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Immigrati e pensioni: costi o benefici per lo stato ricevente?

Il tema del contributo dei migranti alle economie delle nazioni riceventi è ricorrente e motivo di disputa. Un recente articolo pubblicato su Marketplace, relativo alle pensioni, calcola che se gli immigrati irregolari fossero espulsi dagli Stati Uniti ci sarebbero 13 miliardi in meno nelle casse dello stato. In questo caso, si fa riferimento agli irregolari: utilizzando spesso credenziali false per ottenere assegni che coprano i loro stipendi e dai quali vengono trattenuti il 12% delle tasse, essi contribuiscono agli introiti fiscali statali. Essendo infatti pochi gli stati con l’obbligo di controllo degli impiegati da parte del datore di lavoro, il risultato è che i contributi previdenziali non corrispondono ai benefici di cui quegli immigrati usufruiranno, proprio perché irregolari. Secondo quanto riportato dall’agenzia, in questo modo prevale un sistema in cui ciò che importa davvero è il pagamento delle tasse. Dunque, regolari o meno, i lavoratori stranieri influiscono positivamente sul sistema pensionistico.

In Italia l’argomento tende a prendere in considerazione solo gli immigrati regolari, sui quali si possono ottenere dati piuttosto certi. Il tema è stato trattato più volte dall’ex presidente dell’INPS Tito Boeri: il contributo di questi lavoratori si rivela fondamentale soprattutto perché, data la loro età, essi contribuiscono alle pensioni nazionali più di quanto sia loro necessario prelevare per coprire esclusivamente le proprie.

Non poche sono state le polemiche, soprattutto tra il professor Boeri e Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. I documenti che riassumono tale polemica sono il XVI Rapporto annuale dell’INPS e l’approfondimento del 2018 I dati sull’immigrazione: verità scientifiche o teoremi? pubblicato dal Centro.

Il rapporto annuale dell’INPS pubblicato nel 2017, nella Parte III del documento, analizza il mondo dei lavoratori immigrati e, soprattutto, il loro contributo al sistema previdenziale: “[…] si fornisce una valutazione del contributo netto dei lavoratori con cittadinanza straniera al sistema previdenziale italiano. I risultati mostrano che ad oggi questo contributo è positivo: pari a 36,5 miliardi di euro che si eleva a 46 miliardi di euro se si tenesse conto delle caratteristiche biometriche specifiche della popolazione straniera assicurata all’Inps”.

Il contributo previdenziale è aumentato soprattutto in seguito alla sanatoria del 2002 – con criteri meno stringenti rispetto all’ultima sanatoria del 2012, e per questo più efficace nel suo scopo – volta a permettere un’effettiva emersione del lavoro. Il punto centrale di questo documento, così come le osservazioni del professor Boeri, si basano sul fatto che gli immigrati siano più giovani rispetto alla popolazione media italiana e siano anche più resistenti nel mondo del lavoro. Sarebbero infatti più mobili rispetto ai lavoratori autoctoni – dal 2002 al 2006 solo il 50% dei lavoratori migranti risultava nella stessa provincia – e più flessibili – sono difatti più propensi ad accettare lavori al di fuori delle proprie competenze specifiche, soprattutto per mantenere il permesso di soggiorno. Dal Rapporto risulta che le imprese italiane traggono beneficio dalla presenza di lavoratori immigrati regolarizzati, esattamente come ne beneficia il sistema previdenziale.

L’approfondimento stilato da Alberto Brambilla e Natale Forlani considera, invece, che i risultati ottenuti dall’INPS siano sovrastimati: “La differenza tra versamenti e potenziali prestazioni maturate, 36,5 miliardi, secondo la valutazione dei ricercatori INPS, andrebbe considerata come una sorta di contributo netto a favore delle casse INPS devoluto dagli immigrati. L’ipotesi è affascinante ma si presta ad alcune obiezioni sia per il calcolo delle entrate sia per quello delle future prestazioni”. Il calcolo effettuato dall’INPS non terrebbe dunque conto delle uscite per pagare le prestazioni previdenziali di cui usufruirebbero i migranti, sopravvalutando pertanto le entrate.

