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Istituzioni, società civile e il movimento contro il cambiamento climatico

Di Rebecca Carbone, Alessandro Fornaroli, Lara Kopp-Isaia, Simone Massarenti

Appena 50 anni fa l’uomo è atterrato sulla Luna e da allora la popolazione mondiale è più che raddoppiata. Nell’arco di una vita umana, il paradiso terracqueo è profondamente cambiato; le specie in natura sono diminuite di circa il 60% e per la prima volta nella storia dell’umanità, la stabilità della natura non è una cosa scontata” (Il Nostro Pianeta).

Qualche riflessione sull’Antropocene

È opinione condivisa tra la comunità scientifica che la biodiversità planetaria, che ci ha accompagnato durante il nostro percorso evolutivo, stia diminuendo a velocità esponenziale per ragioni antropogeniche. L’influenza dell’uomo sull’ambiente è stata riassunta dal premio Nobel Paul Crutzen in un termine particolare, che mira a indicare l’epoca geologica attuale, profondamente influenzata dalla presenza di CO2 (anidride carbonica) e CH4 (metano): Antropocene.

Il cambiamento climatico si manifesta, così, quale il problema principe della nostra epoca, poiché, con le parole degli scienziati politici Marcello Di Paola e Gianfranco Pellegrino, “l’intelaiatura ecologica del pianeta è in larga misura una funzione del suo clima”. Allo stesso tempo, come ha fatto notare la giovane Greta Thunberg, “La crisi climatica è sia la crisi più semplice, sia la più difficile che ci troviamo ad affrontare. La più semplice perché sappiamo che cosa dobbiamo fare, dobbiamo mettere fine all’emissione di gas serra. La più difficile perché la situazione economica attuale dipende ancora dall’utilizzo dei combustibili fossili, che danneggiano il nostro ecosistema”. Non manca, tuttavia, chi, come il fisico premio Nobel, Carlo Rubbia, o l’ex capo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, Scott Pruitt, ritiene che le variazioni climatiche che si presentano ciclicamente, siano scollegate da questo fenomeno e imputabili unicamente al mutare delle macchie solari.

L’essere umano, non essendo avulso e indipendente dalla biogeocenosi in cui vive, subirà gli effetti a cascata che deriveranno dal riscaldamento globale, i quali colpiranno in primo luogo le società meno attrezzate ad affrontarli. In altre parole, i paesi meno attrezzati e tecnologicamente avanzati saranno quelli che pagheranno il prezzo più alto. L’effetto ‘darwiniano’, per così dire, non regge allo scrutinio dell’etica se si considera la problematicità che si affronta nel risalire la scala eziologica, al fine di trovarne i responsabili. La partecipazione a questo fenomeno, infatti, è condivisa e trasversale sia nello spazio, tra individui, aziende o nazioni, sia nel tempo, a livello intergenerazionale. Il presente non è, in tal senso, che il risultato cumulativo delle sofferenze subite dal pianeta negli anni, andando a costituire “il più vasto problema di azione collettiva che l’umanità abbia mai dovuto affrontare” (Gnosis).

Marcello di Paola, insieme all’esperto di etica ambientale Dale Jamieson, ha proposto un’elaborata analisi del problema. In primo luogo, l’aumento della temperatura terrestre, si pone in maniera sempre più incalzante come forte limite per il liberalismo politico nei suoi due aspetti principali di responsabilità individuale e democrazia.

Quanto al profilo della responsabilità, l’interconnessione statuale e la dinamicità industriale, che caratterizzano una società sempre più globalizzata, rendono complicato attribuire obblighi. L’aporia è un riflesso della complessità dei meccanismi causali coinvolti: nessuno incide in maniera significativa sul cambiamento climatico, contribuendo soltanto in parte alla sua evoluzione. In questo modo, è facile finire per perdersi nell’illusione di un gioco a somma zero, in cui nessuno danneggia direttamente nessun altro.

Sul versante della democrazia, invece, i singoli attori si trovano nell’infelice posizione di dover scegliere tra il perseguire la dottrina utilitaristica fondata sulle conseguenze favorevoli a tutela della collettività, oppure se agire quel tanto che basta a non perdere il consenso del proprio elettorato.

Purtroppo, i due elementi sono inversamente proporzionali: all’aumentare del primo, diminuisce il secondo e viceversa. Quando lo stato si attiva per risolvere problemi che minacciano, anche se non direttamente, la sicurezza fisica e sociale dei cittadini, solitamente si registra un abbassamento del livello dei consensi.

