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Panama: la ‘catastrofe silente’ delle Isole San Blas

Amate dai turisti per le distese di spiaggia bianchissima e le acque cristalline, le isole San Blas sono minacciate da continue inondazioni che rischiano di farle scomparire, insieme alle popolazioni locali. Tuttavia, il rapido innalzamento del livello del mare non è l’unica sfida per chi abita in queste zone, come denuncia la Estrella de Panamà, il più antico quotidiano panamense.

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Effetto notte: l’intero Venezuela paralizzato da un black-out

L’8 marzo scorso i venezuelani hanno visto le loro città sprofondare letteralmente nel buio a causa di un black-out che ha colpito l’intero paese e che ha messo in ginocchio il sistema economico e socio-sanitario. Le estrazioni petrolifere, cardine dell’economia venezuelana, hanno subito un brusco arresto e i cittadini hanno trovato difficoltà nell’approvvigionamento di acqua potabile. A Maracaibo, la seconda città più importante del paese, sono stati denunciati numerosi saccheggi.

Asdrubal Oliveros, economista e direttore dell’agenzia Ecoanalitica, ha calcolato danni ingenti. Molte aziende venezuelane, già rallentate dalla crisi economica e dall’instabilità politica, hanno dovuto arrestare le proprie attività a causa dell’assenza di elettricità. Il blocco delle attività produttive è stato totale e ha cagionato alla già debole economia del paese un danno che oscilla tra 150 e 200 milioni di dollari al giorno. Nel settore petrolifero le perdite quotidiane sono state stimate intorno a 700.000 barili. Sebbene l’interruzione sia durata ’solo’ una settimana, i danni causati hanno raggiunto l’1% del PIL.

Nicolás Maduro e Juan Guaidó, i due leader che si contendono la direzione dello Stato, nonché i governi di alcune nazioni che si oppongono al primo, hanno tentato di individuare le cause e i colpevoli, giungendo a conclusioni divergenti.

Gli oppositori di Maduro ritengono che il black-out sia l’ennesima prova dell’incapacità organizzativa di un regime che non rispetta i diritti dei cittadini. Per Maduro stesso, invece, si tratta di un attentato contro i diritti umani dei Venezuelani inferto dagli Stati Uniti, attraverso un sofisticato attacco informatico al sistema idroelettrico del Venezuela. Eppure, come suggerisce Limes, sarebbe la prima volta che una nazione riesce a gettarne un’altra nella totale oscurità.

Alcuni esperti del settore elettrico, poi,  hanno rilasciato a BBC Mundo alcune dichiarazioni secondo le quali la vera causa dell’oscuramento andrebbe ricercata nell’incendio della principale linea elettrica del paese, che nasce nella centrale idroelettrica Simòn Bolìvar, nel sud del Venezuela.

Dopo l’accusa di ‘sabotaggio informatico’ nei confronti di Donald Trump, il 12 marzo scorso il Governo ha ordinato ai diplomatici statunitensi di lasciare il paese entro 72 ore, perchè la loro presenza sul suolo venezuelano rappresentavaun rischio per la pace, l’unità e la stabilità del Paese. Pertanto, il Dipartimento di Stato USA, che riconosce ufficialmente solo la legittimità di Guaidó, ha annunciato il ritiro del suo staff dal Venezuela. Michelle Bachelet, l’Alto commissario ONU per i diritti umani, da sempre critica nei confronti del regime venezuelano, il giorno seguente alla minaccia di Trump di intensificare le restrizioni economiche, ha dichiarato in sede al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite: “Sono preoccupata che le recenti sanzioni, che colpiscono i trasferimenti finanziari derivanti dalla vendita di petrolio venezuelano negli Stati Uniti, potrebbero contribuire ad aggravare la crisi economica, ripercuotendosi sui diritti fondamentali dell’uomo e del benessere dei cittadini”.

Per Maduro i nemici sono anche all’interno dello Stato.

Il giornalista ispano-venezuelano Luis Carlos Díaz è stato arrestato l’11 marzo presso le sedi della polizia politica, con l’accusa di aver preso parte al sabotaggio, per poi essere rilasciato dopo 24 ore. Attualmente si trova in stato di libertà condizionata, con obbligo di firma ogni otto giorni presso le autorità di giustizia venezuelane e con il divieto di lasciare il paese. Allo stesso modo, il pubblico ministero Tarek William Saab ha annunciato l’apertura di un’indagine penale contro Juan Guaidó per i medesimi capi d’accusa.

Maduro non cerca solo nemici, ma guarda ad oriente in cerca di alleati. Il Venezuela, infatti, intrattiene sempre più stretti rapporti con la Cina da dieci anni a questa parte, in particolare da quando quest’ultima aveva finanziato la costruzione di cinque centrali elettriche da realizzare a Caracas entro il 2014. Pechino, infatti, non paga in denaro l’import di petrolio avendo enormi crediti nei confronti del Governo caraibico e, fin dal primo giorno di oscuramento, ha promesso un aiuto tecnico al fine di ristabilire la rete elettrica venezuelana.

