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SPECIALE – Tecnologia e geopolitica: tra utopia e distopia

Di Mattia Elia e Mattia Fossati, coordinati da Alberto Mirimin

Per definire la situazione geopolitica odierna è stata utilizzata nel dibattito pubblico (come ad esempio in questa conferenza con alcuni analisti della rivista Limes) l’espressione “guerra fredda della tecnologia”, a sottolineare come sempre di più gli scontri nell’arena politica internazionale abbiano come oggetto proprio la tecnologia.

In questo contesto, essa viene intesa soprattutto come tecnologia digitale: Internet, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e il trattamento di personal data. Ma non solo: il progresso tecnologico si può intendere anche come miglioramento delle tecniche presenti in un dato settore, al fine di ottenere una maggiore efficienza dal punto di vista economico. Anche questo secondo aspetto dello sviluppo tecnologico può avere pesanti implicazioni geopolitiche ed economiche. Basti pensare, ad esempio, ai crescenti investimenti nell’ambito delle tecniche estrattive del petrolio.

La tecnologia digitale e la libera circolazione dei dati

Ormai un decennio fa, Meglena Kuneva, all’epoca commissaria europea per la tutela dei consumatori, affermò in un’intervista che i dati personali sono il nuovo petrolio di Internet e la nuova moneta del mondo digitale. Nessuna affermazione sarebbe in grado di sintetizzare meglio la ricchezza che i dati racchiudono in sé. 

Ma quali sono le regole per il trasferimento dei nostri dati e, soprattutto, quali garanzie abbiamo?

Il tema del trasferimento dei dati tra stati fu già a lungo dibattuto nel 1995, data di entrata in vigore della Data Protection Directive, che sarebbe poi stata sostituita dal General Data Protection Regulation (GDPR) nel 2016. Questa limitò la circolazione di tali dati al di fuori dell’UE, soprattutto a danno degli interessi commerciali degli Stati Uniti. Secondo uno studio condotto dal think thank Brookings, nel 2014 il flusso di dati tra USA e UE era il più elevato del mondo, il doppio rispetto a quello tra USA e America latina e il 50% il più del flusso tra USA e Asia.

È necessario sottolineare che all’interno dell’Unione europea vige il principio di libera circolazione dei dati personali, come sancito dal ‘considerando’ 170 e dall’articolo 1(3) GDPR. Parallelamente, il medesimo principio è sancito all’articolo 14 della Convenzione 108 del Consiglio d’Europa. La regolamentazione, invece, si complica per quanto riguarda il flusso con nazioni terze od organizzazioni internazionali. In generale, sia il GDPR sia la Convenzione 108 richiedono che il paese terzo garantisca un appropriato livello di protezione per i soggetti dei dati. Inoltre, il flusso di dati può essere regolato da trattati internazionali. Ad esempio, attualmente sono in vigore tra Stati Uniti e UE il PNR agreement e lo SWIFT agreement.

Il principio cardine nel trasferimento verso nazioni terze (non membri dell’Unione europea) è quello di garantire ai dati originati nell’Unione, indipendentemente dal soggetto destinatario, la protezione di cui godrebbero nell’UE. Tuttavia, garantire questa equivalenza di trattamento non è assolutamente semplice, come è stato dimostrato dalla Corte di Giustizia nella sentenza Schrems, nella quale fu dichiarato invalido il cosiddetto Safe Harbour arrangement, ovvero la Decisione della Commissione Europea che disciplinava il trattamento dei dati trasferiti tra UE e USA per fini commerciali.

Il livello di protezione dei dati personali, tuttavia, è molto diverso tra Unione europea e Stati Uniti. Infatti, negli USA si protegge solo la privacy personale: l’elaborazione dei dati personali può essere impedita solo se causa danni o è espressamente vietata dalla legge. Al contrario, nell’UE la protezione dei dati personali è un diritto fondamentale, perciò essi possono essere analizzati e processati solo se è presente una base giuridica che espressamente lo permette. 

Da questa diversità normativa discende la difficoltà di dialogo tra questi due attori politici su tematiche collegate ai dati personali. Evgeny Morozov, uno dei più famosi studiosi dell’impatto della tecnologia sulla politica e sulla società, scrisse nel 2016 nel libro “Silicon Valley: i signori del Silicio” che la sottoscrizione dei Trattati di libero scambio come il TTIP e il TISA, negoziato nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, di cui l’UE è parte, avrebbe irrimediabilmente sacrificato l’impegno dell’Unione Europea a favore della protezione dei dati. Questo soprattutto a causa di alcune clausole sulla libera circolazione dei dati tra le parti contraenti che non garantirebbero il principio cardine di equivalenza nel trasferimento dei dati. 

La partita a scacchi dietro il ‘fracking’ petrolifero

Lo scenario geopolitico, tuttavia, non è influenzato solo dalle questioni legate al trattamento di informazioni digitali. Infatti, come detto, anche il miglioramento delle tecnologie adoperate in ambiti più tecnici si sta rivelando un fattore determinante per la politica internazionale.  

