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Cuba: 60 anni di migrazioni verso gli Stati Uniti

Dalla conquista del potere da parte di Fidel Castro, nel gennaio del 1959, numerosi cubani hanno optato per lasciare il proprio paese: oltre 2 milioni in sessant’anni di governo, l’80% dei quali ha scelto gli Stati Uniti come terra di espatrio.

La prima ondata migratoria, che si sviluppò negli anni della rivoluzione cubana, fu quella dei dissidenti politici, contrari agli ideali socialisti propugnati da Fidel quali la redistribuzione dei terreni e la nazionalizzazione delle grandi aziende. A questi, si aggiunsero i funzionari e gli stretti collaboratori del dittatore Fulgencio Batista, salito al potere nel 1952 e poi esiliato in seguito alla vittoria comunista. Secondo il Washington DHS Office of Immigration and Statistics, nei tre anni successivi alla rivoluzione, circa 250.000 cubani abbandonarono l’isola.

L’influenza statunitense, impegnata ad indebolire il peso della forza lavoro a disposizione di Castro, fu decisiva nel favorire la spinta migratoria. Tra le mosse che fecero maggiore scalpore si annovera l’Operación Peter Pan, che si sviluppò tra il 1960 e il 1962. Essa ebbe come obiettivo quello di inviare oltre 14.000 bambini cubani negli Stati Uniti, accogliendo le richieste dei loro genitori, preoccupati che i propri figli venissero indottrinati dal sistema scolastico castrista. La stessa chiesa cattolica assunse una posizione forte, schierandosi a favore di questo intervento; in tal senso, fu fondamentale la gestione del flusso migratorio da parte del sacerdote cattolico Bryan Walsh. La strategica interferenza statunitense ebbe l’effetto di generare una forte pressione mediatica contro la presidenza Castro.

La seconda ondata, dal 1965 al 1973, fu caratterizzata dai cosiddetti Vuelos de la libertad (Voli della libertà): un accordo di cooperazione tra Stati Uniti e Cuba permise infatti a molti rifugiati cubani di raggiungere gli USA in modo sicuro e legale. Questa ondata era composta di migranti con alte qualifiche professionali, delusi dalle politiche attuate dal governo e dall’assenza di libertà politiche.

Per favorire tale migrazione venne creata la Legge di adeguamento cubano, la quale assegnava ai migranti lo status di rifugiati politici, stabilendo, inoltre, che questi potevano ottenere la residenza permanente dopo aver soggiornato per un solo anno negli States. Le autorità statunitensi sostennero questo progetto con un finanziamento notevole. L’obiettivo ufficiale era quello di aiutare coloro che fuggivano dal regime comunista; in realtà, lo scopo principale era quello di indebolire ulteriormente Cuba, sottraendo forza lavoro altamente qualificata al paese baluardo della sinistra legata all’URSS.

La terza ondata migratoria avvenne negli anni ’90, in concomitanza con la peggiore crisi economica che dovette affrontare il regime comunista. La causa principale che scatenò tale recessione fu la dissoluzione dell’URSS, alleato fondamentale per Castro. Quest’ultimo, difatti, faceva totale affidamento sul blocco orientale per resistere a una situazione internazionale già critica a causa dell’embargo commerciale e finanziario nei confronti dell’isola, indetto dal governo degli Stati Uniti nel 1962. La terza ondata migratoria, denominata crisis de los balseros (crisi dei barconi), raggiunse il suo apice nel 1994: nell’arco di pochi mesi, più di 35.000 cittadini cubani raggiunsero via mare le coste statunitensi.

In anni recenti, con l’inizio del processo di pacificazione voluto dall’ex presidente statunitense Barack Obama, l’emigrazione cubana ha raggiunto picchi elevati, con quasi 70.000 migranti che hanno raggiunto gli USA tra 2015 e 2016, spinti dal nuovo clima politico instauratosi tra i due paesi.

Atto fondamentale nel promuovere un così elevato numero di migrazioni legali è stato, ad inizio 2013, l’eliminazione della cosiddetta tarjeta blanca, un permesso speciale prima rilasciato ai cittadini cubani che volevano lasciare l’isola. Oggi, infatti. per poter viaggiare all’estero è sufficiente possedere un passaporto. Questa decisione del Ministerio de Relaciones Exteriores ha ridotto notevolmente il costo dei viaggi e reso più flessibili i regolamenti in materia di politiche migratorie.

