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Politiche migratorie comunitarie: immigrazione regolare e mercato del lavoro

Negli ultimi anni il dibattito europeo sulle politiche migratorie ha coinvolto soprattutto le migrazioni irregolari, ma ben poca attenzione è stata dedicata agli strumenti predisposti dall’Unione al fine di definire le politiche di migrazione regolare

Per molti anni, l’Unione Europea ha incontrato difficoltà nello stabilire una politica comune sulle migrazioni regolari della forza lavoro da paesi terzi; soprattutto perché fino al Trattato di Maastricht, il tema della migrazione era di competenza statale. Tuttavia, nel Trattato, la regolamentazione delle politiche migratorie fu introdotta nel terzo pilastro dell’Unione, per la creazione di uno Spazio di Libertà, Sicurezza e Giustizia. Tutt’ora, nella disciplina dettata dal Trattato di Lisbona (articoli 79 e 80 TFUE), le politiche migratorie sono materia concorrente tra Unione e Stati membri; alla prima spetta definire le condizioni di ingresso e soggiorno dei cittadini di nazioni terze, mentre ai secondi spetta stabilire i volumi di ammissione.

Nei primi anni duemila la Commissione adottò un policy plan riguardante le migrazioni regolari, al fine di rendere l’Unione una meta attraente per i cittadini più qualificati di nazioni terze. Così negli anni successivi vennero adottate una serie di direttive: sull’ammissione dei lavoratori altamente qualificati (conosciuta come Eu Blue Card Directive), sullo status generale delle persone ammesse per lavoro e ulteriori sui lavori stagionali, sull’ammissione degli studenti e dei ricercatori. La disciplina generale sulla migrazione lavorativa è dettata dalla direttiva 2011/98, conosciuta come ‘single permit’ Directive, la quale si applica ai cittadini di paesi terzi che intendono soggiornare in uno Stato membro per fini lavorativi. Tale permesso consente di entrare e stabilirsi nel territorio dello Stato che l’ha rilasciato, di circolare all’interno dell’Unione e di esercitare un’attività lavorativa, purché chi ne faccia richiesta abbia ricevuto un’offerta concreta di lavoro. In ultima analisi, la direttiva dispone che i lavoratori muniti di questo permesso debbano ricevere il medesimo trattamento riservato ai lavoratori nazionali, che include: la remunerazione, l’accesso ai sistemi di previdenza sociale o il riconoscimento dei titoli di studio. D’altro canto, la disciplina della durata del permesso e le modalità di  accesso al mercato del lavoro sono regolate da ogni singolo Stato membro.

Nel marzo del 2019, la Commissione europea ha pubblicato un report in cui descrive lo stato di implementazione della procedura per il rilascio del single permit. In esso si legge che nel 2017 sono stati rilasciati circa 2 milioni e mezzo di permessi, di cui 900.000 per attività remunerate e più di 1 milione per ragioni familiari; mentre solo 300.000 per motivi di istruzione.

Parallelamente, in relazione alla  categoria dei lavoratori altamente qualificati, è stata predisposta una forma particolare di permesso di ingresso all’interno dell’Unione, ovvero la European Union Blue Card, ispirata alla Green Card presente negli Stati Uniti. Essa permette ai cittadini di nazioni terze di vivere e lavorare all’interno degli Stati membri, ma i requisiti fissati dalla direttiva per l’accesso alla Blue Card sono molto stringenti. È rivolta a coloro i quali sono in possesso di una laurea universitaria e di un contratto di lavoro o un’offerta vincolante con un livello salariale abbastanza alto, pari ad almeno una volta e mezzo il salario dello Stato nel quale avrebbero esercitato la professione. In questo caso il soggetto deve dimostrare di possedere un livello elevato di istruzione o un’esperienza lavorativa certificata.  La direttiva lascia ampia discrezionalità agli Stati membri nel decidere condizioni di maggiore o minore favore nell’ammissione dei lavoratori. 

In entrambe le direttive è stata posta grande attenzione sul livello di remunerazione e sul monte orario necessario per concedere il Single Permit e la EU Blue Card, al fine di evitare l’instaurazione di un sistema di migrazione della forza lavoro dai paesi terzi che conducesse allo sfruttamento, in termini salariali, dei lavoratori immigrati o che portasse alla concorrenza sleale con il mercato del lavoro degli Stati membri. 

Al contrario del Single Permit, la EU Blue Card non ha riscosso grande successo, tant’è che solamente la Germania ha emesso un numero significativo di Blue Card (circa 14.000 fino al 2015). Questo dato appare sorprendente poiché la Blue Card ha l’importante obiettivo di attrarre all’interno dell’Unione soggetti altamente qualificati. Alcune recenti ricerche hanno rimarcato la persistente eterogeneità tra i mercati del lavoro degli Stati membri, che ha la conseguenza di creare un’ampia differenziazione nella domanda di forza lavoro. Si consideri che in Italia solamente il 25% dei lavoratori tra i 25 e i 34 anni possiede una qualifica universitaria, mentre la media europea si attesta al 35%. Ancora più variegati sono i settori occupazionali: in Grecia il 30% dei posti di lavoro afferiscono al settore alberghiero, in Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria è il settore secondario ad offrire la maggior parte dell’occupazione. 

