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Elezioni in Argentina: “neo-peronismo” contro neoliberismo

Il prossimo 27 ottobre gli argentini saranno chiamati alle urne per eleggere il successore di Mauricio Macrí alla presidenza del paese.

Dopo la lunga la presidenza del Boca Juniors, Macrí aveva portato Cambiemos (Cambiamo), la coalizione di centro-destra fondata per sostenere la sua candidatura, alla vittoria delle presidenziali del 2015. La promessa era che il neoliberismo e l’austerità avrebbero risanato i conti pubblici in rosso. La vittoria fu inaspettata: era il primo Presidente della Repubblica non appartenente all’area di centro né a quella peronista. In quel periodo la presidentessa uscente, Cristina Kirchner, era coinvolta in un’inchiesta giudiziaria che determinò un forte calo dei consensi nei suoi confronti e che portò al tracollo del Partido Justicialista (Partito Giustizialista) e, più in generale, della sinistra neo-peronista.

Durante le elezioni di metà mandato del 2017 Macrí e la sua coalizione ottennero un’altra importante vittoria, che scoraggiò il ritorno in politica della Kirchner. Tuttavia, quando una nuova crisi nera investì l’Argentina e lo scandalo Panama papers travolse Macrí, una sequela di successi alle elezioni locali riaccese in Cristina Kirchner la speranza di avviare una ripresa politica.

La recente crisi dei consensi verso Macrì è tangibile nella sconfitta elettorale della coalizione  di centro-destra alla prima fase, conclusasi domenica 9 giugno, delle elezioni provinciali di quest’anno, che lasciano presagire una nuova futura sconfitta. L’esecutivo di Cambiemos si scontra con una situazione economica complicata, la quale rappresenta la principale causa della sconfitta elettorale. Gli argentini vivono nel timore che la situazione economica possa peggiorare ulteriormente a causa di un possibile intervento del Fondo Monetario Internazionale, alla luce della grande crisi argentina patita a partire dagli anni ‘90. Così le iniziali promesse di Macrì di risollevare il paese da una situazione economica difficile, che lo avevano portato alla vittoria, oggi hanno perso attrattiva.

Nel 2015 la leader del PJ, Cristina Kirchner, aveva lasciato dietro di sé un’inflazione impazzita, seconda al mondo solo a quella del Venezuela. L’indebolimento della propria reputazione politica, insieme alle vicende giudiziarie in cui era stata coinvolta, avevano certamente rafforzato il ruolo politico di Macrì. La Kirchner, infatti, è ancora oggi imputata in 11 processi, con cinque mandati di arresto preventivo che pendono sulla stessa. Indubbiamente, si tratta di un fardello politico pesante; tuttavia, giuridicamente innocuo grazie all’immunità parlamentare di cui gode. Le accuse spaziano dall’ arricchimento personale illecito, attraverso presunti soldi nascosti e riciclaggio, allo scandalo di un finanziamento segreto della campagna elettorale da parte dell’allora presidente del Venezuela Hugo Chavez.

Ad oggi, però, la situazione sembra essersi capovolta: la Kirchner ha annunciato la pubblicazione, a sorpresa, del libro dal titolo “Sinceramente”, presentato il 9 maggio scorso alla Fiera del Libro di Buenos Aires e rivelatosi un best seller con 300.000 copie vendute solo in Argentina. La frase contenuta nel suo libro “Macrí è il caos e per questo credo fermamente che bisogna tornare a mettere ordine in Argentina”, può essere letta quale una dichiarazione di guerra politica contro l’attuale Presidente.

Per il New York Times il ritorno politico di Cristina Kirchner è collegato ad una preoccupante crescita del populismo. In questo senso, il quotidiano statunitense titola: “La povertà dell’Argentina potrebbe riportare il populismo nel Paese”. Lo stesso presidente brasiliano Jair Bolsonaro si è mostrato preoccupato dalla crescita dei consensi verso la Kirchner. Interrogato sulla situazione venezuelana, ha dichiarato: “Sappiamo delle difficoltà che ci sono perché il Venezuela torni alla normalità, ma più importante che fare un goal è evitare di prenderlo, il che avverrebbe se l’Argentina tornasse in mano alla Kirchner”.

