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L’altro volto della tecnologia: la telemedicina in Africa

Vivendo circondati da dispositivi elettronici di ogni sorta, è difficile immaginare di esserne privi. A volte, anzi, ci si vorrebbe liberare da questa presenza costante. Eppure, a dispetto di quanto a volte possa apparire, la tecnologia può essere non solo un lusso utile a distrarsi, ma un bene indispensabile per vivere e, soprattutto, per sopravvivere.

L’Africa subsahariana presenta condizioni sanitarie tra le peggiori del mondo. Secondo un report del 2018 della World Health Organization (WHO), le strutture dell’area sono sufficienti a coprire soltanto il 48% delle effettive necessità della popolazione, per quanto questo dato sia frutto di una media tra paesi che presentano condizioni molto differenti tra loro. Anche uno dei paesi che presenta il risultato più alto, il Sudafrica, risulta comunque in grado di fornire in media il 66% della copertura sanitaria potenzialmente necessaria.

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Africa: i progressi tecnologici necessari in un continente in espansione

Il continente africano negli ultimi anni ha assistito ad una continua espansione economica, tale da permettere di non definirsi più soltanto in relazione al suo passato come un continente ‘ex-coloniale’, ma piuttosto in relazione al proprio sviluppo futuro. Ancora fortemente legate al travagliato trascorso storico con il mondo occidentale, le economie africane tuttavia sembrano muoversi sempre più verso l’Oriente grazie agli immensi investimenti finanziari del Governo cinese, fautore importante di tale espansione. 

Se da una parte l’aiuto concreto tramite accordi commerciali arriva in larga parte dall’Asia, dall’altra il legame con l’Occidente è vivo e alimentato anche dagli ideali politici e civili promossi e sostenuti dall’Unione Europea. In particolare, le quattro libertà fondamentali che sono state la base per la realizzazione del Mercato europeo comune (MEC), uno dei simboli dell’integrazione comunitaria, paiono essere alla base di alcuni progetti che si stanno sviluppando nel continente africano. Si tratta della libera circolazione delle merci, la libera circolazione delle persone, la libera prestazione dei servizi e la libera circolazione dei capitali. Un obiettivo di numerosi stati africani, ad esempio, è una futura libertà di movimento delle merci e l’utilizzo di una moneta unica, come per l’appunto in Europa. 

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Libertà di stampa e responsabilità dei media

Di Stefano Panero, Lucrezia Petricca, Martina Scarnato

La libertà di stampa e i suoi antecedenti

Nel 1948, all’articolo 29, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo ha sancito la libertà di stampa come uno dei diritti fondamentali, prevedendo che ogni soggetto abbia “diritto alla libertà di opinione e di espressione” e, soprattutto, “di ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Non solo le Nazioni Unite hanno riconosciuto questo diritto come fondamentale e inviolabile, ma anche il Consiglio di Europa ha inserito la libertà di stampa nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). L’articolo 10 della Convenzione sancisce la libertà di opinione e il diritto a ricevere informazioni, quindi ad essere informati “senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.

La libera manifestazione del proprio pensiero è stata avvertita dall’uomo come una esigenza primaria già in diverse società arcaiche. Nell’antica Grecia, ad esempio, l’isegoria, ossia l’uguaglianza nel diritto di parola, costituiva uno dei pilastri della democrazia: le decisioni venivano prese nelle pubbliche assemblee, dove tutti i cittadini potevano esprimere liberamente il loro parere. Da allora, in Occidente, il principio ha subìto diverse evoluzioni; in particolare, dopo un periodo di forte repressione nell’ancien régime, si è ampiamente affermato con l’Illuminismo e la politica liberale dell’Ottocento.

Con l’invenzione della stampa, nel XV secolo, la diffusione del pensiero cominciò a divenire massiva, conferendo un decisivo impulso all’affermazione della centralità della libertà di espressione nella vita pubblica. La sentita necessità di tutela contro il potere procedette di pari passo e si fece sempre più strada nelle coscienze dei più. Nel 1644, il filosofo inglese John Milton pubblicò un breve opuscolo, l’Aeropagitica, con cui criticava una legge approvata dal Parlamento inglese, la quale prevedeva la previa approvazione da parte del Governo per la pubblicazione di manoscritti. Nel 1766, invece, si ebbe la prima legge sulla libertà di stampa, quando la Svezia abolì la censura di tutte le pubblicazioni, fatta eccezione per quelle in materia teologica o accademica, ma continuò a vietare scritture ed altre pubblicazioni contro l’autorità regia.

Nel tempo la libertà di stampa fu sempre più recepita come diritto soggettivo, un potere che sorge in capo al singolo e che viene tutelato direttamente dall’ordinamento, fino a che si affermò come tale nella maggior parte delle costituzioni liberali e democratiche: emblematicamente, il Bill of Rights della Costituzione americana garantisce, nel primo emendamento, la libertà di espressione tramite ogni mezzo di diffusione. Secondo questa accezione, la libertà di stampa ha come oggetto di tutela la libera manifestazione del pensiero e come principale contenuto di garanzia il diritto a informare e ad essere informati. In questo modo, oltre ad un diritto soggettivo e individuale, la libertà di stampa si configura anche come diritto collettivo e sociale.

Queste due dimensioni sono fondamentalmente legate all’elemento pluralistico proprio di una società democratica, per mezzo del quale l’enfasi della libertà di parola è posta sulla molteplicità. Nelle società in cui il pluralismo trova effettiva espressione dovrebbe così diventare possibile attingere a diverse fonti di informazione, contribuendo alla coltivazione di una cultura di imparzialità e obiettività.

Limiti e pluralismo

La pluralità delle fonti di informazioni è un concetto che ha seguito il suo sviluppo soprattutto nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ha precisato la misura generale contenuta nell’articolo 10 della Convenzione, sottolineando che ognuno debba ricevere “un’informazione il più possibile pluralistica e non condizionata dalla presenza di posizioni dominanti”. Peraltro, nella sentenza Information-sverein Lentia c. Austria, la Corte ha specificato che ogni stato membro, in quanto ‘ultimate guarantor’, deve, onde evitare eventuali situazioni di monopolio o di concentrazioni abusive, assicurare il cosiddetto ‘pluralismo informativo’, soprattutto quando la diffusione delle informazioni riguardi il sistema radiotelevisivo.

A dispetto delle frequenti garanzie preposte nel mondo a tutela tanto della libera manifestazione del pensiero, quanto della libertà di stampa, non si può presupporre che i relativi diritti siano sempre esercitabili senza alcun vincolo. Esistono infatti delle limitazioni, previste sia dall’ordinamento internazionale, sia dagli ordinamenti interni. La previsione di limiti legittimi è in genere diretta a proteggere altri interessi ritenuti comparabilmente rilevanti, quali la pubblica sicurezza e il rispetto dei diritti e libertà altrui, ed è solitamente mediata da garanzie procedurali e in particolare dalla riserva di legge. Basti guardare al già citato articolo 29 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che nei commi finali recita: “Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico, e del benessere generale in una società democratica. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite”.

Il bilanciamento dei valori che sottendono a questioni di libertà di espressione e di sicurezza si rivela spesso difficile e complicato. Tra i molti esempi che si potrebbero proporre, la vicenda di Julian Assange è forse quella che negli ultimi anni ha suscitato più dibattiti e critiche, in particolare circa l’opportunità di limitare la libertà di stampa.

L’attivista australiano e fondatore di WikiLeaks è stato accusato di spionaggio e divulgazione di segreti americani. La Divisione per la Sicurezza Nazionale del Dipartimento di Giustizia statunitense (NSD), lo ha incriminato per 17 capi d’accusa, ricorrendo alla legge sullo spionaggio, nota come Espionage Act del 1917, nata per condannare la divulgazione di notizie che possano pregiudicare il successo di operazioni militari. Alcune organizzazioni, quale, ad esempio, l’ONG American Civil Liberties Union, ritengono che l’Espionage Act non protegge quei giornalisti che divulgano informazioni e notizie a fini del pubblico interesse e che l’incriminazione di Assange mina la libertà di stampa in modo inaccettabile.

