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Dai deepfake in Cina alla (dis)informazione intelligente

Appena qualche ora dopo essere stata lanciata sul mercato, lo scorso 30 agosto, l’appZao è diventata una delle forme di intrattenimento più popolare e controversa degli ultimi tempi. Gratuita e disponibile sul sistema operativo sviluppato da Apple (iOS), l’applicazione permette di sostituire il proprio volto con quello delle celebrità in scene di film, serie tv, clip musicali o sportive e di condividere online i video modificati. Per vedere la propria faccia protagonista di una scena cult o di un video noto, è sufficiente scegliere tra gli spezzoni proposti, scattarsi un selfie e autorizzare il software all’utilizzo dell’immagine per realizzare il face-swapping.

A sollevare lo scontento degli utenti e della società civile, tuttavia, sono state le politiche sul trattamento dei dati, le quali prevedevano che, accettando i termini e le condizioni di utilizzo, venissero ceduti a Zao pieni diritti sull’uso delle immagini caricate sulla piattaforma. I numerosi commenti negativi apparsi nell’App Store hanno spinto la società produttrice Momo Inc, a scusarsi pubblicamente e a modificare le condizioni d’uso, eliminando la clausola sul libero utilizzo dei dati e promettendo di rimuovere dai server i contenuti caricati e poi cancellati dagli utenti.

Nonostante la controversia, Zao è rimasta una delle app più scaricate in Cina.

Nei giorni successivi, WeChat, l’app cinese di messaggistica istantanea che oggi conta un miliardo di utenti, ha bloccato sulla propria piattaforma la condivisione dei contenuti realizzati con Zao, etichettati come “rischiosi per la sicurezza”. Lo stesso tabloid Global Times, prodotto dal quotidiano ufficiale del Partito Comunista, ha sottolineato i rischi legati alla violazione della privacy dei consumatori e ha dichiarato che il paese sta formulando una sezione speciale delle norme vigenti che si occupi delle dispute legali causate dalle tecnologie di face-swapping. A esprimersi anche Alipay, maggiore piattaforma di pagamenti online nel mondo, la quale ha rassicurato i consumatori che i video realizzati con Zao non possono essere utilizzati per frodare lo Smile to Pay system, sistema di pagamento effettuato attraverso il riconoscimento facciale.

La violazione della privacy e il furto dei dati che ne può derivare non sono gli unici rischi attribuiti alla nuova app. Zao, infatti, è diventata oggetto di dibattito anche a livello internazionale poiché classificata come un’applicazione in grado di produrre deepfake, ovvero di combinare, per mezzo dell’Intelligenza Artificiale, immagini o video originali sovrapponendone altri di diversa provenienza. Si tratta, in pratica, di quella che può essere considerata l’ultima frontiera della disinformazione, poiché permette la manipolazione di contenuti multimediali che appaiono originali agli occhi di chi li riceve.

Il termine è apparso per la prima volta nel 2017 sul sito di intrattenimento Reddit, dove un utente chiamato, appunto, deepfakes ha pubblicato una serie di video erotici nei quali i volti delle attrici venivano sostituiti da quelli di celebrità di Hollywood. Dopo essere stato vietato per fini pornografici da piattaforme come Pornhub o Twitter, l’utilizzo del deepfake si è diffuso soprattutto a scopo di intrattenimento. Per farsi un’idea di come questa tecnica abbia la capacità di alterare completamente la percezione della realtà, si possono guardare i video realizzati dall’utente intervistato dal The Guardian, il quale considera la creazione di video falsi un hobby con cui spera di poter aumentare la consapevolezza del pubblico sulle potenzialità di tale tecnologia.

Oltre ad una forma di svago, però, l’alterazione di contenuti multimediali per mezzo dell’Intelligenza Artificiale rappresenta una minaccia reale alla sicurezza collettiva, per le conseguenze che essa può avere sia nella vita privata delle persone, sia nell’intera società. I rischi dei deepfake, peraltro, si affiancano a quelli prodotti da altre tecnologie di mimesi digitale. Esemplare è in tal senso la frode recentemente riportata dal Wall Street Journal ai danni di un amministratore delegato di una società energetica inglese, il quale ha versato una somma di €220.000 a quello che credeva essere il direttore generale della società madre tedesca. Le indicazioni gli erano state fornite da una telefonata che riproduceva, per mezzo dell’AI, il suono, la tonalità, e persino l’accento tedesco della voce originale del CEO.

