo. Esistono infatti delle limitazioni, previste sia dall’ordinamento internazionale, sia dagli ordinamenti interni. La previsione di limiti legittimi è in genere diretta a proteggere altri interessi ritenuti comparabilmente rilevanti, quali la pubblica sicurezza e il rispetto dei diritti e libertà altrui, ed è solitamente mediata da garanzie procedurali e in particolare dalla riserva di legge. Basti guardare al già citato articolo 29 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che nei commi finali recita: “Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico, e del benessere generale in una società democratica. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite”.

Il bilanciamento dei valori che sottendono a questioni di libertà di espressione e di sicurezza si rivela spesso difficile e complicato. Tra i molti esempi che si potrebbero proporre, la vicenda di Julian Assange è forse quella che negli ultimi anni ha suscitato più dibattiti e critiche, in particolare circa l’opportunità di limitare la libertà di stampa.

L’attivista australiano e fondatore di WikiLeaks è stato accusato di spionaggio e divulgazione di segreti americani. La Divisione per la Sicurezza Nazionale del Dipartimento di Giustizia statunitense (NSD), lo ha incriminato per 17 capi d’accusa, ricorrendo alla legge sullo spionaggio, nota come Espionage Act del 1917, nata per condannare la divulgazione di notizie che possano pregiudicare il successo di operazioni militari. Alcune organizzazioni, quale, ad esempio, l’ONG American Civil Liberties Union, ritengono che l’Espionage Act non protegge quei giornalisti che divulgano informazioni e notizie a fini del pubblico interesse e che l’incriminazione di Assange mina la libertà di stampa in modo inaccettabile.

Fascismi e repressione

La storia della libertà di stampa e della libera manifestazione del pensiero, d’altro canto, è ricca di avvenimenti e periodi nei quali i diritti han subito illegittime vessazioni, nel segno di uno squilibrio valoriale. I regimi totalitari che hanno minato e che minano la libertà dei giornalisti, sono in tal senso oscure parentesi di repressione. Il fascismo, in diverse occasioni e contesti, si fece carico di abolire il pluralismo mediatico a favore del monopolio statale, con l’intento di farne mezzo di propaganda. Il tramite elettivo di questo tipo di repressione fu la censura governativa, attraverso la quale in passato è stata vietata la pubblicazione di opere non solo di stampo giornalistico, ma anche letterario ed artistico. Così fu nel 1917, ad esempio, quando l’Unione Sovietica proibì la divulgazione di articoli che criticassero le autorità.

I fascismi, da allora, hanno perso terreno, ma i dati suggeriscono che alcuni squilibri tipici del totalitarismo stiano riemergendo ai danni della libertà di espressione.

Sulla base dell’indice di Reporters sans Frontières (RSF), che stima la libertà di stampa in 180 paesi, i casi di violenza fisica o verbale su giornalisti e reporter sono aumentati rispetto al recente passato. Europa e Stati Uniti non si sottraggono alla necessità di tutelare maggiormente il diritto all’informazione e i frequenti attacchi del presidente statunitense Donald Trump ai media americani, come riportato dal New York Times, non aiutano in tal senso. Il segretario generale di RSF, Christophe Deloire, nel report afferma che “fermare questo ciclo di paura e di intimidazione è una questione della massima urgenza per tutte le persone di buona volontà che apprezzano le libertà acquisite nel corso della Storia”.

Il giornalismo e i suoi nemici

L’organizzazione non governativa Freedom House ha evidenziato nel documento ‘Freedom in the World’ come in generale la democrazia sia in ‘ritirata’. La pagina web keepthetruthalive.co, di cui abbiam scritto recentemente, racconta questa realtà permettendo di accedere a una mappa del globo e di vedere, nello specifico, il numero di giornalisti uccisi in ogni paese, le generalità degli stessi e le circostanze della loro scomparsa. Un’altra iniziativa che merita di essere citata è quella di Forbidden Stories, un progetto voluto da RFS e Freedom Voices Network, che vede una rete di giornalisti incaricati di continuare a “pubblicare il lavoro degli altri giornalisti che affrontano minacce, la prigione o l’omicidio”.

Tra le aree geopolitiche classificate come più pericolose per i giornalisti, spicca però la zona del Medio Oriente e Nord Africa, che ha registrato un lieve calo dei casi di omicidio dei giornalisti rispetto al 2018. Nella regione sono presenti per la maggior parte regimi autoritari, come l’Arabia Saudita, guidata dal principe Mohammed bin Salman e, dallo scorso anno, al centro dell’attenzione mediatica per il caso dell’omicidio dell’editorialista del Washington Post, Jamal Khashoggi. Non è migliore la situazione nella formalmente democratica Turchia, dove, soprattutto a partire dal 2016, successivamente a un tentativo di golpe fallito, molti giornalisti sono stati obbligati a lasciare il paese o affrontare il carcere.

In prospettiva globale, secondo il report a firma del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), un’organizzazione indipendente e no-profit che persegue l’obiettivo di promuovere la libertà di stampa nel mondo, i singoli paesi più pericolosi per i giornalisti sono, in ordine decrescente, Eritrea, Nord Corea, Turkmenistan, Arabia Saudita, Cina, Vietnam, Iran, Guinea Equatoriale, Bielorussia e Cuba. La lista è stata stilata sulla base di criteri quali le misure di limitazione della libertà personale dei giornalisti (dalla censura alla detenzione arbitraria) e la presenza di leggi repressive in materia di libertà di espressione, che non escludono Internet e l’accesso ai social network.

In Eritrea, Nord Corea e Turkmenistan, i media sono strettamente controllati dai rispettivi governi, tanto da essere praticamente considerabili alla stregua di loro portavoce. Si esclude, in questo modo, qualsiasi altra possibile forma di informazione che potrebbe contrastare le fonti ufficiali. Per esempio, nel regime di Kim Jong-un, l’accesso al World Wide Web è impossibile per i residenti. In base alle pur scarse informazioni sul punto, Amnesty International ha concluso che anche il network locale, strettamente controllato dal Governo, sia accessibile solo a pochi eletti. Agli stranieri sembra essere vietata ogni comunicazione con l’esterno e il paese rimane restio ad accogliere giornalisti entro i propri confini. Contrariamente a quanto si può immaginare e quasi ironicamente, però, nella Costituzione nordcoreana la libertà di stampa è riconosciuta, così come quella di espressione, all’art. 67.

Negli altri paesi citati, invece, sempre secondo quanto affermato dal CPJ, se da un lato si attuano misure repressive, quali la detenzione arbitraria dei giornalisti, dall’altro si presta anche molta attenzione a forme di sorveglianza più sofisticate, che possono comprendere, tra le altre, il monitoraggio e la censura di Internet, social media inclusi.

In un articolo del 2014 per Journal of Democracy, gli esperti di affari internazionali e democrazia Christopher Walker e Robert W. Ortung hanno affermato che, nonostante l’implementazione della censura digitale sia molto più complessa, se confrontata con il controllo dei media tradizionali come la televisione, i regimi autoritari contemporanei hanno saputo dimostrare di avere un “occhio per l’innovazione” in materia di controllo del cyberspazio.

La minaccia delle fake news

L’obiettivo della maggior parte dei paesi non democratici odierni non è tanto quello di sorvegliare in maniera capillare tutti i mezzi di comunicazione di massa, quanto quello di avere uncontrollo effettivo dei media’, ovvero un dominio dei principali canali mediatici tale da conferire loro legittimità e compromettere la credibilità di tutte le altre fonti. In tal senso, uno degli strumenti utilizzati dai regimi autoritari (e non solo) è quello delle fake news: da un lato, i giornalisti vengono accusati di diffondere notizie false sul conto del Governo, esponendosi così a regime di detenzione; dall’altro, è l’autorità stessa a diffonderle a propria volta. Un caso interessante è quello della Cina. Nel 2015, infatti, l’Assemblea Nazionale del Popolo, con l’adozione del Nono Emendamento al Diritto Penale del Popolo della Repubblica di Cina, ha affermato che diffondere notizie ritenute false dal Governo sia un reato punibile fino a un massimo di sette anni di prigione. Contemporaneamente, secondo quanto riportato dal Guardian lo scorso agosto, il giornale filogovernativo People’s Daily avrebbe pubblicato un articolo tramite WeChat, omologo cinese di WhatsApp, invitando i manifestanti di Hong Kong a cessare le violenze. Eppure, fino ad allora, le proteste si erano svolte in maniera pressoché pacifica.