Secondo un sondaggio realizzato dalla Celag tra aprile e maggio scorsi, Cristina Kirchner vanta il 36,6 % delle preferenze, contro il 24,9 % di Macri. A quest’ultimo, quindi, rimangono meno di cinque mesi per recuperare terreno nella corsa alle presidenziali.Ma il presidente argentino, nonostante i pochi consensi, è consapevole della divisione interna all’opposizione. Infatti, secondo il medesimo sondaggio, i primi quattro partiti per consensi sono, ad eccezione di Cambiemos, tutti peronisti, ma collocati in coalizioni tra loro antagoniste. L’area della sinistra peronista, invece, alleata all’interno della Unidad ciudadana (Unità cittadina), racchiude 12 partiti con ideologie tra loro differenti, che spaziano dal Kirchnerismo al socialismo e al marxismo-leninismo. Macri dovrà dunque impegnarsi per invertire la tendenza in atto. In caso contrario, il prossimo 9 dicembre lascerà la Casa Rosa e l’Argentina saluterà definitivamente la politica del risanamento dei conti e dell’austerità.

Le elezioni europee e il futuro del regionalismo: integrazione o disintegrazione?

Di Andrea Daidone e Mattia Elia

Nella storia del Parlamento europeo le elezioni non sono mai state così sentite e, con il 50,97% dei votanti, partecipate. Per la prima volta le euro-elezioni non hanno rappresentato un mero referendum ‘pro’ o ‘contro’ i governi nazionali, tantomeno una sorta di mid-term election per gli stessi; al contrario, sono state l’occasione per delineare il nuovo e futuro assetto dell’Unione.

Caratteristica peculiare di queste elezioni è stata la prorompente presenza di tematiche europee. Potrebbe sembrare scontato, ma raramente le euro-elezioni hanno visto l’Europa e le questioni ad essa legate nel cuore del dibattito. Non potrebbe essere diversamente: politiche migratorie, cambiamenti climatici, Brexit, rallentamento dell’economia, gestione delle frontiere, commercio internazionale, sicurezza e welfare sono solo alcune delle principali tematiche che con sempre maggiore urgenza bussano alle porte dell’Unione. Al contempo, a causa dell’eterogeneità delle posizioni delle varie formazioni politiche in campo, la maggior parte di tutte le suddette questioni è rimasta, ad oggi, irrisolta.

Si pensi, a titolo di esempio, alla gestione delle migrazioni. È fuori di dubbio che, negli anni precedenti, le ondate migratorie che hanno investito l’Europa abbiano scosso nel profondo la sensibilità delle popolazioni europee e abbiano contribuito notevolmente alla distorsione della percezione oggettiva del fenomeno. Tale distorsione, assieme al perpetrato egoismo e alla assai poca lungimiranza di alcuni paesi, nonché all’oggettiva inadeguatezza della normativa europea, ha spianato la strada al conservatorismo, al nazionalismo e al sovranismo che oggi minacciano l’impalcatura stessa della Casa Comune. Ecco spiegato perchè, da più parti si paventava l’insurrezione degli euroscettici, nonché una minaccia per il futuro del progetto europeo. Al di là dei toni, i timori si sono rivelati tutt’altro che infondati.

L’appuntamento elettorale può, a buon diritto, essere visto come un vero e proprio campo di battaglia nel quale si sono fronteggiati due opposti schieramenti: da un lato, gli europeisti, detti ‘eurofili’, che ritrovano in Emmanuel Macron e Angela Merkel i propri leader. Dall’altro, gli euroscettici (conservatori, nazionalisti e sovranisti), guidati, sebbene non in modo uniforme, da diverse formazioni politiche in diversi paesi: la Lega in Italia, Rassemblement National in Francia, Vox in Spagna, Alternative fur Deutschland in Germania e la maggioranza nei paesi del famigerato Gruppo Visegrad.

Gli elettori europei sono dunque stati chiamati ad esprimersi riguardo i progetti di entrambi gli schieramenti, che possono essere ben riassunti nelle proposte dei rispettivi principali rappresentanti. Emmanuel Macron, portabandiera del movimento europeista e liberale, ha proposto, fra le altre cose, di rafforzare i poteri dell’Unione in senso più sovranazionale, dotando altresì l’Eurozona di un bilancio proprio. In sostanza, gli eurofili rivendicano un maggior coinvolgimento dell’Unione nelle vite dei suoi cittadini, così come la prosecuzione e il rafforzamento del progetto europeo: un’Europa più unita, più interconnessa, con più competenze. Ciò, ovviamente, implicherebbe un’ulteriore cessione di prerogative da parte degli stati membri.

