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Politiche migratorie e cambiamento climatico: dall’Egitto alla Turchia, tra vuoti normativi e miopi ricatti

Non si può più affrontare il tema migrazioni senza parlare di cambiamento climatico. Le relazioni tra questi fenomeni son già da tempo evidenti e si comincia a ragionare su quali siano e saranno le aree maggiormente interessate, sia in qualità di paesi ospitanti, sia in qualità di paesi colpiti dai mutamenti ambientali. 

Gli effetti sono già evidenti, ad esempio, nel Vicino Oriente. Qui, la pressione proveniente dalle nuove forme migratorie, prima fra tutte quella dettata dagli effetti del surriscaldamento globale, sinergicamente affiancata dal risorgere del conflitto in Siria e nel Rojava, potrebbe presto rompere la barriera di contenimento turca e costringere l’Unione a riesumare i propri scheletri nell’armadio.

Il primato di maggior ospitante di rifugiati al mondo, la Turchia lo ha conquistato dopo lo scoppio della guerra in Siria. Secondo dati ufficiali, il popolo turco ha accolto 4 milioni di migranti, di cui 3,5 siriani. Paese di transito e barriera al contempo, la Turchia resta partner chiave dell’Unione Europea nelle vicende legate alle migrazioni. Rappresenta, d’altronde, un crocevia di popoli, attestandosi quale primo paese ospitante di rifugiati al mondo. Questa condizione si è d’altronde trasformata in arma di ‘ricatto’ nei confronti dell’Unione e dei paesi alla Turchia limitrofi. L’offensiva di Ankara in Siria degli ultimi giorni è solo l’ultimo fardello posto sull’Occidente, a coronare il fallimento della politica migratoria comunitaria.

Gettandosi nella metafora, la penisola anatolica è un corridoio per il flusso migratorio. Le regioni più occidentali della Turchia sono una porta verso l’Europa, mentre, a est e sud-est, i suoi confini si aprono sul Caucaso, verso l’Asia centrale e il resto del Medio Oriente. A ciò si aggiungono i collegamenti aerei e le esenzioni dal visto, che consentono a molti migranti provenienti dall’Africa di affacciarsi in Turchia, la quale diviene così anche terra di transito per la migrazione irregolare. L’ambiguità normativa agevola nel paese anche il consumarsi delle persecuzioni e l’Unione non può facilmente negare le proprie responsabilità in tal senso.

Il Medio Oriente, certo, è terra di conflitti, di petrolio, di integralismi, ma anche i cambiamenti climatici e l’incremento demografico sono da considerarsi fattori cruciali per riflettere con lungimiranza sulle politiche migratorie. 

Nel tappeto desertico che circonda Nord Africa e penisola arabica, una delle solitarie eccezioni è il fiume Nilo. Con i suoi 6.650 km, è il fiume più lungo del mondo, nonché la principale fonte d’acqua per le popolazioni dell’Egitto, ma anche del Sudan, dell’Etiopia e di altri paesi confinanti. Come evidenziato dal Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), l’Egitto soltanto dipende dalle acque del Nilo per il 95% del proprio fabbisogno idrico. L’85% delle acque fluviali proviene dal lago Tana in Etiopia (Nilo azzurro) e il resto dal lago Viktoria (Nilo bianco).

A causa della crescita della domanda di acqua potabile, che supera il rifornimento del Nilo, il Governo sta incoraggiando la costruzione di impianti di desalinizzazione. Lo sviluppo economico e agricolo nei paesi lungo le sue sponde ha causato un incremento della domanda di acqua, mentre i progetti idrografici a monte stanno portando a controversie internazionali.
L’Egitto insomma, che Erodoto chiamava, appunto, ‘Dono del Nilo’, comincia a affacciarsi su un potenzialmente catastrofico conflitto idrico per accaparrarsi ogni goccia di quello che il presidente estromesso ha chiamato il ‘ sangue egiziano’.

450 milioni di persone in undici paesi vivono nel bacino del Nilo: Etiopia, Sudan, Sudan del Sud, Egitto, Ruanda, Tanzania, Uganda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea e Kenya. Tuttavia, al momento Il Cairo fa ancora la parte del leone nell’allocazione delle risorse del Nilo azzurro: 55 miliardi su 88 miliardi di metri cubi d’acqua, che scorrono ogni anno. Questo importo sta diventando scarso per una popolazione di 97 milioni, che è aumentata di 5 volte dal 1970 quando fu costruita la Diga di Assuan.

L’aumento demografico, la crescente richiesta d’acqua di matrice industriale, energetica e agricola non sono i soli fattori scatenanti un conflitto che abbiamo definito idrico. A ciò si devono aggiungere i cambiamenti climatici. Come evidenziato dalla compagnia Eniday, piattaforma di informazione promossa da Eni s.p.a., un recente rapporto del Massachusetts Institute of Technology (MIT), ad opera di Elfatih Eltahir e Mohamed Siam, prevede che, a causa dei cambiamenti climatici, i livelli delle acque del fiume Nilo diventeranno sempre più imprevedibili. Un anno di inondazioni devastanti, avvisano gli autori, potrebbe essere seguito da una grave siccità l’anno successivo.

Capire quali potranno essere le politiche per affrontare le imprevedibilità del cambiamento climatico è una sfida complicata peraltro dai cambiamenti sociali. I vuoti politici e normativi, infatti, sono altrettanto insidiosi e impediscono la formazione di un fronte comune per affrontare problemi di portata sovranazionale. Per tornare al caso turco, ad esempio, la politica migratoria del contenimento, già fallimentare non potrà che peggiorare nei propri effetti, quando i migranti ambientali supereranno quelli che fuggono dai conflitti.

Già nel 1990, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), comitato dell’ONU che si occupa dei cambiamenti climatici, aveva espresso un avvertimento, in parte passato inascoltato: la ‘crisi climatica’ sarebbe presto divenuta la principale causa di migrazioni nel mondo. Oggi, il problema è diventato tanto evidente che, più che discuterne la portata causale, sarà necessario imparare a gestirlo.
In un mondo globalizzato e nel quale il diritto internazionale si è già spesso veementemente insediato nella vita delle persone, non dovrebbe esserci dubbio  o esitazione nel dare una dignità formale ai milioni di rifugiati in fuga per cause ambientali. Eppure, i trattati internazionali ancora non riconoscono il diritto d’asilo per motivi ambientali e pertanto parlare di ‘rifugiati climatici’ non è formalmente consentito. Una loro definizione giuridica imporrebbe ai governi un piano concertato di gestione, ma un simile sviluppo pare restare nascosto al di là dell’orizzonte, così come è già stato per la ‘crisi’ del clima.

La Turchia: le contraddizioni di un paese stretto nella morsa economica

La Turchia sembra non volersi apertamente allineare a livello internazionale. Tenendo un piede in Occidente e uno in Oriente, indispettisce gli Stati Uniti, corteggia la Cina e si scontra con la Russia.

Sottoscritto a fine 2017, l’accordo sull’acquisto del sistema di difesa aerea a lungo raggio di produzione russa (S-400) sta ormai per concludersi, nonostante le passate minacce e sanzioni da parte degli Stati Uniti. Nel frattempo, le stesse richieste statunitensi di ostacolare l’espansione cinese nella regione mediorientale non sono state accolte dalla Turchia, che anzi dialoga con Pechino, soprattutto sotto il profilo degli investimenti e del commercio.

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