Segretario                                 logo                                 Folco

Home     Redazione     Msoi Torino     Archivio



Lo stretto di Hormuz: l’incubo dei naviganti


Colui che controlla il passaggio tra gli oceani, si può considerare il signore del Mondo”. Così recita un vecchio e assai veritiero adagio della geopolitica. Nessuno meglio dell’Iran sembra esserne consapevole.

Venerdì 19 luglio scorso, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha dichiarato di aver sequestrato una petroliera, la Stena Impero, un vascello di proprietà svedese, battente bandiera britannica. La ragione ufficiale del sequestro è che la suddetta nave avrebbe violato le leggi marittime internazionali. Il sequestro è avvenuto alle ore 19:30 locali (15:00 GMT) nel temuto Stretto di Hormuz, che separa il Golfo Persico dal Mare Arabico. Attraverso questa strozzatura, larga poche decine di miglia, passa un quinto del petrolio mondiale, rendendola di fatto la via d’acqua più importante al mondo.

Il sequestro è avvenuto attraverso l’impiego di un’imbarcazione e di un elicottero iraniani. La compagnia armatrice, Northern Marine Management, ha dichiarato di non essere in grado di contattare l’equipaggio, composto da 23 persone, che attualmente risultano essere in stato di fermo presso il porto di Bandar Abbas. 

In quelle stesse ore, il Foreign Office londinese ha rilevato che una seconda imbarcazione, battente bandiera liberiana, è stata sequestrata dalle autorità iraniane nello Stretto. Il segretario degli Esteri inglese, Jeremy Hunt, si è dichiarato molto preoccupato per la situazione, sottolineando la necessità di trovare rapidamente un modo per liberare il prima possibile i due vascelli. Inoltre, ha affermato che “i sequestri sono inaccettabili e che è essenziale che la libertà di navigazione sia mantenuta e che tutte le navi possano muoversi in sicurezza e in libertà nella regione”.

Secondo Richard Weitz, un analista di Wikistrat, un gruppo internazionale di consulenza sul rischio, il sequestro di venerdì 19 luglio sarebbe una ‘azione reciproca’ da parte dell’Iran, in risposta al sequestro, stavolta da parte britannica, di una petroliera iraniana nello Stretto di Gibilterra, avvenuto il 4 luglio. In quell’occasione, la Royal Navy aveva intercettato il vascello iraniano, battente bandiera panamense, Grace 1, al largo delle coste meridionali della Spagna. L’equipaggio e il comandante erano stati arrestati. La ragione del sequestro fu che la petroliera iraniana avrebbe violato le sanzioni contro la Siria. Sabato 12 luglio, la Corte Suprema di Gibilterra ha esteso per altri 30 giorni lo stato di detenzione dell’imbarcazione e dell’equipaggio.

Questa serie di episodi ha enormemente contribuito ad alimentare e accrescere le tensioni fra Teheran e Londra, la quale, peraltro, sta pianificando un pacchetto di sanzioni come atto di rappresaglia. In una lettera indirizzata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Regno Unito afferma che la Stena Impero è stata approcciata dalle autorità di Teheran quando si trovava non in acque internazionali, ma nelle acque territoriali dell’Oman, dove il vascello stava esercitando il suo legale diritto di transito. Se quanto affermato fosse vero, l’azione del commando dell’IRGC si configurerebbe da un lato come interferenza illegale al transito marittimo e dall’altro come violazione della sovranità del Regno dell’Oman. In ogni caso, il sequestro sarebbe nullo, in quanto contrario alla Convenzione sul Diritto del Mare e alla Convenzione di Ginevra. Il ministro degli Esteri dell’Oman non ha commentato relativamente alla posizione della nave, ma ha spronato entrambe le parti a risolvere la disputa per vie diplomatiche.

In attesa di sviluppi sulla vicenda, per tutelare il resto della Marina commerciale, Londra ha deciso di avvalersi della Marina militare per scortare le navi battenti bandiera inglese attraverso lo Stretto. La fregata HMS Montrose è stata dispiegata per offrire protezione alle imbarcazioni, individualmente o in gruppo. “La libertà di navigazione è cruciale per il sistema commerciale e l’economia globale e noi faremo tutto ciò che potremo per difenderla” così si è espresso il portavoce del Governo di Londra. In 5 giorni, la Marina ha già scortato più di trenta navi mercantili, in diciassette transiti diversi.

Mercoledì 24 luglio, il presidente iraniano Rouhani ha ventilato la possibilità di una risoluzione della crisi attraverso uno ‘scambio di prigionieri’, Grace 1 in cambio di Stena Impero, sostenendo che “se il Regno Unito farà marcia indietro dalle azioni sbagliate commesse a Gibilterra, riceverà un’appropriata risposta dall’Iran”. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e altre nazioni si incontreranno giovedì prossimo 1° agosto per discutere il passaggio.

BREVE STORIA DI UN ODIO ANTICO

Sanzioni, terrorismo, diplomazia, petrolio e minaccia nucleare. Questi sono gli ingredienti che hanno costituito il controverso ed intricato rapporto fra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America. Questo speciale si pone l’obiettivo di analizzare la timeline del rapporto fra questi due attori chiave nel panorama diplomatico e geopolitico internazionale, nonché i momenti topici che lo hanno costellato, a partire dalla stipula del Trattato JCPOA, nel 2015, sino ad arrivare ai fatti più recenti di fine giugno 2019.

I fatti di cronaca concernenti l’Iran, almeno per quanto riguarda l’ultimo quinquennio, possono essere fatti dipendere e risalire ad un momento storico ben preciso, che ha segnato, o almeno avrebbe dovuto segnare, una svolta pressoché definitiva nei rapporti politici, diplomatici ed economici fra la Repubblica degli Ayatollah e l’Occidente: il Trattato JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action). La stipula di tale trattato, anche noto come Trattato P5+1 per Iran, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Repubblica Popolare Cinese, Germania ed Unione Europea, è avvenuta il 14 luglio 2015, a Vienna.

