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Più libertà di stampa in Africa

Anche quest’anno l’organizzazione Reporters Senza Frontiere ha pubblicato il rapporto annuale sulla situazione mondiale della libertà di stampa, che prende in considerazione per ogni singolo Paese il grado di libertà di stampa e di indipendenza dei media. In particolare, il rapporto si basa su un questionario inviato alle organizzazioni partner di RSF (18 gruppi di libertà di espressione nei cinque continenti) e ai suoi 150 corrispondenti in tutto il mondo, nonché a giornalisti, ricercatori, giuristi e attivisti per i diritti umani. Il sondaggio pone domande sugli attacchi diretti ricevuti dai giornalisti e dai media, così come ad altre fonti indirette di pressione contro la stampa libera. Se il primo posto della classifica continua ad essere occupato dalla Norvegia, dove la libertà di stampa è garantita e promossa dal Governo, una situazione peggiore concerne paesi come Russia e Cina, posizionate rispettivamente al 149° e 177° posto su 180.

A sorprendere, invece, è proprio l’Africa, con cinque Stati tra i primi 40 Paesi della graduatoria: Namibia, Capo Verde, Ghana, Sudafrica e Burkina Faso.

La Namibia, in particolare, si trova al 23° posto, prima di paesi quali Francia (32°) e la stessa Italia (43°). Il caso del quotidiano The Namibian testimonia questo miglioramento. Fondato negli anni di lotta per l’indipendenza e contro l’apartheid, quando la Namibia si trovava ancora sotto il controllo dell’Unione Sudafricana (l’odierno Sudafrica) e sotto l’egida della Società delle Nazioni (oggi Nazione Unite). Pubblicati su questo quotidiano, sono numerosi gli articoli di denuncia contro la politica e la corruzione statale: nel 2014, una serie di editoriali accusava apertamente la classe dirigente di corruzione e interessi personali in un bando di appalti pubblici per la costruzione di nuovi alloggi, nel quadro di un piano governativo di dubbia trasparenza.

Tuttavia, nonostante il buon esempio dei cinque Paesi succitati, molti esperti rimangono scettici nel cantare vittoria, mettendo in luce una seconda faccia della medaglia. In particolare, l’esperto di media africani, George Ogola, scrive di tecniche più silenziose e subdole messe in atto dai Governi più restrittivi e dittatoriali, che rischiano di passare inosservate. Tra queste, una delle più utilizzate è la concentrazione di media indipendenti nelle mani di alcuni magnati vicini ai governi. Questi attori assorbono nel loro network informativo varie testate giornalistiche, imponendo precise linee editoriali e andando a compromettere la pluralità dell’informazione nei loro Paesi. A questa tecnica si aggiunge il fallimento economico delle testate più scomode’, attraverso la drastica riduzione dei proventi pubblicitari che, nella maggior parte dei casi, rappresentano la principale fonte di reddito della carta stampata.

Di fronte a queste difficoltà, le testate più combattive si sono trasferite sul web, creando i propri siti ufficiali all’estero. Molto spesso, però, i regimi dittatoriali reagiscono oscurandoli e, nei peggiori dei casi, alleandosi con Facebook e Twitter. I due social network, infatti, utilizzano metodi poco in linea con la difesa della libertà di stampa, tra cui l’eliminazione diretta di post ritenuti contro ‘il codice etico dei social’, piuttosto che contro le posizioni del regime, oppure la riduzione della visibilità di notizie sfavorevoli al Governo. In altri casi ancora, viene introdotto un servizio di pagamento per la condivisione dei post o favoriti media digitali considerati seri e neutrali ma in realtà favorevoli al regime, creando così un monopolio dell’informazione che riduce visibilità e spazio per testate critiche e indipendenti.

In conclusione, è possibile affermare come il continente africano continui ad essere uno scenario complesso e variegato, dove permangono esempi di lotte spietate contro l’informazione libera. Basti pensare al Burundi – posizionato al 159° posto della classifica RSF. Tra il 2015 e il 2016, il regime di Bujumbura ha chiuso e bruciato tutte le sedi di quotidiani, radio e TV indipendenti, arrestato o ucciso vari giornalisti e costretto i restanti a scappare dal Paese. I cinque piccoli gioielli considerati in questo articolo dovranno diventare modelli da difendere e promuovere, non solo in Africa, ma nel resto del mondo.

