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Da Flynn a Bolton: tutti i problemi di Trump con i Consiglieri alla Sicurezza nazionale

Il primo mandato di Donald Trump volge ormai al termine. Tuttavia, lo scorso giugno, a Orlando, in Florida, l’attuale presidente degli Stati Uniti ha annunciato la propria ricandidatura per le elezioni del 2020. A più di tre anni dal suo ufficiale insediamento alla Casa Bianca, avvenuto il 20 gennaio 2017, una cosa si può affermare con certezza: i rapporti di Trump con i propri consiglieri alla Sicurezza sono stati molto complicati.

Lo scorso 10 settembre Donald Trump ha, infatti, annunciato, tramite un tweet, le dimissioni del consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton. Le dinamiche che hanno condotto a tale esito non sono però chiare. Trump sostiene di aver chiesto le dimissioni dell’ex consigliere a causa dei continui e reciproci contrasti. Tuttavia, secondo la versione sostenuta da Bolton, la vicenda si sarebbe svolta in modo diverso, rivelando di avere offerto le proprie dimissioni al presidente la sera del 9 settembre. Trump, a quel punto, avrebbe rimandato la discussione al giorno seguente. Secondo la CNN, la causa della rottura fra Trump e Bolton sarebbe da rintracciare nel profondo disaccordo circa l’opportunità di ospitare a Camp David alcuni leader dei talebani.

Il litigio su quest’ultima questione sarebbe stata solo l’ultima goccia. Come sostenuto da Peter Bergen e come sottolineato dallo stesso Trump, le visioni del presidente e di John Bolton sulle principali questioni di politica internazionale, come la crisi in Venezuela, i rapporti con l’Iran e con la Corea del Nord, erano ormai inconciliabili. In particolare, gli atteggiamenti e le proposte bellicose di Bolton si sarebbero scontrate troppo spesso, e troppo intensamente, con le diverse posizioni di Donald Trump.

Bolton viene comunemente considerato un bellicoso in ambito di politica estera. La descrizione appare quanto mai adeguata. Un eloquente esempio è rappresentato dall’articolo che il 26 marzo del 2015 pubblicò sul New York Times con il titolo: Per fermare le bombe iraniane, bisogna bombardare l’Iran. Nello scritto, Bolton criticava l’atteggiamento che l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aveva con l’Iran, affermando che avesse incentivato quest’ultimo ad avanzare sempre maggiori richieste a Washington. Ritenendo inutile sperare di poter giungere a un compromesso con l’Iran, Bolton suggerì una soluzione drastica: “La verità scomoda è che solo un’azione militare come l’attacco israeliano al reattore iracheno di Osirak del 1981 o la distruzione del 2007 sempre da parte israeliana di un reattore siriano progettato e costruito dalla Corea del Nord può realizzare gli obiettivi prestabiliti”. Un attacco, spiegava Bolton, che non avrebbe dovuto distruggere tutte le infrastrutture iraniane legate al nucleare, ma avrebbe dovuto limitarsi a spezzare le connessioni chiave nel ciclo della produzione del nucleare, in modo da ritardare il programma di tre o cinque anni. Israele avrebbe quindi potuto “fare quello che è necessario”, costituendosi come la longa manu armata degli Stati Uniti in Medio Oriente. Un’azione di questo genere, concludeva Bolton, avrebbe dovuto essere combinata con un vigoroso sostegno americano alle opposizioni iraniane, appoggio finalizzato a un cambio di regime”.

Le ipotesi di Bolton furono, tuttavia, smentite dai fatti. Proprio nel 2015, infatti, venne siglato il Joint Comprehensive Plan of Action, meglio conosciuto come l’accordo sul nucleare dell’Iran. Nessuna meraviglia, dunque, quanto al fatto che, 3 anni dopo, quando Bolton era ancora in carica, Trump abbia deciso di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo con l’Iran, affermando: “Era un accordo terribile, che non si sarebbe mai dovuto sottoscrivere”. Nei mesi successivi, con un atteggiamento di senso opposto,Trump si è reso protagonista di alcuni gesti conciliatori nei confronti dell’Iran, discostandosi da Bolton.

Anche riguardo i rapporti con la Corea del Nord, le posizioni del Presidente e di Bolton erano diventate ormai inconciliabili. Un mese prima che entrasse in servizio alla Casa Bianca, Bolton – ricostruisce Bergen per la CNN – aveva pubblicato un articolo sul Wall Street Journal, in cui suggeriva delle teoriche giustificazioni legali per una guerra preventiva contro la Corea del Nord. Si sarebbe trattato di replicare il modello dell’operazione del 2003 contro l’Iraq. Qualche settimana dopo, invece, Bolton dichiarò che l’amministrazione stava valutando la possibilità di applicare alla Corea del Nord il ‘modello libico’.

