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SPECIALE – Tecnologia e geopolitica: tra utopia e distopia

Di Mattia Elia e Mattia Fossati, coordinati da Alberto Mirimin

Per definire la situazione geopolitica odierna è stata utilizzata nel dibattito pubblico (come ad esempio in questa conferenza con alcuni analisti della rivista Limes) l’espressione “guerra fredda della tecnologia”, a sottolineare come sempre di più gli scontri nell’arena politica internazionale abbiano come oggetto proprio la tecnologia.

In questo contesto, essa viene intesa soprattutto come tecnologia digitale: Internet, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e il trattamento di personal data. Ma non solo: il progresso tecnologico si può intendere anche come miglioramento delle tecniche presenti in un dato settore, al fine di ottenere una maggiore efficienza dal punto di vista economico. Anche questo secondo aspetto dello sviluppo tecnologico può avere pesanti implicazioni geopolitiche ed economiche. Basti pensare, ad esempio, ai crescenti investimenti nell’ambito delle tecniche estrattive del petrolio.

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Cookies e privacy alla prova della Corte di Giustizia dell’UE

Il primo ottobre la Grand Chamber della Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata su un’importante questione concernente l’uso dei cookies da parte dei web browser. Per la prima volta dall’entrata in vigore del General Data Protection Regulation (GDPR), che ha sostituito la Data Protection Directive, la Corte si è concentrata sul significato della nozione di “consenso” dettata dalla e-Privacy Directive.

I cookies sono piccoli file, creati dai siti web, che vengono memorizzati sui dispositivi degli utenti per tracciarne le attività online e identificarne il profilo, principalmente per scopi di pubblicità. Contengono un grande numero di dati relativi all’utente e di conseguenza, in certe circostanze, possono essere considerati dati personali, soggetti al GDPR ed alla ePrivacy Directive.

Esistono cookies di varie tipologie: si possono dividere in cookies di sessione e persistenti, oppure in cookies di first-party e di third-party. I primi si differenziano sulla base della durata dell’attività di tracciamento: da un lato, quelli di sessione si conservano per il tempo in cui l’utente è online, cioè finché il browser è operativo. Dall’altro, i cookies persistenti perdurano oltre la singola sessione di browsing, ma comunque non oltre i 12 mesi, come riportato dalla ePrivacy Directive. I cookies persistenti, però, continuano a restare collegati al dispositivo fin quando l’utente non si attiva per eliminarli. 

La seconda categoria viene definita a seconda di chi posiziona il cookies sul sito web. I first-party vengono utilizzati dallo stesso sito che in quel momento si sta visitando. I third-party, invece, vengono posizionati da siti esterni, in particolare nei casi in cui il sito web in cui si sta navigando incorpori elementi di altre piattaforme, come immagini o collegamenti con i social network. Ad esempio, quelle pagine che permettono di condividere automaticamente i contenuti su Facebook probabilmente consentono l’attivazione di cookies ad esse collegati.

Inoltre, i cookies si dividono anche a seconda dell’obiettivo per il quale vengono utilizzati. Ci sono cookies strettamente necessari per garantire i servizi del sito, per i quali non è necessario esprimere il proprio consenso. I cookies funzionali, che permettono ad esempio di memorizzare username e password al fine di accedere automaticamente. Esistono poi i cookies statistici, che raccolgono informazioni sulle nostre attività online in modo anonimo. Infine, i cookies di marketing, spesso installati da terze parti per la creazione di inserzioni pubblicitarie personalizzate.

Il GDPR menziona espressamente i cookies nel ‘considerando’ numero 30, dove si specifica che questa tecnologia può essere utilizzata se si è ottenuto il consenso dell’utente o se sussiste un legittimo interesse in capo ai soggetti che posizionano i cookies. La normativa specifica sull’utilizzo dei cookies è contenuta nella ePrivacy Directive, altresì conosciuta come cookies law, la quale richiede che l’utente dia il proprio consenso dopo che gli siano state fornite informazioni chiare e complete sul tracciamento delle sue attività in rete.

In questo contesto legislativo si inserisce la pronuncia della Corte dello scorso ottobre. In particolare, essa ha prodotto una riflessione sul significato del consenso. Esso veniva definito dalla Data Protection Directive come una specifica indicazione attraverso cui l’utente manifesta inequivocabilmente il proprio accordo all’elaborazione dei propri dati personali. In questo modo, secondo la Corte, anche nel regime GDPR è necessario che l’utente si attivi per manifestare il consenso anziché rimanere passivo. I giudici del Lussemburgo hanno fatto riferimento alla nozione di consenso del ‘considerando’ numero 32 del GDPR, il quale fornisce indicazioni ancora più specifiche: dare il consenso significa selezionare una casella sul sito web in questione e, allo stesso tempo, preclude il silenzio, le caselle preselezionate e l’inattività dell’utente. Così, attraverso questa sentenza diviene pacifico come il consenso ai sensi della ePrivacy Directive vada ricondotto alla nozione contenuta nel GDPR. 

Inoltre, la Corte ha spiegato quali informazioni devono essere comunicate all’utente nel momento in cui gli viene chiesto di esprimere il proprio consenso. Così, oltre a quelle elencate dalla Data Protection Directive e poi dal GDPR, ha aggiunto la durata dell’attività di tracciamento da parte dei cookies, in quanto maggiore è la durata più grande è la quantità di informazioni raccolte. Questa decisione assume una notevole importanza nell’ambito della ePrivacy Directive. Proprio in questo periodo stanno circolando le prima bozze della proposta del nuovo ePrivacy Regulation, il quale sostituirebbe l’attuale direttiva.  In questo modo, le regole concernenti il consenso e l’utilizzo dei cookies potrebbero subire un ulteriore cambiamento. 

In ultima analisi è opportuno sottolineare come, in questa fase di riforma nell’ambito della tutela dei diritti digitali e della privacy, l’Unione Europea, e quindi gli stati membri, abbiano scelto di adottare un diverso standard normativo, passando dalla direttiva al regolamento. Nel 2016 la Data protection Directive fu sostituita dal Regolamento GDP e prossimamente la ePrivacy Directive potrebbe essere rimpiazzata da un Regolamento, così eliminando ogni ambito di discrezionalità in capo agli stati membri  nell’attuazione della normativa europea. 

Questa tendenza è sicuramente sintomo dell’importanza rivestita dalla normativa sui dati personali e della necessità di creare un corpus a livello sovranazionale che possa competere con i grandi protagonisti e sfruttatori di questi dati.

Un Diritto Internazionale Umanitario ‘specifico’ per l’information technology?

Lo sviluppo tecnologico degli ultimi anni si è concentrato principalmente sulla digitalizzazione, l’interconnessione tra reti globali e l’utilizzo di servizi informatici. Allo stesso modo, i maggiori investimenti nel campo della Difesa di molti tra i principali attori statali dello scenario internazionale hanno riguardato questo settore. Esso propone un’infinita gamma di opportunità, ma potrebbe anche creare delle criticità. Ogni Stato si sta infatti dotando di strumentazioni, conoscenze e specifiche strutture in grado di contrastare – e produrre – eventuali minacce alle reti digitali.

Non c’è dubbio che una attenzione particolare sia stata concentrata verso le tecnologie che possono produrre vantaggi in un conflitto tra due o più nazioni, oppure che permettono la ricerca di nuove informazioni riguardanti potenziali avversari. Lo sviluppo di equipaggiamenti (droni) o di software (spyware, malware, trojan, ecc.…) in grado di carpire le intenzioni o le mosse di combattenti legittimi e regolari di un altro Stato è ormai costante. Quindi, ci si deve interrogare se il Diritto Internazionale Umanitario (DIU) riesca ancora a disciplinare o vietare, attraverso eventuali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le azioni compiute da chi fa uso di questa sofisticatissima tecnologia

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Libertà di stampa e responsabilità dei media

Di Stefano Panero, Lucrezia Petricca, Martina Scarnato

La libertà di stampa e i suoi antecedenti

Nel 1948, all’articolo 29, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo ha sancito la libertà di stampa come uno dei diritti fondamentali, prevedendo che ogni soggetto abbia “diritto alla libertà di opinione e di espressione” e, soprattutto, “di ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Non solo le Nazioni Unite hanno riconosciuto questo diritto come fondamentale e inviolabile, ma anche il Consiglio di Europa ha inserito la libertà di stampa nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). L’articolo 10 della Convenzione sancisce la libertà di opinione e il diritto a ricevere informazioni, quindi ad essere informati “senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.

La libera manifestazione del proprio pensiero è stata avvertita dall’uomo come una esigenza primaria già in diverse società arcaiche. Nell’antica Grecia, ad esempio, l’isegoria, ossia l’uguaglianza nel diritto di parola, costituiva uno dei pilastri della democrazia: le decisioni venivano prese nelle pubbliche assemblee, dove tutti i cittadini potevano esprimere liberamente il loro parere. Da allora, in Occidente, il principio ha subìto diverse evoluzioni; in particolare, dopo un periodo di forte repressione nell’ancien régime, si è ampiamente affermato con l’Illuminismo e la politica liberale dell’Ottocento.

Con l’invenzione della stampa, nel XV secolo, la diffusione del pensiero cominciò a divenire massiva, conferendo un decisivo impulso all’affermazione della centralità della libertà di espressione nella vita pubblica. La sentita necessità di tutela contro il potere procedette di pari passo e si fece sempre più strada nelle coscienze dei più. Nel 1644, il filosofo inglese John Milton pubblicò un breve opuscolo, l’Aeropagitica, con cui criticava una legge approvata dal Parlamento inglese, la quale prevedeva la previa approvazione da parte del Governo per la pubblicazione di manoscritti. Nel 1766, invece, si ebbe la prima legge sulla libertà di stampa, quando la Svezia abolì la censura di tutte le pubblicazioni, fatta eccezione per quelle in materia teologica o accademica, ma continuò a vietare scritture ed altre pubblicazioni contro l’autorità regia.

Nel tempo la libertà di stampa fu sempre più recepita come diritto soggettivo, un potere che sorge in capo al singolo e che viene tutelato direttamente dall’ordinamento, fino a che si affermò come tale nella maggior parte delle costituzioni liberali e democratiche: emblematicamente, il Bill of Rights della Costituzione americana garantisce, nel primo emendamento, la libertà di espressione tramite ogni mezzo di diffusione. Secondo questa accezione, la libertà di stampa ha come oggetto di tutela la libera manifestazione del pensiero e come principale contenuto di garanzia il diritto a informare e ad essere informati. In questo modo, oltre ad un diritto soggettivo e individuale, la libertà di stampa si configura anche come diritto collettivo e sociale.