Sulla base di questo accordo, frutto di 20 mesi di negoziazione e preceduto da un accordo provvisorio firmato nel novembre 2013 dalle medesime Parti contraenti, l’Iran ha acconsentito ad eliminare le proprie riserve di uranio a medio arricchimento, a tagliare del 98% quelle a basso arricchimento e di ridurre di circa due terzi le centrifughe a gas per i prossimi 10 anni, portandole dalle 19.000 prima dell’accordo a 6.104 (di queste, solo 5.060 sono adibite ad arricchire l’uranio). Almeno fino al 2030, l’Iran ha accettato di non arricchire l’uranio oltre la soglia del 3,67%; inoltre, esso ha concordato di non costruire alcun nuovo reattore nucleare ad acqua pesante per lo stesso periodo. Teheran ha poi acconsentito a non arricchire l’uranio nella propria installazione sotterranea a Fordow, scoperta dall’intelligence occidentale pochi anni fa, per almeno 15 anni. La centrale di Fordow sarà quindi convertita e adibita a centro nucleare, fisico, tecnologico e di ricerca, esclusivamente per fini pacifici. Le attività di arricchimento dell’uranio dovranno essere limitate all’impianto di Natanz, nella provincia di Isfahan, utilizzando esclusivamente centrifughe IR-1 di prima generazione, poiché quelle più sofisticate verranno rimosse, oppure non usate per almeno 10 anni. Infine, altri impianti saranno convertiti per evitare il rischio di proliferazione nucleare.

Le Parti hanno poi stabilito che, per monitorare e verificare il rispetto dell’accordo, nonché i parametri di Losanna, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) avrà regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani, senza necessità di alcun tipo di preavviso. D’altro canto, l’accordo prevede che, in cambio del rispetto degli impegni contratti, l’Iran otterrà la cessazione di tutte le sanzioni economiche imposte dagli USA, dall’Unione Europea e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, emanate con la risoluzione 1747/2007 a causa del proprio programma nucleare. Nella fattispecie, la risoluzione 1747 fu adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza il 24 marzo 2007, come riconferma e implementazione di una precedente risoluzione sanzionatoria (1737/2006). 

Essa imperava quanto segue: l’Iran deve dare seguito alle richieste dell’AIEA; Teheran sarà posto sotto embargo internazionale per quanto riguarda il commercio diretto ed indiretto di armi, navi da guerra, aerei e materiali necessari per l’uso bellico; gli Stati devono limitare notevolmente le loro forniture di mezzi militari all’Iran, per tali intendendosi carri armati, navi da guerra, aerei, elicotteri, mezzi corazzati e missili; le Nazioni tutte e le loro imprese pubbliche e private devono negare all’Iran aiuti in campo logistico per l’accumulo di armamenti, astenersi dal contribuire alle truppe iraniane, non fornire assistenza tecnica e cessare assistenza finanziaria, investimenti e brokering nell’industria bellica iraniana; gli Stati e le istituzioni finanziarie internazionali devono astenersi dal concedere assistenza finanziaria e prestiti alla Repubblica Islamica, se non per scopi umanitari e di sviluppo; vengono infine imposte restrizioni allo spostamento di individui coinvolti nel processo di proliferazione nucleare iraniano. Gli altri Stati devono poi vigilare sull’effettivo rispetto e sull’effettiva attuazione delle misure sopra indicate.

Con la stipula del nuovo accordo ed il plauso della comunità internazionale, la questione iraniana sembrava essere, se non definitivamente risolta, perlomeno in via di raffreddamento. In questo senso, se da un lato l’accordo inibiva di fatto in toto la possibilità per l’Iran di sviluppare armi nucleari e quindi di essere una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, dall’altro, esso conferiva la chiave per una decisiva svolta economica, prevedendo la revoca di tutte quelle sanzioni che dai primi anni 2000 lo avevano costretto in una morsa senza fine.

Ne è prova il fatto che, con riferimento, ad esempio, alle relazioni commerciali fra Iran ed Unione Europea, a partire dal 2016, il primo anno fiscale successivo all’attuazione di JCPOA, le importazioni europee dall’Iran hanno raggiunto 5,5 miliardi di euro, con un incremento del 344,8%; le esportazioni dell’UE, invece, ammontavano a 8,2 miliardi di euro, con un aumento del 27,8%. L’anno successivo, le importazioni dell’Unione dall’Iran sono andate oltre i 10,1 miliardi di euro, con le esportazioni verso Teheran che hanno raggiunto un picco di 10,8 miliardi di euro.

Questo, senza considerare i miliardi che l’Unione spende per importare petrolio e gas iraniani, essenziali per alimentarne l’economia. Secondo un recente studio della British Petroleum, l’Iran è il paese più ricco del mondo quanto a riserve di gas naturale (seguito da Russia e Qatar) e il quarto, quanto a riserve di petrolio grezzo. Oltre a ciò, esso può contare su bassi costi di produzione, un fattore significante in un contesto internazionale in cui il prezzo del greggio è in costante diminuzione.

Per concludere il quadro, val la pena ricordare che l’Iran intrattiene importanti relazioni economiche con paesi europei quali la Germania e l’Italia. A titolo di esempio, Eni ha firmato un Memorandum of Understanding con la National Iranian Oil Company (NIOC) per lo svolgimento di studi di fattibilità nel Darquain e nei campi di Kish in Iran. Nel suddetto giacimento petrolifero, si stima siano presenti riserve per circa 5 miliardi di barili, un quinto dei quali estraibili. Più in generale, l’Iran è in grado di estrarre 3,5 milioni di barili al giorno; non è dunque difficile capire che, per quanto discutibile sotto molti punti di vista, Teheran sia un partner strategico di primaria importanza per Bruxelles.

I rapporti diplomatici ed economici hanno continuato a procedere senza intoppi sino a quando, l’8 maggio 2018, il presidente Trump ha annunciato di non voler rinnovare il sostegno americano al JCPOA, così come di sospendere le sanzioni secondarie, ovvero quelle sanzioni volte ad impedire a terze parti di concludere affari con l’Iran. Conseguenze dirette sono state dapprima il ritiro unilaterale degli USA dal trattato e, in seconda battuta, la re-imposizione di tutte le sanzioni nel settore energetico, a partire da novembre 2018. Giova a tal proposito approfondire la ragione che ha mosso il presidente americano in direzione di questa brusca inversione di rotta, la quale ha condotto all’interruzione di un percorso multilaterale che, sino a quel momento, si stava rivelando virtuoso e vantaggioso per tutti.

