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FIFA World Cup 2022 in Qatar: i lati oscuri del più importante evento calcistico del mondo

Da quando, nel 2010, è stato dato l’annuncio che il Qatar avrebbe ospitato la finale della FIFA World Cup 2022, il piccolo paese si è adoperato per promuovere un’immagine di sé impeccabile agli occhi del mondo intero. L’emirato, che ha poco più di due milioni di abitanti e confina con il Bahrain e l’Arabia Saudita, si è sempre dimostrato interessato al calcio europeo. La Qatar Foundation, compagnia del gas fondata dalla famiglia reale dell’Emiro Al Thani, è stata sponsor ufficiale della squadra del Barcellona e lo stesso Malaga ha potuto contare sui generosi fondi del Qatar durante la Champions League del 2013. Insomma, il ricchissimo paese ha cercato di compensare la mancanza di squadre calcistiche nazionali facendo il tifo per i grandi campioni europei.

Nonostante gli sforzi del paese, la scelta della Fédération Internationale de Football Association (FIFA) è stata fortemente criticata su più fronti. La stampa internazionale, organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani ed esperti di sport si sono uniti per chiedere una revisione della decisione, ad oggi ancora non effettuata. Sono infatti la scarsa esperienza in ambito calcistico e la comprovata mancanza di tutela dei diritti umani ad aver fatto circolare voci circa la corruzione di alcuni membri del comitato esecutivo FIFA, specialmente attorno alla figura dell’ex presidente Blatter. A causa di queste supposizioni, molte figure chiave del Comitato hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa, nel corso degli anni, sostenendo che la decisione di conferire l’organizzazione del torneo al Qatar è stato unerrore sfacciato di Blatter. In aggiunta, nel 2011, l’allora vice presidente della FIFA, Jack Warner, dichiarò che era stata resa pubblica una email in cui si poteva leggere chiaramente che il Qatar aveva “acquistato” la World Cup 2022 grazie a ingenti tangenti pagate ad alcuni membri del Comitato esecutivo (che avrebbe dovuto votare per scegliere il paese ospitante dei Mondiali in questione), attraverso la figura di Mohammed bin Hammam, allora Presidente della Arab Football League e dello stesso comitato. Le affermazioni contenute nella email, poi andata persa, sono state riprese nel 2014 sia dal Daily Telegraph, sia dal Sunday Times, che dichiararono di aver rinvenuto materiale a testimonianza della corruzione di bin Hammam e di Warner. Entrambi rinnegarono le accuse, così come la FIFA, che attraverso le parole di Scala (allora capo del comitato Audit and Compliance), dichiarò di rifiutare di dar credito a ipotesi non basate su prove schiaccianti.

Tuttavia, lo scandalo nato nel 2011 e protrattosi fino al 2014 non ha fermato i lavori preparatori del Mondiale 2022. Nemmeno l’arresto dell’ex presidente UEFA, Michel Platini, (avvenuto lo scorso 18 giugno), o le diverse critiche relative alla possibilità che il torrido clima estivo del Qatar potesse essere nocivo per la salute degli atleti delle squadre. In un primo momento, Blatter rifiutò di credere alle dichiarazioni di alcuni medici dell’ospedale di Doha, preoccupati per le altissime temperature che raggiungono le estati nella regione. Per questa ragione, la World Cup 2022 sarà la prima ad essere giocata in inverno.

Ma le organizzazioni per la difesa dei diritti umani non possono dirsi soddisfatte di tale compromesso. E’ infatti la preoccupante tutela dei diritti dei lavoratori impiegati nella costruzione del gigantesco stadio e di tutte le venue disegnate per ospitare le partite del torneo l’elemento più controverso della questione. Human Rights Watch e l’International Trade Union Confederation (ITUC), poco dopo l’elezione del Qatar quale paese ospitante dei Mondiali, hanno sollevato perplessità circa l’adeguatezza degli standard di lavoro per la manodopera migrante che, già in precedenza, si riversava nel ricco emirato. In effetti, nel paese vige il cosiddetto sistema della Kafala, utilizzato per vigilare sui lavoratori stranieri che raggiungono il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, il Libano e tanti altri Stati del Golfo e non. Secondo questo sistema, i lavoratori sono obbligati ad avere uno sponsor, un garante, che li guidi nella firma del contratto già nel loro paese di origine, per favorire, teoricamente, un’integrazione efficace e veloce nel mondo del lavoro. In realtà, la Kafala rende i migranti vulnerabili a veri e propri soprusi da parte dei datori di lavoro, che possono confiscare passaporti e imporre loro tasse esorbitanti e orari lavorativi disumani.