Queste due dimensioni sono fondamentalmente legate all’elemento pluralistico proprio di una società democratica, per mezzo del quale l’enfasi della libertà di parola è posta sulla molteplicità. Nelle società in cui il pluralismo trova effettiva espressione dovrebbe così diventare possibile attingere a diverse fonti di informazione, contribuendo alla coltivazione di una cultura di imparzialità e obiettività.

Limiti e pluralismo

La pluralità delle fonti di informazioni è un concetto che ha seguito il suo sviluppo soprattutto nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ha precisato la misura generale contenuta nell’articolo 10 della Convenzione, sottolineando che ognuno debba ricevere “un’informazione il più possibile pluralistica e non condizionata dalla presenza di posizioni dominanti”. Peraltro, nella sentenza Information-sverein Lentia c. Austria, la Corte ha specificato che ogni stato membro, in quanto ‘ultimate guarantor’, deve, onde evitare eventuali situazioni di monopolio o di concentrazioni abusive, assicurare il cosiddetto ‘pluralismo informativo’, soprattutto quando la diffusione delle informazioni riguardi il sistema radiotelevisivo.

A dispetto delle frequenti garanzie preposte nel mondo a tutela tanto della libera manifestazione del pensiero, quanto della libertà di stampa, non si può presupporre che i relativi diritti siano sempre esercitabili senza alcun vincolo. Esistono infatti delle limitazioni, previste sia dall’ordinamento internazionale, sia dagli ordinamenti interni. La previsione di limiti legittimi è in genere diretta a proteggere altri interessi ritenuti comparabilmente rilevanti, quali la pubblica sicurezza e il rispetto dei diritti e libertà altrui, ed è solitamente mediata da garanzie procedurali e in particolare dalla riserva di legge. Basti guardare al già citato articolo 29 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che nei commi finali recita: “Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico, e del benessere generale in una società democratica. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite”.

Il bilanciamento dei valori che sottendono a questioni di libertà di espressione e di sicurezza si rivela spesso difficile e complicato. Tra i molti esempi che si potrebbero proporre, la vicenda di Julian Assange è forse quella che negli ultimi anni ha suscitato più dibattiti e critiche, in particolare circa l’opportunità di limitare la libertà di stampa.

L’attivista australiano e fondatore di WikiLeaks è stato accusato di spionaggio e divulgazione di segreti americani. La Divisione per la Sicurezza Nazionale del Dipartimento di Giustizia statunitense (NSD), lo ha incriminato per 17 capi d’accusa, ricorrendo alla legge sullo spionaggio, nota come Espionage Act del 1917, nata per condannare la divulgazione di notizie che possano pregiudicare il successo di operazioni militari. Alcune organizzazioni, quale, ad esempio, l’ONG American Civil Liberties Union, ritengono che l’Espionage Act non protegge quei giornalisti che divulgano informazioni e notizie a fini del pubblico interesse e che l’incriminazione di Assange mina la libertà di stampa in modo inaccettabile.

Fascismi e repressione

La storia della libertà di stampa e della libera manifestazione del pensiero, d’altro canto, è ricca di avvenimenti e periodi nei quali i diritti han subito illegittime vessazioni, nel segno di uno squilibrio valoriale. I regimi totalitari che hanno minato e che minano la libertà dei giornalisti, sono in tal senso oscure parentesi di repressione. Il fascismo, in diverse occasioni e contesti, si fece carico di abolire il pluralismo mediatico a favore del monopolio statale, con l’intento di farne mezzo di propaganda. Il tramite elettivo di questo tipo di repressione fu la censura governativa, attraverso la quale in passato è stata vietata la pubblicazione di opere non solo di stampo giornalistico, ma anche letterario ed artistico. Così fu nel 1917, ad esempio, quando l’Unione Sovietica proibì la divulgazione di articoli che criticassero le autorità.

I fascismi, da allora, hanno perso terreno, ma i dati suggeriscono che alcuni squilibri tipici del totalitarismo stiano riemergendo ai danni della libertà di espressione.

Sulla base dell’indice di Reporters sans Frontières (RSF), che stima la libertà di stampa in 180 paesi, i casi di violenza fisica o verbale su giornalisti e reporter sono aumentati rispetto al recente passato. Europa e Stati Uniti non si sottraggono alla necessità di tutelare maggiormente il diritto all’informazione e i frequenti attacchi del presidente statunitense Donald Trump ai media americani, come riportato dal New York Times, non aiutano in tal senso. Il segretario generale di RSF, Christophe Deloire, nel report afferma che “fermare questo ciclo di paura e di intimidazione è una questione della massima urgenza per tutte le persone di buona volontà che apprezzano le libertà acquisite nel corso della Storia”.

Il giornalismo e i suoi nemici

L’organizzazione non governativa Freedom House ha evidenziato nel documento ‘Freedom in the World’ come in generale la democrazia sia in ‘ritirata’. La pagina web keepthetruthalive.co, di cui abbiam scritto recentemente, racconta questa realtà permettendo di accedere a una mappa del globo e di vedere, nello specifico, il numero di giornalisti uccisi in ogni paese, le generalità degli stessi e le circostanze della loro scomparsa. Un’altra iniziativa che merita di essere citata è quella di Forbidden Stories, un progetto voluto da RFS e Freedom Voices Network, che vede una rete di giornalisti incaricati di continuare a “pubblicare il lavoro degli altri giornalisti che affrontano minacce, la prigione o l’omicidio”.

Tra le aree geopolitiche classificate come più pericolose per i giornalisti, spicca però la zona del Medio Oriente e Nord Africa, che ha registrato un lieve calo dei casi di omicidio dei giornalisti rispetto al 2018. Nella regione sono presenti per la maggior parte regimi autoritari, come l’Arabia Saudita, guidata dal principe Mohammed bin Salman e, dallo scorso anno, al centro dell’attenzione mediatica per il caso dell’omicidio dell’editorialista del Washington Post, Jamal Khashoggi. Non è migliore la situazione nella formalmente democratica Turchia, dove, soprattutto a partire dal 2016, successivamente a un tentativo di golpe fallito, molti giornalisti sono stati obbligati a lasciare il paese o affrontare il carcere.

In prospettiva globale, secondo il report a firma del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), un’organizzazione indipendente e no-profit che persegue l’obiettivo di promuovere la libertà di stampa nel mondo, i singoli paesi più pericolosi per i giornalisti sono, in ordine decrescente, Eritrea, Nord Corea, Turkmenistan, Arabia Saudita, Cina, Vietnam, Iran, Guinea Equatoriale, Bielorussia e Cuba. La lista è stata stilata sulla base di criteri quali le misure di limitazione della libertà personale dei giornalisti (dalla censura alla detenzione arbitraria) e la presenza di leggi repressive in materia di libertà di espressione, che non escludono Internet e l’accesso ai social network.

In Eritrea, Nord Corea e Turkmenistan, i media sono strettamente controllati dai rispettivi governi, tanto da essere praticamente considerabili alla stregua di loro portavoce. Si esclude, in questo modo, qualsiasi altra possibile forma di informazione che potrebbe contrastare le fonti ufficiali. Per esempio, nel regime di Kim Jong-un, l’accesso al World Wide Web è impossibile per i residenti. In base alle pur scarse informazioni sul punto, Amnesty International ha concluso che anche il network locale, strettamente controllato dal Governo, sia accessibile solo a pochi eletti. Agli stranieri sembra essere vietata ogni comunicazione con l’esterno e il paese rimane restio ad accogliere giornalisti entro i propri confini. Contrariamente a quanto si può immaginare e quasi ironicamente, però, nella Costituzione nordcoreana la libertà di stampa è riconosciuta, così come quella di espressione, all’art. 67.

Negli altri paesi citati, invece, sempre secondo quanto affermato dal CPJ, se da un lato si attuano misure repressive, quali la detenzione arbitraria dei giornalisti, dall’altro si presta anche molta attenzione a forme di sorveglianza più sofisticate, che possono comprendere, tra le altre, il monitoraggio e la censura di Internet, social media inclusi.

In un articolo del 2014 per Journal of Democracy, gli esperti di affari internazionali e democrazia Christopher Walker e Robert W. Ortung hanno affermato che, nonostante l’implementazione della censura digitale sia molto più complessa, se confrontata con il controllo dei media tradizionali come la televisione, i regimi autoritari contemporanei hanno saputo dimostrare di avere un “occhio per l’innovazione” in materia di controllo del cyberspazio.

La minaccia delle fake news

L’obiettivo della maggior parte dei paesi non democratici odierni non è tanto quello di sorvegliare in maniera capillare tutti i mezzi di comunicazione di massa, quanto quello di avere uncontrollo effettivo dei media’, ovvero un dominio dei principali canali mediatici tale da conferire loro legittimità e compromettere la credibilità di tutte le altre fonti. In tal senso, uno degli strumenti utilizzati dai regimi autoritari (e non solo) è quello delle fake news: da un lato, i giornalisti vengono accusati di diffondere notizie false sul conto del Governo, esponendosi così a regime di detenzione; dall’altro, è l’autorità stessa a diffonderle a propria volta. Un caso interessante è quello della Cina. Nel 2015, infatti, l’Assemblea Nazionale del Popolo, con l’adozione del Nono Emendamento al Diritto Penale del Popolo della Repubblica di Cina, ha affermato che diffondere notizie ritenute false dal Governo sia un reato punibile fino a un massimo di sette anni di prigione. Contemporaneamente, secondo quanto riportato dal Guardian lo scorso agosto, il giornale filogovernativo People’s Daily avrebbe pubblicato un articolo tramite WeChat, omologo cinese di WhatsApp, invitando i manifestanti di Hong Kong a cessare le violenze. Eppure, fino ad allora, le proteste si erano svolte in maniera pressoché pacifica.

Il tema delle fake news, peraltro, si presta alle più diverse trattazioni e pervade non solo la dimensione della falsa coscienza nazionale, pilotata dalle burocrazie di regime, ma anche il reame dell’informazione pluralista, transfrontaliera e digitale. In questo contesto, tanto le legittime limitazioni del diritto all’informazione, alle quali abbiamo più sù accennato, quanto i principi che dovrebbero sottendere alla responsabilità dei media, diventano più difficilmente individuabili, sebbene la necessità di un equilibrio tra interessi contrastanti e comparabilmente rilevanti appaia in modo altrettanto lampante. L’esempio più ovvio è rappresentato dal dibattito sul surriscaldamento globale. Ormai da anni, il cambiamento climatico è una delle teorie scientifiche sostenute dalla maggiore certezza probatoria, forse quella che raggiunge il consenso più ampio tra i climatologi, pari al 97%. Questa cifra, di per sé enormemente significativa, appare ancora più rilevante se si tiene conto del fatto che conta al proprio interno gli esperti più autorevoli e le pubblicazioni più prestigiose, come Nature e Science.

