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Immigrati e pensioni: costi o benefici per lo stato ricevente?

Il tema del contributo dei migranti alle economie delle nazioni riceventi è ricorrente e motivo di disputa. Un recente articolo pubblicato su Marketplace, relativo alle pensioni, calcola che se gli immigrati irregolari fossero espulsi dagli Stati Uniti ci sarebbero 13 miliardi in meno nelle casse dello stato. In questo caso, si fa riferimento agli irregolari: utilizzando spesso credenziali false per ottenere assegni che coprano i loro stipendi e dai quali vengono trattenuti il 12% delle tasse, essi contribuiscono agli introiti fiscali statali. Essendo infatti pochi gli stati con l’obbligo di controllo degli impiegati da parte del datore di lavoro, il risultato è che i contributi previdenziali non corrispondono ai benefici di cui quegli immigrati usufruiranno, proprio perché irregolari. Secondo quanto riportato dall’agenzia, in questo modo prevale un sistema in cui ciò che importa davvero è il pagamento delle tasse. Dunque, regolari o meno, i lavoratori stranieri influiscono positivamente sul sistema pensionistico.

In Italia l’argomento tende a prendere in considerazione solo gli immigrati regolari, sui quali si possono ottenere dati piuttosto certi. Il tema è stato trattato più volte dall’ex presidente dell’INPS Tito Boeri: il contributo di questi lavoratori si rivela fondamentale soprattutto perché, data la loro età, essi contribuiscono alle pensioni nazionali più di quanto sia loro necessario prelevare per coprire esclusivamente le proprie.

Non poche sono state le polemiche, soprattutto tra il professor Boeri e Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. I documenti che riassumono tale polemica sono il XVI Rapporto annuale dell’INPS e l’approfondimento del 2018 I dati sull’immigrazione: verità scientifiche o teoremi? pubblicato dal Centro.

Il rapporto annuale dell’INPS pubblicato nel 2017, nella Parte III del documento, analizza il mondo dei lavoratori immigrati e, soprattutto, il loro contributo al sistema previdenziale: “[…] si fornisce una valutazione del contributo netto dei lavoratori con cittadinanza straniera al sistema previdenziale italiano. I risultati mostrano che ad oggi questo contributo è positivo: pari a 36,5 miliardi di euro che si eleva a 46 miliardi di euro se si tenesse conto delle caratteristiche biometriche specifiche della popolazione straniera assicurata all’Inps”.

Il contributo previdenziale è aumentato soprattutto in seguito alla sanatoria del 2002 – con criteri meno stringenti rispetto all’ultima sanatoria del 2012, e per questo più efficace nel suo scopo – volta a permettere un’effettiva emersione del lavoro. Il punto centrale di questo documento, così come le osservazioni del professor Boeri, si basano sul fatto che gli immigrati siano più giovani rispetto alla popolazione media italiana e siano anche più resistenti nel mondo del lavoro. Sarebbero infatti più mobili rispetto ai lavoratori autoctoni – dal 2002 al 2006 solo il 50% dei lavoratori migranti risultava nella stessa provincia – e più flessibili – sono difatti più propensi ad accettare lavori al di fuori delle proprie competenze specifiche, soprattutto per mantenere il permesso di soggiorno. Dal Rapporto risulta che le imprese italiane traggono beneficio dalla presenza di lavoratori immigrati regolarizzati, esattamente come ne beneficia il sistema previdenziale.

L’approfondimento stilato da Alberto Brambilla e Natale Forlani considera, invece, che i risultati ottenuti dall’INPS siano sovrastimati: “La differenza tra versamenti e potenziali prestazioni maturate, 36,5 miliardi, secondo la valutazione dei ricercatori INPS, andrebbe considerata come una sorta di contributo netto a favore delle casse INPS devoluto dagli immigrati. L’ipotesi è affascinante ma si presta ad alcune obiezioni sia per il calcolo delle entrate sia per quello delle future prestazioni”. Il calcolo effettuato dall’INPS non terrebbe dunque conto delle uscite per pagare le prestazioni previdenziali di cui usufruirebbero i migranti, sopravvalutando pertanto le entrate.