Il ‘modello libico’ prendeva a riferimento il modello di gestione dei rapporti tra gli Stati Uniti e, appunto, la Libia guidata da Moammar Gheddafi. Quest’ultimo, all’inizio degli anni 2000, aveva accettato di interrompere il proprio programma di costruzione di armi di distruzione di massa in cambio della revoca delle sanzioni che erano state comminate al suo regime. Nel 2011, nel contesto delle cosiddette ‘Primavere arabe’, Washington finanziò gruppi di ribelli che rovesciarono il regime di Gheddafi e, infine, lo uccisero. Per questa ragione, quando a Kim Jong-Un vennero riferite le dichiarazioni di Bolton, la reazione del dittatore nord-coreano non fu delle più moderate. Egli, infatti, interpretò le esternazioni di Bolton come una manifestazione di volontà, da parte degli Stati Uniti, di rovesciare anche il regime nord-coreano. Kim Kye-Gwan, primo vice-ministro per gli Affari esteri della Corea del Nord, affermò, in un comunicato ufficiale del 16 maggio 2018: Non nascondiamo il nostro senso di ripugnanza nei confronti di Bolton”. La Casa Bianca prese subito le distanze dalle posizioni di Bolton. Sarah Huckabee Sanders, dell’ufficio Stampa della Casa Bianca, dichiarò: “Non ne abbiamo mai discusso, quindi non credo che quello sia il modello che stiamo seguando per l’Iran”.

A febbraio del 2019 Trump incontrò Kim ad Hanoi, in Vietnam, ma si ritirò subito dalle discussioni quando si accorse che il suo collega nord-coreano non aveva molto da offrire sulla denuclearizzazione. A maggio, la Corea del Nord lanciò dei missili a corto raggio. Bolton protestò, dicendo che quei lanci violavano le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’organizzazione per le Nazioni Unite. Ancora una volta, Trump contraddisse il segretario dell’epoca, affermando che quell’operazione non lo preoccupava.

In ogni caso, che si sia trattato di un licenziamento da parte di Trump o di dimissioni avanzate da Bolton, la sostanza non cambia e una cosa si può di certo affermare: i rapporti di Trump con i propri Consiglieri alla Sicurezza nazionale sono stati molto difficili fin dall’inizio del suo mandato. Altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di nominarne ben quattro.

I rapporti tra il presidente e il dimissionario (licenziato?) Bolton sono stati qui sopra ricostruiti. Cosa dire però dei suoi due predecessori, Michael T. Flynn e Herbert R. McMaster?

Il primo rimase in carica meno di un mese, dal 20 gennaio 2017 al 13 febbraio dello stesso anno. Fu costretto a dimettersi in quanto accusato di aver ingannato alcuni importanti membri dell’amministrazione, tra cui il vicepresidente Mike Pence, sui suoi contatti con Sergej Kislyak, all’epoca ambasciatore russo negli Stati Uniti. Da quel momento collaborò con le autorità giudiziarie americane all’inchiesta riguardante le interferenze russe nella campagna elettorale per le elezioni del 2016. L’1 dicembre 2017 Flynn ammise di aver mentito al Federal Bureau of Investigation sulle sue conversazioni con Kislyak. L’importanza delle discussioni tra Flynn e quest’ultimo risiede nel fatto che esse, come riporta il New York Times, sarebbero state parte di un piano congeniato dai collaboratori di Trump per impostare delle linee di politica estera prima che il presidente eletto iniziasse ufficialmente il proprio mandato. Quando, quindi, formalmente, era ancora in carica l’amministrazione Obama.

I motivi che hanno portato all’allontanamento di McMaster sono, invece, più simili alle ragioni che hanno condotto al licenziamento (o alle dimissioni) di Bolton. McMaster, come ricorda Alex Ward, si trovò subito in contrasto con l’amministrazione Trump. Il più grande dissidio riguardò l’invio di ulteriore contingente militare in Afghanistan, idea alla quale McMaster era favorevole e che invece Trump respingeva con disgusto. Il sito della BBC riporta la seguente dichiarazione di Trump: “McMaster vuole spedire più truppe in Afghanistan, allora manderemo lui”. McMaster, inoltre, dichiarò che esistevano prove incontrovertibili delle interferenze russe nelle elezioni del 2016. Un’esternazione che, ovviamente, Trump non apprezzò e alla quale il presidente controbatté immediatamente: “McMaster ha dimenticato di dire che i risultati delle elezioni del 2016 non sono stati cambiati dai russi”. Infine, ancora una volta, anche i rapporti con la Corea del Nord furono oggetto di discordia fra Trump e il suo Consigliere dell’epoca. McMaster infatti suggeriva un approccio più militaristico nei confronti di Pyongyang. Più in generale, McMaster avrebbe avuto difficoltà ad avere a che fare con Trump, anche a livello personale. Soprattutto, il carattere umorale del Presidente e i suoi continui cambi di decisione avrebbe reso impossibile per McMaster l’impostazione di una politica coerente.

In ogni caso, il 18 settembre 2019 Trump ha nominato il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale: si tratta di Robert O’Brien. Riuscirà, almeno a lui, a mantenere il proprio incarico prima della fine, quasi imminente, del mandato di Trump?

Cina: una nuova superpotenza? L’ascesa internazionale a 30 anni dal massacro di piazza Tienanmen

Di Lara Aurelie Kopp-Isaia, Vittoria Beatrice Giovine, Domenico Andrea Schiuma, Fiorella Spizzuoco.

