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Firmato l’accordo Tokyo – Bruxelles: ecco l’alternativa alla nuova Via della Seta

Unione Europea e Giappone sono sempre meno distanti. Lo scorso 27 settembre, infatti, nell’ambito del Forum europeo per la connettività di Bruxelles, il presidente uscente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, hanno congiuntamente annunciato la stipula di un accordo. Basato su 10 punti strategici, esso si pone l’obiettivo di costruire una rete di infrastrutture comuni che, partendo dalla regione Indo-pacifica, possa arrivare all’Africa, attraversando i Balcani occidentali.

Questo accordo, in realtà, altro non è che un ulteriore passo in avanti nei rapporti fra UE e Giappone. Infatti, già nel luglio del 2018 le due potenze hanno siglato a Tokyo un Partenariato strategico che, attraverso alcuni cruciali interventi, ha dato il via a una nuova stagione commerciale euro-asiatica. Ad esempio, l’accordo ha previsto la rimozione di gran parte dei dazi fissati sulle esportazioni, l’apertura del mercato agricolo europeo e il futuro avvio del progetto PNR (Passenger Name Record), ossia un piano per la sicurezza internazionale basato sul trasferimento dei dati dei passeggeri e finalizzato alla lotta al terrorismo.

L’accordo siglato la scorsa settimana non mira solamente al raggiungimento di una connettività sostenibile legata ai trasporti, ma guarda anche all’implementazione del settore digitale, nonché alla costruzione di grandi opere. Sul piano economico, tuttavia, il progetto porta con sé un certo grado di rischio. Se è vero, infatti, che sono già stati stanziati per la sua realizzazione circa 60 miliardi di euro ripartiti tra fondi europei, banche per lo sviluppo e investitori privati, la reale speranza, nemmeno troppo velata, è che tale somma possa innescare un significativo effetto leva sugli investimenti privati, potenzialmente capace a quel punto di mobilitare una liquidità ancor più rilevante.

C’è un fattore, però, che avvalora ancor più la rilevanza del recente accordo euro-nipponico. Il progetto si pone più o meno esplicitamente come un’alternativa alla Belt and Road Initiative della Cina, il celebre e mastodontico progetto infrastrutturale lanciato dal presidente Xi Jinping nel 2013, mediante cui si mira alla creazione di una fitta rete di rotte commerciali terrestri e marittime, finalizzate alla connessione delle due estremità dell’Eurasia, Cina ed Europa. Per dare un’idea della grandezza del progetto basti pensare che esso prevede un finanziamento pari a circa 1000 miliardi dollari e coinvolge 120 paesi.

In realtà l’UE, fino ad ora, non ha assunto posizioni ufficiali nei confronti della BRI, tanto che i suoi membri hanno adottato politiche differenti nei confronti dell’iniziativa. Se Francia, Olanda e Germania non hanno espresso pareri positivi sulla Nuova Via della Seta, altri Paesi come Italia, Portogallo, Grecia e Ungheria hanno invece già siglato alcuni documenti ufficiali con Xi Jinping.

Tuttavia, l’annuncio dell’accordo con il Giappone si è anche rivelato quale occasione per Juncker di parlare indirettamente ai massimi dirigenti del governo cinese. Il Presidente della Commissione Europea ha infatti messo in luce che l’obiettivo è quello di “creare interconessioni tra tutti i Paesi del mondo e non meramente dipendenza da un singolo Paese”. Il principale timore europeo risiede nel fatto che Pechino, mediante la propria iniziativa, possa puntare al monopolio sulle infrastrutture per la connettività tra Asia, Africa e Europa, riducendo i partner coinvolti a pedine della propria egemonia.

Questo discorso si ricollega ad una delle principali controversie di cui la BRI viene generalmente accusata dall’opinione pubblica, ossia la cosiddetta ‘trappola del debito pubblico’. Essa consiste nell’obbligo di consegnare la proprietà delle infrastrutture pubbliche al governo cinese nel caso in cui non vengano saldate le rate di pagamento dei prestiti elargiti dalla stessa Cina. Chiaramente, essendo parte integrante del progetto, in molti Paesi in via di sviluppo con economie deboli e caratterizzate da una scarsa stabilità, la situazione si è già presentata in numerose circostanze. Ne è un esempio lo Sri Lanka, il cui governo, dopo essersi dimostrato insolvente in merito ai lavori di costruzione del porto di Hambantota, si è visto confiscare le operazioni per 99 anni da parte della società cinese che li ha realizzati, perdendo dunque il controllo sull’infrastruttura stessa.