Fascismi e repressione

La storia della libertà di stampa e della libera manifestazione del pensiero, d’altro canto, è ricca di avvenimenti e periodi nei quali i diritti han subito illegittime vessazioni, nel segno di uno squilibrio valoriale. I regimi totalitari che hanno minato e che minano la libertà dei giornalisti, sono in tal senso oscure parentesi di repressione. Il fascismo, in diverse occasioni e contesti, si fece carico di abolire il pluralismo mediatico a favore del monopolio statale, con l’intento di farne mezzo di propaganda. Il tramite elettivo di questo tipo di repressione fu la censura governativa, attraverso la quale in passato è stata vietata la pubblicazione di opere non solo di stampo giornalistico, ma anche letterario ed artistico. Così fu nel 1917, ad esempio, quando l’Unione Sovietica proibì la divulgazione di articoli che criticassero le autorità.

I fascismi, da allora, hanno perso terreno, ma i dati suggeriscono che alcuni squilibri tipici del totalitarismo stiano riemergendo ai danni della libertà di espressione.

Sulla base dell’indice di Reporters sans Frontières (RSF), che stima la libertà di stampa in 180 paesi, i casi di violenza fisica o verbale su giornalisti e reporter sono aumentati rispetto al recente passato. Europa e Stati Uniti non si sottraggono alla necessità di tutelare maggiormente il diritto all’informazione e i frequenti attacchi del presidente statunitense Donald Trump ai media americani, come riportato dal New York Times, non aiutano in tal senso. Il segretario generale di RSF, Christophe Deloire, nel report afferma che “fermare questo ciclo di paura e di intimidazione è una questione della massima urgenza per tutte le persone di buona volontà che apprezzano le libertà acquisite nel corso della Storia”.

Il giornalismo e i suoi nemici

L’organizzazione non governativa Freedom House ha evidenziato nel documento ‘Freedom in the World’ come in generale la democrazia sia in ‘ritirata’. La pagina web keepthetruthalive.co, di cui abbiam scritto recentemente, racconta questa realtà permettendo di accedere a una mappa del globo e di vedere, nello specifico, il numero di giornalisti uccisi in ogni paese, le generalità degli stessi e le circostanze della loro scomparsa. Un’altra iniziativa che merita di essere citata è quella di Forbidden Stories, un progetto voluto da RFS e Freedom Voices Network, che vede una rete di giornalisti incaricati di continuare a “pubblicare il lavoro degli altri giornalisti che affrontano minacce, la prigione o l’omicidio”.

Tra le aree geopolitiche classificate come più pericolose per i giornalisti, spicca però la zona del Medio Oriente e Nord Africa, che ha registrato un lieve calo dei casi di omicidio dei giornalisti rispetto al 2018. Nella regione sono presenti per la maggior parte regimi autoritari, come l’Arabia Saudita, guidata dal principe Mohammed bin Salman e, dallo scorso anno, al centro dell’attenzione mediatica per il caso dell’omicidio dell’editorialista del Washington Post, Jamal Khashoggi. Non è migliore la situazione nella formalmente democratica Turchia, dove, soprattutto a partire dal 2016, successivamente a un tentativo di golpe fallito, molti giornalisti sono stati obbligati a lasciare il paese o affrontare il carcere.

In prospettiva globale, secondo il report a firma del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), un’organizzazione indipendente e no-profit che persegue l’obiettivo di promuovere la libertà di stampa nel mondo, i singoli paesi più pericolosi per i giornalisti sono, in ordine decrescente, Eritrea, Nord Corea, Turkmenistan, Arabia Saudita, Cina, Vietnam, Iran, Guinea Equatoriale, Bielorussia e Cuba. La lista è stata stilata sulla base di criteri quali le misure di limitazione della libertà personale dei giornalisti (dalla censura alla detenzione arbitraria) e la presenza di leggi repressive in materia di libertà di espressione, che non escludono Internet e l’accesso ai social network.

In Eritrea, Nord Corea e Turkmenistan, i media sono strettamente controllati dai rispettivi governi, tanto da essere praticamente considerabili alla stregua di loro portavoce. Si esclude, in questo modo, qualsiasi altra possibile forma di informazione che potrebbe contrastare le fonti ufficiali. Per esempio, nel regime di Kim Jong-un, l’accesso al World Wide Web è impossibile per i residenti. In base alle pur scarse informazioni sul punto, Amnesty International ha concluso che anche il network locale, strettamente controllato dal Governo, sia accessibile solo a pochi eletti. Agli stranieri sembra essere vietata ogni comunicazione con l’esterno e il paese rimane restio ad accogliere giornalisti entro i propri confini. Contrariamente a quanto si può immaginare e quasi ironicamente, però, nella Costituzione nordcoreana la libertà di stampa è riconosciuta, così come quella di espressione, all’art. 67.

Negli altri paesi citati, invece, sempre secondo quanto affermato dal CPJ, se da un lato si attuano misure repressive, quali la detenzione arbitraria dei giornalisti, dall’altro si presta anche molta attenzione a forme di sorveglianza più sofisticate, che possono comprendere, tra le altre, il monitoraggio e la censura di Internet, social media inclusi.

In un articolo del 2014 per Journal of Democracy, gli esperti di affari internazionali e democrazia Christopher Walker e Robert W. Ortung hanno affermato che, nonostante l’implementazione della censura digitale sia molto più complessa, se confrontata con il controllo dei media tradizionali come la televisione, i regimi autoritari contemporanei hanno saputo dimostrare di avere un “occhio per l’innovazione” in materia di controllo del cyberspazio.

La minaccia delle fake news

L’obiettivo della maggior parte dei paesi non democratici odierni non è tanto quello di sorvegliare in maniera capillare tutti i mezzi di comunicazione di massa, quanto quello di avere uncontrollo effettivo dei media’, ovvero un dominio dei principali canali mediatici tale da conferire loro legittimità e compromettere la credibilità di tutte le altre fonti. In tal senso, uno degli strumenti utilizzati dai regimi autoritari (e non solo) è quello delle fake news: da un lato, i giornalisti vengono accusati di diffondere notizie false sul conto del Governo, esponendosi così a regime di detenzione; dall’altro, è l’autorità stessa a diffonderle a propria volta. Un caso interessante è quello della Cina. Nel 2015, infatti, l’Assemblea Nazionale del Popolo, con l’adozione del Nono Emendamento al Diritto Penale del Popolo della Repubblica di Cina, ha affermato che diffondere notizie ritenute false dal Governo sia un reato punibile fino a un massimo di sette anni di prigione. Contemporaneamente, secondo quanto riportato dal Guardian lo scorso agosto, il giornale filogovernativo People’s Daily avrebbe pubblicato un articolo tramite WeChat, omologo cinese di WhatsApp, invitando i manifestanti di Hong Kong a cessare le violenze. Eppure, fino ad allora, le proteste si erano svolte in maniera pressoché pacifica.

Il tema delle fake news, peraltro, si presta alle più diverse trattazioni e pervade non solo la dimensione della falsa coscienza nazionale, pilotata dalle burocrazie di regime, ma anche il reame dell’informazione pluralista, transfrontaliera e digitale. In questo contesto, tanto le legittime limitazioni del diritto all’informazione, alle quali abbiamo più sù accennato, quanto i principi che dovrebbero sottendere alla responsabilità dei media, diventano più difficilmente individuabili, sebbene la necessità di un equilibrio tra interessi contrastanti e comparabilmente rilevanti appaia in modo altrettanto lampante. L’esempio più ovvio è rappresentato dal dibattito sul surriscaldamento globale. Ormai da anni, il cambiamento climatico è una delle teorie scientifiche sostenute dalla maggiore certezza probatoria, forse quella che raggiunge il consenso più ampio tra i climatologi, pari al 97%. Questa cifra, di per sé enormemente significativa, appare ancora più rilevante se si tiene conto del fatto che conta al proprio interno gli esperti più autorevoli e le pubblicazioni più prestigiose, come Nature e Science.

