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L’economia della censura: la limitazione della libertà di stampa ostacola sviluppo economico e ricerca

Da quando il web è entrato nelle nostre vite, l’informazione e la libertà di espressione, che la Costituzione italiana declina in libera manifestazione del pensiero, nonché di stampa, sembrerebbero essere cresciute in maniera esponenziale, almeno nella maggior parte dei paesi che consideriamo ‘occidentali’.

Il processo di digitalizzazione e la pervasività di Internet hanno conferito ai più la possibilità di esprimere e diffondere il proprio pensiero in pochi secondi: in aggiunta ai media più tradizionali (quali radio e televisione) sono arrivati i blog, seguiti dai social network, a consentire la condivisione di opinioni personali da una parte, di messaggi politici dall’altra. 

Oggetto di una recente proposta di risoluzione da parte del Parlamento Europeo 2017/2209 (INI), i nuovi media hanno assunto un ruolo sempre più centrale tanto sul piano politico quanto su quello economico. 

La limitazione della libertà di stampa, peraltro, può portare a rilevanti effetti economici.. Solo nel 2016, in un rapporto dell’Istituto Brookings di Washington, veniva affrontato il tema della censura in Internet imposta da alcuni regimi allo scopo di limitare o impedire del tutto l’organizzazione di oppositori e dimostranti: tutti paesi che avevano deciso di adottare una misura restrittiva della libertà di stampa o espressione avevano dovuto far fronte a notevoli perdite economiche, oltre che alle mancate possibilità di sviluppo garantite dalla digitalizzazione. Tra il luglio 2015 e giugno 2016, il totale delle perdite sarebbe ammontato a $2 miliardi e 400 milioni.

Altro aspetto da valutare è la grave limitazione della ricerca scientifica e della crescita economica imposta dalla censura del web. Un esempio? La Cina. Nel 2017, come riportato dal Guardian, il vice presidente della Conferenza consultiva del popolo (CPPCC) Luo Fuhe aveva riconosciuto la critica situazione del paese, definendo “non normale” la condizione di restrizione di accesso ai siti accademici stranieri, che aveva portato i ricercatori locali ad utilizzare servizi di Virtual Private Network (VPN) al fine di aggirare il cosiddetto ‘Great Firewall of China’ (ex ‘Golden Shield Project’). Eppure, anche questo non era bastato. L’anno successivo, il Governo di Pechino aveva ufficialmente invitato gli operatori Internet nazionali a impedire l’accesso ai siti web anche via VPN. Infine, la Cina avrebbe adottato un nuovo modello di gestione della rete basato fondamentalmente sul controllo e sulla riforma della governance del cyberspazio.

In Russia, la situazione non sembrerebbe migliore: il sogno di un World Wide Web libero e sicuro, accessibile a tutti e fonte inesauribile di informazione, starebbe svanendo per lasciare il posto a una visione dell’Internet più ‘sovranista’. Il presidente Putin avrebbe ripreso il progetto cinese approvando nel maggio 2019 una legge volta a rendere la rete russa indipendente dal resto del mondo. Da inizio novembre, l’Internet in Russia è diventato ‘locale’, per così dire, e controllato dalla Roskomnadzor, l’agenzia per le telecomunicazioni di Mosca. Lo scopo primario della nuova legge sarebbe la tutela degli interessi russi in due casi particolari: l’interruzione dei rapporti con l’Occidente e il taglio degli indirizzi IP della rete da parte degli Stati Uniti.

Non mancano le analogie con il Firewall cinese, finalizzato al controllo del contenuto di qualsivoglia tipologia e dell’eventuale blocco di esso se ritenuto sgradito. Il tutto principalmente a scapito degli attivisti e degli oppositori politici.

Nel novembre 2018, come riportato da un comunicato AGI, la diffusione del modello di censura cinese era stata commentata da parte della ONG statunitense Freedom House con queste parole: “Una schiera di paesi si sta muovendo verso l’autoritarismo digitale, abbracciando il modello cinese di censura estensiva e di sistemi di sorveglianza automatizzati”.

Nel mondo, si delinea una crescente situazione di profonda limitazione della libertà di espressione e stampa, il cui unico risultato sembrerebbe quello di acuire le disuguaglianze (già presenti) tra paesi e regimi differenti. Nota dolente di questo scenario sono le mancate possibilità di apertura e di ulteriore crescita economica.

Hong Kong, tra crisi politica ed economica, alla ricerca di un’identitá nuova

La crisi politica che ormai dalla metá di maggio di quest’anno interessa la metropoli asiatica di Hong Kong non é soltanto irrisolta, ma sembra aggravarsi di settimana in settimana. La cittá, ex colonia britannica, costituisce una Regione Amministrativa Speciale in seno alla Repubblica Popolare Cinese, e gode di ampia autonomia nella gestione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Oltre ai suddetti, al governo locale sono in particolare affidate le politiche per il rilascio del proprio passaporto (diverso da quello cinese), la politica monetaria (Dollaro di Hong Kong) e il controllo doganale, nonché le politiche di immigrazione e di estradizione, la cui modifica della legislazione, da parte del governo centrale cinese, ha scatenato le insurrezioni degli ultimi mesi.

Ad Hong Kong, infatti, sono oggi in vigore leggi sull’estradizione basate su accordi bilaterali con 20 paesi (tra cui Canada e Stati Uniti), tra cui non rientrano però la Cina continentale, Macao, né Taiwan. L’emendamento alla legge che è stato all’origine delle proteste avrebbe reso l’estradizione possibile per determinati reati, quali l’omicidio o la violenza sessuale, pur senza che la stessa fosse estesa ad altri tipi di crimini, in particolare quelli legati alla sfera commerciale o economica, come l’evasione fiscale. La proposta di legge aveva infatti avuto origine dalla richiesta delle autorità di Taipei di trasferire a Taiwan un cittadino di Hong Kong, accusato dell’omicidio della fidanzata mentre si trovava sull’isola. Il timore diffuso era che il provvedimento avrebbe potuto colpire anche i cittadini stranieri di passaggio a Hong Kong.

Ad oggi, nonostante il formale ritiro dell’emendamento sull’estradizione annunciato a reti televisive unificate dalla governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, il 4 settembre scorso, la posizione di quest’ultima risulta ulteriormente indebolita: i cittadini di Hong Kong continua a vedere in lei una mera esecutrice obbediente di ordini che vengono da Pechino. Non sono certo bastate le promesse di nuovi investimenti nel ‘sociale’ a raffreddare il clima delle proteste.

Le ragioni delle manifestazioni a Hong Kong sono, però, più complesse. Anzitutto, l’equilibrio fragile di un territorio, almeno per ora, senza una piena indipendenza in programma. Il ritorno sotto la sovranità della Repubblica Popolare previsto per la prossima scadenza del 2047, quando l’ex colonia dovrebbe tornare integralmente a far parte della Cina continentale. Nei primi 22 anni di applicazione dell’accordo “un Paese, due sistemi”, Hong Kong ha continuato a crescere. Il suo prodotto interno lordo pro capite è pari a 46.109 Dollari americani (quello dell’Italia si attesta a 32.000, quello della Francia a 39.000, e quello della Repubblica Popolare a 8.643, stando all’indagine condotta nel 2018 del Fondo Monetario Internazionale). Tuttavia, si registrano enormi disuguaglianze: poco meno del 20% della popolazione dell’ex colonia vive sotto la soglia di povertà, nonostante la nota fama di Hong Kong come centro finanziario globale.


