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PROSUR: utopia o passo decisivo verso l’integrazione dell’America Latina?

Lo scorso 22 marzo i presidenti di 8 Paesi dell’America Latina (Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Perù, Paraguay e Guyana) hanno firmato la Dichiarazione di Santiago che ha sancito la nascita del Foro para el progreso de America del Sur (PROSUR).

Come dai più sostenuto, il PROSUR nasce dalle ceneri della precedente Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR). L’unione nacque nel 2008 per volontà del ‘polo socialista’ composto da Argentina, Brasile e Venezuela, ma entrò in crisi nel 2017 per la mancanza di consenso sulla nomina del segretario generale – l’organo esecutivo dell’organizzazione – e per divergenze sulla questione venezuelana. Si potrebbe dire che, ad un livello più profondo, la causa della differenza di veduta all’interno dell’ente sia da rintracciare nello spostamento dell’asse politico della regione sudamericana verso destra, in una posizione nettamente contrapposta all’ideologia che aveva animato l’UNASUR di Chavez, Lula da Silva e Kirchner.

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Venezuela: fallisce il colpo di stato contro Maduro

Marcha de protesta contra Maduro el 02 de Febrero del 2019 en Caracas convocada por Juan Guaido Presidente Interino de Venezuela. Realizada por Alex abello Leiva, conocido en el medio artístico como alexcocopro, fotógrafo, filmmaker deportista extremo, motivador, emprendedor, artista gráfico y lider de proyectos digitales.

L’ennesimo tentativo di golpe contro il governo venezuelano del presidente Nicólas Maduro è fallito. Nella mattinata del 30 aprile, il leader dell’opposizione Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente ad interim del Venezuela lo scorso gennaio, ha lanciato un appello per la rivolta popolare in un breve video dalla base militare La Carlota, nella zona est della capitale Caracas. Al suo fianco appare il politico di opposizione Leopoldo López, il quale, infrangendo gli arresti domiciliari, mostra il proprio appoggio al colpo di stato.

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L’Amazzonia di Bolsonaro

L’elezione del neo presidente Jair Bolsonaro in Brasile ha fatto aumentare la preoccupazione dei più sensibili alle questioni climatiche, tanto per la regione sudamericana quanto per il pianeta intero. Le decisioni dell’esecutivo brasiliano, infatti, sono cruciali per le sorti della vasta foresta amazzonica, la quale, pur estendendosi in diversi altri paesi oltre al Brasile, è situata per il 65% al suo interno.

Bolsonaro ha costruito parte della propria propaganda elettorale sul tema dell’Amazzonia, indicando come soluzione per risollevare l’economia brasiliana proprio lo sfruttamento di ampie zone della foresta, in special modo dei territori dove vivono i popoli indigeni.

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Panama: la ‘catastrofe silente’ delle Isole San Blas

Amate dai turisti per le distese di spiaggia bianchissima e le acque cristalline, le isole San Blas sono minacciate da continue inondazioni che rischiano di farle scomparire, insieme alle popolazioni locali. Tuttavia, il rapido innalzamento del livello del mare non è l’unica sfida per chi abita in queste zone, come denuncia la Estrella de Panamà, il più antico quotidiano panamense.

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Effetto notte: l’intero Venezuela paralizzato da un black-out

L’8 marzo scorso i venezuelani hanno visto le loro città sprofondare letteralmente nel buio a causa di un black-out che ha colpito l’intero paese e che ha messo in ginocchio il sistema economico e socio-sanitario. Le estrazioni petrolifere, cardine dell’economia venezuelana, hanno subito un brusco arresto e i cittadini hanno trovato difficoltà nell’approvvigionamento di acqua potabile. A Maracaibo, la seconda città più importante del paese, sono stati denunciati numerosi saccheggi.

Asdrubal Oliveros, economista e direttore dell’agenzia Ecoanalitica, ha calcolato danni ingenti. Molte aziende venezuelane, già rallentate dalla crisi economica e dall’instabilità politica, hanno dovuto arrestare le proprie attività a causa dell’assenza di elettricità. Il blocco delle attività produttive è stato totale e ha cagionato alla già debole economia del paese un danno che oscilla tra 150 e 200 milioni di dollari al giorno. Nel settore petrolifero le perdite quotidiane sono state stimate intorno a 700.000 barili. Sebbene l’interruzione sia durata ’solo’ una settimana, i danni causati hanno raggiunto l’1% del PIL.