I giorni di Tienanmen

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, piazza Tienanmen divenne lo scenario di un massacro, durante il quale carri armati dell’Esercito di Liberazione Popolare Cinese uccisero centinaia di persone, la maggior parte delle quali studenti universitari. Questi ultimi, provenienti da 40 diverse università, giunsero a Pechino per manifestare nel nome della democrazia. Stando alle autorità cinesi, le vittime furono 319, ma stime di organizzazioni internazionali, ONG e media stranieri hanno in diverse occasioni contestato il conteggio. La desecretazione nel 2017 di un telegramma, spedito dall’allora ambasciatore inglese a Pechino, Alan Donald, indica che le vittime potrebbero essere state più di 10.000.

Le manifestazioni iniziarono qualche mese prima. Il 15 aprile 1989 morì Hu Yaobang, segretario del Partito Comunista cinese dal 1981 al 1987. Hu fu una figura molto importante nella Cina degli anni Ottanta, aperta al mercato internazionale, ma ancora ostacolata da grandi problemi interni, tra cui un’aspra disuguaglianza sociale, la corruzione e l’opacità del sistema monoparititico. Hu è stato promotore di una spinta riformista e di maggior trasparenza del governo, al punto da esser allontanato e silenziato dai dirigenti comunisti più anziani. La sua morte diede inizio a diverse proteste, acuitesi con i primi scontri tra manifestanti e polizia. Scesi in piazza, il 22 aprile, i dimostranti invocarono un incontro con il primo ministro Li Peng, per poi indire uno sciopero generale a seguito del rifiuto alla precedente richiesta.

Alla fine di aprile del 1989, il Quotidiano del Popolo pubblicò un editoriale in cui studenti e manifestanti tutti vennero accusati di complottare contro lo stato. Si accese la miccia che avrebbe condotto al sorgere del così ricordato ‘Movimento del 4 maggio 1919’: la protesta studentesca anti-imperialista che vide più di 100.000 persone marciare per Pechino. I vertici del Partito Comunista osservarono le proteste spargersi in oltre 300 città, fino a quando, il 19 maggio, Deng Xiaoping, a capo della commissione militare, decise di dichiarare la legge marziale. L’esercito occupò la capitale e per 12 giorni la manifestazione resistette senza violenze. La notte del 3 giugno, però, Deng ordinò di passare alle armi. Nonostante l’invito del Governo ai cittadini di restare in casa, questi ultimi scesero in piazza per bloccare l’avanzata di centinaia di migliaia di truppe; il mattino del 4 giugno, scoppiarono gli scontri. Secondo un’intervista rilasciata alla BBC nel 2005 da Charlie Cole, reporter statunitense e autore del fotogramma simbolo del massacro, verso le 4 del mattino del 4 giugno i carri armati sarebbero penetrati all’interno della piazza, annientando veicoli e schiacciando persone. Verso le 5:40 dello stesso giorno, dinanzi a fotografi e giornalisti dei più importanti quotidiani internazionali, piazza Tienanmen era stata sgomberata nel modo più violento e cruento possibile. In quei primi giorni di giugno, il mondo intero assistette alla gravissima repressione del Governo cinese della libertà d’espressione.

Nel sopracitato telegramma, Donald testimonia che una volta arrivati i soldati in piazza Tienanmen, gli studenti hanno capito che fosse stata concessa un’ora per lasciare la piazza, ma dopo cinque minuti i blindati hanno attaccato. […] Hanno formato una catena umana, ma sono stati falciati, insieme ai soldati. […] Quindi i mezzi blindati hanno investito i cadaveri, schiacciandoli, per poi raccoglierli con le ruspe: i resti sono stati inceneriti e smaltiti nelle fogne”.

Non è chiaro cosa spinse i soldati ad attaccare i manifestanti. Alcuni sostengono che si sia trattato di una rappresaglia per l’uccisione di alcuni militari. Timothy Brook, storico canadese specializzato nella storia cinese, ha però sostenuto, in un’intervista con la PBS del 2006, che i militari avessero ricevuto l’ordine di sgomberare la piazza con ogni mezzo e che il comando avesse dunque deciso di aprire il fuoco sui civili per sbloccare le strade e raggiungere Tienanmen. Secondo il reporter John Pomfret, Deng Xiaoping era preoccupato che in Cina si sarebbe sviluppato un movimento anti-rivoluzionario, come stava accadendo in Unione Sovietica. Per questa ragione, aveva bisogno di sottomettere la popolazione attraverso l’uso della forza. Il 9 giugno, Deng stesso, durante un discorso pubblico, affermò che il vero obiettivo delle manifestazioni era quello di “rovesciare il Partito e lo Stato, nonché quello d’instaurare una repubblica borghese dipendente dall’Occidente”. Il governo riprese dunque il controllo della Cina, mentre tutti i leader e gli ufficiali responsabili delle proteste furono imprigionati.

Le conseguenze del massacro

30 anni sono trascorsi da questo accadimento, anche ribattezzato ‘Primavera Democratica cinese’ oppure, usando le parole delle autorità del Partito Comunista, ‘Incidente di Tienanmen’ o ‘del 4 giugno’. 30 anni sono molti, ma ancora non sufficienti per far sì che i vertici susseguitisi a capo del Partito dessero atto dell’intollerabile e indiscriminata violenza contro i pacifici manifestanti. A distanza di tanto tempo, infatti, il Governo cinese non ha ancora riconosciuto il massacro, continuando a non permettere commemorazioni e a non riconoscere che il numero di vittime sia molto più elevato di quello dichiarato ufficialmente.