L’approfondimento pubblicato dal Centro non terrebbe però in conto il principio dell’invecchiamento demografico e la differenza tra la quantità di italiani e la quantità di immigrati che usufruiscono del sistema retributivo. Secondo un articolo pubblicato da Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin – ricercatori della Fondazione Leone Moressa – e da Andrea Stuppini – dirigente della Regione Emilia-Romagna, ripreso da Il Sole 24 ore, “solo allo 0,3% degli stranieri si applica il metodo di calcolo retributivo, che riguarda, invece, l’85% delle pensioni oggi in pagamento per i nativi”.

Il metodo retributivo, in vigore per coloro che avevano accumulato almeno 18 anni di contributi entro il 31 dicembre 1995 e con anzianità contributive maturate fino al 31 dicembre 2011, considera solo le retribuzioni degli ultimi anni lavorativi del pensionato. Viceversa, il metodo contributivo tiene conto dell’intera vita lavorativa. Una pensione calcolata con il primo metodo è più alta, poiché sono gli ultimi anni lavorativi quelli in cui un lavoratore guadagna di più (per gli scatti di anzianità, per esempio).

Tali dati non possono non essere presi in considerazione, soprattutto in seguito all’entrata in vigore della cosiddetta Quota 100, che resterà in vigore almeno fino al 2021 e dalla quale prende le distanze anche il dottor Brambilla, sebbene sia stato uno dei consulenti della Lega in materia previdenziale. La maggior parte di coloro che andranno in pensione in questi anni, infatti, avranno un calcolo della pensione misto ma prevalentemente retributivo: ci potranno andare anticipatamente mantenendo comunque una pensione più elevata.

Tale misura è dunque poco equa – perché fornisce condizioni più vantaggiose solo a parte della popolazione e i criteri necessari sono validi solo per un limitato periodo di tempo – ed estremamente costosa per lo stato, sia perché permette di avere pensioni più alte rispetto a quelle che sarebbero state calcolate normalmente, sia perché non ha avuto l’effetto sperato sul ricambio generazionale lavorativo. Ergo, la manovra, associata a restrizioni sugli ingressi dei migranti e all’assenza di politiche volte a favorire l’emersione e la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, non può certo favorire il nostro sistema pensionistico, né le casse statali.

Firmato l’accordo Tokyo – Bruxelles: ecco l’alternativa alla nuova Via della Seta

Unione Europea e Giappone sono sempre meno distanti. Lo scorso 27 settembre, infatti, nell’ambito del Forum europeo per la connettività di Bruxelles, il presidente uscente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, hanno congiuntamente annunciato la stipula di un accordo. Basato su 10 punti strategici, esso si pone l’obiettivo di costruire una rete di infrastrutture comuni che, partendo dalla regione Indo-pacifica, possa arrivare all’Africa, attraversando i Balcani occidentali.

Questo accordo, in realtà, altro non è che un ulteriore passo in avanti nei rapporti fra UE e Giappone. Infatti, già nel luglio del 2018 le due potenze hanno siglato a Tokyo un Partenariato strategico che, attraverso alcuni cruciali interventi, ha dato il via a una nuova stagione commerciale euro-asiatica. Ad esempio, l’accordo ha previsto la rimozione di gran parte dei dazi fissati sulle esportazioni, l’apertura del mercato agricolo europeo e il futuro avvio del progetto PNR (Passenger Name Record), ossia un piano per la sicurezza internazionale basato sul trasferimento dei dati dei passeggeri e finalizzato alla lotta al terrorismo.

L’accordo siglato la scorsa settimana non mira solamente al raggiungimento di una connettività sostenibile legata ai trasporti, ma guarda anche all’implementazione del settore digitale, nonché alla costruzione di grandi opere. Sul piano economico, tuttavia, il progetto porta con sé un certo grado di rischio. Se è vero, infatti, che sono già stati stanziati per la sua realizzazione circa 60 miliardi di euro ripartiti tra fondi europei, banche per lo sviluppo e investitori privati, la reale speranza, nemmeno troppo velata, è che tale somma possa innescare un significativo effetto leva sugli investimenti privati, potenzialmente capace a quel punto di mobilitare una liquidità ancor più rilevante.