A tal proposito, un esempio è il condizionamento reciproco che da sempre lega il business del petrolio e la geopolitica. In questi ultimi trent’anni, numerosi sono stati i conflitti causati proprio dalla ricerca di nuovi giacimenti del cosiddetto ‘oro nero’: dalla guerra del Golfo, passando all’invasione dell’Iraq fino al conflitto libico nel 2011. Da questo punto di vista, il progresso tecnologico ha solo amplificato il fenomeno. 

La tecnica di estrazione petrolifera più diffusa oggi è il fracking. Essa consiste nella perforazione del terreno fino ad una profondità di 3 km ed al pompaggio di 16 mila litri di acqua e agenti chimici, che frantumano le rocce del sottosuolo e inducono una risalita molto più rapida di petrolio e gas. In questi ultimi anni, nei paesi che hanno adottato questa tecnica la produzione di petrolio è aumentata a vista d’occhio. Ad esempio negli Stati Uniti, si è registrato un incremento dell’87% nell’arco di dieci anni. Il medesimo fenomeno è stato segnalato in Arabia Saudita e in Russia.

Tutto ciò ha rafforzato la convinzione che la scarsità delle risorse energetiche non rappresentasse più uno dei problemi all’ordine del giorno nelle agende dei governi occidentali. 

Il ricorso smisurato al fracking da parte dei paesi del G7, tuttavia, ha fatto sospettare alcuni osservatori internazionali che ciò potesse essere parte di una strategia statunitense per rendersi ancora più indipendente dal punto di vista energetico, danneggiando allo stesso tempo i competitors tramite una diminuzione del prezzo del greggio. Tra i concorrenti, un importante ruolo è giocato dal Venezuela. Seppur condizionato sempre più dalla crisi economica e dal braccio di ferro tra i due presidenti Maduro e Guaido, il paese sudamericano possiede 80 miliardi di barili di riserve di petrolio, secondo i dati della compagnia petrolifera statale venezuelana Petroleos de Venezuela. Un quantità superiore a quella statunitense.

Secondo il direttore della sezione “Rischi politici e petrolio” del Byblos Consulting di Caracas José Luis Chalhoub Naffah, fino a pochi anni fa gli Stati Uniti acquistavano quotidianamente più di un milione di barili di greggio venezuelano. Oggi, invece ‘solo’ 750 mila galloni. Un calo dovuto all’aumento interno della produzione di petrolio che, facendo fede a Naffah, sarebbe una conseguenza dell’eccessivo utilizzo della tecnica di fracking per l’estrazione. Una strategia che si potrebbe leggere anche come un’ulteriore spallata al governo Maduro a favore invece di Guaido, appoggiato dall’establishment di Washington.

Un ulteriore esempio di come l’oro nero si sia imposto come regolatore dello scenario geopolitico è il Brasile, che nel 2014 ha visto deflagrare il più grave scandalo di corruzione della storia latinoamericana: l’operazione Lava Jato del Ministério Federal do Paraná. L’inchiesta ha svelato un sistema di tangenti fra gli storici partiti di maggioranza, tra cui il Partito dos Trabalhadores dell’ex presidente Lula, e Petrobras, società partecipata statale diventata la più influente azienda dell’industria petrolifera brasiliana proprio grazie agli oltre due miliardi di dollari pagati in tangenti per l’aggiudicazione di appalti pubblici. 

Anche in questa vicenda, la tecnica di fracking ha avuto un certo peso. Come fatto emergere dai legali dello studio Campos Mello Advogados, i bandi di gara per accaparrarsi i nuovi i siti di estrazione comprendevano anche luoghi in cui l’attività di fracking avrebbe comportato pericoli per l’ecosistema locale. Solo nel 2014, con lo scoppio della Lava Jato, il Parlamento è intervenuto per regolamentare l’attività di fracking nel paese. Tuttavia, le politiche ambientali adottate dal Governo di Jair Bolsonaro potrebbero cambiare le carte in tavola, lasciando nuovamente campo aperto ai petrolieri ‘pro-fracking’.

Un legame destinato a rafforzarsi

In conclusione, è sempre più evidente come la tecnologia, intesa come visto con un’accezione molto ampia, sia parte integrante dello scenario geopolitico internazionale

Una rivoluzione che stiamo vivendo in presa diretta anche in questi mesi, dato che la battaglia dei dazi tra Cina e Stati Uniti ha avuto come oggetto anche la ‘corsa al 5G’. Secondo il senior economist di Bnp Paribas Chi Lo, la possibilità di poter navigare in modo più rapido dai nostri cellulari creerà due aree di influenza, una statunitense e l’altra cinese. Il blocco filo nordamericano si è già compattato dato che Washington ha fatto sapere ai propri ‘alleati’ che non appoggiare gli Stati Uniti significa essere contro la nazione a stelle e strisce. Una dichiarazione che prevede dazi e sanzioni per i paesi che non appoggeranno gli USA nella propria crociata contro la Cina.

La tecnologia è al centro della scena e la geopolitica non potrà che muoversi di conseguenza.