In conclusione, una piena integrazione nel mercato del lavoro, seppur rappresenti una sfida sia a livello di qualifiche sia per quanto concerne i settori occupazionali, dev’essere perseguita per la creazione di un sistema lavorativo più coeso e organico a livello europeo.

La Responsabilità Internazionale dei Contingenti di Mantenimento della Pace: la sentenza della Corte Suprema olandese Stichting Mothers of Srebrenica

Il 19 luglio scorso, la Corte Suprema olandese ha emesso la sentenza relativa alla controversia fra l’Aia e la fondazione (stichting) Mothers of Srebrenica, che riunisce le madri delle vittime dell’eccidio avvenuto nel luglio del 1995 nella cittadina bosniaca di Srebrenica, nel corso del quale furono massacrati oltre 7.000 bosniaci musulmani. La Cassazione ha per molti versi ribaltato la precedente sentenza di appello, soprattutto per quanto concerne l’attribuzione di responsabilità del battaglione Dutchbat – inviato a proteggere le enclavi di Srebrenica e Potocari – riducendola dal 30% al 10%. In questo articolo si valuterà perciò l’attribuzione della responsabilità internazionale per atti illeciti dei contingenti di mantenimento della pace – i caschi blu o peacekeepers -, prendendo spunto da quest’ultima pronuncia.

Gli eventi del Massacro di Srebrenica

I fatti che hanno avuto luogo fra l’11 ed il 21 luglio del 1995 nella cittadina di Srebrenica costituiscono il più ampio massacro sul suolo europeo dalla fondazione delle Nazioni Unite. La situazione nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia iniziò a incrinarsi a partire dal giugno 1991, quando le dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia – due delle sei repubbliche che costituivano la federazione – scatenarono un conflitto etnico senza precedenti nella storia europea del secondo dopoguerra. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ormai libero dalle briglie della Guerra Fredda, approvò la Risoluzione n.743 nel febbraio 1992, creando la forza di mantenimento della pace UNPROFOR. Quest’ultima era incaricata di far rispettare gli accordi di cessate il fuoco firmati a Ginevra nel novembre del 1991 e a Sarajevo del gennaio 1992.

Le violenze si estesero rapidamente anche alla Bosnia-Erzegovina, ormai la terza repubblica costituente a proclamare il proprio distacco da Belgrado ai primi di marzo del 1992. La Bosnia-Erzegovina, a differenza delle altre due repubbliche secessioniste, presentava una situazione etnica del tutto peculiare. Infatti, seppure in tutto il territorio della ex Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia fossero presenti sacche di minoranze etniche, queste ultime erano spesso inscritte in zone – relativamente – ben delineate. Diversa era la situazione bosniaca, che presenta tutt’oggi tre distinte etnie al suo interno, e senza una obiettiva soluzione di continuità territoriale fra esse. Con l’intento di formare una Grande Serbia, i serbi di Bosnia cercarono di conquistare il più ampio territorio possibile, proclamando a loro volta, il 27 marzo, la nascita della Republika Srpska. Questi ultimi procedettero contestualmente ad un processo di pulizia etnica, di modo che si potesse affermare sui territori da loro conquistati una maggioranza di popolazione serba senza l’interposizione di minoranze nazionali. Era il principio di nazionalità portato al suo estremo.

La parte orientale della Bosnia fu il teatro di sanguinosi scontri fra gli indipendentisti bosniaci, da un lato – che compresero ad un certo punto sia la minoranza croata che i bosgnacchi, di religione musulmana – ed i serbo-bosniaci dall’altro. Si formarono così delle enclavi nel territorio della Bosnia orientale, con l’intento di proteggere i musulmani dagli attacchi dei serbo-bosniaci. L’intento dei serbi era quello di ottenere, manu militari, un confine etnico che separasse i serbi dalle altre etnie della Bosnia. L’ONU corse ai ripari approvando, nel 1993, le risoluzioni 819 e 836 del Consiglio di Sicurezza, con le quali si provvedeva, tramite un’ulteriore estensione del mandato di UNPROFOR, alla protezione delle enclavi musulmane in territorio bosniaco, designandole quali zone sicure‘.

