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La Nuova Zelanda e la questione delle armi

Di Natalie Sclippa

“[…] Non siamo immuni ai virus dell’odio, della paura, dell’altro. Non lo siamo mai stati. Ma possiamo essere la nazione che scopre la cura”. Con queste parole, Jacinda Ardern, primo ministro della Nuova Zelanda, a seguito degli attacchi del 15 marzo 2019 alle moschee di Al Noor e Lindwood, ha annunciato la messa al bando con effetto immediato della vendita di armi d’assalto nel paese, invitando anche altri stati a seguirne l’esempio.

Il massacro di Christchurch ha scosso la popolazione neozelandese, riaccendendo i riflettori su una questione delicata: il possesso di armi e il loro potenziamento illegale. Acquistare pistole e fucili in rivendite autorizzate e poi aumentarne la capacità con caricatori comprati online sono pratiche ormai diffuse in tutto il mondo, che però mettono in serio pericolo la sicurezza collettiva. L’autore delle stragi nei due luoghi di culto, un suprematista bianco di 28 anni, Brenton Tarrant, deteneva un’arma regolarmente registrata, che poi avrebbe usato per aprire il fuoco sui fedeli musulmani, riuniti per la preghiera del venerdì, uccidendo 50 persone.

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La Malaysia torna sulla via della seta Mahathir conferma la partecipazione malesiana al 2° BRI Summit

Di Daniele Carli

Il 15 febbraio 2019 il presidente malaysiano Mahathir bin Mohamad ha sottoscritto la partecipazione al 2° vertice della Belt and Road Initiative (BRI) che si terrà ad aprile. Il progetto, promosso dalla Cina di Xi Jinping fin dal 2013, mira a migliorare l’interconnessione e la cooperazione tra i Paesi eurasiatici, prevedendo nello specifico il coinvolgimento della ‘Zona economica della Via della Seta’ e della ‘Via della Seta marittima del XXI secolo’.

La conferma rappresenta una svolta del governo di Kuala Lumpur rispetto al piano di investimenti e progetti stabilito da Pechino. Di fatto, durante la campagna per le elezioni politiche del 2018, Mahathir si era dimostrato critico nei confronti dell’adesione dell’ex primo ministro Najib Razak a una serie di onerose iniziative che, riteneva, avrebbero svenduto” il Paese all’egemone cinese. Per tal motivo, lo scorso gennaio il gabinetto malaysiano aveva deciso di annullare il progetto ferroviario della East Coast Rail Link (ECRL), la linea che avrebbe dovuto collegare la costa est e quella ovest del Paese.

Ciononostante, le ultime dichiarazioni del Presidente sono entrate in contraddizione con la linea precedentemente adottata e hanno invece posto l’enfasi sulla  consapevolezza del ruolo di principale partner commerciale ricoperto dalla Cina, garantendo una linea politica volta al rafforzamento dei rapporti tra i due Paesi. A tal proposito, Mahathir ha sottolineato che il veto posto su alcuni dei progetti proposti nell’ambito della BRI è stato dettato dalla necessità del Paese di ridurre il debito accumulato dal governo Najib con smodato trasporto. In particolare, oltre al sopracitato progetto ECRL, il governo ha annullato la costruzione di due gasdotti del valore di circa $2 miliardi, giudicata poco vantaggiosa per il Paese in termini di remunerazione degli investimenti. Continua a leggere

Il nuovo sistema dell’e-commerce indiano Entrano in vigore le nuove disposizioni in materia di commercio digitale

Di Rebecca Carbone

I foreign direct investments (FDIs) sono la base dello sviluppo economico indiano, in particolar modo nel fiorente settore del commercio digitale. Per questo motivo, restrizioni annunciate il 26 dicembre scorso ed entrate in vigore il 1º febbraio sono state causa di complicazioni per le piattaforme online e per i loro corrispondenti investitori stranieri, soprattutto dato l’esiguo periodo di adattamento concesso dal legislatore.

Sono due i modelli base dell’e-commerce indiano: il marketplace based model, che utilizza quale facilitatore tra il compratore e il venditore una piattaforma digitale d’informazione, cioè un sito terzo intermediario dove si realizza la compravendita, e l’inventory based model, che mette in contatto direttamente l’entità commerciale online e il consumatore. Continua a leggere

L’Argentina in crisi: un punto della situazione Debito pubblico e food emergency sono i principali problemi da fronteggiare per il Paese

Di Sabrina Certomà

L’Argentina è, attualmente, il Paese più indebitato della regione secondo la Commissione economica per America Latina e Caraibi (CEPAL). La proporzione tra debito pubblico e PIL è al 77,4%, in netto aumento considerando che nel 2015 – quando Macri divenne Presidente – si attestava al 53,3%. Per di più, a questa cifra si arriva conteggiando solo la prima quota di prestito del Fondo Monetario Internazionale – 15 miliardi di dollari nel luglio 2018. Prendendo in considerazione anche i 13,4 miliardi di ottobre, inviati alle casse di Buenos Aires, il rapporto sale oltre l’80% del PIL.