Gli studiosi fanno notare che anche le manovre potenzialmente migliori, d’altro canto, possono richiedere sacrifici non sempre accettabili o in linea con le preferenze degli elettori. Nei periodi di transizione come questo, le manovre di conversione industriale, come fu per il Green New Deal americano, necessitano di un forte sussidio statale o comunitario per essere applicate. Senza un diritto premiale a favore delle imprese che incentivi l’aggiornamento ecosostenibile, tuttavia, il vincolo sull’iniziativa privata potrebbe essere recepito con avversione.

Un’ulteriore difficoltà discende dal fatto che il perseguimento di benefici ambientali dipende spesso da iniziative di lungo respiro, che potrebbero non essere apprezzate nell’immediato. Un esempio in tal senso potrebbe essere, in un’ottica di contenimento del particolato sospeso (le cosiddette “polveri sottili”),  la chiusura di un impianto a carbone: il licenziamento o la riqualificazione dei dipendenti potrebbe condurre a scioperi o proteste del personale.

Per risolvere l’impasse, secondo Di Paola e Jamieson, gli stati e gli enti sovranazionali dovrebbero attenersi a politiche comuni, di derivazione comunitaria o frutto di trattati internazionali. Solo attraverso una cooperazione in tal senso si potrà superare la concezione territoriale stato-centrica per operare in termini più ampi, producendo tutele dei diritti umani di tipo collettivo di terza generazione, ormai noti come ‘diritti di solidarietà’.

La sfida, dunque, in questo contesto di erosione democratica, consiste proprio nell’esercitare democraticamente un’azione in grado di realizzare interessi puntuali, attraverso politiche atte ad affrontare le complessità poste dall’Antropocene.

Le migrazioni climatiche non devono essere sottovalutate

Alcune delle declinazioni particolari di queste problematiche difficilmente inquadrabili negli schemi tradizionali vengono poi spesso sottovalutate, anche a dispetto della portata globale degli stessi. Tra questi, probabilmente uno dei più insidiosi riguarda le migrazioni climatico-ambientali: milioni di persone sono costrette a lasciare la propria terra a seguito di disastri ambientali, desertificazione e mancanza di risorse. Si tratta di un fenomeno destinato a crescere in maniera esponenziale, che condurrà a un cambiamento delle carte geografiche e alla necessità di nuovi strumenti giuridici, dal momento che i migranti climatici non rientrano automaticamente tra le categorie cui è riconosciuta protezione internazionale.

In quest’ottica, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ha tentato di offrire una definizione del termine ‘migrante ambientale’, intendendo “coloro che, a causa di improvvisi o graduali cambiamenti nell’ambiente che influenzano negativamente le loro condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le proprie case temporaneamente o permanentemente”. La speranza è che questo possa essere un primo passo per l’estensione della formula nella Convenzione di Ginevra del 1951 e, quindi, per l’ampliamento delle condizioni fondanti lo status di rifugiato. Uno sviluppo che, tuttavia, potrebbe tardare ad arrivare.

Abbiamo già menzionato come la quantità di anidride carbonica e di gas serra emessi dalle attività umane nell’ultimo secolo stia causando un aumento delle temperature e creando gravi effetti collaterali: i disastri climatici sono più frequenti e intensi, la superficie colpita dalla desertificazione diventa sempre più ampia, le ondate di calore, siccità e le piogge si sono moltiplicate. Questo scenario si traduce nella diminuzione di terre fertili e nell’accesso sempre più difficile all’acqua potabile. Così il clima spinge verso la migrazione.

Sono le aree dell’emisfero Nord del mondo (Europa, Stati Uniti, Cina) a emettere la maggior quantità di anidride carbonica e di gas serra, ma sono quelle dell’emisfero Sud (Africa, America Latina, Oceania) a pagarne più pesantemente le conseguenze. Citando le parole di Kofi Annan, ex Segretario Generale ONU, “i paesi più vulnerabili hanno meno capacità di proteggersi. Sono quelli che meno contribuiscono alle emissioni globali di gas serra. In assenza di provvedimenti, saranno loro a pagare un alto prezzo per le azioni altrui”.