Il caso mediatico del cambiamento climatico

In uno studio pubblicato su Nature Communications, è stata analizzata la presenza di 386 climatologi e 386 negazionisti climatici sui principali media in lingua inglese. Due sono i risultati importanti: i ‘contrarians’ ottengono in media il 49% di spazio in più sui media tradizionali e tendono ad essere una comunità autoreferenziale. Mentre gli scienziati considerati si citano l’un l’altro solo il 12% delle volte, indicando così di attingere a un bacino di menti ben più ampio, nel secondo gruppo le connessioni arrivano al 52%. Ciò avviene soprattutto nel mondo occidentale, mentre in Cina e India il fenomeno è quasi assente, sia per i maggiori impatti nel Mar Indiano, che influiscono direttamente sulla vita dei più, sia per l’ufficiale riconoscimento da parte del Partito Comunista Cinese del fenomeno del surriscaldamento globale.

Qual è la ragione della sovraesposizione mediatica dei negazionisti? La scarsa preparazione dei giornalisti o del pubblico in temi scientifici, ad esempio, potrebbe portare a favorire il bilanciamento delle opinioni nella fatua ricerca di qualche obiettività e imparzialità o di un’impressione della stessa. Accade così che, al fianco di climatologi apprezzati, si vedano economisti, scienziati politici e filosofi, oltre che esperti in campi affini, ma comunque fondamentalmente diversi, quali geologi e ingegneri petroliferi. Con l’assegnazione dello stesso spazio e dello stesso livello di scrutiny, si realizza quindi l’obiettivo della più o meno inconsapevole strategia anti-ambientalista: instillare il dubbio nel non esperto.

Ciò a cui mirano fondazioni come l’Atlas Network, finanziato dai fratelli Koch, magnati del carbone, è formare attivisti capaci di far passare l’idea di una comunità scientifica divisa, ma assoggettata a ‘bigotti ambientalisti’. I contrari diventano così novelli Galilei, presentandosi come eroici ricercatori che attaccano un dogma, sottratto dai ‘poteri forti’ (Cina, UE, l’establishment) al metodo scientifico. Questo metodo molto raffinato fu ideato già 20 anni fa da Frank Luntz, stratega del partito repubblicano statunitense. La rete che utilizza questa tecnica è molto vasta ed eterogenea: gruppi come l’Heartland Institute, che ha tra i suoi esperti climatici H. Sterlin Burnett, laureato in antropologia e filosofia, grandi gruppi petroliferi e esponenti dell’alt-right. Inoltre, per distogliere dalle prove fattuali il pubblico, il movimento ambientalista viene contestato per futili motivi, ricostruendo ad esempio, tramite cherry-picking e riduzioni ad absurdum l’attivismo di Greta Thunberg o ancora rivolgendosi unicamente alla parte più estrema degli ecologisti e legata alla sinistra anticapitalista.

Questa guerra mediatica è giovata ad alcuni, ma ha danneggiato tutti. Se, fino agli anni Novanta, la consapevolezza del cambiamento climatico aveva raggiunto tantissime persone, negli ultimi si è ridotta, mentre è aumentato lo scetticismo disinformato. Ci sono però buone notizie: secondo un studio del 2015, si è passati da uno scetticismo verso il cambiamento climatico causato dall’uomo ad uno diretto verso l’efficacia delle misure proposte per contrastarlo.

Sfide, innovazioni e complessità

L’Occidente si è spesso fatto paladino del pluralismo delle opinioni e per lungo tempo la comunità scientifica ne è stata il luogo di elezione. Oggi, diversi gruppi di pressione, in nome della libertà di pensiero, stanno attaccando persino i risultati di quella che è stata un’autentica rivoluzione scientifica del ‘900: la scoperta dell’influenza dell’uomo sul clima. Fattori inaspettati come l’inseguimento dello share, apoteosi della mercificazione dell’informazione, o l’inerzia intellettuale possono insinuarsi subdolamente nello sviluppo plurale della libertà di espressione e, a seconda dei contesti, contribuire a squilibri estremamente deleteri per la società. Nel caso del clima, la stampa responsabile, prima tra la sempre più vasta schiera dei media, dovrà abituarsi a promuovere una riflessione sul proprio rapporto con l’obiettività e con l’autorità scientifica. Il principio del pluralismo dovrà in questo scenario, come in altri, fare i conti con la ricerca della verità e i valori della democrazia che dovrebbero fare parte della sua stessa matrice.

Le complessità dei diritti di espressione e d’informazione, delle libertà di parola e di stampa, dei loro limiti legittimi e illegittimi, così come le responsabilità delle istituzioni, degli intermediari, degli attori, del pubblico sono difficili da catturare o descrivere in modo chiaro e definitivo. Si potrebbe forse dire che l’umanità, nella storia, ha attraversato questo caleidoscopio di concetti e realtà con uno sforzo collettivo e olistico, arrivando spesso a risposte da rimettere in discussione all’avvento di qualche innovazione tecnologica o sociale. Ad oggi, dopo l’impennata universalistica della Dichiarazione dei Diritti, le successive sfide del particolarismo e le apparenti ritirate dello scetticismo digitale, restano molte strade da percorrere, a volte per mezzo di sacrifici, come ci insegnano le morti di tanti giornalisti nel mondo odierno. Alcune di quelle strade, se avremo successo, ci condurranno verso un futuro migliore.

Sud Sudan: l’indipendenza che non garantisce la libertà

Nel 2013, due anni dopo l’indipendenza raggiunta nel 2011, il Sud Sudan è divenuto teatro di una guerra civile ufficialmente conclusa con l’accordo di pace firmato ad Addis Abeba il 12 settembre del 2018. Dalla firma del trattato fino ad oggi, poi, si sono accumulati ritardi nell’implementazione di una delle componenti più importanti dell’intesa: la formazione un Governo di transizione. Come riportato da Reuters, una ennesima deadline sarebbe stata quella dello scorso 12 novembre, ma non è stata rispettata.

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Più libertà di stampa in Africa

Anche quest’anno l’organizzazione Reporters Senza Frontiere ha pubblicato il rapporto annuale sulla situazione mondiale della libertà di stampa, che prende in considerazione per ogni singolo Paese il grado di libertà di stampa e di indipendenza dei media. In particolare, il rapporto si basa su un questionario inviato alle organizzazioni partner di RSF (18 gruppi di libertà di espressione nei cinque continenti) e ai suoi 150 corrispondenti in tutto il mondo, nonché a giornalisti, ricercatori, giuristi e attivisti per i diritti umani. Il sondaggio pone domande sugli attacchi diretti ricevuti dai giornalisti e dai media, così come ad altre fonti indirette di pressione contro la stampa libera. Se il primo posto della classifica continua ad essere occupato dalla Norvegia, dove la libertà di stampa è garantita e promossa dal Governo, una situazione peggiore concerne paesi come Russia e Cina, posizionate rispettivamente al 149° e 177° posto su 180.

A sorprendere, invece, è proprio l’Africa, con cinque Stati tra i primi 40 Paesi della graduatoria: Namibia, Capo Verde, Ghana, Sudafrica e Burkina Faso.

La Namibia, in particolare, si trova al 23° posto, prima di paesi quali Francia (32°) e la stessa Italia (43°). Il caso del quotidiano The Namibian testimonia questo miglioramento. Fondato negli anni di lotta per l’indipendenza e contro l’apartheid, quando la Namibia si trovava ancora sotto il controllo dell’Unione Sudafricana (l’odierno Sudafrica) e sotto l’egida della Società delle Nazioni (oggi Nazione Unite). Pubblicati su questo quotidiano, sono numerosi gli articoli di denuncia contro la politica e la corruzione statale: nel 2014, una serie di editoriali accusava apertamente la classe dirigente di corruzione e interessi personali in un bando di appalti pubblici per la costruzione di nuovi alloggi, nel quadro di un piano governativo di dubbia trasparenza.

Tuttavia, nonostante il buon esempio dei cinque Paesi succitati, molti esperti rimangono scettici nel cantare vittoria, mettendo in luce una seconda faccia della medaglia. In particolare, l’esperto di media africani, George Ogola, scrive di tecniche più silenziose e subdole messe in atto dai Governi più restrittivi e dittatoriali, che rischiano di passare inosservate. Tra queste, una delle più utilizzate è la concentrazione di media indipendenti nelle mani di alcuni magnati vicini ai governi. Questi attori assorbono nel loro network informativo varie testate giornalistiche, imponendo precise linee editoriali e andando a compromettere la pluralità dell’informazione nei loro Paesi. A questa tecnica si aggiunge il fallimento economico delle testate più scomode’, attraverso la drastica riduzione dei proventi pubblicitari che, nella maggior parte dei casi, rappresentano la principale fonte di reddito della carta stampata.

