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Il ‘polmone verde del mondo’ brucia tra dispute e interessi geopolitici

Le immagini raffiguranti la foresta amazzonica avvolta da una coltre di fumo nero e da ingenti fiamme, diffuse dai media mondiali nelle scorse settimane, hanno scatenato una vera e propria mobilitazione sui social. Con l’hashtag #PrayforAmazonas, molte persone hanno denunciato lo scarso impegno politico per salvaguardare “la più grande foresta pluviale rimasta”. Nel mirino, in particolare, è finito il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, ritenuto responsabile di aver promesso all’attività mineraria e agricola nuove concessioni per lo sfruttamento di suolo e sottosuolo.

Alcune foto della Foresta in fiamme sono state condivise su Twitter dal presidente francese Macron e da note celebrità, scatenando molte polemiche in quanto scattate in altri contesti e in anni precedenti. Questo sembrerebbe avvalorare, per i sostenitori di Bolsonaro, le accuse di sensazionalismo che quest’ultimo ha rivolto a Macron. Inoltre, il presidente brasiliano ha più volte ribadito che “L’Amazzonia è del Brasile” e che nessun paese europeo ha il “diritto morale” di parlarne, soprattutto dopo aver distrutto gli ecosistemi del proprio territorio.

Appurato che la causa degli incendi non è una conseguenza diretta del cambiamento climatico ma di natura dolosa, come sostiene il quotidiano inglese The Times, occorre capire quali siano gli interessi in gioco e chi sia legittimato a prendere delle contromisure.

La deforestazione dell’Amazzonia non è un fenomeno recente, ma documentato a partire dagli anni ‘70. L’attuale allarmismo, però, è giustificato da una nuova consapevolezza: come sottolinea il Sole24ore, se si procederà a questo ritmo sarà impossibile mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali, come richiesto dall’Accordo di Parigi per il clima”. La difficoltà maggiore sembra essere legata alla ‘volatilità’ del tasso di deforestazione, caratterizzato da picchi e flessioni fortemente collegati ai cicli elettorali e, pertanto, difficilmente controllabile senza una politica comune in materia ambientale.

Gli incentivi fiscali dei governi che si sono susseguiti, secondo lo scienziato americano Philip Fearnside, hanno giustificato il disboscamento per costruire miniere, strade, campi di soia e allevamenti di bestiame; questi ultimi soprattutto per rispondere all’elevata domanda mondiale di proteine animali. Inoltre, dai suoi e altri studi, è emerso che investire nella deforestazione è anche un modo sicuro per riciclare i proventi del traffico di droga, di attività illecite o in generale entrate non dichiarate. Dunque, la Terra do meio, un territorio delle dimensioni della Svizzera, sarebbe diventata da molti anni una sorta di terra di nessuno, fuori dal controllo del Governo brasiliano e in cui gli affari prosperano ai danni dell’ambiente e delle popolazioni indigene ivi stanziate.

Come si potrebbe salvare l’Amazzonia e chi ha il potere di farlo? Il docente e politologo statunitense Stephen Martin Walt suggerisce di considerare uno scenario ipotetico.  Immaginiamo che, dice Walt, nel 2025 una risoluzione delle Nazioni Unite evidenzi l’imminente rischio per la salute del pianeta a meno che non vengano attuate, nell’immediato, determinate contromisure da parte del Brasile. Cosa succederebbe a seguito del rifiuto del Governo brasiliano? Una potenziale coalizione guidata dagli Stati Uniti minaccerebbe il paese con sanzioni economiche, blocchi navali e bombardamenti su strutture sensibili? Si arriverebbe ad una guerra? Si tratta di un’ipotesi azzardata, riconosce lo stesso Walt, che  però richiama l’attenzione su un quesito etico e politico molto attuale: in caso di beni comuni presenti nel territorio di uno Stato, prevale la sovranità nazionale di quest’ultimo o la comunità internazionale ha il dovere di intervenire?

Per rispondere a questa domanda occorre però considerare, come si legge su Internazionale,  che “dietro agli incendi e alla deforestazione dell’Amazzonia non c’è solo […] una leadership poco sensibile ai temi ambientali. C’è un sistema di produzione e di consumo”, a livello mondiale, non più sostenibile. Alla luce di tutto ciò, l’Amazzonia diventa un possibile esempio della ‘tragedia dei comuni’, per cui, quando l’assetto proprietario non è adeguatamente definito, risulta difficile fare in modo che chi ne trae benefici si preoccupi di salvaguardare le risorse. In questo e in ogni caso riguardante l’emergenza climatica, però, se non ci sarà un impegno globale, il rischio è la sopravvivenza dell’intera specie umana.

PROSUR: utopia o passo decisivo verso l’integrazione dell’America Latina?

Lo scorso 22 marzo i presidenti di 8 Paesi dell’America Latina (Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Perù, Paraguay e Guyana) hanno firmato la Dichiarazione di Santiago che ha sancito la nascita del Foro para el progreso de America del Sur (PROSUR).

Come dai più sostenuto, il PROSUR nasce dalle ceneri della precedente Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR). L’unione nacque nel 2008 per volontà del ‘polo socialista’ composto da Argentina, Brasile e Venezuela, ma entrò in crisi nel 2017 per la mancanza di consenso sulla nomina del segretario generale – l’organo esecutivo dell’organizzazione – e per divergenze sulla questione venezuelana. Si potrebbe dire che, ad un livello più profondo, la causa della differenza di veduta all’interno dell’ente sia da rintracciare nello spostamento dell’asse politico della regione sudamericana verso destra, in una posizione nettamente contrapposta all’ideologia che aveva animato l’UNASUR di Chavez, Lula da Silva e Kirchner.

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Panama: la ‘catastrofe silente’ delle Isole San Blas

Amate dai turisti per le distese di spiaggia bianchissima e le acque cristalline, le isole San Blas sono minacciate da continue inondazioni che rischiano di farle scomparire, insieme alle popolazioni locali. Tuttavia, il rapido innalzamento del livello del mare non è l’unica sfida per chi abita in queste zone, come denuncia la Estrella de Panamà, il più antico quotidiano panamense.

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