Nel mezzo, alcuni partiti come i Verdi e ALDE sono perlopiù favorevoli all’introduzione di un meccanismo che preveda la sospensione dell’erogazione di fondi comunitari di qualsiasi tipo ai paesi che non si mostrassero solidali con gli altri membri, o che violassero le basilari norme dello stato di diritto e altri valori fondamentali dell’UE.

Su posizioni diametralmente opposte ai primi, il leader dei sovranisti, Viktor Orbàn, auspica una riduzione dell’Unione ad un grande mercato unico senza alcuna influenza sulle politiche nazionali.

Un punto in grado di compattare il fronte sovranista sarebbe forse il desiderio di fermare i flussi migratori verso l’Europa, favorendo i respingimenti e i rimpatri. Tuttavia, le similitudini terminano qui. Infatti, il suddetto fronte, se concorde sull’urgenza e sull’importanza dell’argomento, è discorde sulle soluzioni da adottare. Da un lato, partiti al governo in Italia sottolineano l’importanza della revisione del regolamento Dublino III per rendere obbligatoria la redistribuzione dei migranti; dall’altro, i sovranisti di Ungheria, Polonia e Austria si oppongono con la massima forza a questa opzione.

Posizioni più moderate su questo tema sono chiaramente quelle dei partiti europeisti. Il PPE, ad esempio, da sempre molto attento alla protezione delle frontiere, appoggia l’idea della revisione di Dublino III, sebbene rigetti le posizioni più radicali dei sovranisti. Vi è poi la posizione (comune) di Socialisti, Verdi e Liberali, i quali sottolineano la necessità di una condivisione di responsabilità dinanzi alle crisi umanitarie e pongono l’accento sull’integrazione.

Al netto delle differenze di idee, il punto focale su cui bisogna porre l’attenzione è rappresentato dal fatto che, ad oggi, l’Unione Europea non ha fra le proprie competenze quella dell’immigrazione. Ciò, naturalmente, affossa a priori qualsiasi piano di gestione del fenomeno migratorio. Fino a quando non sarà l’Unione ad avere totale libertà di manovra nella gestione delle migrazioni e non si realizzerà una politica migratoria comune, questo problema continuerà sempre ad esistere e a soffiare sul fuoco dell’egoismo, del razzismo, della xenofobia e dell’ignoranza.

Non meno dibattuti sono poi gli altri ‘temi caldi’ che trovano spazio nelle agende delle istituzioni europee. Anche in questo caso, la visione delle fazioni politiche europee su come debbano venire affrontate queste tematiche è diametralmente opposta.

La prima questione riguarda l’ambiente. L’Unione è l’istituzione con alcune delle più severe norme circa il controllo dell’inquinamento e la riduzione delle emissioni. L’obiettivo dei liberali e dei moderati, cui fanno capo i partiti dei paesi scandinavi e dell’Europa settentrionale, è procedere con la progressiva riduzione delle emissioni di CO2, sino ad arrivare al superamento dell’energia fossile e nucleare, in favore delle rinnovabili. Il tema dell’ambiente non riscuote altrettanto successo nelle fila dei sovranisti, i quali prediligono il perseguimento dello sviluppo economico, senza troppo riguardo per l’ecosistema. Alcuni di essi, come la Lega e l’AdF, hanno sposato le teorie più scettiche nei riguardi dei cambiamenti climatici, avvicinandosi ai pensieri del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Non manca, poi, il problema delle finanza pubblica. Il grande dibattito, in questo caso, si dirama fra un’Europa più attenta al sociale e meno ossessionata dall’austerità e una invece più dedita al rigore. La discussione non sembra intercorrere tanto fra europeisti e sovranisti, quanto più fra ‘Nord’ e ‘Sud’. Infatti, se da un lato i partiti dei paesi scandinavi e della Germania si mostrano più rigidi, dall’altro i partiti dei paesi mediterranei prediligono un approccio più flessibile.