Il New York Times ha individuato diverse zone in cui i cambiamenti climatici hanno messo in moto fenomeni migratori di massa. La guerra civile siriana, scoppiata nel 2011, ha generato oltre 12 milioni di profughi. Tra le molteplici cause scatenanti il conflitto, figurano anche quelle di tipo climatico-ambientale: per quattro anni consecutivi la Siria ha assistito alla peggiore siccità mai registrata. Inoltre, il crollo dell’economia, a fine 2012, ha indotto 1,5 milioni di persone a spostarsi dalle zone rurali sunnite, verso la costa, dominata dalla minoranza alawita, sostenitrice di Assad, generando ulteriori tensioni.

Allo stesso modo, quasi il 50% del continente africano è soggetto a desertificazione causata dall’intervento umano. Una delle aree più colpite è quella del Lago Ciad: questo, dagli anni Sessanta, si è ridotto di oltre il 90% della superficie originaria, obbligando 3,5 milioni di persone a migrare.

Ancora, in Somalia oltre un milione di persone è in fuga dalla siccità; secondo il report dell’ONU si tratterebbe della più grave crisi umanitaria dalla Seconda Guerra Mondiale.

Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti ai rischi climatici: ogni anno oltre 500.000 persone si spostano a causa dei frequenti uragani. Le Isole Carteret, parte dell’arcipelago della Papua Nuova Guinea, sono state inghiottite dall’innalzamento del livello del mare: si tratta del primo sito al mondo in cui tutti gli abitanti hanno dovuto migrare altrove a causa del cambiamento climatico.

Nel 2016, si sono registrati 24,2 milioni di migranti climatici e questo numero è destinato ad aumentare. Sempre stando all’IOM, entro il 2050, i migranti climatici supereranno i 200 milioni. Inoltre, secondo quanto è emerso dalla prima conferenza internazionale sul fenomeno delle migrazioni causate dai cambiamenti climatici, il fenomeno dei profughi climatico-ambientali è d’intensità superiore a quello dei profughi di guerra.

Contrastare il riscaldamento globale diviene quindi una questione fondamentale, non solo per la conservazione degli ecosistemi, ma anche per la tutela dei diritti umani. Amnesty International ha denunciato alcune misure intraprese per alleggerire gli impatti delle emissioni, che avrebbero però condotto a violazioni di diritti umani: in Kenya, il popolo dei Sengwer è stato privato della propria terra a causa di un progetto governativo per la riduzione della deforestazione di Embobut. Secondo l’organizzazione, “questi progetti dovrebbero essere sottoposti a una valutazione dell’impatto sui diritti umani prima di essere messi in atto”.

Ci troviamo dinanzi a un cambiamento storico, sia sul piano sociale-antropologico, sia su quello geopolitico. Secondo l’Università delle Nazioni Unite, è necessario approcciarsi alle migrazioni climatiche non come singole crisi, bensì come un fenomeno globale da governare con impegno concreto e congiunto. Se le temperature medie si alzeranno di ’soli’ 2°C, infatti, allo stesso modo aumenteranno persone esposte ai summenzionati pericoli, le quali potrebbero raggiungere la soglia di 10 milioni di individui.

La voce di Greta Thunberg

In seno alla società civile è nato un altro appello contro il cambiamento climatico, del quale si è fatta portatrice una sedicenne studentessa di Stoccolma: Greta Thunberg. Con un semplice cartellone su cui campeggia la scritta “Skolstrejk för klimatet” (“Sciopero scolastico per il clima”), la ragazza svedese si è guadagnata un posto al centro del mondo dell’attivismo climatico. Ha incontrato figure istituzionali di spicco, tra cui il Papa, e ha trasmesso il suo messaggio a una varietà di platee differenti: dalla TEDx di Stoccolma, alla COP24 di Katowice, al World Economic Forum di Davos.

Il movimento Fridays for future, che Thunberg porta avanti ogni venerdì da ormai un anno, ha guadagnato sempre più seguaci. Il 15 marzo scorso, infatti, il suo esempio è stato d’ispirazione per i milioni di studenti riunitisi nelle piazze di tutto il mondo per protestare contro lo sfruttamento senza freni delle risorse del pianeta.

L’enfant terrible di Stoccolma continua a pronunciare il suo monito con fermezza. Durante la COP24, ha condannato l’inerzia delle istituzioni, sottolineando come la politica sia più preoccupata della propria popolarità che del futuro del pianeta e della civiltà, promettendo una “eterna crescita economica verde” per nascondere la realtà e permettere a pochi di vivere nel lusso.