L’approfondimento pubblicato dal Centro non terrebbe però in conto il principio dell’invecchiamento demografico e la differenza tra la quantità di italiani e la quantità di immigrati che usufruiscono del sistema retributivo. Secondo un articolo pubblicato da Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin – ricercatori della Fondazione Leone Moressa – e da Andrea Stuppini – dirigente della Regione Emilia-Romagna, ripreso da Il Sole 24 ore, “solo allo 0,3% degli stranieri si applica il metodo di calcolo retributivo, che riguarda, invece, l’85% delle pensioni oggi in pagamento per i nativi”.

Il metodo retributivo, in vigore per coloro che avevano accumulato almeno 18 anni di contributi entro il 31 dicembre 1995 e con anzianità contributive maturate fino al 31 dicembre 2011, considera solo le retribuzioni degli ultimi anni lavorativi del pensionato. Viceversa, il metodo contributivo tiene conto dell’intera vita lavorativa. Una pensione calcolata con il primo metodo è più alta, poiché sono gli ultimi anni lavorativi quelli in cui un lavoratore guadagna di più (per gli scatti di anzianità, per esempio).

Tali dati non possono non essere presi in considerazione, soprattutto in seguito all’entrata in vigore della cosiddetta Quota 100, che resterà in vigore almeno fino al 2021 e dalla quale prende le distanze anche il dottor Brambilla, sebbene sia stato uno dei consulenti della Lega in materia previdenziale. La maggior parte di coloro che andranno in pensione in questi anni, infatti, avranno un calcolo della pensione misto ma prevalentemente retributivo: ci potranno andare anticipatamente mantenendo comunque una pensione più elevata.

Tale misura è dunque poco equa – perché fornisce condizioni più vantaggiose solo a parte della popolazione e i criteri necessari sono validi solo per un limitato periodo di tempo – ed estremamente costosa per lo stato, sia perché permette di avere pensioni più alte rispetto a quelle che sarebbero state calcolate normalmente, sia perché non ha avuto l’effetto sperato sul ricambio generazionale lavorativo. Ergo, la manovra, associata a restrizioni sugli ingressi dei migranti e all’assenza di politiche volte a favorire l’emersione e la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, non può certo favorire il nostro sistema pensionistico, né le casse statali.

Trent’anni da Piazza Tienanmen: tra guerra commerciale e strategie per il futuro

Il 4 giugno 2019 è ricorso il 30o anniversario dalle proteste di Tienanmen: i manifestanti invocavano riforme politiche, sociali ed economiche, denunciando le forme di repressione messe in atto dal Governo cinese. Si trattò di un episodio tragico, poiché molte furono le vittime, e, allo stesso modo, quasi dimenticato (quantomeno in Cina, ancora oggi largamente sconosciuto).

Questo episodio fu una delle maggiori cause di quel percorso di sviluppo che ha condotto la Cina a divenire una delle maggiori superpotenze a livello globale. Dalle riforme politiche ed economiche di Deng Xiaoping, sostenitore del laissez-faire che condusse a un’economia più orientata al libero mercato; ai metodi più conservatori di Jiang Zemin, che sostenne criteri che potessero regolare i cicli inflazionari concentrandosi su un progresso che puntasse a tassi di crescita più controllati, riuscendo a porre le basi per l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio; alle riforme di Hu Jintao, da un lato più vicine alle necessità sociali, dall’altro utili a controllare i tassi di interesse e il valore dello yuan, favorendo così l’export cinese. Sino all’attuale presidente Xi Jinping, il quale, durante il 19o Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, ha proclamato la Cina quale fautrice di una nuova era.