È interessante notare come questo tema fratturi il fronte sovranista, con la Lega favorevole allo sforamento delle regole europee (ad esempio, il rapporto deficit/PIL non superiore al 3%) e la tedesca AfD a sostenimento del rigore finanziario. Lo stesso primo ministro austriaco ha affermato che il rispetto rigoroso delle normative europee in tema di bilancio è garanzia di sviluppo e credibilità sui mercati.

Non meno scottante è infine il tema del commercio internazionale. L’Unione Europea, negli anni precedenti, ha intrapreso negoziati, poi conclusisi in un nulla di fatto, finalizzati alla stipula di due importanti accordi commerciali internazionali. Il primo era il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con gli Stati Uniti, mentre il secondo era il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) con il Canada. Il tema degli accordi transoceanici è sentito lungo tutto l’arco politico europeo, sebbene con interessanti e per nulla scontati allineamenti fra fazioni opposte.

Tanto l’estrema destra quanto l’estrema sinistra europea, infatti, si oppongono a questo tipo di accordi, pur per ragioni differenti. Per la prima, queste partnerships andrebbero in contrasto con il principio dell’autarchia, di cui i partiti sovranisti si sono fatti portavoce. La seconda, invece, li condanna come espressione del modello capitalistico ed ultraliberista. Scettici, se non addirittura contrari, sono poi anche i Verdi, che vedono in questo tipo di accordi una seria minaccia per gli elevati standard ambientali e sanitari dell’Unione.

Di differente avviso sono invece i popolari, i socialisti e i liberali, i quali spingono per la creazione di una nuova strategia commerciale per l’Unione, ritenendo come trattati di questo genere dovrebbero essere una priorità per lo sviluppo dell’economia europea. Quest’ultima, proprio in questi anni, è quanto mai sonnolenta e, per molti versi, patisce ancora gli effetti della crisi economica e finanziaria.

In seguito alle elezioni svoltesi domenica 26 maggio 2019, gli equilibri del Parlamento sono stati indubbiamente ricalibrati, ma, di fatto, i rapporti di forza al suo interno non sono mutati di netto: il Partito Popolare Europeo (PPE) ha ottenuto 179 seggi, mentre il Partito Socialista Europeo (PSE) 158. Di conseguenza, si può ipotizzare che verrà riproposta la coalizione tra i due, con l’aggiunta dei Verdi oppure dell’ALDE. Inoltre, non può passare in secondo piano la grande crescita del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), così come del Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL), nel quale confluiscono la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement national di Marine Le Pen; questi ultimi hanno ottenuto ottimi risultati nelle rispettive nazioni ma, a livello europeo, non hanno i numeri e le prospettive di alleanza per proporre un’alternativa credibile al consolidato fronte europeista.

La divergenza delle posizioni rende ben chiaro quale sarà il destino di questi (e altri accordi) fra l’Unione e altri ‘grandi’ della Terra. Il risultato delle elezioni, infatti, sembra suggerire che la tradizionale rotta verrà mantenuta per i prossimi 5 anni, verso quella che sarà un’Europa più aperta ed interconnessa, altrettanto disposta a tuffarsi nella marea sempre crescente degli scambi commerciali internazionali.

In questo senso, la procedura dell’Unione per la stipula di accordi internazionali è disciplinata dall’articolo 218 TFUE, il quale stabilisce che il Parlamento debba preventivamente emettere un parere (non vincolante) sugli accordi che il Consiglio dell’Unione Europea intende realizzare. La conclusione è subordinata all’approvazione del Parlamento soltanto in casi specifici, riconducibili alle materie oggetto di procedura legislativa ordinaria e agli accordi che possono avere ripercussioni finanziarie considerevoli. Il Parlamento è invece totalmente escluso dalla politica estera e sicurezza comune (PESC), esercitando un controllo indiretto in questo settore, poiché annualmente deve approvare il bilancio dell’Unione e, di conseguenza, anche i fondi da destinare alla PESC.

Tra gli obiettivi che maggiormente caratterizzano la politica estera dell’Unione vi è la promozione del regionalismo, sulla base del quale tre o più nazioni, appartenenti ad una stessa regione, cooperano per gestire la crescente interdipendenza tra stati, popoli, territori e società.

