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Contraddizioni della questione migratoria indiana: diaspora programmata e censimento degli esclusi

Secondo l’International Migrant Stock 2019, un report del Dipartimento degli affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite, l’India è al primo posto per numero di persone emigrate. Sono ben 17.5 milioni gli indiani che hanno deciso di lasciare il proprio paese verso nuovi lidi: una cifra che corrisponde al 6,4% di un totale di 272 milioni di emigranti.

Tra le mete scelte dai cittadini indiani, gli Emirati Arabi Uniti risultano essere al primo posto, seguiti da Stati Uniti e Arabia Saudita. Il Pakistan, un tempo meta privilegiata, non accoglie oggi che il 9% dei migranti totali.

L’India è tradizionalmente una terra di emigrazione. Già nel 1800 i coloni britannici avevano elaborato un sistema di migrazione attraverso i territori colonizzati. In seguito all’abolizione della schiavitù da parte dei Britannici nel 1833, la necessità di manodopera nelle piantagioni, unita alla povertà dei contadini dell’Asia meridionale, hanno spinto circa 1.5 milioni di lavoratori verso nuove terre. La Guyana e l’Africa dell’Est per gli abitanti del Punjab e del Gujarat; le Isole Fiji, le Isole Mauritius, Trinidad e Suriname per gli abitanti degli attuali Stati di Bihar e Uttar Pradesh; la Guadalupa, la Martinica, il Sud Africa e l’Isola della Riunione per gli abitanti del Tamil Nadu. Nello stesso periodo, gli amministratori delle piantagioni di tè, caffè e caucciù avevano messo in atto un altro meccanismo migratorio che consisteva nella possibilità di trasferire intere famiglie indiane in Sri Lanka, Malaya e Burma. Sono 6.5 milioni gli indiani emigrati prima dell’abolizione di tale misura nel 1938.

In entrambi i casi, i lavoratori immigrati non avevano la possibilità di integrarsi  con la popolazione locale. Tuttavia, è importante sottolineare che anche in questo periodo l’emigrazione non riguardava solo lavoratori poco qualificati: sono molti i  mercanti che sceglievano di trasferirsi in  altre colonie britanniche con maggiori opportunità lavorative. Se, in questa prima fase, la migrazione verso il Regno Unito era un fenomeno minore, questa tendenza è cambiata radicalmente nei decenni successivi all’indipendenza nel 1947. La migrazione indiana nel Regno Unito, prima nel continente europeo, è agevolata dai British Commonwealth Immigration Acts del 1962 e del 1968, che prevedono il diritto di vivere, lavorare, votare e ricoprire incarichi pubblici nel paese per qualsiasi membro del Commonwealth. Tra il 1970 e il 1996 il Regno Unito ha ricevuto in media 5.800 immigrati indiani all’anno.

Oggi sono altre le chiavi di lettura del fenomeno. La solidità e l’efficacia del sistema educativo nazionale indiano, incentrato soprattutto sulla tecnologia, l’informatica e l’ingegneria, discipline che, coniugate all’ottima padronanza della lingua inglese, contribuiscono a costruire un profilo altamente richiesto all’estero, spiegano almeno in parte il fenomeno migratorio. Nello stesso tempo inoltre, le economie occidentali vedono una fuga di professionisti, per via di un fenomeno chiamato skills gap: la domanda di lavoratori qualificati è superiore alla loro effettiva presenza nel territorio nazionale. Dall’altro lato, invece, i lavoratori indiani sono incoraggiati a lasciare il proprio paese in cerca di stipendi più alti e di una qualità della vita superiore, così come di prospettive di carriera più gratificanti.

Tali lavoratori emigrati costituiscono allo stesso tempo una fonte di guadagno per lo stato Indiano. Secondo uno studio della Banca Mondiale, gli impiegati indiani all’estero avrebbero inviato ben 79 miliardi al proprio paese di origine, nel 2018. Nonostante la cifra sia significativa, essa costituisce appena il 2,7% del PIL indiano. I dati riguardanti il tasso di immigrazione seguono invece una traiettoria differente. Secondo il report sono 5.1 milioni gli immigrati che nel 2019 hanno trovato accoglienza in India: cifra inferiore rispetto ai 5.2 milioni del 2015. Dal 1990 si è registrato un calo del tasso di immigrazione pari al 32%. Ancora oggi, tuttavia, gran parte degli immigrati provengono da paesi della stessa aerea regionale, come Bangladesh, Pakistan e Nepal. A dispetto di questo, il Governo di Nuova Delhi è solito ricorrere a toni allarmisti e ad una retorica anti-immigrati, come testimoniano gli ultimi avvenimenti.