C’è un fattore, però, che avvalora ancor più la rilevanza del recente accordo euro-nipponico. Il progetto si pone più o meno esplicitamente come un’alternativa alla Belt and Road Initiative della Cina, il celebre e mastodontico progetto infrastrutturale lanciato dal presidente Xi Jinping nel 2013, mediante cui si mira alla creazione di una fitta rete di rotte commerciali terrestri e marittime, finalizzate alla connessione delle due estremità dell’Eurasia, Cina ed Europa. Per dare un’idea della grandezza del progetto basti pensare che esso prevede un finanziamento pari a circa 1000 miliardi dollari e coinvolge 120 paesi.

In realtà l’UE, fino ad ora, non ha assunto posizioni ufficiali nei confronti della BRI, tanto che i suoi membri hanno adottato politiche differenti nei confronti dell’iniziativa. Se Francia, Olanda e Germania non hanno espresso pareri positivi sulla Nuova Via della Seta, altri Paesi come Italia, Portogallo, Grecia e Ungheria hanno invece già siglato alcuni documenti ufficiali con Xi Jinping.

Tuttavia, l’annuncio dell’accordo con il Giappone si è anche rivelato quale occasione per Juncker di parlare indirettamente ai massimi dirigenti del governo cinese. Il Presidente della Commissione Europea ha infatti messo in luce che l’obiettivo è quello di “creare interconessioni tra tutti i Paesi del mondo e non meramente dipendenza da un singolo Paese”. Il principale timore europeo risiede nel fatto che Pechino, mediante la propria iniziativa, possa puntare al monopolio sulle infrastrutture per la connettività tra Asia, Africa e Europa, riducendo i partner coinvolti a pedine della propria egemonia.

Questo discorso si ricollega ad una delle principali controversie di cui la BRI viene generalmente accusata dall’opinione pubblica, ossia la cosiddetta ‘trappola del debito pubblico’. Essa consiste nell’obbligo di consegnare la proprietà delle infrastrutture pubbliche al governo cinese nel caso in cui non vengano saldate le rate di pagamento dei prestiti elargiti dalla stessa Cina. Chiaramente, essendo parte integrante del progetto, in molti Paesi in via di sviluppo con economie deboli e caratterizzate da una scarsa stabilità, la situazione si è già presentata in numerose circostanze. Ne è un esempio lo Sri Lanka, il cui governo, dopo essersi dimostrato insolvente in merito ai lavori di costruzione del porto di Hambantota, si è visto confiscare le operazioni per 99 anni da parte della società cinese che li ha realizzati, perdendo dunque il controllo sull’infrastruttura stessa.

A tal proposito e per quanto concerne la mancata trasparenza additata alla Nuova Via della Seta, nel testo della partnership euro-nipponica vengono esplicitamente promossiinvestimenti e commercio internazionale e regionale liberi, aperti, basati sulle regole, non discriminatori e prevedibili” basati su “pratiche di appalto trasparenti” e caratterizzati dai “più alti standard di sostenibilità economica, fiscale, finanziaria, sociale e ambientale”.

Juncker e Abe, infine, hanno voluto dare un’ultima stoccata a Xi Jinping, convenendo sul fatto che la cooperazione che sempre più va sedimentandosi fra Ue e Giappone sia il naturale riflesso di ideali condivisi e di un comune impegno verso il perseguimento di valori come la democrazia, lo stato di diritto, la libertà e la dignità umana.

In conclusione, sebbene l’Unione Europea non abbia ufficializzato alcuna posizione in merito all’imperiale progetto cinese, l’accordo rappresenta un passaggio chiave della partita geopolitica mondiale e un chiaro messaggio a Pechino. Nonostante le due iniziative asiatiche abbiano al momento budget ben differenti, il programma di sviluppo giapponese potrebbe incontrare significativi favori sul proprio percorso, fra cui quello ovviamente non trascurabile degli Stati Uniti. Con ogni probabilità, infatti, Trump non è affatto intenzionato a favorire un’iniziativa che avrebbe come risultato il rafforzamento dell’unico serio avversario egemonico attualmente presente sullo scacchiere internazionale.

Il progetto cinese è indubbiamente ben avviato e in una posizione preminente, ma l’alternativa ora esiste. La sfida è lanciata.