Anche se il rischio di default è escluso dalla quasi totalità degli analisti, è evidente che il Paese dovrà procedere a una decisa ristrutturazione del debito e del sistema economico. Caratteristica del debito argentino è, inoltre, la durata inferiore ai 10 anni. Ciò comporta che se ne dimostri continuamente la solvibilità. Continua a leggere

Continuano le proteste contro il presidente Vucic Le opposizioni e i manifestanti accusano il governo di "deriva autoritaria"

Di Mario Rafaniello

Da quasi tre mesi, decine di migliaia di persone si riversano nelle strade delle principali città serbe per contestare il presidente Aleksandar Vucic, accusato di mettere a rischio la democrazia attraverso il controllo dell’informazione. Le proteste sono iniziate lo scorso novembre, in seguito ad una violenta aggressione subita dall’esponente dell’opposizione Borko Stefanovic, che accusò Vucic di essere il mandante del pestaggio per via del clima di tensione alimentato dalla sua retorica. In seguito, le opposizioni hanno cominciato a scendere in piazza per chiedere le dimissioni del Presidente. Sulla falsariga di una risposta di Vucic alle richieste dei manifestanti – “non li ascolterei nemmeno se fossero in 5 milioni” -, le opposizioni hanno battezzato la protesta col nome ‘1 di 5 milioni’.

Il 16 gennaio, in migliaia hanno reso omaggio in una manifestazione silenziosa alla memoria di Oliver Ivanovic, uno dei principali leader politici serbo-kosovari e oppositore di Vucic, ucciso un anno fa. Il corteo commemorativo ha marciato mostrando uno striscione con il motto della vittima: “Noi siamo comunque di più”. L’indomani, una folla entusiasta di sostenitori di Vucic ha accolto il presidente russo Vladimir Putin, in visita a Belgrado per discutere alcuni accordi e ribadire il sostegno alla politica estera serba nella questione del Kosovo. Oltre 1.000 gli autobus organizzati dal partito del Presidente serbo per far accorrere i propri sostenitori all’evento.

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Ciò che è rimasto di Daesh La fine di un lungo e sanguinoso conflitto: la situazione in Siria e la questione dei foreign fighters

Di Anna Nesladek

A Shamima Begum, ragazza britannica partita per il Medio Oriente nel 2015 che aveva recentemente espresso la volontà di tornare nel suo Paese, è stata infine revocata la cittadinanza.

La decisione ha scatenato un’ondata di polemiche, e senza dubbio si sentirà ancora parlare di casi simili, dato che le persone partite per i territori sotto il controllo diDaesh sono molte: i foreign fighters rappresentano uno dei problemi che l’Occidente si trova a dover affrontare in questo stadio del conflitto.

Trump ha recentemente dichiarato che, se l’Europa non si riprenderà i circa 800 foreign fighters ora prigionieri dei curdi nella Siria orientale, darà ordine che vengano rilasciati. I combattenti europei ora nelle mani dei curdi si trovano in un vero e proprio limbo, poiché né i loro Paesi hanno per il momento intenzione di farli rientrare, né saranno le forze curde a farsi carico dei processi. Il rischio concreto è che Daesh sferri un attacco per liberarli, approfittando del graduale ritiro delle truppe statunitensi.

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La Sea Watch 3 sbarca a Catania “Siamo contenti, è finito il calvario”, esulta con un tweet l’ONG

Di Diletta Sveva Tamagnone

Si è concluso, tra abbracci e strette di mano, lo sbarco nel porto di Catania dei 47 migranti soccorsi nel Mar Mediterraneo dalla Sea Watch 3 dopo che la nave era rimasta bloccata per dodici giorni alla fonda di Siracusa. Tra i passeggeri sono presenti 15 minorenni non accompagnati che verranno condotti in un’unica struttura a Catania che aderisce al Fondo Asilo migrazione e integrazione (Fami) del Ministero dell’Interno, e saranno dotati ciascuno di un tutore legale. La Corte europea dei diritti dell’uomo, infatti, ha riconosciuto la centralità della figura del tutore per i minori stranieri non accompagnati presenti sulla nave. “È attraverso il tutore – afferma l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano – che possono essere esercitati tutti i diritti dei ragazzi arrivati soli nel nostro Paese. Continua a leggere

Gli Stati Uniti hanno dimenticato i curdi? L’annuncio del ritiro delle truppe americane dalla Siria apre scenari inaspettati nel Paese

Di Fiorella Spizzuoco

Le prime pagine del 2019 sono state dominate, ancora più del solito, dalle notizie provenienti dagli Stati Uniti di Trump. Mentre le news sullo shutdown provenienti da Washington preoccupano i mercati e i lavoratori americani, quelle che giungono dalla Siria accrescono l’apprensione del Pentagono e degli osservatori internazionali.