Come Karen E. Smith ha sottolineato nel 2014 in European Union Foreign Policy in a Changing World, l’impulso nei confronti di questo fenomeno rispecchia l’attitudine dell’UE a relazionarsi con paesi tra loro confinanti, classificandoli come gruppi regionali, applicando strategie e politiche regionali e incoraggiando la cooperazione e/o l’integrazione. In tal senso, l’efficacia dell’impegno dell’UE dipende molto dalla volontà politica degli stati membri.

Sulla scia dei risultati elettorali di cui sopra, la politica estera europea dovrebbe poter continuare nel solco tracciato nell’ultima legislatura. In particolare, stando al proprio Programma d’Azione 2014 – 2019, il PPE propone un potenziamento del Servizio Europeo per l’Azione Esterna, con una maggior controllo da parte del Parlamento europeo della politica estera e della difesa comune, così da accrescerne responsabilità e rappresentanza democratica.

Per di più, rimarcando l’affinità tra Unione Europea e America Latina, nel programma si legge come “L’Unione Europea dovrebbe continuare a incoraggiare e assistere i processi di integrazione e cooperazione nella regione”. Ancora, “l’Unione Europea dovrebbe rafforzare il proprio impegno politico ed economico con Messico, Cile, Colombia, Perù e America Centrale, nel tentativo di dare nuovo slancio a un accordo di associazione equilibrato e ambizioso con il MERCOSUR”.

Il Partito Socialista, invece, nel proprio A New Social Contract for Europe si concentra maggiormente sull’importanza della politica migratoria, sulla lotta alla sfruttamento e sulla tratta di esseri umani, proponendo lo sviluppo di un Piano di Investimenti Europeo per l’Africa.

Infine, le forze emergenti nel panorama europeo, i partiti di Matteo Salvini e Marine Le Pen, in ossequio alle loro istanze sovraniste, si concentrano su una riduzione delle competenze dell’Unione in favore di un ri-ampliamento della sovranità degli Stati membri.

La Lega suggerisce un ritorno allo status pre-Maastricht, ossia a una forma di libera e pacifica cooperazione tra stati di natura prettamente economica. Sul piano della politica estera, significherebbe tornare al sistema di cooperazione politica europea nel quale il Parlamento aveva il ruolo di esprimere un punto di vista, che sarebbe poi stato difeso dai singoli stati in seno alle varie organizzazioni internazionali, ma sicuramente non si precludeva alla possibilità dell’Unione “to speak one voice”.

Volendo porre l’accento sulle relazioni tra l’Unione Europea e altre organizzazioni regionali, è utile soffermarsi sui due dei principali partner dell’Unione menzionati poc’anzi: l’America Latina e l’Africa.

Per quanto riguarda la prima, la più importante relazione istituzionale è il partenariato con la Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (UE-CELAC), che riunisce 61 paesi – circa un terzo dei membri delle Nazioni Unite – e oltre un miliardo di persone – il 15% della popolazione mondiale.

Questa grande cornice cooperativa, racchiude relazioni partnership di vario genere, quali l’Alleanza del Pacifico, l’Unione delle Nazioni Sudamericane e il Mercosur. Quest’ultima, in particolare, istituita nel 1991 da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, mira alla realizzazione di un mercato comune secondo il modello della Comunità Europea (CE).

Un primo punto di convergenza tra gli interessi di Bruxelles e i paesi del Mercosur è il commercio agroalimentare. Se però i secondi hanno un interesse specifico nell’esportare i propri prodotti agricoli e la carne, l’Unione guarda agli appalti pubblici e promuove regolamenti più stringenti in materia di diritti dei lavoratori, protezione ambientale e lotta al cambiamento climatico.

Contrariamente a quest’ultima, però, i paesi del Cono non hanno imboccato la strada europea della sopra-nazionalità, bensì quella della più atomistica integrazione intergovernativa, scelta determinata essenzialmente dalla marcata qualità presidenzialista dei loro regimi interni. Nel 1999, infatti, hanno intrapreso il progetto di un accordo di associazione (il quale prevede, in genere, l’istituzione di un organo collegiale, il Consiglio di Associazione, formato da rappresentanti dell’UE e degli altri contraenti.

Ad oggi, non è ancora stata formalizzata un’intesa; anzi, dopo l’elezione presidenziale in Brasile, la situazione sembra essersi complicata. Qualche mese fa, a poche ore dalla vittoria di Jair Bolsonaro, il ministro dell’Economia Paulo Guedes ha annunciato che: “Il Mercosur non sarà più una priorità per il Brasile”.

