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L’Amazzonia di Bolsonaro

L’elezione del neo presidente Jair Bolsonaro in Brasile ha fatto aumentare la preoccupazione dei più sensibili alle questioni climatiche, tanto per la regione sudamericana quanto per il pianeta intero. Le decisioni dell’esecutivo brasiliano, infatti, sono cruciali per le sorti della vasta foresta amazzonica, la quale, pur estendendosi in diversi altri paesi oltre al Brasile, è situata per il 65% al suo interno.

Bolsonaro ha costruito parte della propria propaganda elettorale sul tema dell’Amazzonia, indicando come soluzione per risollevare l’economia brasiliana proprio lo sfruttamento di ampie zone della foresta, in special modo dei territori dove vivono i popoli indigeni.

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Effetto notte: l’intero Venezuela paralizzato da un black-out

L’8 marzo scorso i venezuelani hanno visto le loro città sprofondare letteralmente nel buio a causa di un black-out che ha colpito l’intero paese e che ha messo in ginocchio il sistema economico e socio-sanitario. Le estrazioni petrolifere, cardine dell’economia venezuelana, hanno subito un brusco arresto e i cittadini hanno trovato difficoltà nell’approvvigionamento di acqua potabile. A Maracaibo, la seconda città più importante del paese, sono stati denunciati numerosi saccheggi.

Asdrubal Oliveros, economista e direttore dell’agenzia Ecoanalitica, ha calcolato danni ingenti. Molte aziende venezuelane, già rallentate dalla crisi economica e dall’instabilità politica, hanno dovuto arrestare le proprie attività a causa dell’assenza di elettricità. Il blocco delle attività produttive è stato totale e ha cagionato alla già debole economia del paese un danno che oscilla tra 150 e 200 milioni di dollari al giorno. Nel settore petrolifero le perdite quotidiane sono state stimate intorno a 700.000 barili. Sebbene l’interruzione sia durata ’solo’ una settimana, i danni causati hanno raggiunto l’1% del PIL.

Nicolás Maduro e Juan Guaidó, i due leader che si contendono la direzione dello Stato, nonché i governi di alcune nazioni che si oppongono al primo, hanno tentato di individuare le cause e i colpevoli, giungendo a conclusioni divergenti.

Gli oppositori di Maduro ritengono che il black-out sia l’ennesima prova dell’incapacità organizzativa di un regime che non rispetta i diritti dei cittadini. Per Maduro stesso, invece, si tratta di un attentato contro i diritti umani dei Venezuelani inferto dagli Stati Uniti, attraverso un sofisticato attacco informatico al sistema idroelettrico del Venezuela. Eppure, come suggerisce Limes, sarebbe la prima volta che una nazione riesce a gettarne un’altra nella totale oscurità.

Alcuni esperti del settore elettrico, poi,  hanno rilasciato a BBC Mundo alcune dichiarazioni secondo le quali la vera causa dell’oscuramento andrebbe ricercata nell’incendio della principale linea elettrica del paese, che nasce nella centrale idroelettrica Simòn Bolìvar, nel sud del Venezuela.

Dopo l’accusa di ‘sabotaggio informatico’ nei confronti di Donald Trump, il 12 marzo scorso il Governo ha ordinato ai diplomatici statunitensi di lasciare il paese entro 72 ore, perchè la loro presenza sul suolo venezuelano rappresentavaun rischio per la pace, l’unità e la stabilità del Paese. Pertanto, il Dipartimento di Stato USA, che riconosce ufficialmente solo la legittimità di Guaidó, ha annunciato il ritiro del suo staff dal Venezuela. Michelle Bachelet, l’Alto commissario ONU per i diritti umani, da sempre critica nei confronti del regime venezuelano, il giorno seguente alla minaccia di Trump di intensificare le restrizioni economiche, ha dichiarato in sede al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite: “Sono preoccupata che le recenti sanzioni, che colpiscono i trasferimenti finanziari derivanti dalla vendita di petrolio venezuelano negli Stati Uniti, potrebbero contribuire ad aggravare la crisi economica, ripercuotendosi sui diritti fondamentali dell’uomo e del benessere dei cittadini”.

Per Maduro i nemici sono anche all’interno dello Stato.

Il giornalista ispano-venezuelano Luis Carlos Díaz è stato arrestato l’11 marzo presso le sedi della polizia politica, con l’accusa di aver preso parte al sabotaggio, per poi essere rilasciato dopo 24 ore. Attualmente si trova in stato di libertà condizionata, con obbligo di firma ogni otto giorni presso le autorità di giustizia venezuelane e con il divieto di lasciare il paese. Allo stesso modo, il pubblico ministero Tarek William Saab ha annunciato l’apertura di un’indagine penale contro Juan Guaidó per i medesimi capi d’accusa.

