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Il trattato Deng Xiaoping – Jiang Zemin: sarà rispettato?

Cesare Beccaria non è mai stato a Pechino e forse per questo in Cina i tribunali non prendono la presunzione di innocenza molto sul serio. Il processo penale nella Cina sovrana è profondamente diverso da quello utilizzato ad Hong Kong. Come denunciato nel 2015 da Zhu Zhengfu, vice presidente dell’Associazione nazionale degli avvocati in Cina, nella realtà dei fatti e a dispetto delle garanzie formali, l’imputato è presunto colpevole, salvo prova contraria: una prova molto difficile da fornire a un pubblico ministero cinese. 

Il problema, che in Cina esiste da tempo, ha improvvisamente assunto una speciale rilevanza per i cittadini di Hong Kong, che dal luglio 1997 han goduto di un certo isolamento istituzionale in virtù della propria indipendenza amministrativa. L’Ufficio della Sicurezza, branca del Governo locale, ha infatti avanzato nel febbraio 2019 un progetto di legge per l’estradizione dei cittadini con il Governo centrale cinese, suscitando numerose proteste.

Quel che finora ha impedito agli hongkonghesi di essere giudicati dalle autorità di Pechino era l’accordo per la cessione dell’ex-colonia inglese alla Cina firmato nel 1984 dalla Lady di Ferro, la signora poi baronessa Thatcher, con l’allora presidente cinese Jiang Zemin, che garantisce ad Hong Kong altri trent’anni circa di sostanziale democrazia e indipendenza dalle leggi, dal sistema giudiziario, dall’economia e dalla totale mancanza di rispetto dei diritti umani di Pechino. La decolonizzazione rappresenta spesso non una semplice vittoria su un campo di battaglia, ma bensì, un lungo processo insidioso e spesso difficoltoso. Un processo lungo che Hong Kong sembrava aver intrapreso, a suo tempo, proprio quando lo scenario generale era di imposizione, da parte delle maggiori superpotenze, delle proprie linee guida. Hong Kong conquistò così indipendenza e sovranità economica.

La contestatissima proposta di legge sta mettendo a dura prova il Governo. La riforma vorrebbe consentire la possibilità di estradare qualsiasi cittadino di Hong Kong colpevole di una vastissima serie di reati, anche futili, in Cina. La rivolta civile che ne è seguita ha visto protagonista una massiccia porzione del popolo di Hong Kong. Se approvata, la legge potrebbe non solo tradursi nella fine dell’indipendenza di Hong Kong che finora le ha permesso di prosperare grazie al sistema un Paese, due Sistemi, garantito dall’accordo Thatcher-Deng Xiaoping, ma anche come centro d’affari internazionale, perché nessuno a Hong Kong sarebbe al sicuro dalla longa manus della giustizia cinese, che potrebbe verosimilmente essere strumentalizzata per fini politici. Molto probabilmente, per Hong Kong significherebbe peraltro una minaccia ai valori ereditati dall’esperienza coloniale, che i residenti hanno nel tempo fatto propri.

La proposta di estradizione consentirebbe alle persone ricercate di Hong Kong di essere inviate nella Cina continentale, oltre che a Macao e a Taiwan. La norma potrebbe colpire chiunque a Hong Kong, sia che si tratti di residenti, lavoratori stranieri, investitori o addirittura semplici turisti in visita. La scusa formale per introdurre la necessità di un trattato di estradizione con la Cina, i burocrati di Pechino l’hanno trovata nel febbraio 2018, quando, secondo la Polizia cinese, un uomo di Hong Kong ha ucciso la sua ragazza (anche lei cittadina di Hong Kong) mentre si trovava a Taiwan. Dopodiché si è sbarazzato del corpo, per poi tornare in patria prima che la polizia di Taiwan potesse arrestarlo. Dopo l’arresto del sospettato da parte della polizia locale, le autorità del Porto Fragrante si sono trovate di fronte a un dilemma legale, visto che Hong Kong e Taiwan non hanno mai firmato un accordo di estradizione.

“Poiché la legge ha causato molte preoccupazioni e differenze di opinioni, non andrò avanti fino a quando queste paure e queste ansie non saranno adeguatamente affrontate” ha detto martedì 18 giugno il capo esecutivo di Hong Kong Carrie Lam in conferenza stampa.  Parole che non hanno soddisfatto i suoi critici né evitato un ritorno di fiamma, incassando la solidarietà di manifestanti anche in Taiwan. Quasi due milioni di persone hanno occupato ancora le strade per dare vita a una manifestazione senza precedenti. Centinaia di migliaia di cittadini sono scesi nelle strade della città-stato asiatica per chiedere il ritiro definitivo della proposta di legge che avrebbe facilitato la consegna di ‘sospetti’ alla madrepatria cinese. La rivolta è esplosa il 9 giugno, quando le strade dell’ex colonia britannica sono state invase dalla più imponente manifestazione di piazza negli ultimi tre decenni.

