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5G: quando geopolitica e tecnologia si intrecciano

Internet of things: connettere tutti i dispositivi attraverso le reti Internet. Per raggiungere questo obiettivo, negli ultimi anni, è stato sviluppato un insieme di tecnologie etichettato come 5G (ossia di quinta generazione), che vedrà ufficialmente la luce nel giro, ormai, di pochi mesi.

Se il 2G ha accompagnato la diffusione dei telefoni cellulari, il 3G ha dato la spinta alla diffusione degli smartphone e delle app e il 4G ha dato maggior accessibilità a messaggistica e servizi di streaming, il 5G si propone di essere ancor più rivoluzionario. I nuovi standard tecnologici, in sostanza, aumenteranno la velocità di download dei dati di circa 45 volte rispetto alle tecnologie attuali, diminuiranno il tempo di latenza, ossia l’intervallo tra l’invio di un segnale a la sua ricezione, e aumenteranno la capacità delle reti di gestire il traffico dati di 10-100 volte in numero di dispositivi connessi.

Questa diminuzione dei tempi, dunque, potenzialmente potrebbe avere implicazioni di enorme rilevanza in tutte quelle circostanze che richiedono immediatezza tra input e output: guida automatica, controllo di macchinari industriali, monitoraggio in tempo reale di infrastrutture e traffico, fino ad applicazioni mediche attraverso cui sarà possibile operare a distanza mediante l’uso di braccia robotiche e connessioni veloci. 

In senso pratico, quindi, se un paese detenesse il monopolio sulle tecnologie 5G, avrebbe un enorme potere non solo in ambito tecnologico ed economico, ma soprattutto in quello della sicurezza e dell’estrazione di dati sensibili e informazioni. Lo scenario di un monopolio, o quantomeno qualcosa di simile, non è molto distante. Infatti, Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni, possiede circa il 50% delle infrastrutture del 5G e ha dichiarato di aver già stipulato 50 contratti commerciali in tutto il mondo, di cui 28 in Europa. Fra i principali concorrenti, oltre agli europei Nokia ed Ericsson, vi è un’altra azienda cinese, la ZTE, che – a sua volta- ha dichiarato di aver già all’attivo 25 contratti a livello globale.

Il periodo attuale, come noto, è quello della guerra commerciale a colpi di dazi fra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Cina di Xi Jinping. Di conseguenza, se come detto la Cina si trova in una posizione di notevole vantaggio in alcuni segmenti del mercato rispetto agli Stati Uniti, i quali, al contrario, sono presenti sulla scena del 5G con aziende come Cisco, Intel e Qualcomm  – leader mondiali nella produzione di componenti che vengono impiegate dalle quattro aziende sopracitate per creare le loro soluzioni infrastrutturali e software, che poi rivendono ai clienti business e carriers (gli operatori telefonici), ma focalizzate principalmente sul mercato business – ecco spiegata la ragione per cui negli ultimi mesi il 5G è diventato un tema decisamente caldo all’interno del dibattito geopolitico mondiale.

Non è un caso, infatti, che lo scorso maggio il presidente Trump abbia firmato un decreto con il quale ha posto un veto diretto alle compagnie statunitensi relativamente all’utilizzazione di strumenti di telecomunicazione prodotti da aziende straniere ritenute a rischio per la sicurezza nazionale: in parole povere, divieto per le aziende statunitensi di intrattenere rapporti commerciali con Huawei (e ZTE), in quanto definiti come pericoli per la sicurezza nazionale.

A tal proposito, si è recentemente esposto Ken Hu, vice-presidente di Huawei, il quale, dal Mobile World Congress di Shanghai dello scorso giugno ha voluto rimarcare che la volontà aziendale non è quella di fare a meno dei fornitori americani, ma che se così dovesse essere, il livello di performance acquisito permetterebbe tranquillamente di farlo, confermando in tal modo una certa posizione di forza nei confronti del ‘nemico occidentale’.

Intanto, all’appello di Donald Trump di sospendere le collaborazioni con la Cina, che ha immediatamente sortito l’effetto di irrigidire i rapporti tra Huawei e alcuni colossi del web come Google e Facebook,  hanno subito risposto positivamente Australia, Nuova Zelanda e Giappone, mentre da parte delle potenze europee la reazione è stata nettamente più fredda, visto che a rompere con il gigante cinese al momento sono state solo alcune aziende private di telecomunicazioni, come la francese Orange.

