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Da Vox a Bruxelles: l’avanzata del populismo europeo

Le elezioni generali spagnole, tenutesi il 28 aprile scorso, hanno posto un’ulteriore pietra miliare nella recente fase politica ‘sovranista’ del continente europeo: a soli 6 anni dalla propria fondazione, infatti, il partito di estrema destra Vox ha conquistato 24 dei 350 seggi alle elezioni generali, ponendosi come una delle forze di spicco nel panorama politico iberico. Nonostante i pronostici della vigilia prospettassero una ampia vittoria del fronte ultraconservatore rappresentato nella figura del candidato Santiago Abascal, i risultati hanno però riscontrato un sorprendente ritorno del Partito Socialista di Pedro Sanchez ed un crollo di consensi del Partido Popular (PP), partito di governo uscente dopo la crisi politica che ha attraversato il paese.

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Istituzioni, società civile e il movimento contro il cambiamento climatico

Di Rebecca Carbone, Alessandro Fornaroli, Lara Kopp-Isaia, Simone Massarenti

Appena 50 anni fa l’uomo è atterrato sulla Luna e da allora la popolazione mondiale è più che raddoppiata. Nell’arco di una vita umana, il paradiso terracqueo è profondamente cambiato; le specie in natura sono diminuite di circa il 60% e per la prima volta nella storia dell’umanità, la stabilità della natura non è una cosa scontata” (Il Nostro Pianeta).

Qualche riflessione sull’Antropocene

È opinione condivisa tra la comunità scientifica che la biodiversità planetaria, che ci ha accompagnato durante il nostro percorso evolutivo, stia diminuendo a velocità esponenziale per ragioni antropogeniche. L’influenza dell’uomo sull’ambiente è stata riassunta dal premio Nobel Paul Crutzen in un termine particolare, che mira a indicare l’epoca geologica attuale, profondamente influenzata dalla presenza di CO2 (anidride carbonica) e CH4 (metano): Antropocene.

Il cambiamento climatico si manifesta, così, quale il problema principe della nostra epoca, poiché, con le parole degli scienziati politici Marcello Di Paola e Gianfranco Pellegrino, “l’intelaiatura ecologica del pianeta è in larga misura una funzione del suo clima”. Allo stesso tempo, come ha fatto notare la giovane Greta Thunberg, “La crisi climatica è sia la crisi più semplice, sia la più difficile che ci troviamo ad affrontare. La più semplice perché sappiamo che cosa dobbiamo fare, dobbiamo mettere fine all’emissione di gas serra. La più difficile perché la situazione economica attuale dipende ancora dall’utilizzo dei combustibili fossili, che danneggiano il nostro ecosistema”. Non manca, tuttavia, chi, come il fisico premio Nobel, Carlo Rubbia, o l’ex capo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, Scott Pruitt, ritiene che le variazioni climatiche che si presentano ciclicamente, siano scollegate da questo fenomeno e imputabili unicamente al mutare delle macchie solari.

L’essere umano, non essendo avulso e indipendente dalla biogeocenosi in cui vive, subirà gli effetti a cascata che deriveranno dal riscaldamento globale, i quali colpiranno in primo luogo le società meno attrezzate ad affrontarli. In altre parole, i paesi meno attrezzati e tecnologicamente avanzati saranno quelli che pagheranno il prezzo più alto. L’effetto ‘darwiniano’, per così dire, non regge allo scrutinio dell’etica se si considera la problematicità che si affronta nel risalire la scala eziologica, al fine di trovarne i responsabili. La partecipazione a questo fenomeno, infatti, è condivisa e trasversale sia nello spazio, tra individui, aziende o nazioni, sia nel tempo, a livello intergenerazionale. Il presente non è, in tal senso, che il risultato cumulativo delle sofferenze subite dal pianeta negli anni, andando a costituire “il più vasto problema di azione collettiva che l’umanità abbia mai dovuto affrontare” (Gnosis).