Gli sforzi dal Palazzo di Vetro non riuscirono comunque ad evitare il massacro. A protezione della zona sicura di Srebrenica si trovava il contingente messo a disposizione dal Regno dei Paesi Bassi, il cosiddetto Dutchbat. Essendo la città caduta in mano serba l’11 luglio, il battaglione decise di istituire una mini safe-area attorno a Potocari, senza avere successo nel proteggere i rifugiati, ed anzi finendo per offrire un’opportunità all’intervento serbo, che portò alla separazione degli uomini  in età compresa fra i 18 e i 60 anni. Un preludio al genocidio che sarebbe costato la vita ad almeno 7.000 bosgnacchi, uccisi in esecuzioni sommarie e gettati in fosse comuni, in flagrante violazione degli obblighi sanciti dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948.

Sulle operazioni di mantenimento della pace

Le operazioni di peacekeeping si inseriscono nel quadro delle lecite eccezioni alla regola generale del non-uso della forza, enunciata all’Art. 2(4) della Carta delle Nazioni Unite. Nonostante il peacekeeping non sia esplicitamente previsto dalla Carta, quest’ultima attribuisce al Consiglio di Sicurezza, all’Art. 24, la responsabilità primaria per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Deriva da tale competenza generale il fatto che il Consiglio possa istituire un’operazione di mantenimento della pace. In altre parole, è proprio il perseguimento del fine del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale ad autorizzare, come risposta, l’uso di mezzi coercitivi da parte dell’ONU.

Le operazioni per il mantenimento della pace sono spesso adottate ai sensi del capitolo VII della Carta, rendendole così, ex Art. 25 della stessa, vincolanti per i membri dell’organizzazione, i quali “convengono di accettare e di eseguire le decisioni del Consiglio di Sicurezza in conformità alle disposizioni della presente Carta”. Si potrebbe dunque affermare che il peacekeeping si sia sviluppato come prassi successiva all’adozione di un trattato multilaterale. Tale possibilità ricade fra quelle enumerate all’Art. 31(3) della Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati, che dispone di tenere in conto, ai fini dell’interpretazione di un testo pattizio, di “(a) ogni accordo ulteriore intervenuto fra le parti in materia di interpretazione del trattato o della applicazione delle sue disposizioni; (b) qualsiasi prassi successivamente seguita nell’applicazione del trattato attraverso la quale si sia formato un accordo delle parti in materia di interpretazione del medesimo”. Sembra dunque lecito poter interpretare l’Art. 24 della Carta alla luce di una pratica sviluppatasi successivamente all’entrata in vigore del trattato.

Va inoltre aggiunta una doverosa distinzione fra le operazioni di mantenimento della pace, da un lato, che si svolgono sotto l’egida del Segretario Generale e, dall’altro, l’autorizzazione all’uso della forza in legittima difesa accordata dal Consiglio di Sicurezza ai singoli stati membri dell’ONU o a coalizioni di essi (come fu il caso della Prima Guerra del Golfo, con la risoluzione 678 del 1990), anche se nemmeno questa seconda misura trova esplicito riscontro nelle disposizioni della Carta.

Si possono qui distinguere tre generazioni di operazioni di peacekeeping, aventi compiti di natura incrementale. La prima, il cui modello originario è rappresentato da UNEF I (il contingente inviato a seguito della Crisi di Suez dell’ottobre-novembre 1956), consiste in operazioni finalizzate al mero rispetto degli accordi di cessate il fuoco. Per questo motivo, le operazioni di peacekeeping tradizionali presentano quattro importanti caratteristiche: 1) necessità del consenso dello Stato; 2) neutralità fra le parti; 3) uso della forza circoscritto alla legittima difesa; 4) reperimento di contingenti militari tramite accordi fra le Nazioni Unite e i singoli stati membri. La seconda generazione espande le mansioni dei peacekeepers alla sfera civile, includendovi, inter alia, il rimpatrio e la protezione dei rifugiati, l’assistenza umanitaria, il controllo sul rispetto dei diritti umani. Infine, le operazioni di terza generazione prevedono un vero e proprio mandato di peace-enforcement, ovvero il raggiungimento della pace attraverso l’uso della forza. L’operazione UNPROFOR è ascrivibile, secondo la migliore dottrina, a questa terza generazione di peacekeeping.

È evidente già da questa breve trattazione che i contingenti di mantenimento della pace sono lungi dall’essere ascrivibili ad una precisa categoria di organi per quanto concerne l’attribuzione delle loro condotte. Se, da un lato, l’ONU sostiene che essi siano suoi organi sussidiari, le cui azioni implicano quindi la responsabilità dell’organizzazione, dall’altro non può negarsi la duplice natura di tali contingenti, che rimangono pur sempre organi dello Stato di invio. Quest’ultimo punto è testimoniato dal fatto che lo stato di invio del contingente mantiene delle importanti prerogative rispetto ai propri peacekeepers: un controllo su questioni disciplinari, la giurisdizione in materia penale e, infine, la facoltà di ritirare unilateralmente le truppe. Quest’analisi ha spinto la maggior parte della dottrina a ritenere che si sia in presenza di un regime di corresponsabilità per le azioni dei peacekeepers, imputabili, a seconda del fatto concreto, allo stato d’invio, all’Organizzazione delle Nazioni Unite, o a entrambi.