Dalla guerra commerciale al cambiamento climatico: l’eredità del G7 di Biarritz

L’incontro annuale dei capi di stato e di governo delle maggiori economie mondiali (più noto al con l’abbreviazione corrente ‘G7’), che quest’anno è stato ospitato dalla Francia nella suggestiva cornice di Biarritz, rappresenta da ormai 45 anni un’occasione di confronto imprescindibile nella formulazione delle strategie politiche ed economiche delle principali potenze mondiali. Infatti, benché il primo vertice fosse stato convocato nel 1975 dall’allora presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, con il solo intento di dare una svolta ai postumi della crisi energetica del 1973, negli anni successivi i temi oggetto del confronto multilaterale aumentarono rapidamente, così come mutarono in parte i paesi rappresentati.

In questo contesto, sia la fine della Guerra Fredda, che nel 1991 ha posto fine a una visione meramente bipolare del mondo e ha aperto al libero mercato le economie delle ex Repubbliche Sovietiche, sia l’intensificazione degli scambi e degli investimenti internazionali (globalizzazione), stanno offrendo ai leader dei paesi più sviluppati una moltitudine crescente di argomenti di dibattito, che quest’anno non si sono limitati alla crescita dell’economia e alla geopolitica.

Sulla scia del tema ufficiale dell’incontro, che quest’anno è stato dedicato alla lotta alle diseguaglianze, l’agenda dei lavori ha visto tra i principali punti di dibattito il sempre più acceso confronto sul piano geoeconomico tra Cina e Stati Uniti (considerata da alcuni come una vera e propria “guerra commerciale”). Infatti, non sono certo passati in secondo piano le vicende inerenti la politica estera della Russia – esclusa dal gruppo (che, allora si chiamava G8, ndr) giá dal 2014, in seguito all’annessione della Crimea, considerata illegittima dalla comunità internazionale – nonché il destino dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano. Il recente sequestro di una petroliera britannica e l’abbattimento di un drone americano nelle acque del Golfo Persico, infatti, hanno inasprito la tensione nella regione.

Inoltre, sia le temperature roventi che hanno interessato l’Europa a fine agosto, sia i vasti incendi che hanno coinvolto la regione amazzonica in America Latina hanno suggerito ai leader presenti un confronto sulla sempre più urgente questione del cambiamento climatico. In materia, tuttavia, l’esito dei colloqui è stato ben al di sotto delle aspettative, essendosi limitato allo stanziamento di un fondo comune da €20 milioni (sottoscritto dai soli paesi rappresentati al G7) per far fronte all’emergenza incendi in Amazzonia, su iniziativa della Francia. Nonostante l’ulteriore promessa da parte del premier britannico Boris Johnson di €11 milioni destinati alla riforestazione dell’area, difatti, il Gruppo non ha varato alcuna misura radicale per contenere l’aumento della temperatura media globale, che gli esperti prevedono in rapida ascesa nel futuro prossimo.

Dinanzi a una tale molteplicità degli argomenti oggetto del dibattito, è chiaro che, da parte dei partecipanti, siano emerse posizioni diverse, talvolta molto distanti tra loro. Tuttavia, il presidente francese Emmanuel Macron è stato abile a trovare un comune filo conduttore tra le diverse poste in gioco, ottenendo in tal modo una leadership del gruppo che alla fine dei lavori si è rivelata indiscussa non soltanto per il suo carisma e l’entusiasmo, ma anche per l’assenza di potenziali rivali.

Se è vero la sostanziale indifferenza al cambiamento climatico e i dazi commerciali ai danni della Cina hanno conferito a Donald Trump e agli Stati Uniti un’immagine poco credibile alla comunità internazionale, è altrettanto vero che il Regno Unito mira a una prossima uscita dall’Unione Europea, esternando un disinteresse implicito a influire attivamente sulle politiche europee comuni in materia di economia e difesa. Inoltre, con la Germania in recessione tecnica a causa del calo della produzione industriale nel primo semestre di quest’anno, e la cancelliera Angela Merkel ormai prossima alla scadenza del suo mandato, quella di Macron sembra essere al momento l’unica alternativa credibile per una leadership illuminata, almeno nel Vecchio Continente.

Infatti, all’inquilino dell’Eliseo va riconosciuto non soltanto il merito di avere richiamato una maggiore attenzione sul cambiamento climatico, inteso come credibile minaccia per le generazioni future, ma anche una notevole lungimiranza diplomatica. Nelle settimane immediatamente precedenti il G7, la Francia si è impegnata per un incontro, a margine, tra il ministro degli esteri iraniano Mohammad Zarif e il presidente degli Stati Uniti per degli eventuali progressi nelle relazioni tra i due paesi.

