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Il sistema europeo di sussidi di disoccupazione: la strada sociale per rilanciare l’Unione

Dieci anni dopo lo scoppio della crisi economica, gli indicatori economici dei paesi europei sembrano tornare a crescere, sebbene la strada verso una ripresa effettiva sia ancora lunga. Tra gli ostacoli principali da affrontare ci sono sono certamente la lotta contro la crescente frammentazione politica e sociale, il progressivo allontanamento dei cittadini dall’idea del progetto di integrazione europea e la necessità di rispondere alle sfide poste dalla globalizzazione insieme all’avvento delle nuove tecnologie che possono determinare situazioni di ingiustizia sociale.

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La Corte Internazionale di Giustizia emette il parere consultivo sulle isole Chagos

Il 22 giugno 2017 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con l’adozione della Risoluzione 71/292, chiedeva alla Corte internazionale di giustizia (CIG), per il combinato dell’art. 96 della Carta e dell’art. 65 dello Statuto della Corte, di esprimere un parere consultivo sulla liceità del processo di decolonizzazione della Repubblica di Mauritius. Inoltre, se tale processo fosse stato condotto in modo contrario al diritto all’autodeterminazione dei popoli, le si chiedeva di pronunciarsi sulle conseguenze giuridiche della perdurante amministrazione delle isole Chagos da parte del Regno Unito.

Queste ultime furono acquisite dai britannici nel 1814, che ne conservano tutt’oggi il controllo. L’arcipelago, facente parte della ex colonia britannica di Mauritius sino al 1965, fu distaccato dal controllo di Port Louis in virtù degli Accordi di Lancaster House dello stesso anno. Poco dopo, una legge britannica creò una nuova colonia sotto il nome di Territorio britannico dell’Oceano Indiano (BIOT), dove, a seguito di un accordo con gli USA, fu istituita la base navale di Camp Justice. La Repubblica di Mauritius, indipendente dal Regno Unito dal 1968, contesta la legittimità dell’Accordo di Lancaster House, specialmente per quanto concerne il mancato rispetto del principio dell’uti possidetis, che sancisce l’intangibilità delle frontiere dei possedimenti coloniali nel loro processo d’indipendenza.

Nel parere consultivo emanato lo scorso 25 febbraio, la CIG ha sancito l’illiceità del processo di decolonizzazione di Mauritius, ricordando che il diritto all’autodeterminazione dei popoli è non solo un obiettivo dell’ONU, ma un principio consuetudinario dell’ordinamento internazionale, ricavando l’opinio juris da numerose risoluzioni dell’Assemblea Generale, fra cui si ricordano la 1514 del 1960 e la 2625 del 1970. Nel caso di specie, viene rilevata l’illegittimità della creazione del BIOT in quanto “the right to self-determination of the people concerned is defined by reference to the entirety of a non-self-governing territory”. In realtà, vi fu un esplicito accordo sul distacco delle Chagos fra le autorità di Londra e Port Louis; l’illiceità del comportamento dei britannici deriverebbe quindi dall’impossibilità di ritenere gli Accordi di Lancaster House un’espressione della libera volontà del popolo di Mauritius, proprio perché il governo di quest’ultimo si trovava ancora sotto dominio coloniale al momento della stipula del trattato.

Per la Corte, le azioni del Regno Unito si configurano come un illecito internazionale di natura continuativa. Da un lato, è chiamata in causa la responsabilità internazionale dell’ex potenza coloniale per l’atto illecito, e dell’altro, in virtù della perdurante sovranità di Londra sulle isole Chagos, viene intimato a quest’ultima l’obbligo di porvi fine. La Corte, ricordando la sentenza Timor Est, ha ribadito che il diritto all’autodeterminazione dei popoli è di natura erga omnes, e che pertanto tutti gli stati hanno un interesse giuridico affinché venga rispettato.

Infine, la sentenza evidenzia l’importanza dei pareri consultivi come strumento giuridico dell’ordinamento internazionale. La Corte, trattando le eccezioni di irricevibilità, si è pronunciata negativamente sull’applicabilità del concetto di res judicata ai pareri consultivi, sottolineando che questi ultimi sono resi “not to States, but to the organ which is entitled to request it”, e pertanto risulti impossibile identificare una qualsivoglia identità delle parti in causa e dell’oggetto della disputa. Inoltre, sembra registrarsi un’importante diversione dal principio della Eastern Carelia, parere consultivo nel quale la Corte Permanente di Giustizia rifiutò di pronunciarsi a causa della mancanza del consenso di una delle parti. In questa occasione, invece, essendo il caso di specie inerente a un obiettivo dell’ONU, la Corte rileva l’assenza di valide ragioni per le quali essa non debba pronunciarsi, riaffermando – a ragione – “the fact that the Court may have to pronounce on legal issues on which divergent views have been expressed […] does not mean that, by replying to the request, the Court is dealing with a bilateral dispute”. Ma la decisione resa dalla Corte sulle Isole Chagos – seppure non direttamente collegata alla disputa territoriale esistente fra il Regno Unito e Mauritius – va inevitabilmente a toccare la questione della sovranità sull’arcipelago, eludendo difatti il principio del consenso alla giurisdizione.