Da questo regime ibrido di responsabilità deriva che le cause contro i presunti illeciti delle forze di mantenimento della pace – intesi qui non come illeciti derivanti dalla responsabilità penale dei singoli membri del contingente – vengono spesso intentate all’interno delle corti degli stati che mettono a disposizione dell’ONU i propri militari. Complice l’immunità dalla giurisdizione di cui le organizzazioni internazionali godono a livello interno, i ricorrenti tentano così di provare la responsabilità dello stato d’invio delle truppe per le condotte illecite, essendo questo in molti casi l’unico modo di ottenere una riparazione. A ciò, si aggiunga che le organizzazioni internazionali, per loro stessa natura, non possono essere adite in Corti sovranazionali, in quanto queste ultime non ne prevedano la legittimazione attiva in materia contenziosa, o perché queste non sono parti (o non possono esserlo) del trattato istitutivo. Per ogni operazione dovrebbe essere istituita, secondo l’accordo-modello di Status of Forces Agreement dell’ONU per le operazioni di peacekeeping, una standing claims commission per la risoluzione delle controversie che, tuttavia, ad oggi, non ha mai visto la luce. È in tale contesto che viene in rilievo la questione dell’attribuzione delle condotte dei peacekeepers.

La sentenza della Corte Suprema olandese – una critica ai criteri di attribuzione delle condotte dei peacekeepers

La Corte Suprema è entrata nel merito dei criteri per l’attribuzione delle condotte illecite di Dutchbat, il contingente di soldati olandese facente parte di UNPROFOR. Paradossalmente, pur trattandosi di un organo sussidiario dell’ONU, la Corte Suprema si è astenuta dall’utilizzare i criteri di attribuzione delle condotte elaborati negli Articoli sulla Responsabilità delle Organizzazioni Internazionali (DARIO), preferendovi gli Articoli sulla Responsabilità degli Stati (ARSIWA). Per la Corte, è pacifico che, essendo i peacekeepers organi sussidiari dell’ONU, le loro azioni siano di norma attribuibili all’organizzazione, ex Art. 6 DARIO. Tuttavia – continua la sentenza – non si tratta in questo caso di statuire su una eventuale “dual attribution” delle condotte; semmai, di vedere in quali casi tali condotte siano attribuibili allo Stato olandese. A tal fine, il ragionamento della Corte si basa essenzialmente sull’Art. 8 ARSIWA, che recita: “[i]l comportamento di una persona o di un gruppo di persone sarà considerato un atto di uno Stato ai sensi del diritto internazionale se la persona o il gruppo di persone di fatto agiscono su istruzione, o sotto la direzione o il controllo di quello Stato nel porre in essere quel comportamento”. Secondo il commento della Commissione di Diritto Internazionale, lo standard di controllo richiesto dall’Art. 8 è quello individuato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel caso ‘Attività Militari e Paramilitari in Nicaragua’, secondo la quale: “while the United States was held responsible for its own support for the contras, only in certain individual instances were the acts of the contras themselves held attributable to it, based upon actual participation of and directions given by that State. The Court confirmed that a general situation of dependence and support would be insufficient to justify attribution of the conduct to the State”.

In altri termini, l’attribuzione delle condotte allo Stato – a differenza del più flessibile criterio di overall control elaborato dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia nel caso Tadić – è possibile solo quando queste sono effettivamente state perpetrate sotto il controllo diretto di quest’ultimo, essendo il contingente di peacekeepers un organo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, la cui responsabilità  va, ‘per difetto‘, ad essa attribuita.

Per riassumere, ancora, l’intricato ragionamento su cui si fonda la sentenza della Corte. Se si ammette che i peacekeepers siano organi sussidiari delle Nazioni Unite, così come sancito dalla stessa organizzazione, ogni loro atto, anche ultra vires – cioè in eccesso delle istruzioni – è in principio attribuibile, secondo i DARIO (Art. 8), alle Nazioni Unite. Al contrario, le nazioni che forniscono i contingenti militari sarebbero responsabili per le condotte solo nel caso in cui esercitino un controllo effettivo, ex Art. 8 ARSIWA. Si arriva così ad una finzione giuridica, secondo la quale i contingenti di mantenimento della pace, una volta messi a disposizione dell’ONU, cessano di essere contingenti militari dello Stato d’invio. In altri termini, si dà per scontato che, indossati i caschi blu, i soldati siano interamente sotto il controllo – e dunque, sotto la responsabilità – delle Nazioni Unite. Solo un controllo effettivo da parte dello Stato d’invio – da dimostrare – potrà dunque attribuirne le condotte ad esso.

