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L’Africa tra Cina e OMS: il multilateralismo che conviene

Superata la fase più critica della morsa pandemica in diversi stati del mondo, si inizia a tirare le somme di ciò che è stato e che sarà. Negli ultimi mesi è stato cruciale il ruolo di istituzioni globali che potessero garantire un’azione multilaterale e coordinata tra i Governi nazionali per combattere la pandemia. Di fronte all’emergenza Coronavirus, tuttavia, l’azione dei diversi paesi è stata molto differenziata, per non dire confusa. Questo ha indebolito i provvedimenti adottati e permesso al virus di diffondersi quasi indisturbato. 

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L’Africa ricorda l’importanza di un futuro multilaterale

Considerando l’attuale crisi internazionale legata al Covid-19 e i molteplici fattori che la compongono, il primo aspetto su cui si concentra l’attenzione potrebbe non essere quello delle relazioni politiche internazionali. Tuttavia, tale crisi potrebbe trovare un principio di risoluzione proprio in un approccio multilaterale piuttosto che unilaterale alla politica mondiale. Un esempio, in questo senso, pare venire dall’Africa.

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Genere e rappresentanza: le istituzioni pubbliche e il settore privato

Di Tommaso Destefanis, Jasmina Saric e Natalie Sclippa

Dalla fine della seconda guerra mondiale, il tema della parità di genere e delle pari opportunità ha iniziato ad emergere in maniera sempre più spiccata in tutto il mondo. Molte sono state le battaglie, concettuali e concrete, che hanno portato le istituzioni di tutto il mondo a dover prendere atto di un tessuto sociale in perenne cambiamento. Il percorso per l’affermazione di diritti civili e politici per le donne di tutto il mondo è stato e rimane molto lungo.

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Parità di genere nel continente africano: un’opportunità non solo sociale

La parità di genere è un argomento complesso quando si analizza l’Africa. Anche qui infatti, come in molte altre aree del mondo, le tradizioni che collocano le donne esclusivamente in ruoli domestici sono radicate in numerosi ambiti. Questo diventa evidente quando si osservano i dati relativi al matrimonio e alla fertilità: secondo un rapporto stilato da UN Women, nell’Africa sub-sahariana il 12% delle ragazze sono sposate prima dei 15 anni e il 37% prima dei 18 anni. Tassi che, se in molte regioni sono calati negli ultimi anni, in 6 paesi hanno invece registrato un aumento. Allo stesso modo, il tasso di fertilità resta quasi doppio rispetto alla media globale – con 4,7 bambini per ogni donna in età fertile – sebbene sia sceso negli ultimi 40 anni.

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Libertà della ricerca: pericoli e repressione nel mondo

Di Lara Aurelie Kopp-Isaia, Sandro Maranetto, Francesco Mollo.

A cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Charles W. Eliot, il preside di Harvard che ha trasformato il college di Boston in un importantissimo centro di ricerca, espose per la prima volta le sue idee sul tema della “libertà accademica” in un editoriale pubblicato all’interno della celebre rivista Science. Secondo Eliot, la libertà accademica è un valore fondativo ed essenziale e possiede tre dimensioni tra di loro correlate: libertà dell’insegnante, libertà dello studente, libertà e autonomia delle università. Queste libertà devono essere difese dalla tirannia della maggioranza, nonché dal pensiero dominante. Nel 1997, James Turk, direttore del Centro per la libertà d’espressione presso l’università canadese di Ryerson, ha riformulato il concetto spiegando che la libertà accademica “ha quattro componenti: libertà di insegnamento, libertà di ricerca, libertà di espressione intramurale e libertà di espressione extramurale”.

Anche l’UNESCO ha parlato di libertà di ricerca e accademica all’interno delle Raccomandazioni del 1997, dove definisce la libertà accademica come “il diritto […] alla libertà di insegnamento e di discussione, alla libertà di condurre ricerche e alla diffusione e pubblicazione dei risultati delle stesse, alla libertà di esprimere liberamente la propria opinione sull’istituzione o sul sistema in cui lavorano, libertà dalla censura istituzionale e libertà di partecipare a organismi accademici professionali o rappresentativi”.

Ad oggi, tali libertà sono quotidianamente minacciate in diverse parti del mondo, dalla Cina al Medio Oriente, passando per i paesi occidentali. 

