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Il controllo migratorio nella regione centroamericana: l’accordo Messico-USA evita i dazi ma militarizza le frontiere

Il fenomeno dell’immigrazione irregolare dall’America Latina verso gli Stati Uniti non è certamente recente e ha origini socioeconomiche profonde. L’America Centrale, in particolare il ​Northern Triangle ​(Guatemala, Honduras ed El Salvador), è una delle regioni più povere e violente dell’intero emisfero americano, area d’origine di imponenti flussi migratori, difficilmente gestibili senza una coordinazione internazionale.

La crisi migratoria attuale riguarda anche, e soprattutto, Messico e Stati Uniti. Il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, in carica dalla fine del 2018, si è trovato di fronte all’arduo compito di gestire un fenomeno tanto complesso quanto delicato, in un momento storico segnato da spinte nazionaliste particolarmente sentite presso il vicino settentrionale: gli Stati Uniti.

Le posizioni dell’attuale governo statunitense in materia di immigrazione sono note; in questa occasione, Donald Trump ha dimostrato di considerare i dazi non un’ultima ratio, bensì uno strumento politico con il quale arginare la diplomazia multilaterale e portare la risoluzione delle controversie internazionali su un piano bilaterale, dove gli Stati Uniti possano far valere la propria influenza. L’inquilino della White House ha minacciato più volte l’introduzione di dazi del 5% su tutti i prodotti messicani, fino ad arrivare gradualmente al 25%, se Città del Messico non si fosse impegnata a frenare drasticamente i corridoi interni usati dai migranti entrati in Messico per giungere alla frontiera statunitense.

Proprio facendo leva sulla forte dipendenza dell’economia messicana da quella statunitense, e viceversa, lo scorso 7 giugno Stati Uniti e Messico sono giunti a siglare un importante accordo bilaterale. A fronte della mancata entrata in vigore (per il momento) dei succitati dazi, l’accordo ha previsto il dispiegamento di circa 6.000 agenti della Guardia Nacional messicana al confine meridionale con il Guatemala e di circa 15.000 agenti alla frontiera statunitense per contenere i flussi migratori. Gli Stati Uniti hanno inoltre lanciato il programma Remain in Mexico, che prevede il soggiorno dei richiedenti asilo nelle città frontaliere messicane durante l’elaborazione delle loro richieste. Circa 10.000 migranti si trovano al momento in questa situazione di limbo, e spesso sono vittime dei cartelli criminali messicani. Proprio questa situazione di grande insicurezza in Messico è stata essenziale per evitare di essere riconosciuto come paese terzo sicuro, vero nodo cruciale della trattativa.

Tale denominazione è legata al principio di non-respingimento contenuto nella Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, e si traduce nella prassi secondo la quale uno stato può negarsi di accogliere un richiedente asilo che non sia arrivato direttamente dal paese d’origine, indicandogli uno stato terzo, da cui questi abbia transitato e che sia in grado di garantirgli gli stessi standard di vita.

Il Messico non è però in grado di garantire condizioni minime di alloggio, assistenza medica, lavoro, istruzione e sicurezza, oltre alla principale garanzia prevista dalla Convenzione: il diritto a non essere rimpatriati nel Paese d’origine. Secondo l’​Instituto Nacional Migración,​ infatti, il Messico nei primi sei mesi del 2019 ha dovuto gestire un flusso migratorio superiore del 232% rispetto all’intero 2018: si tratta di circa 460.000 migranti contro i 138.612 del 2018. Di questi, solo 71.110 sono stati rimpatriati nel primo semestre, ma AMLO ha annunciato di voler aumentare il numero.

Il ministro degli Esteri messicano, Marcelo Ebrard, ha spiegato come la tutela della popolazione migrante sia un obiettivo primario del governo e di voler fare il possibile per evitare massacri come quello di San Fernando nel 2010, dove furono uccisi 72 migranti dall’organizzazione criminale Los Zetas.

La militarizzazione delle frontiere intrapresa da López Obrador ha portato a una significativa riduzione dei flussi migratori verso gli Stati Uniti, ma ha di fatto spostato la crisi umanitaria al versante messicano del Rio Grande. L’ultimo capitolo di questo braccio di ferro è andato in scena durante l’ultima Assemblea Generale dell’ONU, dove Donald Trump ha pubblicamente ringraziato AMLO per gli sforzi profusi in materia. D’altro canto, il ministro degli Esteri Ebrard ha ricordato che le politiche coercitive difficilmente sono una soluzione efficace; urge, piuttosto, sradicare le cause che provocano gli esodi.

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