Il caso mediatico del cambiamento climatico

In uno studio pubblicato su Nature Communications, è stata analizzata la presenza di 386 climatologi e 386 negazionisti climatici sui principali media in lingua inglese. Due sono i risultati importanti: i ‘contrarians’ ottengono in media il 49% di spazio in più sui media tradizionali e tendono ad essere una comunità autoreferenziale. Mentre gli scienziati considerati si citano l’un l’altro solo il 12% delle volte, indicando così di attingere a un bacino di menti ben più ampio, nel secondo gruppo le connessioni arrivano al 52%. Ciò avviene soprattutto nel mondo occidentale, mentre in Cina e India il fenomeno è quasi assente, sia per i maggiori impatti nel Mar Indiano, che influiscono direttamente sulla vita dei più, sia per l’ufficiale riconoscimento da parte del Partito Comunista Cinese del fenomeno del surriscaldamento globale.

Qual è la ragione della sovraesposizione mediatica dei negazionisti? La scarsa preparazione dei giornalisti o del pubblico in temi scientifici, ad esempio, potrebbe portare a favorire il bilanciamento delle opinioni nella fatua ricerca di qualche obiettività e imparzialità o di un’impressione della stessa. Accade così che, al fianco di climatologi apprezzati, si vedano economisti, scienziati politici e filosofi, oltre che esperti in campi affini, ma comunque fondamentalmente diversi, quali geologi e ingegneri petroliferi. Con l’assegnazione dello stesso spazio e dello stesso livello di scrutiny, si realizza quindi l’obiettivo della più o meno inconsapevole strategia anti-ambientalista: instillare il dubbio nel non esperto.

Ciò a cui mirano fondazioni come l’Atlas Network, finanziato dai fratelli Koch, magnati del carbone, è formare attivisti capaci di far passare l’idea di una comunità scientifica divisa, ma assoggettata a ‘bigotti ambientalisti’. I contrari diventano così novelli Galilei, presentandosi come eroici ricercatori che attaccano un dogma, sottratto dai ‘poteri forti’ (Cina, UE, l’establishment) al metodo scientifico. Questo metodo molto raffinato fu ideato già 20 anni fa da Frank Luntz, stratega del partito repubblicano statunitense. La rete che utilizza questa tecnica è molto vasta ed eterogenea: gruppi come l’Heartland Institute, che ha tra i suoi esperti climatici H. Sterlin Burnett, laureato in antropologia e filosofia, grandi gruppi petroliferi e esponenti dell’alt-right. Inoltre, per distogliere dalle prove fattuali il pubblico, il movimento ambientalista viene contestato per futili motivi, ricostruendo ad esempio, tramite cherry-picking e riduzioni ad absurdum l’attivismo di Greta Thunberg o ancora rivolgendosi unicamente alla parte più estrema degli ecologisti e legata alla sinistra anticapitalista.

Questa guerra mediatica è giovata ad alcuni, ma ha danneggiato tutti. Se, fino agli anni Novanta, la consapevolezza del cambiamento climatico aveva raggiunto tantissime persone, negli ultimi si è ridotta, mentre è aumentato lo scetticismo disinformato. Ci sono però buone notizie: secondo un studio del 2015, si è passati da uno scetticismo verso il cambiamento climatico causato dall’uomo ad uno diretto verso l’efficacia delle misure proposte per contrastarlo.

Sfide, innovazioni e complessità

L’Occidente si è spesso fatto paladino del pluralismo delle opinioni e per lungo tempo la comunità scientifica ne è stata il luogo di elezione. Oggi, diversi gruppi di pressione, in nome della libertà di pensiero, stanno attaccando persino i risultati di quella che è stata un’autentica rivoluzione scientifica del ‘900: la scoperta dell’influenza dell’uomo sul clima. Fattori inaspettati come l’inseguimento dello share, apoteosi della mercificazione dell’informazione, o l’inerzia intellettuale possono insinuarsi subdolamente nello sviluppo plurale della libertà di espressione e, a seconda dei contesti, contribuire a squilibri estremamente deleteri per la società. Nel caso del clima, la stampa responsabile, prima tra la sempre più vasta schiera dei media, dovrà abituarsi a promuovere una riflessione sul proprio rapporto con l’obiettività e con l’autorità scientifica. Il principio del pluralismo dovrà in questo scenario, come in altri, fare i conti con la ricerca della verità e i valori della democrazia che dovrebbero fare parte della sua stessa matrice.

Le complessità dei diritti di espressione e d’informazione, delle libertà di parola e di stampa, dei loro limiti legittimi e illegittimi, così come le responsabilità delle istituzioni, degli intermediari, degli attori, del pubblico sono difficili da catturare o descrivere in modo chiaro e definitivo. Si potrebbe forse dire che l’umanità, nella storia, ha attraversato questo caleidoscopio di concetti e realtà con uno sforzo collettivo e olistico, arrivando spesso a risposte da rimettere in discussione all’avvento di qualche innovazione tecnologica o sociale. Ad oggi, dopo l’impennata universalistica della Dichiarazione dei Diritti, le successive sfide del particolarismo e le apparenti ritirate dello scetticismo digitale, restano molte strade da percorrere, a volte per mezzo di sacrifici, come ci insegnano le morti di tanti giornalisti nel mondo odierno. Alcune di quelle strade, se avremo successo, ci condurranno verso un futuro migliore.

L’Operazione ‘Peace Spring’ e la legittimità dello ius ad bellum contro attori non statali

È l’alba del 9 ottobre 2019: le forze turche, ammassate da mesi lungo la frontiera turco-siriana nel sud-est del paese, si preparano a scatenare l’Operazione Peace Spring, volta a creare una zona di sicurezza di trenta chilometri in territorio siriano. Quest’area, controllata dal 2016 da forze a maggioranza etnica curda, rappresenterebbe per Ankara una minaccia alla sicurezza nazionale. Ma questa operazione militare è lecita secondo il diritto internazionale?

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#Keeptruthalive: quando la libertà di parola e di stampa uccidono

Sabato 2 novembre, il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, ha scritto in un post su Twitter che “non c’è democrazia senza la libertà di stampa”. Tutto parte da qui, tutto parte da quello che leggiamo, da quello che sentiamo alla televisione, dagli articoli su Facebook, persino dalle fake news; tutto parte da coloro che, pur avendo tutto da perdere, hanno deciso di raccontarci la verità.

La pagina web keeptruthalive.co è stata creata per ricordare i giornalisti morti nell’adempimento del proprio lavoro, in parallelo all’iniziativa commemorativa che vede loro dedicato, dal 2013, il 2 Novembre di ogni anno. Sul sito, viene spiegato che, negli ultimi 12 anni, sono stati più di 1.000 i giornalisti uccisi, in zone di guerra, “ma anche nelle loro case. Agli angoli delle strade. Sono stati uccisi a sangue freddo. Deliberatamente. Con impunità. Per mettere a tacere gli argomenti che alcune persone volevano tenere nascosti”. Il sito riporta inoltre che, su 10 casi di omicidio di questo tipo, nove rimangono insoluti e che il 93% dei giornalisti assassinati sono giornalisti locali.

Una mappa, inserita al fondo della pagina, illustra il numero di morti nei diversi paesi: 40 in Algeria, 138 tra Egitto, Israele, Palestina e Siria e, ancora, tra gli altri, 8 in Francia, 3 in Finlandia, 2 in Spagna, 2 nell’Irlanda del Nord. 

Daphne Caruana Galizia, archeologa di formazione e giornalista investigativa esperta di Panama Papers, è stata uccisa il 16 ottobre 2017 da un esplosivo al tritolo nascosto nella sua Peugeot 108, poco distante dalla sua abitazione a Bidnija, Malta. Ciononostante, i suoi ‘Malta Files’ e la sua inchiesta sull’evasione fiscale dell’Unione Europea – con base pirata proprio a Malta – che le hanno valso il novero tra le “28 personalità che stanno agitando l’Europa”, non sono morti con lei. Anzi, in un senso crudele e straziante, la sua morte ha sortito l’effetto contrario a quello sperato: l’omicidio di Daphne ha dato maggior risalto alle sue parole e alle sue indagini.

Kim Wall aveva 30 anni, quando, nell’agosto 2017, scomparve misteriosamente, senza lasciare tracce, dopo essere stata vista con l’inventore danese Peter Madsen, a Køge in Danimarca. Il suo busto venne ritrovato in una spiaggia dieci giorni dopo, e nei giorni seguenti vennero ritrovati gli arti mancanti e la testa. Salì a bordo del sommergibile UC3 Nautilus di Madsen con l’intenzione di intervistare l’eccentrico inventore, sul quale stava realizzando un reportage. Oggi, però, la Wall non c’è più e Madsen è un ergastolano.

La morte di Maksim Borodin rimane ancora avvolta nel mistero. Dopo aver scritto articoli riguardanti corruzioni, ipocrisie e attività criminali di magnati, religiosi e noti politici russi, nessuno crede che Borodin si sia suicidato. Il trentaduenne è precipitato dal proprio appartamento al quinto piano il 12 aprile 2018, ed è morto tre giorni dopo. Negli ultimi tempi aveva espresso ad un suo amico il timore di essere arrestato, confidandogli inoltre di aver visto più volte persone armate in mimetica aggirarsi nei pressi del suo appartamento. Nessuno, però, tra gli agenti che hanno indagato sul caso, sembra essere dell’avviso che si sia trattato di omicidio, ignorando la posizione scomoda in cui Borodin era finito, tra scandali politici e inchieste sulla presenza di mercenari russi in Siria.

La storia della libertà di espressione fonda le sue radici nella storia, quando nel 1787 venne per la prima volta citata nella Costituzione degli Stati Uniti d’America. L’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 asserisce che “ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni ed idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Si trovano fondamenti anche nell’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti Umani e nell’articolo 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, così come nell’articolo 21 della Costituzione Italiana, che tutela uno dei capisaldi della democrazia. Seppur spesso limitati per ragioni di carattere politico, normativo, religioso e culturale, le libertà di espressione, di parola e di stampa fanno parte dei diritti fondamentali dell’individuo. Lo stesso articolo 10 comma 2 della CEDU ammette limitazioni per tutela alla “sicurezza nazionale, all’integrità territoriale o alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, alla protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario”, e l’articolo 29 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nella misura in cui prevede doveri dell’individuo verso la comunità di appartenenza e che “[n]ell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica”. La paura per la propria vita, d’altro canto, resta un limite non scritto.

