Specializzato in ambiente ed energia, Lorenzo Colantoni è attualmente ricercatore presso l’Istituto di Affari Internazionali. Ha lavorato per il CEPS di Bruxelles e per la Commissione Europea. Giornalista freelance, ha inoltre collaborato con numerose riviste, tra cui Limes, Espresso Online e National Geographic, fondendo il fascino delle immagini al rigore dei dati.
Oggi, in un contesto reso instabile tanto dalla pandemia quanto dall’emergenza climatica, Colantoni racconta a MtP perchè potrebbe essere all’Africa che dobbiamo guardare per ritrovare fiducia e speranza nel futuro. Un futuro fatto di energia pulita e a basso costo, mezzi digitali e confini aperti.
Quando si analizza la situazione di povertà energetica in cui versa la regione sub-sahariana, si parla di un problema di distribuzione o di produzione dell’energia?
Le motivazioni alla base della precaria situazione in cui versa oggi questo continente sono tante e complicate. Ad oggi, il 60% della popolazione dell’Africa sub-sahariana, circa 590 milioni di persone, non ha accesso all’energia o molti altri devono comunque far fronte a black-out giornalieri. Un danno non solo economico, per industrie e aziende, ma soprattutto sociale: pensiamo agli ospedali o alle scuole.
Questa situazione ricorda molto la Cina di alcuni decenni fa, ma l’Africa non è in grado di avviare un ingente elettrificazione tramite grandi infrastrutture, soprattutto a causa della distribuzione geografica della popolazione, dispersa su ampi spazi rurali. Inoltre, grandi infrastrutture richiedono grandi investimenti che, a causa dell’instabilità politica ed economica del continente, sono spesso considerati troppo rischiosi e quindi troppo costosi.
A vedere la luce sono così soltanto investimenti a breve termine che però spesso falliscono, alimentando ulteriormente la sfiducia dei potenziali investitori in un tremendo circolo vizioso.
La situazione potrebbe cambiare in meglio nei prossimi anni?
Fino al 2014 si è osservato un accesso all’energia decrescente, poiché la popolazione africana cresceva più di quanto crescesse la produzione di energia. Da allora, però, il trend si è invertito, a dimostrazione di un cambiamento in atto. Le motivazioni sono tante, come la crescita della classe media e l’attrazione di sempre maggiori capitali esteri: pensiamo al caso cinese. Alla base di questa inversione di tendenza abbiamo, però, soprattutto alcuni importanti cambiamenti energetici. Il costo della produzione energetica tramite fonti rinnovabili è crollato negli ultimi anni, addirittura dell’80% per il fotovoltaico tra il 2010 e il 2015, ad oggi competitivo anche con il carbone. Inoltre, le rinnovabili sono particolarmente adatte al contesto socio-economico africano poiché, grazie a economie di scala ridotte, permettono investimenti ridotti e diversificati, in ambito locale e con tempistiche minori. Queste soluzioni off-grid, delocalizzate e indipendenti dai servizi pubblici, consentono di fornire energia anche alle piccole comunità disseminate negli enormi spazi africani. Purtroppo però ad oggi l’Africa si trova at the crossroad, al bivio tra l’andamento energetico attuale e un opposto ritorno al trend negativo precedente al 2014.
Come può l’Africa evitare di tornare al punto di partenza?
Certamente gli elementi sono tanti e complicati, ma si possono individuare alcuni punti fermi da cui non è possibile prescindere. Innanzitutto, è fondamentale cambiare l’approccio che ha dominato gli interventi di cooperazione e sviluppo a sostegno dell’Africa negli ultimi decenni, rivelatosi troppo spesso fallimentare.

È necessario evitare lo stanziamento di fondi per singoli progetti, privi di visione a lungo termine e di continuità, che sovente danno vita a cattedrali nel deserto. Al contrario, bisogna supportare progetti già in essere e, soprattutto, dare maggiori garanzie a potenziali investitori privati per investimenti di lungo periodo che partano dal basso, maggiormente radicati nel tessuto socio-economico locale. Solo così sarà possibile spezzare i dannosi circoli viziosi che allontanano i potenziali investitori per sostituirli con nuovi attraenti circoli virtuosi che mettano in luce la convenienza in termini di profitto e rischiosità di simili investimenti.
Altrettanto importanti saranno le unioni politiche ed economiche tra gli stati africani che consentano di creare un mercato libero all’interno del continente, abbattendo le tasse doganali per consentire una migliore circolazione di beni e servizi. Infine, se si intende sostenere un trend positivo nell’accesso all’energia sarà cruciale investire nel processo di digitalization che sta coinvolgendo anche il settore energetico. Un esempio fondamentale in questo senso è quello relativo all’utilizzo del cellulare. Questo strumento si sta ormai diffondendo anche nei villaggi più remoti dell’Africa, permettendo agli abitanti di accedere a nuovi rivoluzionari servizi. Tra questi la possibilità di pagare via Internet l’uso dell’elettricità secondo il proprio consumo effettivo. Inoltre, la rivoluzione digitale va di pari passo ai sistemi energetici off-grid. Un semplice pannello solare installato su un tetto può permettere di risparmiare ore di cammino per andare a ricaricare il cellulare, che, ricordiamolo, non è un vizio, ma uno strumento vitale.
Investimenti lungimiranti in energie rinnovabili e rivoluzione digitale sono la chiave per il futuro dell’Africa. Sogno utopico o possibilità concreta?

A dispetto delle apparenze, è molto concreta la possibilità che l’Africa conosca il fenomeno del leapfrogging, saltando dalle fonti energetiche più primitive direttamente alle moderne fonti rinnovabili, senza passare per i combustibili fossili. Basti pensare a ciò che è accaduto nel campo della comunicazione, che ha visto numerosissimi paesi in via di sviluppo passare direttamente alle tecnologie mobili senza passare per le connessioni via cavo. Certamente non si tratta di una strada semplice e gli ostacoli sono tanti, ma, se si vuole ottenere il risultato auspicato, bisognerà credere nell’Africa.
L’attuale emergenza Covid-19 ha, però, spazzato via tante certezze anche nei paesi più agiati. Sarà ancora possibile credere in una transizione energetica in Africa?
Il Covid-19 è un duro colpo per tutti. Negli stati africani però al momento la situazione è migliore rispetto ad altri paesi, come l’India o il Sud America, probabilmente anche a causa della maggiore distanza dalle interconnessioni del commercio globale e delle lezioni tragicamente impartite dalle precedenti epidemie, come il colera o l’Ebola. L’emergenza sanitaria non cambia però la realtà dei fatti: le opportunità offerte dalle nuove fonti energetiche e dalla digitalizzazione non svaniranno e bisognerà quindi, oggi più che mai, saperle sfruttare. Affinché ciò sia possibile innanzitutto occorrerà però smettere di guardare all’Africa come una regione da salvare, ma, al contrario, iniziare a vederla come un partner con cui collaborare. Perché la transizione energetica non è semplicemente giusta, ma è soprattutto conveniente.
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