L’Unione Europea e i suoi membri sembrano realmente essere l’ago della bilancia della questione, dato che la relativa propensione a Occidente piuttosto che a Oriente muoverebbe, e non di poco, lo scacchiere geopolitico internazionale. La Commissione europea, dal canto suo, ha rimandato la decisione ai singoli membri. Infatti, in un rapporto relativo al tema della cybersecurity, ha affermato che non verrà messo in atto alcun veto nei confronti di Huawei a livello europeo, lasciando agli stati membri la libertà di agire sulla base del rischio rilevato autonomamente per la sicurezza nazionale. Tuttavia, nell’ottica di una politica comunitaria, la Commissione ha aggiunto che prima della fine dell’anno saranno stabiliti standard di sicurezza minimi che verranno applicati uniformemente.

Se, da un lato, la rottura dei rapporti commerciali con la Cina per il Vecchio Continente implicherebbe rallentare il passaggio al 5G e costi di installazione delle nuove infrastrutture potenzialmente più elevati, dall’altro lato va tenuto in conto anche che la Cina, nella quale le comunicazioni sono filtrate da un firewall chiamato Golden Shield Project che non consente una comunicazione libera, sarebbe in minima parte assoggettata alle normative europee, e che di conseguenza questo fattore sarebbe un’incognita, senza considerare che i componenti cinesi sarebbero al centro di una guerra quotidiana che ha come rivale gli Stati Uniti.

Dato che si sta parlando di geostrategie globali, un ruolo viene poi certamente giocato anche dalla Russia di Vladimir Putin. Infatti, a margine dell’ottava visita istituzionale del presidente cinese Xi Jinping al Cremlino, utile per discutere i futuri piani strategici fra i due paesi, si è discusso anche dello sviluppo del 5G, soprattutto in ottica di un’ipotetica collaborazione contro le misure adottate da Trump. Non a caso, Huawei ha siglato un accordo con la compagnia di telecomunicazioni russa MTS per lo sviluppo della tecnologia 5G in Russia, che, stando a quanto fatto trapelare dall’azienda russa, potrebbe partire già tra il 2019 e il 2020.

Huawei, in realtà, si è mossa con un raggio ancor più ampio. Lo scorso aprile, infatti, il CEO di Huawei, Ren Zhengfei, ha dichiarato la volontà di rendere il marchio un importante riferimento tecnologico in America Latina. Non a caso, in linea con le recenti evoluzioni geopolitiche, il presidente venezuelano Nicolas Maduro, ha annunciato un investimento congiunto con Huawei, ZTE e società russe per implementare una rete 5G nel il paese, scontrandosi così ancora una volta – in questo caso, indirettamente – con Trump.
La battaglia, dunque, è nel pieno del suo svolgimento e sta coinvolgendo tutti i principali attori dell’arena internazionale. Temi come l’innovazione, la tecnologia e la sicurezza cibernetica sono ormai entrati a far parte dell’ordine del giorno dei più alti organi statali e internazionali, con il 5G che oggi appare esserne il tema centrale. Il futuro tecnologico è ad un passo e chi non riuscirà a coglierlo in tempo si ritroverà a concedere un grande vantaggio ai propri avversari.

Trent’anni da Piazza Tienanmen: tra guerra commerciale e strategie per il futuro

Il 4 giugno 2019 è ricorso il 30o anniversario dalle proteste di Tienanmen: i manifestanti invocavano riforme politiche, sociali ed economiche, denunciando le forme di repressione messe in atto dal Governo cinese. Si trattò di un episodio tragico, poiché molte furono le vittime, e, allo stesso modo, quasi dimenticato (quantomeno in Cina, ancora oggi largamente sconosciuto).

Questo episodio fu una delle maggiori cause di quel percorso di sviluppo che ha condotto la Cina a divenire una delle maggiori superpotenze a livello globale. Dalle riforme politiche ed economiche di Deng Xiaoping, sostenitore del laissez-faire che condusse a un’economia più orientata al libero mercato; ai metodi più conservatori di Jiang Zemin, che sostenne criteri che potessero regolare i cicli inflazionari concentrandosi su un progresso che puntasse a tassi di crescita più controllati, riuscendo a porre le basi per l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio; alle riforme di Hu Jintao, da un lato più vicine alle necessità sociali, dall’altro utili a controllare i tassi di interesse e il valore dello yuan, favorendo così l’export cinese. Sino all’attuale presidente Xi Jinping, il quale, durante il 19o Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, ha proclamato la Cina quale fautrice di una nuova era.

Alle polemiche riguardanti l’assenza di eventi istituzionali che ricordassero e dessero importanza all’anniversario, il portavoce Geng Shuang ha ribadito come siano i successi economici raggiunti dalla Cina negli ultimi trent’anni che da soli dimostrano che “il percorso di sviluppo che abbiamo scelto è completamente corretto ed è stato fermamente appoggiato dalla gente”.