Benché alla fine il colloquio tra i due non si sia materializzato, il lungo colloquio franco-iraniano a ridosso del G7 su questa base è stato importante poter fare il punto della situazione, continuare a convergere e rendere operative le condizioni per giungere a una de-escalation delle tensioni Iran-Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, essendosi ritirati unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano nel maggio 2018, hanno rinnovato importanti sanzioni economiche ai danni dell’Iran, diversamente dai paesi dell’Unione Europea, che si sono impegnati a non sottoporre l’Iran a sanzioni economiche in cambio della rinuncia iraniana al programma nucleare.

Se il G7 di Biarritz è stato almeno utile per ribadire l’importanza del multilateralismo, su iniziativa francese, è perché, oggi più che mai, i leader mondiali sembrano agire in ordine sovrano sparso, anteponendo i propri interessi a quelli della collettività internazionale (come dimostrano le scelte degli Stati Uniti). Oltre a qualche passo avanti nel confronto Cina-Stati Uniti e agli impegni sul clima, molto resta però da fare per dare una risposta alle disuguaglianze nel mondo, poiché le distanze tra i paesi membri in merito alle ricette proposte da ciascuno di essi per porre un freno o invertire il trend, non hanno fatto sì che dal vertice emergesse una risposta unitaria e di rilievo.

Appuntamento nel 2020, a Miami (USA).

5G: quando geopolitica e tecnologia si intrecciano

Internet of things: connettere tutti i dispositivi attraverso le reti Internet. Per raggiungere questo obiettivo, negli ultimi anni, è stato sviluppato un insieme di tecnologie etichettato come 5G (ossia di quinta generazione), che vedrà ufficialmente la luce nel giro, ormai, di pochi mesi.

Se il 2G ha accompagnato la diffusione dei telefoni cellulari, il 3G ha dato la spinta alla diffusione degli smartphone e delle app e il 4G ha dato maggior accessibilità a messaggistica e servizi di streaming, il 5G si propone di essere ancor più rivoluzionario. I nuovi standard tecnologici, in sostanza, aumenteranno la velocità di download dei dati di circa 45 volte rispetto alle tecnologie attuali, diminuiranno il tempo di latenza, ossia l’intervallo tra l’invio di un segnale a la sua ricezione, e aumenteranno la capacità delle reti di gestire il traffico dati di 10-100 volte in numero di dispositivi connessi.

Questa diminuzione dei tempi, dunque, potenzialmente potrebbe avere implicazioni di enorme rilevanza in tutte quelle circostanze che richiedono immediatezza tra input e output: guida automatica, controllo di macchinari industriali, monitoraggio in tempo reale di infrastrutture e traffico, fino ad applicazioni mediche attraverso cui sarà possibile operare a distanza mediante l’uso di braccia robotiche e connessioni veloci. 

In senso pratico, quindi, se un paese detenesse il monopolio sulle tecnologie 5G, avrebbe un enorme potere non solo in ambito tecnologico ed economico, ma soprattutto in quello della sicurezza e dell’estrazione di dati sensibili e informazioni. Lo scenario di un monopolio, o quantomeno qualcosa di simile, non è molto distante. Infatti, Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni, possiede circa il 50% delle infrastrutture del 5G e ha dichiarato di aver già stipulato 50 contratti commerciali in tutto il mondo, di cui 28 in Europa. Fra i principali concorrenti, oltre agli europei Nokia ed Ericsson, vi è un’altra azienda cinese, la ZTE, che – a sua volta- ha dichiarato di aver già all’attivo 25 contratti a livello globale.

Il periodo attuale, come noto, è quello della guerra commerciale a colpi di dazi fra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Cina di Xi Jinping. Di conseguenza, se come detto la Cina si trova in una posizione di notevole vantaggio in alcuni segmenti del mercato rispetto agli Stati Uniti, i quali, al contrario, sono presenti sulla scena del 5G con aziende come Cisco, Intel e Qualcomm  – leader mondiali nella produzione di componenti che vengono impiegate dalle quattro aziende sopracitate per creare le loro soluzioni infrastrutturali e software, che poi rivendono ai clienti business e carriers (gli operatori telefonici), ma focalizzate principalmente sul mercato business – ecco spiegata la ragione per cui negli ultimi mesi il 5G è diventato un tema decisamente caldo all’interno del dibattito geopolitico mondiale.