D’altra parte, i rapporti tra l’UE e l’Africa subsahariana possono contare sulla base formale dell’Accordo di Cotonou, che governa le relazioni tra l’UE e i 78 paesi del gruppo di stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP). Il Parlamento europeo si dota di delegazioni interparlamentari permanenti e coopera con l’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE.

Ne L’Unione Europea e la promozione del regionalismo: principi, strumenti e prospettive, Giovanni Finizio nota come l’articolo 1 dell’Accordo individui la progressiva integrazione dei paesi ACP nell’economia mondiale quale fattore essenziale per lo sviluppo e la riduzione della povertà, per la realizzazione del regionalismo e, in particolare, per la costruzione di aree di libero scambio. In questo caso, però, l’UE si è maggiormente concentrata sulla penetrazione europea nei mercati africani, consentendo alle merci e ai servizi europei di accedere ai blocchi e di circolarvi liberamente, piuttosto che promuove effettivamente il commercio africano intra-regionale.

L’Accordo è stato rivisto nel 2005, ed è stata riconosciuta la giurisdizione della Corte Penale Internazionale. Nel 2010, ne è stata discussa una seconda revisione e, nel giugno 2013, il Parlamento europeo ha dato il proprio consenso alla sua ratifica, esprimendo tuttavia alcune riserve in merito a talune parti dell’Accordo che non rispecchiano i valori dell’Unione. In particolare, il Parlamento ha contestato, la mancanza di una clausola esplicita sulla “non discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”.Sulla base dei partenariati di Cotonou pre-2020, l’UE figura quale il più grande donatore dell’Africa. La cooperazione allo sviluppo viene realizzata attraverso vari strumenti finanziari, il più importante dei quali è il Fondo Europeo di Sviluppo (FES), basato sull’Accordo di Cotonou ed escluso dal bilancio comune dell’Unione. Siffatta struttura finanziaria potrebbe cambiare in seguito ai negoziati sul nuovo quadro finanziario pluriennale dell’UE 2021-2028, i quali hanno avuto inizio nel maggio 2018 per l’APC, seguiti da quelli dell’Unione nel giugno dello stesso anno.


PROSUR: utopia o passo decisivo verso l’integrazione dell’America Latina?

Lo scorso 22 marzo i presidenti di 8 Paesi dell’America Latina (Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Perù, Paraguay e Guyana) hanno firmato la Dichiarazione di Santiago che ha sancito la nascita del Foro para el progreso de America del Sur (PROSUR).

Come dai più sostenuto, il PROSUR nasce dalle ceneri della precedente Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR). L’unione nacque nel 2008 per volontà del ‘polo socialista’ composto da Argentina, Brasile e Venezuela, ma entrò in crisi nel 2017 per la mancanza di consenso sulla nomina del segretario generale – l’organo esecutivo dell’organizzazione – e per divergenze sulla questione venezuelana. Si potrebbe dire che, ad un livello più profondo, la causa della differenza di veduta all’interno dell’ente sia da rintracciare nello spostamento dell’asse politico della regione sudamericana verso destra, in una posizione nettamente contrapposta all’ideologia che aveva animato l’UNASUR di Chavez, Lula da Silva e Kirchner.

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Venezuela: fallisce il colpo di stato contro Maduro

Marcha de protesta contra Maduro el 02 de Febrero del 2019 en Caracas convocada por Juan Guaido Presidente Interino de Venezuela. Realizada por Alex abello Leiva, conocido en el medio artístico como alexcocopro, fotógrafo, filmmaker deportista extremo, motivador, emprendedor, artista gráfico y lider de proyectos digitales.

L’ennesimo tentativo di golpe contro il governo venezuelano del presidente Nicólas Maduro è fallito. Nella mattinata del 30 aprile, il leader dell’opposizione Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente ad interim del Venezuela lo scorso gennaio, ha lanciato un appello per la rivolta popolare in un breve video dalla base militare La Carlota, nella zona est della capitale Caracas. Al suo fianco appare il politico di opposizione Leopoldo López, il quale, infrangendo gli arresti domiciliari, mostra il proprio appoggio al colpo di stato.