Di fronte a queste difficoltà, le testate più combattive si sono trasferite sul web, creando i propri siti ufficiali all’estero. Molto spesso, però, i regimi dittatoriali reagiscono oscurandoli e, nei peggiori dei casi, alleandosi con Facebook e Twitter. I due social network, infatti, utilizzano metodi poco in linea con la difesa della libertà di stampa, tra cui l’eliminazione diretta di post ritenuti contro ‘il codice etico dei social’, piuttosto che contro le posizioni del regime, oppure la riduzione della visibilità di notizie sfavorevoli al Governo. In altri casi ancora, viene introdotto un servizio di pagamento per la condivisione dei post o favoriti media digitali considerati seri e neutrali ma in realtà favorevoli al regime, creando così un monopolio dell’informazione che riduce visibilità e spazio per testate critiche e indipendenti.

In conclusione, è possibile affermare come il continente africano continui ad essere uno scenario complesso e variegato, dove permangono esempi di lotte spietate contro l’informazione libera. Basti pensare al Burundi – posizionato al 159° posto della classifica RSF. Tra il 2015 e il 2016, il regime di Bujumbura ha chiuso e bruciato tutte le sedi di quotidiani, radio e TV indipendenti, arrestato o ucciso vari giornalisti e costretto i restanti a scappare dal Paese. I cinque piccoli gioielli considerati in questo articolo dovranno diventare modelli da difendere e promuovere, non solo in Africa, ma nel resto del mondo.

SPECIALE – Politiche migratorie

Di Simone Innico, Lara Aurelie Kopp-Isaia, Stefania Nicola

Migranti, profughi, rifugiati

Il concetto di migrazione, nella sua accezione più generale, indica l’allontanamento di una persona o di un gruppo da un dato territorio. Questa definizione generale accoglie, al suo interno, un insieme complesso ed eterogeneo di movimenti umani che si possono definire ‘migratori’. Pertanto, esso non riguarda solo gli spostamenti transnazionali e i reinsediamenti in un paese straniero ma anche, a titolo d’esempio, le ’migrazioni circolari’ di lavoratori pendolari attraverso il confine tra due stati, così come il percorso intrapreso dai ‘rifugiati interni’ (internally displaced persons), i quali, senza oltrepassare i confini dello stato, abbandonano la propria residenza originaria a causa di un conflitto o di un notevole evento climatico che metta a rischio la sopravvivenza degli individui, della famiglia o della comunità.

Per inciso, il termine ‘profugo’ rileva, all’interno del concetto di ‘migrante’, quella persona che abbandona il proprio paese d’origine non solo per motivi di discriminazione politica, razziale, religiosa, o per altri motivi di persecuzione individuale, ma per le più svariate ragioni, senza però che questo lo metta necessariamente in grado di richiedere protezione internazionale.

In linea generale, l’accezione più diffusa nel discorso che ci è familiare del termine ‘migrazione’  racchiude in sé due elementi di significato: un flusso più o meno costante di spostamenti a lungo termine di gruppi di individui, in numero cospicuo e con conseguenze significative per il contesto sociale, politico e demografico dei paesi d’origine, di transito e di arrivo; la ricerca più o meno premeditata, da parte del singolo individuo, dell’unità familiare o di una comunità, di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

È questa la concezione di ‘migrazione’ che informa gran parte del nostro discorso pubblico e che sovente si riflette nella gestione dello Stato e della società, coinvolgendo inevitabilmente il regime delle frontiere territoriali e il controllo della popolazione. Il governo delle migrazioni è oggi giorno – e in buona misura è stato negli scorsi decenni – presentato come una priorità politica per la sicurezza dello stato nazione. Ad ogni modo, va sottolineato che una codifica rigorosa di uno status giuridico del ‘migrante’ non figura in nessuna disciplina del diritto internazionale e, di fatto, l’ambiguità del concetto offre inevitabilmente un largo margine di interpretazione ai legislatori e ai decisori politici.

Ciò che invece trova precisa definizione nel corpus giuridico internazionale è lo status di ‘rifugiato’, che sostanzialmente riceve e formalizza la ‘migrazione forzata’ e attribuisce al soggetto migrante un diritto all’asilo o, terminologia dal significato analogo, alla ‘protezione internazionale’. La Convenzione sullo status dei rifugiati del 28 luglio 1951 disciplina la normativa in materia di diritto d’asilo; al netto di alcune eccezioni, ad oggi è stata firmata e ratificata in tutte le sue parti dalla maggioranza degli Stati ONU (147 su 193). La Convenzione rappresenta un trattato vincolante per i paesi firmatari, che devono realizzare sul loro territorio e con risorse adeguate le procedure di tutela dell’individuo disciplinate secondo lo status di rifugiato, assicurando piena cooperazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Devono infine adeguare alla normativa internazionale le disposizioni del proprio ordinamento giuridico in materia di asilo.

Le migrazioni nel mondo odierno

Nella cornice delle politiche migratorie, la tutela dei diritti del rifugiato rappresenta, nel mondo di oggi, una questione di primaria importanza. Secondo l’UNHCR, la popolazione di rifugiati nel mondo alla fine del 2018 si attesta al livello più alto mai registrato: 25.9 milioni di persone L’opinione pubblica, i media e i governanti del globo sono sempre più sensibili a questi dati. Tuttavia, prima di approfondire il tema della protezione di quelle che saranno, nel futuro più prossimo, le categorie umane più vulnerabili, è senza dubbio necessario un approfondimento sui trend delle migrazioni umane.

Da un punto di vista globale, i fenomeni migratori coinvolgono una popolazione nell’ordine delle centinaia di milioni; una stima ONU, ad esempio, ne registra 272 milioni per l’anno 2019. Ovviamente, i canali di spostamento che più attraggono l’attenzione dei media occidentali sono quelli che riguardano l’Europa e gli Stati Uniti, in quanto paesi d’arrivo per le rotte da, rispettivamente, Africa, Medio-Oriente e Asia Centrale o Messico e Sudamerica. Tuttavia, è necessario ricordare che gli spostamenti umani non riguardano solo i movimenti dal Sud del mondo al Nord – quest’ultimo, generalmente, da identificarsi con l’Europa occidentale e il Nord America. Secondo le stime del Population Reference Bureau, già nel 2014 la direzione Sud-Sud costituiva il 36% del trend globale dei flussi migratori, coinvolgendo 82.3 milioni di persone, ovvero spostamenti di massa interni ai continenti Asia, Africa e Sudamerica. Se anche volessimo ridurre l’intero spettro dei molteplici fenomeni migratori alla sola questione delle migrazioni forzate (che nell’anno 2018, secondo le figure UNHCR, riguardavano circa 70.8 milioni di individui), vedremo che il ‘Nord globale’ è decisamente sottorappresentato nella scala delle destinazioni. Ad oggi, la Turchia accoglie la quota maggiore di rifugiati (3.7 milioni), seguita da Pakistan (1.4 milioni), Uganda (1.2 milioni) e infine da Sudan e Germania (1.1 milioni). Allargando la visuale dai rifugiati al più comprensivo insieme concettuale dei ‘migranti internazionali’, passano invece in testa gli Stati Uniti, che nel 2017, secondo il think tank statunitense Migration Policy Institute, ospitavano 49 milioni di migranti sul territorio nazionale.

Conoscere l’immigrazione, per poterla governare

Quanto illustrato finora serve a fornire un’immagine generale, e inevitabilmente riduttiva, dei fenomeni migratori: un intreccio concettuale di elementi pressoché eterogenei ma strettamente connessi tra loro come la tutela dei diritti umani, le definizioni di nazionalità e cittadinanza, gli interessi economici e geopolitici, lo sviluppo industriale e il cambiamento climatico, ma anche l’opinione pubblica e l’influenza dei mass media. Si rivela di volta in volta fondamentale, pertanto, saper individuare con precisione il tema in oggetto d’analisi. Questa operazione è centrale per valutare con cognizione di causa le politiche migratorie messe in atto da autorità locali, nazionali e sovranazionali e per problematizzare e dunque governare gli spostamenti umani, sempre complessi e multidimensionali, che chiamano in causa importanti segmenti del sistema politico-sociale.