Lo scorso 31 agosto, il governo dello stato di Assad, nel Nord Est del paese, ha pubblicato una lista nella quale appaiono i nomi dei cittadini indiani, meglio nota come il National Register of Citizens (NRC), il cui obiettivo principale è l’identificazione degli immigrati illegali residenti nello stato. Si tratta di un territorio storicamente caratterizzato da un forte tasso di immigrazione dal vicino Bangladesh. Tuttavia, ben 1.9 milioni di persone sono stati esclusi dall’elenco ufficiale. Nata nel 1951 e valida unicamente nello stato di Assad, tale lista include i discendenti delle persone inserite nella lista originale, quelli presenti nelle liste elettorali o in documenti approvati dal governo. In altre parole, per essere inseriti nella lista bisogna dar prova di essere residente in India (o di essere discendente di persone residenti nel Paese) da prima del 1971, anno dell’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan. Da allora, l’elenco non è mai stato aggiornato.

Coloro i quali non vedono il proprio nome apparire nella lista hanno la possibilità di dimostrare la propria appartenenza allo stato di Assam attraverso il ricorso a dei Foreigners Tribunals. Si tratta di un particolare tipo di istituzione paragiurisdizionale, specifico del territorio di Assam, il cui compito è dimostrare se una persona risiedente illegalmente nello stato sia o meno straniera. Al momento, sono 100 i Foreigners Tribunals totali, ma è prevista la costruzione di altri 200 fori. Se, fino ad ora, l’iniziativa di realizzazione di questi tribunali spettava al potere centrale, grazie ad una decisione del Ministero degli Interni potrà essere condivisa con i governi dei singoli stati, con i centri amministrativi dei territori dell’Unione, nonché con magistrati distrettuali e capi del distretto. Un’altra importante modifica riguarda il fatto che i singoli individui hanno il potere di sollecitare l’intervento del Tribunale, mentre in precedenza solo il governo centrale poteva sollevare il Tribunale contro determinati sospetti. Inoltre, ai magistrati sarà permesso valutare la nazionalità anche di coloro che decideranno di non ricorrere ad alcun appello.

In caso di necessità, gli appellanti potranno sempre sollecitare le Corti di grado superiore. A loro è concesso un totale di 120 giorni per fare ricorso, mentre le Corti potranno verificare o smentire l’adeguatezza della sentenza durante un periodo di sei mesi, al termine del quale il loro statuto sarà dichiarato ufficiale. Nonostante il governo abbia rassicurato i cittadini indiani, il breve lasso di tempo dedicato agli appelli lascia temere un sovraccarico di lavoro che rischia di minare l’efficienza delle Corti e l’effettiva possibilità di pronuncia da parte di queste.

A nessun immigrato illegale sarà permesso di restare nel Paese”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Amit Shah. Secondo quanto stabilito dal Passport Act (1920) e dal Foreigner Act (1946), gli immigrati clandestini rischiano dai 3 mesi agli 8 anni di prigione. In seguito a questo periodo di detenzione, la persona è costretta alla deportazione, la quale si risolve, nella  maggior parte dei casi, nello spostamento in centri di detenzione fino a che il paese di origine non ne approvi il rimpatrio. Ad oggi, sono circa 1000 le persone costrette nei centri già esistenti, sospettate di trovarsi illegalmente nel paese. Intanto, il primo centro di detenzione di massa per immigrati illegali, destinato ad accogliere almeno 3000 persone, è in costruzione nella città di Goalpara. Secondo le direttive rese pubbliche all’inizio del mese di settembre, tali centri di detenzione dovranno essere circondati da un muro di almeno 3 metri e da filo spinato. Il governo ha già annunciato un progetto di costruzione di un totale 10 centri di detenzione. Dal momento in cui non saranno riconosciuti come cittadini indiani, gli immigrati illegali saranno privati dei propri diritti e libertà civili. Sebbene per il momento tale misura sia valida solamente nello stato di Assam, Nuova Delhi ha intenzione di estenderne la portata all’intero paese. In un articolo pubblicato dal quotidiano indiano The Hindu, Harsh Mander, attivista per i diritti umani, ha dichiarato che un simile sviluppo costituirebbe un “kafkiano labirinto burocratico”, specialmente per la popolazione rurale, che spesso non ha i mezzi per dimostrare la propria nazionalità.