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L’Amazzonia di Bolsonaro

L’elezione del neo presidente Jair Bolsonaro in Brasile ha fatto aumentare la preoccupazione dei più sensibili alle questioni climatiche, tanto per la regione sudamericana quanto per il pianeta intero. Le decisioni dell’esecutivo brasiliano, infatti, sono cruciali per le sorti della vasta foresta amazzonica, la quale, pur estendendosi in diversi altri paesi oltre al Brasile, è situata per il 65% al suo interno.

Bolsonaro ha costruito parte della propria propaganda elettorale sul tema dell’Amazzonia, indicando come soluzione per risollevare l’economia brasiliana proprio lo sfruttamento di ampie zone della foresta, in special modo dei territori dove vivono i popoli indigeni.

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Panama: la ‘catastrofe silente’ delle Isole San Blas

Amate dai turisti per le distese di spiaggia bianchissima e le acque cristalline, le isole San Blas sono minacciate da continue inondazioni che rischiano di farle scomparire, insieme alle popolazioni locali. Tuttavia, il rapido innalzamento del livello del mare non è l’unica sfida per chi abita in queste zone, come denuncia la Estrella de Panamà, il più antico quotidiano panamense.

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Effetto notte: l’intero Venezuela paralizzato da un black-out

L’8 marzo scorso i venezuelani hanno visto le loro città sprofondare letteralmente nel buio a causa di un black-out che ha colpito l’intero paese e che ha messo in ginocchio il sistema economico e socio-sanitario. Le estrazioni petrolifere, cardine dell’economia venezuelana, hanno subito un brusco arresto e i cittadini hanno trovato difficoltà nell’approvvigionamento di acqua potabile. A Maracaibo, la seconda città più importante del paese, sono stati denunciati numerosi saccheggi.

Asdrubal Oliveros, economista e direttore dell’agenzia Ecoanalitica, ha calcolato danni ingenti. Molte aziende venezuelane, già rallentate dalla crisi economica e dall’instabilità politica, hanno dovuto arrestare le proprie attività a causa dell’assenza di elettricità. Il blocco delle attività produttive è stato totale e ha cagionato alla già debole economia del paese un danno che oscilla tra 150 e 200 milioni di dollari al giorno. Nel settore petrolifero le perdite quotidiane sono state stimate intorno a 700.000 barili. Sebbene l’interruzione sia durata ’solo’ una settimana, i danni causati hanno raggiunto l’1% del PIL.

Nicolás Maduro e Juan Guaidó, i due leader che si contendono la direzione dello Stato, nonché i governi di alcune nazioni che si oppongono al primo, hanno tentato di individuare le cause e i colpevoli, giungendo a conclusioni divergenti.

Gli oppositori di Maduro ritengono che il black-out sia l’ennesima prova dell’incapacità organizzativa di un regime che non rispetta i diritti dei cittadini. Per Maduro stesso, invece, si tratta di un attentato contro i diritti umani dei Venezuelani inferto dagli Stati Uniti, attraverso un sofisticato attacco informatico al sistema idroelettrico del Venezuela. Eppure, come suggerisce Limes, sarebbe la prima volta che una nazione riesce a gettarne un’altra nella totale oscurità.

Alcuni esperti del settore elettrico, poi,  hanno rilasciato a BBC Mundo alcune dichiarazioni secondo le quali la vera causa dell’oscuramento andrebbe ricercata nell’incendio della principale linea elettrica del paese, che nasce nella centrale idroelettrica Simòn Bolìvar, nel sud del Venezuela.

Dopo l’accusa di ‘sabotaggio informatico’ nei confronti di Donald Trump, il 12 marzo scorso il Governo ha ordinato ai diplomatici statunitensi di lasciare il paese entro 72 ore, perchè la loro presenza sul suolo venezuelano rappresentavaun rischio per la pace, l’unità e la stabilità del Paese. Pertanto, il Dipartimento di Stato USA, che riconosce ufficialmente solo la legittimità di Guaidó, ha annunciato il ritiro del suo staff dal Venezuela. Michelle Bachelet, l’Alto commissario ONU per i diritti umani, da sempre critica nei confronti del regime venezuelano, il giorno seguente alla minaccia di Trump di intensificare le restrizioni economiche, ha dichiarato in sede al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite: “Sono preoccupata che le recenti sanzioni, che colpiscono i trasferimenti finanziari derivanti dalla vendita di petrolio venezuelano negli Stati Uniti, potrebbero contribuire ad aggravare la crisi economica, ripercuotendosi sui diritti fondamentali dell’uomo e del benessere dei cittadini”.