A tal proposito e per quanto concerne la mancata trasparenza additata alla Nuova Via della Seta, nel testo della partnership euro-nipponica vengono esplicitamente promossiinvestimenti e commercio internazionale e regionale liberi, aperti, basati sulle regole, non discriminatori e prevedibili” basati su “pratiche di appalto trasparenti” e caratterizzati dai “più alti standard di sostenibilità economica, fiscale, finanziaria, sociale e ambientale”.

Juncker e Abe, infine, hanno voluto dare un’ultima stoccata a Xi Jinping, convenendo sul fatto che la cooperazione che sempre più va sedimentandosi fra Ue e Giappone sia il naturale riflesso di ideali condivisi e di un comune impegno verso il perseguimento di valori come la democrazia, lo stato di diritto, la libertà e la dignità umana.

In conclusione, sebbene l’Unione Europea non abbia ufficializzato alcuna posizione in merito all’imperiale progetto cinese, l’accordo rappresenta un passaggio chiave della partita geopolitica mondiale e un chiaro messaggio a Pechino. Nonostante le due iniziative asiatiche abbiano al momento budget ben differenti, il programma di sviluppo giapponese potrebbe incontrare significativi favori sul proprio percorso, fra cui quello ovviamente non trascurabile degli Stati Uniti. Con ogni probabilità, infatti, Trump non è affatto intenzionato a favorire un’iniziativa che avrebbe come risultato il rafforzamento dell’unico serio avversario egemonico attualmente presente sullo scacchiere internazionale.

Il progetto cinese è indubbiamente ben avviato e in una posizione preminente, ma l’alternativa ora esiste. La sfida è lanciata.

5G: quando geopolitica e tecnologia si intrecciano

Internet of things: connettere tutti i dispositivi attraverso le reti Internet. Per raggiungere questo obiettivo, negli ultimi anni, è stato sviluppato un insieme di tecnologie etichettato come 5G (ossia di quinta generazione), che vedrà ufficialmente la luce nel giro, ormai, di pochi mesi.

Se il 2G ha accompagnato la diffusione dei telefoni cellulari, il 3G ha dato la spinta alla diffusione degli smartphone e delle app e il 4G ha dato maggior accessibilità a messaggistica e servizi di streaming, il 5G si propone di essere ancor più rivoluzionario. I nuovi standard tecnologici, in sostanza, aumenteranno la velocità di download dei dati di circa 45 volte rispetto alle tecnologie attuali, diminuiranno il tempo di latenza, ossia l’intervallo tra l’invio di un segnale a la sua ricezione, e aumenteranno la capacità delle reti di gestire il traffico dati di 10-100 volte in numero di dispositivi connessi.

Questa diminuzione dei tempi, dunque, potenzialmente potrebbe avere implicazioni di enorme rilevanza in tutte quelle circostanze che richiedono immediatezza tra input e output: guida automatica, controllo di macchinari industriali, monitoraggio in tempo reale di infrastrutture e traffico, fino ad applicazioni mediche attraverso cui sarà possibile operare a distanza mediante l’uso di braccia robotiche e connessioni veloci. 

In senso pratico, quindi, se un paese detenesse il monopolio sulle tecnologie 5G, avrebbe un enorme potere non solo in ambito tecnologico ed economico, ma soprattutto in quello della sicurezza e dell’estrazione di dati sensibili e informazioni. Lo scenario di un monopolio, o quantomeno qualcosa di simile, non è molto distante. Infatti, Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni, possiede circa il 50% delle infrastrutture del 5G e ha dichiarato di aver già stipulato 50 contratti commerciali in tutto il mondo, di cui 28 in Europa. Fra i principali concorrenti, oltre agli europei Nokia ed Ericsson, vi è un’altra azienda cinese, la ZTE, che – a sua volta- ha dichiarato di aver già all’attivo 25 contratti a livello globale.

Il periodo attuale, come noto, è quello della guerra commerciale a colpi di dazi fra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Cina di Xi Jinping. Di conseguenza, se come detto la Cina si trova in una posizione di notevole vantaggio in alcuni segmenti del mercato rispetto agli Stati Uniti, i quali, al contrario, sono presenti sulla scena del 5G con aziende come Cisco, Intel e Qualcomm  – leader mondiali nella produzione di componenti che vengono impiegate dalle quattro aziende sopracitate per creare le loro soluzioni infrastrutturali e software, che poi rivendono ai clienti business e carriers (gli operatori telefonici), ma focalizzate principalmente sul mercato business – ecco spiegata la ragione per cui negli ultimi mesi il 5G è diventato un tema decisamente caldo all’interno del dibattito geopolitico mondiale.

