Segretario                                 logo                                 Folco

Home     Redazione     Msoi Torino     Archivio



Violenza e libertà nella stampa europea

Una delle declinazioni fondamentali della democrazia è la libertà di informare. È dunque legittimo chiedersi quale sia lo stato di salute del giornalismo libero in Europa. Il rapporto del 1° gennaio 2019 “Mapping media freedom 2014-2018 di Index on Censorship illustra una situazione poco confortante.

Questo rapporto, che prende in considerazione il periodo da maggio 2014 a luglio 2018 e che monitora complessivamente 35 Stati, tra paesi Ue ed extra Ue, candidati o potenzialmente candidabili a far parte della membership dell’Unione, presenta un resoconto di tante e diverse forme di violazioni della libertà di stampa, più o meno gravi, che vanno dalle vicende di diffamazione e discredito alle intimidazioni, dalle aggressioni fisiche ai veri e propri omicidi di persone che esercitano la professione giornalistica.

L’Italia registra un record negativo in 7 sui 18 indici considerati nell’indagine. In particolare, detiene il primato per aggressioni fisiche e molestie psicologiche, offese, intimidazioni, attacchi alla proprietà, cause civili, episodi di discriminazione e discredito verso i giornalisti. Inoltre, il nostro Paese è secondo solo alla Turchia per numero complessivo di episodi di violazione della libertà di stampa. Tuttavia, non sono stati registrati episodi di omicidi (a differenza della Francia, che conta il numero più alto in questa particolare graduatoria, a seguito dell’attacco terroristico alla sede della rivista Charlie Hebdo nel gennaio 2015), né casi di restrizione della libertà personale dei giornalisti da parte dello Stato.

In tema di giornaliste e giornalisti uccisi in Europa, il rapporto cita anche la Repubblica di Malta, in seguito all’assassinio della giornalista investigativa Daphne Caruana Galizia, e la Repubblica Slovacca, per il caso del duplice omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua compagna Martina Kusnirova. In effetti, anche a causa dell’impatto che queste morti hanno avuto sull’opinione pubblica e delle modalità con le quali sono avvenute, Malta e la Slovacchia sono scese in misura significativa nella classifica mondiale della libertà di stampa 2019 dell’organizzazione no-profit Reporters sans frontières.

In calo, nella classifica appena citata, si registra anche la Bulgaria, che nell’ottobre 2018 è stata teatro dell’uccisione della giornalista Viktoria Marinova.

Le morti di Daphne Caruana Galizia, Jan Kuciak, Viktoria Marinova e di altri giornalisti europei sembrano presentare un denominatore comune: si tratta di professionisti il cui omicidio è presuntivamente legato alla rivelazione di informazioni di pubblico interesse che riguardavano alti vertici dello Stato. Colpisce ulteriormente che i delitti siano stati commessi in Paesi ritenuti sostanzialmente democratici e liberali.

Quando è stata uccisa, Daphne Caruana Galizia stava lavorando, tra le altre cose, su un’inchiesta mirata a fare luce sulla presunta intestazione di un’azienda panamense, dedita al riciclaggio di denaro sporco, alla moglie del primo ministro Joseph Muscat. Kuciak indagava, invece, su presunti legami con l’organizzazione mafiosa ‘ndrangheta da parte di alcune figure vicine all’allora primo ministro slovacco Robert Fico. Nella puntata del programma televisivo bulgaro ‘Detektor’ che ha preceduto l’assassinio, Viktoria Marinova aveva rivelato un caso di corruzione che avrebbe coinvolto alcuni vertici politici bulgari.

Al di là del ruolo del potere pubblico nelle inchieste di questi giornalisti e delle conseguenze derivate per loro dalla conduzione di tali inchieste, può essere importante osservare anche quali siano state le reazioni dei personaggi politici coinvolti.

Nel caso Caruana Galizia, si è registrata una sostanziale mancanza di assunzione di responsabilità politica: nessuno dei sospettati, infatti, ha rassegnato le proprie dimissioni. A questo dato si affianca anche la preoccupazione espressa in una lettera aperta indirizzata alla Commissione europea dall’organizzazione internazionale non governativa degli scrittori, che ha denunciato la modalità di svolgimento delle indagini, la lentezza delle procedure e gli episodi di depistaggio. Reporters Sans Frontières si è invece schierata pubblicamente contro l’apertura di procedimenti giudiziari per diffamazione da parte dei politici coinvolti nelle indagini, affermando che “il Premier e gli altri funzionari farebbero bene ad abbandonarli e a concentrare i loro sforzi sulla ricerca di verità per Daphne”.

Situazione diversa, invece, per quanto riguarda il caso Kuciak: la vicenda ha prodotto infatti una reazione così forte nell’opinione pubblica slovacca da portare alle dimissioni del ministro della Cultura Marek Madaric prima, del ministro dell’Interno Robert Kalinak poi e, infine, anche del primo ministro Robert Fico.

Tuttavia, le violazioni della libertà di stampa non sono confinate al coinvolgimento del mondo politico nelle inchieste ed alle sue reazioni: la questione del rapporto tra stampa e potere politico è più ampia e presenta numerosissime sfaccettature.

Un esempio particolare si è avuto nel caso del ministro dell’Interno austriaco, Herbert Kickl, che ha causato un forte imbarazzo per il governo di Sebastian Kurz quando, in una e-mail inviata alle forze di polizia, ha invitato gli ufficiali a fornire meno informazioni ad alcuni giornali considerati ostili. Una esempio meno appariscente di discriminazione nel rapporto con la stampa ha avuto luogo in Francia, dove i criteri di scelta applicati dall’Eliseo per scegliere quali testate e quali giornalisti potessero seguire il Presidente nei suoi viaggi istituzionali hanno prodotto preoccupazioni tali da indurre diverse redazioni – tra cui anche Le Figaro e Le Monde a indirizzare una lettera aperta alla presidenza della Repubblica nella quale essi contestavano le modalità di tale decisione.

Nelle democrazie europee, che vivono spesso forme di diffidenza pubblica verso la classe politica e, in alcuni casi, vedono messe in discussione le stesse basi democratiche della convivenza civile da governi di stampo sempre meno liberale, non si può prescindere oggi dal ruolo di una stampa libera e indipendente. Proprio per questo, il potere politico non può esitare nel difendere il diritto all’informazione: dev’esser sempre denunciato quando tenta di ostacolarlo, in forme più o meno esplicite e violente. La memoria di giornaliste e giornalisti come Daphne Caruana Galizia, Jan Kuciak, Viktoria Marinova e molti altri occorre sia tenuta viva, anche perché legata a questo aspetto fondamentale della democrazia.