È stato proprio l’avvicinarsi del trentesimo anniversario delle proteste a riaccendere il dibattito. Un’enfasi particolare ha caratterizzato il discorso rispetto agli anni precedenti, anche a causa dell’incremento di strumenti volti a censurare l’accaduto in Cina. Social network e motori di ricerca sono stati oscurati totalmente, impedendo anche agli utenti stranieri di collegare i propri dispositivi a piattaforme quali Whatsapp, che in Cina è in genere scartato in favore del servizio di Tencent, WeChat.

Alla grave tendenza del negazionismo cinese si è affiancato grottescamente il rinnovato vigore economico che ha portato il paese a rivaleggiare con gli Stati Uniti, in primis, e con altri tra i più influenti attori geopolitici nel panorama internazionale. Essendosi già affermata come ‘leading nation’ in alcuni campi quali l’high-tech, l’alta velocità, l’elettronica e l’energia rinnovabile, ora il paese, guidato da Xi Jinping, mira a espandersi in altri settori, quali l’e-commerce, i mobile device e il settore culturale. Le dichiarazioni dell’attuale ministro della Difesa, Wei Fenghe, hanno dimostrato, tuttavia, che il pugno duro di Pechino è ancora lontano dall’ammorbidirsi. Il generale, intervenendo durante lo Shangri-La Dialogue a Singapore, il 2 giugno scorso, ha sottolineato che l’attuale stabilità interna e lo sviluppo economico e sociale che ha interessato la Cina negli ultimi decenni è anche dovuto alla decisione del Governo di controllare e contenere la Protesta del 1989.

Risiede infatti nella quantomeno particolare dicotomia ‘regime autoritario-seconda potenza economica mondiale’ il cuore della ‘questione Tienanmen’. Tra l’imposizione della legge marziale del 19 maggio, fortemente voluta da Deng Xiaoping, e la sanguinosa repressione del 4 giugno, l’opinione pubblica internazionale si dichiarò scettica riguardo le possibilità di sopravvivenza della Cina comunista. L’allora presidente francese Mitterrand, ricorda France24, affermò che il paese non aveva “nessun futuro”, dopo aver sparato sui giovani disarmati. Ma le previsioni non potevano essere più sbagliate. Pechino ha resistito, e lo ha fatto senza mai mettere in dubbio l’autoritarismo del Partito, in nome del Contratto Sociale promosso e difeso ancora una volta da Deng. Egli, pur non ricoprendo alcuna carica politica all’epoca dei fatti di Tienanmen, continuava ad essere uno degli uomini più temuti e rispettati di tutta la Cina. Fu proprio la sua promessa di un futuro libero da povertà e disoccupazione a far sì che milioni e milioni di cinesi barattassero la propria libertà politica e di opinione in nome del Contratto: il prezzo fu salatissimo, ma, col passare del tempo, sembra aver dato i suoi frutti. Milioni di cinesi sono usciti dalla povertà, arricchendosi ed entrando a far parte di una classe sociale nuova, urbana, che sta alla base della forza del paese. Insieme a questo dato, il crescente nazionalismo e l’attenzione metodica posta alla promozione di un sentimento patriottico hanno permesso ai vertici del Partito di raccogliere consensi e di evitare ulteriori ‘incidenti’ come quello di Tienanmen.

Lo slancio economico

Per dirla con le parole di Xi, dalle manifestazioni del 1989, “la Cina ha varcato la soglia ed è entrata in una nuova era”. Già a partire dagli anni ‘80, furono mossi i primi passi di quel lungo processo di liberalizzazione del mercato cinese che portò a una serie di riforme strutturali del sistema economico, determinando un parziale dissolvimento dall’autoritarismo politico verso una ‘economia socialista di mercato’. Il termine, utilizzato per la prima volta nel 1992, definisce tuttora il modello economico della Cina moderna, caratterizzato da una singolare commistione tra pianificazione di stampo socialista ed economia di mercato. Sul piano dei mercati esteri, l’apertura internazionale avvenne soprattutto grazie alle esportazioni, nonché all’istituzione delle Zone Economiche Speciali: queste ultime, in particolare, avevano permesso al gigante asiatico di apprendere e ‘importare’ nuove strategie e nuovi modelli di gestione del capitalismo. Le esportazioni sono oggi diventate la colonna portante della crescita economica cinese e hanno permesso un rapido aumento della competitività nei settori ad alta intensità di lavoro e con elevata specializzazione, come nel caso dell’elettronica high-tech. Inoltre, se da un lato la graduale transizione da un’economia fortemente centralizzata a una più decentralizzata ha riportato al centro dell’attenzione l’iniziativa economica privata, dall’altro essa ha consentito agli esponenti politici locali delle principali città e delle province, agli operatori privati e a quelli esteri, di guadagnare un notevole spazio d’azione: tra le autorità amministrative locali e le imprese sono stabiliti i compiti, i profitti da realizzare e gli aiuti allo Stato.