In conclusione, il parere consultivo sulle Isole Chagos ha una triplice importanza nell’analisi delle procedure di risoluzione delle dispute internazionali di tipo giurisdizionale.Da un lato, si evince come la struttura della domanda posta alla Corte sia ormai divenuta ancor più cruciale per quanto concerne l’ammissibilità dei casi e, dunque, per l’esercizio della giurisdizione da parte delle corti. Nel caso di specie, la formulazione della domanda, focalizzata ad hoc su un obiettivo dell’ONU – la decolonizzazione – ha garantito alla Corte la possibilità di emettere il proprio parere consultivo senza eludere, stricto sensu, il principio di consenso alla giurisdizione e della “indispensable party”. Dall’altro, è proprio questa ‘novità’ ad evidenziare il problema dell’ammissibilità della richiesta di un parere consultivo. Nel caso in cui, quest’ultimo – pur non essendo direttamente legato nella sua formulazione ad una disputa bilaterale esistente fra due o più stati – ne infici con la sua pronuncia l’esito sul piano fattuale, si va ad eludere il principio fondante del consenso alla giurisdizione, col rischio di rendere gli stati ancor più restii a sottoporsi alla giurisdizione delle corti internazionali. Resta infine da vedere se e come l’Assemblea Generale agirà nei confronti del Regno Unito, e soprattutto in che modo sia possibile costringere un membro permanente del Consiglio di Sicurezza ad osservare la pronuncia di un parere consultivo – di per sé non vincolante – tenendo conto dei limiti imposti dall’art. 94(2) della Carta, che assegna al Consiglio di Sicurezza stesso la responsabilità del rispetto delle sentenze della CIG.

Pluralismo giuridico e diritti fondamentali Fra tutela delle minoranze e libertà decisionale delle stesse

Nell’attuale contesto di multiculturalismo crescente, le compagini sociali si trovano –sempre più spesso– a dover fare i conti con l’intreccio di norme derivanti da ‘ambienticulturali (e legali) differenti fra loro. L’interazione fra norme e tradizioni giuridiche alle volte antinomiche e lontane non è sempre una relazione di facile gestione. È proprio in questo ambito che si colloca la pronuncia della CEDU sul caso Molla Sali c. Grecia, deciso dalla Grande Camera lo scorso 19 dicembre. Continua a leggere

The impact of Brexit on food and beverage products What would happen without a deal?

The United Kingdom is still part of the European Union, so EU law still applies, but its departure is scheduled on the 29th of March 2019, when the UK will officially become a ‘third country’.

According to the Withdrawal Act, EU law will be transposed directly into UK law and thus it will be the same as it is currently. Then, the UK government will be able to decide whether it wishes to make changes to the internal legislation. Continua a leggere

Entra in vigore il JEFTA, l’accordo di libero scambio tra UE e Giappone Regole, vantaggi e criticità dell’accordo entrato in vigore il 1° febbraio

Dopo lunghi mesi di trattative e in seguito alla firma nel luglio dello scorso anno, il 1o febbraio è ufficialmente entrato in vigore il trattato di libero scambio più vasto mai concluso. L’accordo interessa infatti in totale più di 600 milioni di cittadini e copre circa un terzo del PIL mondiale.

Gli effetti del trattato saranno sicuramente rilevanti anche per l’Italia, con la quale il Giappone intrattiene un forte rapporto economico: ogni anno, in media, i prodotti italiani vengono esportati in Giappone per un valore di oltre 6 miliardi di euro, mentre l’import si attesta su circa 4 miliardi annui. Tra questi, i prodotti agroalimentari svolgono un ruolo di primo piano. Nel 2018, per esempio, le imprese italiane hanno esportato in Giappone oltre 10.000 tonnellate di formaggio.

Il JEFTA faciliterà questi scambi innanzitutto tramite l’eliminazione progressiva della maggior parte dei dazi e delle barriere non tariffarie oggi presenti nel commercio tra Giappone e UE. Per esempio, verranno progressivamente ridotti di circa il 90% i dazi sul formaggio, precedentemente tassati fino al 40%. Nell’ambito del settore agroalimentare, l’accordo interessa inoltre il vino, le carni suine e bovine e la pasta. Il Giappone riconosce, infine, 250 indicazioni geografiche europee, tra le quali 44 italiane (18 alimentari e 26 vini). Continua a leggere

CEDU e INTERIM measures: il caso Seawatch Cosa ha stabilito la Corte di Strasburgo?


Lo scorso 25 gennaio la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ricevuto una richiesta urgente di misure cautelari – a norma dell’articolo 39 del Regolamento della Corte -, da parte del capitano della nave SeaWatch 3, dal capo missione della rescue mission e da un migrante a bordo. A tale richiesta, inoltre, ne è seguita un’altra – il 28 gennaio – depositata questa volta da parte di quindici minori non accompagnati.