A 30 anni dalle proteste, Pechino è costantemente al centro dell’attenzione di studi politici ed economici, in misura sempre maggiore se consideriamo l’avvio del progetto della Nuove Vie della Seta e, soprattutto, l’elezione del presidente statunitense Donald Trump. Negli ultimi decenni, infatti, i leader cinesi che si sono succeduti hanno intrattenuto relazioni differenti con Washington, strettamente connesse allo stato dei progressi della repubblica cinese.

In seguito alle riforme economiche e al controllo delle esportazioni da parte del Governo cinese, gli Stati Uniti hanno raggiunto un deficit commerciale con la Cina che, secondo lo U.S. Census Bureau, nel luglio 2018 ammontava a 222.6 miliardi di dollari. Dallo scorso luglio, invece, il presidente Trump ha imposto dazi su 250 miliardi di dollari in prodotti importati dalla Cina, minacciando inoltre di aumentare tale cifra. In tal senso, il divario commerciale tra le due prime economie mondiali ha creato un conflitto non ancora sopito. Le questioni alla base  di tale conflitto spaziano dal dumping (ndr, pratica economica che consiste nell’esportare determinati prodotti a prezzi inferiori a quelli di mercato, facendosi lo Stato carico della differenza di valore attraverso sovvenzioni e sussidi alle imprese produttrici) alla proprietà intellettuale. Per quanto concerne il primo aspetto, a seguito di vari scontri in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la Cina ha avuto la peggio riguardo le accuse di dumping. La disputa sulla proprietà intellettuale, invece, è stata sospesa il 4 giugno scorso.

Sebbene non sia chiaro se tale sospensione possa interpretarsi come un congelamento del conflitto commerciale, il panorama resta comunque incerto. Lo scontro a livello internazionale, infatti, si trasla su questioni più tecniche e interne, che prendono in causa decisioni di carattere prettamente statale. In tal senso, queste potrebbero decidere il conflitto a vantaggio di uno o dell’altro stato.

Da più di un decennio ormai, la Cina ha superato il Giappone come detentore della maggior parte del debito pubblico statunitense: questa strategia, unita alle riserve di moneta estera, ha permesso a Pechino di mantenere un cambio fisso nei movimenti commerciali con l’estero, mantenendo così il proprio export estremamente competitivo. Nel marzo 2019, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha calcolato che la Cina possegga più di un trilione di dollari di debito statunitense, la quantità più bassa posseduta negli ultimi anni. La diminuzione delle riserve è la conseguenza della vendita cinese del debito statunitense, una strategia messa in atto affinché gli Stati Uniti non portassero a termine la succitata minaccia del presidente Trump di incrementare i dazi sui prodotti cinesi. Vendere il debito pubblico aumenterebbe infatti i tassi di interesse sui prestiti e, dunque, il costo dell’indebitamento statunitense. Tuttavia, come evidenziato da Brad W. Setser, ex economista presso il Dipartimento del Tesoro statunitense, occorre usare cautela nell’effettuare tale analisi, in quanto i dati di marzo 2019 non costituiscono un trend.

Sebbene la strategia della vendita del debito pubblico possa sembrare la conclusione del conflitto commerciale, poiché porterebbe a una definitiva presa di posizione da parte di uno dei due stati, la vendita del debito rappresenta un’arma a doppio taglio. Essa porterebbe, da un lato, a una possibile svalutazione delle riserve cinesi e, dall’altro, ad una necessaria fluttuazione del cambio con il dollaro statunitense. La più probabile conseguenza di una tattica simile condurrebbe a una diminuzione delle esportazioni per un paese che solo negli ultimi anni è riuscito ad avere un surplus nella bilancia commerciale.

Addirittura, analisti di Bloomberg e Reuters, si spingono a sostenere che, vendendo il debito statunitense, la Cina favorirebbe proprio gli Stati Uniti: indebolendo il dollaro, difatti, Washington vedrebbe i propri prodotti all’estero più competitivi, andando a ridurre così il deficit della bilancia commerciale statunitense, specialmente nei confronti della stessa Cina.
In conclusione, il caso della Cina è uno tra i più sorprendenti, sia a livello economico, sia politico: sebbene non si possano fare previsioni certe sul futuro dell’ordine economico e politico globale, Pechino è passata dall’essere un attore isolato a diventare la seconda economia del pianeta. Indubbiamente, Cina e USA si contraddistinguono per molti versi opposti, ragione per la quale, probabilmente, l’esito del conflitto al quale stiamo assistendo potrebbe condurre a un cambiamento della governance economico-finanziaria globale del tutto inedito.

Il futuro dell’Europa è nella cashless economy?

Qui non si accetta moneta” sta scritto su una delle sempre più numerose insegne che si trovano sulle vetrine delle attività commerciali in diversi paesi europei ed extra-europei. A cominciare da Svezia, Danimarca, Norvegia e Regno Unito, fino ad arrivare alle principali economie emergenti quali Cina e India, il futuro del denaro contante sembra inevitabilmente segnato.