Marcello di Paola, insieme all’esperto di etica ambientale Dale Jamieson, ha proposto un’elaborata analisi del problema. In primo luogo, l’aumento della temperatura terrestre, si pone in maniera sempre più incalzante come forte limite per il liberalismo politico nei suoi due aspetti principali di responsabilità individuale e democrazia.

Quanto al profilo della responsabilità, l’interconnessione statuale e la dinamicità industriale, che caratterizzano una società sempre più globalizzata, rendono complicato attribuire obblighi. L’aporia è un riflesso della complessità dei meccanismi causali coinvolti: nessuno incide in maniera significativa sul cambiamento climatico, contribuendo soltanto in parte alla sua evoluzione. In questo modo, è facile finire per perdersi nell’illusione di un gioco a somma zero, in cui nessuno danneggia direttamente nessun altro.

Sul versante della democrazia, invece, i singoli attori si trovano nell’infelice posizione di dover scegliere tra il perseguire la dottrina utilitaristica fondata sulle conseguenze favorevoli a tutela della collettività, oppure se agire quel tanto che basta a non perdere il consenso del proprio elettorato.

Purtroppo, i due elementi sono inversamente proporzionali: all’aumentare del primo, diminuisce il secondo e viceversa. Quando lo stato si attiva per risolvere problemi che minacciano, anche se non direttamente, la sicurezza fisica e sociale dei cittadini, solitamente si registra un abbassamento del livello dei consensi.

Gli studiosi fanno notare che anche le manovre potenzialmente migliori, d’altro canto, possono richiedere sacrifici non sempre accettabili o in linea con le preferenze degli elettori. Nei periodi di transizione come questo, le manovre di conversione industriale, come fu per il Green New Deal americano, necessitano di un forte sussidio statale o comunitario per essere applicate. Senza un diritto premiale a favore delle imprese che incentivi l’aggiornamento ecosostenibile, tuttavia, il vincolo sull’iniziativa privata potrebbe essere recepito con avversione.

Un’ulteriore difficoltà discende dal fatto che il perseguimento di benefici ambientali dipende spesso da iniziative di lungo respiro, che potrebbero non essere apprezzate nell’immediato. Un esempio in tal senso potrebbe essere, in un’ottica di contenimento del particolato sospeso (le cosiddette “polveri sottili”),  la chiusura di un impianto a carbone: il licenziamento o la riqualificazione dei dipendenti potrebbe condurre a scioperi o proteste del personale.

Per risolvere l’impasse, secondo Di Paola e Jamieson, gli stati e gli enti sovranazionali dovrebbero attenersi a politiche comuni, di derivazione comunitaria o frutto di trattati internazionali. Solo attraverso una cooperazione in tal senso si potrà superare la concezione territoriale stato-centrica per operare in termini più ampi, producendo tutele dei diritti umani di tipo collettivo di terza generazione, ormai noti come ‘diritti di solidarietà’.

La sfida, dunque, in questo contesto di erosione democratica, consiste proprio nell’esercitare democraticamente un’azione in grado di realizzare interessi puntuali, attraverso politiche atte ad affrontare le complessità poste dall’Antropocene.

Le migrazioni climatiche non devono essere sottovalutate

Alcune delle declinazioni particolari di queste problematiche difficilmente inquadrabili negli schemi tradizionali vengono poi spesso sottovalutate, anche a dispetto della portata globale degli stessi. Tra questi, probabilmente uno dei più insidiosi riguarda le migrazioni climatico-ambientali: milioni di persone sono costrette a lasciare la propria terra a seguito di disastri ambientali, desertificazione e mancanza di risorse. Si tratta di un fenomeno destinato a crescere in maniera esponenziale, che condurrà a un cambiamento delle carte geografiche e alla necessità di nuovi strumenti giuridici, dal momento che i migranti climatici non rientrano automaticamente tra le categorie cui è riconosciuta protezione internazionale.