Rispetto al quinquennio precedente, tra il 2014 e il 2018 si è riscontrato un aumento del 18% di giornalisti uccisi. Di questi omicidi, il 55% ha avuto luogo in paesi in pace. Senza tutte queste storie, senza il lavoro di questi coraggiosi giornalisti, senza la loro dedizione e il loro sacrificio, forse penseremmo che al mondo non esiste il dolore che ci è lontano, e che se esiste, probabilmente non è un nostro problema. Al contrario, in qualsiasi parte del mondo, ci sono sempre verità che tutti meritano di conoscere. Le atrocità commesse, il dolore arrecato, la morte, le frodi e a volte il riscatto di chi si pensava non sarebbe riuscito a sopravvivere. Dietro a tutte queste storie che leggiamo a cuor leggero, consapevoli essere ben distanti da noi, ad impugnare la penna con la stessa fermezza e coraggio di cavalieri con le loro spade, troviamo giornalisti che non sono semplici giornalisti, ma eroi della verità.

Il livello di impunità contro questi crimini è altissimo – soprattutto paesi quali Palestina, Perù, Filippine, Somalia e Ucraina. Ad oggi, a parte la giornata di commemorazione indetta per ricordare le vittime di questi crimini crudeli, si può citare la campagna globale ‘#EndImpunity, lanciata dalla Federazione internazionale dei giornalisti per chiedere giustizia per tutti i giornalisti uccisi. Questa è la verità nel XXI secolo: un atto di coraggio che va oltre la morte, ma che rimane impegnato di ingiustizia.

#KeepTruthAlive, in memoria di chi ha perso la vita per raccontarci la verità.

SPECIALE – Politiche migratorie

Di Simone Innico, Lara Aurelie Kopp-Isaia, Stefania Nicola

Migranti, profughi, rifugiati

Il concetto di migrazione, nella sua accezione più generale, indica l’allontanamento di una persona o di un gruppo da un dato territorio. Questa definizione generale accoglie, al suo interno, un insieme complesso ed eterogeneo di movimenti umani che si possono definire ‘migratori’. Pertanto, esso non riguarda solo gli spostamenti transnazionali e i reinsediamenti in un paese straniero ma anche, a titolo d’esempio, le ’migrazioni circolari’ di lavoratori pendolari attraverso il confine tra due stati, così come il percorso intrapreso dai ‘rifugiati interni’ (internally displaced persons), i quali, senza oltrepassare i confini dello stato, abbandonano la propria residenza originaria a causa di un conflitto o di un notevole evento climatico che metta a rischio la sopravvivenza degli individui, della famiglia o della comunità.

Per inciso, il termine ‘profugo’ rileva, all’interno del concetto di ‘migrante’, quella persona che abbandona il proprio paese d’origine non solo per motivi di discriminazione politica, razziale, religiosa, o per altri motivi di persecuzione individuale, ma per le più svariate ragioni, senza però che questo lo metta necessariamente in grado di richiedere protezione internazionale.

In linea generale, l’accezione più diffusa nel discorso che ci è familiare del termine ‘migrazione’  racchiude in sé due elementi di significato: un flusso più o meno costante di spostamenti a lungo termine di gruppi di individui, in numero cospicuo e con conseguenze significative per il contesto sociale, politico e demografico dei paesi d’origine, di transito e di arrivo; la ricerca più o meno premeditata, da parte del singolo individuo, dell’unità familiare o di una comunità, di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

È questa la concezione di ‘migrazione’ che informa gran parte del nostro discorso pubblico e che sovente si riflette nella gestione dello Stato e della società, coinvolgendo inevitabilmente il regime delle frontiere territoriali e il controllo della popolazione. Il governo delle migrazioni è oggi giorno – e in buona misura è stato negli scorsi decenni – presentato come una priorità politica per la sicurezza dello stato nazione. Ad ogni modo, va sottolineato che una codifica rigorosa di uno status giuridico del ‘migrante’ non figura in nessuna disciplina del diritto internazionale e, di fatto, l’ambiguità del concetto offre inevitabilmente un largo margine di interpretazione ai legislatori e ai decisori politici.

Ciò che invece trova precisa definizione nel corpus giuridico internazionale è lo status di ‘rifugiato’, che sostanzialmente riceve e formalizza la ‘migrazione forzata’ e attribuisce al soggetto migrante un diritto all’asilo o, terminologia dal significato analogo, alla ‘protezione internazionale’. La Convenzione sullo status dei rifugiati del 28 luglio 1951 disciplina la normativa in materia di diritto d’asilo; al netto di alcune eccezioni, ad oggi è stata firmata e ratificata in tutte le sue parti dalla maggioranza degli Stati ONU (147 su 193). La Convenzione rappresenta un trattato vincolante per i paesi firmatari, che devono realizzare sul loro territorio e con risorse adeguate le procedure di tutela dell’individuo disciplinate secondo lo status di rifugiato, assicurando piena cooperazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Devono infine adeguare alla normativa internazionale le disposizioni del proprio ordinamento giuridico in materia di asilo.

Le migrazioni nel mondo odierno

Nella cornice delle politiche migratorie, la tutela dei diritti del rifugiato rappresenta, nel mondo di oggi, una questione di primaria importanza. Secondo l’UNHCR, la popolazione di rifugiati nel mondo alla fine del 2018 si attesta al livello più alto mai registrato: 25.9 milioni di persone L’opinione pubblica, i media e i governanti del globo sono sempre più sensibili a questi dati. Tuttavia, prima di approfondire il tema della protezione di quelle che saranno, nel futuro più prossimo, le categorie umane più vulnerabili, è senza dubbio necessario un approfondimento sui trend delle migrazioni umane.

Da un punto di vista globale, i fenomeni migratori coinvolgono una popolazione nell’ordine delle centinaia di milioni; una stima ONU, ad esempio, ne registra 272 milioni per l’anno 2019. Ovviamente, i canali di spostamento che più attraggono l’attenzione dei media occidentali sono quelli che riguardano l’Europa e gli Stati Uniti, in quanto paesi d’arrivo per le rotte da, rispettivamente, Africa, Medio-Oriente e Asia Centrale o Messico e Sudamerica. Tuttavia, è necessario ricordare che gli spostamenti umani non riguardano solo i movimenti dal Sud del mondo al Nord – quest’ultimo, generalmente, da identificarsi con l’Europa occidentale e il Nord America. Secondo le stime del Population Reference Bureau, già nel 2014 la direzione Sud-Sud costituiva il 36% del trend globale dei flussi migratori, coinvolgendo 82.3 milioni di persone, ovvero spostamenti di massa interni ai continenti Asia, Africa e Sudamerica. Se anche volessimo ridurre l’intero spettro dei molteplici fenomeni migratori alla sola questione delle migrazioni forzate (che nell’anno 2018, secondo le figure UNHCR, riguardavano circa 70.8 milioni di individui), vedremo che il ‘Nord globale’ è decisamente sottorappresentato nella scala delle destinazioni. Ad oggi, la Turchia accoglie la quota maggiore di rifugiati (3.7 milioni), seguita da Pakistan (1.4 milioni), Uganda (1.2 milioni) e infine da Sudan e Germania (1.1 milioni). Allargando la visuale dai rifugiati al più comprensivo insieme concettuale dei ‘migranti internazionali’, passano invece in testa gli Stati Uniti, che nel 2017, secondo il think tank statunitense Migration Policy Institute, ospitavano 49 milioni di migranti sul territorio nazionale.

Conoscere l’immigrazione, per poterla governare

Quanto illustrato finora serve a fornire un’immagine generale, e inevitabilmente riduttiva, dei fenomeni migratori: un intreccio concettuale di elementi pressoché eterogenei ma strettamente connessi tra loro come la tutela dei diritti umani, le definizioni di nazionalità e cittadinanza, gli interessi economici e geopolitici, lo sviluppo industriale e il cambiamento climatico, ma anche l’opinione pubblica e l’influenza dei mass media. Si rivela di volta in volta fondamentale, pertanto, saper individuare con precisione il tema in oggetto d’analisi. Questa operazione è centrale per valutare con cognizione di causa le politiche migratorie messe in atto da autorità locali, nazionali e sovranazionali e per problematizzare e dunque governare gli spostamenti umani, sempre complessi e multidimensionali, che chiamano in causa importanti segmenti del sistema politico-sociale.

Quello dell’immigrazione non è un fenomeno recente. Già nel recente passato, i flussi migratori hanno raggiunto veri e propri picchi, in particolare tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Anche per questo, il tema dell’immigrazione ha trovato sempre più spazio al centro del dibattito nazionale, europeo, mondiale. Una prima spiegazione potrebbe derivare dalla sempre maggior rilevanza morale acquisita dal tema dei diritti umani. A ciò, si aggiunge la correlazione tra l’immigrazione e l’incidenza di guerre, conflitti armati e genocidi, fattore che ha inciso sulla limitazione e regolamentazione degli spostamenti. In altri casi, si è iniziato a parlare di ‘responsabilità collettiva’ nel fornire aiuto alle popolazioni colpite dagli effetti del cambiamento climatico – i cosiddetti profughi ambientali. Fondamentalmente, quando si tratta di migrazioni sembrano essere due gli approcci più spesso adottati. Da una parte, si pone l’obiettivo ideale di proteggere una comunità da quelli che dovrebbero essere gli effetti negativi comunemente considerati tipici e correlati all’immigrazione: aumento delle tensioni sociali, costi economici, perdita dell’identità culturale o della coesione sociale. Dall’altra, si riconosce il dovere morale di aiutare i bisognosi e integrare i profili desiderabili – soprattutto in realtà, come quella europea, in cui si rileva un invecchiamento progressivo della popolazione e un bisogno crescente di manodopera. Da qui nasce la necessità di definire le politiche migratorie, in grado di individuare le categorie privilegiate all’ingresso nel paese e i loro diritti, ma al tempo stesso di politiche di integrazione, affinché gli immigrati siano assimilati nel mercato del lavoro a livello salariale e occupazionale.

Perché, però, quest’ultimo punto non sempre trova un riscontro nella realtà? 