Tuttavia, questo ragionamento della Corte olandese omette del tutto che le coordinate generali per l’attribuzione delle condotte dei peacekeepers sono esplicitamente sancite all’Art. 7 DARIO, che tratta i casi di Conduct of organs of a State or organs or agents of an international organization placed at the disposal of another international organization. Secondo l’articolo: “The conduct of an organ of a State or an organ or agent of an international organization that is placed at the disposal of another international organization shall be considered under international law an act of the latter organization if the organization exercises effective control over that conduct”. Devono quindi essere soddisfatti due requisiti, fra essi cumulativi, per l’attribuzione delle condotte di tali organi all’organizzazione internazionale alla quale sono affidati. In primo luogo, che tale organo sia stato messo a disposizione dell’organizzazione; in secundis, che l’organizzazione stessa eserciti un controllo effettivo sulle condotte dell’organo. Si giunge così ad un rovesciamento della responsabilità per difetto rispetto al ragionamento perpetrato dalla Corte Suprema: è infatti solo in caso in cui l’Organizzazione eserciti un controllo effettivo che le condotte degli organi ad essa trasferiti le sono attribuibili. In caso contrario, gli atti di organi statali messi a disposizione di un’organizzazione internazionale restano attribuibili allo Stato di appartenenza. Questi ultimi, dunque, non cessano, come vorrebbe la visione della Corte dell’Aia, di essere al contempo organi statali quando vengono messi a disposizione dell’ONU per le operazioni di mantenimento della pace. Va tuttavia tenuto a mente che il criterio di controllo effettivo menzionato all’Art. 7 DARIO non può considerarsi della medesima natura di quello applicabile all’Art. 8 ARSIWA, poiché la condizione di attribuzione delle condotte così come sancita nel Caso Nicaragua implicherebbe che la maggior parte degli atti dei peacekeepers siano ascrivibili allo stato di invio. A tal proposito, Palchetti spiega (2015, ‘International Responsibility for Conduct of UN Peacekeeping Forces: the question of attribution’) che ciò “would significantly complicate attribution of an act to the organization, as in many cases it would be extremely difficult to prove the existence of such an ‘effective control’. This could lead to the unreasonable result that in many cases the sending state could risk bearing responsibility for acts of its national contingent in the performance of functions of the organization. This would be so because attribution of the conduct to the state would not depend on proof that that state exercised effective control over the conduct at issue. Once it is determined that the conduct of a national contingent cannot be attributed to the organization for lack of effective control, attribution to the sending state would be justified by the status of the contingent as organ of that state”.

Nel caso di specie, la responsabilità dello stato  olandese emerge solo in quanto quest’ultimo, secondo la Corte, ha esercitato un controllo effettivo sulle condotte dei peacekeepers nel lasso di tempo successivo alle ore 23:00 dell’11 luglio 1995, dopo che la città di Srebrenica fu conquistata dai serbi e fu deciso di evacuare i bosgnacchi verso la mini safe area creata a tale scopo. Viene, in altri termini, semplicemente soddisfatto il requisito di attribuzione dell’Art. 8 ARSIWA. È per questo motivo che le condotte illecite sono ascrivibili (anche) all’Olanda, ma tale approccio al sistema di responsabilità per atti illeciti rischia di creare un limbo lungo il quale, per via dell’immunità dalla giurisdizione accordata alle Nazioni Unite nelle corti nazionali, può risultare del tutto impossibile intentare qualunque azione risarcitoria per atti illeciti compiuti durante le operazioni di peacekeeping. I casi Saramati e Behrami alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ben testimoniano le insidie di questo costrutto giuridico.

Infine, questa sentenza della Corte suprema olandese – di cui quest’articolo non si propone di essere un riassunto esaustivo – ha diminuito la percentuale di responsabilità per gli atti illeciti dello stato olandese dal 30% al 10%, in ottemperanza ai criteri di attribuzione sopra analizzati. La Corte d’Appello, nella sentenza cassata, afferiva che Dutchbat avrebbe agito in modo illecito non offrendo ai rifugiati bosgnacchi la possibilità di rimanere all’interno del compound, all’interno del quale, al paragrafo 68 “the chance that the men would have escaped the inhumane treatment and execution by the Bosnian Serbs if they had remained in the compound was 30%”. La Corte Suprema, invece, pur riaffermando che Dutchbat ha agito in modo illecito con le proprie condotte, ha ridotto la percentuale di responsabilità per l’atto illecito dal 30% al 10%. Sancisce, infatti, il paragrafo 4.7.9 della sentenza della Corte Suprema che “It must be ruled that the chance that the male refugees, had they been offered the choice of remaining in the compound, could have escaped the Bosnian Serbs, was indeed small, but not negligible. In view of all of the circumstances, the Supreme Court estimates that chance at 10%”.Questa decisione viene però solo labilmente articolata e non sembra essere sorretta da un’attenta indagine dei fatti. La differenza fra i due gradi di giudizio si esplica, in ultima analisi, meramente in una  diversa interpretazione degli eventi, in un ipotetico what if.