In quest’ottica, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ha tentato di offrire una definizione del termine ‘migrante ambientale’, intendendo “coloro che, a causa di improvvisi o graduali cambiamenti nell’ambiente che influenzano negativamente le loro condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le proprie case temporaneamente o permanentemente”. La speranza è che questo possa essere un primo passo per l’estensione della formula nella Convenzione di Ginevra del 1951 e, quindi, per l’ampliamento delle condizioni fondanti lo status di rifugiato. Uno sviluppo che, tuttavia, potrebbe tardare ad arrivare.

Abbiamo già menzionato come la quantità di anidride carbonica e di gas serra emessi dalle attività umane nell’ultimo secolo stia causando un aumento delle temperature e creando gravi effetti collaterali: i disastri climatici sono più frequenti e intensi, la superficie colpita dalla desertificazione diventa sempre più ampia, le ondate di calore, siccità e le piogge si sono moltiplicate. Questo scenario si traduce nella diminuzione di terre fertili e nell’accesso sempre più difficile all’acqua potabile. Così il clima spinge verso la migrazione.

Sono le aree dell’emisfero Nord del mondo (Europa, Stati Uniti, Cina) a emettere la maggior quantità di anidride carbonica e di gas serra, ma sono quelle dell’emisfero Sud (Africa, America Latina, Oceania) a pagarne più pesantemente le conseguenze. Citando le parole di Kofi Annan, ex Segretario Generale ONU, “i paesi più vulnerabili hanno meno capacità di proteggersi. Sono quelli che meno contribuiscono alle emissioni globali di gas serra. In assenza di provvedimenti, saranno loro a pagare un alto prezzo per le azioni altrui”.

Il New York Times ha individuato diverse zone in cui i cambiamenti climatici hanno messo in moto fenomeni migratori di massa. La guerra civile siriana, scoppiata nel 2011, ha generato oltre 12 milioni di profughi. Tra le molteplici cause scatenanti il conflitto, figurano anche quelle di tipo climatico-ambientale: per quattro anni consecutivi la Siria ha assistito alla peggiore siccità mai registrata. Inoltre, il crollo dell’economia, a fine 2012, ha indotto 1,5 milioni di persone a spostarsi dalle zone rurali sunnite, verso la costa, dominata dalla minoranza alawita, sostenitrice di Assad, generando ulteriori tensioni.

Allo stesso modo, quasi il 50% del continente africano è soggetto a desertificazione causata dall’intervento umano. Una delle aree più colpite è quella del Lago Ciad: questo, dagli anni Sessanta, si è ridotto di oltre il 90% della superficie originaria, obbligando 3,5 milioni di persone a migrare.

Ancora, in Somalia oltre un milione di persone è in fuga dalla siccità; secondo il report dell’ONU si tratterebbe della più grave crisi umanitaria dalla Seconda Guerra Mondiale.

Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti ai rischi climatici: ogni anno oltre 500.000 persone si spostano a causa dei frequenti uragani. Le Isole Carteret, parte dell’arcipelago della Papua Nuova Guinea, sono state inghiottite dall’innalzamento del livello del mare: si tratta del primo sito al mondo in cui tutti gli abitanti hanno dovuto migrare altrove a causa del cambiamento climatico.

Nel 2016, si sono registrati 24,2 milioni di migranti climatici e questo numero è destinato ad aumentare. Sempre stando all’IOM, entro il 2050, i migranti climatici supereranno i 200 milioni. Inoltre, secondo quanto è emerso dalla prima conferenza internazionale sul fenomeno delle migrazioni causate dai cambiamenti climatici, il fenomeno dei profughi climatico-ambientali è d’intensità superiore a quello dei profughi di guerra.

