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Myanmar: l’ONU conferma le violenze sulla popolazione rohyngya

Lo scorso settembre si è concluso il mandato ONU per la Fact-Finding Mission (FFM) in Myanmar, iniziata nel marzo 2017 allo scopo di chiarire la situazione riguardo alle presunte violazioni dei diritti umani perpetrate dall’esercito nei confronti della popolazione rohingya. Stando al report e alle recenti dichiarazioni del capo missione Marzuki Darusman, le condizioni della minoranza musulmana nello stato del Rakhine sembrano essere peggiorate, con riferimento alla continuazione di discriminazione, segregazione, restrizione della libertà di movimento, insicurezza e mancanza di accesso a terra, lavoro, educazione e assistenza sanitaria.

 

Il resoconto conferma ciò che nel giugno 2019 era stato riportato da Amnesty International, ovvero che le forze armate del Myanmar – meglio conosciute come Tatmadaw – stessero perpetrando violenze indiscriminate all’interno dello stato del Rakhine. All’epoca, stando ai dati raccolti in loco dagli stessi operatori, un raid dell’esercito regolare aveva causato 14 vittime civili e 29 feriti, con conseguenti episodi di torture e arresti arbitrari nel corso di un attacco indiscriminato. I soldati avrebbero agito con l’obiettivo di eliminare i ribelli della Arakan Army (AA), la frangia militare della United League of Arakan (ULA), impegnata sin dalla sua fondazione (nel 2009) nella liberazione del Rakhine attraverso l’uso della forza. Il Tatmadaw era stato accusato dal 2017 dalla società internazionale di aver compiuto atrocità nei confronti dei rohingya quando l’azione congiunta dell’esercito e di alcuni gruppi estremisti buddisti portò alla distruzione di interi villaggi, uccidendo circa 10.000 membri della comunità e causando l’emigrazione dal Rakhine di almeno 700.000 profughi.

Nel contempo, la posizione del Governo centrale riguardo le accuse continua a risultare ambigua e contraddittoria. Il rappresentante del Myanmar, Hau Do Suan, ha dichiarato all’Assemblea ONU che, seppur d’accordo con la necessità di investigare e punire eventuali violazioni, il Governo centrale non riconosce la missione, che considera viziata da imparzialità ed espressione di inaccettabili pressioni politiche. Il consigliere di stato Aung San Suu Kyi, nel corso della recente visita in Giappone per l’incoronazione del nuovo Imperatore Naruhito, da un lato ha condiviso la preoccupazione dell’opinione pubblica internazionale per la violazione dei diritti umani nel Rakhine, dall’altro ha ribadito come le operazioni nate a partire dal 2017 rappresentino una contro-offensiva al terrorismo dilagante nello stato e come la comunità internazionale abbia tendenzialmente trascurato questa minaccia. 

 

A prescindere dalle dichiarazioni, il consigliere di stato non ha molti margini di azione per contrastare ciò che l’ONU ha definito come una vera e propria  “pulizia etnica da parte del Tatmadaw. È infatti noto come, nonostante il processo di transizione democratica iniziato nel 2008, l’esercito detenga ancora un notevole potere politico nel paese: basti pensare che il 25% dei seggi in Parlamento è riservato per Costituzione ad ufficiali militari. A tal proposito, sempre in occasione della recente visita in Giappone, San Suu Kyi ha confermato l’ostilità dell’apparato militare nei confronti dell’emendamento costituzionale proposto dal National League for Democracy (NDL), che sancirebbe la drastica riduzione dell’interferenza militare negli affari politici e quindi un passo importante verso la piena democratizzazione del Myanmar. Nel caso in cui l’NDL dovesse vincere le elezioni generali previste nel 2020, l’intenzione è quella di riproporre la modifica della carta costituzionale nel corso del prossimo mandato.

 

Tornando alla situazione nel Rakhine, il Governo ha istituito nel luglio 2018 la  Independent Commission of Enquiry for Rakhine, volta ad investigare le presunte violazioni dei diritti umani nella provincia. Tuttavia, l’inchiesta FFM ha rivelato che la Commissione non ha prodotto alcun rapporto a partire dalla sua nascita, dimostrando dunque di non rappresentare “una possibile fine alle impunità”. Per questo motivo, come dichiarato dal responsabile Marzuki Darusman, i dati e le testimonianze rilevati dalla missione sono stati trasferiti ad un’altra commissione ad hoc ONU, la Independent Investigative Mechanism for Myanmar. Inoltre, Darusman ha sollecitato la comunità internazionale a supportare le investigazioni del Tribunale penale internazionale allo scopo di aprire un procedimento prima ancora che la Corte Internazionale di Giustizia esprima una sentenza riguardo la possibile violazione da parte del Myanmar della Convenzione sul Genocidio del 1948.  


Per concludere, una risoluzione al dramma del popolo rohingya sembra più che lontano da quelle che invece erano state le premesse del Governo. Ad ulteriore prova di ciò vi sono le difficoltà di accordo con i rappresentanti delle migliaia di rifugiati (nei confinanti Bangladesh e Indonesia) riguardo al rimpatrio con garanzie di sicurezza e accesso a educazione e assistenza sociale. L’Association of Southeast Asian Nations (ASEAN), il cui summit annuale è previsto dal 31 Ottobre al 4 Novembre, e il Governo del Myanmar sono dunque chiamati ad implementare un piano effettivo che risolva la situazione prima che essa sprofondi ancora nell’oblio del silenzio e della violenza.