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L’Africa subsahariana in movimento

Nell’arco dell’ultimo decennio e, in particolar modo negli ultimi anni, quello dei flussi migratori è diventato un tema sempre più discusso. A partire dal 2015, una crisi migratoria senza precedenti sta interessando l’intera Europa; proveniente da Africa e Medio Oriente, questo flusso non si è mai veramente arrestato.

La percezione di tale fenomeno è inoltre esasperata da una retorica politica che ha puntato il dito verso l’immigrazione stessa, accusandola di essere la causa di problemi complessi quali disoccupazione o sicurezza. Basti pensare alle campagne elettorali in Europa e Nord-America, dove il fenomeno migratorio si è ritagliato un notevole spazio nelle agende politiche di tutto l’Occidente.

Per quanto riguarda più specificatamente l’Unione Europea, Bruxelles ha incentrato la propria linea d’azione verso un più rigido controllo delle rotte migratorie, al fine di impedire o ostacolare l’arrivo senza freni dei migranti ai propri confini.

Sorgono però spontanee alcune domande: da dove provengono tutte queste persone “in movimento”? Quali politiche ha adottato l’Europa nel continente africano per ridurre o contenere tale crisi?

Innanzitutto, occorre analizzare il fenomeno per quello che è, eliminando le suggestioni causate dai media e dagli slogan elettorali. Secondo l’UNHCR, se si considerano i primi mesi del 2018, gli sbarchi sulle coste europee sono diminuiti di cinque volte rispetto a due anni prima. In questo senso, un primo dato emergente è che la maggior parte degli spostamenti che interessano il continente africano resta interna all’Africa stessa. La mobilità tra paesi confinanti, così come il sentimento “migratorio”, è comune a quello interno all’Unione, per cui un cittadino comunitario decida di cambiare paese per un lavoro meglio retribuito o una opportunità di vita più convenienti. In Africa subsahariana, allo stesso modo, moltissime persone decidono di oltrepassare il confine, non per raggiungere l’Europa, bensì un altro paese limitrofo. Stando ai dati ISPI, dei 29 milioni di immigrati partiti dall’Africa Subsahariana nel 2017, soltanto 8 si sono effettivamente stabiliti in Medio Oriente, Europa e Nord America.

Di nuovo, come suggerisce l’ISPI, le principali mete dell’immigrazione intra-africana sono rappresentate dai paesi con le economie più solide e che possono offrire migliori condizioni di vita e di lavoro. In questo senso, al primo e secondo posto troviamo il Sud Africa e la Costa d’Avorio, con oltre un milione di immigrati. A seguire la Nigeria ed il Kenya. Tra questi paesi, nel corso dei decenni, si sono sviluppati corridoi diplomatici e reti di contatti per facilitare le migrazioni e consolidare il flusso migratorio verso determinati paesi. Un esempio di tale fenomeno si può ritrovare nel Sudan, principale collettore della diaspora nigeriana. A contribuire ulteriormente al consolidamento di tali relazioni e a facilitare la mobilità, un ruolo preponderante è giocato da attori internazionali come l’ECOWAS (Economic Community of West African States). Tale accordo economico, siglato nel 1975 ed operante oggi su 15 stati membri, fin dal momento della sua istituzionalizzazione si prefigge l’obiettivo di abbattere le barriere monetarie e doganali per facilitare lo sviluppo della regione.

Dunque, la risposta alla prima domanda di cui sopra deriva dal fatto che il flusso migratorio proveniente da sud del Sahara resta concentrato in larga parte nel continente africano. Tentiamo ora di sviluppare un’analisi sulla strategia di aiuto portata avanti dall’Unione Europea per sostenere gli stati africani, al fine di contribuire alla diminuzione ulteriore del numero di persone che scappano verso il nord del mondo.

Dalla seconda metà degli anni 2000, prima la Spagna e a seguire altri paesi, tra cui Italia e Francia, hanno allargato la propria sfera d’influenza verso l’africa occidentale, con particolare attenzione verso la striscia del Sahel. Quest’ultima è una regione semidesertica al confine con il Sahara occidentale, che taglia i confini di Sudan, Chad, Niger, Nigeria, Burkina Faso, Mali, Mauretania e Senegal. In questo senso, durante il summit della Valletta nel 2015 l’Unione Europea ha stanziato un fondo fiduciario di emergenza per l’Africa. Tuttavia, il capitale destinato alla stabilizzazione dell’area e ad evitare a monte che le persone si ritrovino costrette a migrare, viene in realtà utilizzato per affrontare emergenze migratorie quando sono già in atto, e non per prevenirle.