Maduro non cerca solo nemici, ma guarda ad oriente in cerca di alleati. Il Venezuela, infatti, intrattiene sempre più stretti rapporti con la Cina da dieci anni a questa parte, in particolare da quando quest’ultima aveva finanziato la costruzione di cinque centrali elettriche da realizzare a Caracas entro il 2014. Pechino, infatti, non paga in denaro l’import di petrolio avendo enormi crediti nei confronti del Governo caraibico e, fin dal primo giorno di oscuramento, ha promesso un aiuto tecnico al fine di ristabilire la rete elettrica venezuelana.

Solo giovedì 14 marzo, dopo una lunga settimana, è tornata la corrente nella maggioranza delle zone colpite. Tuttavia, nonostante le rassicurazioni sul ripristino del sistema di fornitura elettrica, lunedì 25 marzo si sono registrati nuovi episodi di black-out in tutto il territorio. Almeno 21 stati si sono trovati senza elettricità ed il sistema metropolitano di Caracas ha dovuto sospendere il servizio. Le autorità non si sono ancora pronunciate in merito e non hanno dato alcuna spiegazione; la situazione, pertanto, resta delicata e tuttora in fase di evoluzione.

Il Movimiento Zapatista compie 25 anni I guerriglieri messicani nel 2019 non hanno intenzione di dimenticare la lotta

Il 26 dicembre scorso sono iniziati i festeggiamenti per i 25 anni dall’inizio della “guerra zapatista”. Molte macchine senza targa sono state viste percorrere le strade dissestate e i sentieri meno battuti del Messico in direzione del Chiapas, il territorio rivendicato dall’EZLN, Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, per unirsi alle celebrazioni che si sono protratte fino all’anno nuovo.

Fu proprio il 1 gennaio 1994 il giorno in cui il movimento recuperò dalla storia messicana il nome di Emiliano Zapata, leader della Rivoluzione del 1910, e dichiarò guerra allo Stato, con l’obiettivo di rivendicare la lotta indigena, combattere contro l’oppressione economica e le disuguaglianze socio-politiche imperanti in quel momento storico. Oggi, nello Stato più meridionale del Messico, i membri dell’EZLN, per lo più di origine Maya, si sono radunati a fianco del Subcomandante Galeano, diventato noto con lo pseudonimo ora abbandonato di Subcomandante Marcos, per ricordare l’iniziativa intrapresa un quarto di secolo fa.

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Il risultato del referendum nazionale in Perù La risposta positiva a tre quesiti modifica il potere legislativo e giudiziario

Domenica 9 dicembre scorso, il popolo peruviano è stato chiamato ad esprimere la propria opinione su alcune riforme costituzionali. Queste riguardano la formazione della Junta Nacional de Justicia (l’ex-consiglio nazionale della magistratura), il finanziamento ai partiti, la non-rielezione immediata dei parlamentari, il ritorno alla bicameralità in parlamento. Il risultato del referendum è stato positivo per i primi tre quesiti, vedendo approvate le riforme corrispondenti; mentre la quarta ha avuto un esito negativo. Una proposta riguardante le quote di genere non è stata invece inclusa nella consultazione, ed è stata respinta dallo stesso Presidente.

Il risultato non ha stupito gli analisti: la riforma amministrativa della giustizia è stata preceduta e causata dallo scandalo Lava Jato, in seno al quale alcuni giudici peruviani sono stati intercettati mentre facevano commercio di sentenze e nomine. Parimenti, l’abolizione del finanziamento ai partiti e il divieto di rielezione immediata dei parlamentari rispecchiano la disaffezione verso le élites politiche che sta già avvenendo in molti paesi occidentali. Continua a leggere

Fervore a Buenos Aires L’Argentina si prepara al G20 di venerdì 30 novembre e sabato 1 dicembre

Buenos Aires ospiterà questo venerdì e sabato il tredicesimo G20.

In questa occasione, le autorità argentine dovranno risolvere diversi problemi, tra cui la messa in sicurezza della Capitale; secondo le previsioni, infatti, dei cortei di protesta inizieranno la sera del giovedì e non finiranno prima di domenica.

È stato perciò ordinato che i negozi rimangano serrati durante tutta la durata del G20 e che i distretti commerciali centrali vengano chiusi al pubblico: l’Amministrazione non ha trovato altro e misure per far fronte ai manifestanti. Il Ministro della Sicurezza nazionale, Patricia Bullrich, in un’intervista televisiva, ha consigliato ai cittadini di Buenos Aires, di approfittare del weekend lungo per farsi una vacanza fuori dalla città con la famiglia; aggiungendo poi che Buenos Aires è pronta ad assicurare la pace con 22.000 unità tra ufficiali di polizia e altre forze di pubblica sicurezza.