Secondo altri attivisti per i diritti umani, la lista avrebbe lo scopo di attaccare la comunità musulmana. Dal suo insediamento, il governo nazionalista-induista guidato dal Bharatiya Janata Party (BJP) di Narendra Modi è stato più volte accusato di attaccare quella che è una delle minoranze più importanti nel paese: il 14% per una popolazione totale di 1.3 miliardi. Come riportato da Al Jazeera, durante l’elaborazione della lista sono stati riscontrati diversi difetti procedurali ed anomalie. Il tutto è accaduto nonostante la Corte Suprema fosse incaricata di sorvegliare la correttezza dell’intero processo. Diversi individui riconosciuti come cittadini indiani sono stati esclusi dalla lista, inclusi alcuni funzionari del governo. Il PJB ha inoltre dichiarato di voler modificare la Costituzione, in modo particolare il Citizenship Act, per proteggere i cittadini induisti esclusi dalla lista. L’obiettivo della riforma è quello di assicurare la cittadinanza a determinate comunità religiose: più in particolare induisti, sikhs e buddisti. Asaduddin Owaisi, parlamentare rappresentante del collegio elettorale di Hyderabad nella Lok Sabha, la camera bassa del Parlamento, nonché portavoce della comunità musulmana, ha dichiarato ad Al Jazeera: “Guideremo la comunità e saremo pronti ad  un ricorso legale se necessario”, definendo un’eventuale riforma del Citizenship Act come un’“enorme violazione della Costituzione”.

Pakistan: il popolo in rivolta

A un anno esatto dalle elezioni che hanno portato al potere l’attuale primo ministro Imran Khan e il suo partito, il Tehreek-e-Insaf (PTI), in migliaia hanno conquistato le strade delle maggiori città del paese per protestare contro l’operato dell’esecutivo.

Dietro le quinte delle manifestazioni si trovano i principali partiti d’opposizione, tra cui spiccano il Muslim League-Nawaz (PML-N) e il Jamiat Ulema-e-Islam-Fazl (JUI-F). A tal proposito il 25 luglio, giorno in cui sono scoppiate le proteste, è stato ribattezzato ‘Black Day’. Bilawal Bhutto Zardari, figlio dell’ex primo ministro Benazir Bhutto e dell’ex presidente Asif Ali Zardari, ha dichiarato: “Oggi è il giorno più nero nella storia del Pakistan. Perché non solo il Parlamento, ma la democrazia stessa è minacciata. Perché non solo i politici, ma la politica stessa è minacciata. Perché non solo i media, ma la stessa libertà dei media è minacciata nel nostro paese”. 

Sebbene poco più di un anno fa l’ex campione di cricket avesse incentrato la sua campagna populista sulla lotta alla corruzione e al nepotismo, l’opposizione sostiene che il primo ministro abbia piegato il sistema giudiziario alle proprie esigenze politiche, procedendo in questo modo all’eliminazione dei rivali e di qualunque personalità dimostratasi critica nei suoi confronti. “Abbiamo dovuto trasformare tutte le istituzioni, in passato distrutte da ladri con il solo obiettivo di saccheggiare il Pakistan” ha ribadito Khan durante un incontro a Washington lo scorso 22 luglio. 

Nell’ultimo anno, diverse personalità dell’élite dell’opposizione sono entrate nel mirino del National Accountability Bureau, agenzia federale del Governo pakistano incaricata di prevenire e combattere la corruzione nel paese: secondo l’esecutivo, tali azioni di controllo sarebbero state intraprese per il bene dello stato, mentre – secondo l’opposizione – agevolerebbero solamente il partito al potere. 