Con l’ascesa di Donald Trump alla presidenza, però, il citato processo di pacificazione ha subito una brusca frenata: se, da un lato, il blocco economico tutt’oggi presente sta rallentando la crescita cubana, dall’altro lato si sta assistendo ad un inasprimento delle stesse politiche migratorie statunitensi. Spetterà dunque al nuovo presidente Miguel Díaz-Canel il compito di migliorare la situazione economica dell’isola, così da ridurre l’emigrazione e la conseguente perdita di capitale umano.

Portorico: lo scandalo ‘Chatgate’ ha portato al crollo del Governo

Da metà luglio l’isola di Portorico è precipitata nel caos socio-politico. Il governatore Ricardo Roselló, in carica da gennaio del 2017, è accusato di aver inviato ai suoi fedelissimi di partito una serie di messaggi, attraverso l’applicazione Telegram, contenenti insulti sessisti, omofobi e razzisti. Nelle chat incriminate verrebbero inoltre derise le vittime dell’uragano María, il quale ha devastato l’isola nel 2017 causando la morte di oltre 3000 persone.

I messaggi sono stati resi pubblici il 13 luglio scorso dal Centro di Giornalismo Investigativo (CPI), una ONG con sede nella capitale San Juan, il cui obiettivo principale è quello di incrementare l’accesso all’informazione per tutti i cittadini del paese. L’indignazione popolare ha portato molti abitanti a scendere per le strade della città, chiedendo le dimissioni dello stesso governatore. Le proteste sono state sostenute anche da personaggi rilevanti dello spettacolo, tra cui il cantante Ricky Martin, il quale ha postato sui propri profili social un video in cui ha criticato fortemente Roselló, promettendo di unirsi anch’egli alle manifestazioni.

Dopo più di una settimana di tensione, il governatore ha presentato le scuse ufficiali. Ciò non ha però placato l’ira dei manifestanti, i quali hanno continuato ad occupare le vie di San Juan urlando a gran voce: “¡Ricky (Rosselló), renuncia!”. Il 25 luglio, Rosselló ha dunque annunciato le dimissioni attraverso un video pubblicato sulla propria pagina Facebook. La caduta del governatore era attesa da giorni; dall’inizio dello scandalo, ben 14 membri della sua amministrazione hanno presentato le dimissioni.

Nel breve discorso, egli ha dichiarato: “Dopo aver ascoltato le proteste, aver parlato con la mia famiglia, pensato ai miei figli, oggi annuncio che rinuncerò al ruolo di governatore dal 2 agosto”.

Il successore designato, l’attuale ministro della giustizia Wanda Vázquez, è già diventata bersaglio di nuove accuse. I manifestanti sostengono infatti che il caso Rosselló sia solo la punta di un iceberg. Questo scandalo si somma difatti ad altri casi di corruzione che hanno riguardato questo governo: solo poche settimane prima dello scandalo Chatgate, un giudice federale ha accusato alcuni ex funzionari del Governo di Roselló di cospirazione a scopo di frode, truffa elettronica e riciclaggio di denaro sporco. All’inizio di luglio queste accuse hanno portato all’arresto dell’ex segretaria per l’educazione Julia Keleher e dell’ex direttrice dell’amministrazione sanitaria Ángela Ávila. Rosselló, in tal caso, ha criticato l’attività fraudolenta degli ex collaboratori, dichiarando che il suo Governo “non tollera la corruzione”.

A queste problematiche si aggiunge la crisi economica che colpisce Portorico da più di un decennio. Nel maggio del 2017, Rosselló è stato costretto a dichiarare la bancarotta statale; il tasso di povertà aveva raggiunto quota 45%, con un saggio disoccupazionale pari al doppio rispetto alla media degli Stati Uniti. Rosselló aveva annunciato di volersi appellare al Titolo III della Ley para la Supervisión, Administración y Estabilidad Económica de Puerto Rico (Promesa), che contempla un processo di ristrutturazione del debito simile alle norme di protezione per bancarotta statunitense. Tale scelta era stata valutata positivamente, tra i vari, dall’agenzia Moody’s; tuttavia, gli effetti non sono ancora tangibili e la grande maggioranza della popolazione resta in condizioni economiche critiche.