Il tema delle fake news, peraltro, si presta alle più diverse trattazioni e pervade non solo la dimensione della falsa coscienza nazionale, pilotata dalle burocrazie di regime, ma anche il reame dell’informazione pluralista, transfrontaliera e digitale. In questo contesto, tanto le legittime limitazioni del diritto all’informazione, alle quali abbiamo più sù accennato, quanto i principi che dovrebbero sottendere alla responsabilità dei media, diventano più difficilmente individuabili, sebbene la necessità di un equilibrio tra interessi contrastanti e comparabilmente rilevanti appaia in modo altrettanto lampante. L’esempio più ovvio è rappresentato dal dibattito sul surriscaldamento globale. Ormai da anni, il cambiamento climatico è una delle teorie scientifiche sostenute dalla maggiore certezza probatoria, forse quella che raggiunge il consenso più ampio tra i climatologi, pari al 97%. Questa cifra, di per sé enormemente significativa, appare ancora più rilevante se si tiene conto del fatto che conta al proprio interno gli esperti più autorevoli e le pubblicazioni più prestigiose, come Nature e Science.

Il caso mediatico del cambiamento climatico

In uno studio pubblicato su Nature Communications, è stata analizzata la presenza di 386 climatologi e 386 negazionisti climatici sui principali media in lingua inglese. Due sono i risultati importanti: i ‘contrarians’ ottengono in media il 49% di spazio in più sui media tradizionali e tendono ad essere una comunità autoreferenziale. Mentre gli scienziati considerati si citano l’un l’altro solo il 12% delle volte, indicando così di attingere a un bacino di menti ben più ampio, nel secondo gruppo le connessioni arrivano al 52%. Ciò avviene soprattutto nel mondo occidentale, mentre in Cina e India il fenomeno è quasi assente, sia per i maggiori impatti nel Mar Indiano, che influiscono direttamente sulla vita dei più, sia per l’ufficiale riconoscimento da parte del Partito Comunista Cinese del fenomeno del surriscaldamento globale.

Qual è la ragione della sovraesposizione mediatica dei negazionisti? La scarsa preparazione dei giornalisti o del pubblico in temi scientifici, ad esempio, potrebbe portare a favorire il bilanciamento delle opinioni nella fatua ricerca di qualche obiettività e imparzialità o di un’impressione della stessa. Accade così che, al fianco di climatologi apprezzati, si vedano economisti, scienziati politici e filosofi, oltre che esperti in campi affini, ma comunque fondamentalmente diversi, quali geologi e ingegneri petroliferi. Con l’assegnazione dello stesso spazio e dello stesso livello di scrutiny, si realizza quindi l’obiettivo della più o meno inconsapevole strategia anti-ambientalista: instillare il dubbio nel non esperto.

Ciò a cui mirano fondazioni come l’Atlas Network, finanziato dai fratelli Koch, magnati del carbone, è formare attivisti capaci di far passare l’idea di una comunità scientifica divisa, ma assoggettata a ‘bigotti ambientalisti’. I contrari diventano così novelli Galilei, presentandosi come eroici ricercatori che attaccano un dogma, sottratto dai ‘poteri forti’ (Cina, UE, l’establishment) al metodo scientifico. Questo metodo molto raffinato fu ideato già 20 anni fa da Frank Luntz, stratega del partito repubblicano statunitense. La rete che utilizza questa tecnica è molto vasta ed eterogenea: gruppi come l’Heartland Institute, che ha tra i suoi esperti climatici H. Sterlin Burnett, laureato in antropologia e filosofia, grandi gruppi petroliferi e esponenti dell’alt-right. Inoltre, per distogliere dalle prove fattuali il pubblico, il movimento ambientalista viene contestato per futili motivi, ricostruendo ad esempio, tramite cherry-picking e riduzioni ad absurdum l’attivismo di Greta Thunberg o ancora rivolgendosi unicamente alla parte più estrema degli ecologisti e legata alla sinistra anticapitalista.

Questa guerra mediatica è giovata ad alcuni, ma ha danneggiato tutti. Se, fino agli anni Novanta, la consapevolezza del cambiamento climatico aveva raggiunto tantissime persone, negli ultimi si è ridotta, mentre è aumentato lo scetticismo disinformato. Ci sono però buone notizie: secondo un studio del 2015, si è passati da uno scetticismo verso il cambiamento climatico causato dall’uomo ad uno diretto verso l’efficacia delle misure proposte per contrastarlo.

Sfide, innovazioni e complessità

L’Occidente si è spesso fatto paladino del pluralismo delle opinioni e per lungo tempo la comunità scientifica ne è stata il luogo di elezione. Oggi, diversi gruppi di pressione, in nome della libertà di pensiero, stanno attaccando persino i risultati di quella che è stata un’autentica rivoluzione scientifica del ‘900: la scoperta dell’influenza dell’uomo sul clima. Fattori inaspettati come l’inseguimento dello share, apoteosi della mercificazione dell’informazione, o l’inerzia intellettuale possono insinuarsi subdolamente nello sviluppo plurale della libertà di espressione e, a seconda dei contesti, contribuire a squilibri estremamente deleteri per la società. Nel caso del clima, la stampa responsabile, prima tra la sempre più vasta schiera dei media, dovrà abituarsi a promuovere una riflessione sul proprio rapporto con l’obiettività e con l’autorità scientifica. Il principio del pluralismo dovrà in questo scenario, come in altri, fare i conti con la ricerca della verità e i valori della democrazia che dovrebbero fare parte della sua stessa matrice.

Le complessità dei diritti di espressione e d’informazione, delle libertà di parola e di stampa, dei loro limiti legittimi e illegittimi, così come le responsabilità delle istituzioni, degli intermediari, degli attori, del pubblico sono difficili da catturare o descrivere in modo chiaro e definitivo. Si potrebbe forse dire che l’umanità, nella storia, ha attraversato questo caleidoscopio di concetti e realtà con uno sforzo collettivo e olistico, arrivando spesso a risposte da rimettere in discussione all’avvento di qualche innovazione tecnologica o sociale. Ad oggi, dopo l’impennata universalistica della Dichiarazione dei Diritti, le successive sfide del particolarismo e le apparenti ritirate dello scetticismo digitale, restano molte strade da percorrere, a volte per mezzo di sacrifici, come ci insegnano le morti di tanti giornalisti nel mondo odierno. Alcune di quelle strade, se avremo successo, ci condurranno verso un futuro migliore.

I timori dell’Europa allontanano Albania e Macedonia del Nord 

Giovedì 17 ottobre 2019, la riunione del Consiglio Europeo tenutasi a Bruxelles si è trasformata nel terreno di un aspro dibattito politico fra i rappresentanti dei 28 stati membri dell’Unione, chiamati a decidere in merito all’autorizzazione all’avvio di trattative con Albania e Macedonia del Nord per la loro adesione all’UE.

Gli stati comunitari avevano già espresso in passato la promessa di avviare tali negoziati al più presto e la Commissione e altre istituzioni europee avevano dato parere favorevole. Nonostante ciò, durante quest’ultimo incontro non è stato possibile autorizzare la decisione perché non si è raggiunta l’unanimità dei consensi: determinanti sono stati i veti posti dai capi di stato e di governo di Danimarca, Olanda e, soprattutto, Francia, il cui presidente Emmanuel Macron ha espresso opinioni molto critiche sul futuro processo di allargamento dell’Unione Europea.

La mancata autorizzazione è stata oggetto di un forte disappunto da parte del presidente della Commissione uscente Jean-Claude Juncker e del presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk. Il presidente della Commissione ha commentato l’esito della votazione dicendosi “profondamente deluso” e aggiungendo che si tratta diun grave errore storico”. Juncker e Tusk hanno poi ribadito la posizione espressa già a fine maggio dalla Commissione, in un rapporto che illustrava come i due paesi avessero effettivamente realizzato le richieste europee di maggiori sforzi nella lotta contro la criminalità e la corruzione. 

La strada verso l’adesione di Albania e Macedonia del Nord all’Unione era parsa in salita già nel Consiglio Europeo di giugno, dove molti stati avevano assunto un atteggiamento estremamente cauto a tale riguardo. Secondo il Sole 24 Ore, i detrattori sarebbero stati spinti principalmente dal timore di un rafforzamento di forze euroscettiche e nazionaliste, che nei singoli stati insistono sulle conseguenze negative di un allargamento dell’Unione Europea. In quell’occasione, il Consiglio si era limitato quindi a prendere atto del rapporto della Commissione – che non negava comunque i gravi problemi ancora presenti nei due paesi in esame – e a rimandare la decisione al vertice di ottobre, dove le speranze che gli europeisti albanesi e nord-macedoni ancora nutrivano sono state affondate.