La gioventù africana e il #fridaysforfuture

Venerdì 15 marzo scorso, i giovani di tutto il mondo, dall’Italia alla Cina, dalla Norvegia fino all’Argentina, hanno scioperato per il pianeta Terra. La gioventù globale, che sembra non fidarsi più delle classi politiche e delle loro promesse per la salvaguardia dell’ambiente, si è mobilitata per affermare la volontà di cambiare il futuro.

Per diversi giorni, sui media di tutto il mondo, si sono susseguite interviste a studenti che denunciavano una situazione ambientale divenuta insostenibile: “Non voglio vivere in un mondo con un riscaldamento globale che supera i 3° C ha dichiarato un ragazzo intervistato dal quotidiano francese Le Monde.

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Africa, ancora terra di colonialismo? Dal Novecento ad oggi, i rapporti di forza nel continente sono cambiati

Tutti noi, studiando le vicende della storia contemporanea, abbiamo affrontato l’epoca del colonialismo moderno e le lotte di spartizione per l’Africa tra Francia e Inghilterra e, in misura minore, tra Germania, Paesi Bassi, Italia, Portogallo, Spagna e Belgio. Oggi, a distanza di decenni, il fenomeno riaffiora nella cronaca assumendo vesti nuove come nel caso del cosiddetto ‘neo-colonialismo francese’; tuttavia, alcuni potrebbero domandarsi se sia in effetti possibile parlare di colonialismo e in che misura le vecchie potenze coloniali esercitino ancora un’influenza sul continente africano.

Agli albori del fenomeno coloniale, nel XVI secolo, l’Africa rappresentava un importante snodo marittimo per portoghesi, inglesi, francesi e olandesi. In questo periodo iniziò la tratta degli schiavi africani che, in circa due secoli, portò al rastrellamento di 11 milioni di africani dalle proprie tribù, per essere venduti come schiavi, soprattutto oltreoceano, nei territori statunitensi. Continua a leggere

L’ex presidente della Costa d’Avorio Gbagbo è in libertà La Corte Penale Internazionale lo ha prosciolto dalle accuse di crimini contro l'umanità

Il 15 gennaio l’ex Presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo, è stato prosciolto dalle accuse di crimini contro l’umanità. Tali accuse risalgono agli anni 2010-2011, quando, all’indomani delle elezioni presidenziali, Gbagbo si era rifiutato di accettare la sconfitta ed erano scoppiati violenti scontri tra i suoi sostenitori e quelli dell’avversario Alassane Ouattara.

Laurent Gbagbo aveva per la prima volta assunto la carica di Presidente nel 2000. In quell’occasione Gbagbo aveva perso le elezioni contro il leader militare Robert Guéï, ma quando quest’ultimo aveva proclamato la sua vittoria, nel Paese si era scatenata una rivolta a favore dell’ex presidente che aveva costretto Guéï a fuggire e a lasciare il potere a Gbagbo.

L’ex leader ivoriano ha mantenuto ininterrottamente la carica di Presidente fino al 2010, quando la Costa d’Avorio si è trovata divisa tra due Presidenti e sull’orlo di una guerra civile.

Quell’anno infatti, si svolsero le elezioni presidenziali; dopo aver vinto al primo turno Gbagbo era risultato sconfitto al ballottaggio contro Ouattara. L’ex presidente però, con l’appoggio della Corte Costituzionale, aveva diffuso un altro risultato che annullava 7 sezioni elettorali, corrispondenti al 13% degli aventi diritto al voto, ottenendo così una vittoria falsata.