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Somalia: tra scontri interni e lotta al terrorismo

Resta alta la tensione in Somalia, dove, nonostante l’indebolimento degli estremisti, la lotta al terrorismo e gli scontri tra fazioni interne non permettono di placare la tensione nel paese. Secondo il Global Terrorism Index 2019 dell’Institute for Economics and Peace di Sidney, che analizza i dati relativi al terrorismo nel 2018, tre dei dieci paesi con il maggior impatto terroristico a livello mondiale appartengono all’Africa sub-sahariana. Si tratta di Nigeria (terzo posto), Somalia (sesto) e Repubblica Democratica del Congo (al decimo posto). Mentre quest’ultimo deve fronteggiare le azioni destabilizzanti degli estremisti dell’organizzazione Boko Haram, la Somalia è impegnata a combattere, sostenuta dalle forze americane, il gruppo terroristico di al-Shabaab, affiliato di al-Qaeda. 

Somali women, wearing clothing with the Somali flag on it, dance and sing at a handover ceremony of a new well donated by the African Union Mission in Somalia to a local community in the country’s capital, Mogadishu, on June 5. AMISOM Photo / Tobin Jones

L’indice, però, mostra anche che tra il 2017 e il 2018 la Somalia ha registrato la seconda maggiore riduzione di morti per terrorismo, preceduta solo dall’Iraq.  Dal 2017, infatti, la presenza americana sul suolo somalo è notevolmente aumentata dopo che il presidente Donald Trump ha approvato un ampliamento delle operazioni militari in Somalia. Gli ultimi attacchi del 2018 hanno portato alla morte di 60 miliziani ad ottobre e 62 a dicembre ed è stata la serie di attacchi più violenta dopo quella del novembre dell’anno prima, nel quale erano stati uccisi 100 miliziani. Tutto questo ha fatto sì che il numero di morti causate da attacchi terroristici toccasse il livello più basso dal 2013. 

Ma sebbene questi dati possano apparire confortanti, dal 2018 la situazione non è migliorata e l’attivismo militare statunitense delinea uno scenario ancora più complicato. Come riporta il sito Voice of America, nel 2018 AFRICOM, il comando per le operazioni militari statunitensi che si svolgono nel continente africano, ha eseguito 48 attacchi aerei sul suolo somalo, mentre nel 2019 il numero è salito a 63. Mai negli anni precedenti gli attacchi erano stati così tanti.

Nel 2019, i militanti di al-Shabaab sono stati attivi soprattutto nella zona che circonda la capitale Mogadiscio e nelle regioni del sud del paese, ma alcuni attacchi hanno colpito anche le regioni del nord. Inoltre, l’organizzazione riesce a guadagnare imponendo tasse ai clan locali che si trovano fuori dalle aree sotto il controllo governativo, il che lascia supporre che, nonostante al-Shabaab militarmente abbia perso territorio, la sua influenza sulla popolazione in alcune zone del paese resti ancora molto forte. 

Il presidente somalo Mohamed Abdullahi Fermaajo.

Il governo centrale non si trova solo a fronteggiare la minaccia terroristica, ma anche a cercare di riaffermare la propria forza nei confronti delle spinte indipendentiste di alcune regioni, nelle quali i rapporti con gli stati vicini giocano un ruolo fondamentale. A sud, nella vallata del fiume Juba, dall’aprile del 2011 si estende lo Jubaland, uno stato semiautonomo considerato illegale dal governo di Mogadiscio e dalle Nazioni Unite. É sostenuto dal Kenya, che probabilmente vede nella sua influenza sulla regione la possibilità di mettere le mani sui giacimenti di idrocarburi che si trovano tra le acque territoriali somale e keniote. 

La disputa per l’acquisizione del pezzo di mare ricco di ‘oro nero’ va avanti dal 2011. Nel 2012, il governo keniota ha anche stipulato dei contratti di esplorazione con la multinazionale italiana ENI e con la compagnia petrolifera francese TOTAL. Ora la questione è nelle mani della Corte Internazionale di Giustizia, visto il ricorso operato da Mogadiscio nel 2016. Il Kenya, da parte sua, può contare sull’appoggio di Ahmed Mohamed Islam, detto Madobe, eletto per il terzo mandato consecutivo presidente dello Jubaland. Madobe, oltre ad essere utile al Kenya in funzione antiterroristica, controlla l’intero confine tra i due paesi ed è in forte contrasto con il presidente somalo Mohamed Abdullahi Fermaajo.