Il 12 gennaio 2018, in occasione dell’ultimo rinnovo della sospensione delle sanzioni secondarie, Trump aveva rivolto un ultimatum, con scadenza a maggio, a Francia, Regno Unito e Germania, chiedendo loro di apportare precise modifiche all’accordo, pena il non rinnovo americano della sospensione delle sanzioni e la denuncia del trattato.

Per scongiurare quest’eventualità, il tycoon newyorkese aveva imposto ai paesi europei tre condizioni: la rimozione delle limitazioni temporali e geografiche alle ispezioni di qualsiasi sito nucleare (ma anche militare) iraniano; l’introduzione di nuove sanzioni sul programma missilistico iraniano (non attinente all’accordo); l’estensione della durata delle limitazioni al programma nucleare iraniano previste dall’accordo. Oltre a queste richieste specifiche, Trump aveva altresì sollecitato un intervento più energico contro le attività di Teheran in Medio Oriente che, secondo la Casa Bianca, sono la principale causa di instabilità nella regione.

Dal punto di vista iraniano, la denuncia del JCPOA da parte di Washington rappresenta una violazione dello stesso, atto che Teheran rivendica di non aver mai compiuto. Alla luce di ciò, il ritiro unilaterale degli USA costituisce un inadempimento agli obblighi formali previsti dall’accordo. Nello specifico, l’accusa perpetrata dall’Iran è quella di aver violato lo spirito e la ragione stessi del JCPOA, con particolare riferimento all’articolo 29, in base al quale “L’Unione europea, i suoi Stati membri e gli Stati Uniti si impegnano ad astenersi dal mettere in pratica azioni tese ad impedire la normalizzazione delle relazioni economiche e commerciali con l’Iran”. La continua minaccia di reintroduzione delle sanzioni da parte di Washington rappresenta per Teheran un tentativo di alimentare il clima di incertezza che, di fatto, scoraggia la ripresa delle relazioni economiche, impedendo dunque la loro normalizzazione.

Le rivendicazioni iraniane hanno buon diritto d’esistere, trovando man forte nel fatto che l’AIEA, per 10 volte nell’arco di due anni, ha certificato formalmente come l’Iran abbia sempre consentito l’ingresso dei propri ispettori in ogni sito richiesto e che, in definitiva, l’implementazione dell’accordo da parte iraniana è stata sino ad ora ineccepibile. Va infine rammentato che il regime di ispezione creato per l’Iran sia tra i più rigidi al mondo e che lo stesso JCPOA garantisca un monitoraggio più approfondito rispetto a quanto si potrebbe ottenere in sua assenza.

Vani sono stati i molteplici tentativi degli altri contraenti dell’accordo di far ricredere Trump circa la propria decisione, così come nessun tipo di compromesso è stato possibile. Da un lato, la posizione espressa dal presidente USA rappresenta il pensiero di gran parte dell’establishment statunitense che, dal 1979 ad oggi, vede con sospetto e paura il regime degli Ayatollah. Dall’altro, poiché rimanere nell’accordo, per gli States, avrebbe significato mantenere la sospensione delle sanzioni, interfacciandosi con un Iran sempre più florido e ricco, dato il non indifferente potenziale del paese.

Quest’ultimo fattore rappresenterebbe un problema non secondario, almeno per due ragioni. Stando alla prima, un Iran potente e influente costituirebbe una minaccia intollerabile per i principali alleati americani nella regione, Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sia da un punto di vista economico, sia militare e geopolitico. Non si dimentichi, inoltre, l’ulteriore e rinnovato supporto che l’Iran garantirebbe ai propri alleati sciiti, quali, ad esempio, gli Huthi in Yemen, Hezbollah in Libano o il regime di Assad in Siria.

Connessa alla prima, la seconda motivazione ha invece una natura meno esplicita. Per evitare che accada quanto detto sopra, gli USA stanno perseguendo una strategia di minimizzazione dei benefici economici che Teheran potrebbe trarre dal JCPOA, proprio a causa del non interesse a legittimare la Repubblica islamica. Far questo significherebbe accreditare e accettare il regime degli Ayatollah, che si instaurò nel 1979 proprio destituendo lo Shah, alleato americano.

Il 5 novembre 2018, l’amministrazione Trump ha reintrodotto la seconda e più pesante tranche di sanzioni, dopo la prima del 7 agosto. Questa volta, al centro del mirino della Casa Bianca sono finiti i più importanti settori dell’economia iraniana, dagli operatori portuali alle spedizioni marittime, dalla cantieristica navale alle transazioni petrolifere. Washington intende così colpire l’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi e petrolchimici dall’Iran. Non mancano poi le sanzioni sulla fornitura di servizi di assicurazione ed assunzione del rischio, così come quelle sul fondamentale settore dell’energia.

L’ondata sanzionatoria è stata accolta dalla leadership iraniana come un gesto di sfida. Il presidente Rouhani non ha mancato di definire le sanzioni USA come un atto di guerra economica contrario alle convenzioni internazionali. Rouhani ha poi garantito che l’Iran le avrebbe aggirate con orgoglio, attirando nuovi partner commerciali. Da quel momento, è seguito un dibattito sempre più acceso su Twitter fra i leader e i rispettivi ministri degli Esteri, con reciproche minacce e accuse che hanno alimentato il clima di tensione. L’escalation è iniziata l’8 aprile 2019, quando la Casa Bianca ha definito il potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, le squadre d’élite dell’esercito iraniano, “un’organizzazione terroristica”. Un episodio di grave intensità se considerato che, per la prima volta, viene attribuita tale classificazione a una forza armata di un governo straniero. Per tutta risposta, a sua volta, l’Iran qualificò l’esercito americano quale gruppo terrorista.