Per quanto riguarda i danni alla collettività riconducibili alla diffusione dei deepfake, il timore più diffuso è che essi possano diventare una fonte di disinformazione, ancora più potente delle fake news così come le conosciamo. Oltre a rendere virali contenuti falsi facilmente realizzabili, il rischio è che la tecnica possa essere utilizzata a scopi politici per condizionare i voti degli elettori, soprattutto in vista delle presidenziali americane del 2020. Nel report realizzato da Paul Barret, vicedirettore del New York University Stern Center for Business and Human Rights, i video deepfake sono indicati, infatti, come una delle maggiori minacce dalla quale dovrebbe difendersi l’industria dei social media. È proprio con lo scopo di farsi trovare preparati alle potenzialità dell’AI che Facebook, Microsoft e diversi accademici hanno lanciato il contestDeepfake Detection Challenge‘, finalizzato a sviluppare nuove tecniche di riconoscimento e intercettazione dei video deepfake. A partire dal prossimo ottobre fino a marzo 2020, i partecipanti lavoreranno su un insieme di dati ricavati da video falsi prodotti e diffusi in rete appositamente da Facebook, che ha contribuito a finanziare l’iniziativa con una cifra di $10 milioni.L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nei social media era già stato segnalato come uno strumento in grado di alimentare la disinformazione online attraverso la creazione sempre più accurata di fake news e la sua distribuzione virale. Se, alla falsificazione delle informazioni date dalla parola scritta, si aggiunge la possibilità di creare facilmente falsi contenuti video e audio, le sfide per il mondo dell’informazione si infittiscono. Le priorità a livello globale per rispondere prontamente al fenomeno del deepfake riguardano, prima di tutto, la ricerca tecnologica per approfondire le tecniche di alterazione di contenuti multimediali e l’abilità nel riconoscerle. In secondo luogo, di fondamentale importanza è anche la dimensione normativa per l’implementazione di leggi che possano regolare l’utilizzo di tale strumento senza minare la libertà di espressione online. Infine, occorre aumentare la consapevolezza degli utenti su questa ormai diffusissima tecnica che, da forma di intrattenimento, può diventare uno mezzo  di disinformazione capace di ingannare i nostri sensi, portandoci a dubitare non più solo di quel che leggiamo, ma anche di ciò che vediamo o sentiamo.

L’Australia rischia di non rispettare gli impegni ambientali L’ultimo rapporto dell’OECD sollecita Canberra a maggiori sforzi per ridurre le emissioni di carbonio

In Australia gennaio è stato il mese più caldo nella storia del Paese. Secondo il Bureau of Meteorology (BoM), le temperature avrebbero registrato per dieci giorni consecutivi 45° a Birdsville, mentre avrebbero sfiorato i 50° ad Augusta. La comunità scientifica è preoccupata per l’ondata di calore senza precedenti e per il suo impatto sull’ecosistema australiano, esposto ad incendi frequenti e forte siccità. Le cause sono attribuibili al cambiamento climatico, che come sottolineato nell’ultimo rapporto pubblicato lo scorso dicembre dal Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO), avrebbe portato ad un aumento delle temperature di 1° e ad un innalzamento del livello delle acque di 20 cm dal 1910. Anche il livello di acidità dei mari sarebbe salito, contribuendo alla degradazione della barriera corallina. Continua a leggere

La Cina in rotta per la luna La sonda lunare Chang’e-4 è decollata verso il lato più remoto del satellite

Un’antica leggenda cinese racconta che la Dea Chang’e fluttuò sulla Luna dopo aver assunto una medicina che l’avrebbe resa immortale; è lì che ora vivrebbe in compagnia del coniglio di giada, Yutu. Il mito ha ispirato il nome del programma di esplorazione lunare Chang’e-3, che col suo rover Yutu, nel 2013, portò la Cina sulla Luna per la prima volta. Rispettivamente, nel 2007 e nel 2010 furono lanciate Chang’e-1 e -2, che andarono in orbita, ma non atterrarono.