Il trattato Deng Xiaoping – Jiang Zemin: sarà rispettato?

Cesare Beccaria non è mai stato a Pechino e forse per questo in Cina i tribunali non prendono la presunzione di innocenza molto sul serio. Il processo penale nella Cina sovrana è profondamente diverso da quello utilizzato ad Hong Kong. Come denunciato nel 2015 da Zhu Zhengfu, vice presidente dell’Associazione nazionale degli avvocati in Cina, nella realtà dei fatti e a dispetto delle garanzie formali, l’imputato è presunto colpevole, salvo prova contraria: una prova molto difficile da fornire a un pubblico ministero cinese. 

Il problema, che in Cina esiste da tempo, ha improvvisamente assunto una speciale rilevanza per i cittadini di Hong Kong, che dal luglio 1997 han goduto di un certo isolamento istituzionale in virtù della propria indipendenza amministrativa. L’Ufficio della Sicurezza, branca del Governo locale, ha infatti avanzato nel febbraio 2019 un progetto di legge per l’estradizione dei cittadini con il Governo centrale cinese, suscitando numerose proteste.

Quel che finora ha impedito agli hongkonghesi di essere giudicati dalle autorità di Pechino era l’accordo per la cessione dell’ex-colonia inglese alla Cina firmato nel 1984 dalla Lady di Ferro, la signora poi baronessa Thatcher, con l’allora presidente cinese Jiang Zemin, che garantisce ad Hong Kong altri trent’anni circa di sostanziale democrazia e indipendenza dalle leggi, dal sistema giudiziario, dall’economia e dalla totale mancanza di rispetto dei diritti umani di Pechino. La decolonizzazione rappresenta spesso non una semplice vittoria su un campo di battaglia, ma bensì, un lungo processo insidioso e spesso difficoltoso. Un processo lungo che Hong Kong sembrava aver intrapreso, a suo tempo, proprio quando lo scenario generale era di imposizione, da parte delle maggiori superpotenze, delle proprie linee guida. Hong Kong conquistò così indipendenza e sovranità economica.

La contestatissima proposta di legge sta mettendo a dura prova il Governo. La riforma vorrebbe consentire la possibilità di estradare qualsiasi cittadino di Hong Kong colpevole di una vastissima serie di reati, anche futili, in Cina. La rivolta civile che ne è seguita ha visto protagonista una massiccia porzione del popolo di Hong Kong. Se approvata, la legge potrebbe non solo tradursi nella fine dell’indipendenza di Hong Kong che finora le ha permesso di prosperare grazie al sistema un Paese, due Sistemi, garantito dall’accordo Thatcher-Deng Xiaoping, ma anche come centro d’affari internazionale, perché nessuno a Hong Kong sarebbe al sicuro dalla longa manus della giustizia cinese, che potrebbe verosimilmente essere strumentalizzata per fini politici. Molto probabilmente, per Hong Kong significherebbe peraltro una minaccia ai valori ereditati dall’esperienza coloniale, che i residenti hanno nel tempo fatto propri.

La proposta di estradizione consentirebbe alle persone ricercate di Hong Kong di essere inviate nella Cina continentale, oltre che a Macao e a Taiwan. La norma potrebbe colpire chiunque a Hong Kong, sia che si tratti di residenti, lavoratori stranieri, investitori o addirittura semplici turisti in visita. La scusa formale per introdurre la necessità di un trattato di estradizione con la Cina, i burocrati di Pechino l’hanno trovata nel febbraio 2018, quando, secondo la Polizia cinese, un uomo di Hong Kong ha ucciso la sua ragazza (anche lei cittadina di Hong Kong) mentre si trovava a Taiwan. Dopodiché si è sbarazzato del corpo, per poi tornare in patria prima che la polizia di Taiwan potesse arrestarlo. Dopo l’arresto del sospettato da parte della polizia locale, le autorità del Porto Fragrante si sono trovate di fronte a un dilemma legale, visto che Hong Kong e Taiwan non hanno mai firmato un accordo di estradizione.

“Poiché la legge ha causato molte preoccupazioni e differenze di opinioni, non andrò avanti fino a quando queste paure e queste ansie non saranno adeguatamente affrontate” ha detto martedì 18 giugno il capo esecutivo di Hong Kong Carrie Lam in conferenza stampa.  Parole che non hanno soddisfatto i suoi critici né evitato un ritorno di fiamma, incassando la solidarietà di manifestanti anche in Taiwan. Quasi due milioni di persone hanno occupato ancora le strade per dare vita a una manifestazione senza precedenti. Centinaia di migliaia di cittadini sono scesi nelle strade della città-stato asiatica per chiedere il ritiro definitivo della proposta di legge che avrebbe facilitato la consegna di ‘sospetti’ alla madrepatria cinese. La rivolta è esplosa il 9 giugno, quando le strade dell’ex colonia britannica sono state invase dalla più imponente manifestazione di piazza negli ultimi tre decenni.

