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Ci siamo accorti del cambiamento climatico

Impossible is not a fact, it is an attitude”. L’impossibile non è un dato di fatto, ma un atteggiamento. Probabilmente non c’è espressione migliore di questa, utilizzata dal Segretario esecutivo dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), Christiana Figueres, per inquadrare il nuovo approccio sociale al tema più ‘caldo’ degli ultimi anni: il cambiamento climatico e i suoi progressivi effetti.

Come teorizzato da molti, il riscaldamento globale è ormai un processo inarrestabile, con un impatto che è diventato sempre più visibile rispetto a decenni fa, quando la questione veniva considerata molto meno urgente dal grande pubblico. Non solo l’emergenza climatica è diventata una priorità nella società civile e nei programmi politici, ma ne è cambiata la nostra concezione: si è infatti sollevata un’ondata di proteste e manifestazioni per l’ambiente che pare, almeno in parte, alimentata da un ‘ottimismo’ di fondo.

Per avere un termine di paragone basta pensare a circa dieci anni fa, quando, nel dicembre 2009, a Copenhagen si riunirono i capi di Stato per la 15° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico, il cui scopo era quello di dar vita ad un accordo internazionale che stabilisse i nuovi parametri per la riduzione delle emissioni di gas. Ciò che ne emerse fu il cosiddetto “Accordo di Copenhagen”, che però venne considerato un risultato al limite del fallimento.

Un cattivo accordo è meglio di nessun accordo”, aveva sostenuto durante la conferenza stampa conclusiva l‘allora presidente della Commissione José Manuel Barroso. Tuttavia, la sua poca efficacia fu evidente fin da subito: non solo si registrarono le opposizioni di numerosi paesi, soprattutto del Sud America, ma questo aveva carattere non vincolante, con gli obiettivi di riduzione delle emissioni da esso stabiliti non erano traducibili in pratiche concrete.

Il sostanziale fallimento dell’accordo di Copenaghen fu dovuto anche ad un diffuso disinteresse politico, manifestato, tra le altre cose, dalla ancora discreta percezione del problema ambientale da parte della maggioranza della società civile. Dai sondaggi condotti negli anni 2008-2009 dall’Eurobarometro sull’atteggiamento dei cittadini europei verso il cambiamento climatico, infatti, risultò che il 62% degli intervistati considerasse il cambiamento climatico al terzo posto tra i problemi più gravi del pianeta, una percentuale che si era abbassata del 12% alla fine del biennio considerato.

Negli anni, però, sembra ci sia stata un’evoluzione progressiva nella percezione del fenomeno, trainata inizialmente da una maggiore attenzione da parte della politica internazionale. Dapprima, a livello europeo, quando la Direttiva 2009/29/CE ha posto in essere, dal 2009 al 2013, il cosiddetto “Piano 20-20-20”: una serie di azioni volte a ridurre le emissioni del 20%, aumentare la quota di energia rinnovabile del 20% e ottenere un risparmio energetico sempre del 20% (da cui il nome). Di seguito, a livello internazionale, con i progressivi lavori per l’Accordo di Parigi del 2015, volto a contenere l’incremento della temperatura media al di sotto dei 2°C. A tal fine, l’Unione stessa ha optato per l’adozione di regolamenti e direttive più stringenti. Questa presa di coscienza è stata il preludio, negli ultimi due anni, di una generale “vitalità” da parte della popolazione riguardo al tema in esame.

Alcuni sondaggi effettuati nell’anno corrente, difatti, hanno dimostrato un aumento della percezione della gravità della tematica: il 79% degli intervistati lo considera un problema molto grave, mentre  il 93% lo ritiene una criticità significativa. La necessità di ottenere un cambiamento concreto nell’affrontare i problemi del nostro pianeta si è tradotta, altresì, in numerose manifestazioni per il clima. Tra queste, spiccano per risalto mediatico e numero di partecipanti i cosiddetti “Fridays for Future”, che hanno coinvolto soprattutto le giovani generazioni. Due fattori hanno contribuito a sensibilizzare così ampie fasce della popolazione: in primis, lo sviluppo tecnologico che, attraverso i social network e i media, rende contenuti riguardanti i disastri ambientali accessibili a tutti. In secondo luogo, l’impatto stesso del cambiamento della temperatura, sempre più evidente anche nella quotidianità. Molteplici sono i fenomeni climatici anomali di cui siamo finora spettatori, dallo scioglimento del settecentenario ghiacciaio Okjokull in Islanda, all’aumento della frequenza delle precipitazioni e intensità dei venti: in queste ore, il Giappone si trova ad affrontare la furia del tifone Hagibis, mentre l’uragano Lorenzo, proveniente dall’Atlantico, si sta avvicinando all’Europa.