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L’eccellenza architettonica e sanitaria dell’Uganda Renzo Piano e Gino Strada per il Centro di eccellenza chirurgica pediatrica in Uganda

La collaborazione tra l’architetto Renzo Piano e Gino Strada inizia nel 2017, dall’idea del fondatore di Emergency di realizzare un centro di eccellenza pediatrica in Uganda. Questo progetto si unisce alla costruzione del Centro Salam di cardiochirurgia di Khartoum, in Sudan, e fa parte del disegno più ampio per la realizzazione della “Rete sanitaria d’eccellenza in Africa” (ANME). Continua a leggere

Violenze in Kenya Il recente rapimento della cooperante italiana Silvia Romano tra terrorismo di Al Shabaab e violenza di Stato

La sera del 20 novembre, Silvia Romano, giovane attivista della Onlus marchigiana Africa Milele, è stata rapita a Galana Kulalu, villaggio dell’area rurale Chakama, nel sud est del Kenya. La zona in cui è avvenuto il rapimento è considerata un’area non pericolosa, nonostante sia conosciuta come zona soggetta ad infiltrazioni di cellule terroristiche e reclutatori fondamentalisti. La ragazza era arrivata in Kenya da pochi mesi e stava partecipando ad un programma di cooperazione finalizzato alla costruzione di un orfanotrofio. Nel villaggio di Galana Kulalu, le persone vivono in condizioni difficili: i cittadini hanno accesso limitato a cibo e acqua, a causa dell’inquinamento del fiume che attraversa la regione.

Secondo le notizie diffuse da alcune testate internazionali nell’ultima settimana, i responsabili del rapimento sarebbero 3 uomini armati, che nel corso dell’incursione nel villaggio hanno ferito altri 5 individui. All’indomani del sequestro, la polizia aveva già arrestato 14 persone che pare fossero in contatto con i veri rapitori.

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Africa: 7 giorni in 300 parole

ERITREA

13 novembre. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con un voto all’unanimità, ha deciso di porre fine alle sanzioni imposte all’Eritrea dal 2009. Con questa risoluzione viene revocato l’embargo sulle armi e ribadito l’impegno alla riappacificazione tra Eritrea e Gibuti, sulla scia dell’accordo di pace siglato lo scorso luglio tra Eritrea ed Etiopia. Il governo etiope ha dichiarato che la revoca delle sanzioni contribuirà alla stabilità del Corno d’Africa e alla normalizzazione delle relazioni tra i Paesi di questa regione.

GABON

11 novembre. Il mistero intorno allo stato di salute del presidente Ali Bongo Ondimba è stato chiarito, riconoscendone la gravità, come dichiarato da una portavoce della Presidenza gabonese. Secondo una fonte straniera vicina al Presidente, all’origine della sua ospedalizzazione in Arabia Saudita, vi sarebbe un accidente vascolare. Le redini del Paese sono state, dunque, affidate alla First Lady, Sylvia Bongo Ondimba, che da Riyad continua a coordinare la circolazione delle informazioni riguardanti il marito e gli affari di governo.

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Denis Mukwege: “l’uomo che ripara le donne” Il ginecologo congolese ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per il suo impegno a fianco delle vittime di abusi sessuali

Il 5 ottobre 2018, in Norvegia, si è tenuta la cerimonia di assegnazione del Premio Nobel per la Pace. Quest’anno il prestigioso riconoscimento è andato a Denis Mukwege e a Nadia Murad, per il loro attivismo nel porre fine allo stupro come arma di conflitto armato.

Mukwege, originario della Repubblica Democratica del Congo, è da anni impegnato nella cura di donne vittime di violenze sessuali. Secondo alcuni dati, dal 1998 il dottore avrebbe aiutato decine di migliaia di donne abusate nel corso di scontri tra gruppi armati che cercano di controllare le ricche zone minerarie delle regioni orientali del Congo.

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I secondi fini dell’Arabia Saudita L’Arabia Saudita promuove la riconciliazione tra Eritrea ed Etiopia, ma nasconde interessi economico-strategici

Dopo quasi vent’anni dalla guerra scoppiata nel 1998 e terminata nel 2000 tra Eritrea ed Etiopia, per un disaccordo sui confini, nel luglio di quest’anno i due Paesi hanno firmato una dichiarazione di riconciliazione.

Tale dichiarazione è stata resa ufficiale lo scorso 16 settembre, attraverso una cerimonia in cui il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il presidente eritreo Isaias Afewerki hanno firmato un accordo di pace a Jeddah, in Arabia Saudita, di fronte al re saudita Salman bin Abdulaziz al Saud.

Il luogo geografico in cui il trattato è stato siglato ci suggerisce la centralità dall’Arabia Saudita nella vicenda. Continua a leggere