Non è un caso, infatti, che lo scorso maggio il presidente Trump abbia firmato un decreto con il quale ha posto un veto diretto alle compagnie statunitensi relativamente all’utilizzazione di strumenti di telecomunicazione prodotti da aziende straniere ritenute a rischio per la sicurezza nazionale: in parole povere, divieto per le aziende statunitensi di intrattenere rapporti commerciali con Huawei (e ZTE), in quanto definiti come pericoli per la sicurezza nazionale.

A tal proposito, si è recentemente esposto Ken Hu, vice-presidente di Huawei, il quale, dal Mobile World Congress di Shanghai dello scorso giugno ha voluto rimarcare che la volontà aziendale non è quella di fare a meno dei fornitori americani, ma che se così dovesse essere, il livello di performance acquisito permetterebbe tranquillamente di farlo, confermando in tal modo una certa posizione di forza nei confronti del ‘nemico occidentale’.

Intanto, all’appello di Donald Trump di sospendere le collaborazioni con la Cina, che ha immediatamente sortito l’effetto di irrigidire i rapporti tra Huawei e alcuni colossi del web come Google e Facebook,  hanno subito risposto positivamente Australia, Nuova Zelanda e Giappone, mentre da parte delle potenze europee la reazione è stata nettamente più fredda, visto che a rompere con il gigante cinese al momento sono state solo alcune aziende private di telecomunicazioni, come la francese Orange.

L’Unione Europea e i suoi membri sembrano realmente essere l’ago della bilancia della questione, dato che la relativa propensione a Occidente piuttosto che a Oriente muoverebbe, e non di poco, lo scacchiere geopolitico internazionale. La Commissione europea, dal canto suo, ha rimandato la decisione ai singoli membri. Infatti, in un rapporto relativo al tema della cybersecurity, ha affermato che non verrà messo in atto alcun veto nei confronti di Huawei a livello europeo, lasciando agli stati membri la libertà di agire sulla base del rischio rilevato autonomamente per la sicurezza nazionale. Tuttavia, nell’ottica di una politica comunitaria, la Commissione ha aggiunto che prima della fine dell’anno saranno stabiliti standard di sicurezza minimi che verranno applicati uniformemente.

Se, da un lato, la rottura dei rapporti commerciali con la Cina per il Vecchio Continente implicherebbe rallentare il passaggio al 5G e costi di installazione delle nuove infrastrutture potenzialmente più elevati, dall’altro lato va tenuto in conto anche che la Cina, nella quale le comunicazioni sono filtrate da un firewall chiamato Golden Shield Project che non consente una comunicazione libera, sarebbe in minima parte assoggettata alle normative europee, e che di conseguenza questo fattore sarebbe un’incognita, senza considerare che i componenti cinesi sarebbero al centro di una guerra quotidiana che ha come rivale gli Stati Uniti.

Dato che si sta parlando di geostrategie globali, un ruolo viene poi certamente giocato anche dalla Russia di Vladimir Putin. Infatti, a margine dell’ottava visita istituzionale del presidente cinese Xi Jinping al Cremlino, utile per discutere i futuri piani strategici fra i due paesi, si è discusso anche dello sviluppo del 5G, soprattutto in ottica di un’ipotetica collaborazione contro le misure adottate da Trump. Non a caso, Huawei ha siglato un accordo con la compagnia di telecomunicazioni russa MTS per lo sviluppo della tecnologia 5G in Russia, che, stando a quanto fatto trapelare dall’azienda russa, potrebbe partire già tra il 2019 e il 2020.

Huawei, in realtà, si è mossa con un raggio ancor più ampio. Lo scorso aprile, infatti, il CEO di Huawei, Ren Zhengfei, ha dichiarato la volontà di rendere il marchio un importante riferimento tecnologico in America Latina. Non a caso, in linea con le recenti evoluzioni geopolitiche, il presidente venezuelano Nicolas Maduro, ha annunciato un investimento congiunto con Huawei, ZTE e società russe per implementare una rete 5G nel il paese, scontrandosi così ancora una volta – in questo caso, indirettamente – con Trump.
La battaglia, dunque, è nel pieno del suo svolgimento e sta coinvolgendo tutti i principali attori dell’arena internazionale. Temi come l’innovazione, la tecnologia e la sicurezza cibernetica sono ormai entrati a far parte dell’ordine del giorno dei più alti organi statali e internazionali, con il 5G che oggi appare esserne il tema centrale. Il futuro tecnologico è ad un passo e chi non riuscirà a coglierlo in tempo si ritroverà a concedere un grande vantaggio ai propri avversari.