In conclusione, si può dire che, da un lato, l’Europa dichiara di voler incoraggiare una libera circolazione di persone e di merci in Africa occidentale, supportando e promuovendo organizzazioni quali l’ECOWAS. Dall’altro lato, però, contribuisce a sviluppare una politica migratoria e di controllo delle frontiere sempre più repressiva. In tal senso, il fondo fiduciario istituito nel 2015 prevede l’attuazione di progetti come il WAPIS ed il GARSI-Sahel, gestiti dall’Interpol e dalla Guardia Civil spagnola, insieme con altri progetti indirizzati unicamente al controllo delle frontiere. Nell’ambito di questi supporti economici, si può riportare il caso dei programmi di appoggio alla riforma civile in Senegal e Niger, paesi che hanno visto l’introduzione di sistemi biometrici che rispondono più ad un’esigenza europea di controllo, piuttosto che ad un concreto aiuto allo sviluppo.

Mugabe: eroe nazionale o dittatore?

Il 6 settembre 2019, a Singapore (presso una clinica privata), è morto Robert Gabriel Mugabe, una delle personalità politiche più influenti della storia dell’Africa post-coloniale.

Si conclude così un ciclo lungo 40 anni in cui l’ex presidente, il quale viene ricordato anche per essersi ampiamente battuto per i diritti dei neri contro la discriminazione razziale dei bianchi, è riuscito prima a conquistare il potere e poi a trasformare lo Zimbabwe in uno stato a partito unico di stampo socialista, impedendo la transizione democratica che la popolazione sperava di ottenere dopo l’indipendenza.

Nel 1980, infatti, con la nascita dello Zimbabwe come stato indipendente (precedentemente Rhodesia Meridionale), Mugabe ottenne il suo primo incarico ufficiale come primo ministro del Governo del capo di stato Canaan Banana. Dopo 7 anni in carica, successe a quest’ultimo. L’obiettivo delle politiche di Mugabe era finalizzato a costituire un nuovo Zimbabwe, in cui la maggioranza nera contasse in quanto tale. Nel paese che si avviava a diventare uno stato socialista, infatti, la minoranza bianca esercitava ancora una forte influenza, in quanto fortemente presente in ruoli dirigenziali strategici. Se, da un lato, la lotta per i diritti dei neri andava a marcia spedita, dall’altro il regime di Mugabe acquisiva col tempo tratti autocratici, non mantenendo così le speranze post-coloniali, promosse dai paesi occidentali, di una transizione democratica.

Nel primo decennio del proprio incarico, lo Zimbabwe ottenne la nomea di ‘Svizzera dell’Africa’, grazie ad accordi con vari investitori e alla realizzazione di politiche socialiste che permisero il raggiungimento di una discreta soddisfazione economica e sociale. D’altro canto, però, una caratteristica che ha fortemente contraddistinto il mandato di Mugabe è stata la persistente accusa di corruzione. Più volte gli osservatori internazionali hanno esternato il sospetto di brogli elettorali e di elezioni manipolate. La figura di Mugabe è dunque passata da quella di un leader, o meglio un’icona, del movimento anticoloniale capo del partito politico Zimbabwe African National Union (ZANU), a quella di un capo assuefatto dal potere e restio a cederlo. Così facendo, Mugabe ha altresì danneggiato la propria immagine e quella di un paese che lottava contro l’apartheid.

La carriera di Mugabe come capo del regime è terminata nel novembre 2017, a seguito di un colpo di stato, sostenuto dai militari, che ha deposto l’ultranovantenne presidente a favore di Emmerson Mangangwa. Quest’ultimo, dopo un periodo di transizione, ha ottenuto la vittoria nelle successive elezioni presidenziali con il 50,4% dei voti, divenendo così il terzo presidente nella storia dello Zimbabwe.