Nel 2010, Sharan Burrow, allora segretario Generale dell’ITUC, condusse personalmente dei sopralluoghi nei cantieri di Doha e dintorni, dichiarando che i lavoratori migranti vivevano in condizioni terribili di “simil-schiavitù”, senza alcuna tutela dei bisogni primari o della loro dignità. Nei report realizzati, Burrow e i suoi collaboratori scrissero che se, entro massimo due anni da quella data, il governo del Qatar non avesse fatto nulla per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, le accuse di violazione dei diritti umani sarebbero state più che fondate. In risposta a queste forti accuse, il Comitato Qatar 2022 dichiarò di “impegnarsi per cambiare le condizioni di lavoro, in modo da lasciare un’eredità migliore per il benessere di tutti i lavoratori a venire. Questo non può essere fatto in una notte. Ma sta di certo che i Mondiali 2022 hanno una forza unica per catalizzare un cambiamento positivo in questo campo”. 

Nel 2014, inoltre, il governo promise di discutere e far approvare leggi a tutela dei lavoratori migranti; tuttavia, nel 2015 nulla ancora era stato effettivamente fatto. Nonostante alcune riforme siano state approvate, negli ultimi anni si è potuto osservare come il potere dei datori di lavoro continui ad essere indiscusso, con i migranti che lavorano per giornate intere in condizioni di scarsa sicurezza. Alcuni reportage condotti (si noti che, nonostante i lavori di costruzione delle venue è ancora in corso, molto del materiale raccolto si ferma al 2015 ca.), mostrano che la manodopera straniera, in maggioranza proveniente da India e Nepal, vive in veri e propri campi di lavoro, ed è spesso costretta ad accettare salari inferiori a quelli promessi prima dell’arrivo in Qatar (sempre a causa dell’influenza del sistema della Kafala). Quest’ultimo, ufficialmente abolito nel 2016, continua però ad essere praticato in molteplici circostanze; in particolare, nei confronti dei lavoratori nepalesi impiegati per la costruzione degli stadi per la FIFA World Cup 2022, come denunciato da Amnesty International nel 2018.

Le ultime notizie provenienti dai cantieri di Doha risalgono al giugno scorso, quando un giornalista dell’emittente televisiva tedesca WDR, Benjamin Best, si è recato personalmente per raccogliere interviste ed immagini dell’attuale situazione dei lavoratori. Ancora molti raccontano di non aver ricevuto pagamenti per gli ultimi mesi di lavoro, di settimane lavorative di 70 ore ciascuna e condizioni di vita ben lontane dai miglioramenti millantati dal Comitato Qatar 2022.

Cina: una nuova superpotenza? L’ascesa internazionale a 30 anni dal massacro di piazza Tienanmen

Di Lara Aurelie Kopp-Isaia, Vittoria Beatrice Giovine, Domenico Andrea Schiuma, Fiorella Spizzuoco.

I giorni di Tienanmen

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, piazza Tienanmen divenne lo scenario di un massacro, durante il quale carri armati dell’Esercito di Liberazione Popolare Cinese uccisero centinaia di persone, la maggior parte delle quali studenti universitari. Questi ultimi, provenienti da 40 diverse università, giunsero a Pechino per manifestare nel nome della democrazia. Stando alle autorità cinesi, le vittime furono 319, ma stime di organizzazioni internazionali, ONG e media stranieri hanno in diverse occasioni contestato il conteggio. La desecretazione nel 2017 di un telegramma, spedito dall’allora ambasciatore inglese a Pechino, Alan Donald, indica che le vittime potrebbero essere state più di 10.000.

Le manifestazioni iniziarono qualche mese prima. Il 15 aprile 1989 morì Hu Yaobang, segretario del Partito Comunista cinese dal 1981 al 1987. Hu fu una figura molto importante nella Cina degli anni Ottanta, aperta al mercato internazionale, ma ancora ostacolata da grandi problemi interni, tra cui un’aspra disuguaglianza sociale, la corruzione e l’opacità del sistema monoparititico. Hu è stato promotore di una spinta riformista e di maggior trasparenza del governo, al punto da esser allontanato e silenziato dai dirigenti comunisti più anziani. La sua morte diede inizio a diverse proteste, acuitesi con i primi scontri tra manifestanti e polizia. Scesi in piazza, il 22 aprile, i dimostranti invocarono un incontro con il primo ministro Li Peng, per poi indire uno sciopero generale a seguito del rifiuto alla precedente richiesta.

Alla fine di aprile del 1989, il Quotidiano del Popolo pubblicò un editoriale in cui studenti e manifestanti tutti vennero accusati di complottare contro lo stato. Si accese la miccia che avrebbe condotto al sorgere del così ricordato ‘Movimento del 4 maggio 1919’: la protesta studentesca anti-imperialista che vide più di 100.000 persone marciare per Pechino. I vertici del Partito Comunista osservarono le proteste spargersi in oltre 300 città, fino a quando, il 19 maggio, Deng Xiaoping, a capo della commissione militare, decise di dichiarare la legge marziale. L’esercito occupò la capitale e per 12 giorni la manifestazione resistette senza violenze. La notte del 3 giugno, però, Deng ordinò di passare alle armi. Nonostante l’invito del Governo ai cittadini di restare in casa, questi ultimi scesero in piazza per bloccare l’avanzata di centinaia di migliaia di truppe; il mattino del 4 giugno, scoppiarono gli scontri. Secondo un’intervista rilasciata alla BBC nel 2005 da Charlie Cole, reporter statunitense e autore del fotogramma simbolo del massacro, verso le 4 del mattino del 4 giugno i carri armati sarebbero penetrati all’interno della piazza, annientando veicoli e schiacciando persone. Verso le 5:40 dello stesso giorno, dinanzi a fotografi e giornalisti dei più importanti quotidiani internazionali, piazza Tienanmen era stata sgomberata nel modo più violento e cruento possibile. In quei primi giorni di giugno, il mondo intero assistette alla gravissima repressione del Governo cinese della libertà d’espressione.