Inoltre, per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2008, l’economia di Hong Kong è entrata in recessione. Nel terzo trimestre dell’anno, il prodotto interno lordo ha segnato un calo del 3,2% sul trimestre precedente (-2,9% su base annua). Detta crisi è dovuta, soprattutto, all’effetto combinato della guerra commerciale tra Cina e USA. Si tratta del secondo calo consecutivo del PIL che, nel trimestre precedente, era già sceso dello 0,4%. “La domanda interna si è indebolita in maniera significativa”, ha affermato il governo in una nota, precisando inoltre che “le proteste di piazza hanno provocato gravi danni al commercio al dettaglio e ad altri settori legati ai consumi”.

Per effetto della difficile situazione politica ed economica in cui versa Hong Kong, numerosi attori dell’economia locale e non, tra cui imprese, investitori ed istituti di credito che, giá dai tempi della dominazione britannica, hanno trovato in Hong Kong un luogo ideale per il proprio sviluppo, stanno considerando di lasciare la cittá verso centri finanziari altrettanto importanti e in ulteriore sviluppo (ad esempio, la cittá stato di Singapore).

Per scongiurare una vera e propria ‘fuga di capitali’, l’unica via perseguibile per Hong Kong resta quella dell’autonomia, giá garantita dal governo centrale cinese e che, negli anni a venire, sará auspicabilmente rafforzata per volontá dei propri abitanti. Magari con una piena indipendenza.

SPECIALE – Politiche migratorie

Di Simone Innico, Lara Aurelie Kopp-Isaia, Stefania Nicola

Migranti, profughi, rifugiati

Il concetto di migrazione, nella sua accezione più generale, indica l’allontanamento di una persona o di un gruppo da un dato territorio. Questa definizione generale accoglie, al suo interno, un insieme complesso ed eterogeneo di movimenti umani che si possono definire ‘migratori’. Pertanto, esso non riguarda solo gli spostamenti transnazionali e i reinsediamenti in un paese straniero ma anche, a titolo d’esempio, le ’migrazioni circolari’ di lavoratori pendolari attraverso il confine tra due stati, così come il percorso intrapreso dai ‘rifugiati interni’ (internally displaced persons), i quali, senza oltrepassare i confini dello stato, abbandonano la propria residenza originaria a causa di un conflitto o di un notevole evento climatico che metta a rischio la sopravvivenza degli individui, della famiglia o della comunità.

Per inciso, il termine ‘profugo’ rileva, all’interno del concetto di ‘migrante’, quella persona che abbandona il proprio paese d’origine non solo per motivi di discriminazione politica, razziale, religiosa, o per altri motivi di persecuzione individuale, ma per le più svariate ragioni, senza però che questo lo metta necessariamente in grado di richiedere protezione internazionale.

In linea generale, l’accezione più diffusa nel discorso che ci è familiare del termine ‘migrazione’  racchiude in sé due elementi di significato: un flusso più o meno costante di spostamenti a lungo termine di gruppi di individui, in numero cospicuo e con conseguenze significative per il contesto sociale, politico e demografico dei paesi d’origine, di transito e di arrivo; la ricerca più o meno premeditata, da parte del singolo individuo, dell’unità familiare o di una comunità, di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

È questa la concezione di ‘migrazione’ che informa gran parte del nostro discorso pubblico e che sovente si riflette nella gestione dello Stato e della società, coinvolgendo inevitabilmente il regime delle frontiere territoriali e il controllo della popolazione. Il governo delle migrazioni è oggi giorno – e in buona misura è stato negli scorsi decenni – presentato come una priorità politica per la sicurezza dello stato nazione. Ad ogni modo, va sottolineato che una codifica rigorosa di uno status giuridico del ‘migrante’ non figura in nessuna disciplina del diritto internazionale e, di fatto, l’ambiguità del concetto offre inevitabilmente un largo margine di interpretazione ai legislatori e ai decisori politici.

Ciò che invece trova precisa definizione nel corpus giuridico internazionale è lo status di ‘rifugiato’, che sostanzialmente riceve e formalizza la ‘migrazione forzata’ e attribuisce al soggetto migrante un diritto all’asilo o, terminologia dal significato analogo, alla ‘protezione internazionale’. La Convenzione sullo status dei rifugiati del 28 luglio 1951 disciplina la normativa in materia di diritto d’asilo; al netto di alcune eccezioni, ad oggi è stata firmata e ratificata in tutte le sue parti dalla maggioranza degli Stati ONU (147 su 193). La Convenzione rappresenta un trattato vincolante per i paesi firmatari, che devono realizzare sul loro territorio e con risorse adeguate le procedure di tutela dell’individuo disciplinate secondo lo status di rifugiato, assicurando piena cooperazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Devono infine adeguare alla normativa internazionale le disposizioni del proprio ordinamento giuridico in materia di asilo.

Le migrazioni nel mondo odierno

Nella cornice delle politiche migratorie, la tutela dei diritti del rifugiato rappresenta, nel mondo di oggi, una questione di primaria importanza. Secondo l’UNHCR, la popolazione di rifugiati nel mondo alla fine del 2018 si attesta al livello più alto mai registrato: 25.9 milioni di persone L’opinione pubblica, i media e i governanti del globo sono sempre più sensibili a questi dati. Tuttavia, prima di approfondire il tema della protezione di quelle che saranno, nel futuro più prossimo, le categorie umane più vulnerabili, è senza dubbio necessario un approfondimento sui trend delle migrazioni umane.

Da un punto di vista globale, i fenomeni migratori coinvolgono una popolazione nell’ordine delle centinaia di milioni; una stima ONU, ad esempio, ne registra 272 milioni per l’anno 2019. Ovviamente, i canali di spostamento che più attraggono l’attenzione dei media occidentali sono quelli che riguardano l’Europa e gli Stati Uniti, in quanto paesi d’arrivo per le rotte da, rispettivamente, Africa, Medio-Oriente e Asia Centrale o Messico e Sudamerica. Tuttavia, è necessario ricordare che gli spostamenti umani non riguardano solo i movimenti dal Sud del mondo al Nord – quest’ultimo, generalmente, da identificarsi con l’Europa occidentale e il Nord America. Secondo le stime del Population Reference Bureau, già nel 2014 la direzione Sud-Sud costituiva il 36% del trend globale dei flussi migratori, coinvolgendo 82.3 milioni di persone, ovvero spostamenti di massa interni ai continenti Asia, Africa e Sudamerica. Se anche volessimo ridurre l’intero spettro dei molteplici fenomeni migratori alla sola questione delle migrazioni forzate (che nell’anno 2018, secondo le figure UNHCR, riguardavano circa 70.8 milioni di individui), vedremo che il ‘Nord globale’ è decisamente sottorappresentato nella scala delle destinazioni. Ad oggi, la Turchia accoglie la quota maggiore di rifugiati (3.7 milioni), seguita da Pakistan (1.4 milioni), Uganda (1.2 milioni) e infine da Sudan e Germania (1.1 milioni). Allargando la visuale dai rifugiati al più comprensivo insieme concettuale dei ‘migranti internazionali’, passano invece in testa gli Stati Uniti, che nel 2017, secondo il think tank statunitense Migration Policy Institute, ospitavano 49 milioni di migranti sul territorio nazionale.

Conoscere l’immigrazione, per poterla governare

Quanto illustrato finora serve a fornire un’immagine generale, e inevitabilmente riduttiva, dei fenomeni migratori: un intreccio concettuale di elementi pressoché eterogenei ma strettamente connessi tra loro come la tutela dei diritti umani, le definizioni di nazionalità e cittadinanza, gli interessi economici e geopolitici, lo sviluppo industriale e il cambiamento climatico, ma anche l’opinione pubblica e l’influenza dei mass media. Si rivela di volta in volta fondamentale, pertanto, saper individuare con precisione il tema in oggetto d’analisi. Questa operazione è centrale per valutare con cognizione di causa le politiche migratorie messe in atto da autorità locali, nazionali e sovranazionali e per problematizzare e dunque governare gli spostamenti umani, sempre complessi e multidimensionali, che chiamano in causa importanti segmenti del sistema politico-sociale.