Greta Thunberg, in altre parole, obietta fortemente all’operato dei membri del G8, che, a partire dalla deludente esperienza della Conferenza di Parigi del 2015, non sono ancora riusciti a dimostrare un’effettiva capacità di fare fronte comune contro la minaccia di uno stravolgimento ecologico. In quell’occasione, per esempio, è emerso che la Svezia, terra d’origine della giovane attivista, rientrava tra i paesi fortemente in ritardo nel raggiungimento dei Sustainable Development Goals, perno della politica delle Nazioni Unite per la lotta al cambiamento climatico.

La narrazione di Greta mette a confronto due grandi blocchi ideologici: da un lato, i sostenitori del pianeta, composti in primis dagli studenti scesi in piazza e dalle 155 rappresentanze locali di Fridays for future; dall’altro, i fermi promotori dell’economia industriale light, basata su modelli di sviluppo ecosostenibile. Questa ‘battaglia ideologica’ percorre in lungo e in largo la superficie terrestre, causando un muro contro muro che non giova al prosieguo delle trattative ancora ad oggi in fase di definizione.

La guerra ‘dal’ cambiamento climatico

I problemi relativi al surriscaldamento globale, allo scioglimento dei ghiacciai, alla desertificazione, alle alluvioni e a tutti i fenomeni ambientali già presenti per natura, aumentati in frequenza e intensità a causa dell’agire dell’uomo, non riguardano solo la vivibilità circoscritta al microsistema in cui viviamo. Per microsistema si intende l’ambiente a noi direttamente circostante e funzionale, nel quale interagiamo nella vita di tutti i giorni; in questo senso, all’interno degli stessi microsistemi, i fattori che incrementano il rischio di conflitti vengono rinforzati dal cambiamento climatico.

Nonostante un collegamento diretto tra lo scoppio dei conflitti tra i microsistemi e le disfunzioni del clima non possa essere rilevato, è indubbio che le lotte intestine attorno alle risorse naturali siano esacerbate – e talvolta addirittura scaturite – dagli effetti del cambiamento climatico, in particolare nelle regioni più dipendenti dal settore primario, come la fascia subsahariana dell’Africa o il Sud-Est asiatico.

Esempi che rendono possibile osservare con limpidezza la relazione subordinata tra il sovraffaticamento della biodiversità primaria e la capacità di uno stato di governarsi riguardano proprio i conflitti nell’Africa dell’Est e, in particolar modo, in Sudan. La terra è la più importante fonte di potere e ricchezza in tali regioni, dal momento che chi la possiede controlla la produzione agricola, l’allevamento e l’estrazione di risorse sotterranee quali petrolio o acqua. L’instabilità causata dai ciclici periodi di siccità, dallo spostamento delle isoiete sempre più a sud e dal problema cronico della desertificazione, ha generato un meccanismo di autodifesa a livello sociale: scatenare conflitti è l’unica soluzione per far fronte all’inefficienza governativa nel gestire le situazioni di emergenza climatica. Non solo la risorsa naturale è oggetto di contesa delle tribù pastorali guerrigliere o dei villaggi agglomerati in paesi quali la Somalia o il Sudan, ma diviene anche lo strumento intermedio di lotta, tale per cui, ad esempio, per ottenere un qualsiasi diritto alienato si ricorre alla presa in ostaggio delle sorgenti d’acqua, distribuendo mine terrestri per rendere inaccessibile l’area.

Secondo un’analisi condotta dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), sono cinque le spiegazioni di come i cambiamenti relativi al clima possano condurre a conflitti armati: deterioramento del sostentamento, incremento delle migrazioni, modifica dei percorsi di mobilità dei pastori, induzione all’utilizzo di considerazioni tattiche nei gruppi organizzati e strumentalizzazione da parte dell’élite delle rivendicazioni delle comunità locali. Negli ultimi due casi, un epicentro già entropico viene sfruttato nella sua fragilità da due gruppi che, coattivamente o economicamente, detengono un potere tale da poter sfruttare i bisogni di popolazioni, per esempio del Sudan o del Sud Sudan, come pedine per nascondere i propri interessi, mobilitando le etnie una contro l’altra.