Le scuse pubbliche di Lam avrebbero dovuto calmare le proteste, riportando una situazione di calma e pace. Così non è stato. I cittadini di Hong Kong, infatti, hanno continuato la loro impresa, tornando come un fiume in piena ad invadere le strade. Non solo una protesta contro la proposta di legge per chiederne il ritiro immediato, ma anche  per le dimissioni di Lam, invocate a gran voce. La protesta ha peraltro ospitato un già famoso volto implicato nella rivoluzione degli Ombrelli del 2014, fallita negli intenti, ma capace di risvegliare l’interesse dei media di tutto il mondo. Scarcerato il 17 giugno, il giovane Wong è subito tornato protagonista dinanzi ai microfoni, inveendo contro la proposta di legge e incitando i cittadini di Hong Kong a non cedere.

Iran, gli Usa e il braccio di ferro tra le due potenze

Gli attriti tra Washington e Teheran al momento non sembrano attenuarsi. Le tensioni sono sempre più elevate. A dimostrarlo è lo stesso Donald Trump, il quale, in un tweet, esclamaNon ho mai revocato il raid contro l’Iran, come la gente sta erroneamente riportando. L’ho solo fermato per il momento”. Seicento secondi che hanno permesso al presidente statunitense di cambiare la propria decisione di sferrare un attacco contro Teheran. Un attacco solamente posticipato.

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La Corte penale internazionale vuole aprire un’inchiesta per crimini contro i migranti in Libia

Da guerra-lampo a guerra interminabile. È stallo in Libia. Non c’è modo che qualcuno primeggi. Dopo diversi giorni di calma relativa, a sud della capitale libica sono stati sparati colpi di artiglieria pesante. Gli scontri, secondo quanto ha riferito l’agenzia France Presse, sono i più violenti dal 6 maggio scorso, inizio del Ramadan.

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È possibile una tregua effettiva tra Hamas e Israele?



Sin dal 1967, Gaza è stata occupata da Israele. Al pari di Gerusalemme Est, del Golan e della Cisgiordania, essa è considerata dal diritto internazionale e dalle Nazioni Unite come territorio occupato.

Lo scontro tra Israele e Gaza, nonostante in passato vi sia stato un accenno a una fragile tregua, non cessa. Gli ultimi attacchi verso Israele, in aggiunta alle risposte dell’aeronautica israeliana, mettono a rischio la possibilità di un vero cessate il fuoco.

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Il tempo incalza e il No Deal fa sempre più paura La Brexit attende un piano ‘c’

24 giugno 2016: il Primo ministro conservatore, David Cameron, sostenitore della permanenza nell’Ue, annuncia le dimissioni.

13 luglio 2016: Theresa May, euroscettica ma che aveva votato contro la Brexit, diventa Prima Ministra.

17 gennaio 2017: nel discorso“di Lancaster”, Theresa May espone i suoi piani per una “hard Brexit”. Per la premier, “il Regno Unito non può continuare a far parte del mercato unico”, incompatibile con la priorità di Londra: la gestione dell’immigrazione europea.

29 marzo 2017: Theresa May attiva l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che così prevede “Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. [..] l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso”. L’iter di uscita dall’Ue scatta dunque ufficialmente.

Il divorzio è previsto per il 29 marzo del 2019; l’8 dicembre 2017 il presidente della Commissione Ue Juncker insieme con la premier britannica Theresa May annunciano di avere raggiunto un accordo iniziale sui tre dossier principali: il conto di uscita, i diritti dei cittadini e le sorti della frontiera tra l’Irlanda e la provincia britannica dell’Irlanda del Nord. L’accordo regolamenta in particolare la questione del conto di uscita che Londra dovrà pagare all’Ue, stimato fra 40 e 50 miliardi di euro, e prevede la controversa disposizione del “backstop”. La May invita i deputati britannici a sostenere l’accordo di divorzio in un voto fissato per l’11 dicembre, ma il 10 dicembre annuncia il rinvio del voto, vista la bocciatura quasi certa proprio per il “backstop”. Bocciatura che, il 15 gennaio 2019, ha preso piede nell’aula Parlamentare con 432 voti contrari, tra cui molti parlamentari dello stesso partito di Theresa May, i voti favorevoli sono stati solo 202: per il governo significa una grave e storica sconfitta. Continua a leggere

Il conflitto senza fine All’ONU si vota una risoluzione anti-Hamas

Il territorio di Gaza, che conta oltre 2 milioni di persone, è soggetto ad un blocco imposto dallo Stato d’Israele da circa 11 anni. Da molti definito un vero e proprio assedio, l’occupazione avrebbe limitato il movimento della popolazione palestinese dentro e fuori l’area.

