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Escalation di violenza durante la diciassettesima settimana di manifestazioni ad Hong Kong

Tutto è iniziato a fine marzo, quando il capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha proposto un emendamento sulla legge sull’estradizione. Ad Hong Kong sono attualmente in vigore leggi sull’estradizione basate su accordi bilaterali con oltre venti paesi, tra i quali non rientra la Cina. La proposta di legge renderebbe possibile l’estradizione verso la Cina per determinati reati e l’applicazione delle pene previste dalla legge cinese. Questa legge ha sollevato le preoccupazioni dei cittadini, poiché essi temono che le richieste di estradizione verso la Cina  violino i diritti umani e che possano essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese.

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Da oltre sedici settimane i cittadini di Hong Kong continuano a manifestare a sostegno della democrazia e della loro libertà e contro Pechino, che cerca di imporsi e di controllare sempre di più il governo locale. Nel mese di giugno scorso, le manifestazioni si sono moltiplicate, sino a portare quasi un milione di persone in piazza il 9 giugno. Le richieste dei manifestanti sono cinque: ritiro completo della legge sulle estradizioni verso la Cina; ritiro della definizione di “sommosse” per le proteste; rilascio delle persone arrestate durante le manifestazioni; inchiesta indipendente sulle azioni della polizia dimissioni della governatrice Lam; l’introduzione del suffragio universale.

Non è la prima volta che gli abitanti di Hong Kong scendono in piazza per rivendicare i propri diritti e per la difesa della formula “un paese due sistemi” , in nome della quale, nel 1997, la Cina aveva promesso ad Hong Kong che avrebbe beneficiato di uno statuto d’autonomia fino al 2047. Nel 2003, centinaia di migliaia di manifestanti sono riusciti a bloccare una legge sulla sicurezza nazionale, che avrebbe introdotto reati come il tradimento. Nel 2012, grazie ad un movimento studentesco non è passato il tentativo, da parte di Pechino, d’imporre un programma scolastico patriottico”, ritenuto un mezzo di propaganda. Nel corso degli anni, gli episodi di censura, controllo e minaccia alla libertà sono diventati sempre più frequenti: nel 2016 un gruppo di attivisti eletti per delle cariche pubbliche sono stati dichiarati non idonei poiché si sono rifiutati di giurare lealtà alla Cina utilizzando espressioni offensive.

Le paure e le preoccupazioni dei cittadini di perdere libertà e diritti si sono concretizzate con la legge sull’estradizione, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il movimento di protesta che stanno portando avanti i dimostranti, a differenza dei precedenti, prende di mira direttamente Pechino. Alle radici di queste proteste e del movimento, c’è il cambiamento d’identità di Hong Kong, ex colonia britannica, avvenuto a seguito del sopracitato accordo firmato nel 1997 tra Inghilterra e Cina a proposito del destino del territorio in questione. Agli occhi dei cittadini della regione amministrativa speciale si prospetta un futuro con una Cina sempre più autoritaria, che soffocherà tutti i diritti di cui godono attualmente.

Tra i vari mezzi messi in campo dai manifestanti, l’arte si è rivelata un’arma in più. Come gli artisti del Gruppo Trio durante l’assedio di Sarajevo, i quali ridisegnavano in chiave ironica i loghi più celebri per richiamare l’attenzione del mondo su ciò che stava succedendo in Bosnia, anche ad Hong Kong nel corso dei mesi sono stati creati slogan e poster artistici ironici e combattivi, al fine di attirare l’attenzione, il supporto dei paesi occidentali e dei media internazionali. Uno degli slogan delle proteste più celebri è stato “Be water!” (sii come l’acqua), espressione che invita alla flessibilità e alla creatività. Oltre a quelli, i manifestanti realizzano graffiti quali “Liberate Hong Kong, Revolution of our Times”, “I can lose my future, but HK must not”, in riferimento ai simboli della protesta.

Di fronte alle proteste, Pechino ha inizialmente scelto di oscurare le notizie tramite la censura delle stesse, per poi mettere in atto un processo di disinformazione, tramite immagini e testi manipolati per far apparire i manifestanti come violenti e minacciosi. Il più alto funzionario cinese ad Hong Kong, Yang Guang, ha parlato di ‘terrorismo. Qualora i disordini dovessero intensificarsi, il governo locale potrebbe chiedere l’aiuto dell’esercito per “mantenere l’ordine pubblico”: i soldati cinesi presenti sull’isola sono oltre 10.000.

Proprio nel mese di luglio, le proteste sono diventate più violente. Molteplici scontri con la polizia hanno provocato gravi feriti; una donna rischia di perdere un occhio dopo essere stata colpita da un proiettile di gomma. Un rapporto di Amnesty International ha denunciato l’uso estremo di violenza da parte della polizia. Nicholas Bequelin, responsabile di Amnesty International per l’Asia orientale, ha dichiarato che “le testimonianze lasciano poco spazio al dubbio. Gli agenti hanno ripetutamente usato la violenza prima e durante gli arresti, anche quando l’individuo era stato immobilizzato. L’uso della forza è stato pertanto chiaramente eccessivo e ha violato il diritto internazionale in materia di diritti umani”. Stando al rapporto, decine di persone sono state picchiate anche dopo essere state immobilizzate e ammanettate. Un dimostrante ha dichiarato di essere stato malmenato e minacciato per non avere collaborato durante un interrogatorio: Sentivo il dolore nelle mie ossa  e non potevo respirare. Ho provato a gridare ma non potevo ne’ parlare né respirare”.

Il 1° ottobre, mentre la Cina festeggiava i 70 anni della Repubblica Cinese Popolare e a Pechino si svolgeva la più grande parata militare mai organizzata con  15.000 soldati, 500 mezzi militari e 160 aerei, ad Hong Kong 100.000 persone sono tornate a manifestare per la democrazia con i propri ombrelli, divenuti uno dei simboli della protesta, utilizzati come scudo per proteggersi da fumogeni e lacrimogeni.

In un’escalation di tensione e violenza, la polizia ha usato il pugno di ferro. Per la prima volta dall’inizio delle proteste, è stato sparato un colpo ad altezza uomo che ha gravemente ferito nella parte sinistra del petto un giovane manifestante di 18 anni, attualmente in condizioni critiche. A seguito di questo episodio, il direttore di Amnesty International di Hong Kong, Man-Kei Tam, ha dichiarato che “il ferimento grave di un manifestante rappresenta un allarmante sviluppo nella risposta alle proteste da parte della polizia di Hong Kong. Le autorità devono avviare un’indagine immediata”. In molte parti del corteo sono stati lanciati fumogeni, lacrimogeni, scontri con la polizia, feriti e arresti.

Durante la cerimonia a Pechino, il presidente Xi Jinping ha pronunciato il discorso ufficiale, durante il quale ha affermato che “nessuna forza può neanche scuotere lo stato della Cina o fermare il popolo e la nazione cinesi dal marciare in avanti”. Mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è congratulato con Xi per il 70o anniversario della Repubblica Popolare, ad  Hong Kong proseguivano le manifestazioni per la democrazia. In questa circostanza, l’attivista Lee Cheuk-yan ha dichiarato: “oggi scendiamo in piazza per dire al Partito Comunista che la gente di Hong Kong non ha nulla da festeggiare. Siamo in lutto perché in 70 anni di governo del Partito Comunista, i diritti democratici dei cittadini di Hong Kong e della Cina sono stati negati. Continueremo a combattere!”.