In poco meno di un mese, si arrivò alla seconda escalation. Il 2 maggio 2019, l’amministrazione Trump pose fine alle esenzioni semestrali che permettevano ad alcuni paesi, fra cui Cina, India e Giappone, di importare petrolio dall’Iran. Così facendo, i paesi che avessero continuato ad acquistare il greggio iraniano sarebbero stati a loro volta soggetti alle sanzioni statunitensi. Se, tuttavia, ne avessero effettivamente cessato l’acquisto, questo avrebbe pregiudicato gravemente la tenuta dell’economia iraniana. A distanza di pochi giorni, il 5 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, annunciò che “in risposta ad un numero crescente di preoccupanti avvisaglie di escalation, gli USA manderanno una portaerei e aerei da combattimento nel Golfo Persico”, aggiungendo poi che “gli USA non cercano la guerra, ma sono pienamente preparati a rispondere a qualsiasi attacco”. L’8 maggio fu annunciata l’imposizione di nuove sanzioni, questa volta inerenti all’acciaio, all’alluminio e al rame.

Dinnanzi alla straordinaria pressione, l’Iran dichiarò di voler retrocedere da alcuni punti dell’accordo sul nucleare. Nella fattispecie, il presidente Rouhani affermò che Teheran avrebbe ripreso lo stoccaggio di uranio a basso arricchimento, nonché l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti consentiti dall’accordo, se gli altri paesi firmatari non avessero limitato le sanzioni USA e alleviato la pressione economica, entro 60 giorni.

Il 13 maggio, quattro petroliere, due di nazionalità saudita, una norvegese e un’altra di nazionalità sconosciuta, sono state attaccate e sabotate nello Stretto di Hormuz, al largo della costa orientale degli Emirati Arabi Uniti, mentre si preparavano ad attraversare il Golfo Persico. L’attacco non ha causato perdite di greggio, ma ha provocato danni significativi alle strutture delle due navi. Il ministro dell’Energia saudita, Khalid al-Falihha, ha definito l’incidenteun atto criminale di sabotaggio”, mentre Teheran ha immediatamente messo in guardia dall’“avventurismo di potenze straniere” per destabilizzare la regione.

Le reazioni di Washington non si sono fatte attendere. Il 24 maggio, Trump ha deciso di inviare 1.500 soldati in Medio Oriente per “contenere l’Iran. Ciononostante, il 13 giugno, altre due petroliere, una di nazionalità norvegese e l’altra giapponese, sono state attaccate nel Golfo di Oman. Il Segretario di stato, Mike Pompeo, ha rapidamente addossato la colpa all’Iran, in quanto “vuole colpire gli alleati americani. Gli spudorati attacchi nel Golfo di Oman fanno parte di una campagna dell’Iran per aumentare le tensioni e creare sempre più instabilità nella regione. La risposta sarà economica e diplomatica”.

Il 17 giugno, Teheran annunciò di essere a 10 giorni dal sorpassare i limiti, fissati dall’accordo, sullo stoccaggio di uranio a basso arricchimento, così da esercitare pressioni sui paesi europei al fine di ottenere le succitate esenzioni economiche dalle sanzioni. A tal proposito, Rouhani affermò che se gli europei si fossero fatti avanti, l’Iran sarebbe tornato a rispettare i termini dell’accordo. Quello stesso giorno, Washington schierò altre 1.000 truppe nel Golfo, al fine di “mandare un messaggio chiaro ed inequivocabile al regime iraniano che ogni attacco agli interessi degli USA e a quelli dei loro alleati andrà incontro ad una forza inesorabile”.

Ancora, il 20 giugno 2019, le forze iraniane abbatterono un drone americano che si trovava nello spazio aereo iraniano; secondo Washington, invece, esso volava in acque internazionali. Il giorno successivo, Trump ha twittato di aver fermato, a 10 minuti dall’inizio previsto, un intervento militare ai danni di Teheran, come rappresaglia per l’abbattimento del drone. La ragione risiederebbe nel fatto che l’attacco avrebbe causato 150 vittime, per cui, stando ai dettami del diritto internazionale, non sarebbe stato proporzionato all’abbattimento di un drone senza equipaggio. Infine, nella notte fra il 22 ed il 23 giugno, lo US Cyber Command ha perpetrato un cyber attacco al sistema informatico che controlla il sistema missilistico iraniano, mettendolo fuori uso. Secondo alcuni osservatori, i cyber attacchi sarebbero una risposta sia agli attacchi alle petroliere, sia all’abbattimento del drone americano. Inoltre, riporta Yahoo News, nel mirino è finito anche un gruppo d’intelligence responsabile del rilevamento delle navi nello Stretto di Hormuz. Gli attacchi informatici, non ufficialmente confermati dai funzionari della Difesa, erano stati programmati da settimane proprio in risposta al sabotaggio delle navi saudite ed emiratine.

Trump, nel frattempo, ha annunciato nuove e pesanti sanzioni all’Iran, scattate lo scorso lunedì 24 giugno 2019. Il presidente non ha escluso l’azione militare, proponendo, allo stesso tempo, un nuovo accordo sul programma nucleare. L’escalation di tensione è giunta sul tavolo del Consiglio di Sicurezza il lunedì stesso, in una riunione a porte chiuse. Sullo sfondo, i toni restano alti: l’Iran ha avvertito gli USA che un qualsiasi attacco avrebbe avuto serie conseguenze.

In questo senso, alcuni analisti hanno affermato che l’attacco militare sarebbe imminente, anche considerando che, nell’entourage di Trump, si vocifera riguardo ad un possibile “regime change” per l’Iran. Secondo altri, invece, sarebbero solo dimostrazioni di forza per disincentivare l’Iran a perseverare su questa strada per spingerlo ad arrendersi.

Ciononostante, il 1° luglio 2019, il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha dichiarato che l’Iran ha oltrepassato i limiti all’ammontare dell’uranio a basso arricchimento, posti in essere dall’accordo. Ha poi aggiunto che, a partire dal 7 luglio scorso, Teheran avrebbe cominciato ad arricchire l’uranio oltre la soglia del 3,67% se l’Europa non si fosse attivata per alleggerire la pressione finanziaria, dovuta alle sanzioni USA.