Nel sopracitato telegramma, Donald testimonia che una volta arrivati i soldati in piazza Tienanmen, gli studenti hanno capito che fosse stata concessa un’ora per lasciare la piazza, ma dopo cinque minuti i blindati hanno attaccato. […] Hanno formato una catena umana, ma sono stati falciati, insieme ai soldati. […] Quindi i mezzi blindati hanno investito i cadaveri, schiacciandoli, per poi raccoglierli con le ruspe: i resti sono stati inceneriti e smaltiti nelle fogne”.

Non è chiaro cosa spinse i soldati ad attaccare i manifestanti. Alcuni sostengono che si sia trattato di una rappresaglia per l’uccisione di alcuni militari. Timothy Brook, storico canadese specializzato nella storia cinese, ha però sostenuto, in un’intervista con la PBS del 2006, che i militari avessero ricevuto l’ordine di sgomberare la piazza con ogni mezzo e che il comando avesse dunque deciso di aprire il fuoco sui civili per sbloccare le strade e raggiungere Tienanmen. Secondo il reporter John Pomfret, Deng Xiaoping era preoccupato che in Cina si sarebbe sviluppato un movimento anti-rivoluzionario, come stava accadendo in Unione Sovietica. Per questa ragione, aveva bisogno di sottomettere la popolazione attraverso l’uso della forza. Il 9 giugno, Deng stesso, durante un discorso pubblico, affermò che il vero obiettivo delle manifestazioni era quello di “rovesciare il Partito e lo Stato, nonché quello d’instaurare una repubblica borghese dipendente dall’Occidente”. Il governo riprese dunque il controllo della Cina, mentre tutti i leader e gli ufficiali responsabili delle proteste furono imprigionati.

Le conseguenze del massacro

30 anni sono trascorsi da questo accadimento, anche ribattezzato ‘Primavera Democratica cinese’ oppure, usando le parole delle autorità del Partito Comunista, ‘Incidente di Tienanmen’ o ‘del 4 giugno’. 30 anni sono molti, ma ancora non sufficienti per far sì che i vertici susseguitisi a capo del Partito dessero atto dell’intollerabile e indiscriminata violenza contro i pacifici manifestanti. A distanza di tanto tempo, infatti, il Governo cinese non ha ancora riconosciuto il massacro, continuando a non permettere commemorazioni e a non riconoscere che il numero di vittime sia molto più elevato di quello dichiarato ufficialmente.

È stato proprio l’avvicinarsi del trentesimo anniversario delle proteste a riaccendere il dibattito. Un’enfasi particolare ha caratterizzato il discorso rispetto agli anni precedenti, anche a causa dell’incremento di strumenti volti a censurare l’accaduto in Cina. Social network e motori di ricerca sono stati oscurati totalmente, impedendo anche agli utenti stranieri di collegare i propri dispositivi a piattaforme quali Whatsapp, che in Cina è in genere scartato in favore del servizio di Tencent, WeChat.

Alla grave tendenza del negazionismo cinese si è affiancato grottescamente il rinnovato vigore economico che ha portato il paese a rivaleggiare con gli Stati Uniti, in primis, e con altri tra i più influenti attori geopolitici nel panorama internazionale. Essendosi già affermata come ‘leading nation’ in alcuni campi quali l’high-tech, l’alta velocità, l’elettronica e l’energia rinnovabile, ora il paese, guidato da Xi Jinping, mira a espandersi in altri settori, quali l’e-commerce, i mobile device e il settore culturale. Le dichiarazioni dell’attuale ministro della Difesa, Wei Fenghe, hanno dimostrato, tuttavia, che il pugno duro di Pechino è ancora lontano dall’ammorbidirsi. Il generale, intervenendo durante lo Shangri-La Dialogue a Singapore, il 2 giugno scorso, ha sottolineato che l’attuale stabilità interna e lo sviluppo economico e sociale che ha interessato la Cina negli ultimi decenni è anche dovuto alla decisione del Governo di controllare e contenere la Protesta del 1989.

