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L’India non è ancora un paese per donne

(AP Photo/ Dar Yasin)

90 stupri al giorno. Questo è il preoccupante dato raccolto nel 2017 dal governo indiano. Poche tra queste vittime vedono effettivamente i loro stupratori condannati per il reato commesso.

In India, stupro e violenze sessuali sono tornati argomenti in auge dopo che, nel 2012, una delle principali gang criminali di Delhi avrebbe stuprato e ucciso una studentessa nella capitale. Le cifre ufficiali, riportate da Valigia Blu, mostrano inoltre un aumento significativo nel numero di abusi sessuali registrati dalle forze dell’ordine, passati da 25mila nel 2012 a più di 38mila nel 2016. L’anno successivo ne sono stati registrati 32.559. Vista la grande quantità di crimini commessi, anche le corti indiane si trovano in una situazione di impasse: verso la fine del 2017 c’erano ancora più di 127.800 casi pendenti.

Una delle ultime e più eclatanti tragedie è avvenuta ad Hyderabad, nell’India meridionale, dove il cadavere di una donna di 27 anni, Priyanka Reddy, è stato ritrovato carbonizzato. La ragazza sarebbe stata attirata con l’inganno da quattro uomini, che l’avrebbero poi stuprata e data alle fiamme. I quattro sono stati arrestati e hanno confessato di aver abusato a turno della giovane e di averla poi strangolata.

La vicenda ha scatenato un’ondata di indignazione nel paese, dove moltissime persone si sono radunate fuori dal commissariato in cui erano stati rinchiusi i fautori del delitto, invocando la pena di morte e chiedendo giustizia per la vittima. “L’apatia della polizia ci è costata nostra figlia”, ha dichiarato il padre della giovane a India Today TV. I famigliari hanno inoltre accusato duramente le forze dell’ordine, che avrebbero aspettato alcune ore dalla scomparsa prima di iniziare effettivamente le ricerche.

Tra le città in cui si è diffusa la protesta anche Delhi, Bangalore e Calcutta. Nei giorni seguenti allo stupro della 27enne, altri due casi hanno avuto enorme rilevanza. A Buxar, India orientale, una ragazza è stata abusata sessualmente da un gruppo, uccisa e bruciata. Nel Rajasthan, a nord, una bambina di sei anni è stata violentata e poi soffocata da un vicino di casa. Il 5 dicembre, in Uttar Pradesh, una 23enne è stata cosparsa di petrolio e data alle fiamme, dopo esser sopravvissuta alcuni mesi prima a una violenza di gruppo. La giovane aveva presentato denuncia e mancava poco al processo: tra gli assalitori cinque uomini, di cui due anche suoi stupratori già usciti su cauzione. E’ morta il giorno seguente, a causa delle ustioni riportate.

Swati Maliwal, attivista per i diritti delle donne e capo della Delhi Women’s Commission,  ritiene che il silenzio del primo ministro indiano Narendra Modi denoti una totale mancanza di interesse da parte del Governo. “La paura dello stupro è uno stato d’animo permanente per le donne in questo paese. Ce l’abbiamo dentro dal momento in cui nasciamo ed è impossibile sfuggire. Penso costantemente alla mia sicurezza, ed è così quasi per tutte le donne in India”, ha spiegato al Guardian

Quella indiana è una società gerarchica, patriarcale e molto polarizzata, in cui le violenze sessuali sono spesso usate come mezzo per l’affermazione del potere, secondo quanto sostenuto dall’analista e attivista Priya Virmani in un editoriale del 2014 pubblicato sul Guardian. Inoltre, un fattore che va considerato è che l’India conta un pesante squilibrio numerico tra i sessi, dovuto specialmente agli aborti illegali per selezionare il sesso del nascituro. Gli uomini sono molti di più rispetto alle donne: la media è di 112 maschi per 100 femmine, mentre il rapporto ‘naturale’ secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sarebbe di 105 a 100.

Uno dei problemi principali è che nei casi di stupro la  maggioranza delle vittime non denuncia la violenza subita per timore della vergogna che una tale ammissione susciterebbe. Per chi denuncia, infatti, il processo può portare all’emarginazione da parte delle famiglie. A questo si aggiunge la riluttanza delle forze dell’ordine nel procedere legalmente contro i colpevoli, soprattutto se le vittime fanno parte di una comunità socialmente o economicamente marginalizzata, oppure di caste inferiori. Spesso, sono anche i medici a favorire il clima di paura: in casi come quello riportato da Human Rights Watch, durante la visita che segue la denuncia le vittime sono state accusate di “averlo fatto di propria volontà” o di essersi inventate lo stupro.

Nel settembre dello scorso anno, il Governo ha lanciato una nuova misura per cercare di rendere più effettivo il proprio intervento contro chi si rende colpevole del delitto. Ha cominciato a redigere un registro nazionale dei molestatori sessuali, contenente nome, indirizzo, foto, impronte digitali e dettagli personali di tutti gli individui arrestati, accusati e condannati per reati sessuali. Il database è consultabile solo dalle forze dell’ordine, ma ha sollevato perplessità dal punto di vista della violazione della privacy, considerando che vi sono contenuti anche i dati di persone mai condannate. L’India ha promulgato anche altre leggi per combattere la violenza di genere: il Criminal Law Act del 2013, il Protection of Children from Sexual Offences Act e il Scheduled Castes and Scheduled Tribes Act, applicabile nel caso in cui le vittime facciano parte della casta dei Dalit (la più bassa) o di comunità minoritarie.

Dal momento in cui queste misure legali sono state adottate, le denunce di stupri sono largamente aumentate. Nonostante ciò, gli eventi recenti citati sottolineano come la paura di essere stigmatizzate continui a essere un importante deterrente a portare un caso di violenza davanti al sistema di giustizia nazionale, che non offre protezione a vittime e testimoni.