Questi dubbi sarebbero alla base della posizione assunta dalla Francia. Formalmente, il presidente francese ha giustificato l’inamovibilità del suo veto con la considerazione che «l’allargamento (…) complica il processo di approfondimento dell’Unione». Emmanuel Macron ha utilizzato anche toni più duri, definendo «irrazionale la politica di ampliamento senza fine dell’UE»  e argomentando che non è possibile, per l’Europa, avere un rapporto con i propri vicini fondato unicamente sull’espansione. 

È possibile individuare anche cause di altra natura alla base della decisione francese. Sempre il Sole 24 Ore ha fatto notare come una di queste sia la vicinanza con le elezioni amministrative che avranno luogo nel marzo 2020. Macron, che ha visto un calo vertiginoso nei suoi indici di gradimento negli ultimi mesi, avrebbe cercato quindi di mantenere una posizione il più possibile equilibrata per non favorire i suoi avversari. In particolare, ci sarebbe il timore di un allargamento del consenso registrato alle elezioni europee dal Rassemblement National di Marine Le Pen. La destra francese, critica verso la politica migratoria del Governo, avrebbe potuto presentare le trattative come un nuovo passo verso ‘l’invasione’ del paese. Già oggi, infatti, sembra individuabile un flusso di migrazione irregolare che passa da Albania e Macedonia del Nord per giungere fino in Europa occidentale e, in particolare, in Francia. Non a caso, un diplomatico ha commentato a margine del vertice del 17 ottobre che “forse dopo il voto Parigi cambierà posizione.”

Assieme alla Francia, hanno espresso il loro veto anche Olanda e Danimarca, spinte apparentemente da motivazioni analoghe a quelle del Governo francese. In particolare, secondo quanto riferito da Bled Koka, direttore dell’importante testata online www.syri.net, durante un’intervista radiofonica lo scorso 26 ottobre, il veto olandese sarebbe stato posto per via delle attività collegate al traffico di droga di bande criminali albanesi nelle aree portuali di Amsterdam e Rotterdam e dello scarso impegno delle autorità albanesi per fermare i conseguenti flussi di denaro sporco. 

Ai veti vanno inoltre sommati i dubbi, espressi tramite canali non ufficiali, dei rappresentanti governativi soprattutto di paesi dell’Europa occidentale, quali Spagna, Germania, Belgio e Lussemburgo. Già a giugno, secondo il Sole 24 Ore, questi avevano paventato timori di possibili ripercussioni elettorali, in caso di parere favorevole all’allargamento nei Balcani, e avevano spinto verso la posizione prudente assunta in quell’occasione. 

Di certo, le conseguenze delle mancate trattative saranno molto più ampie e complesse di quelle legate ai singoli contesti nazionali. Va infatti considerato che la possibilità di avviare i negoziati per l’adesione, sulla scia di quelli aperti col Montenegro nel 2012 e con la Serbia nel 2013, era sorta anche e forse soprattutto in risposta a una precisa necessità di politica estera dell’Unione Europea. L’opportunità per questi paesi di entrare nel primo mercato economico mondiale si sarebbe potuta tradurre nel sostegno agli europeisti dei due stati balcanici, sotto forma di concrete prospettive future per il miglioramento dei propri sistemi politici, economici, giudiziari. Si tratta, nei fatti, di una strategia di stabilizzazione politica in un’area contigua all’UE, caratterizzata, oggi come nel suo turbolento passato, da tensioni etniche e politiche che si sono manifestate, ad esempio, nella primavera di quest’anno, con le proteste a Tirana contro il Governo socialista. Lo scopo sarebbe inoltre stato quello di sottrarre i Balcani all’influenza cinese e alla sua nuova Via della Seta, così come alle ambizioni geopolitiche della Russia e della Turchia di Erdogan.

Il ‘no’ dell’Europa può essere visto non solo come un rinvio dell’allargamento dell’Unione, ma anche come sintomo della debolezza dell’Europa unita, che rinuncia ad ampliare la propria sfera di influenza perché incapace di superare le tensioni interne ai singoli paesi. 

Va registrato che diversi paesi si sono invece schierati a favore delle trattative. Tra questi anche l’Italia, che, forte anche della vicinanza geografica, economica e culturale, ha sempre sostenuto la candidatura di Albania e Macedonia del Nord, rinnovando tale sostegno anche a seguito del Consiglio Europeo del 17 ottobre. 

Buona parte d’Europa, tuttavia, pare non ritenere l’influenza nei Balcani come una questione sufficientemente importante da mettere a rischio i propri equilibri interni. Così, pur senza opporsi apertamente, essa mantiene i suoi dubbi e lascia nuovamente spazio all’eterno dibattito tra prospettiva comunitaria e priorità nazionali.

Violenza e libertà nella stampa europea

Una delle declinazioni fondamentali della democrazia è la libertà di informare. È dunque legittimo chiedersi quale sia lo stato di salute del giornalismo libero in Europa. Il rapporto del 1° gennaio 2019 “Mapping media freedom 2014-2018 di Index on Censorship illustra una situazione poco confortante.

Questo rapporto, che prende in considerazione il periodo da maggio 2014 a luglio 2018 e che monitora complessivamente 35 Stati, tra paesi Ue ed extra Ue, candidati o potenzialmente candidabili a far parte della membership dell’Unione, presenta un resoconto di tante e diverse forme di violazioni della libertà di stampa, più o meno gravi, che vanno dalle vicende di diffamazione e discredito alle intimidazioni, dalle aggressioni fisiche ai veri e propri omicidi di persone che esercitano la professione giornalistica.

L’Italia registra un record negativo in 7 sui 18 indici considerati nell’indagine. In particolare, detiene il primato per aggressioni fisiche e molestie psicologiche, offese, intimidazioni, attacchi alla proprietà, cause civili, episodi di discriminazione e discredito verso i giornalisti. Inoltre, il nostro Paese è secondo solo alla Turchia per numero complessivo di episodi di violazione della libertà di stampa. Tuttavia, non sono stati registrati episodi di omicidi (a differenza della Francia, che conta il numero più alto in questa particolare graduatoria, a seguito dell’attacco terroristico alla sede della rivista Charlie Hebdo nel gennaio 2015), né casi di restrizione della libertà personale dei giornalisti da parte dello Stato.

In tema di giornaliste e giornalisti uccisi in Europa, il rapporto cita anche la Repubblica di Malta, in seguito all’assassinio della giornalista investigativa Daphne Caruana Galizia, e la Repubblica Slovacca, per il caso del duplice omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua compagna Martina Kusnirova. In effetti, anche a causa dell’impatto che queste morti hanno avuto sull’opinione pubblica e delle modalità con le quali sono avvenute, Malta e la Slovacchia sono scese in misura significativa nella classifica mondiale della libertà di stampa 2019 dell’organizzazione no-profit Reporters sans frontières.

In calo, nella classifica appena citata, si registra anche la Bulgaria, che nell’ottobre 2018 è stata teatro dell’uccisione della giornalista Viktoria Marinova.

Le morti di Daphne Caruana Galizia, Jan Kuciak, Viktoria Marinova e di altri giornalisti europei sembrano presentare un denominatore comune: si tratta di professionisti il cui omicidio è presuntivamente legato alla rivelazione di informazioni di pubblico interesse che riguardavano alti vertici dello Stato. Colpisce ulteriormente che i delitti siano stati commessi in Paesi ritenuti sostanzialmente democratici e liberali.

Quando è stata uccisa, Daphne Caruana Galizia stava lavorando, tra le altre cose, su un’inchiesta mirata a fare luce sulla presunta intestazione di un’azienda panamense, dedita al riciclaggio di denaro sporco, alla moglie del primo ministro Joseph Muscat. Kuciak indagava, invece, su presunti legami con l’organizzazione mafiosa ‘ndrangheta da parte di alcune figure vicine all’allora primo ministro slovacco Robert Fico. Nella puntata del programma televisivo bulgaro ‘Detektor’ che ha preceduto l’assassinio, Viktoria Marinova aveva rivelato un caso di corruzione che avrebbe coinvolto alcuni vertici politici bulgari.

Al di là del ruolo del potere pubblico nelle inchieste di questi giornalisti e delle conseguenze derivate per loro dalla conduzione di tali inchieste, può essere importante osservare anche quali siano state le reazioni dei personaggi politici coinvolti.