Non è un caso, infatti, che lo scorso maggio il presidente Trump abbia firmato un decreto con il quale ha posto un veto diretto alle compagnie statunitensi relativamente all’utilizzazione di strumenti di telecomunicazione prodotti da aziende straniere ritenute a rischio per la sicurezza nazionale: in parole povere, divieto per le aziende statunitensi di intrattenere rapporti commerciali con Huawei (e ZTE), in quanto definiti come pericoli per la sicurezza nazionale.

A tal proposito, si è recentemente esposto Ken Hu, vice-presidente di Huawei, il quale, dal Mobile World Congress di Shanghai dello scorso giugno ha voluto rimarcare che la volontà aziendale non è quella di fare a meno dei fornitori americani, ma che se così dovesse essere, il livello di performance acquisito permetterebbe tranquillamente di farlo, confermando in tal modo una certa posizione di forza nei confronti del ‘nemico occidentale’.

Intanto, all’appello di Donald Trump di sospendere le collaborazioni con la Cina, che ha immediatamente sortito l’effetto di irrigidire i rapporti tra Huawei e alcuni colossi del web come Google e Facebook,  hanno subito risposto positivamente Australia, Nuova Zelanda e Giappone, mentre da parte delle potenze europee la reazione è stata nettamente più fredda, visto che a rompere con il gigante cinese al momento sono state solo alcune aziende private di telecomunicazioni, come la francese Orange.

L’Unione Europea e i suoi membri sembrano realmente essere l’ago della bilancia della questione, dato che la relativa propensione a Occidente piuttosto che a Oriente muoverebbe, e non di poco, lo scacchiere geopolitico internazionale. La Commissione europea, dal canto suo, ha rimandato la decisione ai singoli membri. Infatti, in un rapporto relativo al tema della cybersecurity, ha affermato che non verrà messo in atto alcun veto nei confronti di Huawei a livello europeo, lasciando agli stati membri la libertà di agire sulla base del rischio rilevato autonomamente per la sicurezza nazionale. Tuttavia, nell’ottica di una politica comunitaria, la Commissione ha aggiunto che prima della fine dell’anno saranno stabiliti standard di sicurezza minimi che verranno applicati uniformemente.

Se, da un lato, la rottura dei rapporti commerciali con la Cina per il Vecchio Continente implicherebbe rallentare il passaggio al 5G e costi di installazione delle nuove infrastrutture potenzialmente più elevati, dall’altro lato va tenuto in conto anche che la Cina, nella quale le comunicazioni sono filtrate da un firewall chiamato Golden Shield Project che non consente una comunicazione libera, sarebbe in minima parte assoggettata alle normative europee, e che di conseguenza questo fattore sarebbe un’incognita, senza considerare che i componenti cinesi sarebbero al centro di una guerra quotidiana che ha come rivale gli Stati Uniti.

Dato che si sta parlando di geostrategie globali, un ruolo viene poi certamente giocato anche dalla Russia di Vladimir Putin. Infatti, a margine dell’ottava visita istituzionale del presidente cinese Xi Jinping al Cremlino, utile per discutere i futuri piani strategici fra i due paesi, si è discusso anche dello sviluppo del 5G, soprattutto in ottica di un’ipotetica collaborazione contro le misure adottate da Trump. Non a caso, Huawei ha siglato un accordo con la compagnia di telecomunicazioni russa MTS per lo sviluppo della tecnologia 5G in Russia, che, stando a quanto fatto trapelare dall’azienda russa, potrebbe partire già tra il 2019 e il 2020.