Alle polemiche riguardanti l’assenza di eventi istituzionali che ricordassero e dessero importanza all’anniversario, il portavoce Geng Shuang ha ribadito come siano i successi economici raggiunti dalla Cina negli ultimi trent’anni che da soli dimostrano che “il percorso di sviluppo che abbiamo scelto è completamente corretto ed è stato fermamente appoggiato dalla gente”.

A 30 anni dalle proteste, Pechino è costantemente al centro dell’attenzione di studi politici ed economici, in misura sempre maggiore se consideriamo l’avvio del progetto della Nuove Vie della Seta e, soprattutto, l’elezione del presidente statunitense Donald Trump. Negli ultimi decenni, infatti, i leader cinesi che si sono succeduti hanno intrattenuto relazioni differenti con Washington, strettamente connesse allo stato dei progressi della repubblica cinese.

In seguito alle riforme economiche e al controllo delle esportazioni da parte del Governo cinese, gli Stati Uniti hanno raggiunto un deficit commerciale con la Cina che, secondo lo U.S. Census Bureau, nel luglio 2018 ammontava a 222.6 miliardi di dollari. Dallo scorso luglio, invece, il presidente Trump ha imposto dazi su 250 miliardi di dollari in prodotti importati dalla Cina, minacciando inoltre di aumentare tale cifra. In tal senso, il divario commerciale tra le due prime economie mondiali ha creato un conflitto non ancora sopito. Le questioni alla base  di tale conflitto spaziano dal dumping (ndr, pratica economica che consiste nell’esportare determinati prodotti a prezzi inferiori a quelli di mercato, facendosi lo Stato carico della differenza di valore attraverso sovvenzioni e sussidi alle imprese produttrici) alla proprietà intellettuale. Per quanto concerne il primo aspetto, a seguito di vari scontri in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la Cina ha avuto la peggio riguardo le accuse di dumping. La disputa sulla proprietà intellettuale, invece, è stata sospesa il 4 giugno scorso.

Sebbene non sia chiaro se tale sospensione possa interpretarsi come un congelamento del conflitto commerciale, il panorama resta comunque incerto. Lo scontro a livello internazionale, infatti, si trasla su questioni più tecniche e interne, che prendono in causa decisioni di carattere prettamente statale. In tal senso, queste potrebbero decidere il conflitto a vantaggio di uno o dell’altro stato.

Da più di un decennio ormai, la Cina ha superato il Giappone come detentore della maggior parte del debito pubblico statunitense: questa strategia, unita alle riserve di moneta estera, ha permesso a Pechino di mantenere un cambio fisso nei movimenti commerciali con l’estero, mantenendo così il proprio export estremamente competitivo. Nel marzo 2019, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha calcolato che la Cina possegga più di un trilione di dollari di debito statunitense, la quantità più bassa posseduta negli ultimi anni. La diminuzione delle riserve è la conseguenza della vendita cinese del debito statunitense, una strategia messa in atto affinché gli Stati Uniti non portassero a termine la succitata minaccia del presidente Trump di incrementare i dazi sui prodotti cinesi. Vendere il debito pubblico aumenterebbe infatti i tassi di interesse sui prestiti e, dunque, il costo dell’indebitamento statunitense. Tuttavia, come evidenziato da Brad W. Setser, ex economista presso il Dipartimento del Tesoro statunitense, occorre usare cautela nell’effettuare tale analisi, in quanto i dati di marzo 2019 non costituiscono un trend.

Sebbene la strategia della vendita del debito pubblico possa sembrare la conclusione del conflitto commerciale, poiché porterebbe a una definitiva presa di posizione da parte di uno dei due stati, la vendita del debito rappresenta un’arma a doppio taglio. Essa porterebbe, da un lato, a una possibile svalutazione delle riserve cinesi e, dall’altro, ad una necessaria fluttuazione del cambio con il dollaro statunitense. La più probabile conseguenza di una tattica simile condurrebbe a una diminuzione delle esportazioni per un paese che solo negli ultimi anni è riuscito ad avere un surplus nella bilancia commerciale.

