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Israele non rinnova il mandato della TIPH Netanyahu avanza accuse di "attività contro Israele". Erekat: "Così si uccide il processo di pace"

Nella giornata di lunedì 28 gennaio, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato di non avere intenzione di rinnovare il mandato della Temporary International Presence in Hebron (TIPH), la missione composta da osservatori internazionali operante nella città più grande della Cisgiordania.

Il premier ha giustificato il gesto affermando che la missione sarebbe implicata in “attività contro Israele”, anche se non sono stati forniti ulteriori particolari.

La reazione del Segretario Generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Saeb Erekat, non si è fatta attendere. Egli, infatti, ha sottolineato come una decisione simile metta a rischio il processo verso un accordo per la pace con Israele e ha domandato alle Nazioni Unite di inviare in Cisgiordania delle forze internazionali permanenti con lo scopo di “garantire la sicurezza e la protezione del popolo della Palestina”.

Tuttavia, al momento non è pervenuta alcuna risposta delle Nazioni Unite in merito.

La Temporary International Presence in Hebron (TIPH), come accennato sopra, è un gruppo di monitoraggio internazionale istituito con un accordo bilaterale tra lo Stato di Israele e l’Autorità Palestinese (PA) dopo che, il 25 febbraio 1994, Baruch Goldstain, un colono israeliano, aveva ucciso 29 palestinesi nella Moschea di Abramo. Dopo tre mesi, però, il mandato della missione non fu rinnovato.

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Gli ultimicentometridi Beirut Per Natale un nuovo governo per il Paese dei Cedri?

Dopo sette mesi dalle elezioni, il Libano ancora non ha un governo. Per questo motivo, domenica 16 dicembre centinaia di persone sono scese per le strade di Beirut per protestare principalmente contro lo stallo politico.

Secondo quanto riportato da Associated Press, la manifestazione sarebbe stata organizzata dal Partito Comunista, ma avrebbe attratto anche persone non affiliate a esso. Pochi giorni prima delle proteste, il primo ministro designato Saad Hariri aveva dichiarato che il governo si sarebbe formato entro la fine dell’anno e che le negoziazioni non fossero che nei loro “ultimi cento metri”.

I motivi per i quali il Libano si trova in una situazione di impasse sono legati, come già avvenuto in passato, alla difficoltà di distribuire i ministeri e i seggi ai vari partiti che rappresentano interessi molto diversi. La consuetudine vuole, infatti, che le cariche di governo vengano attribuite in maniera proporzionale a tutti gli esponenti delle numerose confessioni religiose presenti nel Paese: musulmani (sia sciiti sia sunniti), cristiani, drusi, armeni e greco-ortodossi. A questo quadro occorre aggiungere gli interessi di Paesi del calibro di Israele, Iran e Arabia Saudita, legati alle differenti fazioni. Continua a leggere

Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

BAHREIN

1 dicembre. Si è tenuto il secondo turno delle elezioni municipali e parlamentari per eleggere 31 membri del Consiglio dei Rappresentanti e 23 dei consigli municipali. Durante il primo turno, infatti, svoltosi il 24 novembre, erano stati eletti solo 9 parlamentari su 40 e 7 membri dei municipi su 30.

2 dicembre. Secondo i risultati, sarebbero state elette 6 donne, dato storico per il Paese. Continua a leggere

Salih in visita a Teheran Discussi gli accordi commerciali nonostante le sanzioni

Sabato 17 novembre il presidente iracheno Barham Salih si è recato per la prima volta in visita ufficiale in Iran, dove ha incontrato il suo omologo, il presidente Hassan Rouhani.

Durante l’incontro, i due leader avrebbero discusso principalmente di questioni economiche, soprattutto concernenti il commercio di energia elettrica e il petrolio, sino ad annunciare la creazione in futuro di un’area di libero scambio sul confine tra i due Paesi.

Inoltre, si sarebbe parlato di incrementare la cooperazione e favorire gli scambi commerciali, potenziando i collegamenti ferroviari. Continua a leggere

L’Olp sospende il riconoscimento dello Stato di Israele Israele ribatte: “Palestinesi non interessati alla pace”

Dopo una riunione durata 2 giorni, a causa della “continua rottura da parte di Israele degli accordi firmati”, il Comitato centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) ha deciso di sospendere il riconoscimentodello Stato di Israele sino a quando quest’ultimo non riconoscerà lo Stato palestinese entro i confini del 1967, con capitale Gerusalemme est.

Inoltre, verranno cessati anche gli accordi sul coordinamento alla sicurezza e i “Protocolli economici di Parigi” del 1994.