Cina: una nuova superpotenza? L’ascesa internazionale a 30 anni dal massacro di piazza Tienanmen

Di Lara Aurelie Kopp-Isaia, Vittoria Beatrice Giovine, Domenico Andrea Schiuma, Fiorella Spizzuoco.

I giorni di Tienanmen

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, piazza Tienanmen divenne lo scenario di un massacro, durante il quale carri armati dell’Esercito di Liberazione Popolare Cinese uccisero centinaia di persone, la maggior parte delle quali studenti universitari. Questi ultimi, provenienti da 40 diverse università, giunsero a Pechino per manifestare nel nome della democrazia. Stando alle autorità cinesi, le vittime furono 319, ma stime di organizzazioni internazionali, ONG e media stranieri hanno in diverse occasioni contestato il conteggio. La desecretazione nel 2017 di un telegramma, spedito dall’allora ambasciatore inglese a Pechino, Alan Donald, indica che le vittime potrebbero essere state più di 10.000.

Le manifestazioni iniziarono qualche mese prima. Il 15 aprile 1989 morì Hu Yaobang, segretario del Partito Comunista cinese dal 1981 al 1987. Hu fu una figura molto importante nella Cina degli anni Ottanta, aperta al mercato internazionale, ma ancora ostacolata da grandi problemi interni, tra cui un’aspra disuguaglianza sociale, la corruzione e l’opacità del sistema monoparititico. Hu è stato promotore di una spinta riformista e di maggior trasparenza del governo, al punto da esser allontanato e silenziato dai dirigenti comunisti più anziani. La sua morte diede inizio a diverse proteste, acuitesi con i primi scontri tra manifestanti e polizia. Scesi in piazza, il 22 aprile, i dimostranti invocarono un incontro con il primo ministro Li Peng, per poi indire uno sciopero generale a seguito del rifiuto alla precedente richiesta.

Alla fine di aprile del 1989, il Quotidiano del Popolo pubblicò un editoriale in cui studenti e manifestanti tutti vennero accusati di complottare contro lo stato. Si accese la miccia che avrebbe condotto al sorgere del così ricordato ‘Movimento del 4 maggio 1919’: la protesta studentesca anti-imperialista che vide più di 100.000 persone marciare per Pechino. I vertici del Partito Comunista osservarono le proteste spargersi in oltre 300 città, fino a quando, il 19 maggio, Deng Xiaoping, a capo della commissione militare, decise di dichiarare la legge marziale. L’esercito occupò la capitale e per 12 giorni la manifestazione resistette senza violenze. La notte del 3 giugno, però, Deng ordinò di passare alle armi. Nonostante l’invito del Governo ai cittadini di restare in casa, questi ultimi scesero in piazza per bloccare l’avanzata di centinaia di migliaia di truppe; il mattino del 4 giugno, scoppiarono gli scontri. Secondo un’intervista rilasciata alla BBC nel 2005 da Charlie Cole, reporter statunitense e autore del fotogramma simbolo del massacro, verso le 4 del mattino del 4 giugno i carri armati sarebbero penetrati all’interno della piazza, annientando veicoli e schiacciando persone. Verso le 5:40 dello stesso giorno, dinanzi a fotografi e giornalisti dei più importanti quotidiani internazionali, piazza Tienanmen era stata sgomberata nel modo più violento e cruento possibile. In quei primi giorni di giugno, il mondo intero assistette alla gravissima repressione del Governo cinese della libertà d’espressione.

Nel sopracitato telegramma, Donald testimonia che una volta arrivati i soldati in piazza Tienanmen, gli studenti hanno capito che fosse stata concessa un’ora per lasciare la piazza, ma dopo cinque minuti i blindati hanno attaccato. […] Hanno formato una catena umana, ma sono stati falciati, insieme ai soldati. […] Quindi i mezzi blindati hanno investito i cadaveri, schiacciandoli, per poi raccoglierli con le ruspe: i resti sono stati inceneriti e smaltiti nelle fogne”.

Non è chiaro cosa spinse i soldati ad attaccare i manifestanti. Alcuni sostengono che si sia trattato di una rappresaglia per l’uccisione di alcuni militari. Timothy Brook, storico canadese specializzato nella storia cinese, ha però sostenuto, in un’intervista con la PBS del 2006, che i militari avessero ricevuto l’ordine di sgomberare la piazza con ogni mezzo e che il comando avesse dunque deciso di aprire il fuoco sui civili per sbloccare le strade e raggiungere Tienanmen. Secondo il reporter John Pomfret, Deng Xiaoping era preoccupato che in Cina si sarebbe sviluppato un movimento anti-rivoluzionario, come stava accadendo in Unione Sovietica. Per questa ragione, aveva bisogno di sottomettere la popolazione attraverso l’uso della forza. Il 9 giugno, Deng stesso, durante un discorso pubblico, affermò che il vero obiettivo delle manifestazioni era quello di “rovesciare il Partito e lo Stato, nonché quello d’instaurare una repubblica borghese dipendente dall’Occidente”. Il governo riprese dunque il controllo della Cina, mentre tutti i leader e gli ufficiali responsabili delle proteste furono imprigionati.

Le conseguenze del massacro

30 anni sono trascorsi da questo accadimento, anche ribattezzato ‘Primavera Democratica cinese’ oppure, usando le parole delle autorità del Partito Comunista, ‘Incidente di Tienanmen’ o ‘del 4 giugno’. 30 anni sono molti, ma ancora non sufficienti per far sì che i vertici susseguitisi a capo del Partito dessero atto dell’intollerabile e indiscriminata violenza contro i pacifici manifestanti. A distanza di tanto tempo, infatti, il Governo cinese non ha ancora riconosciuto il massacro, continuando a non permettere commemorazioni e a non riconoscere che il numero di vittime sia molto più elevato di quello dichiarato ufficialmente.

È stato proprio l’avvicinarsi del trentesimo anniversario delle proteste a riaccendere il dibattito. Un’enfasi particolare ha caratterizzato il discorso rispetto agli anni precedenti, anche a causa dell’incremento di strumenti volti a censurare l’accaduto in Cina. Social network e motori di ricerca sono stati oscurati totalmente, impedendo anche agli utenti stranieri di collegare i propri dispositivi a piattaforme quali Whatsapp, che in Cina è in genere scartato in favore del servizio di Tencent, WeChat.

Alla grave tendenza del negazionismo cinese si è affiancato grottescamente il rinnovato vigore economico che ha portato il paese a rivaleggiare con gli Stati Uniti, in primis, e con altri tra i più influenti attori geopolitici nel panorama internazionale. Essendosi già affermata come ‘leading nation’ in alcuni campi quali l’high-tech, l’alta velocità, l’elettronica e l’energia rinnovabile, ora il paese, guidato da Xi Jinping, mira a espandersi in altri settori, quali l’e-commerce, i mobile device e il settore culturale. Le dichiarazioni dell’attuale ministro della Difesa, Wei Fenghe, hanno dimostrato, tuttavia, che il pugno duro di Pechino è ancora lontano dall’ammorbidirsi. Il generale, intervenendo durante lo Shangri-La Dialogue a Singapore, il 2 giugno scorso, ha sottolineato che l’attuale stabilità interna e lo sviluppo economico e sociale che ha interessato la Cina negli ultimi decenni è anche dovuto alla decisione del Governo di controllare e contenere la Protesta del 1989.