Risiede infatti nella quantomeno particolare dicotomia ‘regime autoritario-seconda potenza economica mondiale’ il cuore della ‘questione Tienanmen’. Tra l’imposizione della legge marziale del 19 maggio, fortemente voluta da Deng Xiaoping, e la sanguinosa repressione del 4 giugno, l’opinione pubblica internazionale si dichiarò scettica riguardo le possibilità di sopravvivenza della Cina comunista. L’allora presidente francese Mitterrand, ricorda France24, affermò che il paese non aveva “nessun futuro”, dopo aver sparato sui giovani disarmati. Ma le previsioni non potevano essere più sbagliate. Pechino ha resistito, e lo ha fatto senza mai mettere in dubbio l’autoritarismo del Partito, in nome del Contratto Sociale promosso e difeso ancora una volta da Deng. Egli, pur non ricoprendo alcuna carica politica all’epoca dei fatti di Tienanmen, continuava ad essere uno degli uomini più temuti e rispettati di tutta la Cina. Fu proprio la sua promessa di un futuro libero da povertà e disoccupazione a far sì che milioni e milioni di cinesi barattassero la propria libertà politica e di opinione in nome del Contratto: il prezzo fu salatissimo, ma, col passare del tempo, sembra aver dato i suoi frutti. Milioni di cinesi sono usciti dalla povertà, arricchendosi ed entrando a far parte di una classe sociale nuova, urbana, che sta alla base della forza del paese. Insieme a questo dato, il crescente nazionalismo e l’attenzione metodica posta alla promozione di un sentimento patriottico hanno permesso ai vertici del Partito di raccogliere consensi e di evitare ulteriori ‘incidenti’ come quello di Tienanmen.

Lo slancio economico

Per dirla con le parole di Xi, dalle manifestazioni del 1989, “la Cina ha varcato la soglia ed è entrata in una nuova era”. Già a partire dagli anni ‘80, furono mossi i primi passi di quel lungo processo di liberalizzazione del mercato cinese che portò a una serie di riforme strutturali del sistema economico, determinando un parziale dissolvimento dall’autoritarismo politico verso una ‘economia socialista di mercato’. Il termine, utilizzato per la prima volta nel 1992, definisce tuttora il modello economico della Cina moderna, caratterizzato da una singolare commistione tra pianificazione di stampo socialista ed economia di mercato. Sul piano dei mercati esteri, l’apertura internazionale avvenne soprattutto grazie alle esportazioni, nonché all’istituzione delle Zone Economiche Speciali: queste ultime, in particolare, avevano permesso al gigante asiatico di apprendere e ‘importare’ nuove strategie e nuovi modelli di gestione del capitalismo. Le esportazioni sono oggi diventate la colonna portante della crescita economica cinese e hanno permesso un rapido aumento della competitività nei settori ad alta intensità di lavoro e con elevata specializzazione, come nel caso dell’elettronica high-tech. Inoltre, se da un lato la graduale transizione da un’economia fortemente centralizzata a una più decentralizzata ha riportato al centro dell’attenzione l’iniziativa economica privata, dall’altro essa ha consentito agli esponenti politici locali delle principali città e delle province, agli operatori privati e a quelli esteri, di guadagnare un notevole spazio d’azione: tra le autorità amministrative locali e le imprese sono stabiliti i compiti, i profitti da realizzare e gli aiuti allo Stato.

Ma è il caso di soffermarsi sull’evoluzione commerciale più nel dettaglio. Nel corso degli anni, il cambiamento avvenuto sul piano politico e sociale ha avuto enormi ripercussioni sulla crescita economica del paese. La costruzione di una grande nazione socialista moderna e più aperta al mondo sembrerebbe essere stata mantenuta finora: quello che si è sempre presentato come un territorio regolato da un’economia pianificata e chiusa, ora sembrerebbe gradualmente aprirsi al commercio internazionale. Il delicato processo di transizione verso un’economia di mercato che punti alla capitalizzazione dei vantaggi comparativi della Cina, nonché a fornire maggiori incentivi allo sviluppo socioeconomico, non fu affatto facile da realizzare. Innanzitutto, si dovette provvedere a garantire l’esistenza, tramite riforme strutturali, delle giuste condizioni per agevolare l’incontro tra domanda e offerta di mercato. In breve tempo, il mondo ha potuto assistere all’ascesa del paese del dragone come potenza economica mondiale e attore primario nell’allocazione delle risorse.

Le ragioni storico-economiche del radicale cambiamento di rotta del paese risalgono al 1949, anno in cui, sotto la guida di Mao Zedong e con la nascita dell’attuale Repubblica Popolare Cinese, la Cina stava attraversato un periodo di terrore e di profonda limitazione delle libertà, che avrebbe condotto a un’involuzione economica causata dal totalitarismo di stampo Marxista-Leninista di Mao. Le politiche del ‘Grande Balzo in Avanti’ tra il 1958 e il 1962, infatti, favorirono il passaggio da un sistema economico rurale, basato principalmente sull’agricoltura, a uno più moderno, basato in parte sull’industria e in parte sulla collettivizzazione delle risorse. Tali misure, però, finirono per rivelarsi disastrose tanto sul piano economico quanto su quello sociale.