Ad oggi, si può osservare come Mugabe abbia ottenuto ciò per cui aveva fin dal principio lottato: una maggioranza nera che fosse padrona di se stessa e possidente di quei diritti che le erano stati riconosciuti con una minoranza bianca al potere. Tuttavia, a discapito degli obiettivi raggiunti sul piano politico, dal lato economico l’ormai ex presidente contribuì in prima persona alla profonda e prolungata crisi economica in cui sprofondò il paese. Durante il processo di transizione democratica dello Zimbabwe, tramite violazioni dei diritti umani, la nazionalizzazione dei terreni agricoli a partire dal luglio 2000, l’appropriazione degli aiuti internazionale, Mugabe innescò un processo che condusse lo Zimbabwe incontro ad un collasso economico senza precedenti, lasciando in eredità ai suoi concittadini una situazione di iperinflazione.

Se si può dibattere sulla figura politica di Mugabe, sopravvissuta per 37 anni, è indubbio che lo Zimbabwe abbia perduto uno dei personaggi più importanti della propria storia. Dopo la sua morte, è stato proclamato il lutto nazionale, seguito dalla ‘beatificazione’ dell’ex-leader.

Quanto allo Zimbabwe, dopo il soft coup d’état del luglio 2017, è difficile attendersi un radicale cambiamento. L’attuale élite politica è fortemente legata al recente passato e difficilmente vorrà abbandonarlo per allinearsi ad un sistema basato sui criteri delle democrazie occidentali o verosimilmente a società proto-democratiche.

Sudan uprising

The International Crisis Group defined what is happening in Sudan as the most sustained protest movement in Sudan’s modern history. Starting from December 2018, Sudanese people have massively protested for months. Initially, with the aim of overthrowing the 30-years-long dictatorship of Omar al-Bashir.

Once fulfilled their ambition, their demonstrations continued; this time against the military council, who took power after having ousted al-Bashir and refused to transfer it to a civilian-led government. With the help of international mediators, protesters and the army seem to have finally reached an agreement, paving the way for Sudan to become a democracy.

Protests began more than eight months ago, triggered by a rise in the cost of bread and fuel. After starting in the provinces, demonstrations quickly spread across the country, fueled by a general discontent over the economic crisis.

Day after day, the peaceful demonstrations were gaining momentum as all the different segments of society joined the movement. While farmers and shepherds were marching in rural areas, the middle class was walking down the streets of the capital Khartoum, led by the Sudanese Professionals Association (SPA). The New York Times regards this “semi-secret alliance of doctors, lawyers, journalists, engineers and teachers” as the actual leader of the revolution, able to organize and consolidate a “coherent movement“.

Women are also playing a pivotal role in enhancing the revolution, accounting for two-thirds of the protesters. In spite of their differences, all Sudanese people gathered together in a united revolutionary front called Forces for Freedom and Change (FFC), with one single goal: get rid of the long-lasting dictator Omar al-Bashir.

Despite being accused by the International Criminal Court for genocide, crimes against humanity and war crimes, the army commander Omar al-Bashir had remained in power for 30 years after the 1989 military coup, facilitated by the civil war. When this domestic conflict ended in 2005 with the secession of South Sudan, al-Bashir was facing a new crisis in the Darfur region. The atrocities ordered against the rebels “left between 200,000 and 300,000 people dead and 2.7 million displaced”. Eventually, under relentless pressure from the civil society, the security forces betrayed their leader and overthrew him on 11 April 2019.

After the initial excitement for the deposition of the cruel dictator, protesters plunged into anguish again as they felt as if “They just replaced one thief with another”. In fact, the newborn Transitional Military Council showed no intention to hand over power to a civilian-led government, struggling to reach an accommodation with the FFC. Consequently, demonstrations not only continued but grew in participants and intensity. On June 3, the security forces fired against a peaceful sit-in in Khartoum, leaving 118 people dead and many more wounded.

It is widely agreed that Gen. Mohamed Hamdan, known as Hemeti, should be held accountable for the violence. Regarded as the real leader of the military junta, Hemeti is the head of the Rapid Support Forces, a branch of the Sudanese security forces accused of perpetrating the horrific crimes ordered by al-Bashir in Darfur. Protesters believe that the violent crackdown was encouraged by Egypt, Saudi Arabia, and the United Arab Emirates, who support Hemeti to rule the country.

A wave of international condemnations and strong indignation followed the bloody crackdown. Both the UN Secretary General Antonio Guterres and the High Commissioner for Human Rights Michelle Bachelet deplored the violence, while Amnesty International’s Secretary General Kumi Naidoo launched a petition to stop the attacks.