Risiede infatti nella quantomeno particolare dicotomia ‘regime autoritario-seconda potenza economica mondiale’ il cuore della ‘questione Tienanmen’. Tra l’imposizione della legge marziale del 19 maggio, fortemente voluta da Deng Xiaoping, e la sanguinosa repressione del 4 giugno, l’opinione pubblica internazionale si dichiarò scettica riguardo le possibilità di sopravvivenza della Cina comunista. L’allora presidente francese Mitterrand, ricorda France24, affermò che il paese non aveva “nessun futuro”, dopo aver sparato sui giovani disarmati. Ma le previsioni non potevano essere più sbagliate. Pechino ha resistito, e lo ha fatto senza mai mettere in dubbio l’autoritarismo del Partito, in nome del Contratto Sociale promosso e difeso ancora una volta da Deng. Egli, pur non ricoprendo alcuna carica politica all’epoca dei fatti di Tienanmen, continuava ad essere uno degli uomini più temuti e rispettati di tutta la Cina. Fu proprio la sua promessa di un futuro libero da povertà e disoccupazione a far sì che milioni e milioni di cinesi barattassero la propria libertà politica e di opinione in nome del Contratto: il prezzo fu salatissimo, ma, col passare del tempo, sembra aver dato i suoi frutti. Milioni di cinesi sono usciti dalla povertà, arricchendosi ed entrando a far parte di una classe sociale nuova, urbana, che sta alla base della forza del paese. Insieme a questo dato, il crescente nazionalismo e l’attenzione metodica posta alla promozione di un sentimento patriottico hanno permesso ai vertici del Partito di raccogliere consensi e di evitare ulteriori ‘incidenti’ come quello di Tienanmen.

Lo slancio economico

Per dirla con le parole di Xi, dalle manifestazioni del 1989, “la Cina ha varcato la soglia ed è entrata in una nuova era”. Già a partire dagli anni ‘80, furono mossi i primi passi di quel lungo processo di liberalizzazione del mercato cinese che portò a una serie di riforme strutturali del sistema economico, determinando un parziale dissolvimento dall’autoritarismo politico verso una ‘economia socialista di mercato’. Il termine, utilizzato per la prima volta nel 1992, definisce tuttora il modello economico della Cina moderna, caratterizzato da una singolare commistione tra pianificazione di stampo socialista ed economia di mercato. Sul piano dei mercati esteri, l’apertura internazionale avvenne soprattutto grazie alle esportazioni, nonché all’istituzione delle Zone Economiche Speciali: queste ultime, in particolare, avevano permesso al gigante asiatico di apprendere e ‘importare’ nuove strategie e nuovi modelli di gestione del capitalismo. Le esportazioni sono oggi diventate la colonna portante della crescita economica cinese e hanno permesso un rapido aumento della competitività nei settori ad alta intensità di lavoro e con elevata specializzazione, come nel caso dell’elettronica high-tech. Inoltre, se da un lato la graduale transizione da un’economia fortemente centralizzata a una più decentralizzata ha riportato al centro dell’attenzione l’iniziativa economica privata, dall’altro essa ha consentito agli esponenti politici locali delle principali città e delle province, agli operatori privati e a quelli esteri, di guadagnare un notevole spazio d’azione: tra le autorità amministrative locali e le imprese sono stabiliti i compiti, i profitti da realizzare e gli aiuti allo Stato.

Ma è il caso di soffermarsi sull’evoluzione commerciale più nel dettaglio. Nel corso degli anni, il cambiamento avvenuto sul piano politico e sociale ha avuto enormi ripercussioni sulla crescita economica del paese. La costruzione di una grande nazione socialista moderna e più aperta al mondo sembrerebbe essere stata mantenuta finora: quello che si è sempre presentato come un territorio regolato da un’economia pianificata e chiusa, ora sembrerebbe gradualmente aprirsi al commercio internazionale. Il delicato processo di transizione verso un’economia di mercato che punti alla capitalizzazione dei vantaggi comparativi della Cina, nonché a fornire maggiori incentivi allo sviluppo socioeconomico, non fu affatto facile da realizzare. Innanzitutto, si dovette provvedere a garantire l’esistenza, tramite riforme strutturali, delle giuste condizioni per agevolare l’incontro tra domanda e offerta di mercato. In breve tempo, il mondo ha potuto assistere all’ascesa del paese del dragone come potenza economica mondiale e attore primario nell’allocazione delle risorse.

Le ragioni storico-economiche del radicale cambiamento di rotta del paese risalgono al 1949, anno in cui, sotto la guida di Mao Zedong e con la nascita dell’attuale Repubblica Popolare Cinese, la Cina stava attraversato un periodo di terrore e di profonda limitazione delle libertà, che avrebbe condotto a un’involuzione economica causata dal totalitarismo di stampo Marxista-Leninista di Mao. Le politiche del ‘Grande Balzo in Avanti’ tra il 1958 e il 1962, infatti, favorirono il passaggio da un sistema economico rurale, basato principalmente sull’agricoltura, a uno più moderno, basato in parte sull’industria e in parte sulla collettivizzazione delle risorse. Tali misure, però, finirono per rivelarsi disastrose tanto sul piano economico quanto su quello sociale.

La trasformazione più profonda, tuttavia, ha come data d’inizio il 1978, con l’affermazione di Deng Xiaoping quale ‘leader supremo del Partito Comunista Cinese’. Dopo la sua visita a Singapore che, all’epoca, stava vivendo una fase di incredibile espansione e crescita grazie alle riforme politico-economiche attuate dalla famiglia Lee, il presidente cinese era rimasto così affascinato da rendere il modello della città-stato il principale riferimento per l’amministrazione cinese. Le politiche di Deng furono rivoluzionarie per la Cina comunista, segnando un cambiamento netto rispetto al pensiero Maoista: per la prima volta, venne introdotto il concetto di ‘politica delle porte aperte’. Inoltre, a partire dal 1979, fu concessa più libertà ai contadini nella gestione della terra e nella vendita dei prodotti agricoli sul mercato. Lo stesso avvenne nel settore industriale, all’interno del quale imprenditori pubblici e privati ricoprirono gradualmente un ruolo di maggior peso. Deng aveva creato le succitate quattro ‘Zone economiche speciali’ (1980), Shenzhen, Zhuhai, Shantou e Xiamen, al fine di facilitare l’apertura al commercio e alle imprese estere che avessero voluto stabilirsi in Cina.

Da lì in poi furono introdotte numerose riforme a livello strutturale, che avrebbero inciso sui settori di maggiore occupazione, quali quello manifatturiero e quello agricolo. Come ricorda Giovanni Caccavello su Il Sole 24 Ore, tra il ‘97 e il ‘98 iniziò un processo di privatizzazione su larga scala, contraddistinto dalla liquidazione o vendita di molte imprese statali. Tra il 2001, anno d’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), e il 2004, il numero delle imprese pubbliche era calato ancora del 48%. Contemporaneamente, i leader Jiang Zemin e Zhu Rongji avevano provveduto ad attuare la riduzione delle tariffe e l’eliminazione di alcune barriere commerciali, riformando anche il sistema bancario e smantellando parte del sistema di assistenza sociale di stampo maoista.

I rappresentanti politici odierni puntano chiaramente sulla stabilità del paese come obiettivo fondamentale da raggiungere, nonché a un approccio incrementale attuabile grazie a una commistione tra le precedenti riforme interventistiche e quelle recenti del mercato globale. Dal 1978 al 2018, la Cina è passata dall’essere una delle economie più povere ed isolate, con un PIL pro capite di circa $160, a una vera e propria potenza economica, in grado di competere con gli Stati Uniti, con un PIL pro capite di oltre $8.830.