Ma è il caso di soffermarsi sull’evoluzione commerciale più nel dettaglio. Nel corso degli anni, il cambiamento avvenuto sul piano politico e sociale ha avuto enormi ripercussioni sulla crescita economica del paese. La costruzione di una grande nazione socialista moderna e più aperta al mondo sembrerebbe essere stata mantenuta finora: quello che si è sempre presentato come un territorio regolato da un’economia pianificata e chiusa, ora sembrerebbe gradualmente aprirsi al commercio internazionale. Il delicato processo di transizione verso un’economia di mercato che punti alla capitalizzazione dei vantaggi comparativi della Cina, nonché a fornire maggiori incentivi allo sviluppo socioeconomico, non fu affatto facile da realizzare. Innanzitutto, si dovette provvedere a garantire l’esistenza, tramite riforme strutturali, delle giuste condizioni per agevolare l’incontro tra domanda e offerta di mercato. In breve tempo, il mondo ha potuto assistere all’ascesa del paese del dragone come potenza economica mondiale e attore primario nell’allocazione delle risorse.

Le ragioni storico-economiche del radicale cambiamento di rotta del paese risalgono al 1949, anno in cui, sotto la guida di Mao Zedong e con la nascita dell’attuale Repubblica Popolare Cinese, la Cina stava attraversato un periodo di terrore e di profonda limitazione delle libertà, che avrebbe condotto a un’involuzione economica causata dal totalitarismo di stampo Marxista-Leninista di Mao. Le politiche del ‘Grande Balzo in Avanti’ tra il 1958 e il 1962, infatti, favorirono il passaggio da un sistema economico rurale, basato principalmente sull’agricoltura, a uno più moderno, basato in parte sull’industria e in parte sulla collettivizzazione delle risorse. Tali misure, però, finirono per rivelarsi disastrose tanto sul piano economico quanto su quello sociale.

La trasformazione più profonda, tuttavia, ha come data d’inizio il 1978, con l’affermazione di Deng Xiaoping quale ‘leader supremo del Partito Comunista Cinese’. Dopo la sua visita a Singapore che, all’epoca, stava vivendo una fase di incredibile espansione e crescita grazie alle riforme politico-economiche attuate dalla famiglia Lee, il presidente cinese era rimasto così affascinato da rendere il modello della città-stato il principale riferimento per l’amministrazione cinese. Le politiche di Deng furono rivoluzionarie per la Cina comunista, segnando un cambiamento netto rispetto al pensiero Maoista: per la prima volta, venne introdotto il concetto di ‘politica delle porte aperte’. Inoltre, a partire dal 1979, fu concessa più libertà ai contadini nella gestione della terra e nella vendita dei prodotti agricoli sul mercato. Lo stesso avvenne nel settore industriale, all’interno del quale imprenditori pubblici e privati ricoprirono gradualmente un ruolo di maggior peso. Deng aveva creato le succitate quattro ‘Zone economiche speciali’ (1980), Shenzhen, Zhuhai, Shantou e Xiamen, al fine di facilitare l’apertura al commercio e alle imprese estere che avessero voluto stabilirsi in Cina.

Da lì in poi furono introdotte numerose riforme a livello strutturale, che avrebbero inciso sui settori di maggiore occupazione, quali quello manifatturiero e quello agricolo. Come ricorda Giovanni Caccavello su Il Sole 24 Ore, tra il ‘97 e il ‘98 iniziò un processo di privatizzazione su larga scala, contraddistinto dalla liquidazione o vendita di molte imprese statali. Tra il 2001, anno d’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), e il 2004, il numero delle imprese pubbliche era calato ancora del 48%. Contemporaneamente, i leader Jiang Zemin e Zhu Rongji avevano provveduto ad attuare la riduzione delle tariffe e l’eliminazione di alcune barriere commerciali, riformando anche il sistema bancario e smantellando parte del sistema di assistenza sociale di stampo maoista.

I rappresentanti politici odierni puntano chiaramente sulla stabilità del paese come obiettivo fondamentale da raggiungere, nonché a un approccio incrementale attuabile grazie a una commistione tra le precedenti riforme interventistiche e quelle recenti del mercato globale. Dal 1978 al 2018, la Cina è passata dall’essere una delle economie più povere ed isolate, con un PIL pro capite di circa $160, a una vera e propria potenza economica, in grado di competere con gli Stati Uniti, con un PIL pro capite di oltre $8.830.

Nonostante la prima fase di questa transizione non sia stata semplice per molte imprese statali ad alta intensità di capitale, le quali si sono trovate in difficoltà nel competere in un mercato più ampio, nel giro di pochi anni, hanno saputo rovesciare la situazione e realizzare consistenti profitti. Negli ultimi 30 anni circa, infatti, il PIL è cresciuto a un tasso del 9,6%. Tralasciando il rallentamento registrato nell’ultimo periodo, tutto lascia immaginare a una notevole capacità espansiva ancora disponibile per il paese, che potrebbe classificarsi come la più grande economia in termini nominali perfino prima del 2030.