Contrastare il riscaldamento globale diviene quindi una questione fondamentale, non solo per la conservazione degli ecosistemi, ma anche per la tutela dei diritti umani. Amnesty International ha denunciato alcune misure intraprese per alleggerire gli impatti delle emissioni, che avrebbero però condotto a violazioni di diritti umani: in Kenya, il popolo dei Sengwer è stato privato della propria terra a causa di un progetto governativo per la riduzione della deforestazione di Embobut. Secondo l’organizzazione, “questi progetti dovrebbero essere sottoposti a una valutazione dell’impatto sui diritti umani prima di essere messi in atto”.

Ci troviamo dinanzi a un cambiamento storico, sia sul piano sociale-antropologico, sia su quello geopolitico. Secondo l’Università delle Nazioni Unite, è necessario approcciarsi alle migrazioni climatiche non come singole crisi, bensì come un fenomeno globale da governare con impegno concreto e congiunto. Se le temperature medie si alzeranno di ’soli’ 2°C, infatti, allo stesso modo aumenteranno persone esposte ai summenzionati pericoli, le quali potrebbero raggiungere la soglia di 10 milioni di individui.

La voce di Greta Thunberg

In seno alla società civile è nato un altro appello contro il cambiamento climatico, del quale si è fatta portatrice una sedicenne studentessa di Stoccolma: Greta Thunberg. Con un semplice cartellone su cui campeggia la scritta “Skolstrejk för klimatet” (“Sciopero scolastico per il clima”), la ragazza svedese si è guadagnata un posto al centro del mondo dell’attivismo climatico. Ha incontrato figure istituzionali di spicco, tra cui il Papa, e ha trasmesso il suo messaggio a una varietà di platee differenti: dalla TEDx di Stoccolma, alla COP24 di Katowice, al World Economic Forum di Davos.

Il movimento Fridays for future, che Thunberg porta avanti ogni venerdì da ormai un anno, ha guadagnato sempre più seguaci. Il 15 marzo scorso, infatti, il suo esempio è stato d’ispirazione per i milioni di studenti riunitisi nelle piazze di tutto il mondo per protestare contro lo sfruttamento senza freni delle risorse del pianeta.

L’enfant terrible di Stoccolma continua a pronunciare il suo monito con fermezza. Durante la COP24, ha condannato l’inerzia delle istituzioni, sottolineando come la politica sia più preoccupata della propria popolarità che del futuro del pianeta e della civiltà, promettendo una “eterna crescita economica verde” per nascondere la realtà e permettere a pochi di vivere nel lusso.

Greta Thunberg, in altre parole, obietta fortemente all’operato dei membri del G8, che, a partire dalla deludente esperienza della Conferenza di Parigi del 2015, non sono ancora riusciti a dimostrare un’effettiva capacità di fare fronte comune contro la minaccia di uno stravolgimento ecologico. In quell’occasione, per esempio, è emerso che la Svezia, terra d’origine della giovane attivista, rientrava tra i paesi fortemente in ritardo nel raggiungimento dei Sustainable Development Goals, perno della politica delle Nazioni Unite per la lotta al cambiamento climatico.

La narrazione di Greta mette a confronto due grandi blocchi ideologici: da un lato, i sostenitori del pianeta, composti in primis dagli studenti scesi in piazza e dalle 155 rappresentanze locali di Fridays for future; dall’altro, i fermi promotori dell’economia industriale light, basata su modelli di sviluppo ecosostenibile. Questa ‘battaglia ideologica’ percorre in lungo e in largo la superficie terrestre, causando un muro contro muro che non giova al prosieguo delle trattative ancora ad oggi in fase di definizione.

La guerra ‘dal’ cambiamento climatico

I problemi relativi al surriscaldamento globale, allo scioglimento dei ghiacciai, alla desertificazione, alle alluvioni e a tutti i fenomeni ambientali già presenti per natura, aumentati in frequenza e intensità a causa dell’agire dell’uomo, non riguardano solo la vivibilità circoscritta al microsistema in cui viviamo. Per microsistema si intende l’ambiente a noi direttamente circostante e funzionale, nel quale interagiamo nella vita di tutti i giorni; in questo senso, all’interno degli stessi microsistemi, i fattori che incrementano il rischio di conflitti vengono rinforzati dal cambiamento climatico.