Nicolás Maduro e Juan Guaidó, i due leader che si contendono la direzione dello Stato, nonché i governi di alcune nazioni che si oppongono al primo, hanno tentato di individuare le cause e i colpevoli, giungendo a conclusioni divergenti.

Gli oppositori di Maduro ritengono che il black-out sia l’ennesima prova dell’incapacità organizzativa di un regime che non rispetta i diritti dei cittadini. Per Maduro stesso, invece, si tratta di un attentato contro i diritti umani dei Venezuelani inferto dagli Stati Uniti, attraverso un sofisticato attacco informatico al sistema idroelettrico del Venezuela. Eppure, come suggerisce Limes, sarebbe la prima volta che una nazione riesce a gettarne un’altra nella totale oscurità.

Alcuni esperti del settore elettrico, poi,  hanno rilasciato a BBC Mundo alcune dichiarazioni secondo le quali la vera causa dell’oscuramento andrebbe ricercata nell’incendio della principale linea elettrica del paese, che nasce nella centrale idroelettrica Simòn Bolìvar, nel sud del Venezuela.

Dopo l’accusa di ‘sabotaggio informatico’ nei confronti di Donald Trump, il 12 marzo scorso il Governo ha ordinato ai diplomatici statunitensi di lasciare il paese entro 72 ore, perchè la loro presenza sul suolo venezuelano rappresentavaun rischio per la pace, l’unità e la stabilità del Paese. Pertanto, il Dipartimento di Stato USA, che riconosce ufficialmente solo la legittimità di Guaidó, ha annunciato il ritiro del suo staff dal Venezuela. Michelle Bachelet, l’Alto commissario ONU per i diritti umani, da sempre critica nei confronti del regime venezuelano, il giorno seguente alla minaccia di Trump di intensificare le restrizioni economiche, ha dichiarato in sede al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite: “Sono preoccupata che le recenti sanzioni, che colpiscono i trasferimenti finanziari derivanti dalla vendita di petrolio venezuelano negli Stati Uniti, potrebbero contribuire ad aggravare la crisi economica, ripercuotendosi sui diritti fondamentali dell’uomo e del benessere dei cittadini”.

Per Maduro i nemici sono anche all’interno dello Stato.

Il giornalista ispano-venezuelano Luis Carlos Díaz è stato arrestato l’11 marzo presso le sedi della polizia politica, con l’accusa di aver preso parte al sabotaggio, per poi essere rilasciato dopo 24 ore. Attualmente si trova in stato di libertà condizionata, con obbligo di firma ogni otto giorni presso le autorità di giustizia venezuelane e con il divieto di lasciare il paese. Allo stesso modo, il pubblico ministero Tarek William Saab ha annunciato l’apertura di un’indagine penale contro Juan Guaidó per i medesimi capi d’accusa.

Maduro non cerca solo nemici, ma guarda ad oriente in cerca di alleati. Il Venezuela, infatti, intrattiene sempre più stretti rapporti con la Cina da dieci anni a questa parte, in particolare da quando quest’ultima aveva finanziato la costruzione di cinque centrali elettriche da realizzare a Caracas entro il 2014. Pechino, infatti, non paga in denaro l’import di petrolio avendo enormi crediti nei confronti del Governo caraibico e, fin dal primo giorno di oscuramento, ha promesso un aiuto tecnico al fine di ristabilire la rete elettrica venezuelana.

Solo giovedì 14 marzo, dopo una lunga settimana, è tornata la corrente nella maggioranza delle zone colpite. Tuttavia, nonostante le rassicurazioni sul ripristino del sistema di fornitura elettrica, lunedì 25 marzo si sono registrati nuovi episodi di black-out in tutto il territorio. Almeno 21 stati si sono trovati senza elettricità ed il sistema metropolitano di Caracas ha dovuto sospendere il servizio. Le autorità non si sono ancora pronunciate in merito e non hanno dato alcuna spiegazione; la situazione, pertanto, resta delicata e tuttora in fase di evoluzione.