Nel caso Caruana Galizia, si è registrata una sostanziale mancanza di assunzione di responsabilità politica: nessuno dei sospettati, infatti, ha rassegnato le proprie dimissioni. A questo dato si affianca anche la preoccupazione espressa in una lettera aperta indirizzata alla Commissione europea dall’organizzazione internazionale non governativa degli scrittori, che ha denunciato la modalità di svolgimento delle indagini, la lentezza delle procedure e gli episodi di depistaggio. Reporters Sans Frontières si è invece schierata pubblicamente contro l’apertura di procedimenti giudiziari per diffamazione da parte dei politici coinvolti nelle indagini, affermando che “il Premier e gli altri funzionari farebbero bene ad abbandonarli e a concentrare i loro sforzi sulla ricerca di verità per Daphne”.

Situazione diversa, invece, per quanto riguarda il caso Kuciak: la vicenda ha prodotto infatti una reazione così forte nell’opinione pubblica slovacca da portare alle dimissioni del ministro della Cultura Marek Madaric prima, del ministro dell’Interno Robert Kalinak poi e, infine, anche del primo ministro Robert Fico.

Tuttavia, le violazioni della libertà di stampa non sono confinate al coinvolgimento del mondo politico nelle inchieste ed alle sue reazioni: la questione del rapporto tra stampa e potere politico è più ampia e presenta numerosissime sfaccettature.

Un esempio particolare si è avuto nel caso del ministro dell’Interno austriaco, Herbert Kickl, che ha causato un forte imbarazzo per il governo di Sebastian Kurz quando, in una e-mail inviata alle forze di polizia, ha invitato gli ufficiali a fornire meno informazioni ad alcuni giornali considerati ostili. Una esempio meno appariscente di discriminazione nel rapporto con la stampa ha avuto luogo in Francia, dove i criteri di scelta applicati dall’Eliseo per scegliere quali testate e quali giornalisti potessero seguire il Presidente nei suoi viaggi istituzionali hanno prodotto preoccupazioni tali da indurre diverse redazioni – tra cui anche Le Figaro e Le Monde a indirizzare una lettera aperta alla presidenza della Repubblica nella quale essi contestavano le modalità di tale decisione.

Nelle democrazie europee, che vivono spesso forme di diffidenza pubblica verso la classe politica e, in alcuni casi, vedono messe in discussione le stesse basi democratiche della convivenza civile da governi di stampo sempre meno liberale, non si può prescindere oggi dal ruolo di una stampa libera e indipendente. Proprio per questo, il potere politico non può esitare nel difendere il diritto all’informazione: dev’esser sempre denunciato quando tenta di ostacolarlo, in forme più o meno esplicite e violente. La memoria di giornaliste e giornalisti come Daphne Caruana Galizia, Jan Kuciak, Viktoria Marinova e molti altri occorre sia tenuta viva, anche perché legata a questo aspetto fondamentale della democrazia.

SPECIALE – Politiche migratorie

Di Simone Innico, Lara Aurelie Kopp-Isaia, Stefania Nicola

Migranti, profughi, rifugiati

Il concetto di migrazione, nella sua accezione più generale, indica l’allontanamento di una persona o di un gruppo da un dato territorio. Questa definizione generale accoglie, al suo interno, un insieme complesso ed eterogeneo di movimenti umani che si possono definire ‘migratori’. Pertanto, esso non riguarda solo gli spostamenti transnazionali e i reinsediamenti in un paese straniero ma anche, a titolo d’esempio, le ’migrazioni circolari’ di lavoratori pendolari attraverso il confine tra due stati, così come il percorso intrapreso dai ‘rifugiati interni’ (internally displaced persons), i quali, senza oltrepassare i confini dello stato, abbandonano la propria residenza originaria a causa di un conflitto o di un notevole evento climatico che metta a rischio la sopravvivenza degli individui, della famiglia o della comunità.

Per inciso, il termine ‘profugo’ rileva, all’interno del concetto di ‘migrante’, quella persona che abbandona il proprio paese d’origine non solo per motivi di discriminazione politica, razziale, religiosa, o per altri motivi di persecuzione individuale, ma per le più svariate ragioni, senza però che questo lo metta necessariamente in grado di richiedere protezione internazionale.

In linea generale, l’accezione più diffusa nel discorso che ci è familiare del termine ‘migrazione’  racchiude in sé due elementi di significato: un flusso più o meno costante di spostamenti a lungo termine di gruppi di individui, in numero cospicuo e con conseguenze significative per il contesto sociale, politico e demografico dei paesi d’origine, di transito e di arrivo; la ricerca più o meno premeditata, da parte del singolo individuo, dell’unità familiare o di una comunità, di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

È questa la concezione di ‘migrazione’ che informa gran parte del nostro discorso pubblico e che sovente si riflette nella gestione dello Stato e della società, coinvolgendo inevitabilmente il regime delle frontiere territoriali e il controllo della popolazione. Il governo delle migrazioni è oggi giorno – e in buona misura è stato negli scorsi decenni – presentato come una priorità politica per la sicurezza dello stato nazione. Ad ogni modo, va sottolineato che una codifica rigorosa di uno status giuridico del ‘migrante’ non figura in nessuna disciplina del diritto internazionale e, di fatto, l’ambiguità del concetto offre inevitabilmente un largo margine di interpretazione ai legislatori e ai decisori politici.

Ciò che invece trova precisa definizione nel corpus giuridico internazionale è lo status di ‘rifugiato’, che sostanzialmente riceve e formalizza la ‘migrazione forzata’ e attribuisce al soggetto migrante un diritto all’asilo o, terminologia dal significato analogo, alla ‘protezione internazionale’. La Convenzione sullo status dei rifugiati del 28 luglio 1951 disciplina la normativa in materia di diritto d’asilo; al netto di alcune eccezioni, ad oggi è stata firmata e ratificata in tutte le sue parti dalla maggioranza degli Stati ONU (147 su 193). La Convenzione rappresenta un trattato vincolante per i paesi firmatari, che devono realizzare sul loro territorio e con risorse adeguate le procedure di tutela dell’individuo disciplinate secondo lo status di rifugiato, assicurando piena cooperazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Devono infine adeguare alla normativa internazionale le disposizioni del proprio ordinamento giuridico in materia di asilo.

Le migrazioni nel mondo odierno

Nella cornice delle politiche migratorie, la tutela dei diritti del rifugiato rappresenta, nel mondo di oggi, una questione di primaria importanza. Secondo l’UNHCR, la popolazione di rifugiati nel mondo alla fine del 2018 si attesta al livello più alto mai registrato: 25.9 milioni di persone L’opinione pubblica, i media e i governanti del globo sono sempre più sensibili a questi dati. Tuttavia, prima di approfondire il tema della protezione di quelle che saranno, nel futuro più prossimo, le categorie umane più vulnerabili, è senza dubbio necessario un approfondimento sui trend delle migrazioni umane.

Da un punto di vista globale, i fenomeni migratori coinvolgono una popolazione nell’ordine delle centinaia di milioni; una stima ONU, ad esempio, ne registra 272 milioni per l’anno 2019. Ovviamente, i canali di spostamento che più attraggono l’attenzione dei media occidentali sono quelli che riguardano l’Europa e gli Stati Uniti, in quanto paesi d’arrivo per le rotte da, rispettivamente, Africa, Medio-Oriente e Asia Centrale o Messico e Sudamerica. Tuttavia, è necessario ricordare che gli spostamenti umani non riguardano solo i movimenti dal Sud del mondo al Nord – quest’ultimo, generalmente, da identificarsi con l’Europa occidentale e il Nord America. Secondo le stime del Population Reference Bureau, già nel 2014 la direzione Sud-Sud costituiva il 36% del trend globale dei flussi migratori, coinvolgendo 82.3 milioni di persone, ovvero spostamenti di massa interni ai continenti Asia, Africa e Sudamerica. Se anche volessimo ridurre l’intero spettro dei molteplici fenomeni migratori alla sola questione delle migrazioni forzate (che nell’anno 2018, secondo le figure UNHCR, riguardavano circa 70.8 milioni di individui), vedremo che il ‘Nord globale’ è decisamente sottorappresentato nella scala delle destinazioni. Ad oggi, la Turchia accoglie la quota maggiore di rifugiati (3.7 milioni), seguita da Pakistan (1.4 milioni), Uganda (1.2 milioni) e infine da Sudan e Germania (1.1 milioni). Allargando la visuale dai rifugiati al più comprensivo insieme concettuale dei ‘migranti internazionali’, passano invece in testa gli Stati Uniti, che nel 2017, secondo il think tank statunitense Migration Policy Institute, ospitavano 49 milioni di migranti sul territorio nazionale.