Come sottolinea uno studio della Commissione europea, le cause sono attribuibili alla conoscenza linguistica, alla formazione scolastica e all’inserimento degli stranieri in molti settori in cui anche i nazionali hanno possibilità di far carriera (cura della persona, costruzioni e ristorazione). Se da una parte, dunque, tali normative dovrebbero ridurre i differenziali socio-economici, dall’altra è anche vero, si sottolinea nel report, che è necessario che qualcuno svolga queste mansioni poco qualificate. Come si legge in un approfondimento delle Nazioni Unite, gli immigrati ‘di lunga durata’, quando si stabiliscono in un paese ospite, ne aumentano i livelli di produttività demografica. Al contempo, però, sono a loro volta soggetti ad invecchiamento; di conseguenza, la loro presenza può solo ritardare l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale degli anziani. Tuttavia, è con la ‘seconda generazione di migranti’, i figli di questi primi immigrati, che si può osservare un ‘riciclo’ di manodopera, più assimilata nel sistema scolastico, con una buona conoscenza linguistica e dotata di cittadinanza.

Se analizzassimo più da vicino le rotte migratorie presentate in apertura, una tra quelle occidentali più percorse è senza dubbio quella del Mediterraneo. Quest’ultimo è ormai noto quale il confine più pericoloso tra Stati che non sono in guerra tra loro. Al tempo stesso, questa rappresenta una delle tratte più complesse se si vuol ricostruire il profilo tipico del migrante irregolare, poiché comprende sia i migranti economici alla ricerca di opportunità di impiego (solitamente provenienti da Tunisia, Algeria e Marocco), sia quelli in fuga da persecuzioni o guerre e richiedenti asilo (che hanno come paesi di origine: Eritrea, Somalia, Afghanistan, Mali, Costa d’Avorio, Gambia, Sudan e Palestina). In particolare, in quest’ultima categoria si rileva la presenza di un ampio numero di  donne e bambini. A ben vedere, uno dei problemi maggiori è che i dati in materia di immigrazione irregolare sono lacunosi, incompleti e non aggiornati per individuare quanti di questi migranti richiederebbero asilo e quanti sarebbero invece migranti economici.

Se quindi non si conosce una realtà, come è possibile regolamentarla?

Tornando nuovamente al ‘caso Mediterraneo’, vista la sua complessità, occorre sottolineare che, alla luce del recente Decreto migranti, sembrerebbe esserci un’intenzione politica di semplificare e velocizzare  la gestione delle domande di protezione internazionale. Come spiegano i ministri firmatari Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luigi Di Maio (Esteri) sul Corriere della Sera, con questo decreto è previsto che, una volta individuata la provenienza dei migranti, sia più agevole avviare procedure di rimpatrio qualora questi provengono da porti sicuri quali Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Come riporta lo stesso articolo, “in mancanza di questi requisiti la domanda di protezione verrà subito respinta e  avviata la procedura di rimpatrio”. La questione principale di questo decreto interministeriale è che “inverte l’onere della prova”. In tal senso, verranno rifiutate le richieste di asilo delle persone provenienti dai citati 13 paesi, salvo esse non presentino prove di un rischio reale per la propria incolumità in caso di ritorno in patria.

Lo scenario italiano è soltanto una testimonianza di un’inversione di rotta nell’affrontare casi di emergenza umanitaria. Per avere una visione di più ampio spettro, prendiamo in esame tre casi a livello mondiale: il Venezuela, la Siria e lo Yemen.

Altre gravi emergenze migratorie ed umanitarie: come vengono gestite

Secondo i dati dell’UNHCR, a fine 2018 oltre 3 milioni di persone sono fuggite dal Venezuela, in quello che è il più grande esodo nella storia recente della regione. La catena di eventi che ha mobilitato migliaia di famiglie venezuelane è iniziata nel 2014, in seguito alla morte del presidente Cházev. La crisi economica devastante, l’inflazione che ha raggiunto la soglia del 50%, la mancanza di elettricità, la carenza di beni di prima necessità – i cui prezzi sono aumentati del 1000% -, la fame e la povertà sono tra i principali fattori del massivo esodo. Il sistema sanitario venezuelano è crollato, con una carenza di personale e di medicinali che ha causato la chiusura di molti reparti ospedalieri. In un solo anno, la mortalità materna è aumentata del 65%; quella infantile del 30%. “Quando mia figlia di nove mesi è morta a causa della mancanza di cure, ho deciso di portare la mia famiglia fuori dal Venezuela prima che morisse un altro dei miei figli”, testimonia, attraverso il report UNHCR, Eulirio Beas, della comunità indigena Warao, che si trova in un campo profughi del Brasile.

La maggioranza delle persone parte senza documenti, in carovane, percorrendo a piedi centinaia di chilometri: per questo vengono chiamati caminantes. Francesca Matarazzi, Emergency Coordinator di INTERSOS, descrive tali migrazioni con queste parole: “Li vedi passare ogni giorno. Famiglie con bambini piccoli, anziani. Camminano senza riposo. Camminano senza scarpe. Camminano con la pelle bruciata”.

Ogni mese sono oltre 15.000 le persone che attraversano il confine tra Venezuela e Colombia. Quest’ultima ha messo in atto politiche d’inclusione e d’accoglienza, con la priorità di evitare che i migranti intraprendano la strada della clandestinità. Il Governo colombiano ha concesso documenti temporanei che consentono ai venezuelani di entrare e uscire liberamente. Si potrebbe affermare che la Colombia abbia tentato di trasformare la questione migratoria da emergenza umanitaria a occasione di sviluppo. A onor del vero, questo esodo potrebbe rappresentare un’occasione di crescita economica per Bogotà. Tuttavia, gli arrivi sempre più numerosi stanno complicando la situazione. In un contesto in cui centinaia di persone sono costrette a vivere in case e campi profughi sovraffollati, le condizioni di vita diventano estremamente precarie. Il rischio di essere esposti ad abusi, sfruttamenti – minorili e sessuali – e di finire nei giri del narcotraffico rimane elevato.

Anche in Siria si sta verificando un’emergenza umanitaria. Il 15 marzo 2011 il popolo è sceso in piazza per protestare contro il Governo di Assad, invocando maggior democrazia e libertà. L’anno successivo, le manifestazioni sono sfociate in una guerra civile. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari, questa guerra ha provocato oltre 11 milioni di sfollati, 6.7 milioni dei quali sono scappati nei paesi limitrofi. Ma di questi ultimi che fuggono dalla Siria, solamente il 10% vive nei campi profughi dei paesi confinanti, perché troppo affollati. La maggior parte vive in piccoli alloggi di prima accoglienza, anche questi in condizioni precarie.

La guerra ha raggiunto livelli talmente elevati che, nel 2014, l’Alto Commissario delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani (OHCHR) ha annunciato che non avrebbe più registrato il numero delle vittime. Questa decisione è stata presa, secondo quanto dichiarato da Rupert Colville, portavoce OHCHR, a causa delle difficoltà riscontrate da organizzazioni indipendenti a entrare nel territorio siriano, insieme con l’impossibilità di verificare le fonti. La percentuale di civili uccisi è comunque molto elevata. Secondo diverse ONG, ad esempio, a Ghouta, durante un raid aereo del 18 febbraio 2018, sono rimasti uccisi oltre 1.400 civili, tra cui 280 bambini. Paolo Pezzati, di Oxfam Italia, denuncia che “è inaccettabile che la comunità internazionale stia voltando le spalle a oltre cinque milioni di siriani in fuga dall’orrore della guerra […] La comunità internazionale resta a guardare, mentre milioni di persone sono bloccate in un limbo senza fine”.

Un’altra regione afflitta dalla guerra e da una grave crisi umanitaria è lo Yemen, dove si contano oltre 3 milioni di profughi interni e 22 milioni di persone che necessitano di assistenza. Tutto ebbe inizio nel 2015, quando l’Arabia Saudita, il paese più ricco del mondo arabo, ha attaccato lo Yemen, paese più povero del mondo arabo. In quattro anni di conflitto vi sono state oltre 20.000 vittime, più della metà delle quali risultano essere civili. La vita nello Yemen è difficilissima, tanto che si dovrebbe più propriamente parlare di sopravvivenza. Metà degli ospedali sono stati distrutti, il prezzo del carburante è aumentato del 200%, i prezzi dei beni di prima necessità e del cibo sono alle stelle.

Ad aggravare le già precarie condizioni di vita, l’Arabia Saudita ha imposto un blocco alle importazioni nel paese. Secondo un articolo del 2017 di Internazionale, il think tank International Crisis Group affermava già al tempo che la fame che ha colpito gli yemeniti non fosse dovuta a cause naturali, ma all’azione voluta dei belligeranti e dall’indifferenza e al ruolo complice della comunità internazionale”. Conosciuta come la ‘crisi umanitaria dimenticata’, a causa dello scarso interesse dimostrato dalla comunità internazionale, questa è indubbiamente una delle peggiori crisi umanitarie contemporanee. Al disinteresse generale contribuisce la grande difficoltà dei giornalisti stranieri ad entrare nel paese. Le Nazioni Unite hanno tentato di trasportare alcuni giornalisti inglesi su un aereo umanitario, ma le forze saudite hanno impedito il loro arrivo. In particolare, a seguito di questo episodio, Ben Lassoued, coordinatore delle questioni umanitarie dello Yemen presso l’ONU, aveva dichiarato che “il fatto dimostra perché lo Yemen, paese colpito da una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, non riceva particolari attenzioni da parte dei media internazionali”.

Nell’estate del 2017, il presidente Trump ha concluso un accordo di 110 miliardi per la vendita di armi all’Arabia Saudita. Così facendo, gli Stati Uniti hanno alimentano un conflitto che ha distrutto il paese yemenita, gettandolo sull’orlo di una gravissima carestia e ha dato luogo a gravi crimini di guerra.

Tra crisi, patti globali e cuori chiusi

Quelle analizzate in questo approfondimento sono soltanto alcune delle emergenze migratorie e umanitarie che si stanno consumando nel mondo. Secondo l’UNHCR, infatti, altrettante crisi si registrano in paesi quali Congo, Burundi, Iraq, Nigeria, Sudan e Myanmar, dove sono in atto fenomeni di migrazione forzata. Milioni di persone sono costrette a lasciare il loro paese, la loro casa, nella speranza di un futuro migliore lontano dai conflitti. In tal senso, tutte queste migrazioni devono essere trattate come una crisi planetaria. Come ha ricordato il segretario generale Antonio Guterres, il 24 settembre scorso, innanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “In un epoca in cui un numero record di rifugiati e sfollati interni sono in movimento, la solidarietà è in fuga. Vediamo non solo le frontiere, ma i cuori chiudersi, mentre famiglie di rifugiati vengono distrutte e il diritto di trovare asilo fatto a pezzi”. Guterres ha messo l’accento sulle responsabilità condivise che gravano sulla comunità internazionale, sancite dai patti mondiali sui Rifugiati e sulla Migrazione, aggiungendo, con incedere lapalissiano: “All migrants must see their human rights respected”.