Le potenziali conseguenze della Brexit in America Latina

L’uscita britannica dall’UE è seguita con grande interesse non solo in Europa, ma anche oltreoceano: la Brexit obbliga infatti a rivedere gli accordi commerciali firmati tra il Regno Unito e i singoli stati latino-americani.

Sino alla metà del ‘900, Londra è stata un importante alleato economico dell’America centrale e meridionale. Oggi la situazione è ben diversa: gli USA e l’UE si sono affermati come i due maggiori investitori nella regione, mentre il commercio con il Regno Unito, pur sempre presente, è nettamente ridimensionato rispetto a 70 anni fa. Continua a leggere

Cuba e la crisi politica in Venezuela Un’eventuale destituzione di Maduro rischia di compromettere anche le sorti di Cuba

Il 23 gennaio il presidente dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidó, ha prestato giuramento e si è autoproclamato Presidente ad interim, contestando la legittimità democratica di Nicolas Maduro e chiedendo delle nuove elezioni. Guaidó ha ricevuto un forte sostegno internazionale; il presidente degli USA Donald Trump l’ha subito riconosciuto come leader del Venezuela gli han fatto seguito Canada, Unione Europea e la maggior parte dei Paesi dell’America Latina.

La reazione di Maduro è stata ferrea: ha affermato la sua autorità, ha definito Guaidó un usurpatore e ha dichiarato di essere vittima di un tentato colpo di Stato ad opera dell’opposizione e degli Stati Uniti, accusando questi ultimi di interferire con le politiche venezuelane. All’interno del Paese la situazione è disastrosa: le proteste, gli scontri e le violenze sono all’ordine del giorno e continuano a crescere.

Maduro, seppur apparentemente isolato rispetto alla comunità internazionale, continua a godere del sostegno di Russia, Cina, Iran, Turchia, Nicaragua e Bolivia e Cuba. Tra tutti questi Paesi Cuba è sicuramente quello che corre maggiori rischi, qualora vi sia un effettivo cambio dell’esecutivo. I rapporti tra Venezuela e Cuba, infatti, sono estremamente solidi. L’amicizia e la stima tra gli ex presidenti Hugo Chávez e Fidel Castro hanno fatto sì che si stringesse un forte legame commerciale e diplomatico taleda portare i due Paesi a sviluppare una sorta di ‘dipendenza’ reciproca.

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L’Argentina in crisi: un punto della situazione Debito pubblico e food emergency sono i principali problemi da fronteggiare per il Paese

Di Sabrina Certomà

L’Argentina è, attualmente, il Paese più indebitato della regione secondo la Commissione economica per America Latina e Caraibi (CEPAL). La proporzione tra debito pubblico e PIL è al 77,4%, in netto aumento considerando che nel 2015 – quando Macri divenne Presidente – si attestava al 53,3%. Per di più, a questa cifra si arriva conteggiando solo la prima quota di prestito del Fondo Monetario Internazionale – 15 miliardi di dollari nel luglio 2018. Prendendo in considerazione anche i 13,4 miliardi di ottobre, inviati alle casse di Buenos Aires, il rapporto sale oltre l’80% del PIL.

Anche se il rischio di default è escluso dalla quasi totalità degli analisti, è evidente che il Paese dovrà procedere a una decisa ristrutturazione del debito e del sistema economico. Caratteristica del debito argentino è, inoltre, la durata inferiore ai 10 anni. Ciò comporta che se ne dimostri continuamente la solvibilità. Continua a leggere

La Bolivia di Evo Morales: prove tecniche di caudillismo? Le elezioni presidenziali di ottobre si svolgeranno in un clima di profonda tensione

Evo Morales si appresta a partecipare per la 4a volta alle elezioni presidenziali in un clima sociale teso e contestato.

La Bolivia si presenta ancora oggi, nell’immaginario collettivo internazionale, come la principale vittoria della sinistra progressista latinoamericana, con il cosiddetto Socialismo del Siglo XXI, ovvero quel movimento socio-politico cominciato con la Revolución Bolivariana di Chávez e allargatosi in tutta la regione. Continua a leggere