Conoscere l’immigrazione, per poterla governare

Quanto illustrato finora serve a fornire un’immagine generale, e inevitabilmente riduttiva, dei fenomeni migratori: un intreccio concettuale di elementi pressoché eterogenei ma strettamente connessi tra loro come la tutela dei diritti umani, le definizioni di nazionalità e cittadinanza, gli interessi economici e geopolitici, lo sviluppo industriale e il cambiamento climatico, ma anche l’opinione pubblica e l’influenza dei mass media. Si rivela di volta in volta fondamentale, pertanto, saper individuare con precisione il tema in oggetto d’analisi. Questa operazione è centrale per valutare con cognizione di causa le politiche migratorie messe in atto da autorità locali, nazionali e sovranazionali e per problematizzare e dunque governare gli spostamenti umani, sempre complessi e multidimensionali, che chiamano in causa importanti segmenti del sistema politico-sociale.

Quello dell’immigrazione non è un fenomeno recente. Già nel recente passato, i flussi migratori hanno raggiunto veri e propri picchi, in particolare tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Anche per questo, il tema dell’immigrazione ha trovato sempre più spazio al centro del dibattito nazionale, europeo, mondiale. Una prima spiegazione potrebbe derivare dalla sempre maggior rilevanza morale acquisita dal tema dei diritti umani. A ciò, si aggiunge la correlazione tra l’immigrazione e l’incidenza di guerre, conflitti armati e genocidi, fattore che ha inciso sulla limitazione e regolamentazione degli spostamenti. In altri casi, si è iniziato a parlare di ‘responsabilità collettiva’ nel fornire aiuto alle popolazioni colpite dagli effetti del cambiamento climatico – i cosiddetti profughi ambientali. Fondamentalmente, quando si tratta di migrazioni sembrano essere due gli approcci più spesso adottati. Da una parte, si pone l’obiettivo ideale di proteggere una comunità da quelli che dovrebbero essere gli effetti negativi comunemente considerati tipici e correlati all’immigrazione: aumento delle tensioni sociali, costi economici, perdita dell’identità culturale o della coesione sociale. Dall’altra, si riconosce il dovere morale di aiutare i bisognosi e integrare i profili desiderabili – soprattutto in realtà, come quella europea, in cui si rileva un invecchiamento progressivo della popolazione e un bisogno crescente di manodopera. Da qui nasce la necessità di definire le politiche migratorie, in grado di individuare le categorie privilegiate all’ingresso nel paese e i loro diritti, ma al tempo stesso di politiche di integrazione, affinché gli immigrati siano assimilati nel mercato del lavoro a livello salariale e occupazionale.

Perché, però, quest’ultimo punto non sempre trova un riscontro nella realtà? 

Come sottolinea uno studio della Commissione europea, le cause sono attribuibili alla conoscenza linguistica, alla formazione scolastica e all’inserimento degli stranieri in molti settori in cui anche i nazionali hanno possibilità di far carriera (cura della persona, costruzioni e ristorazione). Se da una parte, dunque, tali normative dovrebbero ridurre i differenziali socio-economici, dall’altra è anche vero, si sottolinea nel report, che è necessario che qualcuno svolga queste mansioni poco qualificate. Come si legge in un approfondimento delle Nazioni Unite, gli immigrati ‘di lunga durata’, quando si stabiliscono in un paese ospite, ne aumentano i livelli di produttività demografica. Al contempo, però, sono a loro volta soggetti ad invecchiamento; di conseguenza, la loro presenza può solo ritardare l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale degli anziani. Tuttavia, è con la ‘seconda generazione di migranti’, i figli di questi primi immigrati, che si può osservare un ‘riciclo’ di manodopera, più assimilata nel sistema scolastico, con una buona conoscenza linguistica e dotata di cittadinanza.

Se analizzassimo più da vicino le rotte migratorie presentate in apertura, una tra quelle occidentali più percorse è senza dubbio quella del Mediterraneo. Quest’ultimo è ormai noto quale il confine più pericoloso tra Stati che non sono in guerra tra loro. Al tempo stesso, questa rappresenta una delle tratte più complesse se si vuol ricostruire il profilo tipico del migrante irregolare, poiché comprende sia i migranti economici alla ricerca di opportunità di impiego (solitamente provenienti da Tunisia, Algeria e Marocco), sia quelli in fuga da persecuzioni o guerre e richiedenti asilo (che hanno come paesi di origine: Eritrea, Somalia, Afghanistan, Mali, Costa d’Avorio, Gambia, Sudan e Palestina). In particolare, in quest’ultima categoria si rileva la presenza di un ampio numero di  donne e bambini. A ben vedere, uno dei problemi maggiori è che i dati in materia di immigrazione irregolare sono lacunosi, incompleti e non aggiornati per individuare quanti di questi migranti richiederebbero asilo e quanti sarebbero invece migranti economici.

Se quindi non si conosce una realtà, come è possibile regolamentarla?

Tornando nuovamente al ‘caso Mediterraneo’, vista la sua complessità, occorre sottolineare che, alla luce del recente Decreto migranti, sembrerebbe esserci un’intenzione politica di semplificare e velocizzare  la gestione delle domande di protezione internazionale. Come spiegano i ministri firmatari Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luigi Di Maio (Esteri) sul Corriere della Sera, con questo decreto è previsto che, una volta individuata la provenienza dei migranti, sia più agevole avviare procedure di rimpatrio qualora questi provengono da porti sicuri quali Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Come riporta lo stesso articolo, “in mancanza di questi requisiti la domanda di protezione verrà subito respinta e  avviata la procedura di rimpatrio”. La questione principale di questo decreto interministeriale è che “inverte l’onere della prova”. In tal senso, verranno rifiutate le richieste di asilo delle persone provenienti dai citati 13 paesi, salvo esse non presentino prove di un rischio reale per la propria incolumità in caso di ritorno in patria.

Lo scenario italiano è soltanto una testimonianza di un’inversione di rotta nell’affrontare casi di emergenza umanitaria. Per avere una visione di più ampio spettro, prendiamo in esame tre casi a livello mondiale: il Venezuela, la Siria e lo Yemen.

Altre gravi emergenze migratorie ed umanitarie: come vengono gestite

Secondo i dati dell’UNHCR, a fine 2018 oltre 3 milioni di persone sono fuggite dal Venezuela, in quello che è il più grande esodo nella storia recente della regione. La catena di eventi che ha mobilitato migliaia di famiglie venezuelane è iniziata nel 2014, in seguito alla morte del presidente Cházev. La crisi economica devastante, l’inflazione che ha raggiunto la soglia del 50%, la mancanza di elettricità, la carenza di beni di prima necessità – i cui prezzi sono aumentati del 1000% -, la fame e la povertà sono tra i principali fattori del massivo esodo. Il sistema sanitario venezuelano è crollato, con una carenza di personale e di medicinali che ha causato la chiusura di molti reparti ospedalieri. In un solo anno, la mortalità materna è aumentata del 65%; quella infantile del 30%. “Quando mia figlia di nove mesi è morta a causa della mancanza di cure, ho deciso di portare la mia famiglia fuori dal Venezuela prima che morisse un altro dei miei figli”, testimonia, attraverso il report UNHCR, Eulirio Beas, della comunità indigena Warao, che si trova in un campo profughi del Brasile.

La maggioranza delle persone parte senza documenti, in carovane, percorrendo a piedi centinaia di chilometri: per questo vengono chiamati caminantes. Francesca Matarazzi, Emergency Coordinator di INTERSOS, descrive tali migrazioni con queste parole: “Li vedi passare ogni giorno. Famiglie con bambini piccoli, anziani. Camminano senza riposo. Camminano senza scarpe. Camminano con la pelle bruciata”.

Ogni mese sono oltre 15.000 le persone che attraversano il confine tra Venezuela e Colombia. Quest’ultima ha messo in atto politiche d’inclusione e d’accoglienza, con la priorità di evitare che i migranti intraprendano la strada della clandestinità. Il Governo colombiano ha concesso documenti temporanei che consentono ai venezuelani di entrare e uscire liberamente. Si potrebbe affermare che la Colombia abbia tentato di trasformare la questione migratoria da emergenza umanitaria a occasione di sviluppo. A onor del vero, questo esodo potrebbe rappresentare un’occasione di crescita economica per Bogotà. Tuttavia, gli arrivi sempre più numerosi stanno complicando la situazione. In un contesto in cui centinaia di persone sono costrette a vivere in case e campi profughi sovraffollati, le condizioni di vita diventano estremamente precarie. Il rischio di essere esposti ad abusi, sfruttamenti – minorili e sessuali – e di finire nei giri del narcotraffico rimane elevato.