Huawei, in realtà, si è mossa con un raggio ancor più ampio. Lo scorso aprile, infatti, il CEO di Huawei, Ren Zhengfei, ha dichiarato la volontà di rendere il marchio un importante riferimento tecnologico in America Latina. Non a caso, in linea con le recenti evoluzioni geopolitiche, il presidente venezuelano Nicolas Maduro, ha annunciato un investimento congiunto con Huawei, ZTE e società russe per implementare una rete 5G nel il paese, scontrandosi così ancora una volta – in questo caso, indirettamente – con Trump.
La battaglia, dunque, è nel pieno del suo svolgimento e sta coinvolgendo tutti i principali attori dell’arena internazionale. Temi come l’innovazione, la tecnologia e la sicurezza cibernetica sono ormai entrati a far parte dell’ordine del giorno dei più alti organi statali e internazionali, con il 5G che oggi appare esserne il tema centrale. Il futuro tecnologico è ad un passo e chi non riuscirà a coglierlo in tempo si ritroverà a concedere un grande vantaggio ai propri avversari.

Trent’anni da Piazza Tienanmen: tra guerra commerciale e strategie per il futuro

Il 4 giugno 2019 è ricorso il 30o anniversario dalle proteste di Tienanmen: i manifestanti invocavano riforme politiche, sociali ed economiche, denunciando le forme di repressione messe in atto dal Governo cinese. Si trattò di un episodio tragico, poiché molte furono le vittime, e, allo stesso modo, quasi dimenticato (quantomeno in Cina, ancora oggi largamente sconosciuto).

Questo episodio fu una delle maggiori cause di quel percorso di sviluppo che ha condotto la Cina a divenire una delle maggiori superpotenze a livello globale. Dalle riforme politiche ed economiche di Deng Xiaoping, sostenitore del laissez-faire che condusse a un’economia più orientata al libero mercato; ai metodi più conservatori di Jiang Zemin, che sostenne criteri che potessero regolare i cicli inflazionari concentrandosi su un progresso che puntasse a tassi di crescita più controllati, riuscendo a porre le basi per l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio; alle riforme di Hu Jintao, da un lato più vicine alle necessità sociali, dall’altro utili a controllare i tassi di interesse e il valore dello yuan, favorendo così l’export cinese. Sino all’attuale presidente Xi Jinping, il quale, durante il 19o Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, ha proclamato la Cina quale fautrice di una nuova era.

Alle polemiche riguardanti l’assenza di eventi istituzionali che ricordassero e dessero importanza all’anniversario, il portavoce Geng Shuang ha ribadito come siano i successi economici raggiunti dalla Cina negli ultimi trent’anni che da soli dimostrano che “il percorso di sviluppo che abbiamo scelto è completamente corretto ed è stato fermamente appoggiato dalla gente”.

A 30 anni dalle proteste, Pechino è costantemente al centro dell’attenzione di studi politici ed economici, in misura sempre maggiore se consideriamo l’avvio del progetto della Nuove Vie della Seta e, soprattutto, l’elezione del presidente statunitense Donald Trump. Negli ultimi decenni, infatti, i leader cinesi che si sono succeduti hanno intrattenuto relazioni differenti con Washington, strettamente connesse allo stato dei progressi della repubblica cinese.

In seguito alle riforme economiche e al controllo delle esportazioni da parte del Governo cinese, gli Stati Uniti hanno raggiunto un deficit commerciale con la Cina che, secondo lo U.S. Census Bureau, nel luglio 2018 ammontava a 222.6 miliardi di dollari. Dallo scorso luglio, invece, il presidente Trump ha imposto dazi su 250 miliardi di dollari in prodotti importati dalla Cina, minacciando inoltre di aumentare tale cifra. In tal senso, il divario commerciale tra le due prime economie mondiali ha creato un conflitto non ancora sopito. Le questioni alla base  di tale conflitto spaziano dal dumping (ndr, pratica economica che consiste nell’esportare determinati prodotti a prezzi inferiori a quelli di mercato, facendosi lo Stato carico della differenza di valore attraverso sovvenzioni e sussidi alle imprese produttrici) alla proprietà intellettuale. Per quanto concerne il primo aspetto, a seguito di vari scontri in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la Cina ha avuto la peggio riguardo le accuse di dumping. La disputa sulla proprietà intellettuale, invece, è stata sospesa il 4 giugno scorso.

Sebbene non sia chiaro se tale sospensione possa interpretarsi come un congelamento del conflitto commerciale, il panorama resta comunque incerto. Lo scontro a livello internazionale, infatti, si trasla su questioni più tecniche e interne, che prendono in causa decisioni di carattere prettamente statale. In tal senso, queste potrebbero decidere il conflitto a vantaggio di uno o dell’altro stato.