L’Unione Europea, troppo imbrigliata nel disaccordo dei 28 leader, non è riuscita a produrre decisioni concrete, se non dichiarazioni di preoccupazione e ammonimenti sulla prudenza. Così, domenica scorsa 7 luglio, Teheran ha deciso di uscire dall’accordo sul nucleare, dichiarando l’inizio dell’arricchimento dell’uranio, in misura superiore a quella concessa dal trattato.

Le misure prese, tuttavia, sono reversibili. Infatti, Teheran ha tenuto a precisare che concederà ai Paesi europei un’ultima possibilità per salvare l’Accordo, aprendo un’ulteriore finestra di 60 giorni in cui l’Europa dovrà impegnarsi per lavorare ad un nuovo quadro negoziale con l’obiettivo di aggirare i nefasti effetti che le sanzioni USA stanno causando all’economia iraniana. Se ciò non avverrà, l’uscita dal JCPOA diverrà irreversibile.

Le prossime settimane saranno decisive per determinare se la situazione, attualmente appesa ad un filo, si concluderà con un’escalation definitiva, e quindi con una terza guerra del Golfo, oppure se prevarrà il buon senso e le Parti riusciranno a trovare un’intesa in grado di garantire la stabilità della regione e, di riflesso, la pace. Il Medio Oriente è una polveriera pronta ad esplodere. Per scongiurarla occorre una profonda capacità di negoziazione e di composizione dei variegati ed innumerevoli, spesso contrastanti, interessi in gioco.

Chi avrà la meglio? See what’s coming.

Le elezioni europee e il futuro del regionalismo: integrazione o disintegrazione?

Di Andrea Daidone e Mattia Elia

Nella storia del Parlamento europeo le elezioni non sono mai state così sentite e, con il 50,97% dei votanti, partecipate. Per la prima volta le euro-elezioni non hanno rappresentato un mero referendum ‘pro’ o ‘contro’ i governi nazionali, tantomeno una sorta di mid-term election per gli stessi; al contrario, sono state l’occasione per delineare il nuovo e futuro assetto dell’Unione.

Caratteristica peculiare di queste elezioni è stata la prorompente presenza di tematiche europee. Potrebbe sembrare scontato, ma raramente le euro-elezioni hanno visto l’Europa e le questioni ad essa legate nel cuore del dibattito. Non potrebbe essere diversamente: politiche migratorie, cambiamenti climatici, Brexit, rallentamento dell’economia, gestione delle frontiere, commercio internazionale, sicurezza e welfare sono solo alcune delle principali tematiche che con sempre maggiore urgenza bussano alle porte dell’Unione. Al contempo, a causa dell’eterogeneità delle posizioni delle varie formazioni politiche in campo, la maggior parte di tutte le suddette questioni è rimasta, ad oggi, irrisolta.

Si pensi, a titolo di esempio, alla gestione delle migrazioni. È fuori di dubbio che, negli anni precedenti, le ondate migratorie che hanno investito l’Europa abbiano scosso nel profondo la sensibilità delle popolazioni europee e abbiano contribuito notevolmente alla distorsione della percezione oggettiva del fenomeno. Tale distorsione, assieme al perpetrato egoismo e alla assai poca lungimiranza di alcuni paesi, nonché all’oggettiva inadeguatezza della normativa europea, ha spianato la strada al conservatorismo, al nazionalismo e al sovranismo che oggi minacciano l’impalcatura stessa della Casa Comune. Ecco spiegato perchè, da più parti si paventava l’insurrezione degli euroscettici, nonché una minaccia per il futuro del progetto europeo. Al di là dei toni, i timori si sono rivelati tutt’altro che infondati.

L’appuntamento elettorale può, a buon diritto, essere visto come un vero e proprio campo di battaglia nel quale si sono fronteggiati due opposti schieramenti: da un lato, gli europeisti, detti ‘eurofili’, che ritrovano in Emmanuel Macron e Angela Merkel i propri leader. Dall’altro, gli euroscettici (conservatori, nazionalisti e sovranisti), guidati, sebbene non in modo uniforme, da diverse formazioni politiche in diversi paesi: la Lega in Italia, Rassemblement National in Francia, Vox in Spagna, Alternative fur Deutschland in Germania e la maggioranza nei paesi del famigerato Gruppo Visegrad.

Gli elettori europei sono dunque stati chiamati ad esprimersi riguardo i progetti di entrambi gli schieramenti, che possono essere ben riassunti nelle proposte dei rispettivi principali rappresentanti. Emmanuel Macron, portabandiera del movimento europeista e liberale, ha proposto, fra le altre cose, di rafforzare i poteri dell’Unione in senso più sovranazionale, dotando altresì l’Eurozona di un bilancio proprio. In sostanza, gli eurofili rivendicano un maggior coinvolgimento dell’Unione nelle vite dei suoi cittadini, così come la prosecuzione e il rafforzamento del progetto europeo: un’Europa più unita, più interconnessa, con più competenze. Ciò, ovviamente, implicherebbe un’ulteriore cessione di prerogative da parte degli stati membri.

Nel mezzo, alcuni partiti come i Verdi e ALDE sono perlopiù favorevoli all’introduzione di un meccanismo che preveda la sospensione dell’erogazione di fondi comunitari di qualsiasi tipo ai paesi che non si mostrassero solidali con gli altri membri, o che violassero le basilari norme dello stato di diritto e altri valori fondamentali dell’UE.

Su posizioni diametralmente opposte ai primi, il leader dei sovranisti, Viktor Orbàn, auspica una riduzione dell’Unione ad un grande mercato unico senza alcuna influenza sulle politiche nazionali.

Un punto in grado di compattare il fronte sovranista sarebbe forse il desiderio di fermare i flussi migratori verso l’Europa, favorendo i respingimenti e i rimpatri. Tuttavia, le similitudini terminano qui. Infatti, il suddetto fronte, se concorde sull’urgenza e sull’importanza dell’argomento, è discorde sulle soluzioni da adottare. Da un lato, partiti al governo in Italia sottolineano l’importanza della revisione del regolamento Dublino III per rendere obbligatoria la redistribuzione dei migranti; dall’altro, i sovranisti di Ungheria, Polonia e Austria si oppongono con la massima forza a questa opzione.