Il secondo capitolo della corsa alla Luna cinese si è aperto lo scorso 7 dicembre, quando la sonda Chang’e-4 è decollata dalla base spaziale di Xichang, nel Sichuan, per dirigersi verso la parte del satellite che risulta invisibile dalla Terra. Una missione del genere non è mai stata intrapresa da nessun altro Paese prima. Continua a leggere

Oriente: 7 giorni in 300 parole

SRI LANKA

27 ottobre. Iniziata una profonda crisi politica scatenata dalle decisioni del presidente Maithripala Sirisena di licenziare il primo Ministro Ranil Wickremesinghe per sostituirlo con Mahinda Rajapaksa e di sospendere il parlamento. E’ in dubbio la costituzionalità dell’atto.

Rajapaksa è un controverso uomo politico con inclinazioni filo-cinesi che, dal 2005 al 2015, aveva ricoperto la carica di Presidente. Si ipotizza che la decisione di Sirisena di nominare l’ex Presidente come Primo Ministro, sia stata presa per garantirsi una nuova coalizione politica che gli permetta di restare al potere. C’è anche chi parla di un complotto finanziato dalla Cina, la quale, attraverso un nuovo Premier filo-cinese, mira ad attenuare le critiche rivolte a Pechino per aver incastrato lo Sri Lanka in un enormedebitoaccumulato nel contesto della Nuova Via della Seta.

INDONESIA

29 ottobre. Un Boeing 737 della compagnia low-cost indonesiana Lion Air si è schiantato in mare appena tredici minuti dopo il decollo, causando la morte di tutti i 189 passeggeri a bordo. Sono in corso le indagini per comprendere le cause dell’incidente. Questo è solo l’ultimo della sequela di incidenti arei che dal 2000 hanno coinvolto compagnie aree indonesiane.

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Si accorciano le distanze tra Cina e Hong Kong Le grandi opere nel sud della Cina rafforzano l'integrazione di Hong Kong

Sarebbero in migliaia i residenti di Hong Kong che hanno protestato contro la costruzione di 1700 ettari di isole artificiali. Annunciato il 10 ottobre scorso dal capo esecutivo Carrie Lam, il Lantau Tomorrow Vision è un progetto urbanistico che mira a risolvere l’emergenza abitativa della città, creando un ulteriore centro residenziale adibito ad ospitare 1,1 milioni di persone.

Hong Kong è oggi una delle aree più popolose al mondo, con un totale di 7 milioni di abitanti e una densità media di 6300 persone per km2. Il costo eccessivo del mercato immobiliare e l’aumento dei senzatetto causano scontento tra gli abitanti, i quali, però, non hanno mostrato entusiasmo nei confronti della soluzione proposta dal governo. Tra le critiche indirizzate al progetto vi sono tempi di realizzazione eccessivamente lunghi, oltre a notevoli costi ambientali ed economici. I media locali hanno stimato una spesa di $63 miliardi, ma le previsioni ufficiali del governo non sono ancora state rilasciate.

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Asia e Oceania: 7 giorni in 300 parole

AUSTRALIA

16 ottobre. Il primo ministro, Scott Morrison, avrebbe dichiarato di “essere aperto al

 trasferimento dell’ambasciata australiana di Israele dalla città di Tel Aviv a Gerusalemme”. In merito al conflitto israelo-palestinese, il Premier ha ribadito il proprio appoggio alla soluzione diplomaticadue popoli, due Stati”. Il trasferimento dell’ambasciata implicherebbe un riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.