Solo giovedì 14 marzo, dopo una lunga settimana, è tornata la corrente nella maggioranza delle zone colpite. Tuttavia, nonostante le rassicurazioni sul ripristino del sistema di fornitura elettrica, lunedì 25 marzo si sono registrati nuovi episodi di black-out in tutto il territorio. Almeno 21 stati si sono trovati senza elettricità ed il sistema metropolitano di Caracas ha dovuto sospendere il servizio. Le autorità non si sono ancora pronunciate in merito e non hanno dato alcuna spiegazione; la situazione, pertanto, resta delicata e tuttora in fase di evoluzione.

Le potenziali conseguenze della Brexit in America Latina

L’uscita britannica dall’UE è seguita con grande interesse non solo in Europa, ma anche oltreoceano: la Brexit obbliga infatti a rivedere gli accordi commerciali firmati tra il Regno Unito e i singoli stati latino-americani.

Sino alla metà del ‘900, Londra è stata un importante alleato economico dell’America centrale e meridionale. Oggi la situazione è ben diversa: gli USA e l’UE si sono affermati come i due maggiori investitori nella regione, mentre il commercio con il Regno Unito, pur sempre presente, è nettamente ridimensionato rispetto a 70 anni fa. Continua a leggere

Cuba e la crisi politica in Venezuela Un’eventuale destituzione di Maduro rischia di compromettere anche le sorti di Cuba

Il 23 gennaio il presidente dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidó, ha prestato giuramento e si è autoproclamato Presidente ad interim, contestando la legittimità democratica di Nicolas Maduro e chiedendo delle nuove elezioni. Guaidó ha ricevuto un forte sostegno internazionale; il presidente degli USA Donald Trump l’ha subito riconosciuto come leader del Venezuela gli han fatto seguito Canada, Unione Europea e la maggior parte dei Paesi dell’America Latina.

La reazione di Maduro è stata ferrea: ha affermato la sua autorità, ha definito Guaidó un usurpatore e ha dichiarato di essere vittima di un tentato colpo di Stato ad opera dell’opposizione e degli Stati Uniti, accusando questi ultimi di interferire con le politiche venezuelane. All’interno del Paese la situazione è disastrosa: le proteste, gli scontri e le violenze sono all’ordine del giorno e continuano a crescere.

Maduro, seppur apparentemente isolato rispetto alla comunità internazionale, continua a godere del sostegno di Russia, Cina, Iran, Turchia, Nicaragua e Bolivia e Cuba. Tra tutti questi Paesi Cuba è sicuramente quello che corre maggiori rischi, qualora vi sia un effettivo cambio dell’esecutivo. I rapporti tra Venezuela e Cuba, infatti, sono estremamente solidi. L’amicizia e la stima tra gli ex presidenti Hugo Chávez e Fidel Castro hanno fatto sì che si stringesse un forte legame commerciale e diplomatico taleda portare i due Paesi a sviluppare una sorta di ‘dipendenza’ reciproca.

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L’Argentina in crisi: un punto della situazione Debito pubblico e food emergency sono i principali problemi da fronteggiare per il Paese

Di Sabrina Certomà

L’Argentina è, attualmente, il Paese più indebitato della regione secondo la Commissione economica per America Latina e Caraibi (CEPAL). La proporzione tra debito pubblico e PIL è al 77,4%, in netto aumento considerando che nel 2015 – quando Macri divenne Presidente – si attestava al 53,3%. Per di più, a questa cifra si arriva conteggiando solo la prima quota di prestito del Fondo Monetario Internazionale – 15 miliardi di dollari nel luglio 2018. Prendendo in considerazione anche i 13,4 miliardi di ottobre, inviati alle casse di Buenos Aires, il rapporto sale oltre l’80% del PIL.

Anche se il rischio di default è escluso dalla quasi totalità degli analisti, è evidente che il Paese dovrà procedere a una decisa ristrutturazione del debito e del sistema economico. Caratteristica del debito argentino è, inoltre, la durata inferiore ai 10 anni. Ciò comporta che se ne dimostri continuamente la solvibilità. Continua a leggere

La Bolivia di Evo Morales: prove tecniche di caudillismo? Le elezioni presidenziali di ottobre si svolgeranno in un clima di profonda tensione

Evo Morales si appresta a partecipare per la 4a volta alle elezioni presidenziali in un clima sociale teso e contestato.