Posizioni più moderate su questo tema sono chiaramente quelle dei partiti europeisti. Il PPE, ad esempio, da sempre molto attento alla protezione delle frontiere, appoggia l’idea della revisione di Dublino III, sebbene rigetti le posizioni più radicali dei sovranisti. Vi è poi la posizione (comune) di Socialisti, Verdi e Liberali, i quali sottolineano la necessità di una condivisione di responsabilità dinanzi alle crisi umanitarie e pongono l’accento sull’integrazione.

Al netto delle differenze di idee, il punto focale su cui bisogna porre l’attenzione è rappresentato dal fatto che, ad oggi, l’Unione Europea non ha fra le proprie competenze quella dell’immigrazione. Ciò, naturalmente, affossa a priori qualsiasi piano di gestione del fenomeno migratorio. Fino a quando non sarà l’Unione ad avere totale libertà di manovra nella gestione delle migrazioni e non si realizzerà una politica migratoria comune, questo problema continuerà sempre ad esistere e a soffiare sul fuoco dell’egoismo, del razzismo, della xenofobia e dell’ignoranza.

Non meno dibattuti sono poi gli altri ‘temi caldi’ che trovano spazio nelle agende delle istituzioni europee. Anche in questo caso, la visione delle fazioni politiche europee su come debbano venire affrontate queste tematiche è diametralmente opposta.

La prima questione riguarda l’ambiente. L’Unione è l’istituzione con alcune delle più severe norme circa il controllo dell’inquinamento e la riduzione delle emissioni. L’obiettivo dei liberali e dei moderati, cui fanno capo i partiti dei paesi scandinavi e dell’Europa settentrionale, è procedere con la progressiva riduzione delle emissioni di CO2, sino ad arrivare al superamento dell’energia fossile e nucleare, in favore delle rinnovabili. Il tema dell’ambiente non riscuote altrettanto successo nelle fila dei sovranisti, i quali prediligono il perseguimento dello sviluppo economico, senza troppo riguardo per l’ecosistema. Alcuni di essi, come la Lega e l’AdF, hanno sposato le teorie più scettiche nei riguardi dei cambiamenti climatici, avvicinandosi ai pensieri del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Non manca, poi, il problema delle finanza pubblica. Il grande dibattito, in questo caso, si dirama fra un’Europa più attenta al sociale e meno ossessionata dall’austerità e una invece più dedita al rigore. La discussione non sembra intercorrere tanto fra europeisti e sovranisti, quanto più fra ‘Nord’ e ‘Sud’. Infatti, se da un lato i partiti dei paesi scandinavi e della Germania si mostrano più rigidi, dall’altro i partiti dei paesi mediterranei prediligono un approccio più flessibile.

È interessante notare come questo tema fratturi il fronte sovranista, con la Lega favorevole allo sforamento delle regole europee (ad esempio, il rapporto deficit/PIL non superiore al 3%) e la tedesca AfD a sostenimento del rigore finanziario. Lo stesso primo ministro austriaco ha affermato che il rispetto rigoroso delle normative europee in tema di bilancio è garanzia di sviluppo e credibilità sui mercati.

Non meno scottante è infine il tema del commercio internazionale. L’Unione Europea, negli anni precedenti, ha intrapreso negoziati, poi conclusisi in un nulla di fatto, finalizzati alla stipula di due importanti accordi commerciali internazionali. Il primo era il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con gli Stati Uniti, mentre il secondo era il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) con il Canada. Il tema degli accordi transoceanici è sentito lungo tutto l’arco politico europeo, sebbene con interessanti e per nulla scontati allineamenti fra fazioni opposte.

Tanto l’estrema destra quanto l’estrema sinistra europea, infatti, si oppongono a questo tipo di accordi, pur per ragioni differenti. Per la prima, queste partnerships andrebbero in contrasto con il principio dell’autarchia, di cui i partiti sovranisti si sono fatti portavoce. La seconda, invece, li condanna come espressione del modello capitalistico ed ultraliberista. Scettici, se non addirittura contrari, sono poi anche i Verdi, che vedono in questo tipo di accordi una seria minaccia per gli elevati standard ambientali e sanitari dell’Unione.

Di differente avviso sono invece i popolari, i socialisti e i liberali, i quali spingono per la creazione di una nuova strategia commerciale per l’Unione, ritenendo come trattati di questo genere dovrebbero essere una priorità per lo sviluppo dell’economia europea. Quest’ultima, proprio in questi anni, è quanto mai sonnolenta e, per molti versi, patisce ancora gli effetti della crisi economica e finanziaria.

In seguito alle elezioni svoltesi domenica 26 maggio 2019, gli equilibri del Parlamento sono stati indubbiamente ricalibrati, ma, di fatto, i rapporti di forza al suo interno non sono mutati di netto: il Partito Popolare Europeo (PPE) ha ottenuto 179 seggi, mentre il Partito Socialista Europeo (PSE) 158. Di conseguenza, si può ipotizzare che verrà riproposta la coalizione tra i due, con l’aggiunta dei Verdi oppure dell’ALDE. Inoltre, non può passare in secondo piano la grande crescita del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), così come del Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL), nel quale confluiscono la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement national di Marine Le Pen; questi ultimi hanno ottenuto ottimi risultati nelle rispettive nazioni ma, a livello europeo, non hanno i numeri e le prospettive di alleanza per proporre un’alternativa credibile al consolidato fronte europeista.

La divergenza delle posizioni rende ben chiaro quale sarà il destino di questi (e altri accordi) fra l’Unione e altri ‘grandi’ della Terra. Il risultato delle elezioni, infatti, sembra suggerire che la tradizionale rotta verrà mantenuta per i prossimi 5 anni, verso quella che sarà un’Europa più aperta ed interconnessa, altrettanto disposta a tuffarsi nella marea sempre crescente degli scambi commerciali internazionali.