Nonostante la prima fase di questa transizione non sia stata semplice per molte imprese statali ad alta intensità di capitale, le quali si sono trovate in difficoltà nel competere in un mercato più ampio, nel giro di pochi anni, hanno saputo rovesciare la situazione e realizzare consistenti profitti. Negli ultimi 30 anni circa, infatti, il PIL è cresciuto a un tasso del 9,6%. Tralasciando il rallentamento registrato nell’ultimo periodo, tutto lascia immaginare a una notevole capacità espansiva ancora disponibile per il paese, che potrebbe classificarsi come la più grande economia in termini nominali perfino prima del 2030.

La tranquilla marea rossa

Questa significativa espansione in termini di ricchezza e relazioni commerciali ha un corrispettivo nell’atteggiamento cinese verso la politica estera. Se, all’epoca dei trattati di Tientsin del 1860, che posero fine alla seconda guerra dell’oppio, fu inaugurato quello che la storiografia cinese ha rinominato “secolo della vergogna e delle umiliazioni”, nel 1949, con la presa del potere da parte di Mao Zedong, il governo del paese virò decisamente la propria traiettoria geopolitica, a partire da un piano culturale e ideologico. Mao, infatti, promise che avrebbe restituito dignità alla Cina umiliata, permettendo così al popolo cinese di camminare a testa alta. Questo spirito di revanche ha animato per decenni la società cinese. Oggi, anche al netto degli sviluppi più tragici, sembra che gli obiettivi sanciti da Mao siano stati, se non del tutto, quasi totalmente raggiunti. Questo è stato possibile anche grazie all’implementazione di un determinato tipo di politica estera.

In epoca post-Maoista, negli anni delle riforme portate avanti da Deng Xiaoping e degli eventi di piazza Tienanmen, la Cina ha perseguito una politica estera di stampo molto moderato. La parola d’ordine era: “basso profilo”. Niente avventurismo militare, nessuna velleità di leadership nella comunità internazionale. Bisognava “preservare un ambiente internazionale favorevole allo sviluppo economico del paese”, come nota Giovanni B. Adornino del Torino World Affairs Institute in un documento per l’Osservatorio di Politica Internazionale. La Cina, fino a pochi anni fa, ha accuratamente evitato “azioni ad alto tasso di visibilità”, preferendo acquisire maggior peso decisionale nelle organizzazioni internazionali e puntando sull’importanza delle relazioni commerciali e degli investimenti diretti all’estero.

La leadership di Xi Jinping potrebbe segnare una discontinuità con questo modello. L’obiettivo di Xi, continuando l’analisi di Adornino, sembra infatti quello di restituire alla Cina, entro il 2049, una “posizione centrale a livello globale”. La data non è casuale: nel 2049 ricorrerà il centenario dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Un orizzonte temporale simbolico. Gli esperti in materia tuttavia, ricorda l’autore, non concordano su un punto: alcuni ritengono che i tempi siano maturi affinché la Cina assuma maggiori responsabilità nella determinazione dell’agenda internazionale, altri, invece, sostengono che Pechino non sia ancora pronta a sostenere gli oneri economici e politici di un nuovo protagonismo.

Già nel 2014, l’ISPI, nella persona di Filippo Fasulo, evidenziava tre indizi che potevano significare un mutamento di passo in politica estera da parte della Cina: l’invio in Sud Sudan di un contingente di 100 uomini, nel contesto di una missione di peace-keeping dell’Organizzazione delle Nazioni Unite; un maggiore ruolo nel processo di pacificazione in Afghanistan, in particolare con l’organizzazione a Pechino di “un incontro dell’Istanbul Process, un meccanismo di cooperazione regionale formato da paesi mediorientali e centroasiatici”; infine, la discussione in atto nel 2014 presso l’Assemblea del Popolo di una bozza di legge contro il terrorismo, provvedimento che “conterrebbe la possibilità di autorizzare l’esercito e la polizia a effettuare operazioni di controterrorismo all’estero, dietro il consenso dei paesi interessati”.

La Nuova Via della Seta

Del resto, l’accrescimento dell’influenza internazionale della Cina è uno dei punti su cui si basa la retorica, proposta dai media, ma soprattutto dai politici cinesi, del ‘Sogno cinese’. In questo senso, una delle direttrici principali sia per giungere alla realizzazione del Sogno, sia all’aumento del peso internazionale della Cina è la Belt and Road Initiative. La BRI non è solo una policy: come la definisce Adornino, è una “narrazione-ombrello”, sotto la quale si possono raccogliere politiche eterogenee. I prodromi della BRI possono essere rintracciati in due strategie elaborate dal Governo cinese fra il 1999 e il 2001. La prima è denominata ‘Grande sviluppo dell’Ovest del Paese’, finalizzata ad arricchire le regioni più povere dello stato; la seconda è la ‘Going global strategy’. Quest’ultima, come suggerisce la denominazione, ha l’obiettivo di accrescere l’internazionalità delle imprese cinesi al fine di aumentarne la competitività.

Lanciata nel 2013, la BRI è una politica volta a collegare l’Estremo Oriente e l’Europa attraverso reti infrastrutturali fisiche (come quelle ferroviarie), finanziarie e digitali. Il giornalista Antonio Selvatici, in La Cina e la nuova via della seta (2018), afferma che la BRI sia uno strumento attraverso cui la Cina potrebbe conseguire alcuni obiettivi strategici. Tra questi, quello di controllare le rotte commerciali nel Mediterraneo (Via della Seta marittima) e quello di raggiungere l’Europa centro-orientale. Quest’ultima, in particolare, secondo le previsioni cinesi, afferma l’autore, “diventerà il nuovo cuore manifatturiero dell’Europa”. Con il benestare, tra l’altro, proprio dei paesi dell’area, che hanno formato un gruppo, “propenso ad accettare le buone offerte del Paese del Dragone”: si tratta del vertice degli stati dell’Europa Centrale e della Cina, meglio noto come 16+1. Kerry Brown, professore al King’s College, in L’amministratore del popolo. Xi Jinping e la nuova Cina (2018), evidenzia invece come la BRI possa consentire alla Cina di diversificare le vie di approvvigionamento delle risorse che le sono necessarie, bypassando lo Stretto di Malacca, facile da controllare per gli Stati Uniti.

Il libro di Selvatici prima citato reca un interessante sottotitolo: Progetto per un’invasione globale. Il giornalista sostiene infatti che la BRI possa essere un cavallo di Troia attraverso il quale la Cina realizzerà una “strisciante, condivisa e pacifica invasione”. Se, da un lato, può apparire forse esagerato sostenere che la Cina stia attuando un piano neocoloniale, dall’altro, è senz’altro lecito affermare che stia implementando una politica estera espansiva, tramite modalità pacifiche e condivise. Pacifiche poiché Pechino, al momento, non sembra voler sottrarre agli Stati Uniti il ruolo di watchdog del mondo. Condivise perché larga parte della politica estera cinese (anche nell’ambito della BRI) passa attraverso la sottoscrizione, con gli stati partner, di accordi bilaterali che garantiscono vantaggi ad entrambe le parti contraenti. Si tratta, cioè, di accordi cosiddetti ‘win-win’.

La Cina non cerca quasi mai intese con le grandi organizzazioni internazionali, come l’Unione Europea. Si rivolge direttamente ai paesi o ai gruppi con cui è interessata a contrattare, portando ai tavoli negoziali un peso economico senza dubbio maggiore rispetto a quello che avrebbe potuto far valere 20 o 30 anni fa. Questa strategia viene favorita, almeno nel Vecchio Continente, anche dall’ondata euroscettica che ha colpito l’Unione Europea da qualche anno a questa parte. In questo modo, sempre secondo Selvatici, la Cina si mostra maestra nell’applicazione del soft power. La politica estera condotta da Pechino condurrebbe le altre nazioni alla subalternità. Tuttavia, si tratterebbe di “una subalternità intelligente, che non soffoca lo stato oggetto d’attenzione”. La Cina è in grado di utilizzare il soft power per ottenere vantaggi politici su questioni che le stanno a cuore. L’essere il principale investitore a Panama ha portato ad esempio, nel 2017, il Governo panamense a interrompere le relazioni con Taiwan.