Il Caso Al Hassan davanti alla Corte Penale Internazionale: il presunto combattente maliano accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra

La Corte Penale Internazionale non ha ancora concluso il proprio operato in Mali. Dopo il Caso Al Mahdi, finito con una condanna a 9 anni di prigione, e stato messo sotto accusa Al Hassan Ag Abdoul Aziz, non solo per il compimento di crimini di guerra, ma anche contro l’umanità.

Il 1° aprile 2012 e il 28 gennaio 2013 delimitano l’arco temporale in cui sono state perpetrate le atrocità di cui l’ex combattente maliano è accusato. In questo lasso di tempo, il presunto militare estremista sembrerebbe aver avuto un ruolo da protagonista nei crimini commessi contro la popolazione civile a Timbuktu, in Mali, ad opera di due gruppi armati: Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), ‘costola’ dell’organizzazione terroristica conosciuta ormai da tempo e operante in tutta l’Africa Nord-Occidentale e nel Sahel, e Ansar Eddine (‘I difensori della religione’), un movimento salafita tuareg associato ad AQIM.

La situazione in Mali è stata riferita alla International Criminal Court dal Governo del Mali il 13 luglio 2012. Circa 6 mesi dopo, il 16 gennaio 2013, il procuratore della CPI, in base a quanto previsto dall’articolo 15 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, ha stabilito che vi fosse un ragionevole fondamento per avviare le indagini. L’atto successivo, infatti, è stato quello di presentare alla Camera Preliminare una richiesta di autorizzazione per un’investigazione su crimini presumibilmente commessi sul territorio del Mali dal 2012.

Al Sahel, in particolare, fa riferimento la prima delle due imputazioni esaminate dalla Corte. Al Hassan deve rispondere di crimini contro l’umanità ivi perpetrati, così come definiti dall’articolo 7 dallo Statuto della Corte: un “esteso o sistematico attacco contro ogni popolazioni civile, con la consapevolezza dell’attacco”. Tra le condotte in esame compaiono tortura, stupro, schiavitù sessuale, persecuzioni e “altri atti inumani di analogo carattere diretti a provocare intenzionalmente grandi sofferenze o gravi danni”.

Per quanto concerne invece la seconda accusa, Al Hassan sarà chiamato a difendersi dall’imputazione di crimini di guerra, previsti all’articolo 8 dello Statuto e avvenuti in un conflitto armato non internazionale. Nello specifico, il testo dell’articolo afferma che: “la Corte ha competenza a giudicare sui crimini di guerra, in particolare quando commessi come parte di un piano o di un disegno politico, o come parte di una serie di crimini analoghi commessi su larga scala”, specificando tale competenza, per quanto riguarda il tema del conflitto interno qui trattato, “c) In ipotesi di conflitto armato non di carattere internazionale, gravi violazioni dell’articolo 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra” e citando nello specifico  “i)  atti di violenza contro la vita e l’integrità della persona, in particolare tutte le forme di omicidio, le mutilazioni, i trattamenti crudeli e la tortura; ii)  violare la dignità personale; iii) prendere ostaggi; iv) emettere sentenze ed eseguirle senza un preventivo giudizio”. Inoltre, la possibilità di riconoscere i crimini di guerra anche in caso di conflitto armato non internazionale, nasce anche grazie alla giurisprudenza del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia (ICTY), che nel Caso Tadic si espresse affermando che le violazioni del diritto internazionale umanitario, non importa se commesse in conflitti internazionali o non internazionali, avrebbero comportato la responsabilità penale dell’individuo.

Volendo ricostruire il quadro storico della situazione in Mali però, è possibile far riferimento al mandato d’arresto pronunciato dalla prima camera preliminare contro Al Hassan ed emesso il 27 marzo 2018, sulla base dell’articolo 58 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, in ragione del quale la Camera Preliminare “è convinta: a) che vi siano motivi ragionevoli di ritenere che tale persona abbia commesso un reato di competenza della corte; b) che l’arresto di tale persona sembri necessario per garantire: i) la comparizione della persona al processo; ii) che la persona non ostacoli o metta a repentaglio le indagini o il procedimento dinanzi alla Corte; iii) se del caso, impedire che la persona continui in quel reato”.
Proprio all’interno di tale mandato – con cui l’ex combattente è stato consegnato alla Corte appena 3 giorni dopo la sua emissione: il 31 marzo 2018 –  la ICC procede con un “exposé succinct des faits” in cui viene descritto come i gruppi armati – intesi come entità che hanno sviluppato un grado sufficiente di organizzazione militare durante le ostilità e che controllano una parte di territorio in conflitto – abbiano preso il controllo di Timbuktu attraverso i loro uomini e le loro stesse istituzioni, come la polizia islamica – di cui si ritiene Al Hassan fosse capo de facto -, Hesbah (‘brigata della moralità’) e la Corte Islamica, cercando di imporre “la loro visione della religione alla popolazione locale, dettando varie regole e divieti che colpiscono tutte le aree della vita pubblica e privata di Timbuktu”.

Il mandato continua poi, nella descrizione di quanto avvenuto in quel periodo, affermando che qualsiasi violazione di quelle regole sarebbe stata punita con “fustigazioni, arresti, incarcerazioni, condanne senza precedente giudizio o sentenze emesse da un tribunale costituito irregolarmente” e in cui si presume abbia operato lo stesso Al Hassan. Uno scenario in cui qualsiasi comportamento della popolazione civile contrario alla visione religiosa condivisa dai gruppi armati AQIM e Ansar Eddine doveva essere represso senza quartiere.

Dopo un lungo iter, il 30 settembre 2019, la prima camera preliminare della Corte, ha emesso all’unanimità una decisione a conferma delle accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei confronti di Al Hassan, sulla base delle prove presentate durante l’udienza tenutasi dall’8 al 17 luglio 2019, rinviandolo a giudizio

La presidenza della Corte costituirà quindi una camera giudicante responsabile della conduzione della fase successiva del procedimento, la quale terrà status conferences – ossia riunioni preliminari tra avvocati e giudice – e si consulterà con le parti, in modo da programmare la data del processo e facilitare lo svolgimento dell’intero procedimento.

Il giudice ha inoltre autorizzato oltre 880 vittime a partecipare al caso, nelle vesti dei rispettivi rappresentanti legali.

Ora, si attende che venga dato inizio al processo, anche se nessuna data è ancora stata fissata.  Al momento dunque, sembrerebbe che la situazione di Al Hassan si stia muovendo verso la stessa conclusione del Caso Al Mahdi

Questo procedimento tuttavia, resta di fondamentale importanza per la Corte, che è stata oggetto di forti critiche e attacchi: più recentemente da parte degli Stati Uniti, il cui Presidente Donald Trump ha affermato che “as far as America is concerned, the ICC has no jurisdiction, no legitimacy and no authority”; ma anche da molte nazioni africane che hanno accusato la Corte di pregiudizi regionali, avendo la maggior parte dei casi trattati a che fare con crimini commessi in Africa. Critica alla quale la Corte ha risposto affermando di stare esaminando una moltitudine di casi fuori dal continente africano, ad esempio in Colombia. Un’ulteriore critica è la scarsa capacità di raggiungere una condanna in casi di alto profilo. Questa, però, potrebbe essere un’occasione per la Corte, per recuperare consensi a livello internazionale e dimostrare la propria efficacia.

Politiche migratorie comunitarie: immigrazione regolare e mercato del lavoro

Negli ultimi anni il dibattito europeo sulle politiche migratorie ha coinvolto soprattutto le migrazioni irregolari, ma ben poca attenzione è stata dedicata agli strumenti predisposti dall’Unione al fine di definire le politiche di migrazione regolare

Per molti anni, l’Unione Europea ha incontrato difficoltà nello stabilire una politica comune sulle migrazioni regolari della forza lavoro da paesi terzi; soprattutto perché fino al Trattato di Maastricht, il tema della migrazione era di competenza statale. Tuttavia, nel Trattato, la regolamentazione delle politiche migratorie fu introdotta nel terzo pilastro dell’Unione, per la creazione di uno Spazio di Libertà, Sicurezza e Giustizia. Tutt’ora, nella disciplina dettata dal Trattato di Lisbona (articoli 79 e 80 TFUE), le politiche migratorie sono materia concorrente tra Unione e Stati membri; alla prima spetta definire le condizioni di ingresso e soggiorno dei cittadini di nazioni terze, mentre ai secondi spetta stabilire i volumi di ammissione.

Nei primi anni duemila la Commissione adottò un policy plan riguardante le migrazioni regolari, al fine di rendere l’Unione una meta attraente per i cittadini più qualificati di nazioni terze. Così negli anni successivi vennero adottate una serie di direttive: sull’ammissione dei lavoratori altamente qualificati (conosciuta come Eu Blue Card Directive), sullo status generale delle persone ammesse per lavoro e ulteriori sui lavori stagionali, sull’ammissione degli studenti e dei ricercatori. La disciplina generale sulla migrazione lavorativa è dettata dalla direttiva 2011/98, conosciuta come ‘single permit’ Directive, la quale si applica ai cittadini di paesi terzi che intendono soggiornare in uno Stato membro per fini lavorativi. Tale permesso consente di entrare e stabilirsi nel territorio dello Stato che l’ha rilasciato, di circolare all’interno dell’Unione e di esercitare un’attività lavorativa, purché chi ne faccia richiesta abbia ricevuto un’offerta concreta di lavoro. In ultima analisi, la direttiva dispone che i lavoratori muniti di questo permesso debbano ricevere il medesimo trattamento riservato ai lavoratori nazionali, che include: la remunerazione, l’accesso ai sistemi di previdenza sociale o il riconoscimento dei titoli di studio. D’altro canto, la disciplina della durata del permesso e le modalità di  accesso al mercato del lavoro sono regolate da ogni singolo Stato membro.

Nel marzo del 2019, la Commissione europea ha pubblicato un report in cui descrive lo stato di implementazione della procedura per il rilascio del single permit. In esso si legge che nel 2017 sono stati rilasciati circa 2 milioni e mezzo di permessi, di cui 900.000 per attività remunerate e più di 1 milione per ragioni familiari; mentre solo 300.000 per motivi di istruzione.