Per Maduro i nemici sono anche all’interno dello Stato.

Il giornalista ispano-venezuelano Luis Carlos Díaz è stato arrestato l’11 marzo presso le sedi della polizia politica, con l’accusa di aver preso parte al sabotaggio, per poi essere rilasciato dopo 24 ore. Attualmente si trova in stato di libertà condizionata, con obbligo di firma ogni otto giorni presso le autorità di giustizia venezuelane e con il divieto di lasciare il paese. Allo stesso modo, il pubblico ministero Tarek William Saab ha annunciato l’apertura di un’indagine penale contro Juan Guaidó per i medesimi capi d’accusa.

Maduro non cerca solo nemici, ma guarda ad oriente in cerca di alleati. Il Venezuela, infatti, intrattiene sempre più stretti rapporti con la Cina da dieci anni a questa parte, in particolare da quando quest’ultima aveva finanziato la costruzione di cinque centrali elettriche da realizzare a Caracas entro il 2014. Pechino, infatti, non paga in denaro l’import di petrolio avendo enormi crediti nei confronti del Governo caraibico e, fin dal primo giorno di oscuramento, ha promesso un aiuto tecnico al fine di ristabilire la rete elettrica venezuelana.

Solo giovedì 14 marzo, dopo una lunga settimana, è tornata la corrente nella maggioranza delle zone colpite. Tuttavia, nonostante le rassicurazioni sul ripristino del sistema di fornitura elettrica, lunedì 25 marzo si sono registrati nuovi episodi di black-out in tutto il territorio. Almeno 21 stati si sono trovati senza elettricità ed il sistema metropolitano di Caracas ha dovuto sospendere il servizio. Le autorità non si sono ancora pronunciate in merito e non hanno dato alcuna spiegazione; la situazione, pertanto, resta delicata e tuttora in fase di evoluzione.

Le potenziali conseguenze della Brexit in America Latina

L’uscita britannica dall’UE è seguita con grande interesse non solo in Europa, ma anche oltreoceano: la Brexit obbliga infatti a rivedere gli accordi commerciali firmati tra il Regno Unito e i singoli stati latino-americani.

Sino alla metà del ‘900, Londra è stata un importante alleato economico dell’America centrale e meridionale. Oggi la situazione è ben diversa: gli USA e l’UE si sono affermati come i due maggiori investitori nella regione, mentre il commercio con il Regno Unito, pur sempre presente, è nettamente ridimensionato rispetto a 70 anni fa. Continua a leggere

Cuba e la crisi politica in Venezuela Un’eventuale destituzione di Maduro rischia di compromettere anche le sorti di Cuba

Il 23 gennaio il presidente dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidó, ha prestato giuramento e si è autoproclamato Presidente ad interim, contestando la legittimità democratica di Nicolas Maduro e chiedendo delle nuove elezioni. Guaidó ha ricevuto un forte sostegno internazionale; il presidente degli USA Donald Trump l’ha subito riconosciuto come leader del Venezuela gli han fatto seguito Canada, Unione Europea e la maggior parte dei Paesi dell’America Latina.

La reazione di Maduro è stata ferrea: ha affermato la sua autorità, ha definito Guaidó un usurpatore e ha dichiarato di essere vittima di un tentato colpo di Stato ad opera dell’opposizione e degli Stati Uniti, accusando questi ultimi di interferire con le politiche venezuelane. All’interno del Paese la situazione è disastrosa: le proteste, gli scontri e le violenze sono all’ordine del giorno e continuano a crescere.

Maduro, seppur apparentemente isolato rispetto alla comunità internazionale, continua a godere del sostegno di Russia, Cina, Iran, Turchia, Nicaragua e Bolivia e Cuba. Tra tutti questi Paesi Cuba è sicuramente quello che corre maggiori rischi, qualora vi sia un effettivo cambio dell’esecutivo. I rapporti tra Venezuela e Cuba, infatti, sono estremamente solidi. L’amicizia e la stima tra gli ex presidenti Hugo Chávez e Fidel Castro hanno fatto sì che si stringesse un forte legame commerciale e diplomatico taleda portare i due Paesi a sviluppare una sorta di ‘dipendenza’ reciproca.

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