Nel gennaio del 2018, lo stesso presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Kairat Umarov, ha riconosciuto gli effetti del cambiamento climatico ed ecologico tra i fattori di instabilità dell’Africa dell’Est e della regione del Sahel. D’altro canto, però, molti studi, tra cui quello dell’University College di Londra, screditano l’idea per cui i cambiamenti climatici siano un fattore concreto di causa dei conflitti, ritenendo maggiormente rilevanti i fattori sociopolitici. La tesi più accreditata è quella intermedia espressa dal capo della Sezione Pace e Sicurezza dell’Istituto Universitario della Sostenibilità e della Pace delle Nazioni Unite, Vesselin Popovski. Egli ha sostenuto che: “Non c’è dubbio che l’impoverimento e l’insicurezza umanitaria possa originarsi come risultato del cambiamento climatico, se misure preventive non vengono prese. Comunque, manca l’evidenza che il riscaldamento globale direttamente incrementi i conflitti.”

A prescindere dall’entità con cui il cambiamento climatico agisce sulla nascita dei conflitti, tutti gli studi summenzionati concordano sul fatto che il collegamento, anche se indiretto, esista. Per questo motivo, si rendono necessarie misure cautelari in quelle regioni che, come il Sud-Est asiatico, sono già fragilmente esposte agli effetti inevitabili della ribellione naturale. Nella maggior parte dei casi, si tratta delle stesse aree fortemente dipendenti dall’agricoltura e dalla pesca.

Tra le varie soluzioni riscontrate, quelle di efficacia maggiore sembrerebbero consistere, da un lato, nell’assistenza allo sviluppo di risorse di sussistenza ulteriori e di diversa matrice e, dall’altro, nell’incremento delle capacità di reazione delle comunità alle perdite temporanee di introiti, attraverso la previsione di assicurazioni a beneficio del reddito annuo, una riforma dei diritti della terra, programmi specializzati in caso di siccità e assistenza agricola.

Un maggiore rispetto per la Terra ed un diffuso impegno cognitivo e pedagogico per affrontare tematiche legate al territorio, quindi, non ripristineranno solo un sistema ambientale sano e stabile, ma potrebbero addirittura condurre a un mondo più pacifico.

Una risposta adeguata a un problema complesso

Come il titolo di questo articolo suggerisce, tanto le istituzioni quanto la società civile in tutte le sue forme, sono chiamate ad affrontare le difficoltà generate dal cambiamento climatico. Congiuntamente e separatamente, con l’azione e con il pensiero, sono già state molte le reazioni tese a contrastarne gli effetti, ma solo la punta dell’iceberg è stata scalfita. Resta da vedere se la somma delle forze esercitate dal genere umano sul pianeta condurrà lo stesso verso un futuro più sostenibile, consumando la parte sommersa dei lasciti di decadi di sfruttamento.

Nuova sfida per Facebook e WhatsApp 2019: anno di elezioni nel Sud Est Asiatico

Il 2019 sarà un anno importantissimo dal punto di vista politico in termini elettorali.

Andranno infatti alle urne quasi la metà dei Paesi orientali. Il dato interessante riguarda il nuovo approccio che le piattaforme social o di messaggistica istantanea dovranno adottare per prevenire la diffusione di notizie false, dato l’uso sempre più ampio di tali programmi in quest’area. 917 milioni di persone usano Facebook ogni mese nella regione dell’Asia-Pacifico, di cui 394 milioni nel Sud Est Asiatico. Continua a leggere

L’Australia promuove legge contro la crittografia Sarà scontro tra Camberra e le imprese

All’inizio di dicembre, il governo di Canberra ha varato una proposta di legge che, se  approvata, costituirebbe un precedente significativo in ambito internazionale. La bozza in questione obbliga le aziende tech a fornire le chiavi di accesso alle conversazioni tra gli utenti iscritti. Non è chiaro se il testo, criticato anche perché troppo vago e lacunoso, sia indirizzato solo alle applicazioni di messaggistica istantanea o se si riferisca in maniera più generale anche ai vari sistemi operativi.

Per essere convertito in legge, tuttavia, l’emendamento avrebbe dovuto ricevere un placet reale, previsto per Natale, finora non pervenuto.

L’Assistance and Access Act imporrebbe alle imprese legate al settore delle Information Technologies (IT) una forma di collaborazione, pur sempre protetta da alcune garanzie, con gli agenti e i servizi di informazione australiani, fornendo loro la possibilità di controllare i contenuti scambiati nei loro prodotti. Si tratterebbe, potenzialmente, di una rilevante limitazione della privacy nelle comunicazioni digitali, attraverso il sorpasso del sistema di crittografia end-to-end, che permette di tutelare le informazioni persino dai fornitori del servizio.