Parallelamente, in relazione alla  categoria dei lavoratori altamente qualificati, è stata predisposta una forma particolare di permesso di ingresso all’interno dell’Unione, ovvero la European Union Blue Card, ispirata alla Green Card presente negli Stati Uniti. Essa permette ai cittadini di nazioni terze di vivere e lavorare all’interno degli Stati membri, ma i requisiti fissati dalla direttiva per l’accesso alla Blue Card sono molto stringenti. È rivolta a coloro i quali sono in possesso di una laurea universitaria e di un contratto di lavoro o un’offerta vincolante con un livello salariale abbastanza alto, pari ad almeno una volta e mezzo il salario dello Stato nel quale avrebbero esercitato la professione. In questo caso il soggetto deve dimostrare di possedere un livello elevato di istruzione o un’esperienza lavorativa certificata.  La direttiva lascia ampia discrezionalità agli Stati membri nel decidere condizioni di maggiore o minore favore nell’ammissione dei lavoratori. 

In entrambe le direttive è stata posta grande attenzione sul livello di remunerazione e sul monte orario necessario per concedere il Single Permit e la EU Blue Card, al fine di evitare l’instaurazione di un sistema di migrazione della forza lavoro dai paesi terzi che conducesse allo sfruttamento, in termini salariali, dei lavoratori immigrati o che portasse alla concorrenza sleale con il mercato del lavoro degli Stati membri. 

Al contrario del Single Permit, la EU Blue Card non ha riscosso grande successo, tant’è che solamente la Germania ha emesso un numero significativo di Blue Card (circa 14.000 fino al 2015). Questo dato appare sorprendente poiché la Blue Card ha l’importante obiettivo di attrarre all’interno dell’Unione soggetti altamente qualificati. Alcune recenti ricerche hanno rimarcato la persistente eterogeneità tra i mercati del lavoro degli Stati membri, che ha la conseguenza di creare un’ampia differenziazione nella domanda di forza lavoro. Si consideri che in Italia solamente il 25% dei lavoratori tra i 25 e i 34 anni possiede una qualifica universitaria, mentre la media europea si attesta al 35%. Ancora più variegati sono i settori occupazionali: in Grecia il 30% dei posti di lavoro afferiscono al settore alberghiero, in Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria è il settore secondario ad offrire la maggior parte dell’occupazione. 

In conclusione, una piena integrazione nel mercato del lavoro, seppur rappresenti una sfida sia a livello di qualifiche sia per quanto concerne i settori occupazionali, dev’essere perseguita per la creazione di un sistema lavorativo più coeso e organico a livello europeo.

La Responsabilità Internazionale dei Contingenti di Mantenimento della Pace: la sentenza della Corte Suprema olandese Stichting Mothers of Srebrenica

Il 19 luglio scorso, la Corte Suprema olandese ha emesso la sentenza relativa alla controversia fra l’Aia e la fondazione (stichting) Mothers of Srebrenica, che riunisce le madri delle vittime dell’eccidio avvenuto nel luglio del 1995 nella cittadina bosniaca di Srebrenica, nel corso del quale furono massacrati oltre 7.000 bosniaci musulmani. La Cassazione ha per molti versi ribaltato la precedente sentenza di appello, soprattutto per quanto concerne l’attribuzione di responsabilità del battaglione Dutchbat – inviato a proteggere le enclavi di Srebrenica e Potocari – riducendola dal 30% al 10%. In questo articolo si valuterà perciò l’attribuzione della responsabilità internazionale per atti illeciti dei contingenti di mantenimento della pace – i caschi blu o peacekeepers -, prendendo spunto da quest’ultima pronuncia.

Gli eventi del Massacro di Srebrenica

I fatti che hanno avuto luogo fra l’11 ed il 21 luglio del 1995 nella cittadina di Srebrenica costituiscono il più ampio massacro sul suolo europeo dalla fondazione delle Nazioni Unite. La situazione nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia iniziò a incrinarsi a partire dal giugno 1991, quando le dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia – due delle sei repubbliche che costituivano la federazione – scatenarono un conflitto etnico senza precedenti nella storia europea del secondo dopoguerra. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ormai libero dalle briglie della Guerra Fredda, approvò la Risoluzione n.743 nel febbraio 1992, creando la forza di mantenimento della pace UNPROFOR. Quest’ultima era incaricata di far rispettare gli accordi di cessate il fuoco firmati a Ginevra nel novembre del 1991 e a Sarajevo del gennaio 1992.

Le violenze si estesero rapidamente anche alla Bosnia-Erzegovina, ormai la terza repubblica costituente a proclamare il proprio distacco da Belgrado ai primi di marzo del 1992. La Bosnia-Erzegovina, a differenza delle altre due repubbliche secessioniste, presentava una situazione etnica del tutto peculiare. Infatti, seppure in tutto il territorio della ex Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia fossero presenti sacche di minoranze etniche, queste ultime erano spesso inscritte in zone – relativamente – ben delineate. Diversa era la situazione bosniaca, che presenta tutt’oggi tre distinte etnie al suo interno, e senza una obiettiva soluzione di continuità territoriale fra esse. Con l’intento di formare una Grande Serbia, i serbi di Bosnia cercarono di conquistare il più ampio territorio possibile, proclamando a loro volta, il 27 marzo, la nascita della Republika Srpska. Questi ultimi procedettero contestualmente ad un processo di pulizia etnica, di modo che si potesse affermare sui territori da loro conquistati una maggioranza di popolazione serba senza l’interposizione di minoranze nazionali. Era il principio di nazionalità portato al suo estremo.

La parte orientale della Bosnia fu il teatro di sanguinosi scontri fra gli indipendentisti bosniaci, da un lato – che compresero ad un certo punto sia la minoranza croata che i bosgnacchi, di religione musulmana – ed i serbo-bosniaci dall’altro. Si formarono così delle enclavi nel territorio della Bosnia orientale, con l’intento di proteggere i musulmani dagli attacchi dei serbo-bosniaci. L’intento dei serbi era quello di ottenere, manu militari, un confine etnico che separasse i serbi dalle altre etnie della Bosnia. L’ONU corse ai ripari approvando, nel 1993, le risoluzioni 819 e 836 del Consiglio di Sicurezza, con le quali si provvedeva, tramite un’ulteriore estensione del mandato di UNPROFOR, alla protezione delle enclavi musulmane in territorio bosniaco, designandole quali zone sicure‘.

Gli sforzi dal Palazzo di Vetro non riuscirono comunque ad evitare il massacro. A protezione della zona sicura di Srebrenica si trovava il contingente messo a disposizione dal Regno dei Paesi Bassi, il cosiddetto Dutchbat. Essendo la città caduta in mano serba l’11 luglio, il battaglione decise di istituire una mini safe-area attorno a Potocari, senza avere successo nel proteggere i rifugiati, ed anzi finendo per offrire un’opportunità all’intervento serbo, che portò alla separazione degli uomini  in età compresa fra i 18 e i 60 anni. Un preludio al genocidio che sarebbe costato la vita ad almeno 7.000 bosgnacchi, uccisi in esecuzioni sommarie e gettati in fosse comuni, in flagrante violazione degli obblighi sanciti dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948.

Sulle operazioni di mantenimento della pace

Le operazioni di peacekeeping si inseriscono nel quadro delle lecite eccezioni alla regola generale del non-uso della forza, enunciata all’Art. 2(4) della Carta delle Nazioni Unite. Nonostante il peacekeeping non sia esplicitamente previsto dalla Carta, quest’ultima attribuisce al Consiglio di Sicurezza, all’Art. 24, la responsabilità primaria per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Deriva da tale competenza generale il fatto che il Consiglio possa istituire un’operazione di mantenimento della pace. In altre parole, è proprio il perseguimento del fine del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale ad autorizzare, come risposta, l’uso di mezzi coercitivi da parte dell’ONU.

Le operazioni per il mantenimento della pace sono spesso adottate ai sensi del capitolo VII della Carta, rendendole così, ex Art. 25 della stessa, vincolanti per i membri dell’organizzazione, i quali “convengono di accettare e di eseguire le decisioni del Consiglio di Sicurezza in conformità alle disposizioni della presente Carta”. Si potrebbe dunque affermare che il peacekeeping si sia sviluppato come prassi successiva all’adozione di un trattato multilaterale. Tale possibilità ricade fra quelle enumerate all’Art. 31(3) della Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati, che dispone di tenere in conto, ai fini dell’interpretazione di un testo pattizio, di “(a) ogni accordo ulteriore intervenuto fra le parti in materia di interpretazione del trattato o della applicazione delle sue disposizioni; (b) qualsiasi prassi successivamente seguita nell’applicazione del trattato attraverso la quale si sia formato un accordo delle parti in materia di interpretazione del medesimo”. Sembra dunque lecito poter interpretare l’Art. 24 della Carta alla luce di una pratica sviluppatasi successivamente all’entrata in vigore del trattato.

Va inoltre aggiunta una doverosa distinzione fra le operazioni di mantenimento della pace, da un lato, che si svolgono sotto l’egida del Segretario Generale e, dall’altro, l’autorizzazione all’uso della forza in legittima difesa accordata dal Consiglio di Sicurezza ai singoli stati membri dell’ONU o a coalizioni di essi (come fu il caso della Prima Guerra del Golfo, con la risoluzione 678 del 1990), anche se nemmeno questa seconda misura trova esplicito riscontro nelle disposizioni della Carta.

Si possono qui distinguere tre generazioni di operazioni di peacekeeping, aventi compiti di natura incrementale. La prima, il cui modello originario è rappresentato da UNEF I (il contingente inviato a seguito della Crisi di Suez dell’ottobre-novembre 1956), consiste in operazioni finalizzate al mero rispetto degli accordi di cessate il fuoco. Per questo motivo, le operazioni di peacekeeping tradizionali presentano quattro importanti caratteristiche: 1) necessità del consenso dello Stato; 2) neutralità fra le parti; 3) uso della forza circoscritto alla legittima difesa; 4) reperimento di contingenti militari tramite accordi fra le Nazioni Unite e i singoli stati membri. La seconda generazione espande le mansioni dei peacekeepers alla sfera civile, includendovi, inter alia, il rimpatrio e la protezione dei rifugiati, l’assistenza umanitaria, il controllo sul rispetto dei diritti umani. Infine, le operazioni di terza generazione prevedono un vero e proprio mandato di peace-enforcement, ovvero il raggiungimento della pace attraverso l’uso della forza. L’operazione UNPROFOR è ascrivibile, secondo la migliore dottrina, a questa terza generazione di peacekeeping.