Nonostante un collegamento diretto tra lo scoppio dei conflitti tra i microsistemi e le disfunzioni del clima non possa essere rilevato, è indubbio che le lotte intestine attorno alle risorse naturali siano esacerbate – e talvolta addirittura scaturite – dagli effetti del cambiamento climatico, in particolare nelle regioni più dipendenti dal settore primario, come la fascia subsahariana dell’Africa o il Sud-Est asiatico.

Esempi che rendono possibile osservare con limpidezza la relazione subordinata tra il sovraffaticamento della biodiversità primaria e la capacità di uno stato di governarsi riguardano proprio i conflitti nell’Africa dell’Est e, in particolar modo, in Sudan. La terra è la più importante fonte di potere e ricchezza in tali regioni, dal momento che chi la possiede controlla la produzione agricola, l’allevamento e l’estrazione di risorse sotterranee quali petrolio o acqua. L’instabilità causata dai ciclici periodi di siccità, dallo spostamento delle isoiete sempre più a sud e dal problema cronico della desertificazione, ha generato un meccanismo di autodifesa a livello sociale: scatenare conflitti è l’unica soluzione per far fronte all’inefficienza governativa nel gestire le situazioni di emergenza climatica. Non solo la risorsa naturale è oggetto di contesa delle tribù pastorali guerrigliere o dei villaggi agglomerati in paesi quali la Somalia o il Sudan, ma diviene anche lo strumento intermedio di lotta, tale per cui, ad esempio, per ottenere un qualsiasi diritto alienato si ricorre alla presa in ostaggio delle sorgenti d’acqua, distribuendo mine terrestri per rendere inaccessibile l’area.

Secondo un’analisi condotta dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), sono cinque le spiegazioni di come i cambiamenti relativi al clima possano condurre a conflitti armati: deterioramento del sostentamento, incremento delle migrazioni, modifica dei percorsi di mobilità dei pastori, induzione all’utilizzo di considerazioni tattiche nei gruppi organizzati e strumentalizzazione da parte dell’élite delle rivendicazioni delle comunità locali. Negli ultimi due casi, un epicentro già entropico viene sfruttato nella sua fragilità da due gruppi che, coattivamente o economicamente, detengono un potere tale da poter sfruttare i bisogni di popolazioni, per esempio del Sudan o del Sud Sudan, come pedine per nascondere i propri interessi, mobilitando le etnie una contro l’altra.

Nel gennaio del 2018, lo stesso presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Kairat Umarov, ha riconosciuto gli effetti del cambiamento climatico ed ecologico tra i fattori di instabilità dell’Africa dell’Est e della regione del Sahel. D’altro canto, però, molti studi, tra cui quello dell’University College di Londra, screditano l’idea per cui i cambiamenti climatici siano un fattore concreto di causa dei conflitti, ritenendo maggiormente rilevanti i fattori sociopolitici. La tesi più accreditata è quella intermedia espressa dal capo della Sezione Pace e Sicurezza dell’Istituto Universitario della Sostenibilità e della Pace delle Nazioni Unite, Vesselin Popovski. Egli ha sostenuto che: “Non c’è dubbio che l’impoverimento e l’insicurezza umanitaria possa originarsi come risultato del cambiamento climatico, se misure preventive non vengono prese. Comunque, manca l’evidenza che il riscaldamento globale direttamente incrementi i conflitti.”

A prescindere dall’entità con cui il cambiamento climatico agisce sulla nascita dei conflitti, tutti gli studi summenzionati concordano sul fatto che il collegamento, anche se indiretto, esista. Per questo motivo, si rendono necessarie misure cautelari in quelle regioni che, come il Sud-Est asiatico, sono già fragilmente esposte agli effetti inevitabili della ribellione naturale. Nella maggior parte dei casi, si tratta delle stesse aree fortemente dipendenti dall’agricoltura e dalla pesca.