La Germania fra crescita rallentata e paura della crisi

Quando lo scorso 17 aprile la grande coalizione di governo ha annunciato, per mezzo del suo ministro dell’Economia Peter Altmaier, l’ulteriore dimezzamento allo 0,5% delle stime di crescita per il 2019, la questione è divenuta pressoché ufficiale: la Germania, cuore economico dell’Europa, è in seria difficoltà.

Infatti, sebbene il ministro tedesco, nel corso del proprio intervento, abbia preferito sottolineare che nel 2020 le stime torneranno attorno all’1,5%, e che quindi non debba sussistere un’eccessiva preoccupazione, quello che è certo è che, attualmente, l’economia di Berlino non naviga in acque tranquille.

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PAC: verso una smart agriculture Slitta la definizione della nuova politica agricola comune, ma il problema rimane urgente

Mentre in Italia tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali vengono da settimane occupate dalla protesta dei pastori sardi, il tema dell’agricoltura tiene banco anche sui tavoli del Parlamento Europeo. Sono di pochi giorni fa, infatti, le parole di Paolo De Castro, vicepresidente della Commissione agricoltura del Parlamento Europeo, secondo cui: “il Parlamento UE non ipotecherà la riforma della politica agricola comune post-2020, lasciando le mani libere alla futura Commissione e Parlamento europei”, definendo la posta in gioco troppo elevata e i tempi troppo stretti per trovare soluzioni condivise sul nuovo modello presentato.

I fatti in questione risalgono allo scorso 1° giugno, quando il commissario europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale Phil Hogan ha presentato le nuove proposte legislative in merito allo sviluppo futuro della politica agricola comunitaria (PAC) adottata dall’UE. Decisione, questa, non da poco, dato che la PAC impegna già oggi il 39% del bilancio europeo.

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Due anni di Trump: come stanno gli USA? Fra crescita e guerre commerciali, un’analisi economica del primo biennio del tycoon

20 gennaio 2017: alla Casa Bianca è l’Inauguration Day, che celebra e ufficializza la nomina di Donald J. Trump a 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Un’elezione, quella del tycoon newyorkese, avvenuta su uno sfondo economico-sociale di scarsa crescita, di salari reali fermi da anni e crescenti diseguaglianze economiche, su cui lo stesso Trump ha fatto leva durante la campagna elettorale per attirare le preferenze degli scontenti della middle-class statunitense.

I due anni appena trascorsi, facilmente collocabili sotto un’ideologia isolazionista ed economicamente protezionista, ricchi di decisioni estreme e tweet non convenzionali, non possono essere definiti ‘pacifici’ nemmeno internamente alla stessa amministrazione: secondo le stime della Brookings Institution, tra i principali consiglieri di Trump, il turnover è stato del 65%, con 13 membri del Gabinetto sostituiti (in confronto, erano stati sette con Obama).

La politica economica applicata è stata quella classica Repubblicana, centrata su tagli fiscali che privilegino le imprese (dal 35% al 21% l’imposta sugli utili) e redditi più alti. Infatti, tra le prime iniziative di Trump c’è stata la riforma fiscale nota come Tax Cuts and Jobs Act del 2017: i tagli hanno sostenuto gli investimenti delle imprese e determinato una crescita su livelli mai visti dal 2014, sopra il 4% del PIL nel secondo trimestre 2018. Ciò ha contribuito a migliorare le condizioni del mercato occupazionale: per la prima volta da 20 anni sono più i nuovi posti di lavoro che i disoccupati, ora sotto il 4% della forza lavoro, dato reso ancor più solido dal recupero dei salari, +3,2%. Infine, la Borsa di New York ha indici superiori del 30% rispetto al 2017. Continua a leggere

India vs Cina: l’ora del sorpasso? Nel 2019 l’India potrebbe affermarsi come prima potenza economica asiatica

Per tutti noi, quando un anno volge al termine, è sempre tempo di bilanci e resoconti finali, da cui scaturiscono inevitabilmente previsioni su quello che il futuro potrà riservare. Nel caso dell’Asia, il cambiamento che l’anno venturo potrebbe portare con sé è uno spostamento geoeconomico, e quindi geopolitico, molto rilevante: l’India si prepara a diventare la prima potenza economica in via di sviluppo del continente.

Infatti, nel 2018, per la prima volta, l’India ha attratto più investimenti diretti nelle sue imprese rispetto alla Cina: 39,5 miliardi di dollari contro i 32,8 della Cina, secondo quanto riferito dalla società britannica di analisi finanziarie Dealogic.

