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Ai tempi del cambiamento climatico, quale futuro per il trasporto aereo?

É indubbio che la fine della guerra fredda, all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso, abbia segnato un imprescindibile punto di svolta storico, poiché ha creato i presupposti per il debutto di un fenomeno economico nuovo, che si sarebbe concretizzato di lí a poco, al quale storici ed economisti sono concordi nell’attribuire il nome di “globalizzazione”. Con l’inizio del nuovo millennio, infatti, ha visto un enorme sviluppo nel campo delle telecomunicazioni, che ha coinvolto soprattutto i paesi industrializzati. Questo ha indotto una intensificazione senza precedenti dell’integrazione nelle sfere economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo. Un ruolo di fondamentale importanza in tale integrazione è tutt’ora giocato dal settore del trasporto aereo, che secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO) nel solo 2018 ha messo in movimento oltre 4 miliardi e 300 milioni di persone su scala globale

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La liberalizzazione dell’Alta Velocità ferroviaria in Europa, presto realtà

Il decennio da poco concluso verrà ricordato, almeno sui binari italiani, per l’apertura completa al pubblico della linea ad alta velocità ferroviaria Torino-Salerno. Un’infrastruttura che ha accorciato le distanze tra le principali città italiane rivoluzionando la mobilità interna al nostro paese. Probabilmente gli anni ‘20 del XXI secolo saranno contraddistinti da un’altra rivoluzione nel trasporto ferroviario, che coinvolgerà anche gli altri stati membri dell’Unione Europea: la liberalizzazione delle ferrovie ad alta velocità nel vecchio continente. 

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Hong Kong, tra crisi politica ed economica, alla ricerca di un’identitá nuova

La crisi politica che ormai dalla metá di maggio di quest’anno interessa la metropoli asiatica di Hong Kong non é soltanto irrisolta, ma sembra aggravarsi di settimana in settimana. La cittá, ex colonia britannica, costituisce una Regione Amministrativa Speciale in seno alla Repubblica Popolare Cinese, e gode di ampia autonomia nella gestione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Oltre ai suddetti, al governo locale sono in particolare affidate le politiche per il rilascio del proprio passaporto (diverso da quello cinese), la politica monetaria (Dollaro di Hong Kong) e il controllo doganale, nonché le politiche di immigrazione e di estradizione, la cui modifica della legislazione, da parte del governo centrale cinese, ha scatenato le insurrezioni degli ultimi mesi.

Ad Hong Kong, infatti, sono oggi in vigore leggi sull’estradizione basate su accordi bilaterali con 20 paesi (tra cui Canada e Stati Uniti), tra cui non rientrano però la Cina continentale, Macao, né Taiwan. L’emendamento alla legge che è stato all’origine delle proteste avrebbe reso l’estradizione possibile per determinati reati, quali l’omicidio o la violenza sessuale, pur senza che la stessa fosse estesa ad altri tipi di crimini, in particolare quelli legati alla sfera commerciale o economica, come l’evasione fiscale. La proposta di legge aveva infatti avuto origine dalla richiesta delle autorità di Taipei di trasferire a Taiwan un cittadino di Hong Kong, accusato dell’omicidio della fidanzata mentre si trovava sull’isola. Il timore diffuso era che il provvedimento avrebbe potuto colpire anche i cittadini stranieri di passaggio a Hong Kong.

Ad oggi, nonostante il formale ritiro dell’emendamento sull’estradizione annunciato a reti televisive unificate dalla governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, il 4 settembre scorso, la posizione di quest’ultima risulta ulteriormente indebolita: i cittadini di Hong Kong continua a vedere in lei una mera esecutrice obbediente di ordini che vengono da Pechino. Non sono certo bastate le promesse di nuovi investimenti nel ‘sociale’ a raffreddare il clima delle proteste.

Le ragioni delle manifestazioni a Hong Kong sono, però, più complesse. Anzitutto, l’equilibrio fragile di un territorio, almeno per ora, senza una piena indipendenza in programma. Il ritorno sotto la sovranità della Repubblica Popolare previsto per la prossima scadenza del 2047, quando l’ex colonia dovrebbe tornare integralmente a far parte della Cina continentale. Nei primi 22 anni di applicazione dell’accordo “un Paese, due sistemi”, Hong Kong ha continuato a crescere. Il suo prodotto interno lordo pro capite è pari a 46.109 Dollari americani (quello dell’Italia si attesta a 32.000, quello della Francia a 39.000, e quello della Repubblica Popolare a 8.643, stando all’indagine condotta nel 2018 del Fondo Monetario Internazionale). Tuttavia, si registrano enormi disuguaglianze: poco meno del 20% della popolazione dell’ex colonia vive sotto la soglia di povertà, nonostante la nota fama di Hong Kong come centro finanziario globale.


