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Kanter: senza famiglia e senza patria

Enes Kanter, 211 cm per 111 kg, cestista nato a Zurigo da genitori turchi e attuale giocatore di punta dei Portland Trail Blazers, con più di 5.000 punti in NBA e $18,6 milioni a stagione di ingaggio, in soli tre anni ha perso la cittadinanza turca, la famiglia e la possibilità di lasciare gli Stati Uniti.

La complessa storia che ha reso il giocatore più talentuoso della nazionale turca allo stesso tempo apolide, eroe, terrorista e perseguitato politico assume contorni più definiti se raccontata accanto alla sua battaglia politica e dialettica contro il presidente della Turchia Erdoğan.

Negli Stati Uniti per motivi sportivi sin dal 2009, Kanter è uno dei tanti turchi residenti all’estero e vicini al movimento Hizmet, investiti dall’onda lunga dei provvedimenti presi dal Governo turco successivamente al tentato colpo di stato del 15 luglio 2016. All’indomani di una delle pagine più buie e controverse della storia turca recente, Erdogan individuò infatti in Fetullah Gülen un nemico di eccezione per lo stato.

Gülen è stato tra i principali alleati di Erdoğan nel primo decennio degli anni 2000 e fondatore di Hizmet, nonché esponente turco dell’islam culturale moderato e fondatore di una rete scolastica in cui si è formata gran parte della classe dirigente turca. Lasciò il paese dopo che i suoi rapporti con il presidente turco si erano deteriorati nel 2013. Secondo il Governo turco, sarebbe stato proprio l’influente predicatore, dalla sua residenza in Pennsylvania, ad orchestrare l’attacco delle forze armate per sovvertire lo status quo. Durante lo stato di emergenza esteso fino al 2018, 80.000  persone sono state condannate e più di 200.000 arrestate. Prima le repressioni sono state dirette all’interno del paese, poi all’estero.

Kanter, conosciuto oltreoceano anche per il suo carattere sopra le righe e per gli atteggiamenti spesso aggressivi sul parquet, tra il 2009 e il 2015 era già stato protagonista di alcune diatribe con la nazionale di basket turca, tanto che arrivò ad accusarla di discriminazione su base politica nei suoi confronti. Il giocatore, infatti, non ha mai nascosto di essere un fervente seguace di Gülen, e, per quanto neghi qualunque coinvolgimento del leader nelle vicende del colpo di stato, Kanter sembra essere agli occhi di Ankara un esponente e un promotore (peraltro dotato di un notevole peso mediatico) di Hizmet e quindi bandito e catalogato come ‘terrorista’.

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Yemen: il porto cruciale Hodeidah, sul Mar Rosso, è il teatro degli scontri più accesi degli ultimi tempi

Il 17 febbraio scorso l’ONU ha fatto sapere che le due parti in conflitto (il governo yemenita e i ribelli sciiti Houthi), che da anni si spartiscono lo Yemen, avrebbero trovato un accordo riguardo Hodeidah, la città portuale al momento più importante per la sopravvivenza della maggior parte della popolazione. Da questa città passa, infatti, il 70% degli aiuti umanitari internazionali diretti all’intero Paese.

Hodeidah, secondo porto yemenita dopo Aden, è stato il teatro principale di quest’ultima fase di guerra, iniziata dopo gli i dialoghi di dicembre in Svezia. A Rimbo (50 km da Stoccolma), infatti, grazie al lungo lavoro dell’inviato speciale ONU Martin Griffiths, era avvenuto il primo incontro tra le parti dopo due anni di rifiuti e appuntamenti mancati (l’ultimo dei quali a Ginevra, nel settembre 2018, disertato dagli Houthi): il 18 dicembre 2018, a seguito di uno scambio di migliaia di prigionieri, i rappresentanti del governo di Hadi e del movimento Ansar Allah (forza politica che fa da riferimento per i ribelli Houthi) hanno annunciato il ‘cessate il fuoco’ ma rimanevano in contrasto su diversi punti. Primo fra tutti, proprio quello riguardante la gestione di Hodeidah, città sulla quale la parte governativa filo-saudita non intendeva negoziare, bloccando sul nascere la proposta ONU di far passare il porto sotto controllo internazionale.

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L’esercizio democratico (o)stentato Secondo la monarchia bahrenita le elezioni sono state un successo: è veramente così?