Anche in Siria si sta verificando un’emergenza umanitaria. Il 15 marzo 2011 il popolo è sceso in piazza per protestare contro il Governo di Assad, invocando maggior democrazia e libertà. L’anno successivo, le manifestazioni sono sfociate in una guerra civile. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari, questa guerra ha provocato oltre 11 milioni di sfollati, 6.7 milioni dei quali sono scappati nei paesi limitrofi. Ma di questi ultimi che fuggono dalla Siria, solamente il 10% vive nei campi profughi dei paesi confinanti, perché troppo affollati. La maggior parte vive in piccoli alloggi di prima accoglienza, anche questi in condizioni precarie.

La guerra ha raggiunto livelli talmente elevati che, nel 2014, l’Alto Commissario delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani (OHCHR) ha annunciato che non avrebbe più registrato il numero delle vittime. Questa decisione è stata presa, secondo quanto dichiarato da Rupert Colville, portavoce OHCHR, a causa delle difficoltà riscontrate da organizzazioni indipendenti a entrare nel territorio siriano, insieme con l’impossibilità di verificare le fonti. La percentuale di civili uccisi è comunque molto elevata. Secondo diverse ONG, ad esempio, a Ghouta, durante un raid aereo del 18 febbraio 2018, sono rimasti uccisi oltre 1.400 civili, tra cui 280 bambini. Paolo Pezzati, di Oxfam Italia, denuncia che “è inaccettabile che la comunità internazionale stia voltando le spalle a oltre cinque milioni di siriani in fuga dall’orrore della guerra […] La comunità internazionale resta a guardare, mentre milioni di persone sono bloccate in un limbo senza fine”.

Un’altra regione afflitta dalla guerra e da una grave crisi umanitaria è lo Yemen, dove si contano oltre 3 milioni di profughi interni e 22 milioni di persone che necessitano di assistenza. Tutto ebbe inizio nel 2015, quando l’Arabia Saudita, il paese più ricco del mondo arabo, ha attaccato lo Yemen, paese più povero del mondo arabo. In quattro anni di conflitto vi sono state oltre 20.000 vittime, più della metà delle quali risultano essere civili. La vita nello Yemen è difficilissima, tanto che si dovrebbe più propriamente parlare di sopravvivenza. Metà degli ospedali sono stati distrutti, il prezzo del carburante è aumentato del 200%, i prezzi dei beni di prima necessità e del cibo sono alle stelle.

Ad aggravare le già precarie condizioni di vita, l’Arabia Saudita ha imposto un blocco alle importazioni nel paese. Secondo un articolo del 2017 di Internazionale, il think tank International Crisis Group affermava già al tempo che la fame che ha colpito gli yemeniti non fosse dovuta a cause naturali, ma all’azione voluta dei belligeranti e dall’indifferenza e al ruolo complice della comunità internazionale”. Conosciuta come la ‘crisi umanitaria dimenticata’, a causa dello scarso interesse dimostrato dalla comunità internazionale, questa è indubbiamente una delle peggiori crisi umanitarie contemporanee. Al disinteresse generale contribuisce la grande difficoltà dei giornalisti stranieri ad entrare nel paese. Le Nazioni Unite hanno tentato di trasportare alcuni giornalisti inglesi su un aereo umanitario, ma le forze saudite hanno impedito il loro arrivo. In particolare, a seguito di questo episodio, Ben Lassoued, coordinatore delle questioni umanitarie dello Yemen presso l’ONU, aveva dichiarato che “il fatto dimostra perché lo Yemen, paese colpito da una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, non riceva particolari attenzioni da parte dei media internazionali”.

Nell’estate del 2017, il presidente Trump ha concluso un accordo di 110 miliardi per la vendita di armi all’Arabia Saudita. Così facendo, gli Stati Uniti hanno alimentano un conflitto che ha distrutto il paese yemenita, gettandolo sull’orlo di una gravissima carestia e ha dato luogo a gravi crimini di guerra.

Tra crisi, patti globali e cuori chiusi

Quelle analizzate in questo approfondimento sono soltanto alcune delle emergenze migratorie e umanitarie che si stanno consumando nel mondo. Secondo l’UNHCR, infatti, altrettante crisi si registrano in paesi quali Congo, Burundi, Iraq, Nigeria, Sudan e Myanmar, dove sono in atto fenomeni di migrazione forzata. Milioni di persone sono costrette a lasciare il loro paese, la loro casa, nella speranza di un futuro migliore lontano dai conflitti. In tal senso, tutte queste migrazioni devono essere trattate come una crisi planetaria. Come ha ricordato il segretario generale Antonio Guterres, il 24 settembre scorso, innanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “In un epoca in cui un numero record di rifugiati e sfollati interni sono in movimento, la solidarietà è in fuga. Vediamo non solo le frontiere, ma i cuori chiudersi, mentre famiglie di rifugiati vengono distrutte e il diritto di trovare asilo fatto a pezzi”. Guterres ha messo l’accento sulle responsabilità condivise che gravano sulla comunità internazionale, sancite dai patti mondiali sui Rifugiati e sulla Migrazione, aggiungendo, con incedere lapalissiano: “All migrants must see their human rights respected”.

Ci siamo accorti del cambiamento climatico

Impossible is not a fact, it is an attitude”. L’impossibile non è un dato di fatto, ma un atteggiamento. Probabilmente non c’è espressione migliore di questa, utilizzata dal Segretario esecutivo dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), Christiana Figueres, per inquadrare il nuovo approccio sociale al tema più ‘caldo’ degli ultimi anni: il cambiamento climatico e i suoi progressivi effetti.

Come teorizzato da molti, il riscaldamento globale è ormai un processo inarrestabile, con un impatto che è diventato sempre più visibile rispetto a decenni fa, quando la questione veniva considerata molto meno urgente dal grande pubblico. Non solo l’emergenza climatica è diventata una priorità nella società civile e nei programmi politici, ma ne è cambiata la nostra concezione: si è infatti sollevata un’ondata di proteste e manifestazioni per l’ambiente che pare, almeno in parte, alimentata da un ‘ottimismo’ di fondo.

Per avere un termine di paragone basta pensare a circa dieci anni fa, quando, nel dicembre 2009, a Copenhagen si riunirono i capi di Stato per la 15° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico, il cui scopo era quello di dar vita ad un accordo internazionale che stabilisse i nuovi parametri per la riduzione delle emissioni di gas. Ciò che ne emerse fu il cosiddetto “Accordo di Copenhagen”, che però venne considerato un risultato al limite del fallimento.

Un cattivo accordo è meglio di nessun accordo”, aveva sostenuto durante la conferenza stampa conclusiva l‘allora presidente della Commissione José Manuel Barroso. Tuttavia, la sua poca efficacia fu evidente fin da subito: non solo si registrarono le opposizioni di numerosi paesi, soprattutto del Sud America, ma questo aveva carattere non vincolante, con gli obiettivi di riduzione delle emissioni da esso stabiliti non erano traducibili in pratiche concrete.

Il sostanziale fallimento dell’accordo di Copenaghen fu dovuto anche ad un diffuso disinteresse politico, manifestato, tra le altre cose, dalla ancora discreta percezione del problema ambientale da parte della maggioranza della società civile. Dai sondaggi condotti negli anni 2008-2009 dall’Eurobarometro sull’atteggiamento dei cittadini europei verso il cambiamento climatico, infatti, risultò che il 62% degli intervistati considerasse il cambiamento climatico al terzo posto tra i problemi più gravi del pianeta, una percentuale che si era abbassata del 12% alla fine del biennio considerato.

Negli anni, però, sembra ci sia stata un’evoluzione progressiva nella percezione del fenomeno, trainata inizialmente da una maggiore attenzione da parte della politica internazionale. Dapprima, a livello europeo, quando la Direttiva 2009/29/CE ha posto in essere, dal 2009 al 2013, il cosiddetto “Piano 20-20-20”: una serie di azioni volte a ridurre le emissioni del 20%, aumentare la quota di energia rinnovabile del 20% e ottenere un risparmio energetico sempre del 20% (da cui il nome). Di seguito, a livello internazionale, con i progressivi lavori per l’Accordo di Parigi del 2015, volto a contenere l’incremento della temperatura media al di sotto dei 2°C. A tal fine, l’Unione stessa ha optato per l’adozione di regolamenti e direttive più stringenti. Questa presa di coscienza è stata il preludio, negli ultimi due anni, di una generale “vitalità” da parte della popolazione riguardo al tema in esame.