Quello dell’immigrazione non è un fenomeno recente. Già nel recente passato, i flussi migratori hanno raggiunto veri e propri picchi, in particolare tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Anche per questo, il tema dell’immigrazione ha trovato sempre più spazio al centro del dibattito nazionale, europeo, mondiale. Una prima spiegazione potrebbe derivare dalla sempre maggior rilevanza morale acquisita dal tema dei diritti umani. A ciò, si aggiunge la correlazione tra l’immigrazione e l’incidenza di guerre, conflitti armati e genocidi, fattore che ha inciso sulla limitazione e regolamentazione degli spostamenti. In altri casi, si è iniziato a parlare di ‘responsabilità collettiva’ nel fornire aiuto alle popolazioni colpite dagli effetti del cambiamento climatico – i cosiddetti profughi ambientali. Fondamentalmente, quando si tratta di migrazioni sembrano essere due gli approcci più spesso adottati. Da una parte, si pone l’obiettivo ideale di proteggere una comunità da quelli che dovrebbero essere gli effetti negativi comunemente considerati tipici e correlati all’immigrazione: aumento delle tensioni sociali, costi economici, perdita dell’identità culturale o della coesione sociale. Dall’altra, si riconosce il dovere morale di aiutare i bisognosi e integrare i profili desiderabili – soprattutto in realtà, come quella europea, in cui si rileva un invecchiamento progressivo della popolazione e un bisogno crescente di manodopera. Da qui nasce la necessità di definire le politiche migratorie, in grado di individuare le categorie privilegiate all’ingresso nel paese e i loro diritti, ma al tempo stesso di politiche di integrazione, affinché gli immigrati siano assimilati nel mercato del lavoro a livello salariale e occupazionale.

Perché, però, quest’ultimo punto non sempre trova un riscontro nella realtà? 

Come sottolinea uno studio della Commissione europea, le cause sono attribuibili alla conoscenza linguistica, alla formazione scolastica e all’inserimento degli stranieri in molti settori in cui anche i nazionali hanno possibilità di far carriera (cura della persona, costruzioni e ristorazione). Se da una parte, dunque, tali normative dovrebbero ridurre i differenziali socio-economici, dall’altra è anche vero, si sottolinea nel report, che è necessario che qualcuno svolga queste mansioni poco qualificate. Come si legge in un approfondimento delle Nazioni Unite, gli immigrati ‘di lunga durata’, quando si stabiliscono in un paese ospite, ne aumentano i livelli di produttività demografica. Al contempo, però, sono a loro volta soggetti ad invecchiamento; di conseguenza, la loro presenza può solo ritardare l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale degli anziani. Tuttavia, è con la ‘seconda generazione di migranti’, i figli di questi primi immigrati, che si può osservare un ‘riciclo’ di manodopera, più assimilata nel sistema scolastico, con una buona conoscenza linguistica e dotata di cittadinanza.

Se analizzassimo più da vicino le rotte migratorie presentate in apertura, una tra quelle occidentali più percorse è senza dubbio quella del Mediterraneo. Quest’ultimo è ormai noto quale il confine più pericoloso tra Stati che non sono in guerra tra loro. Al tempo stesso, questa rappresenta una delle tratte più complesse se si vuol ricostruire il profilo tipico del migrante irregolare, poiché comprende sia i migranti economici alla ricerca di opportunità di impiego (solitamente provenienti da Tunisia, Algeria e Marocco), sia quelli in fuga da persecuzioni o guerre e richiedenti asilo (che hanno come paesi di origine: Eritrea, Somalia, Afghanistan, Mali, Costa d’Avorio, Gambia, Sudan e Palestina). In particolare, in quest’ultima categoria si rileva la presenza di un ampio numero di  donne e bambini. A ben vedere, uno dei problemi maggiori è che i dati in materia di immigrazione irregolare sono lacunosi, incompleti e non aggiornati per individuare quanti di questi migranti richiederebbero asilo e quanti sarebbero invece migranti economici.

Se quindi non si conosce una realtà, come è possibile regolamentarla?

Tornando nuovamente al ‘caso Mediterraneo’, vista la sua complessità, occorre sottolineare che, alla luce del recente Decreto migranti, sembrerebbe esserci un’intenzione politica di semplificare e velocizzare  la gestione delle domande di protezione internazionale. Come spiegano i ministri firmatari Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luigi Di Maio (Esteri) sul Corriere della Sera, con questo decreto è previsto che, una volta individuata la provenienza dei migranti, sia più agevole avviare procedure di rimpatrio qualora questi provengono da porti sicuri quali Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Come riporta lo stesso articolo, “in mancanza di questi requisiti la domanda di protezione verrà subito respinta e  avviata la procedura di rimpatrio”. La questione principale di questo decreto interministeriale è che “inverte l’onere della prova”. In tal senso, verranno rifiutate le richieste di asilo delle persone provenienti dai citati 13 paesi, salvo esse non presentino prove di un rischio reale per la propria incolumità in caso di ritorno in patria.

Lo scenario italiano è soltanto una testimonianza di un’inversione di rotta nell’affrontare casi di emergenza umanitaria. Per avere una visione di più ampio spettro, prendiamo in esame tre casi a livello mondiale: il Venezuela, la Siria e lo Yemen.

Altre gravi emergenze migratorie ed umanitarie: come vengono gestite

Secondo i dati dell’UNHCR, a fine 2018 oltre 3 milioni di persone sono fuggite dal Venezuela, in quello che è il più grande esodo nella storia recente della regione. La catena di eventi che ha mobilitato migliaia di famiglie venezuelane è iniziata nel 2014, in seguito alla morte del presidente Cházev. La crisi economica devastante, l’inflazione che ha raggiunto la soglia del 50%, la mancanza di elettricità, la carenza di beni di prima necessità – i cui prezzi sono aumentati del 1000% -, la fame e la povertà sono tra i principali fattori del massivo esodo. Il sistema sanitario venezuelano è crollato, con una carenza di personale e di medicinali che ha causato la chiusura di molti reparti ospedalieri. In un solo anno, la mortalità materna è aumentata del 65%; quella infantile del 30%. “Quando mia figlia di nove mesi è morta a causa della mancanza di cure, ho deciso di portare la mia famiglia fuori dal Venezuela prima che morisse un altro dei miei figli”, testimonia, attraverso il report UNHCR, Eulirio Beas, della comunità indigena Warao, che si trova in un campo profughi del Brasile.

La maggioranza delle persone parte senza documenti, in carovane, percorrendo a piedi centinaia di chilometri: per questo vengono chiamati caminantes. Francesca Matarazzi, Emergency Coordinator di INTERSOS, descrive tali migrazioni con queste parole: “Li vedi passare ogni giorno. Famiglie con bambini piccoli, anziani. Camminano senza riposo. Camminano senza scarpe. Camminano con la pelle bruciata”.

Ogni mese sono oltre 15.000 le persone che attraversano il confine tra Venezuela e Colombia. Quest’ultima ha messo in atto politiche d’inclusione e d’accoglienza, con la priorità di evitare che i migranti intraprendano la strada della clandestinità. Il Governo colombiano ha concesso documenti temporanei che consentono ai venezuelani di entrare e uscire liberamente. Si potrebbe affermare che la Colombia abbia tentato di trasformare la questione migratoria da emergenza umanitaria a occasione di sviluppo. A onor del vero, questo esodo potrebbe rappresentare un’occasione di crescita economica per Bogotà. Tuttavia, gli arrivi sempre più numerosi stanno complicando la situazione. In un contesto in cui centinaia di persone sono costrette a vivere in case e campi profughi sovraffollati, le condizioni di vita diventano estremamente precarie. Il rischio di essere esposti ad abusi, sfruttamenti – minorili e sessuali – e di finire nei giri del narcotraffico rimane elevato.