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El Chapo in giudizio negli Stati Uniti L’estradizione potrebbe aver avuto un risvolto politico

Questo martedì ha avuto inizio a New York il processo a Joaquín Guzmán Loera, più noto con il soprannome di El Chapo, parola che nel gergo messicano indica un “piccoletto”. Ma a discapito del nomignolo rasserenante, è noto in tutto il mondo per i processi che lo hanno visto sul banco degli imputati con l’accusa di gestire il narcotraffico tra Messico e Stati Uniti, nonché per le sue ripetute evasioni dalle carceri messicane. Ora, negli Stati Uniti, dovrà difendersi da 17 diversi capi d’accusa (collegati alle 155 tonnellate di cocaina che avrebbe trasportato oltre il confine), davanti alla Corte federale di Brooklyn.

L’estradizione di El Chapo dal Messico agli USA avvenuta l’anno scorso nascondeva un contenuto politico: è stata infatti concessa il 20 gennaio 2017, il giorno in cui Trump assunse la presidenza, giusto qualche ora prima che Barack Obama lasciasse l’incarico. Continua a leggere

America Latina: 7 giorni in 300 parole

ARGENTINA

5 novembre. Il deputato Alfredo Olmedo, omofobo, di estrema destra, dichiaratosi fedelissimo alla Chiesa evangelica e accusato di sfruttamento del lavoro e di schiavismo, ha stupito i giornali affermando che “l’errore di Videla con i desaparecidos fu di lasciarli senza nome”. Non si tratterebbe della prima dichiarazione di questo tenore. Dalla candidatura di Bolsonaro, il suo obiettivo si è concentrato nel guadagnarsi una fortuna politica diventando l’omologo argentino del leader brasiliano. Continua a leggere

America Latina: 7 giorni in 300 parole

ARGENTINA – CILE

20 ottobre. Il popolo Mapuche ha fatto sentire la propria voce nella sede dell’ONU di Ginevra, dichiarando di “parlare a nome di tutti i popoli aborigeni americani che spesso hanno ancora meno voce di loro”. I rappresentanti del popolo Mapuche hanno ricercato, in ambito internazionale, quella risonanza che non hanno mai avuto in Cile e Argentina, luoghi nei quali risiedono. L’obiettivo è porre un freno “all’estrattivismo” e alla monocoltura delle imprese cilene che, con la compiacenza del governo, si sono appropriate e continuano ad appropriarsi delle loro terre originarie. Continua a leggere

Grazia revocata a Fujimori L’ex Presidente potrebbe essere incarcerato per crimini contro l’umanità

La libertà personale dell’ottuagenario Alberto Fujimori sembra avvicinarsi al capolinea.

All’ex Presidente peruviano era stato concesso l’indulto alla fine del 2017 dall’allora presidente Pedro Pablo Kuczynski, dando luogo a numerose polemiche in ambito nazionale e internazionale. In questo modo, infatti, evitava la pena per crimini contro l’umanità cui era stato condannato nel 2009.

Fujimori era stato condannato a 25 anni di detenzione in quanto mandante delle stragi di Barrios Altos (1991) e La Cantuta (1992), in cui morirono 25 persone per mano del corpo militare segreto Colina, che rispondeva ai vertici delle Forze Armate peruviane, nonché dei sequestri di un imprenditore e di un giornalista. La sentenza di annullamento della grazia, emessa in prima istanza dal giudice Hugo Núñez della Corte suprema del Perù, accoglie l’istanza dei familiari delle vittime. Continua a leggere

America Latina: 7 giorni in 300 parole

BRASILE

3 ottobre. Bolsonaro ha ricevuto un appoggio dai mercati nella fase finale della campagna elettorale.  La borsa di San Paolo ha, infatti, raggiunto il picco del 4%. Ciò può essere dovuto alla promessa di nomina di Paulo Guedes come ministro dell’Economia, professore formato nella tradizione della Scuola di Chicago, il quale ha promesso una privatizzazione delle imprese pubbliche. Un cambio di rotta che stupisce, dal momento che i diversi settori imprenditoriali avevano appoggiato il candidato Geraldo Alckmin, del Partito Social Democratico Brasiliano.

CILE

5 ottobre. Il presidente Sebastián Piñera inizia il suo primo “tour internazionale in Europa. Si estenderà per 9 giorni e avrà come meta finale, il 13 ottobre, il Vaticano. Il ministro portavoce del governo, Cecilia Pérez, ha spiegato che l’obiettivo sarà quello di “incontrare i diversi leader mondiali, soprattutto per cercare alleanze, come è avvenuto con gli USA, che diano impulso e riattivino l’economia e che possano creare nuovi e migliori posti di lavoro”. Infatti, durante tutte le tappe del viaggio, il Presidente sarà accompagnato da una delegazione di imprenditori.

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