Tra i numerosi indagati, un nome su tutti spicca nell’elenco delle personalità sotto esame:  Maryam Nawaz, figlia dell’ex primo ministro Nawaz Sharif, che nel 2017 fu costretto ad abbandonare il suo incarico in seguito alla decisione della Corte Suprema per un affare di corruzione. All’inizio del mese di luglio il suo partito, il  PML-N, ha reso pubbliche alcune prove che dimostrano che il giudice responsabile della sentenza sarebbe stato ricattato. La stessa Maryam Nawaz è stata in seguito condannata per corruzione in un processo connesso, ma tale sentenza è stata in seguito sospesa in attesa dell’esito del ricorso.

All’inizio del mese di giugno, il capo del Pakistan People Party ed ex-presidente Asif Ali Zardari è stato, invece, arrestato con l’accusa di riciclaggio di denaro. L’accusa è quella di conti bancari fasulli per occultare il trasferimento di tangenti. Nonostante il controverso leader politico sia stato più volte accusato e condannato per corruzione, in molti sostengono che la sua condanna faccia parte di un più ampio piano di epurazione politica

Lo scorso 18 luglio, infine, anche l’ex primo ministro Shahid Khaqan Abbasi è stato arrestato dal corpo nazionale anticorruzione con l’accusa di aver favorito un’impresa della quale era azionista nel contratto per la costruzione di una centrale elettrica.

Oltre a quanto detto, l’opposizione accusa Khan anche di non essere in grado di fronteggiare la crisi economica che il paese sta attraversando. Nell’ultimo anno, il Pakistan ha, infatti, dovuto fare i conti con l’aumento dei prezzi del carburante e dei generi di prima necessità a causa della forte inflazione che sta investendo il paese (la moneta ha perso un quarto del suo valore), che peraltro non ha corrisposto a un altrettanto sostanziale aumento delle esportazioni. Nel mese di luglio, il tasso di inflazione annuale è passato da 8,9% del mese precedente ad un preoccupante 10,3%. Si tratta del tasso più elevato da novembre 2013.

Imran Khan, dal canto suo, incolpa i precedenti governi della situazione economica attuale, rei di un’errata gestione delle finanze pubbliche. Inoltre, l’élite economica e politica dei precedenti governi sarebbe ritenuta colpevole di aver trasferito all’estero ingenti quantità di denaro, fondi destinabili all’istruzione, allo sviluppo e alla sanità, privando così il paese di risorse importanti. Sebbene sia vero che all’arrivo al potere di Imran Khan la possibilità di una crisi economica si profilava all’orizzonte, la situazione è ben peggiorata da allora. Nell’ultimo mese, il Fondo Monetario Internazionale ha accordato un ulteriore prestito di €5,2 miliardi, a condizione della messa in atto di un programma di austerità, che prevede misure come l’aumento delle imposte fiscali e tagli alle sovvenzioni.

Il 13 luglio numerosi uomini d’affari hanno deciso di tenere chiusa la propria attività in segno di protesta contro le misure, che potrebbero ostacolare i consumi e quindi le vendite.  Sebbene il Governo abbia preso alcuni provvedimenti al fine di far scendere il rapporto deficit/PIL al di sotto del 12%, come ad esempio la decisione di tassare l’importazione di prodotti di lusso, quello che si registra tra i commercianti è un generale sentimento di malcontento e di ‘resistenza fiscale’

Nonostante alcune proteste siano state riprese dai principali canali televisivi nazionali, gran parte degli eventi organizzati dall’opposizione sono stati oggetto di censura.  All’inizio del mese di luglio, infatti, il Governo ha emanato un provvedimento che proibisce la copertura mediatica di eventi di personalità politiche sotto investigazione. Secondo la Pakistan Broadcaster’s Association, sono tre i canali a essere stati bloccati per aver trasmesso la conferenza stampa di Maryam Nawaz: Channel 24, Abbtak News, e Capital TV. Proprio durante questa conferenza, Nawaz ha reso pubblico il video in cui il giudice che aveva condannato suo padre ammette di essere stato ricattato. Diversi attivisti per i diritti umani hanno accusato l’esecutivo  di promuovere una spudorata censura non solo verso i membri dell’opposizione, ma anche di chiunque faccia prova di un pensiero critico nei confronti del Governo. “Si tratta di una violazione assolutamente inaccettabile dei principi di pluralismo e indipendenza dei media”, aveva dichiarato Daniel Bastard, a capo della sezione Asia-Pacifico di Reporters Without Borders. “Questa rivelazione era chiaramente nell’interesse pubblico del Pakistan”. 

