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La calda estate di Mosca, tra arresti e proteste anti-Putin

Con il voto dello scorso 8 settembre si è conclusa la difficile estate vissuta da Mosca. Nella capitale russa gli elettori erano chiamati a rinnovare la composizione del consiglio comunale. L’esclusione a metà luglio dei candidati indipendenti oppositori di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, ha scatenato accese proteste. Arresti di massa e numerosi episodi di violenza tra manifestanti e forze dell’ordine hanno provocato la ferma reazione anche delle istituzioni europee e delle associazioni per i diritti umani.


In luglio, il Comitato elettorale centrale aveva respinto 56 delle 228 candidature ufficialmente registrate per concorrere al rinnovamento del consiglio comunale di Mosca. La maggior parte degli esclusi erano candidati presentatisi come indipendenti, ma legati all’opposizione. Questo tipo di candidatura richiede una raccolta firme (circa 5.000) presso l’elettorato, pari al 3% dei votanti del distretto in cui ci si intende candidare. La decisione di respingere molte candidature contestando proprio il numero delle firme raccolte ha provocato le proteste degli esclusi dal voto di settembre.

Tra questi ultimi i nomi più noti sono quelli del presidente del municipio di Krasnoselsky Ilya Yashin, dell’oppositore Dmitry Gudkov e dell’avvocatessa Ljubov Sobol. Quest’ultima è stata, insieme al noto dissidente Alexey Navalny, tra i promotori della serie di manifestazioni antigovernative iniziate il 14 luglio scorso. Migliaia di persone da allora si sono riunite regolarmente ogni fine settimana per chiedere la riammissione dei candidati esclusi e trasparenza nelle elezioni.

Una delle più imponenti proteste si è svolta il 27 luglio: sono stati arrestati oltre 1.300 manifestanti, secondo la ONG Ovd-Info. Inoltre, più di 50.000 persone avrebbero partecipato ai cortei del 10 agosto, come riporta la ONG White Counter. Secondo Konstantin Gaaze, studioso del think tank Carnegie Moscow intervistato da una testata russa, la massiccia aderenza “invia un segnale molto forte”. Tuttavia bisogna tener conto della reale portata di queste cifre, considerando i 12 milioni di abitanti della capitale russa.

Il voto di Mosca si è svolto durante una più ampia tornata elettorale, che ha coinvolto gran parte della Federazione. Oltre alla Duma moscovita, si è votato per il rinnovo di 16 governatori e di 13 deputati regionali. Mentre nel resto del territorio russo la leadership di Putin non è stata messa in discussione, nella capitale il suo partito ha perso terreno. Mentre i seggi occupati dai consiglieri vicini a Russia Unita sono scesi da 38 a 25 sui 45 totali, le forze d’opposizione sono salite da 7 a 20. I seggi persi sono stati assegnati al Partito Comunista, al partito Jabloko e a Russia Giusta. Ufficialmente Russia Unita non ha partecipato alle elezioni per il consiglio comunale: si sono presentati come indipendenti almeno 43 candidati legati al partito di Vladimir Putin. La scelta è dovuta probabilmente ai sondaggi negativi nei confronti degli esponenti di Russia Unita. Tra questi, uno riportato dalla testata Meduza vedeva solo il 22% degli abitanti di Mosca favorevoli a un candidato espressione dell’attuale governo. Un altro sondaggio proposto da Levada Center indicava al 28% la percentuale di gradimento verso il partito di Putin.Un risultato probabilmente figlio dei duri mesi di protesta che hanno animato le strade di Mosca prima del voto. Un contributo decisivo è stato fornito anche da Alexey Navalny. Arrestato durante le proteste estive e poi rilasciato, negli ultimi anni è diventato l’esponente principale delle forze antisistema. Si deve a Navalny l’idea del voto intelligente’, strategia con la quale era possibile suggerire all’elettore (tramite un’applicazione) il candidato che avrebbe potuto danneggiare quello legato a Putin.

Nell’arco dei mesi di protesta anche altre personalità di spicco della scena politica e sociale russa sono state arrestate. Ilya Yashin, presidente del municipio di Krasnoselsky e tra gli esclusi al voto per la Duma moscovita, ha subito una serie di arresti consecutivi, denunciati anche da Amnesty International. La nota organizzazione per i diritti umani, nella medesima occasione, ha riportato anche la situazione dell’attivista Konstantinov Kotov, condannato a quattro anni di reclusione per aver partecipato a proteste non autorizzate. L’indagine riguardo le accuse a Kotov è durata solo pochi giorni. È stato scarcerato invece il 20 settembre l’attore Pavel Ustinov, inizialmente condannato a tre anni e mezzo di reclusione per aver lussato la spalla a un poliziotto, al momento dell’arresto.

Suo malgrado è diventato simbolo delle proteste Yegor Zhukov, giovane studente arrestato ad agosto per alcuni video pubblicati sui social che, secondo le autorità, istigherebbero ad atti di estremismo. Subito dopo il provvedimento, è partita una petizione promossa sia studenti che da professori universitari, nella quale si chiede anche il rilascio di tutti gli altri attivisti incarcerati. I manifestanti, da allora, hanno fatto propria la causa di Zhukov, scendendo in piazza con migliaia di volantini per reclamarne la libertà.

Tutte le persone private della libertà per aver partecipato alle proteste di quest’estate sono

prigionieri politici”, ha affermato in una dichiarazione Oleg Orlov, direttore del Centro per i Diritti Umani, a proposito di questo complicato scenario. Le proteste di luglio e agosto hanno registrato un bilancio di migliaia di detenuti e di numerosi procedimenti penali. Alcuni dei manifestanti arrestati, come Ljubov Sobol, hanno iniziato anche scioperi della fame.

Nei confronti di numerosi manifestanti sono stati intentati dei procedimenti penali da parte del Comitato investigativo. Alcuni media russi hanno ribattezzato questa preoccupante situazione come ‘Moskovskoe delo’, il ‘caso Mosca’. Le violenze avvenute negli scontri tra manifestanti e polizia hanno suscitato la reazione delle istituzioni europee. La presidentessa dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa Liliane Maury Pasquier, a ridosso degli avvenimenti, ha definito gli arresti di massa una “reazione sproporzionata”.  Il Servizio di Azione esterna dell’UE, in un comunicato del 27 luglio, a altresì espresso la propria preoccupazione.
Il 6 settembre, Amnesty International ha parlato di “attacchi senza precedenti” ai diritti umani avvenuti nel periodo pre-elezioni. La direttrice della sezione russa di Amnesty, Natalia Zviagina, ha denunciato in una dichiarazione gli oltre 2.600 arresti avvenuti, nonostante le proteste fossero state “sostanzialmente pacifiche”.


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Alla frontiera tra Uzbekistan e Kazakistan, il lago d’Aral è stato al centro di uno dei più grandi disastri ambientali degli ultimi decenni. Un tempo grande oasi dell’Asia centrale sfruttata dai pescatori locali, dai primi anni Sessanta ha visto diminuire sempre più la propria estensione a causa di massicci interventi dell’allora Governo sovietico. Si stima che nel 2007 le dimensioni del lago siano giunte al 10% della sua superficie originaria.

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