Inoltre, per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2008, l’economia di Hong Kong è entrata in recessione. Nel terzo trimestre dell’anno, il prodotto interno lordo ha segnato un calo del 3,2% sul trimestre precedente (-2,9% su base annua). Detta crisi è dovuta, soprattutto, all’effetto combinato della guerra commerciale tra Cina e USA. Si tratta del secondo calo consecutivo del PIL che, nel trimestre precedente, era già sceso dello 0,4%. “La domanda interna si è indebolita in maniera significativa”, ha affermato il governo in una nota, precisando inoltre che “le proteste di piazza hanno provocato gravi danni al commercio al dettaglio e ad altri settori legati ai consumi”.

Per effetto della difficile situazione politica ed economica in cui versa Hong Kong, numerosi attori dell’economia locale e non, tra cui imprese, investitori ed istituti di credito che, giá dai tempi della dominazione britannica, hanno trovato in Hong Kong un luogo ideale per il proprio sviluppo, stanno considerando di lasciare la cittá verso centri finanziari altrettanto importanti e in ulteriore sviluppo (ad esempio, la cittá stato di Singapore).

Per scongiurare una vera e propria ‘fuga di capitali’, l’unica via perseguibile per Hong Kong resta quella dell’autonomia, giá garantita dal governo centrale cinese e che, negli anni a venire, sará auspicabilmente rafforzata per volontá dei propri abitanti. Magari con una piena indipendenza.

Dalla guerra commerciale al cambiamento climatico: l’eredità del G7 di Biarritz

L’incontro annuale dei capi di stato e di governo delle maggiori economie mondiali (più noto al con l’abbreviazione corrente ‘G7’), che quest’anno è stato ospitato dalla Francia nella suggestiva cornice di Biarritz, rappresenta da ormai 45 anni un’occasione di confronto imprescindibile nella formulazione delle strategie politiche ed economiche delle principali potenze mondiali. Infatti, benché il primo vertice fosse stato convocato nel 1975 dall’allora presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, con il solo intento di dare una svolta ai postumi della crisi energetica del 1973, negli anni successivi i temi oggetto del confronto multilaterale aumentarono rapidamente, così come mutarono in parte i paesi rappresentati.

In questo contesto, sia la fine della Guerra Fredda, che nel 1991 ha posto fine a una visione meramente bipolare del mondo e ha aperto al libero mercato le economie delle ex Repubbliche Sovietiche, sia l’intensificazione degli scambi e degli investimenti internazionali (globalizzazione), stanno offrendo ai leader dei paesi più sviluppati una moltitudine crescente di argomenti di dibattito, che quest’anno non si sono limitati alla crescita dell’economia e alla geopolitica.

Sulla scia del tema ufficiale dell’incontro, che quest’anno è stato dedicato alla lotta alle diseguaglianze, l’agenda dei lavori ha visto tra i principali punti di dibattito il sempre più acceso confronto sul piano geoeconomico tra Cina e Stati Uniti (considerata da alcuni come una vera e propria “guerra commerciale”). Infatti, non sono certo passati in secondo piano le vicende inerenti la politica estera della Russia – esclusa dal gruppo (che, allora si chiamava G8, ndr) giá dal 2014, in seguito all’annessione della Crimea, considerata illegittima dalla comunità internazionale – nonché il destino dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano. Il recente sequestro di una petroliera britannica e l’abbattimento di un drone americano nelle acque del Golfo Persico, infatti, hanno inasprito la tensione nella regione.

Inoltre, sia le temperature roventi che hanno interessato l’Europa a fine agosto, sia i vasti incendi che hanno coinvolto la regione amazzonica in America Latina hanno suggerito ai leader presenti un confronto sulla sempre più urgente questione del cambiamento climatico. In materia, tuttavia, l’esito dei colloqui è stato ben al di sotto delle aspettative, essendosi limitato allo stanziamento di un fondo comune da €20 milioni (sottoscritto dai soli paesi rappresentati al G7) per far fronte all’emergenza incendi in Amazzonia, su iniziativa della Francia. Nonostante l’ulteriore promessa da parte del premier britannico Boris Johnson di €11 milioni destinati alla riforestazione dell’area, difatti, il Gruppo non ha varato alcuna misura radicale per contenere l’aumento della temperatura media globale, che gli esperti prevedono in rapida ascesa nel futuro prossimo.

Dinanzi a una tale molteplicità degli argomenti oggetto del dibattito, è chiaro che, da parte dei partecipanti, siano emerse posizioni diverse, talvolta molto distanti tra loro. Tuttavia, il presidente francese Emmanuel Macron è stato abile a trovare un comune filo conduttore tra le diverse poste in gioco, ottenendo in tal modo una leadership del gruppo che alla fine dei lavori si è rivelata indiscussa non soltanto per il suo carisma e l’entusiasmo, ma anche per l’assenza di potenziali rivali.

Se è vero la sostanziale indifferenza al cambiamento climatico e i dazi commerciali ai danni della Cina hanno conferito a Donald Trump e agli Stati Uniti un’immagine poco credibile alla comunità internazionale, è altrettanto vero che il Regno Unito mira a una prossima uscita dall’Unione Europea, esternando un disinteresse implicito a influire attivamente sulle politiche europee comuni in materia di economia e difesa. Inoltre, con la Germania in recessione tecnica a causa del calo della produzione industriale nel primo semestre di quest’anno, e la cancelliera Angela Merkel ormai prossima alla scadenza del suo mandato, quella di Macron sembra essere al momento l’unica alternativa credibile per una leadership illuminata, almeno nel Vecchio Continente.