Il caso della nave SeaWatch, divenuto famoso per l’impossibilità di quest’ultima di poter far sbarcare i 47 migranti a bordo a causa del divieto imposto dalle autorità italiane, ha recentemente scosso l’opinione pubblica nazionale (e non solo). Il ricorso alla Corte EDU è stato così visto come effettiva possibilità di sbloccare una situazione ormai diventata insostenibile. La Corte, nello stabilire che il Governo italiano dovesse “take all necessary measures, as soon as possible, to provide all the applicants with adequate medical care, food, water and basic supplies as necessary”, ha ricordato inoltre che, “as far as the 15 unaccompanied minors are concerned, the Government are requested to provide adequate legal assistance (e.g. legal guardianship). The Government are also requested to keep the Court regularly informed of the developments of the applicants’ situation”. Per quanto non abbia acconsentito anche allo sbarco completo, come richiesto dai ricorrenti, la pronuncia della Corte risulta essere estremamente rilevante sia per il caso in oggetto sia da un punto di vista giurisprudenziale.

L’utilizzo da parte della Corte EDU di misure provvisorie non è una novità. Continua a leggere

Il tempo incalza e il No Deal fa sempre più paura La Brexit attende un piano ‘c’

24 giugno 2016: il Primo ministro conservatore, David Cameron, sostenitore della permanenza nell’Ue, annuncia le dimissioni.

13 luglio 2016: Theresa May, euroscettica ma che aveva votato contro la Brexit, diventa Prima Ministra.

17 gennaio 2017: nel discorso“di Lancaster”, Theresa May espone i suoi piani per una “hard Brexit”. Per la premier, “il Regno Unito non può continuare a far parte del mercato unico”, incompatibile con la priorità di Londra: la gestione dell’immigrazione europea.

29 marzo 2017: Theresa May attiva l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che così prevede “Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. [..] l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso”. L’iter di uscita dall’Ue scatta dunque ufficialmente.

Il divorzio è previsto per il 29 marzo del 2019; l’8 dicembre 2017 il presidente della Commissione Ue Juncker insieme con la premier britannica Theresa May annunciano di avere raggiunto un accordo iniziale sui tre dossier principali: il conto di uscita, i diritti dei cittadini e le sorti della frontiera tra l’Irlanda e la provincia britannica dell’Irlanda del Nord. L’accordo regolamenta in particolare la questione del conto di uscita che Londra dovrà pagare all’Ue, stimato fra 40 e 50 miliardi di euro, e prevede la controversa disposizione del “backstop”. La May invita i deputati britannici a sostenere l’accordo di divorzio in un voto fissato per l’11 dicembre, ma il 10 dicembre annuncia il rinvio del voto, vista la bocciatura quasi certa proprio per il “backstop”. Bocciatura che, il 15 gennaio 2019, ha preso piede nell’aula Parlamentare con 432 voti contrari, tra cui molti parlamentari dello stesso partito di Theresa May, i voti favorevoli sono stati solo 202: per il governo significa una grave e storica sconfitta. Continua a leggere

Relazioni commerciali interstatali: la pratica dello spionaggio economico C’è spazio per il diritto internazionale?

Il termine “spionaggio economico” viene spesso impiegato per designare l’azione di uno Stato che sfrutta la propria posizione di preminenza per “sottrarre” informazioni confidenziali riguardanti imprese straniere, passandole a quelle nazionali con il fine di incrementare la loro competitività. Tale azione, come sostiene Russell Buchan, ha lo scopo di rafforzare l’economia nazionale dello Stato in questione a danno delle aziende “spiate”. Lo spionaggio economico rappresenta un costo calcolato in svariati milioni di dollari per anno e si considera un rischio crescente con l’avvento e la diffusione della cyber-criminalità.

Recentemente – dicembre 2018 – la Cina è stata oggetto dell’accusa di condurre sistematicamente un’azione di spionaggio economico nei confronti delle aziende straniere che operano sul suo territorio. La domanda che sorge automatica è: come possono gli Stati reagire a queste minacce per la loro sicurezza nazionale? Trascurando volutamente l’apporto dato dal diritto penale nazionale, il ruolo del diritto internazionale in materia è stato oggetto, finora, di scarsa attenzione. Ciononostante, qualora considerassimo lo spionaggio economico come una forma indebita di concorrenza, risulterebbe applicabile – secondo alcuni – la Convenzione di Parigi sulla protezione della proprietà industriale, del 1967 (che crea la c.d. Paris Union). In particolare, la norma di cui all’articolo 10bis (2) sancisce: “Any act of competition contrary to honest practices in industrial or commercial matters constitutes an act of unfair competition”. Continua a leggere

Another breach in the wall La minaccia dei Data Breach

Cybersecurity e Data Protection sono espressioni che riecheggiano sempre più frequentemente. Altrettanto ricorrenti sono gli eventi di Data Breach, ovvero di violazione e “fuoriuscita” di dati. Dati spesso personali e sensibili, dal momento che, in una società che utilizza i dati in maniera costante e continua, i rischi sono molteplici e tutt’altro che remoti. Continua a leggere