Alcuni sondaggi effettuati nell’anno corrente, difatti, hanno dimostrato un aumento della percezione della gravità della tematica: il 79% degli intervistati lo considera un problema molto grave, mentre  il 93% lo ritiene una criticità significativa. La necessità di ottenere un cambiamento concreto nell’affrontare i problemi del nostro pianeta si è tradotta, altresì, in numerose manifestazioni per il clima. Tra queste, spiccano per risalto mediatico e numero di partecipanti i cosiddetti “Fridays for Future”, che hanno coinvolto soprattutto le giovani generazioni. Due fattori hanno contribuito a sensibilizzare così ampie fasce della popolazione: in primis, lo sviluppo tecnologico che, attraverso i social network e i media, rende contenuti riguardanti i disastri ambientali accessibili a tutti. In secondo luogo, l’impatto stesso del cambiamento della temperatura, sempre più evidente anche nella quotidianità. Molteplici sono i fenomeni climatici anomali di cui siamo finora spettatori, dallo scioglimento del settecentenario ghiacciaio Okjokull in Islanda, all’aumento della frequenza delle precipitazioni e intensità dei venti: in queste ore, il Giappone si trova ad affrontare la furia del tifone Hagibis, mentre l’uragano Lorenzo, proveniente dall’Atlantico, si sta avvicinando all’Europa.

Proprio la consapevolezza dell’urgenza della questione, espressa nelle proteste e nelle manifestazioni, ha spinto alcuni governi ad intraprendere azioni concrete al fine di innescare realmente un’inversione del corso delle cose, sia a livello europeo, sia nazionale. Una relazione della Commissione europea ha sintetizzato i traguardi raggiunti dall’Unione dall’Accordo di Parigi ad oggi, tra cui è inserito l’andamento dei dati registrati nei settori contemplati dall’ESD (Effort-Sharing Decision). La decisione congiunta del 23 aprile 2009 del Parlamento europeo e della Commissione sulla condivisione degli sforzi, ha fissato gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni in settori quali i trasporti, l’agricoltura e l’edilizia entro il 2020, esprimendo le variazioni in valore percentuale rispetto all’anno 2005. Secondo la relazione e la suddetta decisione, le emissioni sono diminuite dell’11% rispetto al 2005, superando l’obiettivo intermedio di riduzione di circa 4 punti percentuali (7%); nel 2020 dovrebbero diminuire al di sotto del 16% rispetto all’anno base, superando anche qui l’obiettivo del 10%.

L’UE si è impegnata anche in termini di energie rinnovabili, adottando la direttiva-quadro del 21 dicembre 2018. In questa, è fissato un target minimo del 27% della quota di energie rinnovabili che gli stati membri devono impegnarsi a consumare entro il 2030, per scoraggiare di converso l’uso dei combustibili fossili. D’altronde, a livello nazionale, proprio in quest’ultimo settore, c’è stata una riduzione sensibile a favore delle rinnovabili anche in stati quali Italia, Grecia, Romania e Estonia. Anche per quanto riguarda stati che si trovano ancora “in difficoltà”, è il caso della Francia, passi avanti sono stati compiuti in senso positivo: il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, ha infatti lanciato un programma di riduzione sensibile delle emissioni di CO2 attraverso l’uso di energie alternative quali quella solare, eolica e delle biomasse, con lo scopo di rendere il paese carbon-neutral (cioè in condizione di non emettere più CO2 di quanto ne consumi) entro il 2050.

Nonostante la lunga strada da percorrere, negli ultimi dieci anni si è registrato un cambiamento di rotta effettivo. Questo ha coinvolto non tanto (o non ancora) l’impatto delle più recenti politiche sul clima, quanto il nuovo approccio della società civile, passata dal percepire in maniera distaccata il progressivo tracollo delle condizioni climatiche del pianeta al realizzare che si possa (e si debba) attivarsi e intervenire nell’immediato. Se è vero che l’impossibile è soltanto una questione di atteggiamento, possiamo concludere positivamente: l’atteggiamento è definitivamente cambiato.

Occorre proteggere lo “stile di vita europeo”?

Non è ancora ufficialmente nata, ma la Commissione europea di Ursula von der Leyen è già stata bersaglio di critiche. In particolare, vi sono state molte polemiche sulla nomina di un commissario (grossomodo l’equivalente di un ministro) “per la protezione del nostro stile di vita europeo”.

Si tratta del membro del Partito Popolare Europeo (PPE) e di Nuova Democrazia (partito greco di centrodestra) Margaritis Schinas, designato dal premier greco Kyriakos Mitsotakis. Ex-eurodeputato e funzionario di lunga data presso diverse direzioni generali della Commissione stessa, Schinas sarà peraltro anche uno degli 8 vicepresidenti che affiancheranno von der Leyen.

Tuttavia, più del nome della carica in sé, è stato ciò che rientra nella sua sfera di competenza a suscitare critiche: il responsabile della protezione dello “stile di vita europeo” dovrà infatti guidare il processo decisionale in materia di immigrazione e sicurezza, oltre che di istruzione e occupazione.

Il presidente uscente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha espresso la propria opinione in un’intervista a Euronews, dicendosi in disaccordo con il titolo ufficiale dell’incarico e non trovando corrispondenza tra esso ed i valori di un esponente del PPE come Schinas.

Juncker ha sottolineato che “accettare coloro che arrivano da molto lontano fa parte dello stile di vita europeo”, aggiungendo che il nome del portafoglio avrebbe dovuto essere precisato meglio. L’eurodeputata francese Karima Delli, a tal proposito, ha domandato ai colleghi europarlamentari di inviare una lettera a von der Leyen per chiedere proprio una modifica del nominativo, affermando: “Ciò che è assolutamente inaccettabile è che questo nome, che crea un legame tra immigrazione e protezione di uno stile di vita europeo, legittima le idee dell’estrema destra per le quali gli immigrati sono barbari che minacciano il nostro stile di vita”.

Tra coloro che hanno criticato la denominazione del portafoglio di Schinas c’è anche Claude Moraes, deputato britannico del partito laburista che, su Twitter, è stato esplicitamente critico: “La ‘protezione del nostro stile di vita europeo’ non avrebbe dovuto essere il nome di un portafoglio in una Commissione europea del 2019”. Anche l’eurodeputato francese Damien Careme, rappresentante dei Verdi, ha definito il nome del portafoglio “un abominio”, così come il ramo europeo di Amnesty International ha espresso preoccupazione sostenendo che “collegare la migrazione alla sicurezza nel portafoglio di un Commissario rischia di inviare un messaggio preoccupante”.

Nella lettera di incarico destinata a Schinas, von der Leyen ha scritto che “lo stile di vita europeo si basa sul principio di dignità e uguaglianza per tutti”. Espressione già apparsa negli Orientamenti politici per la Commissione 2019-2024, pubblicati a luglio scorso.

In questo documento, risalente a due mesi fa, l’ex-ministra della Difesa tedesca aveva scritto che l’UE avrebbe dovuto impegnarsi “di più quando si tratta di proteggere i nostri cittadini e i nostri valori”, definendo “il rispetto dello Stato di diritto” e “un nuovo inizio sulla politica migratoria” necessari per proteggere lo “stile di vita europeo”.

Von der Leyen ha quindi proposto un nuovo accordo sull’immigrazione che includerebbe frontiere esterne più forti e un moderno sistema di asilo. Ha inoltre affermato che l’UE dovrebbe concentrarsi di più sulla cooperazione allo sviluppo per migliorare “le prospettive di giovani donne e uomini nei loro Paesi di origine”. Per quanto riguarda la sicurezza, la presidente ha inoltre dichiarato che la sua Commissione cercherà di “migliorare la cooperazione transfrontaliera per colmare le lacune nella lotta contro la criminalità organizzata e il terrorismo in Europa”.

Schinas, dal canto proprio, ha fatto sapere di essere “elettrizzato all’idea di essere nominato”, dicendosi “fiducioso di poter fare grandi passi avanti nei prossimi cinque anni per proteggere e valorizzare gli europei”.

Al di là delle critiche, il nome della carica ha portato altresì a porsi una domanda fondamentale: esiste davvero uno stile di vita europeo? I Paesi dell’UE presentano differenze enormi sotto molti punti di vista. Basti vedere alcuni dati economici: in Svezia l’occupazione è superiore di oltre 20 punti percentuali a quella che si ha in Grecia. Sempre nel Paese di Schinas, più di un cittadino su dieci non può permettersi cure mediche per i costi eccessivi della sanità, mentre in Finlandia questo si verifica per circa un cittadino su mille.