È evidente già da questa breve trattazione che i contingenti di mantenimento della pace sono lungi dall’essere ascrivibili ad una precisa categoria di organi per quanto concerne l’attribuzione delle loro condotte. Se, da un lato, l’ONU sostiene che essi siano suoi organi sussidiari, le cui azioni implicano quindi la responsabilità dell’organizzazione, dall’altro non può negarsi la duplice natura di tali contingenti, che rimangono pur sempre organi dello Stato di invio. Quest’ultimo punto è testimoniato dal fatto che lo stato di invio del contingente mantiene delle importanti prerogative rispetto ai propri peacekeepers: un controllo su questioni disciplinari, la giurisdizione in materia penale e, infine, la facoltà di ritirare unilateralmente le truppe. Quest’analisi ha spinto la maggior parte della dottrina a ritenere che si sia in presenza di un regime di corresponsabilità per le azioni dei peacekeepers, imputabili, a seconda del fatto concreto, allo stato d’invio, all’Organizzazione delle Nazioni Unite, o a entrambi.

Da questo regime ibrido di responsabilità deriva che le cause contro i presunti illeciti delle forze di mantenimento della pace – intesi qui non come illeciti derivanti dalla responsabilità penale dei singoli membri del contingente – vengono spesso intentate all’interno delle corti degli stati che mettono a disposizione dell’ONU i propri militari. Complice l’immunità dalla giurisdizione di cui le organizzazioni internazionali godono a livello interno, i ricorrenti tentano così di provare la responsabilità dello stato d’invio delle truppe per le condotte illecite, essendo questo in molti casi l’unico modo di ottenere una riparazione. A ciò, si aggiunga che le organizzazioni internazionali, per loro stessa natura, non possono essere adite in Corti sovranazionali, in quanto queste ultime non ne prevedano la legittimazione attiva in materia contenziosa, o perché queste non sono parti (o non possono esserlo) del trattato istitutivo. Per ogni operazione dovrebbe essere istituita, secondo l’accordo-modello di Status of Forces Agreement dell’ONU per le operazioni di peacekeeping, una standing claims commission per la risoluzione delle controversie che, tuttavia, ad oggi, non ha mai visto la luce. È in tale contesto che viene in rilievo la questione dell’attribuzione delle condotte dei peacekeepers.

La sentenza della Corte Suprema olandese – una critica ai criteri di attribuzione delle condotte dei peacekeepers

La Corte Suprema è entrata nel merito dei criteri per l’attribuzione delle condotte illecite di Dutchbat, il contingente di soldati olandese facente parte di UNPROFOR. Paradossalmente, pur trattandosi di un organo sussidiario dell’ONU, la Corte Suprema si è astenuta dall’utilizzare i criteri di attribuzione delle condotte elaborati negli Articoli sulla Responsabilità delle Organizzazioni Internazionali (DARIO), preferendovi gli Articoli sulla Responsabilità degli Stati (ARSIWA). Per la Corte, è pacifico che, essendo i peacekeepers organi sussidiari dell’ONU, le loro azioni siano di norma attribuibili all’organizzazione, ex Art. 6 DARIO. Tuttavia – continua la sentenza – non si tratta in questo caso di statuire su una eventuale “dual attribution” delle condotte; semmai, di vedere in quali casi tali condotte siano attribuibili allo Stato olandese. A tal fine, il ragionamento della Corte si basa essenzialmente sull’Art. 8 ARSIWA, che recita: “[i]l comportamento di una persona o di un gruppo di persone sarà considerato un atto di uno Stato ai sensi del diritto internazionale se la persona o il gruppo di persone di fatto agiscono su istruzione, o sotto la direzione o il controllo di quello Stato nel porre in essere quel comportamento”. Secondo il commento della Commissione di Diritto Internazionale, lo standard di controllo richiesto dall’Art. 8 è quello individuato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel caso ‘Attività Militari e Paramilitari in Nicaragua’, secondo la quale: “while the United States was held responsible for its own support for the contras, only in certain individual instances were the acts of the contras themselves held attributable to it, based upon actual participation of and directions given by that State. The Court confirmed that a general situation of dependence and support would be insufficient to justify attribution of the conduct to the State”.

In altri termini, l’attribuzione delle condotte allo Stato – a differenza del più flessibile criterio di overall control elaborato dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia nel caso Tadić – è possibile solo quando queste sono effettivamente state perpetrate sotto il controllo diretto di quest’ultimo, essendo il contingente di peacekeepers un organo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, la cui responsabilità  va, ‘per difetto‘, ad essa attribuita.

Per riassumere, ancora, l’intricato ragionamento su cui si fonda la sentenza della Corte. Se si ammette che i peacekeepers siano organi sussidiari delle Nazioni Unite, così come sancito dalla stessa organizzazione, ogni loro atto, anche ultra vires – cioè in eccesso delle istruzioni – è in principio attribuibile, secondo i DARIO (Art. 8), alle Nazioni Unite. Al contrario, le nazioni che forniscono i contingenti militari sarebbero responsabili per le condotte solo nel caso in cui esercitino un controllo effettivo, ex Art. 8 ARSIWA. Si arriva così ad una finzione giuridica, secondo la quale i contingenti di mantenimento della pace, una volta messi a disposizione dell’ONU, cessano di essere contingenti militari dello Stato d’invio. In altri termini, si dà per scontato che, indossati i caschi blu, i soldati siano interamente sotto il controllo – e dunque, sotto la responsabilità – delle Nazioni Unite. Solo un controllo effettivo da parte dello Stato d’invio – da dimostrare – potrà dunque attribuirne le condotte ad esso.

Tuttavia, questo ragionamento della Corte olandese omette del tutto che le coordinate generali per l’attribuzione delle condotte dei peacekeepers sono esplicitamente sancite all’Art. 7 DARIO, che tratta i casi di Conduct of organs of a State or organs or agents of an international organization placed at the disposal of another international organization. Secondo l’articolo: “The conduct of an organ of a State or an organ or agent of an international organization that is placed at the disposal of another international organization shall be considered under international law an act of the latter organization if the organization exercises effective control over that conduct”. Devono quindi essere soddisfatti due requisiti, fra essi cumulativi, per l’attribuzione delle condotte di tali organi all’organizzazione internazionale alla quale sono affidati. In primo luogo, che tale organo sia stato messo a disposizione dell’organizzazione; in secundis, che l’organizzazione stessa eserciti un controllo effettivo sulle condotte dell’organo. Si giunge così ad un rovesciamento della responsabilità per difetto rispetto al ragionamento perpetrato dalla Corte Suprema: è infatti solo in caso in cui l’Organizzazione eserciti un controllo effettivo che le condotte degli organi ad essa trasferiti le sono attribuibili. In caso contrario, gli atti di organi statali messi a disposizione di un’organizzazione internazionale restano attribuibili allo Stato di appartenenza. Questi ultimi, dunque, non cessano, come vorrebbe la visione della Corte dell’Aia, di essere al contempo organi statali quando vengono messi a disposizione dell’ONU per le operazioni di mantenimento della pace. Va tuttavia tenuto a mente che il criterio di controllo effettivo menzionato all’Art. 7 DARIO non può considerarsi della medesima natura di quello applicabile all’Art. 8 ARSIWA, poiché la condizione di attribuzione delle condotte così come sancita nel Caso Nicaragua implicherebbe che la maggior parte degli atti dei peacekeepers siano ascrivibili allo stato di invio. A tal proposito, Palchetti spiega (2015, ‘International Responsibility for Conduct of UN Peacekeeping Forces: the question of attribution’) che ciò “would significantly complicate attribution of an act to the organization, as in many cases it would be extremely difficult to prove the existence of such an ‘effective control’. This could lead to the unreasonable result that in many cases the sending state could risk bearing responsibility for acts of its national contingent in the performance of functions of the organization. This would be so because attribution of the conduct to the state would not depend on proof that that state exercised effective control over the conduct at issue. Once it is determined that the conduct of a national contingent cannot be attributed to the organization for lack of effective control, attribution to the sending state would be justified by the status of the contingent as organ of that state”.

Nel caso di specie, la responsabilità dello stato  olandese emerge solo in quanto quest’ultimo, secondo la Corte, ha esercitato un controllo effettivo sulle condotte dei peacekeepers nel lasso di tempo successivo alle ore 23:00 dell’11 luglio 1995, dopo che la città di Srebrenica fu conquistata dai serbi e fu deciso di evacuare i bosgnacchi verso la mini safe area creata a tale scopo. Viene, in altri termini, semplicemente soddisfatto il requisito di attribuzione dell’Art. 8 ARSIWA. È per questo motivo che le condotte illecite sono ascrivibili (anche) all’Olanda, ma tale approccio al sistema di responsabilità per atti illeciti rischia di creare un limbo lungo il quale, per via dell’immunità dalla giurisdizione accordata alle Nazioni Unite nelle corti nazionali, può risultare del tutto impossibile intentare qualunque azione risarcitoria per atti illeciti compiuti durante le operazioni di peacekeeping. I casi Saramati e Behrami alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ben testimoniano le insidie di questo costrutto giuridico.

Infine, questa sentenza della Corte suprema olandese – di cui quest’articolo non si propone di essere un riassunto esaustivo – ha diminuito la percentuale di responsabilità per gli atti illeciti dello stato olandese dal 30% al 10%, in ottemperanza ai criteri di attribuzione sopra analizzati. La Corte d’Appello, nella sentenza cassata, afferiva che Dutchbat avrebbe agito in modo illecito non offrendo ai rifugiati bosgnacchi la possibilità di rimanere all’interno del compound, all’interno del quale, al paragrafo 68 “the chance that the men would have escaped the inhumane treatment and execution by the Bosnian Serbs if they had remained in the compound was 30%”. La Corte Suprema, invece, pur riaffermando che Dutchbat ha agito in modo illecito con le proprie condotte, ha ridotto la percentuale di responsabilità per l’atto illecito dal 30% al 10%. Sancisce, infatti, il paragrafo 4.7.9 della sentenza della Corte Suprema che “It must be ruled that the chance that the male refugees, had they been offered the choice of remaining in the compound, could have escaped the Bosnian Serbs, was indeed small, but not negligible. In view of all of the circumstances, the Supreme Court estimates that chance at 10%”.Questa decisione viene però solo labilmente articolata e non sembra essere sorretta da un’attenta indagine dei fatti. La differenza fra i due gradi di giudizio si esplica, in ultima analisi, meramente in una  diversa interpretazione degli eventi, in un ipotetico what if.