Tra le varie soluzioni riscontrate, quelle di efficacia maggiore sembrerebbero consistere, da un lato, nell’assistenza allo sviluppo di risorse di sussistenza ulteriori e di diversa matrice e, dall’altro, nell’incremento delle capacità di reazione delle comunità alle perdite temporanee di introiti, attraverso la previsione di assicurazioni a beneficio del reddito annuo, una riforma dei diritti della terra, programmi specializzati in caso di siccità e assistenza agricola.

Un maggiore rispetto per la Terra ed un diffuso impegno cognitivo e pedagogico per affrontare tematiche legate al territorio, quindi, non ripristineranno solo un sistema ambientale sano e stabile, ma potrebbero addirittura condurre a un mondo più pacifico.

Una risposta adeguata a un problema complesso

Come il titolo di questo articolo suggerisce, tanto le istituzioni quanto la società civile in tutte le sue forme, sono chiamate ad affrontare le difficoltà generate dal cambiamento climatico. Congiuntamente e separatamente, con l’azione e con il pensiero, sono già state molte le reazioni tese a contrastarne gli effetti, ma solo la punta dell’iceberg è stata scalfita. Resta da vedere se la somma delle forze esercitate dal genere umano sul pianeta condurrà lo stesso verso un futuro più sostenibile, consumando la parte sommersa dei lasciti di decadi di sfruttamento.

Il fragile equilibrio spagnolo Dopo la bocciatura del bilancio, la Spagna si prepara a elezioni anticipate

Il 13 febbraio scorso, il Parlamento spagnolo, chiamato a votare il bilancio proposto dal governo di Pedro Sanchez, ha bocciato la manovra finanziaria, gettando nel caos la già fragile struttura politica del Paese. Il PSOE, partito di provenienza dell’attuale Capo di Governo, ad oggi detiene 84 dei 350 seggi del Parlamento e nonostante il lavoro estenuante del Primo Ministro per l’approvazione della manovra, il risultato è stato una sonora sconfitta. Continua a leggere

Una Svizzera più Europea Bocciato il Referendum proposto dall’Udc

Il 25 novembre scorso la Svizzera è tornata alle urne per un nuovo referendum sul primato della Costituzione confederale. L’iniziativa, promossa dal partito sovranista Udc, aveva posto sul tavolo la proposta di un “diritto svizzero anziché giudici stranieri”, rendendo la Costituzione la legge primaria del Paese a discapito dei trattati internazionali.

La proposta, vista nel dettaglio, avrebbe reso la Costituzione di rango superiore rispetto ai trattati e, nel caso di contraddizione fra trattati e la suddetta, il Governo avrebbe potuto o rinegoziare l’accordo oppure denunciare il trattato. Fin dal primo momento, però, questa prospettiva ha trovato la ferma opposizione del governo di Berna (del quale fa parte anche l’Udc) dato che, stando alle dichiarazioni dei rappresentanti elvetici, una mossa simile avrebbe rischiato di minare la stabilità dei trattati economici, soprattutto tra Ue e Confederazione, nonché culturali, ambientali, sui diritti umani e di polizia, secondo quelle che sono le Convenzioni di Schengen.

Il referendum non ha dunque sortito alcun effetto, dato che, già a metà scrutinio, la percentuale di preferenze per il no all’iniziativa si attestava a oltre il 67%, con i favorevoli alla “svolta sovranista” fermi al 33%. L’intento dell’Udc è però apparso molto chiaro: minare la stabilità dei rapporti con l’UE al fine di influenzare l’andamento dei negoziati fra la stessa UE e la Confederazione Elvetica. Continua a leggere

Europa: 7 giorni in 300 parole

FRANCIA

24 novembre. Non accenna ad arrestarsi la protesta dei “Gilet gialli”. Nella giornata di domenica, infatti, oltre 80 mila manifestanti hanno invaso gli Champs-Elysées per protestare, ancora una volta, contro l’aumento delle tasse sui carburanti. La protesta, volta ad attirare l’attenzione del presidente francese, Emmanuel Macron, ha tentato di arrivare in rue de Faubourg, sede dell’Eliseo, rimanendo, però, bloccata all’ingresso di Place del la Concorde.  