Quello dell’immigrazione non è un fenomeno recente. Già nel recente passato, i flussi migratori hanno raggiunto veri e propri picchi, in particolare tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Anche per questo, il tema dell’immigrazione ha trovato sempre più spazio al centro del dibattito nazionale, europeo, mondiale. Una prima spiegazione potrebbe derivare dalla sempre maggior rilevanza morale acquisita dal tema dei diritti umani. A ciò, si aggiunge la correlazione tra l’immigrazione e l’incidenza di guerre, conflitti armati e genocidi, fattore che ha inciso sulla limitazione e regolamentazione degli spostamenti. In altri casi, si è iniziato a parlare di ‘responsabilità collettiva’ nel fornire aiuto alle popolazioni colpite dagli effetti del cambiamento climatico – i cosiddetti profughi ambientali. Fondamentalmente, quando si tratta di migrazioni sembrano essere due gli approcci più spesso adottati. Da una parte, si pone l’obiettivo ideale di proteggere una comunità da quelli che dovrebbero essere gli effetti negativi comunemente considerati tipici e correlati all’immigrazione: aumento delle tensioni sociali, costi economici, perdita dell’identità culturale o della coesione sociale. Dall’altra, si riconosce il dovere morale di aiutare i bisognosi e integrare i profili desiderabili – soprattutto in realtà, come quella europea, in cui si rileva un invecchiamento progressivo della popolazione e un bisogno crescente di manodopera. Da qui nasce la necessità di definire le politiche migratorie, in grado di individuare le categorie privilegiate all’ingresso nel paese e i loro diritti, ma al tempo stesso di politiche di integrazione, affinché gli immigrati siano assimilati nel mercato del lavoro a livello salariale e occupazionale.

Perché, però, quest’ultimo punto non sempre trova un riscontro nella realtà? 

Come sottolinea uno studio della Commissione europea, le cause sono attribuibili alla conoscenza linguistica, alla formazione scolastica e all’inserimento degli stranieri in molti settori in cui anche i nazionali hanno possibilità di far carriera (cura della persona, costruzioni e ristorazione). Se da una parte, dunque, tali normative dovrebbero ridurre i differenziali socio-economici, dall’altra è anche vero, si sottolinea nel report, che è necessario che qualcuno svolga queste mansioni poco qualificate. Come si legge in un approfondimento delle Nazioni Unite, gli immigrati ‘di lunga durata’, quando si stabiliscono in un paese ospite, ne aumentano i livelli di produttività demografica. Al contempo, però, sono a loro volta soggetti ad invecchiamento; di conseguenza, la loro presenza può solo ritardare l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale degli anziani. Tuttavia, è con la ‘seconda generazione di migranti’, i figli di questi primi immigrati, che si può osservare un ‘riciclo’ di manodopera, più assimilata nel sistema scolastico, con una buona conoscenza linguistica e dotata di cittadinanza.

Se analizzassimo più da vicino le rotte migratorie presentate in apertura, una tra quelle occidentali più percorse è senza dubbio quella del Mediterraneo. Quest’ultimo è ormai noto quale il confine più pericoloso tra Stati che non sono in guerra tra loro. Al tempo stesso, questa rappresenta una delle tratte più complesse se si vuol ricostruire il profilo tipico del migrante irregolare, poiché comprende sia i migranti economici alla ricerca di opportunità di impiego (solitamente provenienti da Tunisia, Algeria e Marocco), sia quelli in fuga da persecuzioni o guerre e richiedenti asilo (che hanno come paesi di origine: Eritrea, Somalia, Afghanistan, Mali, Costa d’Avorio, Gambia, Sudan e Palestina). In particolare, in quest’ultima categoria si rileva la presenza di un ampio numero di  donne e bambini. A ben vedere, uno dei problemi maggiori è che i dati in materia di immigrazione irregolare sono lacunosi, incompleti e non aggiornati per individuare quanti di questi migranti richiederebbero asilo e quanti sarebbero invece migranti economici.

Se quindi non si conosce una realtà, come è possibile regolamentarla?

Tornando nuovamente al ‘caso Mediterraneo’, vista la sua complessità, occorre sottolineare che, alla luce del recente Decreto migranti, sembrerebbe esserci un’intenzione politica di semplificare e velocizzare  la gestione delle domande di protezione internazionale. Come spiegano i ministri firmatari Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luigi Di Maio (Esteri) sul Corriere della Sera, con questo decreto è previsto che, una volta individuata la provenienza dei migranti, sia più agevole avviare procedure di rimpatrio qualora questi provengono da porti sicuri quali Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Come riporta lo stesso articolo, “in mancanza di questi requisiti la domanda di protezione verrà subito respinta e  avviata la procedura di rimpatrio”. La questione principale di questo decreto interministeriale è che “inverte l’onere della prova”. In tal senso, verranno rifiutate le richieste di asilo delle persone provenienti dai citati 13 paesi, salvo esse non presentino prove di un rischio reale per la propria incolumità in caso di ritorno in patria.

Lo scenario italiano è soltanto una testimonianza di un’inversione di rotta nell’affrontare casi di emergenza umanitaria. Per avere una visione di più ampio spettro, prendiamo in esame tre casi a livello mondiale: il Venezuela, la Siria e lo Yemen.

Altre gravi emergenze migratorie ed umanitarie: come vengono gestite

Secondo i dati dell’UNHCR, a fine 2018 oltre 3 milioni di persone sono fuggite dal Venezuela, in quello che è il più grande esodo nella storia recente della regione. La catena di eventi che ha mobilitato migliaia di famiglie venezuelane è iniziata nel 2014, in seguito alla morte del presidente Cházev. La crisi economica devastante, l’inflazione che ha raggiunto la soglia del 50%, la mancanza di elettricità, la carenza di beni di prima necessità – i cui prezzi sono aumentati del 1000% -, la fame e la povertà sono tra i principali fattori del massivo esodo. Il sistema sanitario venezuelano è crollato, con una carenza di personale e di medicinali che ha causato la chiusura di molti reparti ospedalieri. In un solo anno, la mortalità materna è aumentata del 65%; quella infantile del 30%. “Quando mia figlia di nove mesi è morta a causa della mancanza di cure, ho deciso di portare la mia famiglia fuori dal Venezuela prima che morisse un altro dei miei figli”, testimonia, attraverso il report UNHCR, Eulirio Beas, della comunità indigena Warao, che si trova in un campo profughi del Brasile.

La maggioranza delle persone parte senza documenti, in carovane, percorrendo a piedi centinaia di chilometri: per questo vengono chiamati caminantes. Francesca Matarazzi, Emergency Coordinator di INTERSOS, descrive tali migrazioni con queste parole: “Li vedi passare ogni giorno. Famiglie con bambini piccoli, anziani. Camminano senza riposo. Camminano senza scarpe. Camminano con la pelle bruciata”.