In questo senso, la procedura dell’Unione per la stipula di accordi internazionali è disciplinata dall’articolo 218 TFUE, il quale stabilisce che il Parlamento debba preventivamente emettere un parere (non vincolante) sugli accordi che il Consiglio dell’Unione Europea intende realizzare. La conclusione è subordinata all’approvazione del Parlamento soltanto in casi specifici, riconducibili alle materie oggetto di procedura legislativa ordinaria e agli accordi che possono avere ripercussioni finanziarie considerevoli. Il Parlamento è invece totalmente escluso dalla politica estera e sicurezza comune (PESC), esercitando un controllo indiretto in questo settore, poiché annualmente deve approvare il bilancio dell’Unione e, di conseguenza, anche i fondi da destinare alla PESC.

Tra gli obiettivi che maggiormente caratterizzano la politica estera dell’Unione vi è la promozione del regionalismo, sulla base del quale tre o più nazioni, appartenenti ad una stessa regione, cooperano per gestire la crescente interdipendenza tra stati, popoli, territori e società.

Come Karen E. Smith ha sottolineato nel 2014 in European Union Foreign Policy in a Changing World, l’impulso nei confronti di questo fenomeno rispecchia l’attitudine dell’UE a relazionarsi con paesi tra loro confinanti, classificandoli come gruppi regionali, applicando strategie e politiche regionali e incoraggiando la cooperazione e/o l’integrazione. In tal senso, l’efficacia dell’impegno dell’UE dipende molto dalla volontà politica degli stati membri.

Sulla scia dei risultati elettorali di cui sopra, la politica estera europea dovrebbe poter continuare nel solco tracciato nell’ultima legislatura. In particolare, stando al proprio Programma d’Azione 2014 – 2019, il PPE propone un potenziamento del Servizio Europeo per l’Azione Esterna, con una maggior controllo da parte del Parlamento europeo della politica estera e della difesa comune, così da accrescerne responsabilità e rappresentanza democratica.

Per di più, rimarcando l’affinità tra Unione Europea e America Latina, nel programma si legge come “L’Unione Europea dovrebbe continuare a incoraggiare e assistere i processi di integrazione e cooperazione nella regione”. Ancora, “l’Unione Europea dovrebbe rafforzare il proprio impegno politico ed economico con Messico, Cile, Colombia, Perù e America Centrale, nel tentativo di dare nuovo slancio a un accordo di associazione equilibrato e ambizioso con il MERCOSUR”.

Il Partito Socialista, invece, nel proprio A New Social Contract for Europe si concentra maggiormente sull’importanza della politica migratoria, sulla lotta alla sfruttamento e sulla tratta di esseri umani, proponendo lo sviluppo di un Piano di Investimenti Europeo per l’Africa.

Infine, le forze emergenti nel panorama europeo, i partiti di Matteo Salvini e Marine Le Pen, in ossequio alle loro istanze sovraniste, si concentrano su una riduzione delle competenze dell’Unione in favore di un ri-ampliamento della sovranità degli Stati membri.

La Lega suggerisce un ritorno allo status pre-Maastricht, ossia a una forma di libera e pacifica cooperazione tra stati di natura prettamente economica. Sul piano della politica estera, significherebbe tornare al sistema di cooperazione politica europea nel quale il Parlamento aveva il ruolo di esprimere un punto di vista, che sarebbe poi stato difeso dai singoli stati in seno alle varie organizzazioni internazionali, ma sicuramente non si precludeva alla possibilità dell’Unione “to speak one voice”.

Volendo porre l’accento sulle relazioni tra l’Unione Europea e altre organizzazioni regionali, è utile soffermarsi sui due dei principali partner dell’Unione menzionati poc’anzi: l’America Latina e l’Africa.

Per quanto riguarda la prima, la più importante relazione istituzionale è il partenariato con la Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (UE-CELAC), che riunisce 61 paesi – circa un terzo dei membri delle Nazioni Unite – e oltre un miliardo di persone – il 15% della popolazione mondiale.

Questa grande cornice cooperativa, racchiude relazioni partnership di vario genere, quali l’Alleanza del Pacifico, l’Unione delle Nazioni Sudamericane e il Mercosur. Quest’ultima, in particolare, istituita nel 1991 da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, mira alla realizzazione di un mercato comune secondo il modello della Comunità Europea (CE).

Un primo punto di convergenza tra gli interessi di Bruxelles e i paesi del Mercosur è il commercio agroalimentare. Se però i secondi hanno un interesse specifico nell’esportare i propri prodotti agricoli e la carne, l’Unione guarda agli appalti pubblici e promuove regolamenti più stringenti in materia di diritti dei lavoratori, protezione ambientale e lotta al cambiamento climatico.

Contrariamente a quest’ultima, però, i paesi del Cono non hanno imboccato la strada europea della sopra-nazionalità, bensì quella della più atomistica integrazione intergovernativa, scelta determinata essenzialmente dalla marcata qualità presidenzialista dei loro regimi interni. Nel 1999, infatti, hanno intrapreso il progetto di un accordo di associazione (il quale prevede, in genere, l’istituzione di un organo collegiale, il Consiglio di Associazione, formato da rappresentanti dell’UE e degli altri contraenti.

Ad oggi, non è ancora stata formalizzata un’intesa; anzi, dopo l’elezione presidenziale in Brasile, la situazione sembra essersi complicata. Qualche mese fa, a poche ore dalla vittoria di Jair Bolsonaro, il ministro dell’Economia Paulo Guedes ha annunciato che: “Il Mercosur non sarà più una priorità per il Brasile”.

D’altra parte, i rapporti tra l’UE e l’Africa subsahariana possono contare sulla base formale dell’Accordo di Cotonou, che governa le relazioni tra l’UE e i 78 paesi del gruppo di stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP). Il Parlamento europeo si dota di delegazioni interparlamentari permanenti e coopera con l’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE.

Ne L’Unione Europea e la promozione del regionalismo: principi, strumenti e prospettive, Giovanni Finizio nota come l’articolo 1 dell’Accordo individui la progressiva integrazione dei paesi ACP nell’economia mondiale quale fattore essenziale per lo sviluppo e la riduzione della povertà, per la realizzazione del regionalismo e, in particolare, per la costruzione di aree di libero scambio. In questo caso, però, l’UE si è maggiormente concentrata sulla penetrazione europea nei mercati africani, consentendo alle merci e ai servizi europei di accedere ai blocchi e di circolarvi liberamente, piuttosto che promuove effettivamente il commercio africano intra-regionale.