27 novembre.  Il presidente francese Macron ha lanciato un nuovo “Patto sociale”. Secondo quanto riportato dalla stampa francese, il titolare dell’Eliseo reputerebbe necessario un cambio di rotta, un pensiero sorto dalle numerose polemiche relative agli scandali che hanno interessato il Presidente e il proprio entourage. Il focus, secondo Macron, deve essere posto sul “ricostruire la fiducia nelle società”, rinnovando argomenti ormai presenti sui tavoli delle discussioni da anni.

ITALIA

28 novembre. Annuncio a sorpresa del ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Durante la votazione parlamentare relativa al decreto sicurezza, il Vicepremier ha affermato che “l’Italia non firmerà il Global Compact for Migration”, documento essenziale per la cooperazione in materia di politica migratoria e la cui firma è prevista tra due settimane a Marrakech.

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The Irish Question Timori e speranze di Dublino in vista della Brexit

La questione irlandese infervora ancora il dibattito in vista della Brexit. Il primo ministro irlandese, Leo Varadkar, ha infatti annunciato il suo sostegno alla configurazione post-Brexit dettata dalla Premier inglese Theresa May, ora in balia delle acque tempestose che lambiscono la porta di Downing Street. Stando a quanto riportato dalle testate irlandesi infatti, l’endorsement del Taoiseach sarebbe dettato da una volontà chiara, e cioè quella di preservare la stabilità dell’Isola.

Parlando al British-Irish Council, tenutosi sull’isola di Man, Varadkar non ha assicurato una via d’uscita facile dai negoziati per la Brexit, ma ha confermato che l’operato di Dublino garantirà una soluzione che impedisca il ritorno al passato. Il rischio concreto, stando alle parole del Premier, sarebbe quello di incorrere in un rafforzamento dei confini fra Irlanda del Nord e Irlanda, mossa altamente controproducente e che potrebbe concretamente riaprire la tanto annosa questione conclusasi nel 1998.

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Europa: 7 giorni in 300 parole

GERMANIA

29 ottobre. Angela Merkel, durante una conferenza stampa, ha annunciato la fine della sua avventura alla guida dell’Cdu. La dichiarazione, sorprendente viste le imminenti elezioni europee del prossimo anno, ha lasciato sgomenti esperti e politici internazionali, considerata l’impronta lasciata della Merkel negli ultimi 13 anni di attività politica tedesca ed europea. La Cancelliera, visto il clamore suscitato, ha dichiarato di aver preso questa decisione “per concentrarsi sui propri compiti da capo di governo”. Fra i possibili successori sono stati identificati i nomi di Jens Spahn, vecchio rivale di Angela Merkel e attualmente ministro della Salute, Annegret Kramp-Karrenbauer e Friedrich Merz.

 

ITALIA

29 ottobre. Il Consiglio comunale di Torino ha bocciato la TAV; in una votazione caratterizzata da dure contestazioni da parte dell’opposizione, la Sala Rossa di Palazzo di Città ha votato a favore della sospensione dell’opera in attesa che venga effettuata un’analisi sui costi e benefici. Con 23 voti favorevoli e 2 contrari, l’ordine del giorno proposto dal M5S pone, quindi, un macigno sulla strada per la realizzazione dell’opera, scatenando forti reazioni da parte dell’opposizione e dei rappresentanti della classe imprenditoriale piemontese.