La trasformazione più profonda, tuttavia, ha come data d’inizio il 1978, con l’affermazione di Deng Xiaoping quale ‘leader supremo del Partito Comunista Cinese’. Dopo la sua visita a Singapore che, all’epoca, stava vivendo una fase di incredibile espansione e crescita grazie alle riforme politico-economiche attuate dalla famiglia Lee, il presidente cinese era rimasto così affascinato da rendere il modello della città-stato il principale riferimento per l’amministrazione cinese. Le politiche di Deng furono rivoluzionarie per la Cina comunista, segnando un cambiamento netto rispetto al pensiero Maoista: per la prima volta, venne introdotto il concetto di ‘politica delle porte aperte’. Inoltre, a partire dal 1979, fu concessa più libertà ai contadini nella gestione della terra e nella vendita dei prodotti agricoli sul mercato. Lo stesso avvenne nel settore industriale, all’interno del quale imprenditori pubblici e privati ricoprirono gradualmente un ruolo di maggior peso. Deng aveva creato le succitate quattro ‘Zone economiche speciali’ (1980), Shenzhen, Zhuhai, Shantou e Xiamen, al fine di facilitare l’apertura al commercio e alle imprese estere che avessero voluto stabilirsi in Cina.

Da lì in poi furono introdotte numerose riforme a livello strutturale, che avrebbero inciso sui settori di maggiore occupazione, quali quello manifatturiero e quello agricolo. Come ricorda Giovanni Caccavello su Il Sole 24 Ore, tra il ‘97 e il ‘98 iniziò un processo di privatizzazione su larga scala, contraddistinto dalla liquidazione o vendita di molte imprese statali. Tra il 2001, anno d’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), e il 2004, il numero delle imprese pubbliche era calato ancora del 48%. Contemporaneamente, i leader Jiang Zemin e Zhu Rongji avevano provveduto ad attuare la riduzione delle tariffe e l’eliminazione di alcune barriere commerciali, riformando anche il sistema bancario e smantellando parte del sistema di assistenza sociale di stampo maoista.

I rappresentanti politici odierni puntano chiaramente sulla stabilità del paese come obiettivo fondamentale da raggiungere, nonché a un approccio incrementale attuabile grazie a una commistione tra le precedenti riforme interventistiche e quelle recenti del mercato globale. Dal 1978 al 2018, la Cina è passata dall’essere una delle economie più povere ed isolate, con un PIL pro capite di circa $160, a una vera e propria potenza economica, in grado di competere con gli Stati Uniti, con un PIL pro capite di oltre $8.830.

Nonostante la prima fase di questa transizione non sia stata semplice per molte imprese statali ad alta intensità di capitale, le quali si sono trovate in difficoltà nel competere in un mercato più ampio, nel giro di pochi anni, hanno saputo rovesciare la situazione e realizzare consistenti profitti. Negli ultimi 30 anni circa, infatti, il PIL è cresciuto a un tasso del 9,6%. Tralasciando il rallentamento registrato nell’ultimo periodo, tutto lascia immaginare a una notevole capacità espansiva ancora disponibile per il paese, che potrebbe classificarsi come la più grande economia in termini nominali perfino prima del 2030.

La tranquilla marea rossa

Questa significativa espansione in termini di ricchezza e relazioni commerciali ha un corrispettivo nell’atteggiamento cinese verso la politica estera. Se, all’epoca dei trattati di Tientsin del 1860, che posero fine alla seconda guerra dell’oppio, fu inaugurato quello che la storiografia cinese ha rinominato “secolo della vergogna e delle umiliazioni”, nel 1949, con la presa del potere da parte di Mao Zedong, il governo del paese virò decisamente la propria traiettoria geopolitica, a partire da un piano culturale e ideologico. Mao, infatti, promise che avrebbe restituito dignità alla Cina umiliata, permettendo così al popolo cinese di camminare a testa alta. Questo spirito di revanche ha animato per decenni la società cinese. Oggi, anche al netto degli sviluppi più tragici, sembra che gli obiettivi sanciti da Mao siano stati, se non del tutto, quasi totalmente raggiunti. Questo è stato possibile anche grazie all’implementazione di un determinato tipo di politica estera.

In epoca post-Maoista, negli anni delle riforme portate avanti da Deng Xiaoping e degli eventi di piazza Tienanmen, la Cina ha perseguito una politica estera di stampo molto moderato. La parola d’ordine era: “basso profilo”. Niente avventurismo militare, nessuna velleità di leadership nella comunità internazionale. Bisognava “preservare un ambiente internazionale favorevole allo sviluppo economico del paese”, come nota Giovanni B. Adornino del Torino World Affairs Institute in un documento per l’Osservatorio di Politica Internazionale. La Cina, fino a pochi anni fa, ha accuratamente evitato “azioni ad alto tasso di visibilità”, preferendo acquisire maggior peso decisionale nelle organizzazioni internazionali e puntando sull’importanza delle relazioni commerciali e degli investimenti diretti all’estero.