Una nuova superpotenza?

L’acume e il vigore di Pechino le hanno permesso di capitalizzare negli anni su ardite combinazioni di politiche autoritarie e non, fino a guadagnarsi, se non il titolo, almeno la fama di superpotenza.

Non per nulla, la Cina è impegnata nel confronto con il principe dell’egemonia tradizionale: le imprese americane considerano il mercato cinese, che contribuisce per oltre il 30% all’espansione annua del mercato globale, una fonte di guadagno irrinunciabile. La minaccia dell’espansione economica cinese e l’incremento della propria influenza, tuttavia, hanno portato gli USA a prendere provvedimenti protezionistici e a inserire altissimi dazi sui prodotti cinesi. La guerra commerciale intrapresa da Donald Trump non fa che peggiorare: come affermato nei suoi ultimi tweet, il presidente statunitense intende riscattare la federazione dal ruolo di salvadanaio che tutti vogliono razziare e sfruttare”.

L’Unione Europea, dal canto proprio, è alla ricerca un accordo con la Cina entro il 2020. Continuano le discussioni circa il 5G e la cybersicurezza, in vista di una maggiore coordinazione e del collegamento tra Via della Seta (BRI) e grandi rete di trasporto europee Ten-T. “L’UE e la Cina si impegnano a costruire la loro relazione economica sull’apertura, la non discriminazione e la concorrenza equa, assicurando un terreno di gioco paritario, trasparenza e basato su benefici reciproci”, come si legge nella bozza di dichiarazione congiunta UE-Cina che riprende le richiesta fatte da Bruxelles a Pechino a tutela dell’industria e delle imprese europee.

Nel frattanto, in Cina, aleggia ancora il ‘fantasma di Tienanmen’: il sacrificio di studenti, giovani lavoratori, uomini e donne, resta un ricordo proibito. Quelli che all’estero vengono chiamati i ‘Martiri di Tienanmen’, per quanto nascosti dal Governo agli occhi dei cittadini, restano una testimonianza del fatto che un’alternativa all’autoritarismo esisteva e non necessariamente nella forma di una svolta occidentale, simile a quella che, poco dopo i giorni del massacro, portò al disgregamento dell’Unione Sovietica. La paura dell’effetto Gorbačëv, in effetti, ha spinto il PCC, ogni anno per 30 anni, a inasprire la censura e la repressione quando il 4 giugno si avvicina.
Hong Kong, ex colonia britannica rientrata nella sfera di controllo cinese nel 1997, si trova oggi in quella fase di status autonomo della durata di 50 anni garantita ai tempi del riavvicinamento. In nome della formula ‘un sistema, due paesi’, la regione ha un proprio Parlamento e una propria opposizione politica, che non manca di far sentire la propria voce. In un momento in cui il Governo di Pechino stenta a rispettare il patto del ’97, con l’avvicinarsi dell’anniversario della Protesta di Tienanmen, centinaia di migliaia di persone si sono riversate per le strade chiedendo alla Cina di riconoscere le vittime del massacro. Attirando l’attenzione mediatica internazionale, Hong Kong ha fatto tremare i vertici del Partito, ancora una volta. È nello spirito di questi giovani che vive la speranza di quelli di Tienanmen, di tutti i giovani che si sono opposti ai mezzi blindati dell’autoritarismo con la loro perseveranza, i loro canti e la loro voglia di libertà.

Patti chiari, amicizia lunga tra Giappone e Unione Europea

Il 25 aprile scorso si è tenuto il vertice UE-Giappone, durante il quale sono state approfondite e discusse diverse questioni, quali il commercio, la cooperazione strategica e i preparativi in vista del G20, che si terrà a fine giugno a Osaka. Il Giappone è stato rappresentato dal primo ministro Shinzō Abe e l’Europa dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

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Istituzioni, società civile e il movimento contro il cambiamento climatico

Di Rebecca Carbone, Alessandro Fornaroli, Lara Kopp-Isaia, Simone Massarenti

Appena 50 anni fa l’uomo è atterrato sulla Luna e da allora la popolazione mondiale è più che raddoppiata. Nell’arco di una vita umana, il paradiso terracqueo è profondamente cambiato; le specie in natura sono diminuite di circa il 60% e per la prima volta nella storia dell’umanità, la stabilità della natura non è una cosa scontata” (Il Nostro Pianeta).

Qualche riflessione sull’Antropocene

È opinione condivisa tra la comunità scientifica che la biodiversità planetaria, che ci ha accompagnato durante il nostro percorso evolutivo, stia diminuendo a velocità esponenziale per ragioni antropogeniche. L’influenza dell’uomo sull’ambiente è stata riassunta dal premio Nobel Paul Crutzen in un termine particolare, che mira a indicare l’epoca geologica attuale, profondamente influenzata dalla presenza di CO2 (anidride carbonica) e CH4 (metano): Antropocene.

Il cambiamento climatico si manifesta, così, quale il problema principe della nostra epoca, poiché, con le parole degli scienziati politici Marcello Di Paola e Gianfranco Pellegrino, “l’intelaiatura ecologica del pianeta è in larga misura una funzione del suo clima”. Allo stesso tempo, come ha fatto notare la giovane Greta Thunberg, “La crisi climatica è sia la crisi più semplice, sia la più difficile che ci troviamo ad affrontare. La più semplice perché sappiamo che cosa dobbiamo fare, dobbiamo mettere fine all’emissione di gas serra. La più difficile perché la situazione economica attuale dipende ancora dall’utilizzo dei combustibili fossili, che danneggiano il nostro ecosistema”. Non manca, tuttavia, chi, come il fisico premio Nobel, Carlo Rubbia, o l’ex capo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, Scott Pruitt, ritiene che le variazioni climatiche che si presentano ciclicamente, siano scollegate da questo fenomeno e imputabili unicamente al mutare delle macchie solari.

L’essere umano, non essendo avulso e indipendente dalla biogeocenosi in cui vive, subirà gli effetti a cascata che deriveranno dal riscaldamento globale, i quali colpiranno in primo luogo le società meno attrezzate ad affrontarli. In altre parole, i paesi meno attrezzati e tecnologicamente avanzati saranno quelli che pagheranno il prezzo più alto. L’effetto ‘darwiniano’, per così dire, non regge allo scrutinio dell’etica se si considera la problematicità che si affronta nel risalire la scala eziologica, al fine di trovarne i responsabili. La partecipazione a questo fenomeno, infatti, è condivisa e trasversale sia nello spazio, tra individui, aziende o nazioni, sia nel tempo, a livello intergenerazionale. Il presente non è, in tal senso, che il risultato cumulativo delle sofferenze subite dal pianeta negli anni, andando a costituire “il più vasto problema di azione collettiva che l’umanità abbia mai dovuto affrontare” (Gnosis).

Marcello di Paola, insieme all’esperto di etica ambientale Dale Jamieson, ha proposto un’elaborata analisi del problema. In primo luogo, l’aumento della temperatura terrestre, si pone in maniera sempre più incalzante come forte limite per il liberalismo politico nei suoi due aspetti principali di responsabilità individuale e democrazia.