Da più di un decennio ormai, la Cina ha superato il Giappone come detentore della maggior parte del debito pubblico statunitense: questa strategia, unita alle riserve di moneta estera, ha permesso a Pechino di mantenere un cambio fisso nei movimenti commerciali con l’estero, mantenendo così il proprio export estremamente competitivo. Nel marzo 2019, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha calcolato che la Cina possegga più di un trilione di dollari di debito statunitense, la quantità più bassa posseduta negli ultimi anni. La diminuzione delle riserve è la conseguenza della vendita cinese del debito statunitense, una strategia messa in atto affinché gli Stati Uniti non portassero a termine la succitata minaccia del presidente Trump di incrementare i dazi sui prodotti cinesi. Vendere il debito pubblico aumenterebbe infatti i tassi di interesse sui prestiti e, dunque, il costo dell’indebitamento statunitense. Tuttavia, come evidenziato da Brad W. Setser, ex economista presso il Dipartimento del Tesoro statunitense, occorre usare cautela nell’effettuare tale analisi, in quanto i dati di marzo 2019 non costituiscono un trend.

Sebbene la strategia della vendita del debito pubblico possa sembrare la conclusione del conflitto commerciale, poiché porterebbe a una definitiva presa di posizione da parte di uno dei due stati, la vendita del debito rappresenta un’arma a doppio taglio. Essa porterebbe, da un lato, a una possibile svalutazione delle riserve cinesi e, dall’altro, ad una necessaria fluttuazione del cambio con il dollaro statunitense. La più probabile conseguenza di una tattica simile condurrebbe a una diminuzione delle esportazioni per un paese che solo negli ultimi anni è riuscito ad avere un surplus nella bilancia commerciale.

Addirittura, analisti di Bloomberg e Reuters, si spingono a sostenere che, vendendo il debito statunitense, la Cina favorirebbe proprio gli Stati Uniti: indebolendo il dollaro, difatti, Washington vedrebbe i propri prodotti all’estero più competitivi, andando a ridurre così il deficit della bilancia commerciale statunitense, specialmente nei confronti della stessa Cina.
In conclusione, il caso della Cina è uno tra i più sorprendenti, sia a livello economico, sia politico: sebbene non si possano fare previsioni certe sul futuro dell’ordine economico e politico globale, Pechino è passata dall’essere un attore isolato a diventare la seconda economia del pianeta. Indubbiamente, Cina e USA si contraddistinguono per molti versi opposti, ragione per la quale, probabilmente, l’esito del conflitto al quale stiamo assistendo potrebbe condurre a un cambiamento della governance economico-finanziaria globale del tutto inedito.

Il futuro dell’Europa è nella cashless economy?

Qui non si accetta moneta” sta scritto su una delle sempre più numerose insegne che si trovano sulle vetrine delle attività commerciali in diversi paesi europei ed extra-europei. A cominciare da Svezia, Danimarca, Norvegia e Regno Unito, fino ad arrivare alle principali economie emergenti quali Cina e India, il futuro del denaro contante sembra inevitabilmente segnato.

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La Germania fra crescita rallentata e paura della crisi

Quando lo scorso 17 aprile la grande coalizione di governo ha annunciato, per mezzo del suo ministro dell’Economia Peter Altmaier, l’ulteriore dimezzamento allo 0,5% delle stime di crescita per il 2019, la questione è divenuta pressoché ufficiale: la Germania, cuore economico dell’Europa, è in seria difficoltà.

Infatti, sebbene il ministro tedesco, nel corso del proprio intervento, abbia preferito sottolineare che nel 2020 le stime torneranno attorno all’1,5%, e che quindi non debba sussistere un’eccessiva preoccupazione, quello che è certo è che, attualmente, l’economia di Berlino non naviga in acque tranquille.

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La difficile situazione del mercato finanziario turco

È grave la situazione della Turchia. A partire dal terzo e quarto trimestre dello scorso anno, l’economia del paese si trova a attraversare un periodo di recessione accompagnato da un alto livello d’inflazione. Solo nel mese di febbraio i prezzi per i consumatori sono arrivati a essere superiori di circa il 20% rispetto all’anno precedente e, per far fronte al problema, la Banca centrale turca ha provveduto ad alzare i tassi d’interesse, nonostante la contrarietà del presidente Recep Tayyip Erdoğan.

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