La leadership di Xi Jinping potrebbe segnare una discontinuità con questo modello. L’obiettivo di Xi, continuando l’analisi di Adornino, sembra infatti quello di restituire alla Cina, entro il 2049, una “posizione centrale a livello globale”. La data non è casuale: nel 2049 ricorrerà il centenario dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Un orizzonte temporale simbolico. Gli esperti in materia tuttavia, ricorda l’autore, non concordano su un punto: alcuni ritengono che i tempi siano maturi affinché la Cina assuma maggiori responsabilità nella determinazione dell’agenda internazionale, altri, invece, sostengono che Pechino non sia ancora pronta a sostenere gli oneri economici e politici di un nuovo protagonismo.

Già nel 2014, l’ISPI, nella persona di Filippo Fasulo, evidenziava tre indizi che potevano significare un mutamento di passo in politica estera da parte della Cina: l’invio in Sud Sudan di un contingente di 100 uomini, nel contesto di una missione di peace-keeping dell’Organizzazione delle Nazioni Unite; un maggiore ruolo nel processo di pacificazione in Afghanistan, in particolare con l’organizzazione a Pechino di “un incontro dell’Istanbul Process, un meccanismo di cooperazione regionale formato da paesi mediorientali e centroasiatici”; infine, la discussione in atto nel 2014 presso l’Assemblea del Popolo di una bozza di legge contro il terrorismo, provvedimento che “conterrebbe la possibilità di autorizzare l’esercito e la polizia a effettuare operazioni di controterrorismo all’estero, dietro il consenso dei paesi interessati”.

La Nuova Via della Seta

Del resto, l’accrescimento dell’influenza internazionale della Cina è uno dei punti su cui si basa la retorica, proposta dai media, ma soprattutto dai politici cinesi, del ‘Sogno cinese’. In questo senso, una delle direttrici principali sia per giungere alla realizzazione del Sogno, sia all’aumento del peso internazionale della Cina è la Belt and Road Initiative. La BRI non è solo una policy: come la definisce Adornino, è una “narrazione-ombrello”, sotto la quale si possono raccogliere politiche eterogenee. I prodromi della BRI possono essere rintracciati in due strategie elaborate dal Governo cinese fra il 1999 e il 2001. La prima è denominata ‘Grande sviluppo dell’Ovest del Paese’, finalizzata ad arricchire le regioni più povere dello stato; la seconda è la ‘Going global strategy’. Quest’ultima, come suggerisce la denominazione, ha l’obiettivo di accrescere l’internazionalità delle imprese cinesi al fine di aumentarne la competitività.

Lanciata nel 2013, la BRI è una politica volta a collegare l’Estremo Oriente e l’Europa attraverso reti infrastrutturali fisiche (come quelle ferroviarie), finanziarie e digitali. Il giornalista Antonio Selvatici, in La Cina e la nuova via della seta (2018), afferma che la BRI sia uno strumento attraverso cui la Cina potrebbe conseguire alcuni obiettivi strategici. Tra questi, quello di controllare le rotte commerciali nel Mediterraneo (Via della Seta marittima) e quello di raggiungere l’Europa centro-orientale. Quest’ultima, in particolare, secondo le previsioni cinesi, afferma l’autore, “diventerà il nuovo cuore manifatturiero dell’Europa”. Con il benestare, tra l’altro, proprio dei paesi dell’area, che hanno formato un gruppo, “propenso ad accettare le buone offerte del Paese del Dragone”: si tratta del vertice degli stati dell’Europa Centrale e della Cina, meglio noto come 16+1. Kerry Brown, professore al King’s College, in L’amministratore del popolo. Xi Jinping e la nuova Cina (2018), evidenzia invece come la BRI possa consentire alla Cina di diversificare le vie di approvvigionamento delle risorse che le sono necessarie, bypassando lo Stretto di Malacca, facile da controllare per gli Stati Uniti.

Il libro di Selvatici prima citato reca un interessante sottotitolo: Progetto per un’invasione globale. Il giornalista sostiene infatti che la BRI possa essere un cavallo di Troia attraverso il quale la Cina realizzerà una “strisciante, condivisa e pacifica invasione”. Se, da un lato, può apparire forse esagerato sostenere che la Cina stia attuando un piano neocoloniale, dall’altro, è senz’altro lecito affermare che stia implementando una politica estera espansiva, tramite modalità pacifiche e condivise. Pacifiche poiché Pechino, al momento, non sembra voler sottrarre agli Stati Uniti il ruolo di watchdog del mondo. Condivise perché larga parte della politica estera cinese (anche nell’ambito della BRI) passa attraverso la sottoscrizione, con gli stati partner, di accordi bilaterali che garantiscono vantaggi ad entrambe le parti contraenti. Si tratta, cioè, di accordi cosiddetti ‘win-win’.