Infatti, all’inquilino dell’Eliseo va riconosciuto non soltanto il merito di avere richiamato una maggiore attenzione sul cambiamento climatico, inteso come credibile minaccia per le generazioni future, ma anche una notevole lungimiranza diplomatica. Nelle settimane immediatamente precedenti il G7, la Francia si è impegnata per un incontro, a margine, tra il ministro degli esteri iraniano Mohammad Zarif e il presidente degli Stati Uniti per degli eventuali progressi nelle relazioni tra i due paesi.

Benché alla fine il colloquio tra i due non si sia materializzato, il lungo colloquio franco-iraniano a ridosso del G7 su questa base è stato importante poter fare il punto della situazione, continuare a convergere e rendere operative le condizioni per giungere a una de-escalation delle tensioni Iran-Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, essendosi ritirati unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano nel maggio 2018, hanno rinnovato importanti sanzioni economiche ai danni dell’Iran, diversamente dai paesi dell’Unione Europea, che si sono impegnati a non sottoporre l’Iran a sanzioni economiche in cambio della rinuncia iraniana al programma nucleare.

Se il G7 di Biarritz è stato almeno utile per ribadire l’importanza del multilateralismo, su iniziativa francese, è perché, oggi più che mai, i leader mondiali sembrano agire in ordine sovrano sparso, anteponendo i propri interessi a quelli della collettività internazionale (come dimostrano le scelte degli Stati Uniti). Oltre a qualche passo avanti nel confronto Cina-Stati Uniti e agli impegni sul clima, molto resta però da fare per dare una risposta alle disuguaglianze nel mondo, poiché le distanze tra i paesi membri in merito alle ricette proposte da ciascuno di essi per porre un freno o invertire il trend, non hanno fatto sì che dal vertice emergesse una risposta unitaria e di rilievo.

Appuntamento nel 2020, a Miami (USA).

La Norvegia disinveste dagli idrocarburi e guarda al futuro

Nell’ambito europeo, i paesi scandinavi rappresentano validi modelli di crescita economica sostenibile. Tuttavia, a differenza delle vicine repubbliche di Danimarca e di Svezia, la Norvegia ha potuto beneficiare, nel corso degli anni, delle ingenti riserve petrolifere al largo delle proprie coste, per dare vita a uno tra i maggiori fondi sovrani al mondo.

Infatti, analogamente a numerose economie avanzate o esportatrici di materie prime, come la Cina e gli Emirati Arabi Uniti, il fondo sovrano costituisce per lo stato norvegese uno speciale strumento di investimento per mettere a frutto i proventi dell’attività economica locale in ulteriori strumenti finanziari, come azioni, obbligazioni e beni patrimoniali, in tutto il mondo, al fine di sovvenzionare lautamente la spesa pubblica a beneficio dei poco più di cinque milioni di abitanti che popolano la nazione.

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La Commissione Europea respinge la fusione Alstom-Siemens Il verdetto di Bruxelles ha lasciato l’amaro in bocca anche ai governi di Parigi e Berlino

Le indiscrezioni e le successive trattative di una fusione tra il gruppo transalpino Alstom, che produce i noti TGV francesi, e Siemens, che ha rivoluzionato la mobilità su ferro tedesca, si sono protratte dal settembre del 2017 sino al 6 Febbraio scorso, quando la Commissione europea, per mezzo di un comunicato stampa, ha formalmente posto il veto sull’operazione, fugando così ogni dubbio sulla sua fattibilitá.
La novità della fusione, infatti, qualora avesse avuto successo, avrebbe permesso di riunire i due maggiori fornitori di soluzioni di materiale rotabile e di segnalamento ferroviario all’interno dello spazio economico europeo non solo in termini di attività combinate, ma anche in termini di impronta geografica delle loro attività. In questo modo, sarebbe sorto un vero e proprio colosso europeo del trasporto ferroviario, capace di offrire soluzioni innovative per i binari del Vecchio Continente e non solo.
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Dopo il tracollo in Borsa e la crisi di fatturato, Apple guarda oltre l’iPhone Il 2019 si preannuncia in salita per il gigante di Cupertino

Il significativo calo del fatturato, relativo all’ultimo trimestre del 2018, rappresenta solo una delle molteplici fonti di preoccupazione per i vertici della ‘regina’ della Silicon Valley.

Il crollo verticale del titolo Apple alla borsa di Wall Street registrato il 3 gennaio scorso, infatti, testimonia ancor più nettamente il periodo di crisi senza precedenti che l’azienda statunitense sta attraversando. Basti pensare che, per ritrovare azioni Apple dal valore di 142,19 dollari l’una, come la settimana scorsa, bisogna riportare il calendario a marzo del 2016, quando il valore del titolo sfiorò i 143 dollari ad azione. Continua a leggere