On its part, the African Union decided to suspend Sudan’s membership while sending mediators to the country in order to start a “facilitation process” to “support the Sudanese people resolve the crisis in Sudan“, alongside the Ethiopian Prime Minister. Eventually, these joint efforts resulted in the signature of an agreement between the pro-democracy protesters and the ruling military on July 17. 

According to this power-sharing deal, a sovereign council composed of six civilians and five army generals will be in place for three years and three months, until the holding of “free and fair elections”. This transition committee will be chaired by an appointed army member for the first half term, and by a civilian for the second one. Furthermore, the FFC will set up a cabinet of ministers; afterward, a legislative council will be established. The most controversial point of this deal is “the launch [of] a transparent and independent investigation” into the events of the third of June. The probe, which has found that three RSF officers acted in violation of the orders, exonerating Hemeti from all responsibility while lowering the death toll to 87, has already been rejected by the democratic forces. Despite persistent civilian protests, the negotiation process continues and a constitutional declaration has been agreed in the last few days.
Signs of division between the two sides are already visible. Only time will tell if this settlement is durable and a democratic Sudan will finally be born.

Le elezioni europee e il futuro del regionalismo: integrazione o disintegrazione?

Di Andrea Daidone e Mattia Elia

Nella storia del Parlamento europeo le elezioni non sono mai state così sentite e, con il 50,97% dei votanti, partecipate. Per la prima volta le euro-elezioni non hanno rappresentato un mero referendum ‘pro’ o ‘contro’ i governi nazionali, tantomeno una sorta di mid-term election per gli stessi; al contrario, sono state l’occasione per delineare il nuovo e futuro assetto dell’Unione.

Caratteristica peculiare di queste elezioni è stata la prorompente presenza di tematiche europee. Potrebbe sembrare scontato, ma raramente le euro-elezioni hanno visto l’Europa e le questioni ad essa legate nel cuore del dibattito. Non potrebbe essere diversamente: politiche migratorie, cambiamenti climatici, Brexit, rallentamento dell’economia, gestione delle frontiere, commercio internazionale, sicurezza e welfare sono solo alcune delle principali tematiche che con sempre maggiore urgenza bussano alle porte dell’Unione. Al contempo, a causa dell’eterogeneità delle posizioni delle varie formazioni politiche in campo, la maggior parte di tutte le suddette questioni è rimasta, ad oggi, irrisolta.

Si pensi, a titolo di esempio, alla gestione delle migrazioni. È fuori di dubbio che, negli anni precedenti, le ondate migratorie che hanno investito l’Europa abbiano scosso nel profondo la sensibilità delle popolazioni europee e abbiano contribuito notevolmente alla distorsione della percezione oggettiva del fenomeno. Tale distorsione, assieme al perpetrato egoismo e alla assai poca lungimiranza di alcuni paesi, nonché all’oggettiva inadeguatezza della normativa europea, ha spianato la strada al conservatorismo, al nazionalismo e al sovranismo che oggi minacciano l’impalcatura stessa della Casa Comune. Ecco spiegato perchè, da più parti si paventava l’insurrezione degli euroscettici, nonché una minaccia per il futuro del progetto europeo. Al di là dei toni, i timori si sono rivelati tutt’altro che infondati.

L’appuntamento elettorale può, a buon diritto, essere visto come un vero e proprio campo di battaglia nel quale si sono fronteggiati due opposti schieramenti: da un lato, gli europeisti, detti ‘eurofili’, che ritrovano in Emmanuel Macron e Angela Merkel i propri leader. Dall’altro, gli euroscettici (conservatori, nazionalisti e sovranisti), guidati, sebbene non in modo uniforme, da diverse formazioni politiche in diversi paesi: la Lega in Italia, Rassemblement National in Francia, Vox in Spagna, Alternative fur Deutschland in Germania e la maggioranza nei paesi del famigerato Gruppo Visegrad.