Quanto al profilo della responsabilità, l’interconnessione statuale e la dinamicità industriale, che caratterizzano una società sempre più globalizzata, rendono complicato attribuire obblighi. L’aporia è un riflesso della complessità dei meccanismi causali coinvolti: nessuno incide in maniera significativa sul cambiamento climatico, contribuendo soltanto in parte alla sua evoluzione. In questo modo, è facile finire per perdersi nell’illusione di un gioco a somma zero, in cui nessuno danneggia direttamente nessun altro.

Sul versante della democrazia, invece, i singoli attori si trovano nell’infelice posizione di dover scegliere tra il perseguire la dottrina utilitaristica fondata sulle conseguenze favorevoli a tutela della collettività, oppure se agire quel tanto che basta a non perdere il consenso del proprio elettorato.

Purtroppo, i due elementi sono inversamente proporzionali: all’aumentare del primo, diminuisce il secondo e viceversa. Quando lo stato si attiva per risolvere problemi che minacciano, anche se non direttamente, la sicurezza fisica e sociale dei cittadini, solitamente si registra un abbassamento del livello dei consensi.

Gli studiosi fanno notare che anche le manovre potenzialmente migliori, d’altro canto, possono richiedere sacrifici non sempre accettabili o in linea con le preferenze degli elettori. Nei periodi di transizione come questo, le manovre di conversione industriale, come fu per il Green New Deal americano, necessitano di un forte sussidio statale o comunitario per essere applicate. Senza un diritto premiale a favore delle imprese che incentivi l’aggiornamento ecosostenibile, tuttavia, il vincolo sull’iniziativa privata potrebbe essere recepito con avversione.

Un’ulteriore difficoltà discende dal fatto che il perseguimento di benefici ambientali dipende spesso da iniziative di lungo respiro, che potrebbero non essere apprezzate nell’immediato. Un esempio in tal senso potrebbe essere, in un’ottica di contenimento del particolato sospeso (le cosiddette “polveri sottili”),  la chiusura di un impianto a carbone: il licenziamento o la riqualificazione dei dipendenti potrebbe condurre a scioperi o proteste del personale.

Per risolvere l’impasse, secondo Di Paola e Jamieson, gli stati e gli enti sovranazionali dovrebbero attenersi a politiche comuni, di derivazione comunitaria o frutto di trattati internazionali. Solo attraverso una cooperazione in tal senso si potrà superare la concezione territoriale stato-centrica per operare in termini più ampi, producendo tutele dei diritti umani di tipo collettivo di terza generazione, ormai noti come ‘diritti di solidarietà’.

La sfida, dunque, in questo contesto di erosione democratica, consiste proprio nell’esercitare democraticamente un’azione in grado di realizzare interessi puntuali, attraverso politiche atte ad affrontare le complessità poste dall’Antropocene.

Le migrazioni climatiche non devono essere sottovalutate

Alcune delle declinazioni particolari di queste problematiche difficilmente inquadrabili negli schemi tradizionali vengono poi spesso sottovalutate, anche a dispetto della portata globale degli stessi. Tra questi, probabilmente uno dei più insidiosi riguarda le migrazioni climatico-ambientali: milioni di persone sono costrette a lasciare la propria terra a seguito di disastri ambientali, desertificazione e mancanza di risorse. Si tratta di un fenomeno destinato a crescere in maniera esponenziale, che condurrà a un cambiamento delle carte geografiche e alla necessità di nuovi strumenti giuridici, dal momento che i migranti climatici non rientrano automaticamente tra le categorie cui è riconosciuta protezione internazionale.

In quest’ottica, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ha tentato di offrire una definizione del termine ‘migrante ambientale’, intendendo “coloro che, a causa di improvvisi o graduali cambiamenti nell’ambiente che influenzano negativamente le loro condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le proprie case temporaneamente o permanentemente”. La speranza è che questo possa essere un primo passo per l’estensione della formula nella Convenzione di Ginevra del 1951 e, quindi, per l’ampliamento delle condizioni fondanti lo status di rifugiato. Uno sviluppo che, tuttavia, potrebbe tardare ad arrivare.

Abbiamo già menzionato come la quantità di anidride carbonica e di gas serra emessi dalle attività umane nell’ultimo secolo stia causando un aumento delle temperature e creando gravi effetti collaterali: i disastri climatici sono più frequenti e intensi, la superficie colpita dalla desertificazione diventa sempre più ampia, le ondate di calore, siccità e le piogge si sono moltiplicate. Questo scenario si traduce nella diminuzione di terre fertili e nell’accesso sempre più difficile all’acqua potabile. Così il clima spinge verso la migrazione.

Sono le aree dell’emisfero Nord del mondo (Europa, Stati Uniti, Cina) a emettere la maggior quantità di anidride carbonica e di gas serra, ma sono quelle dell’emisfero Sud (Africa, America Latina, Oceania) a pagarne più pesantemente le conseguenze. Citando le parole di Kofi Annan, ex Segretario Generale ONU, “i paesi più vulnerabili hanno meno capacità di proteggersi. Sono quelli che meno contribuiscono alle emissioni globali di gas serra. In assenza di provvedimenti, saranno loro a pagare un alto prezzo per le azioni altrui”.

Il New York Times ha individuato diverse zone in cui i cambiamenti climatici hanno messo in moto fenomeni migratori di massa. La guerra civile siriana, scoppiata nel 2011, ha generato oltre 12 milioni di profughi. Tra le molteplici cause scatenanti il conflitto, figurano anche quelle di tipo climatico-ambientale: per quattro anni consecutivi la Siria ha assistito alla peggiore siccità mai registrata. Inoltre, il crollo dell’economia, a fine 2012, ha indotto 1,5 milioni di persone a spostarsi dalle zone rurali sunnite, verso la costa, dominata dalla minoranza alawita, sostenitrice di Assad, generando ulteriori tensioni.

Allo stesso modo, quasi il 50% del continente africano è soggetto a desertificazione causata dall’intervento umano. Una delle aree più colpite è quella del Lago Ciad: questo, dagli anni Sessanta, si è ridotto di oltre il 90% della superficie originaria, obbligando 3,5 milioni di persone a migrare.

Ancora, in Somalia oltre un milione di persone è in fuga dalla siccità; secondo il report dell’ONU si tratterebbe della più grave crisi umanitaria dalla Seconda Guerra Mondiale.

Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti ai rischi climatici: ogni anno oltre 500.000 persone si spostano a causa dei frequenti uragani. Le Isole Carteret, parte dell’arcipelago della Papua Nuova Guinea, sono state inghiottite dall’innalzamento del livello del mare: si tratta del primo sito al mondo in cui tutti gli abitanti hanno dovuto migrare altrove a causa del cambiamento climatico.

Nel 2016, si sono registrati 24,2 milioni di migranti climatici e questo numero è destinato ad aumentare. Sempre stando all’IOM, entro il 2050, i migranti climatici supereranno i 200 milioni. Inoltre, secondo quanto è emerso dalla prima conferenza internazionale sul fenomeno delle migrazioni causate dai cambiamenti climatici, il fenomeno dei profughi climatico-ambientali è d’intensità superiore a quello dei profughi di guerra.

Contrastare il riscaldamento globale diviene quindi una questione fondamentale, non solo per la conservazione degli ecosistemi, ma anche per la tutela dei diritti umani. Amnesty International ha denunciato alcune misure intraprese per alleggerire gli impatti delle emissioni, che avrebbero però condotto a violazioni di diritti umani: in Kenya, il popolo dei Sengwer è stato privato della propria terra a causa di un progetto governativo per la riduzione della deforestazione di Embobut. Secondo l’organizzazione, “questi progetti dovrebbero essere sottoposti a una valutazione dell’impatto sui diritti umani prima di essere messi in atto”.