L’Accordo è stato rivisto nel 2005, ed è stata riconosciuta la giurisdizione della Corte Penale Internazionale. Nel 2010, ne è stata discussa una seconda revisione e, nel giugno 2013, il Parlamento europeo ha dato il proprio consenso alla sua ratifica, esprimendo tuttavia alcune riserve in merito a talune parti dell’Accordo che non rispecchiano i valori dell’Unione. In particolare, il Parlamento ha contestato, la mancanza di una clausola esplicita sulla “non discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”.Sulla base dei partenariati di Cotonou pre-2020, l’UE figura quale il più grande donatore dell’Africa. La cooperazione allo sviluppo viene realizzata attraverso vari strumenti finanziari, il più importante dei quali è il Fondo Europeo di Sviluppo (FES), basato sull’Accordo di Cotonou ed escluso dal bilancio comune dell’Unione. Siffatta struttura finanziaria potrebbe cambiare in seguito ai negoziati sul nuovo quadro finanziario pluriennale dell’UE 2021-2028, i quali hanno avuto inizio nel maggio 2018 per l’APC, seguiti da quelli dell’Unione nel giugno dello stesso anno.


Unione europea e Iran: un intricato rapporto

Sanzioni, terrorismo, diplomazia, petrolio e gas. Questi sono gli elementi che compongono il controverso ma cruciale rapporto fra l’Unione Europea e la Repubblica Islamica dell’Iran.

In linea con Washington, fino al 2015 Bruxelles ha mantenuto un livello costante di sanzioni nei confronti di Teheran. L’approccio euro-atlantico alla ‘questione iraniana’ è, però, cambiato radicalmente quando, durante l’amministrazione Obama, si è giunti alla firma del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), che vede la partecipazione anche dell’Unione, assieme a Francia, Germania e Regno Unito (UE3).

Il trattato prevedeva, in cambio dell’impegno dell’Iran a garantire la natura esclusivamente pacifica del suo programma nucleare, la deroga ad alcune misure restrittive in vigore e, a partire dal 2016, la revoca di tutte le sanzioni economiche e finanziarie nei confronti di Teheran. Da quel momento, non soltanto sono stati ripristinati i normali rapporti diplomatici fra l’Unione e il regime degli Ayatollah, ma, soprattutto, è rifiorito in breve tempo un vivace commercio.

Basti pensare che, solo nel 2016, il primo anno fiscale successivo all’attuazione del JCPOA, le importazioni europee dall’Iran hanno raggiunto €5,5 miliardi, con un incremento del 344,8%, mentre le esportazioni dell’UE ammontavano a €8,2 miliardi, con un aumento del 27,8%. L’anno successivo, il valore complessivo dei beni e servizi esportati dall’Iran verso i paesi dell’Unione ha superato i €10,1 miliardi, mentre le esportazioni europee verso l’Iran hanno raggiunto un picco di €10,8 miliardi.

Questo, senza considerare i miliardi che l’UE ha speso – e continua a impiegare – per importare petrolio e gas dall’Iran, essenziali per alimentare la produzione industriale delle economie dell’Unione. Secondo un recente studio della compagnia petrolifera inglese British Petroleum, l’Iran è il paese più ricco al mondo per riserve di gas naturale (seguito da Russia e Qatar) e il quarto quanto a riserve di petrolio greggio. Oltre a ciò, può contare su bassi costi di produzione, un fatto che non è insignificante in un contesto internazionale in cui il prezzo del greggio è in costante diminuzione.

Per concludere il quadro, l’Iran ha importanti relazioni economiche con certi paesi europei in particolare, come la Germania e l’Italia. A titolo di esempio, nel 2017 ENI ha firmato un memorandum of understanding con la National Iranian Oil Company (NIOC) per lo svolgimento di studi di fattibilità nel Darquain e nei campi di Kish, in Iran. Nel suddetto giacimento petrolifero, si stima siano presenti riserve per circa 5 miliardi di barili, di cui un quinto è estraibile. Più in generale, l’Iran è in grado di estrarre 3,5 milioni di barili al giorno e non è difficile capire che, per quanto discutibile sotto molti punti di vista, Teheran risulta essere un partner strategico di primaria importanza per i paesi dell’Unione.

I rapporti diplomatici ed economici tra paesi europei e Iran hanno continuato a procedere senza intoppi, almeno fino a quando, nel maggio del 2018, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA e la conseguente re-imposizione di tutte le sanzioni nel settore energetico, a partire da novembre. L’amministrazione statunitense ha, inoltre, predisposto un pacchetto di sanzioni accessorie, rivolte a tutti i paesi alleati degli Stati Uniti che avessero deciso di proseguire ugualmente i loro commerci con Teheran, ignorando i divieti di Washington.

I rapporti commerciali con Teheran, tuttavia, sono oramai troppo importanti per l’UE, al punto che Bruxelles si è spinta fino alla creazione di uno special purpose vehicle, un’entità legale per facilitare e legittimare le transazioni finanziarie da e verso l’Iran, greggio incluso. L’obiettivo dell’Unione è, quindi, quello di tutelare, assistere e legittimare le tantissime aziende europee che commerciano con l’Iran, permettendo loro di condurre affari in modo legittimo. L’annuncio dell’istituzione di questo stratagemma è stato dato dall’Alto rappresentante Mogherini, assieme al ministro iraniano degli Esteri, Javad Zarif, durante un incontro alle Nazioni Unite. Tale dispositivo, non rappresenta, però, una soluzione vera e propria al problema. Pertanto, Francia e Regno Unito hanno elaborato un’ulteriore proposta, il cui scopo non risiederebbe nella denuncia del trattato, bensì in una sua implementazione, che potrebbe includere il programma di missili balistici e la ridefinizione del ruolo geopolitico di Teheran nella regione.
L’unico fatto certo, al momento, è che l’UE deve trovare un delicato equilibrio tra solidarietà atlantica e definizione di una politica estera autonoma, in grado di mediare con paesi come l’Iran, trovandosi ora – come direbbero gli antichi romani – “a fronte praecipitium, a tergo lupi, con un precipizio davanti e i lupi dietro.