Addirittura, analisti di Bloomberg e Reuters, si spingono a sostenere che, vendendo il debito statunitense, la Cina favorirebbe proprio gli Stati Uniti: indebolendo il dollaro, difatti, Washington vedrebbe i propri prodotti all’estero più competitivi, andando a ridurre così il deficit della bilancia commerciale statunitense, specialmente nei confronti della stessa Cina.
In conclusione, il caso della Cina è uno tra i più sorprendenti, sia a livello economico, sia politico: sebbene non si possano fare previsioni certe sul futuro dell’ordine economico e politico globale, Pechino è passata dall’essere un attore isolato a diventare la seconda economia del pianeta. Indubbiamente, Cina e USA si contraddistinguono per molti versi opposti, ragione per la quale, probabilmente, l’esito del conflitto al quale stiamo assistendo potrebbe condurre a un cambiamento della governance economico-finanziaria globale del tutto inedito.

Breve storia della legge di bilancio 2019 Tra scontri, maxiemendamenti e decretoni

La legge di bilancio approvata dal Governo italiano per il 2019 ha causato momenti di forte tensione, tanto in Italia quanto all’interno dell’Unione Europea.

La Legge ha preso il via dalla ‘NaDef’ (la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza). Presentata dai due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini il 27 settembre 2018, la nota venne approvata da Consiglio dei Ministri, ma contestata dalle opposizioni, dal presidente Sergio Mattarella e dalla Commissione Europea.

Motivo della disputa fu lo sforamento del rapporto debito/PIL, previsto al 2,4% – ma richiesto non superiore al 2% dallo stesso ministro dell’Economia e delle Finanza Giovanni Tria e dall’UE – per coprire il reddito di cittadinanza, la flat tax al 15% per le imprese, la riduzione del numero delle aliquote IRPEF, il mancato aumento dell’IVA e la Quota 100.

In seguito all’approvazione della NaDef in Parlamento (11 ottobre 2018) e la pubblicazione del Draft Budgetary Plan dell’Italia da parte della Commissione europea (15 ottobre 2018), il documento subisce una prima bocciatura da parte della Commissione (18 ottobre 2018). Di seguito, il Commissario europeo per gli Affari Economici e Monetari Pierre Moscovici e il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis indirizzano una lettera al ministro Tria, nella quale si richiamano le disposizioni dell’art. 7 del Regolamento UE n. 473/2013, evidenziando un distacco tra il Patto di Stabilità e Crescita dell’UE e la politica economica e finanziaria italiana. Continua a leggere

La Commissione europea boccia definitivamente il DEF Il supporto da parte dell’ECOFIN è certo

Il 21 novembre 2018 la Commissione Europea ha pubblicato, seguendo le direttive dell’Art. 126(3) del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), un rapporto sulle condizioni economiche e finanziarie dello Stato italiano. Tale rapporto rappresenta una bocciatura definitiva del DEF (Documento di Economia e Finanza) proposto dall’attuale governo. Continua a leggere

Scade al termine per le modifiche al DEF il Governo italiano non cambia posizione ma non mancano le novità

Il 13 novembre 2018 è il termine imposto all’Italia da Bruxelles per apportare le modifiche richieste al Documento di Economia e Finanza (DEF) presentato alla Commissione europea.

Dopo una prima bocciatura informale tramite una lettera consegnata al Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, dal Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, il governo italiano non rivede le proprie posizioni in merito al DEF, e la bocciatura definitiva arriva dalla Commissione europea in data 23 ottobre 2018: nella nuova lettera, la Commissione chiede all’Italia di apportare delle modifiche al documento entro il 13 novembre 2018. Continua a leggere

Arriva la prima bocciatura (informale) del DEF La Commissione europea chiede correzioni

Il 18 ottobre 2018, a tre giorni dalla presentazione del Documento Programmatico di Bilancio in Commissione europea, la “Manovra del Popolo” ha ricevuto una prima bocciatura dal Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici.