Ci troviamo dinanzi a un cambiamento storico, sia sul piano sociale-antropologico, sia su quello geopolitico. Secondo l’Università delle Nazioni Unite, è necessario approcciarsi alle migrazioni climatiche non come singole crisi, bensì come un fenomeno globale da governare con impegno concreto e congiunto. Se le temperature medie si alzeranno di ’soli’ 2°C, infatti, allo stesso modo aumenteranno persone esposte ai summenzionati pericoli, le quali potrebbero raggiungere la soglia di 10 milioni di individui.

La voce di Greta Thunberg

In seno alla società civile è nato un altro appello contro il cambiamento climatico, del quale si è fatta portatrice una sedicenne studentessa di Stoccolma: Greta Thunberg. Con un semplice cartellone su cui campeggia la scritta “Skolstrejk för klimatet” (“Sciopero scolastico per il clima”), la ragazza svedese si è guadagnata un posto al centro del mondo dell’attivismo climatico. Ha incontrato figure istituzionali di spicco, tra cui il Papa, e ha trasmesso il suo messaggio a una varietà di platee differenti: dalla TEDx di Stoccolma, alla COP24 di Katowice, al World Economic Forum di Davos.

Il movimento Fridays for future, che Thunberg porta avanti ogni venerdì da ormai un anno, ha guadagnato sempre più seguaci. Il 15 marzo scorso, infatti, il suo esempio è stato d’ispirazione per i milioni di studenti riunitisi nelle piazze di tutto il mondo per protestare contro lo sfruttamento senza freni delle risorse del pianeta.

L’enfant terrible di Stoccolma continua a pronunciare il suo monito con fermezza. Durante la COP24, ha condannato l’inerzia delle istituzioni, sottolineando come la politica sia più preoccupata della propria popolarità che del futuro del pianeta e della civiltà, promettendo una “eterna crescita economica verde” per nascondere la realtà e permettere a pochi di vivere nel lusso.

Greta Thunberg, in altre parole, obietta fortemente all’operato dei membri del G8, che, a partire dalla deludente esperienza della Conferenza di Parigi del 2015, non sono ancora riusciti a dimostrare un’effettiva capacità di fare fronte comune contro la minaccia di uno stravolgimento ecologico. In quell’occasione, per esempio, è emerso che la Svezia, terra d’origine della giovane attivista, rientrava tra i paesi fortemente in ritardo nel raggiungimento dei Sustainable Development Goals, perno della politica delle Nazioni Unite per la lotta al cambiamento climatico.

La narrazione di Greta mette a confronto due grandi blocchi ideologici: da un lato, i sostenitori del pianeta, composti in primis dagli studenti scesi in piazza e dalle 155 rappresentanze locali di Fridays for future; dall’altro, i fermi promotori dell’economia industriale light, basata su modelli di sviluppo ecosostenibile. Questa ‘battaglia ideologica’ percorre in lungo e in largo la superficie terrestre, causando un muro contro muro che non giova al prosieguo delle trattative ancora ad oggi in fase di definizione.

La guerra ‘dal’ cambiamento climatico

I problemi relativi al surriscaldamento globale, allo scioglimento dei ghiacciai, alla desertificazione, alle alluvioni e a tutti i fenomeni ambientali già presenti per natura, aumentati in frequenza e intensità a causa dell’agire dell’uomo, non riguardano solo la vivibilità circoscritta al microsistema in cui viviamo. Per microsistema si intende l’ambiente a noi direttamente circostante e funzionale, nel quale interagiamo nella vita di tutti i giorni; in questo senso, all’interno degli stessi microsistemi, i fattori che incrementano il rischio di conflitti vengono rinforzati dal cambiamento climatico.

Nonostante un collegamento diretto tra lo scoppio dei conflitti tra i microsistemi e le disfunzioni del clima non possa essere rilevato, è indubbio che le lotte intestine attorno alle risorse naturali siano esacerbate – e talvolta addirittura scaturite – dagli effetti del cambiamento climatico, in particolare nelle regioni più dipendenti dal settore primario, come la fascia subsahariana dell’Africa o il Sud-Est asiatico.

Esempi che rendono possibile osservare con limpidezza la relazione subordinata tra il sovraffaticamento della biodiversità primaria e la capacità di uno stato di governarsi riguardano proprio i conflitti nell’Africa dell’Est e, in particolar modo, in Sudan. La terra è la più importante fonte di potere e ricchezza in tali regioni, dal momento che chi la possiede controlla la produzione agricola, l’allevamento e l’estrazione di risorse sotterranee quali petrolio o acqua. L’instabilità causata dai ciclici periodi di siccità, dallo spostamento delle isoiete sempre più a sud e dal problema cronico della desertificazione, ha generato un meccanismo di autodifesa a livello sociale: scatenare conflitti è l’unica soluzione per far fronte all’inefficienza governativa nel gestire le situazioni di emergenza climatica. Non solo la risorsa naturale è oggetto di contesa delle tribù pastorali guerrigliere o dei villaggi agglomerati in paesi quali la Somalia o il Sudan, ma diviene anche lo strumento intermedio di lotta, tale per cui, ad esempio, per ottenere un qualsiasi diritto alienato si ricorre alla presa in ostaggio delle sorgenti d’acqua, distribuendo mine terrestri per rendere inaccessibile l’area.

Secondo un’analisi condotta dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), sono cinque le spiegazioni di come i cambiamenti relativi al clima possano condurre a conflitti armati: deterioramento del sostentamento, incremento delle migrazioni, modifica dei percorsi di mobilità dei pastori, induzione all’utilizzo di considerazioni tattiche nei gruppi organizzati e strumentalizzazione da parte dell’élite delle rivendicazioni delle comunità locali. Negli ultimi due casi, un epicentro già entropico viene sfruttato nella sua fragilità da due gruppi che, coattivamente o economicamente, detengono un potere tale da poter sfruttare i bisogni di popolazioni, per esempio del Sudan o del Sud Sudan, come pedine per nascondere i propri interessi, mobilitando le etnie una contro l’altra.

Nel gennaio del 2018, lo stesso presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Kairat Umarov, ha riconosciuto gli effetti del cambiamento climatico ed ecologico tra i fattori di instabilità dell’Africa dell’Est e della regione del Sahel. D’altro canto, però, molti studi, tra cui quello dell’University College di Londra, screditano l’idea per cui i cambiamenti climatici siano un fattore concreto di causa dei conflitti, ritenendo maggiormente rilevanti i fattori sociopolitici. La tesi più accreditata è quella intermedia espressa dal capo della Sezione Pace e Sicurezza dell’Istituto Universitario della Sostenibilità e della Pace delle Nazioni Unite, Vesselin Popovski. Egli ha sostenuto che: “Non c’è dubbio che l’impoverimento e l’insicurezza umanitaria possa originarsi come risultato del cambiamento climatico, se misure preventive non vengono prese. Comunque, manca l’evidenza che il riscaldamento globale direttamente incrementi i conflitti.”

A prescindere dall’entità con cui il cambiamento climatico agisce sulla nascita dei conflitti, tutti gli studi summenzionati concordano sul fatto che il collegamento, anche se indiretto, esista. Per questo motivo, si rendono necessarie misure cautelari in quelle regioni che, come il Sud-Est asiatico, sono già fragilmente esposte agli effetti inevitabili della ribellione naturale. Nella maggior parte dei casi, si tratta delle stesse aree fortemente dipendenti dall’agricoltura e dalla pesca.