Gli elettori europei sono dunque stati chiamati ad esprimersi riguardo i progetti di entrambi gli schieramenti, che possono essere ben riassunti nelle proposte dei rispettivi principali rappresentanti. Emmanuel Macron, portabandiera del movimento europeista e liberale, ha proposto, fra le altre cose, di rafforzare i poteri dell’Unione in senso più sovranazionale, dotando altresì l’Eurozona di un bilancio proprio. In sostanza, gli eurofili rivendicano un maggior coinvolgimento dell’Unione nelle vite dei suoi cittadini, così come la prosecuzione e il rafforzamento del progetto europeo: un’Europa più unita, più interconnessa, con più competenze. Ciò, ovviamente, implicherebbe un’ulteriore cessione di prerogative da parte degli stati membri.

Nel mezzo, alcuni partiti come i Verdi e ALDE sono perlopiù favorevoli all’introduzione di un meccanismo che preveda la sospensione dell’erogazione di fondi comunitari di qualsiasi tipo ai paesi che non si mostrassero solidali con gli altri membri, o che violassero le basilari norme dello stato di diritto e altri valori fondamentali dell’UE.

Su posizioni diametralmente opposte ai primi, il leader dei sovranisti, Viktor Orbàn, auspica una riduzione dell’Unione ad un grande mercato unico senza alcuna influenza sulle politiche nazionali.

Un punto in grado di compattare il fronte sovranista sarebbe forse il desiderio di fermare i flussi migratori verso l’Europa, favorendo i respingimenti e i rimpatri. Tuttavia, le similitudini terminano qui. Infatti, il suddetto fronte, se concorde sull’urgenza e sull’importanza dell’argomento, è discorde sulle soluzioni da adottare. Da un lato, partiti al governo in Italia sottolineano l’importanza della revisione del regolamento Dublino III per rendere obbligatoria la redistribuzione dei migranti; dall’altro, i sovranisti di Ungheria, Polonia e Austria si oppongono con la massima forza a questa opzione.

Posizioni più moderate su questo tema sono chiaramente quelle dei partiti europeisti. Il PPE, ad esempio, da sempre molto attento alla protezione delle frontiere, appoggia l’idea della revisione di Dublino III, sebbene rigetti le posizioni più radicali dei sovranisti. Vi è poi la posizione (comune) di Socialisti, Verdi e Liberali, i quali sottolineano la necessità di una condivisione di responsabilità dinanzi alle crisi umanitarie e pongono l’accento sull’integrazione.

Al netto delle differenze di idee, il punto focale su cui bisogna porre l’attenzione è rappresentato dal fatto che, ad oggi, l’Unione Europea non ha fra le proprie competenze quella dell’immigrazione. Ciò, naturalmente, affossa a priori qualsiasi piano di gestione del fenomeno migratorio. Fino a quando non sarà l’Unione ad avere totale libertà di manovra nella gestione delle migrazioni e non si realizzerà una politica migratoria comune, questo problema continuerà sempre ad esistere e a soffiare sul fuoco dell’egoismo, del razzismo, della xenofobia e dell’ignoranza.

Non meno dibattuti sono poi gli altri ‘temi caldi’ che trovano spazio nelle agende delle istituzioni europee. Anche in questo caso, la visione delle fazioni politiche europee su come debbano venire affrontate queste tematiche è diametralmente opposta.

La prima questione riguarda l’ambiente. L’Unione è l’istituzione con alcune delle più severe norme circa il controllo dell’inquinamento e la riduzione delle emissioni. L’obiettivo dei liberali e dei moderati, cui fanno capo i partiti dei paesi scandinavi e dell’Europa settentrionale, è procedere con la progressiva riduzione delle emissioni di CO2, sino ad arrivare al superamento dell’energia fossile e nucleare, in favore delle rinnovabili. Il tema dell’ambiente non riscuote altrettanto successo nelle fila dei sovranisti, i quali prediligono il perseguimento dello sviluppo economico, senza troppo riguardo per l’ecosistema. Alcuni di essi, come la Lega e l’AdF, hanno sposato le teorie più scettiche nei riguardi dei cambiamenti climatici, avvicinandosi ai pensieri del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Non manca, poi, il problema delle finanza pubblica. Il grande dibattito, in questo caso, si dirama fra un’Europa più attenta al sociale e meno ossessionata dall’austerità e una invece più dedita al rigore. La discussione non sembra intercorrere tanto fra europeisti e sovranisti, quanto più fra ‘Nord’ e ‘Sud’. Infatti, se da un lato i partiti dei paesi scandinavi e della Germania si mostrano più rigidi, dall’altro i partiti dei paesi mediterranei prediligono un approccio più flessibile.