Ogni mese sono oltre 15.000 le persone che attraversano il confine tra Venezuela e Colombia. Quest’ultima ha messo in atto politiche d’inclusione e d’accoglienza, con la priorità di evitare che i migranti intraprendano la strada della clandestinità. Il Governo colombiano ha concesso documenti temporanei che consentono ai venezuelani di entrare e uscire liberamente. Si potrebbe affermare che la Colombia abbia tentato di trasformare la questione migratoria da emergenza umanitaria a occasione di sviluppo. A onor del vero, questo esodo potrebbe rappresentare un’occasione di crescita economica per Bogotà. Tuttavia, gli arrivi sempre più numerosi stanno complicando la situazione. In un contesto in cui centinaia di persone sono costrette a vivere in case e campi profughi sovraffollati, le condizioni di vita diventano estremamente precarie. Il rischio di essere esposti ad abusi, sfruttamenti – minorili e sessuali – e di finire nei giri del narcotraffico rimane elevato.

Anche in Siria si sta verificando un’emergenza umanitaria. Il 15 marzo 2011 il popolo è sceso in piazza per protestare contro il Governo di Assad, invocando maggior democrazia e libertà. L’anno successivo, le manifestazioni sono sfociate in una guerra civile. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari, questa guerra ha provocato oltre 11 milioni di sfollati, 6.7 milioni dei quali sono scappati nei paesi limitrofi. Ma di questi ultimi che fuggono dalla Siria, solamente il 10% vive nei campi profughi dei paesi confinanti, perché troppo affollati. La maggior parte vive in piccoli alloggi di prima accoglienza, anche questi in condizioni precarie.

La guerra ha raggiunto livelli talmente elevati che, nel 2014, l’Alto Commissario delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani (OHCHR) ha annunciato che non avrebbe più registrato il numero delle vittime. Questa decisione è stata presa, secondo quanto dichiarato da Rupert Colville, portavoce OHCHR, a causa delle difficoltà riscontrate da organizzazioni indipendenti a entrare nel territorio siriano, insieme con l’impossibilità di verificare le fonti. La percentuale di civili uccisi è comunque molto elevata. Secondo diverse ONG, ad esempio, a Ghouta, durante un raid aereo del 18 febbraio 2018, sono rimasti uccisi oltre 1.400 civili, tra cui 280 bambini. Paolo Pezzati, di Oxfam Italia, denuncia che “è inaccettabile che la comunità internazionale stia voltando le spalle a oltre cinque milioni di siriani in fuga dall’orrore della guerra […] La comunità internazionale resta a guardare, mentre milioni di persone sono bloccate in un limbo senza fine”.

Un’altra regione afflitta dalla guerra e da una grave crisi umanitaria è lo Yemen, dove si contano oltre 3 milioni di profughi interni e 22 milioni di persone che necessitano di assistenza. Tutto ebbe inizio nel 2015, quando l’Arabia Saudita, il paese più ricco del mondo arabo, ha attaccato lo Yemen, paese più povero del mondo arabo. In quattro anni di conflitto vi sono state oltre 20.000 vittime, più della metà delle quali risultano essere civili. La vita nello Yemen è difficilissima, tanto che si dovrebbe più propriamente parlare di sopravvivenza. Metà degli ospedali sono stati distrutti, il prezzo del carburante è aumentato del 200%, i prezzi dei beni di prima necessità e del cibo sono alle stelle.

Ad aggravare le già precarie condizioni di vita, l’Arabia Saudita ha imposto un blocco alle importazioni nel paese. Secondo un articolo del 2017 di Internazionale, il think tank International Crisis Group affermava già al tempo che la fame che ha colpito gli yemeniti non fosse dovuta a cause naturali, ma all’azione voluta dei belligeranti e dall’indifferenza e al ruolo complice della comunità internazionale”. Conosciuta come la ‘crisi umanitaria dimenticata’, a causa dello scarso interesse dimostrato dalla comunità internazionale, questa è indubbiamente una delle peggiori crisi umanitarie contemporanee. Al disinteresse generale contribuisce la grande difficoltà dei giornalisti stranieri ad entrare nel paese. Le Nazioni Unite hanno tentato di trasportare alcuni giornalisti inglesi su un aereo umanitario, ma le forze saudite hanno impedito il loro arrivo. In particolare, a seguito di questo episodio, Ben Lassoued, coordinatore delle questioni umanitarie dello Yemen presso l’ONU, aveva dichiarato che “il fatto dimostra perché lo Yemen, paese colpito da una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, non riceva particolari attenzioni da parte dei media internazionali”.

Nell’estate del 2017, il presidente Trump ha concluso un accordo di 110 miliardi per la vendita di armi all’Arabia Saudita. Così facendo, gli Stati Uniti hanno alimentano un conflitto che ha distrutto il paese yemenita, gettandolo sull’orlo di una gravissima carestia e ha dato luogo a gravi crimini di guerra.

Tra crisi, patti globali e cuori chiusi

Quelle analizzate in questo approfondimento sono soltanto alcune delle emergenze migratorie e umanitarie che si stanno consumando nel mondo. Secondo l’UNHCR, infatti, altrettante crisi si registrano in paesi quali Congo, Burundi, Iraq, Nigeria, Sudan e Myanmar, dove sono in atto fenomeni di migrazione forzata. Milioni di persone sono costrette a lasciare il loro paese, la loro casa, nella speranza di un futuro migliore lontano dai conflitti. In tal senso, tutte queste migrazioni devono essere trattate come una crisi planetaria. Come ha ricordato il segretario generale Antonio Guterres, il 24 settembre scorso, innanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “In un epoca in cui un numero record di rifugiati e sfollati interni sono in movimento, la solidarietà è in fuga. Vediamo non solo le frontiere, ma i cuori chiudersi, mentre famiglie di rifugiati vengono distrutte e il diritto di trovare asilo fatto a pezzi”. Guterres ha messo l’accento sulle responsabilità condivise che gravano sulla comunità internazionale, sancite dai patti mondiali sui Rifugiati e sulla Migrazione, aggiungendo, con incedere lapalissiano: “All migrants must see their human rights respected”.

Immigrati e pensioni: costi o benefici per lo stato ricevente?

Il tema del contributo dei migranti alle economie delle nazioni riceventi è ricorrente e motivo di disputa. Un recente articolo pubblicato su Marketplace, relativo alle pensioni, calcola che se gli immigrati irregolari fossero espulsi dagli Stati Uniti ci sarebbero 13 miliardi in meno nelle casse dello stato. In questo caso, si fa riferimento agli irregolari: utilizzando spesso credenziali false per ottenere assegni che coprano i loro stipendi e dai quali vengono trattenuti il 12% delle tasse, essi contribuiscono agli introiti fiscali statali. Essendo infatti pochi gli stati con l’obbligo di controllo degli impiegati da parte del datore di lavoro, il risultato è che i contributi previdenziali non corrispondono ai benefici di cui quegli immigrati usufruiranno, proprio perché irregolari. Secondo quanto riportato dall’agenzia, in questo modo prevale un sistema in cui ciò che importa davvero è il pagamento delle tasse. Dunque, regolari o meno, i lavoratori stranieri influiscono positivamente sul sistema pensionistico.

In Italia l’argomento tende a prendere in considerazione solo gli immigrati regolari, sui quali si possono ottenere dati piuttosto certi. Il tema è stato trattato più volte dall’ex presidente dell’INPS Tito Boeri: il contributo di questi lavoratori si rivela fondamentale soprattutto perché, data la loro età, essi contribuiscono alle pensioni nazionali più di quanto sia loro necessario prelevare per coprire esclusivamente le proprie.

Non poche sono state le polemiche, soprattutto tra il professor Boeri e Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. I documenti che riassumono tale polemica sono il XVI Rapporto annuale dell’INPS e l’approfondimento del 2018 I dati sull’immigrazione: verità scientifiche o teoremi? pubblicato dal Centro.