Anche in Siria si sta verificando un’emergenza umanitaria. Il 15 marzo 2011 il popolo è sceso in piazza per protestare contro il Governo di Assad, invocando maggior democrazia e libertà. L’anno successivo, le manifestazioni sono sfociate in una guerra civile. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari, questa guerra ha provocato oltre 11 milioni di sfollati, 6.7 milioni dei quali sono scappati nei paesi limitrofi. Ma di questi ultimi che fuggono dalla Siria, solamente il 10% vive nei campi profughi dei paesi confinanti, perché troppo affollati. La maggior parte vive in piccoli alloggi di prima accoglienza, anche questi in condizioni precarie.

La guerra ha raggiunto livelli talmente elevati che, nel 2014, l’Alto Commissario delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani (OHCHR) ha annunciato che non avrebbe più registrato il numero delle vittime. Questa decisione è stata presa, secondo quanto dichiarato da Rupert Colville, portavoce OHCHR, a causa delle difficoltà riscontrate da organizzazioni indipendenti a entrare nel territorio siriano, insieme con l’impossibilità di verificare le fonti. La percentuale di civili uccisi è comunque molto elevata. Secondo diverse ONG, ad esempio, a Ghouta, durante un raid aereo del 18 febbraio 2018, sono rimasti uccisi oltre 1.400 civili, tra cui 280 bambini. Paolo Pezzati, di Oxfam Italia, denuncia che “è inaccettabile che la comunità internazionale stia voltando le spalle a oltre cinque milioni di siriani in fuga dall’orrore della guerra […] La comunità internazionale resta a guardare, mentre milioni di persone sono bloccate in un limbo senza fine”.

Un’altra regione afflitta dalla guerra e da una grave crisi umanitaria è lo Yemen, dove si contano oltre 3 milioni di profughi interni e 22 milioni di persone che necessitano di assistenza. Tutto ebbe inizio nel 2015, quando l’Arabia Saudita, il paese più ricco del mondo arabo, ha attaccato lo Yemen, paese più povero del mondo arabo. In quattro anni di conflitto vi sono state oltre 20.000 vittime, più della metà delle quali risultano essere civili. La vita nello Yemen è difficilissima, tanto che si dovrebbe più propriamente parlare di sopravvivenza. Metà degli ospedali sono stati distrutti, il prezzo del carburante è aumentato del 200%, i prezzi dei beni di prima necessità e del cibo sono alle stelle.

Ad aggravare le già precarie condizioni di vita, l’Arabia Saudita ha imposto un blocco alle importazioni nel paese. Secondo un articolo del 2017 di Internazionale, il think tank International Crisis Group affermava già al tempo che la fame che ha colpito gli yemeniti non fosse dovuta a cause naturali, ma all’azione voluta dei belligeranti e dall’indifferenza e al ruolo complice della comunità internazionale”. Conosciuta come la ‘crisi umanitaria dimenticata’, a causa dello scarso interesse dimostrato dalla comunità internazionale, questa è indubbiamente una delle peggiori crisi umanitarie contemporanee. Al disinteresse generale contribuisce la grande difficoltà dei giornalisti stranieri ad entrare nel paese. Le Nazioni Unite hanno tentato di trasportare alcuni giornalisti inglesi su un aereo umanitario, ma le forze saudite hanno impedito il loro arrivo. In particolare, a seguito di questo episodio, Ben Lassoued, coordinatore delle questioni umanitarie dello Yemen presso l’ONU, aveva dichiarato che “il fatto dimostra perché lo Yemen, paese colpito da una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, non riceva particolari attenzioni da parte dei media internazionali”.

Nell’estate del 2017, il presidente Trump ha concluso un accordo di 110 miliardi per la vendita di armi all’Arabia Saudita. Così facendo, gli Stati Uniti hanno alimentano un conflitto che ha distrutto il paese yemenita, gettandolo sull’orlo di una gravissima carestia e ha dato luogo a gravi crimini di guerra.

Tra crisi, patti globali e cuori chiusi

Quelle analizzate in questo approfondimento sono soltanto alcune delle emergenze migratorie e umanitarie che si stanno consumando nel mondo. Secondo l’UNHCR, infatti, altrettante crisi si registrano in paesi quali Congo, Burundi, Iraq, Nigeria, Sudan e Myanmar, dove sono in atto fenomeni di migrazione forzata. Milioni di persone sono costrette a lasciare il loro paese, la loro casa, nella speranza di un futuro migliore lontano dai conflitti. In tal senso, tutte queste migrazioni devono essere trattate come una crisi planetaria. Come ha ricordato il segretario generale Antonio Guterres, il 24 settembre scorso, innanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: “In un epoca in cui un numero record di rifugiati e sfollati interni sono in movimento, la solidarietà è in fuga. Vediamo non solo le frontiere, ma i cuori chiudersi, mentre famiglie di rifugiati vengono distrutte e il diritto di trovare asilo fatto a pezzi”. Guterres ha messo l’accento sulle responsabilità condivise che gravano sulla comunità internazionale, sancite dai patti mondiali sui Rifugiati e sulla Migrazione, aggiungendo, con incedere lapalissiano: “All migrants must see their human rights respected”.

Abiy Ahmed Ali, il Nobel che dovremmo conoscere

Abiy Ahmed Ali è il vincitore del premio Nobel per la pace 2019. Un nome sconosciuto al grande pubblico occidentale, che ha lasciato perplessi quei tanti che si aspettavano di veder vincitrice la ben più nota Greta Thunberg. Se, infatti, la ragazza svedese non ha bisogno di presentazioni, poco si sa di quest’uomo i cui “sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale”, pur valsi per l’ambito riconoscimento, sono finora passati in sordina.

Abiy non è una persona qualsiasi. Nominato primo ministro dell’Etiopia all’incirca un anno e mezzo fa, si è fin da subito impegnato a promuovere una serie di riforme rivoluzionarie per un paese politicamente immobilizzato. Particolarmente importante è stato l’accordo di pace volto a sbloccare “the long ‘no peace, no war’ stalemate”, iniziato con l’Eritrea alla fine di un conflitto scatenatosi tra i due paesi oltre vent’anni fa. 

Una guerra terribile, tra due stati profondamente diversi tra loro, che causò oltre 100.000 vittime e ancora più feriti e mutilati e aggravò la situazione economica e sociale soprattutto sul territorio eritreo, già profondamente povero. La ripresa dei rapporti commerciali appare quindi come un grosso sollievo per l’Eritrea, l’economia della quale è ancora basata principalmente su un’agricoltura di sussistenza e sull’allevamento di ovini e bovini.

Nei soli primi 100 giorni del suo governo, Ahmed Ali ha inoltre varato importanti riforme, volte a dare ai cittadini etiopi rinnovati diritti. Tra queste, diversi provvedimenti distensivi, come la fine dello stato d’emergenza, l’amnistia a migliaia di prigionieri politici, l’interruzione della censura mediatica, la legalizzazione dei partiti di opposizione fuorilegge e  il licenziamento di funzionari, leader politici e civili accusati di corruzione e violazione dei diritti umani. Va inoltre ricordato il significativo incremento dell’influenza delle donne nella vita politica e pubblica e il rafforzamento della democrazia attraverso “free and fair elections.

Il primo ministro ha peraltro giocato un ruolo chiave nelle negoziazioni per il raggiungimento della pace anche in paesi dell’Est e Nord-Est dell’Africa, mediando le delicatissime dispute tra Kenya e Somalia e favorendo il dialogo tra il regime militare e l’opposizione in Sudan.

Abiy si è guadagnato così una fama di politico lungimirante e riformista. Una guida di cui l’Etiopia aveva bisogno e di cui continuerà ad avere bisogno ancora a lungo. Infatti, sebbene il consenso istituzionale sembri essere che le politiche adottate nell’ultimo anno dal nuovo Governo abbiano migliorato la situazione, allo stesso tempo viene spesso sottolineato quanto ancora rimanga da fare.