Questo dato può essere visto da una duplice prospettiva. Da un lato, denota l’ottimo rendimento dell’economia indiana, che, non a caso, già nel 2016 era stata definita dal FMI come un “punto luminoso” nella debole economia globale, dopo la crescita del 7,5% fatta registrare al termine di quell’anno. Continua a leggere

TAV: una storia lunga quasi quaranta anni Tornano accesi i toni sulla realizzazione della linea ad Alta Velocità Torino-Lione

Era il 1990 quando, per la prima volta, la Società Nazionale dei Trasporti Ferroviari Francesi (SNCF) pubblicò una nota in cui, congiuntamente alle parole del presidente François Mitterrand, auspicava la realizzazione di una nuova linea di collegamento fra Italia e Francia. Nel corso di questi di 28 anni, si è potuto assistere a quattro accordi internazionali tra i due Paesi, marce di protesta, manifestazioni, scontri, processi e condanne, ma – di fatto – la sua costruzione non è ancora iniziata.

Nell’idea originale, la tratta internazionale dell’Alta Velocità Torino-Lione è rappresentata dai 57 chilometri di tunnel di base del Moncenisio, a doppia canna, e dalle due stazioni internazionali di Susa e di Saint-Jean-de-Maurienne, per una lunghezza complessiva dell’opera, destinata al trasporto di merci e persone, di 65 chilometri. La linea, quindi, è per l’89% in galleria: dei 57 chilometri, 45 sono in territorio francese, 12,5 sul versante italiano. Continua a leggere

Paulo Guedes: il braccio destra di Bolsonaro Ritratto e programmi del nuovo Ministro dell’Economia brasiliano

Il 28 ottobre 2018 è già passato alla storia come la data in cui Jair Bolsonaro, candidato di estrema destra del Partito Social-liberale, è diventato il 28esimo Presidente della Repubblica Federale del Brasile, dopo aver battuto la concorrenza del candidato del Partito dei Lavoratori, Fernando Haddad, con il 56% dei voti.

Nel contesto di un Paese con 13 milioni di persone disoccupate, Bolsonaro ha basato la propria campagna elettorale sulla difesa della sicurezza nazionale e sulla critica dei partiti tradizionali, corrotti e non più orientati al soddisfacimento degli interessi del popolo, ponendosi così come un candidato populista, antisistema e rivoluzionario.

La particolarità del nuovo Presidente del Brasile è emersa in diverse occasioni, con idee controverse che hanno smosso i sentimenti dell’opinione pubblica mondiale. Significativo, poi, che su un tema estremamente rilevante come l’economia, egli abbia dichiarato, in un’intervista rilasciata al quotidiano O Globo, che “non si intende di numeri e programmi di sviluppo”, e che per questo non se ne occuperà in prima persona. Continua a leggere

Il Nobel per l’Economia premia l’ambiente Consegnato a due studiosi dei cambiamenti climatici e dell’innovazione il prestigioso premio

Lo scorso 8 ottobre l’Accademia Reale Svedese ha assegnato il Premio Nobel per l’Economia 2018, premiando William D. Nordhaus e Paul M. Romer per i loro studi sui rapporti tra cambiamento climatico, nuove tecnologie e andamenti macroeconomici.

I due economisti americani, ha sottolineato l’Accademia di Svezia, “Hanno sviluppato metodi che affrontano alcune delle sfide fondamentali e più urgenti del nostro tempo: combinare la crescita sostenibile a lungo termine dell’economia globale con il benessere della popolazione del pianeta”. Continua a leggere

L’economia di Gaza è in caduta libera Un report della Banca Mondiale lancia l'allerta sul territorio palestinese

È stato presentato il 27 settembre all’incontro dell’Ad Hoc Liason Commitee (AHLC, ente che coordina gli aiuti internazionali per i palestinesi) di New York il documento di 38 pagine della Banca Mondiale col quale viene lanciata l’allerta sulla situazione economica della Striscia di Gaza, dichiarata “in caduta libera”.

I fattori che hanno portato a tale condizione, riferisce la Banca Mondiale, sono molteplici. In particolare, l’Organismo finanziario internazionale menziona da un lato la decisione dell’Autorità della Palestina di ridurre di 30 milioni di dollari i pagamenti mensili a Gaza, dall’altro il taglio dei finanziamenti statunitensi annuali al territorio palestinese deciso dall’amministrazione Trump. Come se non bastasse, ad aggravare la situazione c’è la continua confisca di terreni e risorse naturali da parte dello Stato di Israele.

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