Il rapporto annuale dell’INPS pubblicato nel 2017, nella Parte III del documento, analizza il mondo dei lavoratori immigrati e, soprattutto, il loro contributo al sistema previdenziale: “[…] si fornisce una valutazione del contributo netto dei lavoratori con cittadinanza straniera al sistema previdenziale italiano. I risultati mostrano che ad oggi questo contributo è positivo: pari a 36,5 miliardi di euro che si eleva a 46 miliardi di euro se si tenesse conto delle caratteristiche biometriche specifiche della popolazione straniera assicurata all’Inps”.

Il contributo previdenziale è aumentato soprattutto in seguito alla sanatoria del 2002 – con criteri meno stringenti rispetto all’ultima sanatoria del 2012, e per questo più efficace nel suo scopo – volta a permettere un’effettiva emersione del lavoro. Il punto centrale di questo documento, così come le osservazioni del professor Boeri, si basano sul fatto che gli immigrati siano più giovani rispetto alla popolazione media italiana e siano anche più resistenti nel mondo del lavoro. Sarebbero infatti più mobili rispetto ai lavoratori autoctoni – dal 2002 al 2006 solo il 50% dei lavoratori migranti risultava nella stessa provincia – e più flessibili – sono difatti più propensi ad accettare lavori al di fuori delle proprie competenze specifiche, soprattutto per mantenere il permesso di soggiorno. Dal Rapporto risulta che le imprese italiane traggono beneficio dalla presenza di lavoratori immigrati regolarizzati, esattamente come ne beneficia il sistema previdenziale.

L’approfondimento stilato da Alberto Brambilla e Natale Forlani considera, invece, che i risultati ottenuti dall’INPS siano sovrastimati: “La differenza tra versamenti e potenziali prestazioni maturate, 36,5 miliardi, secondo la valutazione dei ricercatori INPS, andrebbe considerata come una sorta di contributo netto a favore delle casse INPS devoluto dagli immigrati. L’ipotesi è affascinante ma si presta ad alcune obiezioni sia per il calcolo delle entrate sia per quello delle future prestazioni”. Il calcolo effettuato dall’INPS non terrebbe dunque conto delle uscite per pagare le prestazioni previdenziali di cui usufruirebbero i migranti, sopravvalutando pertanto le entrate.

L’approfondimento pubblicato dal Centro non terrebbe però in conto il principio dell’invecchiamento demografico e la differenza tra la quantità di italiani e la quantità di immigrati che usufruiscono del sistema retributivo. Secondo un articolo pubblicato da Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin – ricercatori della Fondazione Leone Moressa – e da Andrea Stuppini – dirigente della Regione Emilia-Romagna, ripreso da Il Sole 24 ore, “solo allo 0,3% degli stranieri si applica il metodo di calcolo retributivo, che riguarda, invece, l’85% delle pensioni oggi in pagamento per i nativi”.

Il metodo retributivo, in vigore per coloro che avevano accumulato almeno 18 anni di contributi entro il 31 dicembre 1995 e con anzianità contributive maturate fino al 31 dicembre 2011, considera solo le retribuzioni degli ultimi anni lavorativi del pensionato. Viceversa, il metodo contributivo tiene conto dell’intera vita lavorativa. Una pensione calcolata con il primo metodo è più alta, poiché sono gli ultimi anni lavorativi quelli in cui un lavoratore guadagna di più (per gli scatti di anzianità, per esempio).

Tali dati non possono non essere presi in considerazione, soprattutto in seguito all’entrata in vigore della cosiddetta Quota 100, che resterà in vigore almeno fino al 2021 e dalla quale prende le distanze anche il dottor Brambilla, sebbene sia stato uno dei consulenti della Lega in materia previdenziale. La maggior parte di coloro che andranno in pensione in questi anni, infatti, avranno un calcolo della pensione misto ma prevalentemente retributivo: ci potranno andare anticipatamente mantenendo comunque una pensione più elevata.

Tale misura è dunque poco equa – perché fornisce condizioni più vantaggiose solo a parte della popolazione e i criteri necessari sono validi solo per un limitato periodo di tempo – ed estremamente costosa per lo stato, sia perché permette di avere pensioni più alte rispetto a quelle che sarebbero state calcolate normalmente, sia perché non ha avuto l’effetto sperato sul ricambio generazionale lavorativo. Ergo, la manovra, associata a restrizioni sugli ingressi dei migranti e all’assenza di politiche volte a favorire l’emersione e la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, non può certo favorire il nostro sistema pensionistico, né le casse statali.

Firmato l’accordo Tokyo – Bruxelles: ecco l’alternativa alla nuova Via della Seta

Unione Europea e Giappone sono sempre meno distanti. Lo scorso 27 settembre, infatti, nell’ambito del Forum europeo per la connettività di Bruxelles, il presidente uscente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, hanno congiuntamente annunciato la stipula di un accordo. Basato su 10 punti strategici, esso si pone l’obiettivo di costruire una rete di infrastrutture comuni che, partendo dalla regione Indo-pacifica, possa arrivare all’Africa, attraversando i Balcani occidentali.

Questo accordo, in realtà, altro non è che un ulteriore passo in avanti nei rapporti fra UE e Giappone. Infatti, già nel luglio del 2018 le due potenze hanno siglato a Tokyo un Partenariato strategico che, attraverso alcuni cruciali interventi, ha dato il via a una nuova stagione commerciale euro-asiatica. Ad esempio, l’accordo ha previsto la rimozione di gran parte dei dazi fissati sulle esportazioni, l’apertura del mercato agricolo europeo e il futuro avvio del progetto PNR (Passenger Name Record), ossia un piano per la sicurezza internazionale basato sul trasferimento dei dati dei passeggeri e finalizzato alla lotta al terrorismo.

L’accordo siglato la scorsa settimana non mira solamente al raggiungimento di una connettività sostenibile legata ai trasporti, ma guarda anche all’implementazione del settore digitale, nonché alla costruzione di grandi opere. Sul piano economico, tuttavia, il progetto porta con sé un certo grado di rischio. Se è vero, infatti, che sono già stati stanziati per la sua realizzazione circa 60 miliardi di euro ripartiti tra fondi europei, banche per lo sviluppo e investitori privati, la reale speranza, nemmeno troppo velata, è che tale somma possa innescare un significativo effetto leva sugli investimenti privati, potenzialmente capace a quel punto di mobilitare una liquidità ancor più rilevante.

C’è un fattore, però, che avvalora ancor più la rilevanza del recente accordo euro-nipponico. Il progetto si pone più o meno esplicitamente come un’alternativa alla Belt and Road Initiative della Cina, il celebre e mastodontico progetto infrastrutturale lanciato dal presidente Xi Jinping nel 2013, mediante cui si mira alla creazione di una fitta rete di rotte commerciali terrestri e marittime, finalizzate alla connessione delle due estremità dell’Eurasia, Cina ed Europa. Per dare un’idea della grandezza del progetto basti pensare che esso prevede un finanziamento pari a circa 1000 miliardi dollari e coinvolge 120 paesi.

In realtà l’UE, fino ad ora, non ha assunto posizioni ufficiali nei confronti della BRI, tanto che i suoi membri hanno adottato politiche differenti nei confronti dell’iniziativa. Se Francia, Olanda e Germania non hanno espresso pareri positivi sulla Nuova Via della Seta, altri Paesi come Italia, Portogallo, Grecia e Ungheria hanno invece già siglato alcuni documenti ufficiali con Xi Jinping.

Tuttavia, l’annuncio dell’accordo con il Giappone si è anche rivelato quale occasione per Juncker di parlare indirettamente ai massimi dirigenti del governo cinese. Il Presidente della Commissione Europea ha infatti messo in luce che l’obiettivo è quello di “creare interconessioni tra tutti i Paesi del mondo e non meramente dipendenza da un singolo Paese”. Il principale timore europeo risiede nel fatto che Pechino, mediante la propria iniziativa, possa puntare al monopolio sulle infrastrutture per la connettività tra Asia, Africa e Europa, riducendo i partner coinvolti a pedine della propria egemonia.