Dal canto loro, gli Stati Uniti osservano con molta attenzione la situazione politica di Portorico: l’isola, infatti, potrebbe ben presto diventare lo Stato numero 51 degli States. A tal riguardo, due anni fa si tenne un referendum a valore consultivo sulla modifica dello status giuridico del paese. Nonostante la scarsa partecipazione dei votanti (solo il 22,7 degli aventi diritto si è recato alle urne), la gran maggioranza delle preferenze (97%) è stata a favore dell’annessione agli USA.La situazione è però tuttora in fase di evoluzione. Se da un lato la la crisi economico-politica rischia di rallentare questo processo, dall’altro anche lo stesso Trump non sembra disposto a sostenere con fondi pubblici statunitensi l’enorme debito accumulato dall’isola caraibica nel corso dei decenni. Spetterà quindi al nuovo Governo ristabilire ordine sociale e assicurare il rilancio economico.

Venezuela: fallisce il colpo di stato contro Maduro

Marcha de protesta contra Maduro el 02 de Febrero del 2019 en Caracas convocada por Juan Guaido Presidente Interino de Venezuela. Realizada por Alex abello Leiva, conocido en el medio artístico como alexcocopro, fotógrafo, filmmaker deportista extremo, motivador, emprendedor, artista gráfico y lider de proyectos digitales.

L’ennesimo tentativo di golpe contro il governo venezuelano del presidente Nicólas Maduro è fallito. Nella mattinata del 30 aprile, il leader dell’opposizione Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente ad interim del Venezuela lo scorso gennaio, ha lanciato un appello per la rivolta popolare in un breve video dalla base militare La Carlota, nella zona est della capitale Caracas. Al suo fianco appare il politico di opposizione Leopoldo López, il quale, infrangendo gli arresti domiciliari, mostra il proprio appoggio al colpo di stato.

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Le potenziali conseguenze della Brexit in America Latina

L’uscita britannica dall’UE è seguita con grande interesse non solo in Europa, ma anche oltreoceano: la Brexit obbliga infatti a rivedere gli accordi commerciali firmati tra il Regno Unito e i singoli stati latino-americani.

Sino alla metà del ‘900, Londra è stata un importante alleato economico dell’America centrale e meridionale. Oggi la situazione è ben diversa: gli USA e l’UE si sono affermati come i due maggiori investitori nella regione, mentre il commercio con il Regno Unito, pur sempre presente, è nettamente ridimensionato rispetto a 70 anni fa. Continua a leggere

Maduro al secondo mandato, ma continua la fuga dei cittadini L'esodo del popolo venezuelano ha causato grosse difficoltà di gestione dei flussi migratori

Nicolas Maduro ha ufficialmente iniziato, con l’arrivo del nuovo anno, il suo secondo mandato da presidente del Venezuela, carica che ricoprirà fino al 2025.

Tra le principali problematiche che dovrà affrontare spicca il tema della migrazione: è infatti in continuo aumento il numero di venezuelani che fuggono dal Paese alla ricerca di una vita dignitosa.

Secondo i dati di novembre 2018 più di un milione di venezuelani è ora emigrato in Colombia e mezzo milione ha raggiunto il Perù. A queste due mete principali si aggiungono altri Paesi dell’area latinoamericana, tra cui Ecuador, Argentina e Cile. La regione sta affrontando dal 2014 un aumento sempre maggiore di rifugiati e ciò rischia di portare al collasso il sistema di accoglienza.

La prima misura attuata dal governo colombiano dell’ex presidente Santos è stata la creazione di una carta migratoria che permettesse di stabilire il numero esatto degli arrivi dal Venezuela. Questa carta garantisce ai rifugiati l’accesso al sistema sanitario, all’istruzione e al mercato del lavoro.

Come afferma Dany Bahar, giornalista di Brookings Institution Press, la necessità della regione latinoamericana è quella di instaurare un dialogo e un coordinamento tra i vari Paesi coinvolti nell’accoglienza dei migranti.