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Frontiere discusse Il G6 di Lione fra sicurezza e immigrazione

Si è svolto a Lione, nelle giornate dell’8 e 9 ottobre, il summit fra i Ministri degli Interni dei Paesi del G6 per discutere circa le strategie e le politiche da attuare a livello europeo al fine di affrontare al meglio la spinosa “questione migratoria”. I titolari dei dicasteri dei 6 Paesi più grandi dell’Unione si sono riuniti nella città del Rodano a titolo ‘informale’ per colloquiare circa le attuali condizioni della politica di accoglienza e lotta al terrorismo in Europa, con lo strascico di mesi di polemiche e aspri dibattimenti fra i Paesi continentali.

Le prime difficoltà si sono presentate nella conciliazione fra il neo ministro francese Eduard Philippe, succeduto a Gerard Collombe, e il ministro degli Interni italiano Matteo Salvini, giunto nella città transalpina con lo scopo di incentivare, attraverso una netta posizione italiana, una politica comune europea. A monte della cena inaugurale il premier francese Emmanuel Macron ha rimarcato l’“importanza di un senso di responsabilità da parte di ogni Paese, poiché si tratta di tutelare la sicurezza e il benessere dei cittadini”. Continua a leggere

Brex-in Sadiq Khan, sindaco di Londra, spinge per un secondo referendum

Citando una canzone dei The Clash, si potrebbe tranquillamente dire che “London is Calling”, o meglio, il suo sindaco: Sadiq Khan. Lo scorso weekend, infatti, egli ha apertamente richiesto un nuovo referendum sulla Brexit, chiamando al “voto del popolo” per evitare, a pochi mesi ormai dalla formalizzazione dell’uscita dall’Ue, l’isolamento della UK.

I timori circa un isolamento commerciale dall’Unione e una conseguente “fuga” di capitali dall’Isola ha spinto il Major della capitale britannica alla valutazione di una nuova consultazione popolare, al fine di riaprire un dibattito sulla questione, per ravvivare le coscienze popolari alla luce dei “rischi per la stabilità economica e della vita degli inglesi”. Secondo Khan, il nuovo piano commerciale che verrebbe attuato sarebbe molto severo circa gli standard attuali dell’Isola, il che legittimerebbe il popolo poiché, sempre stando alle parole del primo cittadino, “gli inglesi non hanno votato per diventare più poveri”.

L’obiettivo per una vera Brexit vantaggiosa deve essere, per il Regno Unito, quello di avere l’ultima parola sull’affare, applicando quello che è il dividendo che stabilirebbe un liberalismo commerciale necessario per la crescita nell’ambito dell’istruzione, della sanità, delle infrastrutture. Tutto ciò, però, secondo il primo cittadino londinese, potrà avvenire solo rimanendo nell’UE, utilizzando il denaro necessario per il processo di distacco per risollevare il Paese. Continua a leggere

Chi sono i colpevoli? Due volontari dell’Emergency Response Centre International arrestati in Grecia

Il 31 agosto scorso due volontari della ONG “Emergency Response Centre International” sono stati arrestati in Grecia con l’accusa di traffico di esseri umani e spionaggio. Stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Euronews i due, il cittadino tedesco Sean Binder e l’atleta siriana Sarah Mardini, sarebbero stati riarrestati dalla polizia greca dopo un già precedente fermo del febbraio scorso.

Secondo la polizia greca i volontari sarebbero complici, nonché parte attiva, di una fitta rete di traffici illegali di migranti, entrando a far parte di una “organizzazione criminale coinvolta in azioni di spionaggio, riciclaggio di denaro e traffico di esseri umani, andando contro al Codice sulle Immigrazioni, nonché alla legislazione sulle telecomunicazioni”.

Un ex volontario ERCI, vicino alla ONG, ha affermato come i detenuti siano solamente “due giovani ragazzi che sentono il dovere di aiutare le persone che ne abbiano bisogno”. Stando infatti al profilo tracciato dai media internazionali, il tedesco Binder e la siriana Mardini appaiono come due personalità volte a tali attività di supporto umanitario, rendendo naturalmente rovente il clima attorno alla questione.

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