La Bolivia si presenta ancora oggi, nell’immaginario collettivo internazionale, come la principale vittoria della sinistra progressista latinoamericana, con il cosiddetto Socialismo del Siglo XXI, ovvero quel movimento socio-politico cominciato con la Revolución Bolivariana di Chávez e allargatosi in tutta la regione. Continua a leggere

Maduro al secondo mandato, ma continua la fuga dei cittadini L'esodo del popolo venezuelano ha causato grosse difficoltà di gestione dei flussi migratori

Nicolas Maduro ha ufficialmente iniziato, con l’arrivo del nuovo anno, il suo secondo mandato da presidente del Venezuela, carica che ricoprirà fino al 2025.

Tra le principali problematiche che dovrà affrontare spicca il tema della migrazione: è infatti in continuo aumento il numero di venezuelani che fuggono dal Paese alla ricerca di una vita dignitosa.

Secondo i dati di novembre 2018 più di un milione di venezuelani è ora emigrato in Colombia e mezzo milione ha raggiunto il Perù. A queste due mete principali si aggiungono altri Paesi dell’area latinoamericana, tra cui Ecuador, Argentina e Cile. La regione sta affrontando dal 2014 un aumento sempre maggiore di rifugiati e ciò rischia di portare al collasso il sistema di accoglienza.

La prima misura attuata dal governo colombiano dell’ex presidente Santos è stata la creazione di una carta migratoria che permettesse di stabilire il numero esatto degli arrivi dal Venezuela. Questa carta garantisce ai rifugiati l’accesso al sistema sanitario, all’istruzione e al mercato del lavoro.

Come afferma Dany Bahar, giornalista di Brookings Institution Press, la necessità della regione latinoamericana è quella di instaurare un dialogo e un coordinamento tra i vari Paesi coinvolti nell’accoglienza dei migranti.

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Il Movimiento Zapatista compie 25 anni I guerriglieri messicani nel 2019 non hanno intenzione di dimenticare la lotta

Il 26 dicembre scorso sono iniziati i festeggiamenti per i 25 anni dall’inizio della “guerra zapatista”. Molte macchine senza targa sono state viste percorrere le strade dissestate e i sentieri meno battuti del Messico in direzione del Chiapas, il territorio rivendicato dall’EZLN, Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, per unirsi alle celebrazioni che si sono protratte fino all’anno nuovo.

Fu proprio il 1 gennaio 1994 il giorno in cui il movimento recuperò dalla storia messicana il nome di Emiliano Zapata, leader della Rivoluzione del 1910, e dichiarò guerra allo Stato, con l’obiettivo di rivendicare la lotta indigena, combattere contro l’oppressione economica e le disuguaglianze socio-politiche imperanti in quel momento storico. Oggi, nello Stato più meridionale del Messico, i membri dell’EZLN, per lo più di origine Maya, si sono radunati a fianco del Subcomandante Galeano, diventato noto con lo pseudonimo ora abbandonato di Subcomandante Marcos, per ricordare l’iniziativa intrapresa un quarto di secolo fa.

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Cuba a 60 anni dalla rivoluzione Il lascito della rivoluzione castrista: ancora controverso, dopo più di mezzo secolo

Di Sabrina Certomà

Dentro de la Revolución, todo; contra la Revolución, nada”. Allo scoccare del 2019 la rivoluzione cubana è giunta al suo 60° anniversario. Sebbene le considerazioni sull’eredità che questo evento epocale ha lasciato nel mondo siano tra le più controverse, è certo che per più di mezzo secolo abbia influenzato gli ideali di milioni di persone.

La Revolución si affermò, inizialmente, grazie all’appoggio di tutte le classi sociali cubane, dai contadini agli intellettuali, dagli operai ai partiti politici, fino alla media e piccola borghesia. La crisi economica che colpì l’isola negli anni ‘50 e la mala gestione di Fulgencio Batista provocarono, infatti, l’incremento degli oppositori al regime. Tra questi, si distinse in particolare la figura del giovane avvocato Fidel Castro. Condannato a 15 anni di reclusione con l’accusa di “attentato ai poteri costituzionali dello Stato e insurrezione”, Castro pronunciò le parole che diedero inizio alla vera e propria rivoluzione cubana: «Nascemmo in un Paese libero che ci lasciarono i nostri padri e sprofonderà l’Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno […]. Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà».

Dopo il ritorno clandestino a Cuba, Fidel e i suoi guerriglieri – tra i quali Ernesto Guevara, Raul Castro e Camilo Cienfuegos – ottennero alcune vittorie contro l’esercito di Batista e, la notte di capodanno del 1959, il dittatore fuggì e la capitale fu conquistata. Castro prese, così, il potere e nel 1961 Cuba fu proclamata Stato socialista. Da quel momento, numerosi eventi hanno caratterizzato la storia di questo Paese e hanno contribuito a crearne il mito: l’inizio delle restrizioni da parte degli Stati Uniti, l’avvicinamento all’Unione Sovietica, la vicenda della Baia dei Porci, l’embargo, la crisi dei missili e le nuove sanzioni statunitensi. Continua a leggere