Durante le ultime settimane di dicembre, alcuni portavoce del Dipartimento della Difesa statunitense  hanno annunciato il possibile inizio delle operazioni di ritiro delle truppe impegnate nella lotta al Califfato, il sedicente Stato Islamico, in Siria. Questa voce si era già diffusa spesso nel corso degli anni, ma era sempre stata smentita dai vertici del Pentagono che insistevano sulla necessità di mantenere le truppe sul suolo siriano, per continuare a combattere le ultime sacche di resistenza di Daesh che, seppur indebolito, non è stato del tutto sconfitto.

Non è della stessa opinione però, a quanto pare, il presidente Trump.

Nonostante la reticenza dei suoi più vicini collaboratori nel Dipartimento della Difesa, primo fra tutti l’ex Segretario della Difesa, Jim Mattis, il Presidente più discusso nella storia degli Stati Uniti ha dato il via al ritiro delle truppe. Immediata la reazione di Mattis, il quale ha presentato le dimissioni dichiarando che Trump “merita un Segretario della Difesa con idee allineate alle sue”. Continua a leggere

Iran e Israele: un odio che aumenta Israele conferma di aver bombardato obiettivi sensibili iraniani in Siria

Di Andrea Daidone 

Giunge inusuale la conferma da parte delle autorità israeliane di un’azione militare offensiva ai danni di alcuni obiettivi iraniani nel territorio siriano. La notte del 20 gennaio scorso, infatti, secondo fonti governative siriane e russe, il sistema di difesa aerea siriano ha intercettato e distrutto più di 30 missili e bombe teleguidati che Israele aveva lanciato con l’intento di distruggere obiettivi sensibili iraniani sul territorio siriano, e che Tel Aviv ritiene essere ostili. Un solo attacco ha centrato l’obiettivo, un aeroporto militare a sudest di Damasco, uccidendo 4 soldati e ferendone 6.

Il presidente dello Stato d’Israele, Reuven Rivlin, impegnato a Gerusalemme in colloqui di Stato con il presidente ucraino Petro Poroshenko, ha tenuto un breve discorso in cui ha precisato che l’attacco sferrato nottetempo era una risposta al lancio di due missili terra-terra, da parte dell’Iran ai danni di Israele avvenuto nella giornata di domenica. Il Presidente ha poi proseguito affermando come l’attacco agli obiettivi siriani non fosse che “una risposta diretta ad un missile inaccettabile lanciato su di noi” e che “la comunità internazionale deve capire che la concentrazione di forze iraniane in Medio Oriente potrebbe portare la regione all’escalation”. Continua a leggere

“La Repubblica di Macedonia del Nord”: la fine di una lunga controversia Il voto dell’11 gennaio accende le speranze per un accordo definitivo tra Grecia e Macedonia

Di Lucrezia Petricca

L’11 gennaio il Parlamento macedone ha approvato i 4 emendamenti che aprono le porte alla risoluzione della controversia tra Grecia e Macedonia, durata più di 25 anni. Si è infatti riusciti a raggiungere la maggioranza dei 2/3 necessaria per attuare delle modifiche al testo costituzionale: esse riguardano il nome dello Stato balcanico, il rispetto della sovranità, il principio dell’integrità territoriale e il principio della non ingerenza negli affari di Paesilimitrofi.

L’intera fase di votazione si è contraddistinta per le lunghe trattative politiche. Per ottenere gli otto voti utili per la maggioranza, il primo ministro Zaev è dovuto scendere a compromessi con alcuni parlamentari del partito d’opposizione VMRO-DPMNE. Secondo alcuni osservatori, ci sarebbe dietro l’ombra dell’amnistia per i fatti legati all’assalto all’Assemblea del 2017.

La disputa tra i due paesi è iniziata nel 1991, anno dell’indipendenza della Macedonia. Per questioni culturali, storiche e nazionali, la penisola ellenica non ha mai apertamente riconosciuto la sovranità macedone, contestando, in particolare, l’utilizzo del nome costituzionale “Repubblica di Macedonia”.Di fronte a questo impasse, l’ONU ha tentato di dirimerela controversia, riconoscendo la Macedonia membro delle Nazioni Unite con il nome FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia). Continua a leggere