Le scuse pubbliche di Lam avrebbero dovuto calmare le proteste, riportando una situazione di calma e pace. Così non è stato. I cittadini di Hong Kong, infatti, hanno continuato la loro impresa, tornando come un fiume in piena ad invadere le strade. Non solo una protesta contro la proposta di legge per chiederne il ritiro immediato, ma anche  per le dimissioni di Lam, invocate a gran voce. La protesta ha peraltro ospitato un già famoso volto implicato nella rivoluzione degli Ombrelli del 2014, fallita negli intenti, ma capace di risvegliare l’interesse dei media di tutto il mondo. Scarcerato il 17 giugno, il giovane Wong è subito tornato protagonista dinanzi ai microfoni, inveendo contro la proposta di legge e incitando i cittadini di Hong Kong a non cedere.

Giustizia penale internazionale: quali prospettive?

La giustizia penale internazionale è un ambito relativamente nuovo nei dibattiti di diritto internazionale pubblico. Se oggi essa non può non fare riferimento alla Corte Penale Internazionale (CPI) – la prima corte permanente competente a statuire su alcune categorie di crimini internazionali – il suo sviluppo si staglia già dalla seconda metà del XX secolo, incontrando alterne fortune.

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Il Parlamento europeo interviene nella gig economy

L’evoluzione del mercato del lavoro ha comportato la creazione di una nuova categoria di impiego, conosciuta come gig o platform economy (economia ‘dei lavoretti’ o ‘dei lavori su richiesta’). È caratterizzata da lavoratori assunti con contratti a breve termine, i quali svolgono le proprie mansioni per mezzo dell’intermediazione di piattaforme online. Per fare qualche esempio, rientrano in queste categorie i riders di Glovo, Foodora, nonché i lavoratori domestici o basati su voucher.

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Kids fight for a better future

Inspired by the Swedish teenager Greta Thunberg, who protests every Friday outside Sweden’s parliament to urge leaders to tackle climate change, tens of thousands of young people feeling unrepresented by elected officials filled the streets all around the world launching the movement “Fridays for future”. Strikes took place in more than 100 countries, where students spilled out of schools and into the streets asking their governments to protect their future.

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Il sistema europeo di sussidi di disoccupazione: la strada sociale per rilanciare l’Unione

Dieci anni dopo lo scoppio della crisi economica, gli indicatori economici dei paesi europei sembrano tornare a crescere, sebbene la strada verso una ripresa effettiva sia ancora lunga. Tra gli ostacoli principali da affrontare ci sono sono certamente la lotta contro la crescente frammentazione politica e sociale, il progressivo allontanamento dei cittadini dall’idea del progetto di integrazione europea e la necessità di rispondere alle sfide poste dalla globalizzazione insieme all’avvento delle nuove tecnologie che possono determinare situazioni di ingiustizia sociale.

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La Corte Internazionale di Giustizia emette il parere consultivo sulle isole Chagos

Il 22 giugno 2017 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con l’adozione della Risoluzione 71/292, chiedeva alla Corte internazionale di giustizia (CIG), per il combinato dell’art. 96 della Carta e dell’art. 65 dello Statuto della Corte, di esprimere un parere consultivo sulla liceità del processo di decolonizzazione della Repubblica di Mauritius. Inoltre, se tale processo fosse stato condotto in modo contrario al diritto all’autodeterminazione dei popoli, le si chiedeva di pronunciarsi sulle conseguenze giuridiche della perdurante amministrazione delle isole Chagos da parte del Regno Unito.

Queste ultime furono acquisite dai britannici nel 1814, che ne conservano tutt’oggi il controllo. L’arcipelago, facente parte della ex colonia britannica di Mauritius sino al 1965, fu distaccato dal controllo di Port Louis in virtù degli Accordi di Lancaster House dello stesso anno. Poco dopo, una legge britannica creò una nuova colonia sotto il nome di Territorio britannico dell’Oceano Indiano (BIOT), dove, a seguito di un accordo con gli USA, fu istituita la base navale di Camp Justice. La Repubblica di Mauritius, indipendente dal Regno Unito dal 1968, contesta la legittimità dell’Accordo di Lancaster House, specialmente per quanto concerne il mancato rispetto del principio dell’uti possidetis, che sancisce l’intangibilità delle frontiere dei possedimenti coloniali nel loro processo d’indipendenza.