La Cina non cerca quasi mai intese con le grandi organizzazioni internazionali, come l’Unione Europea. Si rivolge direttamente ai paesi o ai gruppi con cui è interessata a contrattare, portando ai tavoli negoziali un peso economico senza dubbio maggiore rispetto a quello che avrebbe potuto far valere 20 o 30 anni fa. Questa strategia viene favorita, almeno nel Vecchio Continente, anche dall’ondata euroscettica che ha colpito l’Unione Europea da qualche anno a questa parte. In questo modo, sempre secondo Selvatici, la Cina si mostra maestra nell’applicazione del soft power. La politica estera condotta da Pechino condurrebbe le altre nazioni alla subalternità. Tuttavia, si tratterebbe di “una subalternità intelligente, che non soffoca lo stato oggetto d’attenzione”. La Cina è in grado di utilizzare il soft power per ottenere vantaggi politici su questioni che le stanno a cuore. L’essere il principale investitore a Panama ha portato ad esempio, nel 2017, il Governo panamense a interrompere le relazioni con Taiwan.

Una nuova superpotenza?

L’acume e il vigore di Pechino le hanno permesso di capitalizzare negli anni su ardite combinazioni di politiche autoritarie e non, fino a guadagnarsi, se non il titolo, almeno la fama di superpotenza.

Non per nulla, la Cina è impegnata nel confronto con il principe dell’egemonia tradizionale: le imprese americane considerano il mercato cinese, che contribuisce per oltre il 30% all’espansione annua del mercato globale, una fonte di guadagno irrinunciabile. La minaccia dell’espansione economica cinese e l’incremento della propria influenza, tuttavia, hanno portato gli USA a prendere provvedimenti protezionistici e a inserire altissimi dazi sui prodotti cinesi. La guerra commerciale intrapresa da Donald Trump non fa che peggiorare: come affermato nei suoi ultimi tweet, il presidente statunitense intende riscattare la federazione dal ruolo di salvadanaio che tutti vogliono razziare e sfruttare”.

L’Unione Europea, dal canto proprio, è alla ricerca un accordo con la Cina entro il 2020. Continuano le discussioni circa il 5G e la cybersicurezza, in vista di una maggiore coordinazione e del collegamento tra Via della Seta (BRI) e grandi rete di trasporto europee Ten-T. “L’UE e la Cina si impegnano a costruire la loro relazione economica sull’apertura, la non discriminazione e la concorrenza equa, assicurando un terreno di gioco paritario, trasparenza e basato su benefici reciproci”, come si legge nella bozza di dichiarazione congiunta UE-Cina che riprende le richiesta fatte da Bruxelles a Pechino a tutela dell’industria e delle imprese europee.

Nel frattanto, in Cina, aleggia ancora il ‘fantasma di Tienanmen’: il sacrificio di studenti, giovani lavoratori, uomini e donne, resta un ricordo proibito. Quelli che all’estero vengono chiamati i ‘Martiri di Tienanmen’, per quanto nascosti dal Governo agli occhi dei cittadini, restano una testimonianza del fatto che un’alternativa all’autoritarismo esisteva e non necessariamente nella forma di una svolta occidentale, simile a quella che, poco dopo i giorni del massacro, portò al disgregamento dell’Unione Sovietica. La paura dell’effetto Gorbačëv, in effetti, ha spinto il PCC, ogni anno per 30 anni, a inasprire la censura e la repressione quando il 4 giugno si avvicina.
Hong Kong, ex colonia britannica rientrata nella sfera di controllo cinese nel 1997, si trova oggi in quella fase di status autonomo della durata di 50 anni garantita ai tempi del riavvicinamento. In nome della formula ‘un sistema, due paesi’, la regione ha un proprio Parlamento e una propria opposizione politica, che non manca di far sentire la propria voce. In un momento in cui il Governo di Pechino stenta a rispettare il patto del ’97, con l’avvicinarsi dell’anniversario della Protesta di Tienanmen, centinaia di migliaia di persone si sono riversate per le strade chiedendo alla Cina di riconoscere le vittime del massacro. Attirando l’attenzione mediatica internazionale, Hong Kong ha fatto tremare i vertici del Partito, ancora una volta. È nello spirito di questi giovani che vive la speranza di quelli di Tienanmen, di tutti i giovani che si sono opposti ai mezzi blindati dell’autoritarismo con la loro perseveranza, i loro canti e la loro voglia di libertà.

La difficile lotta ai cambiamenti climatici nei paesi MeNA

La recente visita del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres in Tunisia, svoltasi tra il 30 marzo e il 1 aprile 2019,  si è conclusa con un significativo incontro con studenti e studentesse della facoltà di giurisprudenza e scienze politiche dell’Università di Tunisi.

Nelle aule dell’Università tunisina, Guterres ha invitato gli studenti a unirsi per contrastare i drammatici fenomeni quali i cambiamenti climatici, la crescita delle disuguaglianze e i conflitti (e la conseguente mancanza di tutela dei diritti umani), che sono – a suo dire – le più grandi sfide del nostro tempo. Nonostante queste figurino al centro dell’agenda ONU, e nonostante l’Organizzazione compia sforzi quotidiani per la sensibilizzazione dei cittadini del mondo circa i rischi e i pericoli che corrono, la strada da percorrere è ancora lunga.