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La Germania fra crescita rallentata e paura della crisi

Quando lo scorso 17 aprile la grande coalizione di governo ha annunciato, per mezzo del suo ministro dell’Economia Peter Altmaier, l’ulteriore dimezzamento allo 0,5% delle stime di crescita per il 2019, la questione è divenuta pressoché ufficiale: la Germania, cuore economico dell’Europa, è in seria difficoltà.

Infatti, sebbene il ministro tedesco, nel corso del proprio intervento, abbia preferito sottolineare che nel 2020 le stime torneranno attorno all’1,5%, e che quindi non debba sussistere un’eccessiva preoccupazione, quello che è certo è che, attualmente, l’economia di Berlino non naviga in acque tranquille.

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La difficile situazione del mercato finanziario turco

È grave la situazione della Turchia. A partire dal terzo e quarto trimestre dello scorso anno, l’economia del paese si trova a attraversare un periodo di recessione accompagnato da un alto livello d’inflazione. Solo nel mese di febbraio i prezzi per i consumatori sono arrivati a essere superiori di circa il 20% rispetto all’anno precedente e, per far fronte al problema, la Banca centrale turca ha provveduto ad alzare i tassi d’interesse, nonostante la contrarietà del presidente Recep Tayyip Erdoğan.

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Il sogno cinese

La Belt and Road Iniziative (BRI) è stata uno dei temi più dibattuti delle ultime settimane, con schieramenti di favorevoli e scettici contrapposti, sia a livello nazionale sia internazionale. Prima di analizzare nello specifico il Memorandum of Understanding (MoU) tra Italia e Repubblica Popolare Cinese (RPC), occorre partire da un rapido excursus sulla sua essenza.

Il progetto, nato sotto il nome di One Belt One Road e proposto per la prima volta a Pechino nel 2013, mira a fondere gli ambiti economico, geostrategico e culturale. Il potente segretario del Partito Comunista Cinese e presidente cinese Xi Jinping lo ha definito ’il sogno cinese’, formula che, nella sostanza, potremmo tradurre con ’globalizzazione cinese’.

Difatti, nella sua accezione ’internazionale’ – BRI – si traduce in un mastodontico progetto infrastrutturale multivettoriale (porti-aeroporti-ferrovie) che, nei progetti del suo principale ideatore, Xi Jinping in persona, dovrebbe fungere da volano sia per rilanciare l’economia nazionale e gli scambi commerciali con i paesi eurasiatici, sia per dare nuova linfa alla politica estera cinese, tanto rilevante agli occhi del Governo da inserirlo nella stessa Costituzione cinese.

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La Norvegia disinveste dagli idrocarburi e guarda al futuro

Nell’ambito europeo, i paesi scandinavi rappresentano validi modelli di crescita economica sostenibile. Tuttavia, a differenza delle vicine repubbliche di Danimarca e di Svezia, la Norvegia ha potuto beneficiare, nel corso degli anni, delle ingenti riserve petrolifere al largo delle proprie coste, per dare vita a uno tra i maggiori fondi sovrani al mondo.

Infatti, analogamente a numerose economie avanzate o esportatrici di materie prime, come la Cina e gli Emirati Arabi Uniti, il fondo sovrano costituisce per lo stato norvegese uno speciale strumento di investimento per mettere a frutto i proventi dell’attività economica locale in ulteriori strumenti finanziari, come azioni, obbligazioni e beni patrimoniali, in tutto il mondo, al fine di sovvenzionare lautamente la spesa pubblica a beneficio dei poco più di cinque milioni di abitanti che popolano la nazione.

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PAC: verso una smart agriculture Slitta la definizione della nuova politica agricola comune, ma il problema rimane urgente

Mentre in Italia tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali vengono da settimane occupate dalla protesta dei pastori sardi, il tema dell’agricoltura tiene banco anche sui tavoli del Parlamento Europeo. Sono di pochi giorni fa, infatti, le parole di Paolo De Castro, vicepresidente della Commissione agricoltura del Parlamento Europeo, secondo cui: “il Parlamento UE non ipotecherà la riforma della politica agricola comune post-2020, lasciando le mani libere alla futura Commissione e Parlamento europei”, definendo la posta in gioco troppo elevata e i tempi troppo stretti per trovare soluzioni condivise sul nuovo modello presentato.

I fatti in questione risalgono allo scorso 1° giugno, quando il commissario europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale Phil Hogan ha presentato le nuove proposte legislative in merito allo sviluppo futuro della politica agricola comunitaria (PAC) adottata dall’UE. Decisione, questa, non da poco, dato che la PAC impegna già oggi il 39% del bilancio europeo.

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