La tranquilla marea rossa

Questa significativa espansione in termini di ricchezza e relazioni commerciali ha un corrispettivo nell’atteggiamento cinese verso la politica estera. Se, all’epoca dei trattati di Tientsin del 1860, che posero fine alla seconda guerra dell’oppio, fu inaugurato quello che la storiografia cinese ha rinominato “secolo della vergogna e delle umiliazioni”, nel 1949, con la presa del potere da parte di Mao Zedong, il governo del paese virò decisamente la propria traiettoria geopolitica, a partire da un piano culturale e ideologico. Mao, infatti, promise che avrebbe restituito dignità alla Cina umiliata, permettendo così al popolo cinese di camminare a testa alta. Questo spirito di revanche ha animato per decenni la società cinese. Oggi, anche al netto degli sviluppi più tragici, sembra che gli obiettivi sanciti da Mao siano stati, se non del tutto, quasi totalmente raggiunti. Questo è stato possibile anche grazie all’implementazione di un determinato tipo di politica estera.

In epoca post-Maoista, negli anni delle riforme portate avanti da Deng Xiaoping e degli eventi di piazza Tienanmen, la Cina ha perseguito una politica estera di stampo molto moderato. La parola d’ordine era: “basso profilo”. Niente avventurismo militare, nessuna velleità di leadership nella comunità internazionale. Bisognava “preservare un ambiente internazionale favorevole allo sviluppo economico del paese”, come nota Giovanni B. Adornino del Torino World Affairs Institute in un documento per l’Osservatorio di Politica Internazionale. La Cina, fino a pochi anni fa, ha accuratamente evitato “azioni ad alto tasso di visibilità”, preferendo acquisire maggior peso decisionale nelle organizzazioni internazionali e puntando sull’importanza delle relazioni commerciali e degli investimenti diretti all’estero.

La leadership di Xi Jinping potrebbe segnare una discontinuità con questo modello. L’obiettivo di Xi, continuando l’analisi di Adornino, sembra infatti quello di restituire alla Cina, entro il 2049, una “posizione centrale a livello globale”. La data non è casuale: nel 2049 ricorrerà il centenario dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Un orizzonte temporale simbolico. Gli esperti in materia tuttavia, ricorda l’autore, non concordano su un punto: alcuni ritengono che i tempi siano maturi affinché la Cina assuma maggiori responsabilità nella determinazione dell’agenda internazionale, altri, invece, sostengono che Pechino non sia ancora pronta a sostenere gli oneri economici e politici di un nuovo protagonismo.

Già nel 2014, l’ISPI, nella persona di Filippo Fasulo, evidenziava tre indizi che potevano significare un mutamento di passo in politica estera da parte della Cina: l’invio in Sud Sudan di un contingente di 100 uomini, nel contesto di una missione di peace-keeping dell’Organizzazione delle Nazioni Unite; un maggiore ruolo nel processo di pacificazione in Afghanistan, in particolare con l’organizzazione a Pechino di “un incontro dell’Istanbul Process, un meccanismo di cooperazione regionale formato da paesi mediorientali e centroasiatici”; infine, la discussione in atto nel 2014 presso l’Assemblea del Popolo di una bozza di legge contro il terrorismo, provvedimento che “conterrebbe la possibilità di autorizzare l’esercito e la polizia a effettuare operazioni di controterrorismo all’estero, dietro il consenso dei paesi interessati”.

La Nuova Via della Seta

Del resto, l’accrescimento dell’influenza internazionale della Cina è uno dei punti su cui si basa la retorica, proposta dai media, ma soprattutto dai politici cinesi, del ‘Sogno cinese’. In questo senso, una delle direttrici principali sia per giungere alla realizzazione del Sogno, sia all’aumento del peso internazionale della Cina è la Belt and Road Initiative. La BRI non è solo una policy: come la definisce Adornino, è una “narrazione-ombrello”, sotto la quale si possono raccogliere politiche eterogenee. I prodromi della BRI possono essere rintracciati in due strategie elaborate dal Governo cinese fra il 1999 e il 2001. La prima è denominata ‘Grande sviluppo dell’Ovest del Paese’, finalizzata ad arricchire le regioni più povere dello stato; la seconda è la ‘Going global strategy’. Quest’ultima, come suggerisce la denominazione, ha l’obiettivo di accrescere l’internazionalità delle imprese cinesi al fine di aumentarne la competitività.

Lanciata nel 2013, la BRI è una politica volta a collegare l’Estremo Oriente e l’Europa attraverso reti infrastrutturali fisiche (come quelle ferroviarie), finanziarie e digitali. Il giornalista Antonio Selvatici, in La Cina e la nuova via della seta (2018), afferma che la BRI sia uno strumento attraverso cui la Cina potrebbe conseguire alcuni obiettivi strategici. Tra questi, quello di controllare le rotte commerciali nel Mediterraneo (Via della Seta marittima) e quello di raggiungere l’Europa centro-orientale. Quest’ultima, in particolare, secondo le previsioni cinesi, afferma l’autore, “diventerà il nuovo cuore manifatturiero dell’Europa”. Con il benestare, tra l’altro, proprio dei paesi dell’area, che hanno formato un gruppo, “propenso ad accettare le buone offerte del Paese del Dragone”: si tratta del vertice degli stati dell’Europa Centrale e della Cina, meglio noto come 16+1. Kerry Brown, professore al King’s College, in L’amministratore del popolo. Xi Jinping e la nuova Cina (2018), evidenzia invece come la BRI possa consentire alla Cina di diversificare le vie di approvvigionamento delle risorse che le sono necessarie, bypassando lo Stretto di Malacca, facile da controllare per gli Stati Uniti.