Proprio la consapevolezza dell’urgenza della questione, espressa nelle proteste e nelle manifestazioni, ha spinto alcuni governi ad intraprendere azioni concrete al fine di innescare realmente un’inversione del corso delle cose, sia a livello europeo, sia nazionale. Una relazione della Commissione europea ha sintetizzato i traguardi raggiunti dall’Unione dall’Accordo di Parigi ad oggi, tra cui è inserito l’andamento dei dati registrati nei settori contemplati dall’ESD (Effort-Sharing Decision). La decisione congiunta del 23 aprile 2009 del Parlamento europeo e della Commissione sulla condivisione degli sforzi, ha fissato gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni in settori quali i trasporti, l’agricoltura e l’edilizia entro il 2020, esprimendo le variazioni in valore percentuale rispetto all’anno 2005. Secondo la relazione e la suddetta decisione, le emissioni sono diminuite dell’11% rispetto al 2005, superando l’obiettivo intermedio di riduzione di circa 4 punti percentuali (7%); nel 2020 dovrebbero diminuire al di sotto del 16% rispetto all’anno base, superando anche qui l’obiettivo del 10%.

L’UE si è impegnata anche in termini di energie rinnovabili, adottando la direttiva-quadro del 21 dicembre 2018. In questa, è fissato un target minimo del 27% della quota di energie rinnovabili che gli stati membri devono impegnarsi a consumare entro il 2030, per scoraggiare di converso l’uso dei combustibili fossili. D’altronde, a livello nazionale, proprio in quest’ultimo settore, c’è stata una riduzione sensibile a favore delle rinnovabili anche in stati quali Italia, Grecia, Romania e Estonia. Anche per quanto riguarda stati che si trovano ancora “in difficoltà”, è il caso della Francia, passi avanti sono stati compiuti in senso positivo: il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, ha infatti lanciato un programma di riduzione sensibile delle emissioni di CO2 attraverso l’uso di energie alternative quali quella solare, eolica e delle biomasse, con lo scopo di rendere il paese carbon-neutral (cioè in condizione di non emettere più CO2 di quanto ne consumi) entro il 2050.

Nonostante la lunga strada da percorrere, negli ultimi dieci anni si è registrato un cambiamento di rotta effettivo. Questo ha coinvolto non tanto (o non ancora) l’impatto delle più recenti politiche sul clima, quanto il nuovo approccio della società civile, passata dal percepire in maniera distaccata il progressivo tracollo delle condizioni climatiche del pianeta al realizzare che si possa (e si debba) attivarsi e intervenire nell’immediato. Se è vero che l’impossibile è soltanto una questione di atteggiamento, possiamo concludere positivamente: l’atteggiamento è definitivamente cambiato.

Von der Leyen e immigrazione: primi passi verso l’Italia?

Determinazione e voglia di cambiare. Questi i due punti di riferimento presi dalla ex-ministra della Difesa tedesca entrante alla carica di Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, confermata dai parlamentari europei il 16 luglio scorso. 

Le sue ambizioni si evincono dalla presentazione del suo programma politico per il futuro dell’Europa: di fronte ad un continente sempre più instabile e frammentato, l’obiettivo generale è rafforzare la collaborazione europea sui temi più caldi, in primis il cambiamento climatico e i flussi migratori nel Mediterraneo. Un approccio pienamente europeista e riformista, dunque, che ha creato delle spaccature nel Governo italiano già a partire dalla votazione: mentre il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Movimento Cinque Stelle hanno sostenuto la candidatura di Von der Leyen, il ministro dell’Interno Matteo Salvini si è scostato dal voto del Parlamento europeo insieme agli altri membri del suo partito. 

Si può leggere il ‘no’ di Salvini come un segno di diffidenza verso la neo-eletta. Ursula Von der Leyen, infatti, rappresenta l’orientamento europeista e moderato che è condiviso, tra gli altri, anche da Emmanuel Macron e Angela Merkel, figure importanti di un’Unione Europea che, secondo Matteo Salvini, sarebbe stata inefficiente nell’assistere l’Italia – in quanto stato di frontiera – negli ultimi anni. In realtà, in tema di gestione dell’immigrazione, Von der Leyen sembra seguire, in qualche misura, una linea non del tutto differente da quella sostenuta a parole dal ministro Salvini.

Innanzitutto, sostiene che su un tema così delicato sia necessaria la più ampia collaborazione tra gli stati europei. Durante un’audizione al Parlamento europeo tenutasi a inizio luglio, l’allora candidata ha detto di voler ridare vita all’Operazione Sophia per il salvataggio di persone in mare. Questa operazione era stata lanciata all’epoca della crisi migratoria del 2015, durante la quale la stessa Von der Leyen aveva deciso di inviare la marina tedesca per offrire aiuto umanitario assieme ad altri volontari europei. I l risultato, secondo stime ANSA, era stato il salvataggio di circa 44.900 vite nel corso dei successivi due anni. 