Questo discorso si ricollega ad una delle principali controversie di cui la BRI viene generalmente accusata dall’opinione pubblica, ossia la cosiddetta ‘trappola del debito pubblico’. Essa consiste nell’obbligo di consegnare la proprietà delle infrastrutture pubbliche al governo cinese nel caso in cui non vengano saldate le rate di pagamento dei prestiti elargiti dalla stessa Cina. Chiaramente, essendo parte integrante del progetto, in molti Paesi in via di sviluppo con economie deboli e caratterizzate da una scarsa stabilità, la situazione si è già presentata in numerose circostanze. Ne è un esempio lo Sri Lanka, il cui governo, dopo essersi dimostrato insolvente in merito ai lavori di costruzione del porto di Hambantota, si è visto confiscare le operazioni per 99 anni da parte della società cinese che li ha realizzati, perdendo dunque il controllo sull’infrastruttura stessa.

A tal proposito e per quanto concerne la mancata trasparenza additata alla Nuova Via della Seta, nel testo della partnership euro-nipponica vengono esplicitamente promossiinvestimenti e commercio internazionale e regionale liberi, aperti, basati sulle regole, non discriminatori e prevedibili” basati su “pratiche di appalto trasparenti” e caratterizzati dai “più alti standard di sostenibilità economica, fiscale, finanziaria, sociale e ambientale”.

Juncker e Abe, infine, hanno voluto dare un’ultima stoccata a Xi Jinping, convenendo sul fatto che la cooperazione che sempre più va sedimentandosi fra Ue e Giappone sia il naturale riflesso di ideali condivisi e di un comune impegno verso il perseguimento di valori come la democrazia, lo stato di diritto, la libertà e la dignità umana.

In conclusione, sebbene l’Unione Europea non abbia ufficializzato alcuna posizione in merito all’imperiale progetto cinese, l’accordo rappresenta un passaggio chiave della partita geopolitica mondiale e un chiaro messaggio a Pechino. Nonostante le due iniziative asiatiche abbiano al momento budget ben differenti, il programma di sviluppo giapponese potrebbe incontrare significativi favori sul proprio percorso, fra cui quello ovviamente non trascurabile degli Stati Uniti. Con ogni probabilità, infatti, Trump non è affatto intenzionato a favorire un’iniziativa che avrebbe come risultato il rafforzamento dell’unico serio avversario egemonico attualmente presente sullo scacchiere internazionale.

Il progetto cinese è indubbiamente ben avviato e in una posizione preminente, ma l’alternativa ora esiste. La sfida è lanciata.

Dalla guerra commerciale al cambiamento climatico: l’eredità del G7 di Biarritz

L’incontro annuale dei capi di stato e di governo delle maggiori economie mondiali (più noto al con l’abbreviazione corrente ‘G7’), che quest’anno è stato ospitato dalla Francia nella suggestiva cornice di Biarritz, rappresenta da ormai 45 anni un’occasione di confronto imprescindibile nella formulazione delle strategie politiche ed economiche delle principali potenze mondiali. Infatti, benché il primo vertice fosse stato convocato nel 1975 dall’allora presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, con il solo intento di dare una svolta ai postumi della crisi energetica del 1973, negli anni successivi i temi oggetto del confronto multilaterale aumentarono rapidamente, così come mutarono in parte i paesi rappresentati.

In questo contesto, sia la fine della Guerra Fredda, che nel 1991 ha posto fine a una visione meramente bipolare del mondo e ha aperto al libero mercato le economie delle ex Repubbliche Sovietiche, sia l’intensificazione degli scambi e degli investimenti internazionali (globalizzazione), stanno offrendo ai leader dei paesi più sviluppati una moltitudine crescente di argomenti di dibattito, che quest’anno non si sono limitati alla crescita dell’economia e alla geopolitica.

Sulla scia del tema ufficiale dell’incontro, che quest’anno è stato dedicato alla lotta alle diseguaglianze, l’agenda dei lavori ha visto tra i principali punti di dibattito il sempre più acceso confronto sul piano geoeconomico tra Cina e Stati Uniti (considerata da alcuni come una vera e propria “guerra commerciale”). Infatti, non sono certo passati in secondo piano le vicende inerenti la politica estera della Russia – esclusa dal gruppo (che, allora si chiamava G8, ndr) giá dal 2014, in seguito all’annessione della Crimea, considerata illegittima dalla comunità internazionale – nonché il destino dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano. Il recente sequestro di una petroliera britannica e l’abbattimento di un drone americano nelle acque del Golfo Persico, infatti, hanno inasprito la tensione nella regione.

Inoltre, sia le temperature roventi che hanno interessato l’Europa a fine agosto, sia i vasti incendi che hanno coinvolto la regione amazzonica in America Latina hanno suggerito ai leader presenti un confronto sulla sempre più urgente questione del cambiamento climatico. In materia, tuttavia, l’esito dei colloqui è stato ben al di sotto delle aspettative, essendosi limitato allo stanziamento di un fondo comune da €20 milioni (sottoscritto dai soli paesi rappresentati al G7) per far fronte all’emergenza incendi in Amazzonia, su iniziativa della Francia. Nonostante l’ulteriore promessa da parte del premier britannico Boris Johnson di €11 milioni destinati alla riforestazione dell’area, difatti, il Gruppo non ha varato alcuna misura radicale per contenere l’aumento della temperatura media globale, che gli esperti prevedono in rapida ascesa nel futuro prossimo.

Dinanzi a una tale molteplicità degli argomenti oggetto del dibattito, è chiaro che, da parte dei partecipanti, siano emerse posizioni diverse, talvolta molto distanti tra loro. Tuttavia, il presidente francese Emmanuel Macron è stato abile a trovare un comune filo conduttore tra le diverse poste in gioco, ottenendo in tal modo una leadership del gruppo che alla fine dei lavori si è rivelata indiscussa non soltanto per il suo carisma e l’entusiasmo, ma anche per l’assenza di potenziali rivali.

Se è vero la sostanziale indifferenza al cambiamento climatico e i dazi commerciali ai danni della Cina hanno conferito a Donald Trump e agli Stati Uniti un’immagine poco credibile alla comunità internazionale, è altrettanto vero che il Regno Unito mira a una prossima uscita dall’Unione Europea, esternando un disinteresse implicito a influire attivamente sulle politiche europee comuni in materia di economia e difesa. Inoltre, con la Germania in recessione tecnica a causa del calo della produzione industriale nel primo semestre di quest’anno, e la cancelliera Angela Merkel ormai prossima alla scadenza del suo mandato, quella di Macron sembra essere al momento l’unica alternativa credibile per una leadership illuminata, almeno nel Vecchio Continente.

Infatti, all’inquilino dell’Eliseo va riconosciuto non soltanto il merito di avere richiamato una maggiore attenzione sul cambiamento climatico, inteso come credibile minaccia per le generazioni future, ma anche una notevole lungimiranza diplomatica. Nelle settimane immediatamente precedenti il G7, la Francia si è impegnata per un incontro, a margine, tra il ministro degli esteri iraniano Mohammad Zarif e il presidente degli Stati Uniti per degli eventuali progressi nelle relazioni tra i due paesi.