Una vicenda analoga riguarda il celebre conduttore televisivo Hamid Mir, la  cui intervista ad Asif Ali Zardari è stata trasmessa solamente per qualche minuto. Qualche giorno dopo l’accaduto, l’esecutivo ha reso pubblico un provvedimento secondo il quale personalità politiche sotto accusa non possono rilasciare conferenze stampa o interviste. Mir ha in seguito dichiarato su Twitter di “non vivere più in un paese libero”. La richiesta di libertà di espressione e della tutela dei diritti dei giornalisti è stato, quindi, uno dei capisaldi delle recenti proteste. Attualmente, il Pakistan è il 142° paese su 180 per libertà di stampa nell’apposito indice di Reporters Without Borders.
Tali accuse contrastano con l’immagine che l’esecutivo Khan ha tentato di costruire a livello internazionale, specialmente in merito alle relazioni con India, Stati Uniti e Afghanistan. Sebbene il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si sia complimentato con il primo ministro per il ruolo da mediatore nelle trattative con i talebani afghani, Nawaz ha accusato il primo ministro di essersi volontariamente piegato alla dittatura della super-potenza americana.

Il futuro dell’India

Narendra Modi sta concludendo il suo primo mandato di governo. In questi anni, il “guerriero nazionalista indù”, come lo si apostrofa dalle pagine del New York Times, votato a combattere i ‘nemici’ del paese, ha profondamente influenzato la politica nazionale, sotto il segno dell’accentramento del potere federale e della comunicazione politica, concentrati sulla figura del primo ministro.

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Pakistan: nuovo presidente della Corte Suprema Il giudice che ha segnato un'epoca di attivismo giudiziale passa il testimone

Si apre una nuova era per la giustizia pakistana sotto l’egida di Asif Khan Saeed Khosa, 26° Presidente della Corte Suprema. Khosa occuperà il seggio per un periodo di 11 mesi. ha prestato giuramento venerdì 19 gennaio, di fronte alle massime cariche dello Stato, inclusi il presidente Arif Alvi e il primo ministro Imran Khan.

Dopo aver cominciato la sua carriera nel 1979 come avvocato dell’Alta Corte di Lahore, nel 1985 Khosa ha ottenuto il patrocinio di fronte alla Corte Suprema, finché, nel 2010, è stato nominato giudice della stessa.

Molti si aspettano dal nuovo Presidente un cambio di rotta rispetto al predecessore Mian Saqib Nisar. Sotto il controllo di Nisar, la Corte Suprema si è infatti distinta per un’importante serie di interventi mirati a stanare ed estirpare ogni forma di corruzione insinuatasi all’interno delle istituzioni più importanti del Paese. Il risultato più rilevante di questa politica risale al luglio del 2017, quando il primo ministro Nawaz Sharif fu rimosso dal suo incarico in seguito allo scandalo Panama Papers.

Lo scorso ottobre, un altro caso di attivismo giudiziale ha fatto notizia: la Corte Suprema ha deciso di assolvere Asia Bibi, la giovane donna cristiana condannata a morte per l’accusa di blasfemia contro il profeta Maometto.

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Australia: revoca della cittadinanza ai terroristi Il governo propone l'emendamento del Citizenship Act

Il primo ministro australiano Scott Morrison ha messo in agenda una serie di provvedimenti nell’ambito della lotta al terrorismo. “Quelli che commettono atti di terrorismo hanno rigettato tutto ciò in cui questo Paese crede”, ha dichiarato Morrison giovedì 22 novembre, durante una conferenza stampa a Sydney. L’esecutivo ha espresso l’intenzione di promuovere nuove leggi per rendere più semplice la revoca della cittadinanza australiana e l’espulsione di tutti coloro accusati di aver commesso atti di natura terroristica.