Tra le varie soluzioni riscontrate, quelle di efficacia maggiore sembrerebbero consistere, da un lato, nell’assistenza allo sviluppo di risorse di sussistenza ulteriori e di diversa matrice e, dall’altro, nell’incremento delle capacità di reazione delle comunità alle perdite temporanee di introiti, attraverso la previsione di assicurazioni a beneficio del reddito annuo, una riforma dei diritti della terra, programmi specializzati in caso di siccità e assistenza agricola.

Un maggiore rispetto per la Terra ed un diffuso impegno cognitivo e pedagogico per affrontare tematiche legate al territorio, quindi, non ripristineranno solo un sistema ambientale sano e stabile, ma potrebbero addirittura condurre a un mondo più pacifico.

Una risposta adeguata a un problema complesso

Come il titolo di questo articolo suggerisce, tanto le istituzioni quanto la società civile in tutte le sue forme, sono chiamate ad affrontare le difficoltà generate dal cambiamento climatico. Congiuntamente e separatamente, con l’azione e con il pensiero, sono già state molte le reazioni tese a contrastarne gli effetti, ma solo la punta dell’iceberg è stata scalfita. Resta da vedere se la somma delle forze esercitate dal genere umano sul pianeta condurrà lo stesso verso un futuro più sostenibile, consumando la parte sommersa dei lasciti di decadi di sfruttamento.

In conflitto dal settant’anni Dal 1945 Russia e Giappone si contendono le Isole Curili

Il 20 gennaio scorso, oltre 500 manifestanti sono scesi in piazza Suvorovskaya, a Mosca, per chiedere al governo di non cedere alle richieste giapponesi riguardo la contesa delle Isole Curili. Le proteste si sono tenute due giorni prima dell’incontro a Mosca tra il presidente russo Vladimir Putin e il primo Ministro giapponese Shinzo Abe per affrontare la questione della sovranità sulle isole.

Le isole Curili sono un arcipelago di più di 50 isole che si trova tra l’isola giapponese Hokkaidō e l’arcipelago russo della Kamčatka. L’arcipelago si trova nel punto in cui il fondale dell’Oceano Pacifico sprofonda sotto la Placca Asiatica: ciò provoca frequenti terremoti e tsunami, i quali rendono la maggior parte delle isole disabitata.

La questione della sovranità sulle isole Curili risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale, motivo per cui Russia e Giappone non hanno mai firmato gli accordi di pace. L’8 agosto 1945, Stalin dichiarò guerra al Giappone con cui, per tutta la durata delle guerra, era rimasto in pace. In pochissimo tempo, l’Unione Sovietica occupò i territori del continente asiatico conquistati dai giapponesi, tra cui le isole Curili.

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Battaglia ambientale per la salvaguardia ambientale dei fiumi Bloccata la costruzione di mini-centrali idroelettriche in Serbia

A inizio mese, la Suprema Corte di Cassazione serba ha bloccato la costruzione di una mini-centrale elettrica (SHPP) a Paklestica, sulle sponde del fiume Visovika. La decisione di bloccare il progetto era stata presa dal Ministero della Protezione ambientale, che aveva rilevato enormi differenze tra lo studio d’impatto ambientale degli investitori e la situazione reale del terreno emersa da un’analisi dell’Istituto per la conservazione della Natura.

Le mini-centrali non possono produrre più di 10MW e per il loro funzionamento non necessitano di dighe o di laghi artificiali. Tuttavia, la loro costruzione comporta, tra le altre cose, anche la canalizzazione e la diversione delle acque. La conseguenza inevitabile è una notevole riduzione della portata dei fiumi con il rischio di un completo prosciugamento nei mesi più caldi, mettendo in pericolo la sopravvivenza della flora e della fauna autoctona.

Il primo catasto ufficiale che definisce il piano di sviluppo risale al 1987. Il progetto iniziale prevedeva la costruzione di 857 SHPP, ma ne sono state realizzate solamente 60. A seguito di una ricerca svolta dalla compagnia elettrica Srbijavode, è emerso che almeno un quinto dei 600 posti in cui sarebbero sorte le centrali è all’asciutto. Inoltre, solamente 60 di questi sarebbero adatti alla costruzione di dighe, mentre i restanti si troverebbero all’interno di parchi nazionali o di proprietà private.

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Russia e Balcani: 7 giorni in 300 parole

GEORGIA

2 dicembre. Si è tenuta una manifestazione, nella città di Tbilisi, per contestare il risultato delle ultime elezioni presidenziali. Durante il loro svolgimento, Zurabishvili, prima donna presidente del Paese, ha ottenuto la vittoria con il 59,52% di voti. Durante le proteste, Vashadze, candidato dell’opposizione ha dichiarato di voler che “il cosiddetto governo ascolti la voce del popolo, perché tutti sanno che le elezioni sono state manipolate”. Continua a leggere

Si riaccende la tensione tra Russia e Ucraina Navi ucraine attaccate e sequestrate nel mare di Azov

Nella mattina del 25 novembre scorso, si è riaccesa la tensione tra Russia e Ucraina: la Guardia costiera russa ha speronato un rimorchiatore ucraino che accompagnava due navi militari dirette a Mariupol, uno dei principali porti ucraini che affaccia sul mare di Azov. Le imbarcazioni ucraine stavano per attraversare lo stretto di Kerch quando sono state intercettate dalla Marina russa, che ha aperto fuoco contro di loro.

Dopo lo scontro, le navi sono state sequestrate e scortate fino al porto di Kerch. Continua a leggere

La fuga dell’ex Primo Ministro macedone Nikola Gruevski ha chiesto asilo politico in Ungheria

Il 9 novembre alla prigione di Shuto Orizari era atteso l’ex primo ministro della Macedonia Nikola Gruevski, il quale avrebbe dovuto iniziare a scontare una pena di 2 anni di carcere. Gruevski non si è presentato, facendo perdere le sue tracce.

Gruevski è stato Primo Ministro macedone dal 2006 al 2016 e capo del Partito Democratico per l’unità nazionale (Vmro-Dpmne), il più importante partito di centrodestra del Paese. Nel 2016 ha dovuto dare le dimissioni a causa di una crisi politica che ha visto come protagonisti lui e il suo partito. A maggio è giunta la condanna per aver convinto, nel 2012, il ministro dell’Interno, Jankulovska, ad acquistare per suo uso personale un’auto con 600.000€ di fondi statali. Il 9 novembre, Gruevski ha perso in appello. Continua a leggere

Un esercito contestato A dieci anni dall'indipendenza nasce l'esercito kosovaro

Il 19 ottobre il Parlamento kosovaro ha approvato diversi disegni di legge che prevedono la creazione di un esercito regolare, a sostituzione della Kosovo Force Security (KFS), forza speciale che dovrebbe intervenire solamente in caso di disastri. Dalla fine della guerra del Kosovo, sono state le forze internazionali della NATO (KFOR) a garantire stabilità e sicurezza alla regione.

Le disposizioni presentate in Parlamento non richiedono modifiche della Costituzione. Secondo la Costituzione, la formazione di esercito nazionale richiederebbe in Parlamento una maggioranza di due terzi e ciò permetterebbe a gruppi parlamentari minori di bloccare il progetto.


 

Il disegno di legge è stato approvato da quasi la totalità dei gruppi parlamentari, ad eccezione dei rappresentanti della minoranza serba. Quest’ultimi, al momento della votazione, hanno abbandonato l’aula in segno di protesta. Per i deputati serbi, la formazione di un esercito è in contraddizione con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevede che nessuna forza militare possa stazionare in Kosovo ad eccezionedella KFOR.

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