Il 24 novembre scorso si sono tenute in Bahrein, Paese governato da una monarchia costituzionale, le elezioni parlamentari per l’assegnazione di 40 degli 80 seggi totali (il 50% sono assegnati dal re): 293 i candidati (mai così tanti dal 2002), e più di 350 mila gli aventi diritto al voto (50 mila in più rispetto all’ultima tornata elettorale). Ma non si può misurare da queste cifre e da quelle di un’affluenza record, sbandierate dal Bahrein all’opinione pubblica internazionale, la democrazia di un Paese nel quale la popolazione sciita è per la maggior parte esclusa dalla vita politica e l’opposizione al governo è stata prima indebolita e poi estromessa. Continua a leggere

Conferenza di Palermo: un passo avanti per la Libia? Nessuna dichiarazione finale scritta, ma nonostante le difficoltà ci sono impegni per il futuro

Si è tenuta tra il 12 e il 13 novembre a Palermo la Conferenza internazionale per la Libia. Se da un lato hanno fatto rumore le assenze di grandi protagonisti, come Trump, Putin, Markel e Macron, dall’altro è significativo l’incontro avvenuto, non senza difficoltà, tra il generale Khalifa Haftar e il presidente del governo di unità nazionale Fayez al Sarraj. Passa inevitabilmente dai due leader e dall’ONU il tortuoso percorso per una riconciliazione nazionale libica, dopo che è ormai fallito l’utopico progetto della Conferenza di Parigi (maggio 2018), che pianificava le elezioni nel Paese a dicembre.

A rivelarsi vincente è stata la strategia italiana di allargare il tavolo delle trattative anche a potenze interessate da vicino come Algeria, Tunisia, Turchia ed Egitto. È soprattutto grazie alla mediazione del capo di Stato egiziano al Sisi (particolarmente influente sulla Libia) che si è scongiurata la completa disertazione di Haftar. Il generale ha sì partecipato solo parzialmente e si è allontanato anzitempo, ma la stretta di mano con al Sarraj è significativa, tanto quanto il riconoscimento internazionale da lui guadagnato. Tra i soddisfatti, oltre a un’Italia che torna quindi a ritagliarsi un ruolo centrale nella questione libica a discapito di Parigi, ci sono gli inviati ONU Ghassan Salamé e Stephanie Williams: la ripresa economica avverrà infatti anche grazie alla re-istituzione di una banca centrale unica secondo il loro piano. Per l’ONU l’obiettivo finale successivo alla ripresa economica (e a un disarmo delle milizie) rimangono le elezioni, rimandate alla primavera del 2019; fino ad allora in Libia dovrebbe permanere una tregua. Continua a leggere

Yemen: la guerra durata “abbastanza a lungo” 1 morto ogni 3 ore e 14 milioni di persone a rischio carestia: dagli USA l’appello alla tregua

Da più di 3 anni lo Yemen sta vivendo una guerra che, se dal lato politico non ha portato a nessun risultato, dal lato economico e sociale sta logorando la popolazione civile, che piange da agosto a oggi 575 vittime di guerra, e che secondo l’ONU è per il 50% (14 milioni di persone) in una condizione di pre-carestia. Attualmente il Paese è spaccato: ribelli houthi controllano il nord-ovest, il governo legittimo la restante parte, con una forte presenza di al-Qaeda nel centro-sud. Continua a leggere

Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

ARABIA SAUDITA

16 ottobre. Il console saudita in Turchia, Mohammed Uteybi, ha lasciato il suolo turco su ordine di Riad dopo che le autorità di Ankara avevano fatto sapere di non escludere la possibilità di interrogare anche i diplomatici sauditi riguardo la vicenda Khashoggi.

 

17 ottobre. Il presidente statunitense Donald Trump e il segretario di Stato Mike Pompeo hanno messo in dubbio, tramite dichiarazioni a mezzo stampa e twitter, il coinvolgimento di Riad nel caso Khashoggi. Pompeo ha dichiarato: “c’è un serio impegno per capire quanto sia accaduto”.  

 

17 ottobre. Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, ha annunciato che non parteciperà alla “Davos del deserto” in Arabia Saudita, così come altri colossi della finanza che, prima di lei, avevano declinato l’invito dopo la vicenda Khashoggi.