Il libro di Selvatici prima citato reca un interessante sottotitolo: Progetto per un’invasione globale. Il giornalista sostiene infatti che la BRI possa essere un cavallo di Troia attraverso il quale la Cina realizzerà una “strisciante, condivisa e pacifica invasione”. Se, da un lato, può apparire forse esagerato sostenere che la Cina stia attuando un piano neocoloniale, dall’altro, è senz’altro lecito affermare che stia implementando una politica estera espansiva, tramite modalità pacifiche e condivise. Pacifiche poiché Pechino, al momento, non sembra voler sottrarre agli Stati Uniti il ruolo di watchdog del mondo. Condivise perché larga parte della politica estera cinese (anche nell’ambito della BRI) passa attraverso la sottoscrizione, con gli stati partner, di accordi bilaterali che garantiscono vantaggi ad entrambe le parti contraenti. Si tratta, cioè, di accordi cosiddetti ‘win-win’.

La Cina non cerca quasi mai intese con le grandi organizzazioni internazionali, come l’Unione Europea. Si rivolge direttamente ai paesi o ai gruppi con cui è interessata a contrattare, portando ai tavoli negoziali un peso economico senza dubbio maggiore rispetto a quello che avrebbe potuto far valere 20 o 30 anni fa. Questa strategia viene favorita, almeno nel Vecchio Continente, anche dall’ondata euroscettica che ha colpito l’Unione Europea da qualche anno a questa parte. In questo modo, sempre secondo Selvatici, la Cina si mostra maestra nell’applicazione del soft power. La politica estera condotta da Pechino condurrebbe le altre nazioni alla subalternità. Tuttavia, si tratterebbe di “una subalternità intelligente, che non soffoca lo stato oggetto d’attenzione”. La Cina è in grado di utilizzare il soft power per ottenere vantaggi politici su questioni che le stanno a cuore. L’essere il principale investitore a Panama ha portato ad esempio, nel 2017, il Governo panamense a interrompere le relazioni con Taiwan.

Una nuova superpotenza?

L’acume e il vigore di Pechino le hanno permesso di capitalizzare negli anni su ardite combinazioni di politiche autoritarie e non, fino a guadagnarsi, se non il titolo, almeno la fama di superpotenza.

Non per nulla, la Cina è impegnata nel confronto con il principe dell’egemonia tradizionale: le imprese americane considerano il mercato cinese, che contribuisce per oltre il 30% all’espansione annua del mercato globale, una fonte di guadagno irrinunciabile. La minaccia dell’espansione economica cinese e l’incremento della propria influenza, tuttavia, hanno portato gli USA a prendere provvedimenti protezionistici e a inserire altissimi dazi sui prodotti cinesi. La guerra commerciale intrapresa da Donald Trump non fa che peggiorare: come affermato nei suoi ultimi tweet, il presidente statunitense intende riscattare la federazione dal ruolo di salvadanaio che tutti vogliono razziare e sfruttare”.

L’Unione Europea, dal canto proprio, è alla ricerca un accordo con la Cina entro il 2020. Continuano le discussioni circa il 5G e la cybersicurezza, in vista di una maggiore coordinazione e del collegamento tra Via della Seta (BRI) e grandi rete di trasporto europee Ten-T. “L’UE e la Cina si impegnano a costruire la loro relazione economica sull’apertura, la non discriminazione e la concorrenza equa, assicurando un terreno di gioco paritario, trasparenza e basato su benefici reciproci”, come si legge nella bozza di dichiarazione congiunta UE-Cina che riprende le richiesta fatte da Bruxelles a Pechino a tutela dell’industria e delle imprese europee.

Nel frattanto, in Cina, aleggia ancora il ‘fantasma di Tienanmen’: il sacrificio di studenti, giovani lavoratori, uomini e donne, resta un ricordo proibito. Quelli che all’estero vengono chiamati i ‘Martiri di Tienanmen’, per quanto nascosti dal Governo agli occhi dei cittadini, restano una testimonianza del fatto che un’alternativa all’autoritarismo esisteva e non necessariamente nella forma di una svolta occidentale, simile a quella che, poco dopo i giorni del massacro, portò al disgregamento dell’Unione Sovietica. La paura dell’effetto Gorbačëv, in effetti, ha spinto il PCC, ogni anno per 30 anni, a inasprire la censura e la repressione quando il 4 giugno si avvicina.
Hong Kong, ex colonia britannica rientrata nella sfera di controllo cinese nel 1997, si trova oggi in quella fase di status autonomo della durata di 50 anni garantita ai tempi del riavvicinamento. In nome della formula ‘un sistema, due paesi’, la regione ha un proprio Parlamento e una propria opposizione politica, che non manca di far sentire la propria voce. In un momento in cui il Governo di Pechino stenta a rispettare il patto del ’97, con l’avvicinarsi dell’anniversario della Protesta di Tienanmen, centinaia di migliaia di persone si sono riversate per le strade chiedendo alla Cina di riconoscere le vittime del massacro. Attirando l’attenzione mediatica internazionale, Hong Kong ha fatto tremare i vertici del Partito, ancora una volta. È nello spirito di questi giovani che vive la speranza di quelli di Tienanmen, di tutti i giovani che si sono opposti ai mezzi blindati dell’autoritarismo con la loro perseveranza, i loro canti e la loro voglia di libertà.