È interessante notare come questo tema fratturi il fronte sovranista, con la Lega favorevole allo sforamento delle regole europee (ad esempio, il rapporto deficit/PIL non superiore al 3%) e la tedesca AfD a sostenimento del rigore finanziario. Lo stesso primo ministro austriaco ha affermato che il rispetto rigoroso delle normative europee in tema di bilancio è garanzia di sviluppo e credibilità sui mercati.

Non meno scottante è infine il tema del commercio internazionale. L’Unione Europea, negli anni precedenti, ha intrapreso negoziati, poi conclusisi in un nulla di fatto, finalizzati alla stipula di due importanti accordi commerciali internazionali. Il primo era il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con gli Stati Uniti, mentre il secondo era il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) con il Canada. Il tema degli accordi transoceanici è sentito lungo tutto l’arco politico europeo, sebbene con interessanti e per nulla scontati allineamenti fra fazioni opposte.

Tanto l’estrema destra quanto l’estrema sinistra europea, infatti, si oppongono a questo tipo di accordi, pur per ragioni differenti. Per la prima, queste partnerships andrebbero in contrasto con il principio dell’autarchia, di cui i partiti sovranisti si sono fatti portavoce. La seconda, invece, li condanna come espressione del modello capitalistico ed ultraliberista. Scettici, se non addirittura contrari, sono poi anche i Verdi, che vedono in questo tipo di accordi una seria minaccia per gli elevati standard ambientali e sanitari dell’Unione.

Di differente avviso sono invece i popolari, i socialisti e i liberali, i quali spingono per la creazione di una nuova strategia commerciale per l’Unione, ritenendo come trattati di questo genere dovrebbero essere una priorità per lo sviluppo dell’economia europea. Quest’ultima, proprio in questi anni, è quanto mai sonnolenta e, per molti versi, patisce ancora gli effetti della crisi economica e finanziaria.

In seguito alle elezioni svoltesi domenica 26 maggio 2019, gli equilibri del Parlamento sono stati indubbiamente ricalibrati, ma, di fatto, i rapporti di forza al suo interno non sono mutati di netto: il Partito Popolare Europeo (PPE) ha ottenuto 179 seggi, mentre il Partito Socialista Europeo (PSE) 158. Di conseguenza, si può ipotizzare che verrà riproposta la coalizione tra i due, con l’aggiunta dei Verdi oppure dell’ALDE. Inoltre, non può passare in secondo piano la grande crescita del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), così come del Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL), nel quale confluiscono la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement national di Marine Le Pen; questi ultimi hanno ottenuto ottimi risultati nelle rispettive nazioni ma, a livello europeo, non hanno i numeri e le prospettive di alleanza per proporre un’alternativa credibile al consolidato fronte europeista.

La divergenza delle posizioni rende ben chiaro quale sarà il destino di questi (e altri accordi) fra l’Unione e altri ‘grandi’ della Terra. Il risultato delle elezioni, infatti, sembra suggerire che la tradizionale rotta verrà mantenuta per i prossimi 5 anni, verso quella che sarà un’Europa più aperta ed interconnessa, altrettanto disposta a tuffarsi nella marea sempre crescente degli scambi commerciali internazionali.

In questo senso, la procedura dell’Unione per la stipula di accordi internazionali è disciplinata dall’articolo 218 TFUE, il quale stabilisce che il Parlamento debba preventivamente emettere un parere (non vincolante) sugli accordi che il Consiglio dell’Unione Europea intende realizzare. La conclusione è subordinata all’approvazione del Parlamento soltanto in casi specifici, riconducibili alle materie oggetto di procedura legislativa ordinaria e agli accordi che possono avere ripercussioni finanziarie considerevoli. Il Parlamento è invece totalmente escluso dalla politica estera e sicurezza comune (PESC), esercitando un controllo indiretto in questo settore, poiché annualmente deve approvare il bilancio dell’Unione e, di conseguenza, anche i fondi da destinare alla PESC.

Tra gli obiettivi che maggiormente caratterizzano la politica estera dell’Unione vi è la promozione del regionalismo, sulla base del quale tre o più nazioni, appartenenti ad una stessa regione, cooperano per gestire la crescente interdipendenza tra stati, popoli, territori e società.