 

IRAN

17 ottobre. Suscitano nuove tensioni le sanzioni imposte dagli USA nei confronti di alcune società iraniane, tra le quali banche. Il Ministero degli Esteri di Teheran ha accusato Washington di creare ostacoli alle relazioni economiche di una nazione già in ginocchio.

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Dall’accordo sul nucleare al terrorismo economico Dopo il ritiro unilaterale dall’accordo a maggio, Trump rincara la dose contro l’Iran

All’Assemblea Generale dell’ONU di New York il presidente statunitense Trump ha monopolizzato la scena concentrando il suo intervento contro l’Iran, con gravi accuse che non hanno lasciato indifferente né la platea, né soprattutto l’omologo iraniano Rouhani.

Si tratta di un duro colpo nei confronti dell’Iran e di quell’accordo sul nucleare iraniano voluto fortemente da Obama e approvato nel 2015, dal quale gli USA stanno ormai prendendo sempre più le distanze: prima con il ritiro unilaterale a maggio 2018, poi con le sanzioni imposte ad agosto, e infine negli ultimi giorni con l’annuncio di nuove sanzioni a partire dal 5 novembre prossimo. Continua a leggere

La “guerra economica” della Turchia di Erdogan 2018 annus horribilis per la lira turca: senza misure efficaci il rischio recessione è alle porte

Il tweet di Trump del 10 agosto che annuncia un raddoppio dei dazi per acciaio e alluminio provenienti dalla Turchia è la goccia che fa traboccare un vaso già colmo. Da gennaio, infatti, la lira turca, che il 5 aprile scorso aveva toccato il minimo storico, ha perso complessivamente tra il 30% e il 40% del suo valore rispetto al dollaro (circa il 20% dopo l’annuncio del presidente USA, il 10% in 24 ore), registrando una striscia di ribasso che si presenta come la peggiore per il Paese dal novembre 1999 e tra le peggiori dell’ultimo decennio per i Paesi G20 (inclusa la crisi economica del 2008/2009). Continua a leggere

Un momento cruciale per lo Stato di Israele Knesset approva la legge sullo Stato-nazione degli ebrei: addio all’utopia di uno Stato bi-nazionale

Il 19 luglio scorso la Knesset ha approvato una legge controversa, che ha fatto discutere dentro e fuori i confini nazionali. La ribattezzata “Legge sullo Stato-nazione degli ebrei” segna, come ha detto Netanyahu, “un momento cruciale” per la politica israeliana.

Le intenzioni sembrano chiare già a partire dall’incipit del testo: “La terra d’Israele è la patria storica del popolo ebraico, nella quale è stato fondato lo Stato d’Israele. Lo Stato d’Israele è la casa nazionale del popolo ebraico, nella quale esso soddisfa il proprio diritto naturale, culturale, religioso e storico di autodeterminazione. Il diritto di esercitarlo nello Stato d’Israele è unicamente riconosciuto al popolo ebraico”. Continua a leggere

Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

IRAN

29 maggio. Tensioni durante le esequie pubbliche di Nasser Malek-Motie. Il celebre attore, bandito dal cinema nel 1979, dopo la rivoluzione islamica, è deceduto all’età di 88 anni. Il funerale è diventato occasione di protesta contro il governo da parte della popolazione e i manifestanti sono stati contenuti con l’utilizzo di lacrimogeni e colpi di pistola sparati in aria.

ISRAELE

29 maggio. Gaza ancora teatro di scontri. I militanti palestinesi del Jihad Islamico, hanno sparato colpi di mortaio verso la città di Sderot, i quali hanno avuto, come risposta, nuovi raid israeliani preannunciati da Netanyahu. Poche ore dopo Lieberman, ministro della Difesa israeliano, ha ribadito l’efficacia dell’attacco anti-terroristico e ha annunciatonuove risposte armate ad eventuali ulteriori minacce”.

29 maggio. Una piccola flotta palestinese è partita, nella mattinata, da Gaza con l’intento di rompere il blocco navale imposto da Israele. La Marina militare israeliana ha bloccato le modeste imbarcazioni a 12 miglia dalla costa e ha arrestato i 17 palestinesi che erano a bordo.

30 maggio. Nonostante l’assenza di accordi ufficiali, Hamas avrebbe fatto sapere che, grazie all’intervento dei mediatori egiziani, sarebbe disposto ad accettare il cessate il fuoco per quanto riguarda la striscia di Gaza.

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