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Oriente: 7 giorni in 300 parole

CINA

03 dicembre. 46 operai cinesi sarebbero scomparsi nella prefettura settentrionale di Hokkaido, in Giappone. Tale evento sarebbe correlato all’arresto, avvenuto lo scorso 26 novembre, di altre 11 persone, accusate di avere il visto scaduto. Non è chiaro, tuttavia, come tali soggetti siano entrati sul suolo giapponese. Entrambi i gruppi lavoravano, dallo scorso settembre, per una grande fabbrica di pannelli solari situata nella prefettura di Chiba, ad est di Tokyo. Continua a leggere

APEC Papua Nuova Guinea 2018 Lo stallo di posizione tra le grandi potenze paralizza l’incontro

Sabato 17 e domenica 18 novembre si è svolto a Port Moresby il congresso dell’Asia Pacific Economic Cooperation (APEC).

È la prima volta che la Papua Nuova Guinea ospita tale evento, mostrandosi aperta a collaborazioni economiche su più fronti. A tal proposito l’Australia, che storicamente cura gli interessi dei Paesi affacciati sul Pacifico, ha coperto un terzo dei costi destinati all’aspetto logistico e alla sicurezza. Quanto agli assenti, significative sono state le mancate partecipazioni del presidente americano Trump e del corrispettivo russo Vladimir Putin. Continua a leggere

Big Data, Internet of Things e GDPR Un ponte fra tutele individuali e interesse pubblico nella società digitale?

Alessandro Pansa, direttore generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza del governo italiano, ha chiamato il ‘dato’, “con la sua disponibilità e fruibilità, sovrano in divenire del nostro tempo e del nostro spazio”. Dietro a questa suggestiva metafora,  c’è l’universo fiorente del digitale, in cui è sempre più evidente l’importanza dell’analisi di enormi moli di informazioni, acquisite attraverso ogni dispositivo o piattaforma online, che avviene attraverso sistemi di intelligenza artificiale a questo preposti, come il deep learning. La diffusione di applicazioni che hanno modificato radicalmente tante nostre abitudini ci ha proiettato in quella che viene definita da Pansa “la quarta dimensione”, che solo ultimamente ha trovato riconoscimento e recepimento nell’ordinamento giuridico. Continua a leggere

Data management e privacy Il connubio tra cloud computing e artificial intelligence

Molti accademici sono ormai concordi sul fatto che la nostra società non si trovi in un’epoca di cambiamenti, ma si stia assistendo ad un cambiamento d’epoca. Le innovazioni che hanno caratterizzato il ventesimo secolo e a cui stiamo assistendo tutt’ora, infatti, andrebbero comprese nel quadro di un vero e proprio mutamento paradigmatico, che impone di individuare le misure necessarie per facilitare la transizione e di ridurre al minimo le tensioni sociali che, fisiologicamente, ne deriveranno. È proprio questa sfida che anche secondo il presidente emerito della Camera dei Deputati Luciano Violante ha accompagnato la crisi democratica di cui molti Paesi sono attualmente testimoni.

Negli ultimi tre secoli di storia, dopo l’avvento della produzione di massa grazie all’impiego dell’acciaio durante la prima rivoluzione industriale, abbiamo assistito sia alla diffusione dell’elettricità, sia, in seguito, al raggiungimento della potenza di calcolo dei computer nel XX° secolo, il cui potenziale venne rivelato al mondo intero durante il Secondo conflitto bellico, grazie ad Alan Turing. Fu la sua Bomba a sconfiggere la macchina Enigma dell’Asse e a valere al matematico un posto tra i padri dell’informatica.

In questa catena di eventi significativi, l’ultimo anello è costituito dall’intelligenza artificiale, definita come l’uso sapiente dell’algoritmo in grado di aggiungere capacità cognitiva alla semplice computazione.

 

Per comprendere meglio, è importante identificare l’elemento che collega la diffusione e l’utilizzo dei computer su larga scala, con lo sviluppo delle Artificial Intelligence Technologies: i Big Data. Questi, la cui esistenza e il cui ruolo era ancora ignorato dai molti appena un lustro fa, oggi rappresentano uno strumento commerciale dal valore di milioni o miliardi di dollari.

Sebbene, infatti, i ‘dati’ grezzi abbiano un’utilità limitata, per mezzo di un particolare tipo di analisi sistematica che tiene conto di grandi quantità di dati, è possibile estrapolare nuove informazioni dal dato originale, impiegabili in vari ambiti, da quello sanitario a quello commerciale, ad esempio, ma anche per l’analisi dei trend di ricerca o per il suggerimento di inserzioni mirate. Lo scopo di questa analisi è in primo luogo quello di utilizzare specifici strumenti per identificare patterns nascoste e connessioni tra dati.