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In Uruguay si discute l’approvazione di una nuova legge militare Dopo l’arresto del comandante dell’esercito Manini si prospettano ulteriori cambiamenti

Negli ultimi mesi l’Uruguay sta vivendo un periodo di stravolgimento per quel che riguarda il panorama militare del Paese. Lo scorso settembre il presidente in carica, Tabaré Vázquez, ha ordinato l’arresto del comandante dell’esercito Guido Manini Ríos, il quale dovrà scontare 30 giorni di detenzione a causa di ripetute manifestazioni di opposizione ad un progetto di legge voluto dal governo. Il Presidente ha voluto ricordare come la costituzione dell’Uruguay vieta ai militari di “interferire nell’approvazione dei progetti di legge”.

Lo scontro tra Vázquez e Manini riguarda la riforma del sistema delle pensioni militari e, soprattutto, la nuova legge organica per i componenti dell’esercito. Le modifiche più rilevanti a quest’ultima riguardano la dottrina della sicurezza nazionale e la nozione di “obbedienza dovuta”, secondo la quale “nessun militare deve compiere ordini evidentemente contrari alla costituzione e alla legge vigente, o che implichino la violazione o l’illegittima limitazione dei diritti umani fondamentali”. Continua a leggere

America Latina: 7 giorni in 300 parole

ARGENTINA

4 dicembre. Il Banco Central de Argentina ha annunciato una modifica della politica monetaria, dovuta a un rallentamento dell’inflazione: è stata, infatti, eliminata la base del tasso di interesse del 60%. Si tratterebbe di uno dei primi segnali di ripresa dell’economia argentina, dovuto in parte al contributo del FMI, che, nel settembre scorso, ha garantito al Paese sudamericano un prestito record di 57 miliardi di dollari. Continua a leggere

America Latina: 7 giorni in 300 parole

CUBA

14 novembre. Il Ministerio de Salud Pública di Cuba ha deciso di interrompere il proprio contributo al programma Más Médicos in Brasile a causa delle dichiarazioni del neopresidente Bolsonaro, intenzionato ad apportare delle modifiche al progetto. Tale decisione implica il rimpatrio di 11 mila medici cubani, che dal 2013 lavorano negli ospedali brasiliani.

MESSICO

13 novembre. Prosegue a New York il processo nei confronti del narcotrafficante Joaquin Guzmán Loera, noto come El Chapo. Secondo quanto affermato dalla difesa, l’arresto di El Chapo sarebbe stato utilizzato dal governo messicano per ottenere consensi a livello internazionale. Tuttavia, secondo gli avvocati del narcotrafficante, il vero leader del cartello di Sinaloa sarebbe sempre stato Ismael Zambada García, sfuggito all’arresto.

13 novembre. Prosegue l’avanzata della carovana dei migranti partita dall’Honduras il 13 ottobre e diretta negli USA. Arrivati in Messico, si sono generati più gruppi, diretti verso località differenti: un cospicuo numero di migranti si è recato verso l’area metropolitana di Guadalajara, un altro gruppo ha raggiunto, invece, la capitale Città del Messico. L’ultimo obiettivo dei migranti rimane quello di varcare il confine tra il Messico e gli Stati Uniti d’America.

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Haiti travolta dallo scandalo Petrocaribe Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza chiedendo le dimissioni del presidente Moise

Dalla scorsa metà di ottobre è in corso una feroce protesta da parte del popolo di Haiti, scoppiata in seguito alla notizia della scomparsa di oltre 3 miliardi di dollari dal fondo di Petrocaribe.

La Unión de Petróleo del Caribe è un’alleanza nata nel 2005 per iniziativa del governo venezuelano di Hugo Chávez, che permette ad alcuni Paesi situati nel mar dei Caraibi (tra cui Haiti) di acquistare il petrolio venezuelano a prezzi vantaggiosi. Ben 3 miliardi di dollari a disposizione del governo haitiano per acquistare il grezzo venezuelano si sono dissolti nel corso di circa 10 anni, dal 2008 ad oggi: oltre all’attuale presidente Jovenel Moise sono quindi sotto accusa anche i governi degli ex-presidenti René Préval (in carica dal 2006 al 2011) e Michel Martelly (in carica dal 2011 al 2016). Continua a leggere