Tali decisioni sono state approvate anche dal Comitato esecutivo dell’Olp e dal presidente palestinese Mahmoud Abbas, a capo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp): la conseguenza è l’annullamento de facto degli Accordi di Oslo del 1993 e del 1995, con i quali Israele riconosceva il diritto della Palestina a governare sui territori occupati, mentre l’Olp si impegnava a riconoscere Israele come Stato.

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Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

AFGHANISTAN

20 ottobre. Aperti i seggi per eleggere i rappresentanti della Camera bassa. Diversi attentati, di probabile matrice talebana, si sono verificati in tutto il Paese: nella sola città di Kabul si sono registrati circa 18 morti a causa di una bomba.  Elezioni posticipate di una settimana nella provincia di Kandahar per ragioni di sicurezza; completamente annullate, invece, nella provincia di Ghazni per le stesse ragioni.   Continua a leggere

“Gerusalemme non è in vendita” Abbas e Netanyahu parlano alle Nazioni Unite, ma manca il dialogo

Gerusalemme non è in vendita”: ha esordito così il presidente palestinese Mahmoud Abbas davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite giovedì 27 settembre scorso.

Nel corso dell’intervento, Abbas ha ribadito di volere la pace per Israele e la Palestina, ma ha anche sottolineato come questa sia attualmente impossibile a causa di diversi fattori, a partire dalla Nation-state law, che dichiara Israele come “patria del popolo ebraico” e che discriminerebbe le minoranze arabe presenti sul territorio. Continua a leggere

Idlib come Aleppo? Le forze filogovernative preparano l’attacco all’ultima roccaforte dei ribelli. Temuta crisi umanitaria

La campagna per riprendere Idlib sembra essere cominciata: l’aviazione russa ha infatti bombardato massicciamente la provincia della città, in particolare la parte occidentale, includendo alcuni civili fra le vittime. La campagna via terra potrebbe cominciare quindi nei prossimi giorni.

Ad oggi, il presidente Assad avrebbe già raccolto più di centomila uomini, mentre alcune navi russe sono state avvistate nel Mediterraneo. Lo scorso mercoledì 29 agosto, in una conferenza tenutasi a porte chiuse a Mosca, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, aveva affermato che una buona parte della Siria poteva dirsi libera dai “terroristi”, ossia i ribelli che si oppongono al regime di Damasco, ad eccezione proprio di Idlib, specificando che è un diritto di Assad “espellere i ribelli”.

Sulle stesse posizioni anche il ministro della Difesa iraniano Hatami, il quale ha espresso il suo appoggio all’offensiva durante un meeting con Assad.

L’importanza di questa offensiva risiederebbe prima di tutto nel fatto che la provincia di Idlib sarebbe l’ultima enclave ancora sotto il controllo dei ribelli dalla conquista della città nel 2015.

Al momento, le forze che controllano la città e dintorni appartengono al gruppo Hay’et Tahrir al-Sham e al Fronte Nazionale per la Liberazione, nato dall’alleanza tra vari gruppi ribelli, tra cui Ahrar al-Sham. Riconquistando Idlib, dunque, Assad riprenderebbe il controllo di quasi tutto il paese per la prima volta dallo scoppio della guerra civile nel 2011.

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Erdogan si riconferma al potere Ma ora quali sfide attendono la Turchia?

Domenica 24 giugno i turchi si sono recati alle urne per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e, contemporaneamente, rinnovare la composizione del Parlamento.

È stata la prima volta che il popolo turco ha votato dopo l’approvazione della riforma costituzionale voluta dallo stesso Erdogan e legittimata con il referendum dell’aprile 2017.

In breve, tale riforma ha previsto la trasformazione del sistema politico da parlamentare a presidenziale, permettendo la concentrazione del potere esecutivo nelle mani del Presidente della Repubblica. Tuttavia, già nel corso degli anni, Erdogan aveva cercato di guadagnarsi un potere maggiore.

Recep Tayyip Erdogan ha vinto al primo turno conquistando il 52,5% dei voti, mentre il suo principale avversario, Muharrem Ince del Partito del Popolo dei Repubblicani (CHP) ha ottenuto il 30,6%.Si tratta di una vittoria non del tutto scontata, in quanto, nonostante il Presidente detenga un forte controllo sui media, le opposizioni hanno comunque condotto una campagna elettorale energica. I sondaggi facevano infatti supporre che si sarebbe dovuti andare al ballottaggio.

Per quanto concerne le elezioni parlamentari, il Partito di Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdogan ha ottenuto sette punti percentuali in meno rispetto al 2015, riuscendo a conquistare la maggioranza assoluta solo grazie all’alleanza con il partito nazionalista MHP, rispettivamente ottenendo il 42,5% e l’11,1% dei voti.

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