Anche per via del posizionamento geografico, il ruolo economico e sociale giocato dall’Etiopia all’interno del continente è infatti cruciale. Il secondo paese africano più popoloso, con oltre 100 milioni di abitanti e con l’economia più prospera dell’Africa orientale, è un crocevia di flussi migratori di popoli provenienti da tutto il continente e, in un contesto di grande diversità e pluralità, spesso scoppiano conflitti etnici che minacciano la stabilità interna.

Solo nel 2018, stando ai dati IDMC, vi sono stati infatti quasi 3 milioni di sfollati interni: la cifra più alta registrata in tutto il mondo, a cui si aggiungono oltre 1 milione di rifugiati e richiedenti asilo provenienti dagli stati circostanti. Ad aggravare la situazione intervengono poi le calamità naturali che si sono abbattute recentemente sul territorio e che, solo nella prima metà del 2019, hanno aggiunto oltre 200.000 persone, alle 500.000 in fuga a causa dei conflitti interni.

Quest’ultimo, in particolare, è un problema a cui gli europei porgono più volentieri l’orecchio, dal momento che parte di queste ondate migratorie si riversa necessariamente nel Vecchio Continente. Vero è però che si è registrato nell’anno passato un significativo decremento tra i richiedenti asilo giunti nell’Unione Europea dai paesi del Corno d’Africa e dintorni: rispetto alla media di quasi 70.000 prime richieste all’anno per il periodo 2014-2016, il 2017 e il 2018 si sono attestati rispettivamente a 51.540 e 39.180 (EUROSTAT). Le cifre restano comunque alte e costituiscono una frazione significativa della media totale (attorno alle 600.000 prime richieste annue da tutto il mondo), che pure è tornata ai livelli del 2014, sfuggendo ai picchi del periodo 2016-2017, che superavano singolarmente gli 1,2 milioni.
Al netto dei possibili scenari, positivi e negativi, sui vari fronti dell’ambiente, dello sviluppo, delle migrazioni e della pace, sembra insomma che resti molto da fare, per imbrigliare le complessità etiopi, e molti potrebbero ragionevolmente ritenere prematuro premiare Abiy Ahmed. Prima che una ricompensa per i risultati raggiunti però, l’onorificenza è un riconoscimento per gli sforzi compiuti, a dispetto di quello che sarebbe potuto altrimenti sembrare un inevitabile destino. Il Nobel intende così essere un incoraggiamento a intraprendere quel “work for peace and reconciliation” che Abiy ha già annunciato di voler continuare a perseguire.

L’Africa subsahariana in movimento

Nell’arco dell’ultimo decennio e, in particolar modo negli ultimi anni, quello dei flussi migratori è diventato un tema sempre più discusso. A partire dal 2015, una crisi migratoria senza precedenti sta interessando l’intera Europa; proveniente da Africa e Medio Oriente, questo flusso non si è mai veramente arrestato.

La percezione di tale fenomeno è inoltre esasperata da una retorica politica che ha puntato il dito verso l’immigrazione stessa, accusandola di essere la causa di problemi complessi quali disoccupazione o sicurezza. Basti pensare alle campagne elettorali in Europa e Nord-America, dove il fenomeno migratorio si è ritagliato un notevole spazio nelle agende politiche di tutto l’Occidente.

Per quanto riguarda più specificatamente l’Unione Europea, Bruxelles ha incentrato la propria linea d’azione verso un più rigido controllo delle rotte migratorie, al fine di impedire o ostacolare l’arrivo senza freni dei migranti ai propri confini.

Sorgono però spontanee alcune domande: da dove provengono tutte queste persone “in movimento”? Quali politiche ha adottato l’Europa nel continente africano per ridurre o contenere tale crisi?

Innanzitutto, occorre analizzare il fenomeno per quello che è, eliminando le suggestioni causate dai media e dagli slogan elettorali. Secondo l’UNHCR, se si considerano i primi mesi del 2018, gli sbarchi sulle coste europee sono diminuiti di cinque volte rispetto a due anni prima. In questo senso, un primo dato emergente è che la maggior parte degli spostamenti che interessano il continente africano resta interna all’Africa stessa. La mobilità tra paesi confinanti, così come il sentimento “migratorio”, è comune a quello interno all’Unione, per cui un cittadino comunitario decida di cambiare paese per un lavoro meglio retribuito o una opportunità di vita più convenienti. In Africa subsahariana, allo stesso modo, moltissime persone decidono di oltrepassare il confine, non per raggiungere l’Europa, bensì un altro paese limitrofo. Stando ai dati ISPI, dei 29 milioni di immigrati partiti dall’Africa Subsahariana nel 2017, soltanto 8 si sono effettivamente stabiliti in Medio Oriente, Europa e Nord America.

Di nuovo, come suggerisce l’ISPI, le principali mete dell’immigrazione intra-africana sono rappresentate dai paesi con le economie più solide e che possono offrire migliori condizioni di vita e di lavoro. In questo senso, al primo e secondo posto troviamo il Sud Africa e la Costa d’Avorio, con oltre un milione di immigrati. A seguire la Nigeria ed il Kenya. Tra questi paesi, nel corso dei decenni, si sono sviluppati corridoi diplomatici e reti di contatti per facilitare le migrazioni e consolidare il flusso migratorio verso determinati paesi. Un esempio di tale fenomeno si può ritrovare nel Sudan, principale collettore della diaspora nigeriana. A contribuire ulteriormente al consolidamento di tali relazioni e a facilitare la mobilità, un ruolo preponderante è giocato da attori internazionali come l’ECOWAS (Economic Community of West African States). Tale accordo economico, siglato nel 1975 ed operante oggi su 15 stati membri, fin dal momento della sua istituzionalizzazione si prefigge l’obiettivo di abbattere le barriere monetarie e doganali per facilitare lo sviluppo della regione.

Dunque, la risposta alla prima domanda di cui sopra deriva dal fatto che il flusso migratorio proveniente da sud del Sahara resta concentrato in larga parte nel continente africano. Tentiamo ora di sviluppare un’analisi sulla strategia di aiuto portata avanti dall’Unione Europea per sostenere gli stati africani, al fine di contribuire alla diminuzione ulteriore del numero di persone che scappano verso il nord del mondo.

Dalla seconda metà degli anni 2000, prima la Spagna e a seguire altri paesi, tra cui Italia e Francia, hanno allargato la propria sfera d’influenza verso l’africa occidentale, con particolare attenzione verso la striscia del Sahel. Quest’ultima è una regione semidesertica al confine con il Sahara occidentale, che taglia i confini di Sudan, Chad, Niger, Nigeria, Burkina Faso, Mali, Mauretania e Senegal. In questo senso, durante il summit della Valletta nel 2015 l’Unione Europea ha stanziato un fondo fiduciario di emergenza per l’Africa. Tuttavia, il capitale destinato alla stabilizzazione dell’area e ad evitare a monte che le persone si ritrovino costrette a migrare, viene in realtà utilizzato per affrontare emergenze migratorie quando sono già in atto, e non per prevenirle.

In conclusione, si può dire che, da un lato, l’Europa dichiara di voler incoraggiare una libera circolazione di persone e di merci in Africa occidentale, supportando e promuovendo organizzazioni quali l’ECOWAS. Dall’altro lato, però, contribuisce a sviluppare una politica migratoria e di controllo delle frontiere sempre più repressiva. In tal senso, il fondo fiduciario istituito nel 2015 prevede l’attuazione di progetti come il WAPIS ed il GARSI-Sahel, gestiti dall’Interpol e dalla Guardia Civil spagnola, insieme con altri progetti indirizzati unicamente al controllo delle frontiere. Nell’ambito di questi supporti economici, si può riportare il caso dei programmi di appoggio alla riforma civile in Senegal e Niger, paesi che hanno visto l’introduzione di sistemi biometrici che rispondono più ad un’esigenza europea di controllo, piuttosto che ad un concreto aiuto allo sviluppo.

Mugabe: eroe nazionale o dittatore?

Il 6 settembre 2019, a Singapore (presso una clinica privata), è morto Robert Gabriel Mugabe, una delle personalità politiche più influenti della storia dell’Africa post-coloniale.