In una lettera firmata dallo stesso Moscovici e da Valdis Dombrovskis,vicepresidente della Commissione europea, indirizzata al ministro dell’Economia Giovanni Tria, si richiamano le disposizioni dell’articolo 7 del Regolamento UE n. 473/2013, e si chiedono spiegazioni in merito “a un’ovvia e significativa deviazione rispetto alle raccomandazioni adottate dal Consiglio con il Patto di Stabilità e Crescita” dell’UE. Continua a leggere

NaDef in Parlamento La manovra incassa il consenso delle Camere

L’11 ottobre 2018 il Parlamento italiano ha approvato la NaDef (Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza) con 161 voti favorevoli al Senato e 331 alla Camera. Nonostante abbiano respinto le risoluzioni di minoranza, i parlamentari hanno espresso consenso riguardo ad alcuni dei punti fondamentali della manovra: riforma della Legge Fornero e reddito di cittadinanza. Continua a leggere

Italia: il Consiglio dei Ministri approva il DEF Ma quel 2,4% fa rischiare bocciatura da parte dell’UE

Il 27 settembre 2018 i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno presentato la cosiddetta “NaDef”, la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza per il 2019, che è stata approvata dal Consiglio dei Ministri. Immediatamente successiva è stata la telefonata del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al capo di Stato Sergio Mattarella: quest’ultimo aveva chiesto in precedenza delle correzioni al documento.

La manovra include il reddito di cittadinanza, la flat tax al 15% per le imprese e la riduzione del numero delle aliquote IRPEF (una del 23% fino a 75.000 euro di reddito e una del 33% per redditi superiori); non vengono previsti aumenti dell’IVA. Tale manovra non ha incontrato il consenso del ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria, che aveva chiesto un rapporto debito/PIL non superiore al 2%.

È proprio lo sforamento di tale percentuale, stabilita al 2,4%, a scatenare le polemiche: la stessa UE aveva annunciato che la Legge di Bilancio avrebbe rischiato una bocciatura qualora tale rapporto avesse superato il 2%. Continua a leggere

Europa: 7 giorni in 300 parole

EUROPA

27 settembre. In vista delle elezioni europee del 2019 la destra europea si è unita nella fondazione The Movement. Contemporaneamente è stato pubblicato il manifesto anti-sovranista il cui incipit recita: “Risvegliamo l’Europa!”. Firmato da vari leader progressisti di diversi Paesi europei, tra i quali, Matteo Renzi in rappresentanza dell’Italia. Continua a leggere

Incontro Salvini-Orban a Milano Si delineano possibili coalizioni in vista delle elezioni del PE

Il 28 agosto 2018 il leader della Lega, Matteo Salvini, e il leader ungherese di Fidesz, Viktor Orban, si sono incontrati a Milano per discutere la questione dei migranti.

Sebbene i due leader abbiano idee divergenti su argomenti quali le quote di distribuzione dei migranti all’interno dell’Unione Europea e la riforma del diritto d’asilo, entrambi ritengono che gli immigrati costituiscano un problema la cui risoluzione dovrebbe essere di primaria importanza per gli Stati dell’UE.

Nonostante le divergenze, il messaggio diffuso, attraverso un’intervista, dal ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, lascia intendere che possano esistere delle basi sulle quali costruire un’alleanza tra i due Stati, volta a contrastare l’immigrazione: “La difesa dei confini dell’Europa consiste nella gestione dell’immigrazione. L’Ungheria ha già dimostrato che i confini di terra ferma possono essere difesi. L’Australia e l’Italia hanno dimostrato che anche i confini marittimi possono esserlo”.

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