Collaborazione, dunque, ma anche rispetto dei principi europei e diritti fondamentali: nel 2015 Von der Leyen criticò l’Ungheria per l’uso di gas lacrimogeni contro i richiedenti asilo alla frontiera. «È molto importante che ci atteniamo al rispetto della dignità umana e dei diritti umani», riferì a CNN, «I rifugiati devono essere trattati decentemente». Questa linea di apertura si riflette anche in un’esperienza personale di Von der Leyen, che nel 2014 aveva ospitato temporaneamente un giovane rifugiato siriano, aiutandolo anche a trovare un posto per un apprendistato. «Ha arricchito le nostre vite» aveva commentato lei a Der Spiegel. «Così tanti rifugiati vorrebbero arrivare sul suolo tedesco e farsi una nuova vita in Germania. Dovremmo perseguire e supportare questa strada, solo in questo modo l’integrazione avrà successo». Nel 2016, infatti, Von der Leyen annunciava dei piani di formazione di rifugiati nel Bundeswehr in aree tematiche quali la medicina e la tecnologia.

Tuttavia, sarà necessario anche rafforzare la gestione degli arrivi al confine europeo. Nel programma stilato per la Commissione, oltre alla prioritaria ambizione di un’Europa più verde e digitalizzata, Von der Leyen afferma di volere anche un’Europa più sicura in tema di immigrazione controllata. Occorre quindi una duplice azione: da una parte stabilizzare le frontiere esterne, anche attraverso un potenziamento del numero di guardie costiere dell’Agenzia europea per le frontiere (FRONTEX); dall’altra, modernizzare il sistema comune di asilo. Bisognerà poi, sostiene sempre Von der Leyen, collaborare direttamente con i paesi di origine dei migranti per arginare l’attività dei trafficanti di esseri umani e cooperare con paesi terzi per gestire i flussi migratori. 

Ciò che resta da scoprire è l’impatto che questo duplice approccio avrà sulla situazione italiana. Da un lato, lo spirito democratico-conservatore e moderato della Von der Leyen non può essere compatibile con le politiche che il Governo italiano ha implementato negli ultimi anni: mentre la prima auspica una progressiva integrazione dei rifugiati, il cosiddetto Decreto Sicurezza del 4 ottobre 2018 ha imposto norme più restrittive per ottenere lo status di protezione internazionale e, circoscrivendo l’accesso allo SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) solo ai rifugiati, non prevede percorsi più lunghi e articolati di integrazione dei richiedenti asilo.

Inoltre, Von der Leyen ha criticato gli interventi italiani nel bloccare, in certe occasioni di particolare risonanza mediatica, l’accesso di alcune navi legate a ONG allo spazio marittimo italiano. Ha chiesto invece una maggiore diplomazia su queste materie: quando interrogata in merito alla vicenda della nave SeaWatch 3 e di Carola Rackete, ha sostenuto che salvare vite umane rimanga un obbligo morale e si è dissociata dalla politica dei ‘porti chiusi’. 

Tuttavia, per certi versi, la presidente sembra correre sullo stesso binario del ministro italiano. In primis, ha sostenuto che il salvataggio di vite in mare «non risolve nulla del problema principale» e che siano necessarie misure di prevenzione degli sbarchi. Inoltre, in un’intervista ai giornali del consorzio Lena, tra cui La Repubblica, la neo-eletta ha dichiarato che «i paesi del confine esterno dell’Unione meritano la nostra solidarietà». Secondo Von der Leyen, è indispensabile «una riforma del sistema disfunzionale di Dublino», che obbliga il primo paese di approdo ad essere responsabile delle richieste di asilo. Su questo punto c’è un evidente accordo, perlomeno a livello di dichiarazioni, con il ministro Salvini, che ha spesso criticato il sistema di Dublino (pur, come è noto, non presenziando a numerosi incontri mirati a modificarlo).

Anche nel programma ufficiale stilato per la Commissione, uno degli obiettivi evidenziati da Von der Leyen è proprio modificare il sistema comune di asilo, ma ciò potrà essere fatto solamente attraverso una forte cooperazione fra gli stati membri. In generale, seppur con varie distanze in quanto a principi politici, l’UE di Ursula Von der Leyen si presenta come più comprensiva verso le esigenze italiane nel Mediterraneo: resta da vedere se in questo campo una sempre più stretta unione si realizzerà davvero.