Come Karen E. Smith ha sottolineato nel 2014 in European Union Foreign Policy in a Changing World, l’impulso nei confronti di questo fenomeno rispecchia l’attitudine dell’UE a relazionarsi con paesi tra loro confinanti, classificandoli come gruppi regionali, applicando strategie e politiche regionali e incoraggiando la cooperazione e/o l’integrazione. In tal senso, l’efficacia dell’impegno dell’UE dipende molto dalla volontà politica degli stati membri.

Sulla scia dei risultati elettorali di cui sopra, la politica estera europea dovrebbe poter continuare nel solco tracciato nell’ultima legislatura. In particolare, stando al proprio Programma d’Azione 2014 – 2019, il PPE propone un potenziamento del Servizio Europeo per l’Azione Esterna, con una maggior controllo da parte del Parlamento europeo della politica estera e della difesa comune, così da accrescerne responsabilità e rappresentanza democratica.

Per di più, rimarcando l’affinità tra Unione Europea e America Latina, nel programma si legge come “L’Unione Europea dovrebbe continuare a incoraggiare e assistere i processi di integrazione e cooperazione nella regione”. Ancora, “l’Unione Europea dovrebbe rafforzare il proprio impegno politico ed economico con Messico, Cile, Colombia, Perù e America Centrale, nel tentativo di dare nuovo slancio a un accordo di associazione equilibrato e ambizioso con il MERCOSUR”.

Il Partito Socialista, invece, nel proprio A New Social Contract for Europe si concentra maggiormente sull’importanza della politica migratoria, sulla lotta alla sfruttamento e sulla tratta di esseri umani, proponendo lo sviluppo di un Piano di Investimenti Europeo per l’Africa.

Infine, le forze emergenti nel panorama europeo, i partiti di Matteo Salvini e Marine Le Pen, in ossequio alle loro istanze sovraniste, si concentrano su una riduzione delle competenze dell’Unione in favore di un ri-ampliamento della sovranità degli Stati membri.

La Lega suggerisce un ritorno allo status pre-Maastricht, ossia a una forma di libera e pacifica cooperazione tra stati di natura prettamente economica. Sul piano della politica estera, significherebbe tornare al sistema di cooperazione politica europea nel quale il Parlamento aveva il ruolo di esprimere un punto di vista, che sarebbe poi stato difeso dai singoli stati in seno alle varie organizzazioni internazionali, ma sicuramente non si precludeva alla possibilità dell’Unione “to speak one voice”.

Volendo porre l’accento sulle relazioni tra l’Unione Europea e altre organizzazioni regionali, è utile soffermarsi sui due dei principali partner dell’Unione menzionati poc’anzi: l’America Latina e l’Africa.

Per quanto riguarda la prima, la più importante relazione istituzionale è il partenariato con la Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (UE-CELAC), che riunisce 61 paesi – circa un terzo dei membri delle Nazioni Unite – e oltre un miliardo di persone – il 15% della popolazione mondiale.

Questa grande cornice cooperativa, racchiude relazioni partnership di vario genere, quali l’Alleanza del Pacifico, l’Unione delle Nazioni Sudamericane e il Mercosur. Quest’ultima, in particolare, istituita nel 1991 da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, mira alla realizzazione di un mercato comune secondo il modello della Comunità Europea (CE).

Un primo punto di convergenza tra gli interessi di Bruxelles e i paesi del Mercosur è il commercio agroalimentare. Se però i secondi hanno un interesse specifico nell’esportare i propri prodotti agricoli e la carne, l’Unione guarda agli appalti pubblici e promuove regolamenti più stringenti in materia di diritti dei lavoratori, protezione ambientale e lotta al cambiamento climatico.

Contrariamente a quest’ultima, però, i paesi del Cono non hanno imboccato la strada europea della sopra-nazionalità, bensì quella della più atomistica integrazione intergovernativa, scelta determinata essenzialmente dalla marcata qualità presidenzialista dei loro regimi interni. Nel 1999, infatti, hanno intrapreso il progetto di un accordo di associazione (il quale prevede, in genere, l’istituzione di un organo collegiale, il Consiglio di Associazione, formato da rappresentanti dell’UE e degli altri contraenti.

Ad oggi, non è ancora stata formalizzata un’intesa; anzi, dopo l’elezione presidenziale in Brasile, la situazione sembra essersi complicata. Qualche mese fa, a poche ore dalla vittoria di Jair Bolsonaro, il ministro dell’Economia Paulo Guedes ha annunciato che: “Il Mercosur non sarà più una priorità per il Brasile”.