Nel parere consultivo emanato lo scorso 25 febbraio, la CIG ha sancito l’illiceità del processo di decolonizzazione di Mauritius, ricordando che il diritto all’autodeterminazione dei popoli è non solo un obiettivo dell’ONU, ma un principio consuetudinario dell’ordinamento internazionale, ricavando l’opinio juris da numerose risoluzioni dell’Assemblea Generale, fra cui si ricordano la 1514 del 1960 e la 2625 del 1970. Nel caso di specie, viene rilevata l’illegittimità della creazione del BIOT in quanto “the right to self-determination of the people concerned is defined by reference to the entirety of a non-self-governing territory”. In realtà, vi fu un esplicito accordo sul distacco delle Chagos fra le autorità di Londra e Port Louis; l’illiceità del comportamento dei britannici deriverebbe quindi dall’impossibilità di ritenere gli Accordi di Lancaster House un’espressione della libera volontà del popolo di Mauritius, proprio perché il governo di quest’ultimo si trovava ancora sotto dominio coloniale al momento della stipula del trattato.

Per la Corte, le azioni del Regno Unito si configurano come un illecito internazionale di natura continuativa. Da un lato, è chiamata in causa la responsabilità internazionale dell’ex potenza coloniale per l’atto illecito, e dell’altro, in virtù della perdurante sovranità di Londra sulle isole Chagos, viene intimato a quest’ultima l’obbligo di porvi fine. La Corte, ricordando la sentenza Timor Est, ha ribadito che il diritto all’autodeterminazione dei popoli è di natura erga omnes, e che pertanto tutti gli stati hanno un interesse giuridico affinché venga rispettato.

Infine, la sentenza evidenzia l’importanza dei pareri consultivi come strumento giuridico dell’ordinamento internazionale. La Corte, trattando le eccezioni di irricevibilità, si è pronunciata negativamente sull’applicabilità del concetto di res judicata ai pareri consultivi, sottolineando che questi ultimi sono resi “not to States, but to the organ which is entitled to request it”, e pertanto risulti impossibile identificare una qualsivoglia identità delle parti in causa e dell’oggetto della disputa. Inoltre, sembra registrarsi un’importante diversione dal principio della Eastern Carelia, parere consultivo nel quale la Corte Permanente di Giustizia rifiutò di pronunciarsi a causa della mancanza del consenso di una delle parti. In questa occasione, invece, essendo il caso di specie inerente a un obiettivo dell’ONU, la Corte rileva l’assenza di valide ragioni per le quali essa non debba pronunciarsi, riaffermando – a ragione – “the fact that the Court may have to pronounce on legal issues on which divergent views have been expressed […] does not mean that, by replying to the request, the Court is dealing with a bilateral dispute”. Ma la decisione resa dalla Corte sulle Isole Chagos – seppure non direttamente collegata alla disputa territoriale esistente fra il Regno Unito e Mauritius – va inevitabilmente a toccare la questione della sovranità sull’arcipelago, eludendo difatti il principio del consenso alla giurisdizione.

In conclusione, il parere consultivo sulle Isole Chagos ha una triplice importanza nell’analisi delle procedure di risoluzione delle dispute internazionali di tipo giurisdizionale.Da un lato, si evince come la struttura della domanda posta alla Corte sia ormai divenuta ancor più cruciale per quanto concerne l’ammissibilità dei casi e, dunque, per l’esercizio della giurisdizione da parte delle corti. Nel caso di specie, la formulazione della domanda, focalizzata ad hoc su un obiettivo dell’ONU – la decolonizzazione – ha garantito alla Corte la possibilità di emettere il proprio parere consultivo senza eludere, stricto sensu, il principio di consenso alla giurisdizione e della “indispensable party”. Dall’altro, è proprio questa ‘novità’ ad evidenziare il problema dell’ammissibilità della richiesta di un parere consultivo. Nel caso in cui, quest’ultimo – pur non essendo direttamente legato nella sua formulazione ad una disputa bilaterale esistente fra due o più stati – ne infici con la sua pronuncia l’esito sul piano fattuale, si va ad eludere il principio fondante del consenso alla giurisdizione, col rischio di rendere gli stati ancor più restii a sottoporsi alla giurisdizione delle corti internazionali. Resta infine da vedere se e come l’Assemblea Generale agirà nei confronti del Regno Unito, e soprattutto in che modo sia possibile costringere un membro permanente del Consiglio di Sicurezza ad osservare la pronuncia di un parere consultivo – di per sé non vincolante – tenendo conto dei limiti imposti dall’art. 94(2) della Carta, che assegna al Consiglio di Sicurezza stesso la responsabilità del rispetto delle sentenze della CIG.

Pluralismo giuridico e diritti fondamentali Fra tutela delle minoranze e libertà decisionale delle stesse

Nell’attuale contesto di multiculturalismo crescente, le compagini sociali si trovano –sempre più spesso– a dover fare i conti con l’intreccio di norme derivanti da ‘ambienticulturali (e legali) differenti fra loro. L’interazione fra norme e tradizioni giuridiche alle volte antinomiche e lontane non è sempre una relazione di facile gestione. È proprio in questo ambito che si colloca la pronuncia della CEDU sul caso Molla Sali c. Grecia, deciso dalla Grande Camera lo scorso 19 dicembre. Continua a leggere