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Settant’anni e sentirli: resoconto di un vertice NATO, tra scaramucce e risultati

Il vertice NATO tenutosi a Watford tra il 3 e il 4 dicembre è stato piuttosto spinoso, caratterizzato da un clima teso e polemico, prima e durante il suo svolgimento. Ciononostante, i risultati finali si sono dimostrati soddisfacenti. 

Anche le testate giornalistiche italiane, insieme a quelle internazionali, hanno percepito una certa tensione tra gli astanti. Il quotidiano La Stampa, nel descrivere l’andamento del meeting, ha usato parole dure: Era iniziato con i toni della polemica, è finito quasi con quelli della farsa

Le polemiche che hanno preceduto il summit riguardavano soprattutto il senso dell’appartenenza alla Nato, nel settantesimo anno dalla sua fondazione. Prima del vertice, il presidente francese Macron aveva dichiarato che i paesi europei non dovrebbero più farvi grande affidamento e che si dovrebbe riflettere sull’evoluzione dell’alleanza, alla luce della posizione degli Stati Uniti patrocinata da Trump. In particolare, secondo il Presidente francese, la mancata reazione statunitense alle operazioni promosse dalla Turchia a nord della Siria è sintomo di un cambiamento della linea politica nei confronti degli Alleati europei, tanto che Macron si è addirittura spinto a definire la Nato “in stato di morte cerebrale. Per tutta risposta, il presidente turco Erdogan ha utilizzato parole altrettanto dure: “Macron, ascolta cosa ti dico dalla Turchia, lo dirò anche alla Nato: prima di tutto fai controllare la tua morte cerebrale”. L’affermazione di Macron non è piaciuta neanche a Donald Trump, che l’ha così commentata: “Parlare della Nato in quel modo è sgradevole e offensivo. Nessuno ha bisogno della Nato più della Francia. Quelle parole sono molto pericolose”. 

L’attenzione mediatica si è concentrata in particolare su Donald Trump, non solo in quanto leader del principale stato membro dell’alleanza, ma soprattutto perché oggetto di una conversazione tra Emmanuel Macron, Boris Johnson, il primo ministro canadese Justin Trudeau e il primo ministro dei Paesi Bassi Mark Rutte. Una televisione canadese li ha intercettati mentre scherzavano alle spalle di Trump, ‘colpevole’ di aver allungato eccessivamente una conferenza stampa. L’immagine che quattro tra i leader più influenti del sistema internazionale prendessero di mira un loro pari di nascosto, è stata interpretata da Massimo Gramellini come indicativa della pusillanimità dei politici europei e della loro incapacità di affrontare apertamente il Presidente degli Stati Uniti: “Se lo si sfotte in privato sulle scemenze, ma gli si obbedisce in pubblico sulle cose serie, ci si comporta da deboli e si resta dentro le regole del gioco che lui pratica meglio”.

Un vertice, quindi, che si è svolto in un clima alquanto teso. Tuttavia, come riportato dal segretario generale Jens Stoltenberg in una conferenza stampa ad incontro terminato, ha conseguito buoni risultati. In particolare, sono da menzionare: l’impegno dei leader per garantire la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione, tra cui il 5G, un nuovo piano d’azione per intensificare gli sforzi contro il terrorismo e la determinazione di una linea comune, a cavallo tra deterrenza e dialogo, circa i rapporti con la Russia. Inoltre, per la prima volta, i membri dell’Alleanza, nata in funzione anti-sovietica, si sono confrontati sulle sfide e sulle opportunità relative alla politica revisionista della Repubblica Popolare Cinese, fattasi largo come grande attore sulla scena internazionale. 

Sul fronte della lotta al terrorismo, Stoltenberg ha evidenziato che fra gli stati membri permangono delle divergenze sulla qualificazione dell’Unità di Protezione Popolare (YPG) e del Partito dell’Unione Democratica (PYD), che insieme rappresentano lo schieramento pro-curdo nella guerra civile siriana e che la Turchia classifica come gruppi terroristici. Tuttavia, il Segretario ha messo in luce altresì il desiderio dei paesi alleati di non mettere a repentaglio i risultati ottenuti nella lotta contro il terrorismo, soprattutto quelli contro il sedicente Stato Islamico. Le missioni di addestramento in Iraq e in Afghanistan sono infatti state confermate. 

Riguardo alla Russia, da un lato, Stoltenberg ha fatto un’osservazione circa la sua vicinanza geografica con la NATO cui è seguita l’esortazione a impegnarsi al fine di costruire con Mosca delle relazioni migliori. Nel caso in cui nel breve periodo ciò non fosse possibile, la NATO dovrà essere abile a gestire relazioni complicate. Dall’altro lato, ha posto l’accento sull’esistenza di piani volti a proteggere la Polonia e i paesi baltici. Il Segretario Generale della NATO ha rivendicato che, per la prima volta, in tale regione “sono dispiegate truppe pronte al combattimento nella parte orientale dell’alleanza”

Stoltenberg non ha potuto evitare di menzionare anche la posizione della NATO riguardo al balzo in avanti della Cina, in relazione “sia alle sfide sia alle opportunità che essa pone” economicamente parlando. Il Segretario Generale ha richiamato poi la necessità di permettere anche alla Cina di partecipare agli accordi sul controllo degli armamenti. 

Infine, Stoltenberg ha dichiarato che, per il quinto anno di seguito, gli investimenti degli stati membri in materia di difesa sono cresciuti, nonostante alcuni attriti tra Stati Uniti e Canada. Il presidente Trump, infatti, ha riservato al primo ministro canadese Trudeau parole velenose. In un incontro con la cancelliera tedesca Angela Merkel, Trump ha dichiarato riferendosi a Trudeau: Ѐ un bravo ragazzo, ma io l’ho stanato sul fatto che non versa il 2%”. In riferimento alla regola per cui gli stati membri della Nato dovrebbero investire almeno il 2% del loro PIL nel settore della difesa. 

I risultati del vertice di Watford sono ambivalenti: sembrerebbe che gli Stati membri abbiano una chiara unità di intenti su alcuni temi, ma anche evidenti fratture su questioni economiche e geopolitiche di rilievo, come nel caso delle minacce di ritorsioni economiche statunitensi contro gli stati che applicano forme di web tax ai colossi della tecnologia, quali Apple, Facebook, Amazon, e Google. Sarebbe opportuno domandarsi fino a che punto tali divisioni incideranno sulle future azioni dell’Alleanza.