L’introduzione di queste innovazioni potrebbe determinare un rilevante svantaggio competitivo per quelle imprese che non saranno in grado di stare al passo. Secondo un’indagine a campionatura mondiale condotta dai ricercatori di Forrester, infatti, già nel 2016 il 40% circa delle aziende avevano avviato processi che prevedevano l’implementazione dei Big Data, mentre il 30% stava pianificando l’adozione di servizi Cloud per la gestione delle informazioni. Il Cloud rappresenta un efficace risorsa, poiché permette di utilizzare programmi software e hardware in remoto senza localizzare i calcolatori nella propria sede. Il servizio può essere adottato nella forma tradizionale, attraverso il pagamento di un corrispettivo periodico, oppure on-Demand, in base al proprio utilizzo, nella forma meglio nota come throughput provisioning, in cui le unità di lettura e scrittura possono essere regolate automaticamente in base all’uso effettivo dell’applicazione. Gli utenti, in questo caso, interagiscono solo con l’applicazione in esecuzione, senza chiedersi dove siano immagazzinati i dati, quale sia il percorso di rete seguito per la veicolazione delle informazioni o chi stia effettivamente governando il traffico Internet e da dove.

A questo proposito, Dan Vesset, vice presidente di Idc Analytics and Information Management Market Research, ha dichiarato che “la disponibilità di enormi quantità di dati, una nuova generazione di tecnologie e uno spostamento culturale verso processi decisionali basati sull’analisi dei dati, continuano a guidare la richiesta di piattaforme Big Data e di tecnologie e servizi di analisi”.

Un aspetto di questo fenomeno che non preoccupa nell’immediato, ma che pure si rivelerà fondamentale, riguarda la formazione dei professionisti per l’elaborazione di piattaforme di analisi. A tal proposito il McKinsey Global Institute (MGI) ha quantificato, nel solo 2018, una richiesta variabile da 140.000 fino a 190.000 esperti in questo settore. Inoltre, in musura minore, saranno necessari esperti traduttori per i dati già elaborati.

Riguardo alle modalità e alle tecniche di gestione dei grandi sistemi di utilizzo dei dati, la principale applicazione è quella di Machine Learning (ML). Questo programma è quello più vicino alla definizione di intelligenza artificiale poiché permette di a un software di procedere nell’apprendimento, senza che vi sia una un’esplicita programmazione dell’uomo. Tali sistemi, infatti, possono vagliare enormi pacchetti di dati, arrivando a conclusioni differenti a seconda degli eventi con cui si sono trovati ad interagire nel corso del tempo, in base alle esperienze immagazzinate durante l’apprendimento automatico.

Secondo la compagnia di ricerca Gartner, l’implementazione di sistemi ML sarà una tendenza rampante nel corso dei prossimi anni. Non c’è da stupirsi dunque se Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, sia il principale sostenitore e fruitore di tale tecnologia. Con la propria azienda consociata, la quale fornisce servizi Cloud al colosso Amazon Web Service (AWS), il magnate americano è riuscito a realizzare una piattaforma ML in grado di analizzare dati e trend su ogni livello sociale, portando la AWS a diventare la piattaforma Cloud più utilizzata al mondo da ormai 12 anni.

Poichè lo scenario raffigurato è destinato a un’espansione esponenziale, dobbiamo assicurarci che la sicurezza e la privacy di questi sistemi siano garantiti. Per fare ciò, è necessario comprendere quale sia il punto in cui l’IA e il ML andranno a incidere sulla libertà personale degli utenti. L’intelligenza artificiale e le varie tecnologie di supporto (come la robotica) potrebbero infatti produrre un esito positivo per le condizioni di vita dei cittadini. Come è stato notato all’inizio, tuttavia, non ci si può aspettare che questi cambiamenti avvengano senza generare perturbazioni nella coscienza collettiva e nel tessuto sociale.

A questo proposito, bisogna tenere presente che il grande progresso segnato dalle IT rispetto ai normali calcolatori, consiste in una maggiore plasticità di analisi che permette a tali programmi di migliorarsi col tempo. L’algoritmo alla base del processo, una volta presi in considerazione determinati dati, non restituisce un risultato basato su un procedimento schematico, ma ne fornisce una compiuta interpretazione. In quest’ottica si spiega come tali programmi vengano definiti ‘intelligenti’: sono capaci di apprendere dai propri errori. Un ulteriore corollario, è che i ricercatori, e conseguentemente i sistemi da loro progettati, tenderanno a riprodurre un’intelligenza ‘vantaggiosa’, anziché un’intelligenza ‘non orientata’, come potrebbe chiamarsi quella dei precedenti strumenti di computazione.