Il grande vuoto: la stampa USA e le elezioni europee

Sull’importanza delle elezioni appena svoltesi per il rinnovo del Parlamento europeo sono state spese, nel corso delle ultime settimane, molte parole. Lo scorso 2 maggio, il portavoce del Parlamento europeo, Jaume Duch Guillot, aveva dichiarato che la tornata elettorale appena trascorsa sarebbe stata la più importante dall’inizio dell’Unione Europea, perché in tale circostanza i cittadini avrebbero scelto se “andare avanti con l’integrazione europea”.

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Brexit: quali conseguenze nella special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti?

I primi tre mesi del 2019 hanno rimesso in discussione il futuro della Brexit. La House of Commons, infatti, dopo aver bocciato l’accordo di recesso tra il Regno Unito e l’Unione Europea, ha rigettato anche la seconda proposta. Il giorno successivo a questo secondo rifiuto, anche l’ipotesi di un’uscita senza accordo è stata cassata. Decisioni che hanno portato lo stesso organo a votare, il 14 marzo, a favore del rinvio della Brexit. L’Unione Europea deve ora decidere se accontentare le richieste di Londra e concedere una dilatazione dei tempi.

Un documento dell’Ufficio Rapporti con l’Unione Europea della Camera dei Deputati, risalente allo scorso 28 febbraio, elenca i principali metodi tramite i quali il Regno Unito potrebbe uscire dall’impasse. Tra questi vi sono: l’indizione di elezioni politiche anticipate, la convocazione di un nuovo referendum, in cui si chiederebbe all’elettorato britannico di scegliere tra uscita dall’UE con un nuovo accordo, uscita senza accordo o permanenza nell’UE mantenendo le vecchie condizioni; infine, la revoca unilaterale della decisione di recedere dall’UE.

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USA, con il ritiro dalla Siria a rischio la posizione dei Curdi Trump minaccia di distruggere l'economia turca se Ankara attaccherà le Forze Democratiche Siriane

Il ritiro delle truppe americane presenti in Siria, annunciato lo scorso 19 dicembre da Donald Trump, ha sconvolto l’amministrazione di Washington. Il segretario alla Difesa Jim Mattis, contrario all’iniziativa, ha dato le dimissioni. Dal punto di vista delle relazioni internazionali la scelta del Presidente degli Stati Uniti accresce, da un lato, il ruolo della Russia e della Turchia nella futura definitiva risoluzione della crisi. Dall’altro, rischia di minare la credibilità degli Usa come partner militare.

Per quanto riguarda quest’ultimo punto tutto verte sulla delicata questione dei curdi, che negli anni hanno giocato un ruolo fondamentale nel sottrarre territori al sedicente Stato Islamico nella Siria nord-orientale. Durante la guerra civile che ha devastato il Paese, gli Stati Uniti hanno creato il Counter-Islamic State of Iraq and Syria Train and Equip Fund (CTEF), un fondo destinato a finanziare le formazioni anti-Daesh in Medio Oriente. Grazie a questo hanno sostenuto con armi e addestramento le Forze Democratiche Siriane, composte all’80% da curdi dell’Ypg (Unità di protezione del Popolo). Nel febbraio 2018 gli americani hanno anche bombardato le forze filo-Assad, ree di aver appunto attaccato postazioni delle Fds.

L’Ypg è però ideologicamente contiguo al Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), formazione turca considerata terrorista da Ankara. Per questo, e soprattutto per evitare la nascita di un’entità statuale curda ai propri confini meridionali, già nell’agosto del 2016 la Turchia ha attaccato le postazioni delle Fds a Manbij. Lo Stato della penisola anatolica ha poi condotto un’operazione su più vasta scala nel gennaio del 2018, col fine di sottrarre ai curdi il controllo della città di Afrin.

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Stati Uniti-Corea del Nord: il 2019 inizia all’insegna dell’incertezza Kim Jong-Un ha lanciato messaggi contrastanti, tra distensione e un nuovo raffreddamento

Se il 2018 si era chiuso con una apparente distensione nei rapporti tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, il 2019 si apre con nubi all’orizzonte.

 

Nel messaggio di fine anno ai nordcoreani, Kim Jongun ha lanciato segnali contrastanti. Da un lato, si è infatti detto disponibile a incontrare di nuovo Donald Trump in qualsiasi momento, al fine di raggiungere risultati che ottengano il placet della comunità internazionale. Il leader della Corea del Nord sembra così voler proseguire sulla via del dialogo con gli Stati Uniti, culminata nel summit di Singapore del 12 giugno 2018. Così facendo, ha risposto, inoltre, alla sollecitazione a un nuovo incontro con Trump, arrivata il 24 dicembre 2018 dal profilo Twitter dello stesso presidente statunitense.

Dall’altro lato, tuttavia, ha specificato che se gli Stati Uniti non interromperanno il regime sanzionatorio, la Corea del Nord si vedrà costretta a cercare un nuovo percorso per proteggere la sovranità, gli interessi e la pace dello Stato e dell’intera penisola coreana. Il che, verosimilmente, significherebbe un ritorno alla strada del nucleare.

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