Israele aveva ritirato le proprie truppe e i propri coloni dal perimetro nel 2005, ma ha mantenuto uno stretto controllo delle frontiere, terrestri e marittime, riducendo, di molto, lo sviluppo economico della regione. Il timore di Israele è, infatti, che una maggior libertà nella Striscia possa determinare un maggior traffico di militanti e di armi. Continua a leggere

Yemen: la guerra dimenticata Un grido di speranza: gli Houthi sospendono gli attacchi contro la coalizione Araba

Lo sguardo assente di Amal Hussain ha rotto il muro di silenzio sulla guerra civile in Yemen.

Il suo corpo e il suo volto scarno a causa di malnutrizione e stenti sono diventati il simbolo di una crisi umanitaria gravissima e dimenticata dal mondo. La propria morte, una settimana dopo la pubblicazione dell’articolo che l’aveva esposta allo sguardo internazionale, ha dimostrato con grande nitidezza che commuoversi non basta.

Da quasi 3 anni nello Yemen si combatte una guerra tra la minoranza sciita Houthi e il governo (Hadi) che rappresenta l’ala sunnita, vicino all’Arabia saudita. In Yemen, in queste ultime settimane è in corso una violentissima battaglia per la conquista della città portuale di Hodeidah. Il porto è una delle poche vie d’accesso per gli aiuti umanitari che alleviano le sofferenze di una popolazione costretta alla fame, dall’embargo della coalizione a guida saudita. Hodeidah, infatti, si trova sotto il controllo dei ribelli Houthi dal 2014. La coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha iniziato diversi giorni fa una nuova offensiva contro i ribelli a Hodeidah, con operazioni via terra e con numerosi attacchi aerei. Dall’inizio di novembre, gli scontri in città hanno provocato l’uccisione di almeno 600 persone. Nelle ultime 48 ore i morti sono più di 150, inclusi i civili. Continua a leggere

La Corea del Nord resta al centro della scena Due passi avanti e uno indietro: tra Washington e Pyongyang una sfida infinita

Per lungo tempo l’ordinamento internazionale non ha vietato l’arma nucleare, ma con il Trattato del 1970 ha cercato di impedirne la proliferazione con scarso successo. Solo il7 luglio del 2017 è stato adottato, dalla conferenza ONU insieme all’Assemblea generale, unTrattato ​il cui ​obiettivo è ​il bando totale delle armi nucleari.

Tale Accordo ha visto un’accoglienza “tiepida” e un’opposizione troppo ingombrante: è stato firmato da 53 Stati e ​ratificato da 3​, i quali (Guyana, Santa Sede e Thailandia), non sono particolarmente rappresentativi del mondo che gravita intorno alle armi nucleari. Brillano per la loro ​assenza gli Stati più importanti, infatti, l’opposizione al Trattato capitanata dagli ​Stati Uniti include Russia, Regno Unito e Francia, quattro delle maggiori potenze nucleari, che sono anche membri permanenti al Consiglio di Sicurezza. Gli altri dissidenti sono stati Israele, Australia, Giappone, e Corea del Sud. ​Ergo i Trattati non ratificati non saranno applicati a dette potenze. ​Nonostante ciò, ​al Trattato è affidata la speranza di un nuovo impulso al disarmo nucleare. Speranza chevediamo affievolirsi dentro ad uno scenario poco confortante. Assistiamo a continui missili balistici lanciati dalla Corea del Nord, per cui sono state votate all’unanimità diverse risoluzioni Onu. Continua a leggere

Il rapporto ONU sui Rohingya Cause e sviluppi di una crisi internazionale

Il rapporto dell’Onu reso pubblico recentemente spiega, nei crudi dettagli, la tragica situazione che si sta avverando in Myanmar nei confronti della minoranza islamica birmana Rohingya.

Il rapporto è stato stilato da una commissione ad hoc, presentata in versione integrale dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, ed è un primo tentativo di raccontare gli abusi sulla minoranza musulmana per mano dell’esercito birmano, il Tatmadaw, accusato dall’Onu di genocidio. A tale proposito, nel 1948 a New York è stata ratificata la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio in cui, all’art. 2, si delinea cosa si intende per genocidio, ovvero “ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a) uccidere membri del gruppo; b) causare gravi danni fisici o mentali a membri del gruppo; c) sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) imporre misure dirette a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferire con la forza bambini del gruppo in un altro gruppo”.

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