Quando ero al governo negli anni ‘90, eravamo convinti che non solo la globalizzazione e i progressi tecnologici avrebbero aumentato la ricchezza, ma che questa ricchezza sarebbe andata a beneficio di tutto il mondo. Ci siamo sbagliati”. Con queste parole, il Segretario Generale ha quindi incalzato i giovani con i quali si è seduto tra le fila dei banchi universitari, sottolineando l’importanza dell’informazione e dello studio per contrastare i risultati di decenni durante i quali la globalizzazione ha creato un enorme divario tra la popolazione dei paesi più ricchi e industrializzati e quella dei paesi in via di sviluppo. La ricchezza, ha continuato Guterres, è aumentata restando però concentrata nelle mani di pochi individui.

Più in particolare, l’attenzione dell’opinione pubblica tunisina è stata catturata da alcune delle sue dichiarazioni, che hanno illuminato l’ancora più complessa lotta ai cambiamenti climatici negli stati delle regioni nordafricana e mediorientale. Come rilevato dal IPCC Summary for Policymakers (SPM), indicatori quali ritiro dei ghiacciai, scioglimento dei poli, innalzamento della temperatura negli oceani, mostrano come la situazione è di gran lunga peggiore di quanto previsto negli anni ‘80 e ‘90: la politica, come affermato dal Segretario Generale, si è rivelata lenta e poco attenta pressoché in tutti i paesi. Addirittura, nell’area mediorientale e nordafricana, i governi autoritari non faticano solo a tenere il passo con le necessarie politiche da adottare per far fronte alla minaccia dei cambiamenti climatici, ma spesso ostacolano la via di coloro i quali lottano ogni giorno per la difesa del nostro pianeta e per la diffusione di uno stile di vita più sostenibile.

Dalla Turchia all’Arabia Saudita, dall’Egitto all’Iran, la vita di ambientalisti e attivisti si fa più difficile di anno in anno. Sempre più spesso, vengono riportate notizie di ricercatori e esponenti del mondo accademico arrestati per aver espresso la propria opinione preoccupata circa le insufficienti (o, talvolta, inesistenti) politiche a tutela dell’ambiente. Pare infatti evidente che, su queste tematiche, ci sia un unico fronte che si oppone ai governi. Le differenze religiose e politiche sembrano non esserci più quando si parla di lotta ai cambiamenti climatici: il Medio Oriente e il Nord Africa rischiano di vedere le proprie risorse ridotte ulteriormente già nei prossimi 10 anni, con prospettive disastrose se si ragiona ancor più a lungo termine.

La tenacia con la quale i movimenti ambientalisti continuano a lottare per far sì che i governi adottino politiche ecologiche e attente ai bisogni dell’ambiente non fa che confermare i dati raccolti negli ultimi anni dalle principali agenzie Onu: la FAO, ad esempio, ha condotto uno studio in collaborazione con l’università del Nebraska sulla siccità e la desertificazione dell’area MENA.

Il Forum Arabo per l’Ambiente e lo Sviluppo, una piattaforma regionale e annuale organizzata dalla Economic and Social Commission for Western Asia a Beirut, dal 2009 mette in evidenza, attraverso i propri studi, l’elevata vulnerabilità e sensibilità ai cambiamenti climatici dei paesi arabi. Le previsioni dei ricercatori susseguitesi negli anni parlano di gravi rischi per gli ecosistemi, come la drammatica riduzione delle risorse idriche o l’aumento delle temperature, che porterà, tra le altre cose, alla crescita del rischio di diffusione di malattie causate dai morsi di insetti (come la malaria).

Infine, non è da dimenticare l’ultimo, fondamentale, dato che riguarda il peggioramento delle condizioni di vita e la scarsità di risorse naturali: sempre secondo lo stesso Forum, infatti, l’insieme di queste condizioni ha già portato e continuerà a portare al moltiplicarsi di tensioni sociali e conflitti. Non potendo certificare come questi fattori siano gli unici alla base delle lotte intestine e dei moti di rivolta che hanno scosso a più riprese la regione del Medio Oriente e Nord Africa, è innegabile che la scarsa partecipazione democratica, la mancante rappresentanza popolare e la poca libertà di opinione ed espressione si intreccino irrimediabilmente con quanto denunciato nei report del Forum.

Nei primi giorni di aprile, si è svolto il Summit 2019 del World Economic Forum per la regione, in Giordania: un’ulteriore occasione di confronto, durante la quale rappresentanti dei governi locali, delle organizzazioni internazionali e stakeholder di varia provenienza hanno potuto discutere di lotta ai cambiamenti climatici, di creazione di posti di lavoro e di opportunità per i giovani e di parità di genere e ruolo delle donne. Durante il Summit è stato evidenziato che la drammatica situazione a cui stiamo assistendo non solo sia innegabilmente legata alla difficile realtà sociale di quei paesi, ma che se non si agisce in tempo, siccità e conflitti potrebbero portare una delle zone più popolose del nostro pianeta ad essere del tutto inabitabile. Con la consapevolezza che essa comporterà l’aumento dei flussi migratori irregolari, la cui cattiva gestione porta con sé pericoli per la tutela dei diritti umani, della dignità e del diritto alla vita di milioni di persone.