Rimane comunque una questione aperta, ossia in che cosa tale ‘vantaggio’ debba consistere. La risposta, probabilmente, travalica la tecnologia per invadere il dominio dell’etica. La metodologia più indicata per risolvere questi quesiti, dovrebbe consistere nell’approccio interdisciplinare. Il problema della privacy, per far un esempio, non riguarda più solamente la presenza di dati sensibili in alcuni database, ma deve fare il conto con nuovi dispositivi e nuove strategie per la rielaborazione dei dati, capaci di rendere i confini della riservatezza più labili e incerti.

Dispositivi come Alexa ed Echo di Amazon sono in grado di gestire una conversazione con chiunque, grazie a un sintetizzatore vocale che fornisce risposte coerenti alle domande loro poste. Lo scopo principale di tali congegni è quello di fornire un supporto completo alle attività dell’utente, collegandosi ad altri dispositivi per migliorare la condivisione e l’integrazione dei dati. È dunque difficile definire il limite entro cui tale digital intelligence possa essere considerata pervasiva, dal momento che la conoscenza verso i soggetti in cui entra in contatto deriva dall’acquisizione di e-mail e messaggi provenienti da applicazioni di instant messaging come WhatsApp, Viber, Skype e altre affini.

 

Per ora strumenti come questi sono ancora all’avanguardia del proprio sviluppo e manifestano con qualche frequenza difetti e carenze di varia natura, corrispondenti a diverse fragilità sotto il profilo della sicurezza. Nonostante siano stati registrati numerosi malfunzionamenti in ambiente Cloud e di IA, tuttavia, tali tecnologie sono considerate ormai mature per l’implementazione e la gestione dei Big Data. A differenza di quanto si rappresenti nell’immaginario collettivo, infatti, le principali fughe di dati sensibili sono da imputare non tanto ad azioni di hacking, quanto all’incuria e alla superficialità dei programmatori deputati alla configurazione dei meccanismi per la protezione dei dati. La già citata agenzia Gartner, ha stimato che gli errori di programmazione constino dal 70% al 99% del totale.

 

I rischi che potrebbero derivare dall’adozione di queste nuove tecnologie, se non opportunamente testate e progettate in funzione di specifiche e sempre più personalizzabili esigenze dell’utenza, andrebbero insomma affrontati con strategie informate, mirate ed efficaci. Il progresso della ricerca e dello studio in funzione della loro applicabilità nei Big Data è senza alcun dubbio una priorità.

India-Pakistan: annullato il vertice del 25 settembre Manca ancora un punto di intesa

È fallito il tentativo da parte delle due potenze nucleari confinanti di ristabilire un dialogo costruttivo. Il presidente Narendra Modi lo scorso 18 agosto aveva emesso un comunicato  ufficiale sollecitando la controparte ad avviare una ricalibrazione dei rapporti tra i due Paesi, proponendo la partecipazione dei rispettivi Ministri degli Esteri alla 73ª Assemblea Generale ONU a New York il 25 settembre. Continua a leggere

Dalla riforma economica al soft power La Cina incoraggia ulteriore interconnessione economica e culturale

Gli studiosi e gli accademici di tutto il mondo non hanno più dubbi circa gli sforzi finanziari che la Repubblica Popolare cinese, ormai da più di un decennio, sta compiendo per assurgere come prima potenza economico-politica a livello globale, scalzando così gli Stati Uniti dal piedistallo. Tale obiettivo, per il quale sono stati già utilizzati centinaia di miliardi di dollari, necessita di interventi diversi su più fronti, come ad esempio il settore commerciale o quello culturale.

Nel 2017 il Governo di Beijing, al fine evitare un eccessivo indebitamento bancario nazionale e, dunque, prevenendo un rischio sistemico per la finanza, ha posto delle limitazioni sui capitali strategici all’estero. Il piano prevede una tricotomia ripartita tra investimenti vietati, limitati e sostenuti e si affianca alla “Belt and road Initiative (BRI), un piano di 16 punti, sottoscritto da 65 Paesi in tutto il mondo dal valore iniziale di 50 miliardi di dollari, lanciato da Xi Jinping.

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