CINA

10 ottobre. Le autorità locali della provincia autonoma dello Xinjiang hanno legalizzato i campi di rieducazione per la minoranza islamica uigura. La convalida dei centri di internamento è avvenuta attraverso la revisione di una legge entrata in vigore nel marzo 2017. Essa vietava l’utilizzo del velo per le donne, di barbe lunghe per gli uomini e rafforzava i controlli sulla popolazione e sulle pratiche religiose. Il riconoscimento dei campi di rieducazione rientra all’interno del più ampio obiettivo di “eliminazione dell’estremismo religioso”, portato avanti dal governo centrale. La notizia è giunta a 2 mesi di distanza dall’intervento delle Nazioni Unite contro la Cina, accusata della detenzione di oltre 1 milione di persone. Pechino, trovandosi al centro delle critiche internazionali, aveva negato l’esistenza dei campi.

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Taiwan alle prese con la propria identità I nuovi documenti rilasciati da Pechino inaspriscono le tensioni tra Taiwan e RPC

A partire dallo scorso settembre, i cittadini provenienti da Taiwan, Hong Kong e Macao residenti nella Cina continentale da più di sei mesi, possono richiedere un nuovo tipo di carta d’identità che facilita la loro permanenza nella Repubblica Popolare Cinese. Il documento garantisce accesso al sistema sanitario, al sistema scolastico ed a servizi abitativi e relativi all’impiego, nonché una semplificazione delle procedure per il rilascio delle patenti di guida e l’acquisto di biglietti di viaggio.

Sebbene tale provvedimento proposto da Pechino abbia ottenuto una generale approvazione da parte della società civile, le autorità taiwanesi si sono mostrate scettiche. Secondo il governo taiwanese, infatti, le nuove carte d’identità rappresenterebbero una minaccia alla privacy dei cittadini. Taipei teme che in questo modo Pechino possa garantirsi l’accesso ai dati e alle operazioni bancarie dei residenti in possesso del documento, ampliando il sistema di sorveglianza cinese.

Inoltre, secondo quanto dichiarato dal Consiglio Per gli Affari Continentali, incaricato di gestire le relazioni tra Cina e Taiwan, l’iniziativa farebbe parte di “un disegno più ampio per riportare Taiwan all’ovile politico cinese”. Il timore è che i nuovi documenti portino i taiwanesi residenti in Cina ad essere soggetti al sistema giudiziario cinese, oltre che a considerare se stessi come cittadini della Repubblica Popolare a tutti gli effetti.

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Unione Europea e Giappone schierati in difesa del libero mercato L'accordo di libero scambio siglato tra Bruxelles e Tokyo rappresenta un'intesa storica che sfida il protezionismo trumpiano

Martedì 17 luglio è stato siglato quello che il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, ha definito come “il più grande accordo commerciale bilaterale mai firmato”. Dopo cinque anni di trattative, Giappone e Unione Europea rispondono alle recenti spinte protezionistiche lanciate dalla Casa Bianca, abolendo le barriere tariffarie sui maggiori prodotti commerciati tra i due partner.

L’accordo di libero scambio JEFTA (Japan-EU Free Trade Agreement) prevede una riduzione del 99% delle barriere tariffarie sulle importazioni di prodotti giapponesi da parte dell’UE. L’intesa andrebbe a creare condizioni favorevoli per l’export giapponese, destinato a raddoppiare: tra le aziende nipponiche più apprezzate dall’UE spiccano quelle che operano nel mercato automobilistico e nella vendita di apparecchi televisivi. Le importazioni di prodotti europei da parte del Giappone prevedono, invece, una riduzione delle tariffe del 94%. I maggiori vantaggi per l’Unione si registrerebbero nel settore agricolo e alimentare, grazie alla diminuzione delle tariffe su formaggi e vino. Ciò permetterebbe alle compagnie europee di esportare i propri prodotti risparmiando circa €1 miliardo all’anno.

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Il crimine di lesa maestà taglia la lingua alla Cambogia Con le elezioni a luglio, il governo stringe la morsa sull’opposizione

Secondo quanto riportato dalla polizia della provincia di Kampong Thom, il 13 maggio è avvenuto il primo arresto per crimine di lesa Maestà, volto a punire gli atti di offesa alla dignità del Regno di Cambogia. Entrata in vigore lo scorso febbraio, la legge rende perseguibile qualsiasi critica alla famiglia reale. I trasgressori rischiano da 1 a 5 anni di carcere e multe che vanno dai 500 ai 2.500 dollari. Continua a leggere