Questo senza considerare che anche i contesti culturali possono differire enormemente da un Paese all’altro dell’Unione. La vita di un cittadino di Madrid differisce significativamente da quella di un residente a Vilnius, anche per la way-of-life che è intrinsecamente presente in ogni Stato (e notevoli differenze si potrebbero trovare certamente anche tra abitanti di Madrid e residenti delle più remote regioni del Nord della Spagna). Per una Unione che ha continuato a espandersi con costanza dalla sua fondazione e che ha accolto i suoi membri più “giovani” soltanto nel 2013 (Croazia) e nel 2007 (Bulgaria e Romania), con un passato che fino all’epoca della guerra fredda ha visto una profonda divisione interna al continente, sarebbe peraltro difficile aspettarsi una maggiore integrazione degli “stili di vita”.
Considerato tutto ciò, si potrebbe concludere che prima di dedicarsi a proteggere uno stile di vita europeo sarebbe necessario individuarne uno o, in alternativa, prendere atto della sua inesistenza.

Londra, Edimburgo, Dublino: i tanti volti della Brexit

19 giugno 2017: una data tanto simbolica – per l’inizio dei negoziati dopo il voto sulla Brexit – quanto lontana dalla realpolitik di questi mesi. Ci si trova oggi attanagliati fra il rischio di un No-Deal”, paventato dai più estremi sostenitori dell’uscita dal sistema-Europa, ed i timori della popolazione, ‘rea’ di aver portato il Paese sull’orlo di uno dei cambiamenti più epocali della propria storia.

La notizia della chiusura del Parlamento britannico, richiesta da Boris Johnson il 28 agosto scorso e, per prassi, accordata dalla Regina Elisabetta II, aveva scatenato i malumori fra la popolazione: si rischiava, infatti, una pericolosa deriva istituzionale che avrebbe reso ancor più tortuoso il percorso verso il 31 ottobre, prossima deadline per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La mossa, considerata “antidemocratica” dalle opposizioni, ed il conseguente allargamento della forbice tra Governo e Parlamento, hanno rappresentato l’apice della battaglia personale intrapresa da Boris Johnson nei confronti delle due Camere: chiudere per 5 settimane il Parlamento (riapertura prevista il prossimo 14 ottobre) equivale, stando almeno alle parole dei rappresentanti della House of Commons, ad un colpo di Stato, perpetrato al fine di impedire alle Camere di svolgere il proprio dovere, in vista dell’imminente scadenza proveniente da Bruxelles.

Come riporta il Corriere della Sera, secondo fonti di Downing Street il premier Johnson avrebbe invece optato per questa soluzione al fine di controllare il clima di tensione venutosi a creare nel Paese, attuando una sorta di “piano B” rientrante di pieno diritto nelle proprie funzioni, con il consenso della Regina. Il ruolo di quest’ultima nella questione è però saltato all’occhio dei più attenti osservatori della Corona, ritenendo la linea adottata da Buckingham Palace troppo “lassista” verso la situazione Brexit. Tali voci sono state prontamente smentite dalla Regina stessa, la quale, nell’ultimo giorno utile prima della chiusura delle attività parlamentari, ha firmato la “legge anti No-Deal”, che si oppone a qualsiasi uscita dall’Europa senza accordi. Tale azione politica impedirà al premier Johnson, alla ripresa dei lavori, di procrastinare sulla posizione No-deal adottata in questi mesi.

I riflettori mediatici puntati su Londra e sulle vicissitudini interne al numero 10 di Downing Street, però, hanno marginalizzato il resto della nazione, dove continuano lo scetticismo e le proteste per rimanere all’interno dell’Unione e poter garantire la stabilità non solo degli scenari internazionali, ma anche dell’equilibrio interno al Regno Unito, mai come ora minato da squilibri di potere.

Negli ultimi giorni la disputa si è spostata in territorio scozzese, dove la Corte di Edimburgo ha etichettato la chiusura del Parlamento britannico come illegittima, accusando il Premier di aver “ingannato” la Regina al fine di procedere tranquillamente verso il No-Deal. Tali accuse sono state prontamente smentite dal Primo ministro. La Scozia, da anni protagonista di scontri politici con il governo britannico, pare porsi come primo partner “pro-Europe” sull’isola.

The Press and Journal, testata giornalistica fra le più diffuse in territorio scozzese, ha dedicato un’intera sezione del proprio sito web alla questione Brexit, con aggiornamenti quotidiani circa lo stato d’avanzamento delle trattative ed i futuri scenari all’orizzonte. Alla luce dello storico antagonismo fra Inghilterra e Scozia, che sono lontane da una soluzione ai dissidi relativi all’indipendentismo scozzese, sembra naturale che la posizione ‘catastrofista’ relativa ad un “No-Deal” riecheggi tra le righe del quotidiano. Nella sezione “Scotland”, la linea dura del governo Johnson viene descritta come un ostacolo per la crescita della nazione. Viene citato l’ex-primo ministro Gordon Brown, il quale sostiene che il “No-Deal” potrebbe essere “devastante per cibo e medicinali”. Il rischio, secondo le parole di Brown, sarebbe quello di un blocco delle forniture, con ovvie conseguenze negative per la popolazioni e tensioni crescenti; per questo, il politico laburista ha formalmente richiesto al primo ministro Johnson di comunicare alle Camere i reali rischi di un’uscita dall’Europa senza accordi.

Come riporta  sempre The Press and Journal, ad alimentare la tensione ci sono anche le condanne, da parte del Premier britannico, nei confronti dei sostenitori dell’indipendenza scozzese, accusati di alimentare un sentimento intestino di odio che risulta dannoso in uno scenario già di per sé complesso. Il partito di governo scozzese, lo Scottish National Party (SNP), forte del risultato positivo delle scorse elezioni europee, cercherà di alimentare la richiesta per un nuovo referendum per l’indipendenza. L’obiettivo è “fare opposizione alla Brexit esercitando il diritto di decidere autonomamente il proprio destino”, come riferito dalla deputata del SNP Kirsty Blackman.

L’ostilità nei confronti di un “No-Deal” sembra attraversare anche i corridoi dei palazzi del potere di Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord: il Belfast Telegraph riporta un documento governativo considerato top secret che aumenta il timore di gravi conseguenze per la vita dei pazienti degli ospedali nel paese. Il Dipartimento per la Salute avrebbe stilato una sorta di elenco di “rischi” derivanti da un’uscita senza accordo, come ad esempio una carenza di medicinali, vaccini e medicazioni nei pronti soccorsi del Paese.

L’area irlandese rimane ad altissima tensione. I 300 km di confine che separano Irlanda del Nord e Irlanda sono un punto cruciale del programma per la Brexit: come segnalato a pagina 585 del contratto fra Bruxelles e Londra sottoscritto da Theresa May, il confine è visto come un “hard border”, un confine duro’, che tiene banco nelle trattative in corso in questi giorni. Ne parla diffusamente The Irish Times, quotidiano di Dublino.

L’ipotesi è quella di un Halloween terrificante: con l’uscita dall’Europa senza accordi, la riapertura della questione irlandese rimetterebbe in discussione quel “Good Friday Agreement” che ad oggi permette ai cittadini dei rispettivi paesi di attraversare il confine senza difficoltà. Il ripristino di checkpoint posti al confine da parte della polizia nordirlandese, ad esempio, rappresenterebbe un pericolosissimo ritorno al passato, minando la stabilità di un’area che è stata  per anni al centro dell’attenzione di Londra.

Proprio in questi giorni si è svolto a tal proposito un incontro fra il premier Johnson, per l’occasione volato a Dublino, e il Taoiseach (Primo ministro irlandese) Leo Varadkar. Durante il meeting istituzionale, definito da note ufficiali come “costruttivo”, i due omologhi si sono confrontati circa la necessità di trovare un accordo entro il prossimo 31 ottobre, mentre le rispettive delegazioni, impegnate nei negoziati, hanno lavorato sui nodi più importanti. Fondamentale in questa disputa il ruolo di Bruxelles, mediatore di primo piano e punto di congiunzione fra Regno Unito, Irlanda ed Europa. Al momento, rimangono distanze importanti, che sarà necessario sanare da qui ad un mese.

La situazione sembra quindi essere sempre più complessa per Boris Johnson. Parafrasando il titolo di un articolo del corrispondente politico dell’Herald Scotland Alistair Grant, “The House of cards begins to collapse”, il castello di carte inizia a crollare. L’appello alla Corte Suprema britannica da parte del Governo a seguito della sentenza della Corte scozzese sarà sfida per l’esecutivo, che è stato accusato di aver ‘secretato’ tutte le carte inerenti alla decisione di sospendere le attività parlamentari. I documenti relativi alla “Operation Yellowhammer”, per una uscita senza accordi, sono solo l’ultimo passo di una battaglia che si preannuncia serrata.

All’orizzonte, il portone di uscita sul cui ciglio ogni decisione potrebbe rappresentare un nuovo, fondamentale capitolo della storia e del Regno Unito e dell’Europa intera.