Benché alla fine il colloquio tra i due non si sia materializzato, il lungo colloquio franco-iraniano a ridosso del G7 su questa base è stato importante poter fare il punto della situazione, continuare a convergere e rendere operative le condizioni per giungere a una de-escalation delle tensioni Iran-Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, essendosi ritirati unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano nel maggio 2018, hanno rinnovato importanti sanzioni economiche ai danni dell’Iran, diversamente dai paesi dell’Unione Europea, che si sono impegnati a non sottoporre l’Iran a sanzioni economiche in cambio della rinuncia iraniana al programma nucleare.

Se il G7 di Biarritz è stato almeno utile per ribadire l’importanza del multilateralismo, su iniziativa francese, è perché, oggi più che mai, i leader mondiali sembrano agire in ordine sovrano sparso, anteponendo i propri interessi a quelli della collettività internazionale (come dimostrano le scelte degli Stati Uniti). Oltre a qualche passo avanti nel confronto Cina-Stati Uniti e agli impegni sul clima, molto resta però da fare per dare una risposta alle disuguaglianze nel mondo, poiché le distanze tra i paesi membri in merito alle ricette proposte da ciascuno di essi per porre un freno o invertire il trend, non hanno fatto sì che dal vertice emergesse una risposta unitaria e di rilievo.

Appuntamento nel 2020, a Miami (USA).

5G: quando geopolitica e tecnologia si intrecciano

Internet of things: connettere tutti i dispositivi attraverso le reti Internet. Per raggiungere questo obiettivo, negli ultimi anni, è stato sviluppato un insieme di tecnologie etichettato come 5G (ossia di quinta generazione), che vedrà ufficialmente la luce nel giro, ormai, di pochi mesi.

Se il 2G ha accompagnato la diffusione dei telefoni cellulari, il 3G ha dato la spinta alla diffusione degli smartphone e delle app e il 4G ha dato maggior accessibilità a messaggistica e servizi di streaming, il 5G si propone di essere ancor più rivoluzionario. I nuovi standard tecnologici, in sostanza, aumenteranno la velocità di download dei dati di circa 45 volte rispetto alle tecnologie attuali, diminuiranno il tempo di latenza, ossia l’intervallo tra l’invio di un segnale a la sua ricezione, e aumenteranno la capacità delle reti di gestire il traffico dati di 10-100 volte in numero di dispositivi connessi.

Questa diminuzione dei tempi, dunque, potenzialmente potrebbe avere implicazioni di enorme rilevanza in tutte quelle circostanze che richiedono immediatezza tra input e output: guida automatica, controllo di macchinari industriali, monitoraggio in tempo reale di infrastrutture e traffico, fino ad applicazioni mediche attraverso cui sarà possibile operare a distanza mediante l’uso di braccia robotiche e connessioni veloci. 

In senso pratico, quindi, se un paese detenesse il monopolio sulle tecnologie 5G, avrebbe un enorme potere non solo in ambito tecnologico ed economico, ma soprattutto in quello della sicurezza e dell’estrazione di dati sensibili e informazioni. Lo scenario di un monopolio, o quantomeno qualcosa di simile, non è molto distante. Infatti, Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni, possiede circa il 50% delle infrastrutture del 5G e ha dichiarato di aver già stipulato 50 contratti commerciali in tutto il mondo, di cui 28 in Europa. Fra i principali concorrenti, oltre agli europei Nokia ed Ericsson, vi è un’altra azienda cinese, la ZTE, che – a sua volta- ha dichiarato di aver già all’attivo 25 contratti a livello globale.

Il periodo attuale, come noto, è quello della guerra commerciale a colpi di dazi fra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Cina di Xi Jinping. Di conseguenza, se come detto la Cina si trova in una posizione di notevole vantaggio in alcuni segmenti del mercato rispetto agli Stati Uniti, i quali, al contrario, sono presenti sulla scena del 5G con aziende come Cisco, Intel e Qualcomm  – leader mondiali nella produzione di componenti che vengono impiegate dalle quattro aziende sopracitate per creare le loro soluzioni infrastrutturali e software, che poi rivendono ai clienti business e carriers (gli operatori telefonici), ma focalizzate principalmente sul mercato business – ecco spiegata la ragione per cui negli ultimi mesi il 5G è diventato un tema decisamente caldo all’interno del dibattito geopolitico mondiale.

Non è un caso, infatti, che lo scorso maggio il presidente Trump abbia firmato un decreto con il quale ha posto un veto diretto alle compagnie statunitensi relativamente all’utilizzazione di strumenti di telecomunicazione prodotti da aziende straniere ritenute a rischio per la sicurezza nazionale: in parole povere, divieto per le aziende statunitensi di intrattenere rapporti commerciali con Huawei (e ZTE), in quanto definiti come pericoli per la sicurezza nazionale.

A tal proposito, si è recentemente esposto Ken Hu, vice-presidente di Huawei, il quale, dal Mobile World Congress di Shanghai dello scorso giugno ha voluto rimarcare che la volontà aziendale non è quella di fare a meno dei fornitori americani, ma che se così dovesse essere, il livello di performance acquisito permetterebbe tranquillamente di farlo, confermando in tal modo una certa posizione di forza nei confronti del ‘nemico occidentale’.

Intanto, all’appello di Donald Trump di sospendere le collaborazioni con la Cina, che ha immediatamente sortito l’effetto di irrigidire i rapporti tra Huawei e alcuni colossi del web come Google e Facebook,  hanno subito risposto positivamente Australia, Nuova Zelanda e Giappone, mentre da parte delle potenze europee la reazione è stata nettamente più fredda, visto che a rompere con il gigante cinese al momento sono state solo alcune aziende private di telecomunicazioni, come la francese Orange.

L’Unione Europea e i suoi membri sembrano realmente essere l’ago della bilancia della questione, dato che la relativa propensione a Occidente piuttosto che a Oriente muoverebbe, e non di poco, lo scacchiere geopolitico internazionale. La Commissione europea, dal canto suo, ha rimandato la decisione ai singoli membri. Infatti, in un rapporto relativo al tema della cybersecurity, ha affermato che non verrà messo in atto alcun veto nei confronti di Huawei a livello europeo, lasciando agli stati membri la libertà di agire sulla base del rischio rilevato autonomamente per la sicurezza nazionale. Tuttavia, nell’ottica di una politica comunitaria, la Commissione ha aggiunto che prima della fine dell’anno saranno stabiliti standard di sicurezza minimi che verranno applicati uniformemente.

Se, da un lato, la rottura dei rapporti commerciali con la Cina per il Vecchio Continente implicherebbe rallentare il passaggio al 5G e costi di installazione delle nuove infrastrutture potenzialmente più elevati, dall’altro lato va tenuto in conto anche che la Cina, nella quale le comunicazioni sono filtrate da un firewall chiamato Golden Shield Project che non consente una comunicazione libera, sarebbe in minima parte assoggettata alle normative europee, e che di conseguenza questo fattore sarebbe un’incognita, senza considerare che i componenti cinesi sarebbero al centro di una guerra quotidiana che ha come rivale gli Stati Uniti.

Dato che si sta parlando di geostrategie globali, un ruolo viene poi certamente giocato anche dalla Russia di Vladimir Putin. Infatti, a margine dell’ottava visita istituzionale del presidente cinese Xi Jinping al Cremlino, utile per discutere i futuri piani strategici fra i due paesi, si è discusso anche dello sviluppo del 5G, soprattutto in ottica di un’ipotetica collaborazione contro le misure adottate da Trump. Non a caso, Huawei ha siglato un accordo con la compagnia di telecomunicazioni russa MTS per lo sviluppo della tecnologia 5G in Russia, che, stando a quanto fatto trapelare dall’azienda russa, potrebbe partire già tra il 2019 e il 2020.