Altro problema è rappresentato dal Somaliland, regione del nord, con capitale Hargeisa, che si dichiara indipendente nonostante Mogadiscio continui a considerarla parte della Somalia. Il governo centrale, per riportare la regione nel proprio sistema federale, ha anche fatto ricorso alle tensioni con stati semi-autonomi come il Putnam, situato nella parte orientale della nazione, per innescare una guerra tra quest’ultimo e il Somaliland, in modo da indebolirlo sia politicamente che economicamente. 

A questo quadro si aggiungono le aspirazioni di potenze straniere. In particolare gli Emirati Arabi Uniti, consci della posizione geostrategica della regione, nel 2017 hanno stretto un accordo con il Somaliland per la modernizzazione del porto di Barbera e per la costruzione di una base militare. Se il governo di Mogadiscio persegue il proprio obiettivo di riunificazione, i nazionalisti presenti nella regione non hanno mai abbandonato il desiderio di indipendenza e questo impedisce a entrambe le parti di arrivare ad una soluzione in maniera diplomatica. Proprio questa difficoltà di dialogo tra il governo centrale e le regioni che rivendicano l’autonomia è un elemento che potrebbe permettere ad al-Shabaab di riconquistare potere.

Il futuro passa da Addis Abeba: il primo congresso africano sulla libertà di ricerca

Africa, un continente tanto affascinante quanto problematico. Oltre ad essere quello più povero per PIL pro capite, nei paesi al suo interno si può osservare un ampio inventario di ‘piaghe’ quasi perenni, che hanno fortemente condizionato lo sviluppo del tessuto sociale in questi territori. Tra queste la scarsità di risorse alimentari, il più concentrato numero di conflitti nel mondo e la difficoltà di funzionamento del modello nazionale e statale, storicamente imposti da paesi occidentali in epoca coloniale. Infine, la travolgente crescita demografica proietta la cosiddetta ‘culla dell’umanità’ in un futuro incerto. In questo intricatissimo mosaico, in cui le scarse risorse economiche degli stati africani vengono assorbite dalle più scottanti emergenze, qual è lo spazio a disposizione della ricerca? Quale il suo ruolo?

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SPECIALE – Tecnologia e geopolitica: tra utopia e distopia

Di Mattia Elia e Mattia Fossati, coordinati da Alberto Mirimin

Per definire la situazione geopolitica odierna è stata utilizzata nel dibattito pubblico (come ad esempio in questa conferenza con alcuni analisti della rivista Limes) l’espressione “guerra fredda della tecnologia”, a sottolineare come sempre di più gli scontri nell’arena politica internazionale abbiano come oggetto proprio la tecnologia.

In questo contesto, essa viene intesa soprattutto come tecnologia digitale: Internet, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e il trattamento di personal data. Ma non solo: il progresso tecnologico si può intendere anche come miglioramento delle tecniche presenti in un dato settore, al fine di ottenere una maggiore efficienza dal punto di vista economico. Anche questo secondo aspetto dello sviluppo tecnologico può avere pesanti implicazioni geopolitiche ed economiche. Basti pensare, ad esempio, ai crescenti investimenti nell’ambito delle tecniche estrattive del petrolio.

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L’altro volto della tecnologia: la telemedicina in Africa

Vivendo circondati da dispositivi elettronici di ogni sorta, è difficile immaginare di esserne privi. A volte, anzi, ci si vorrebbe liberare da questa presenza costante. Eppure, a dispetto di quanto a volte possa apparire, la tecnologia può essere non solo un lusso utile a distrarsi, ma un bene indispensabile per vivere e, soprattutto, per sopravvivere.

L’Africa subsahariana presenta condizioni sanitarie tra le peggiori del mondo. Secondo un report del 2018 della World Health Organization (WHO), le strutture dell’area sono sufficienti a coprire soltanto il 48% delle effettive necessità della popolazione, per quanto questo dato sia frutto di una media tra paesi che presentano condizioni molto differenti tra loro. Anche uno dei paesi che presenta il risultato più alto, il Sudafrica, risulta comunque in grado di fornire in media il 66% della copertura sanitaria potenzialmente necessaria.

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