D’altra parte, i rapporti tra l’UE e l’Africa subsahariana possono contare sulla base formale dell’Accordo di Cotonou, che governa le relazioni tra l’UE e i 78 paesi del gruppo di stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP). Il Parlamento europeo si dota di delegazioni interparlamentari permanenti e coopera con l’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE.

Ne L’Unione Europea e la promozione del regionalismo: principi, strumenti e prospettive, Giovanni Finizio nota come l’articolo 1 dell’Accordo individui la progressiva integrazione dei paesi ACP nell’economia mondiale quale fattore essenziale per lo sviluppo e la riduzione della povertà, per la realizzazione del regionalismo e, in particolare, per la costruzione di aree di libero scambio. In questo caso, però, l’UE si è maggiormente concentrata sulla penetrazione europea nei mercati africani, consentendo alle merci e ai servizi europei di accedere ai blocchi e di circolarvi liberamente, piuttosto che promuove effettivamente il commercio africano intra-regionale.

L’Accordo è stato rivisto nel 2005, ed è stata riconosciuta la giurisdizione della Corte Penale Internazionale. Nel 2010, ne è stata discussa una seconda revisione e, nel giugno 2013, il Parlamento europeo ha dato il proprio consenso alla sua ratifica, esprimendo tuttavia alcune riserve in merito a talune parti dell’Accordo che non rispecchiano i valori dell’Unione. In particolare, il Parlamento ha contestato, la mancanza di una clausola esplicita sulla “non discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”.Sulla base dei partenariati di Cotonou pre-2020, l’UE figura quale il più grande donatore dell’Africa. La cooperazione allo sviluppo viene realizzata attraverso vari strumenti finanziari, il più importante dei quali è il Fondo Europeo di Sviluppo (FES), basato sull’Accordo di Cotonou ed escluso dal bilancio comune dell’Unione. Siffatta struttura finanziaria potrebbe cambiare in seguito ai negoziati sul nuovo quadro finanziario pluriennale dell’UE 2021-2028, i quali hanno avuto inizio nel maggio 2018 per l’APC, seguiti da quelli dell’Unione nel giugno dello stesso anno.


Elezioni europee: l’Africa con il fiato sospeso

La scorsa settimana, 400 milioni di cittadini europei sono stati chiamati alle urne per decidere della composizione del Parlamento europeo (PE), il cui mandato durerà fino al 2024. Con un’affluenza intorno al 51% degli aventi diritto, la più alta degli ultimi vent’anni, le elezioni europee 2019 hanno visto confermarsi ai primi posti (a livello aggregato) il Partito Popolare e, subito a seguire, i Socialisti e Democratici.

Durante le ultime settimane di campagna elettorale, le più contraddittorie della storia europea, il mondo è rimasto in attesa, col fiato sospeso. Tra i partner commerciali e politici dell’Unione, il mondo africano è stato sicuramente quello più attento, conscio dell’opportunità o del rischio che si sarebbero potuti presentare.

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Nairobi ospita la quarta sessione della UN Environment Assembly

Lo scorso marzo si è tenuta a Nairobi la quarta sessione della United Nations Environment Assembly (UNEA), ossia la riunione del più alto organo decisionale al mondo in materia di ambiente. Il suo compito è individuare le sfide che oggi il pianeta si trova ad affrontare, per proporre soluzioni volte alla protezione e riabilitazione dell’ambiente, in armonia con quanto previsto dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

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La gioventù africana e il #fridaysforfuture

Venerdì 15 marzo scorso, i giovani di tutto il mondo, dall’Italia alla Cina, dalla Norvegia fino all’Argentina, hanno scioperato per il pianeta Terra. La gioventù globale, che sembra non fidarsi più delle classi politiche e delle loro promesse per la salvaguardia dell’ambiente, si è mobilitata per affermare la volontà di cambiare il futuro.

Per diversi giorni, sui media di tutto il mondo, si sono susseguite interviste a studenti che denunciavano una situazione ambientale divenuta insostenibile: “Non voglio vivere in un mondo con un riscaldamento globale che supera i 3° C ha dichiarato un ragazzo intervistato dal quotidiano francese Le Monde.

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