Huawei, in realtà, si è mossa con un raggio ancor più ampio. Lo scorso aprile, infatti, il CEO di Huawei, Ren Zhengfei, ha dichiarato la volontà di rendere il marchio un importante riferimento tecnologico in America Latina. Non a caso, in linea con le recenti evoluzioni geopolitiche, il presidente venezuelano Nicolas Maduro, ha annunciato un investimento congiunto con Huawei, ZTE e società russe per implementare una rete 5G nel il paese, scontrandosi così ancora una volta – in questo caso, indirettamente – con Trump.
La battaglia, dunque, è nel pieno del suo svolgimento e sta coinvolgendo tutti i principali attori dell’arena internazionale. Temi come l’innovazione, la tecnologia e la sicurezza cibernetica sono ormai entrati a far parte dell’ordine del giorno dei più alti organi statali e internazionali, con il 5G che oggi appare esserne il tema centrale. Il futuro tecnologico è ad un passo e chi non riuscirà a coglierlo in tempo si ritroverà a concedere un grande vantaggio ai propri avversari.

Trent’anni da Piazza Tienanmen: tra guerra commerciale e strategie per il futuro

Il 4 giugno 2019 è ricorso il 30o anniversario dalle proteste di Tienanmen: i manifestanti invocavano riforme politiche, sociali ed economiche, denunciando le forme di repressione messe in atto dal Governo cinese. Si trattò di un episodio tragico, poiché molte furono le vittime, e, allo stesso modo, quasi dimenticato (quantomeno in Cina, ancora oggi largamente sconosciuto).

Questo episodio fu una delle maggiori cause di quel percorso di sviluppo che ha condotto la Cina a divenire una delle maggiori superpotenze a livello globale. Dalle riforme politiche ed economiche di Deng Xiaoping, sostenitore del laissez-faire che condusse a un’economia più orientata al libero mercato; ai metodi più conservatori di Jiang Zemin, che sostenne criteri che potessero regolare i cicli inflazionari concentrandosi su un progresso che puntasse a tassi di crescita più controllati, riuscendo a porre le basi per l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio; alle riforme di Hu Jintao, da un lato più vicine alle necessità sociali, dall’altro utili a controllare i tassi di interesse e il valore dello yuan, favorendo così l’export cinese. Sino all’attuale presidente Xi Jinping, il quale, durante il 19o Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, ha proclamato la Cina quale fautrice di una nuova era.

Alle polemiche riguardanti l’assenza di eventi istituzionali che ricordassero e dessero importanza all’anniversario, il portavoce Geng Shuang ha ribadito come siano i successi economici raggiunti dalla Cina negli ultimi trent’anni che da soli dimostrano che “il percorso di sviluppo che abbiamo scelto è completamente corretto ed è stato fermamente appoggiato dalla gente”.

A 30 anni dalle proteste, Pechino è costantemente al centro dell’attenzione di studi politici ed economici, in misura sempre maggiore se consideriamo l’avvio del progetto della Nuove Vie della Seta e, soprattutto, l’elezione del presidente statunitense Donald Trump. Negli ultimi decenni, infatti, i leader cinesi che si sono succeduti hanno intrattenuto relazioni differenti con Washington, strettamente connesse allo stato dei progressi della repubblica cinese.

In seguito alle riforme economiche e al controllo delle esportazioni da parte del Governo cinese, gli Stati Uniti hanno raggiunto un deficit commerciale con la Cina che, secondo lo U.S. Census Bureau, nel luglio 2018 ammontava a 222.6 miliardi di dollari. Dallo scorso luglio, invece, il presidente Trump ha imposto dazi su 250 miliardi di dollari in prodotti importati dalla Cina, minacciando inoltre di aumentare tale cifra. In tal senso, il divario commerciale tra le due prime economie mondiali ha creato un conflitto non ancora sopito. Le questioni alla base  di tale conflitto spaziano dal dumping (ndr, pratica economica che consiste nell’esportare determinati prodotti a prezzi inferiori a quelli di mercato, facendosi lo Stato carico della differenza di valore attraverso sovvenzioni e sussidi alle imprese produttrici) alla proprietà intellettuale. Per quanto concerne il primo aspetto, a seguito di vari scontri in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la Cina ha avuto la peggio riguardo le accuse di dumping. La disputa sulla proprietà intellettuale, invece, è stata sospesa il 4 giugno scorso.

Sebbene non sia chiaro se tale sospensione possa interpretarsi come un congelamento del conflitto commerciale, il panorama resta comunque incerto. Lo scontro a livello internazionale, infatti, si trasla su questioni più tecniche e interne, che prendono in causa decisioni di carattere prettamente statale. In tal senso, queste potrebbero decidere il conflitto a vantaggio di uno o dell’altro stato.

Da più di un decennio ormai, la Cina ha superato il Giappone come detentore della maggior parte del debito pubblico statunitense: questa strategia, unita alle riserve di moneta estera, ha permesso a Pechino di mantenere un cambio fisso nei movimenti commerciali con l’estero, mantenendo così il proprio export estremamente competitivo. Nel marzo 2019, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha calcolato che la Cina possegga più di un trilione di dollari di debito statunitense, la quantità più bassa posseduta negli ultimi anni. La diminuzione delle riserve è la conseguenza della vendita cinese del debito statunitense, una strategia messa in atto affinché gli Stati Uniti non portassero a termine la succitata minaccia del presidente Trump di incrementare i dazi sui prodotti cinesi. Vendere il debito pubblico aumenterebbe infatti i tassi di interesse sui prestiti e, dunque, il costo dell’indebitamento statunitense. Tuttavia, come evidenziato da Brad W. Setser, ex economista presso il Dipartimento del Tesoro statunitense, occorre usare cautela nell’effettuare tale analisi, in quanto i dati di marzo 2019 non costituiscono un trend.

Sebbene la strategia della vendita del debito pubblico possa sembrare la conclusione del conflitto commerciale, poiché porterebbe a una definitiva presa di posizione da parte di uno dei due stati, la vendita del debito rappresenta un’arma a doppio taglio. Essa porterebbe, da un lato, a una possibile svalutazione delle riserve cinesi e, dall’altro, ad una necessaria fluttuazione del cambio con il dollaro statunitense. La più probabile conseguenza di una tattica simile condurrebbe a una diminuzione delle esportazioni per un paese che solo negli ultimi anni è riuscito ad avere un surplus nella bilancia commerciale.

Addirittura, analisti di Bloomberg e Reuters, si spingono a sostenere che, vendendo il debito statunitense, la Cina favorirebbe proprio gli Stati Uniti: indebolendo il dollaro, difatti, Washington vedrebbe i propri prodotti all’estero più competitivi, andando a ridurre così il deficit della bilancia commerciale statunitense, specialmente nei confronti della stessa Cina.
In conclusione, il caso della Cina è uno tra i più sorprendenti, sia a livello economico, sia politico: sebbene non si possano fare previsioni certe sul futuro dell’ordine economico e politico globale, Pechino è passata dall’essere un attore isolato a diventare la seconda economia del pianeta. Indubbiamente, Cina e USA si contraddistinguono per molti versi opposti, ragione per la quale, probabilmente, l’esito del conflitto al quale stiamo assistendo potrebbe condurre a un cambiamento della governance economico-finanziaria globale del tutto inedito.

Il futuro dell’Europa è nella cashless economy?

Qui non si accetta moneta” sta scritto su una delle sempre più numerose insegne che si trovano sulle vetrine delle attività commerciali in diversi paesi europei ed extra-europei. A cominciare da Svezia, Danimarca, Norvegia e Regno Unito, fino ad arrivare alle principali economie emergenti quali Cina e India, il futuro del denaro contante sembra inevitabilmente segnato.

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