Si conclude così un ciclo lungo 40 anni in cui l’ex presidente, il quale viene ricordato anche per essersi ampiamente battuto per i diritti dei neri contro la discriminazione razziale dei bianchi, è riuscito prima a conquistare il potere e poi a trasformare lo Zimbabwe in uno stato a partito unico di stampo socialista, impedendo la transizione democratica che la popolazione sperava di ottenere dopo l’indipendenza.

Nel 1980, infatti, con la nascita dello Zimbabwe come stato indipendente (precedentemente Rhodesia Meridionale), Mugabe ottenne il suo primo incarico ufficiale come primo ministro del Governo del capo di stato Canaan Banana. Dopo 7 anni in carica, successe a quest’ultimo. L’obiettivo delle politiche di Mugabe era finalizzato a costituire un nuovo Zimbabwe, in cui la maggioranza nera contasse in quanto tale. Nel paese che si avviava a diventare uno stato socialista, infatti, la minoranza bianca esercitava ancora una forte influenza, in quanto fortemente presente in ruoli dirigenziali strategici. Se, da un lato, la lotta per i diritti dei neri andava a marcia spedita, dall’altro il regime di Mugabe acquisiva col tempo tratti autocratici, non mantenendo così le speranze post-coloniali, promosse dai paesi occidentali, di una transizione democratica.

Nel primo decennio del proprio incarico, lo Zimbabwe ottenne la nomea di ‘Svizzera dell’Africa’, grazie ad accordi con vari investitori e alla realizzazione di politiche socialiste che permisero il raggiungimento di una discreta soddisfazione economica e sociale. D’altro canto, però, una caratteristica che ha fortemente contraddistinto il mandato di Mugabe è stata la persistente accusa di corruzione. Più volte gli osservatori internazionali hanno esternato il sospetto di brogli elettorali e di elezioni manipolate. La figura di Mugabe è dunque passata da quella di un leader, o meglio un’icona, del movimento anticoloniale capo del partito politico Zimbabwe African National Union (ZANU), a quella di un capo assuefatto dal potere e restio a cederlo. Così facendo, Mugabe ha altresì danneggiato la propria immagine e quella di un paese che lottava contro l’apartheid.

La carriera di Mugabe come capo del regime è terminata nel novembre 2017, a seguito di un colpo di stato, sostenuto dai militari, che ha deposto l’ultranovantenne presidente a favore di Emmerson Mangangwa. Quest’ultimo, dopo un periodo di transizione, ha ottenuto la vittoria nelle successive elezioni presidenziali con il 50,4% dei voti, divenendo così il terzo presidente nella storia dello Zimbabwe.

Ad oggi, si può osservare come Mugabe abbia ottenuto ciò per cui aveva fin dal principio lottato: una maggioranza nera che fosse padrona di se stessa e possidente di quei diritti che le erano stati riconosciuti con una minoranza bianca al potere. Tuttavia, a discapito degli obiettivi raggiunti sul piano politico, dal lato economico l’ormai ex presidente contribuì in prima persona alla profonda e prolungata crisi economica in cui sprofondò il paese. Durante il processo di transizione democratica dello Zimbabwe, tramite violazioni dei diritti umani, la nazionalizzazione dei terreni agricoli a partire dal luglio 2000, l’appropriazione degli aiuti internazionale, Mugabe innescò un processo che condusse lo Zimbabwe incontro ad un collasso economico senza precedenti, lasciando in eredità ai suoi concittadini una situazione di iperinflazione.

Se si può dibattere sulla figura politica di Mugabe, sopravvissuta per 37 anni, è indubbio che lo Zimbabwe abbia perduto uno dei personaggi più importanti della propria storia. Dopo la sua morte, è stato proclamato il lutto nazionale, seguito dalla ‘beatificazione’ dell’ex-leader.

Quanto allo Zimbabwe, dopo il soft coup d’état del luglio 2017, è difficile attendersi un radicale cambiamento. L’attuale élite politica è fortemente legata al recente passato e difficilmente vorrà abbandonarlo per allinearsi ad un sistema basato sui criteri delle democrazie occidentali o verosimilmente a società proto-democratiche.

Sudan uprising

The International Crisis Group defined what is happening in Sudan as the most sustained protest movement in Sudan’s modern history. Starting from December 2018, Sudanese people have massively protested for months. Initially, with the aim of overthrowing the 30-years-long dictatorship of Omar al-Bashir.

Once fulfilled their ambition, their demonstrations continued; this time against the military council, who took power after having ousted al-Bashir and refused to transfer it to a civilian-led government. With the help of international mediators, protesters and the army seem to have finally reached an agreement, paving the way for Sudan to become a democracy.

Protests began more than eight months ago, triggered by a rise in the cost of bread and fuel. After starting in the provinces, demonstrations quickly spread across the country, fueled by a general discontent over the economic crisis.

Day after day, the peaceful demonstrations were gaining momentum as all the different segments of society joined the movement. While farmers and shepherds were marching in rural areas, the middle class was walking down the streets of the capital Khartoum, led by the Sudanese Professionals Association (SPA). The New York Times regards this “semi-secret alliance of doctors, lawyers, journalists, engineers and teachers” as the actual leader of the revolution, able to organize and consolidate a “coherent movement“.

Women are also playing a pivotal role in enhancing the revolution, accounting for two-thirds of the protesters. In spite of their differences, all Sudanese people gathered together in a united revolutionary front called Forces for Freedom and Change (FFC), with one single goal: get rid of the long-lasting dictator Omar al-Bashir.

Despite being accused by the International Criminal Court for genocide, crimes against humanity and war crimes, the army commander Omar al-Bashir had remained in power for 30 years after the 1989 military coup, facilitated by the civil war. When this domestic conflict ended in 2005 with the secession of South Sudan, al-Bashir was facing a new crisis in the Darfur region. The atrocities ordered against the rebels “left between 200,000 and 300,000 people dead and 2.7 million displaced”. Eventually, under relentless pressure from the civil society, the security forces betrayed their leader and overthrew him on 11 April 2019.

After the initial excitement for the deposition of the cruel dictator, protesters plunged into anguish again as they felt as if “They just replaced one thief with another”. In fact, the newborn Transitional Military Council showed no intention to hand over power to a civilian-led government, struggling to reach an accommodation with the FFC. Consequently, demonstrations not only continued but grew in participants and intensity. On June 3, the security forces fired against a peaceful sit-in in Khartoum, leaving 118 people dead and many more wounded.

It is widely agreed that Gen. Mohamed Hamdan, known as Hemeti, should be held accountable for the violence. Regarded as the real leader of the military junta, Hemeti is the head of the Rapid Support Forces, a branch of the Sudanese security forces accused of perpetrating the horrific crimes ordered by al-Bashir in Darfur. Protesters believe that the violent crackdown was encouraged by Egypt, Saudi Arabia, and the United Arab Emirates, who support Hemeti to rule the country.

A wave of international condemnations and strong indignation followed the bloody crackdown. Both the UN Secretary General Antonio Guterres and the High Commissioner for Human Rights Michelle Bachelet deplored the violence, while Amnesty International’s Secretary General Kumi Naidoo launched a petition to stop the attacks.

On its part, the African Union decided to suspend Sudan’s membership while sending mediators to the country in order to start a “facilitation process” to “support the Sudanese people resolve the crisis in Sudan“, alongside the Ethiopian Prime Minister. Eventually, these joint efforts resulted in the signature of an agreement between the pro-democracy protesters and the ruling military on July 17. 

According to this power-sharing deal, a sovereign council composed of six civilians and five army generals will be in place for three years and three months, until the holding of “free and fair elections”. This transition committee will be chaired by an appointed army member for the first half term, and by a civilian for the second one. Furthermore, the FFC will set up a cabinet of ministers; afterward, a legislative council will be established. The most controversial point of this deal is “the launch [of] a transparent and independent investigation” into the events of the third of June. The probe, which has found that three RSF officers acted in violation of the orders, exonerating Hemeti from all responsibility while lowering the death toll to 87, has already been rejected by the democratic forces. Despite persistent civilian protests, the negotiation process continues and a constitutional declaration has been agreed in the last few days.
Signs of division between the two sides are already visible. Only time will tell if this settlement is durable and a democratic Sudan will finally be born.