La decisione nasce in un contesto di tensione tra l’esecutivo conservatore e la comunità musulmana. Morrison ha infatti dichiarato che i leader musulmani hanno una “responsabilità particolare” nel prevenire atti di violenza commessi in nome dell’Islam. Responsabilità che si applicherebbe quindi all’escalation di violenza delle ultime settimane. Infatti, il 20 novembre, sono stati arrestati tre cittadini australiani di origine turca nel corso dell’organizzazione di una sparatoria di massa a Melbourne. Meno di due settimane prima, un uomo di origini somale ha accoltellato tre persone, uccidendone una. Le autorità hanno dichiarato che tutti e quattro gli uomini erano ispirati dalla propaganda del sedicente Stato Islamico e hanno classificato tali atti come “terroristici”.

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Asia Bibi: la fine di un calvario? Condannata a morte per blasfemia e assolta dalla legge, ma non dalla comunità

Dopo 8 anni passati in isolamento, lo scorso 31 ottobre la Corte Suprema pakistana ha annullato la sentenza che condannava Asia Bibi, una donna cristiana accusata di blasfemia contro l’Islam, alla pena di morte. La donna resta sotto protezione del governo a causa delle minacce mosse dalla comunità musulmana, che si estendono anche alla sua famiglia, al suo avvocato, e ai membri della Corte Suprema che hanno deciso la sua assoluzione. Continua a leggere

Corea del Sud: scossa all’equipe economica Il Presidente rimuove dall’incarico il Ministro delle Finanze e il capo del suo staff politico

Il presidente della Corea del Sud Moon Jae-In ha rimosso dall’incarico il ministro delle Finanze Kim Dong-yeon e il capo del gabinetto in carico della politica presidenziale Jang Ha-sung. A prendere il loro posto saranno due membri dell’attuale governo: a Hong Nam-ki, già a capo dell’ufficio di coordinazione del governo, andrà il Ministero delle Finanze, mentre Kim Soo-hyun, consigliere agli affari sociali del presidente Moon, sostituirà Jang. A dare l’annuncio venerdì 9 novembre il portavoce del presidente, Yoon Young-chan, durante una conferenza stampa televisiva.

Il governo ha chiarito che questa decisione mira a rafforzare le politiche economiche già intraprese che mirano ad instaurare una vera democrazia economica, ribaltando il modello di crescita basato sulle esportazioni e gli investimenti dei grandi conglomerati sudcoreani. Continua a leggere

Pakistan: ucciso il “padre dei Talebani” Haq era conosciuto come teoreta e guida dei talebani afghani

Maulana Sami-ul Haq, meglio noto come “il padre dei talebani”, è stato ucciso venerdì 2 novembre scorso. Al momento dell’omicidio, Haq si trovava nella sua casa a Rawalpindi, a 15 km dalla capitale Islamabad.

Al momento, l’intera vicenda resta un mistero. Versioni contrastanti sono apparse su come l’uomo sia stato ucciso. Suo figlio, Maulana Hamid ul-Haq, ha dichiarato che Haq sarebbe stato ucciso a coltellate. È stato proprio lui a ritrovare il corpo del padre nel suo letto, in un bagno di sangue. Secondo il nipote, Muhammad Bilal, sul corpo sarebbero stati ritrovati anche segni di colpi di pistola. Restano ignoti anche gli agenti e il movente dell’omicidio.

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Asia e Oceania: 7 giorni in 300 parole

AUSTRALIA

9 ottobre. Il governo ha presentato un disegno di legge che obbligherebbe i migranti a vivere nelle zone rurali per i primi 5 anni dall’arrivo nel Paese. Il ministro per le Città, le Infrastrutture Urbane e la Popolazione, Alan Tudge, ha spiegato che il provvedimento avrebbe come obiettivo quello di “alleviare la congestione nei grandi centri urbani, in particolare nelle città di Sidney e Melbourne”. Queste due grandi metropoli sono, infatti, mete privilegiate dagli immigrati e ospitano già i 2/5 della popolazione totale, che conta 25 milioni di persone.

CINA

8 ottobre. Meng Hongwei, ex presidente dell’Interpol, è stato arrestato con l’accusa di corruzione. A dare l’annuncio, il ministero della Sicurezza Pubblica, di cui Meng è il viceministro. Lo scorso 28 settembre l’uomo aveva lasciato la famiglia residente a Lione per un viaggio in Cina, ma da quel momento si erano perse le sue tracce. Hongwei aveva annunciato, la scorsa domenica, le proprie dimissioni dall’Organizzazione internazionale della polizia criminale.

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