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La valle del Danubio: un’alternativa alla Silicon Valley nel cuore dell’Europa orientale

Asburgo, Mozart, Strauss. Ecco le prime tre parole che vengono in mente quando si nominano il fiume e la valle del Danubio. Eppure, in quelle terre un tempo sotto il dominio dell’impero austro-ungarico e successivamente sotto il controllo comunista, c’è decisamente di più. Da un decennio a questa parte, infatti, l’area in questione ha sviluppato la coraggiosa ambizione di porsi come alternativa europea alla Silicon Valley. 

Per capire perché sia quasi riduttivo definire ambiziosa l’immensa sfida che l’Europa dell’Est si è preparata ad intraprendere, è sufficiente considerare la principale differenza che questa presenta rispetto alla Silicon Valley californiana. La California è indiscussamente il polo della tecnologia mondiale sin dai primi anni Novanta: Apple, Google e molte altre aziende del settore hanno la propria sede in terra statunitense da ormai un trentennio. 

L’Europa orientale, al contrario, per lungo tempo si è caratterizzata per un’economia fortemente basata sul settore primario e decisamente asservita alle esigenze delle dittature comuniste, che si sono instaurate in buona parte dell’area danubiana a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. I blocchi di partenza, dunque, sono chiaramente spostati in avanti a vantaggio dei competitor statunitensi. Ciò nonostante, sembra che alcuni paesi dell’ex blocco comunista, in particolare Ungheria e Slovacchia, stiano lavorando per rendersi sempre più competitivi nel campo delle nuove tecnologie. 

L’Ungheria viene considerata il paese europeo con le migliori condizioni per iniziare una startup. In particolare, Budapest è oggi sede di numerose giovani imprese, specialmente nel settore tecnologico. Le ragioni per il rapido sviluppo che tale settore ha vissuto negli ultimi anni sono numerose. 

Innanzitutto, l’establishment politico sembra aver colto l’opportunità di una rapida crescita del settore e per questo offre una tassazione agevolata alle nuove imprese. Inoltre, a partire dal 2009, personaggi come Peter Zaboji, considerato il padre dell’ecosistema delle start-up ungherese, hanno organizzato eventi e conferenze del comparto delle nuove tecnologie e dell’imprenditoria tout court. Una delle condizioni per potersi fare spazio nel mondo delle startup, infatti, non è solo la presenza di ingegneri e sviluppatori di software, ma anche di personalità in grado di avviare e gestire un’attività imprenditoriale nel settore. Infine, le università sembrano aver compreso le necessità del paese. Nuovi corsi di management, ingegneria informatica ed altre specializzazioni in ambito tecnologico sono ad oggi disponibili nelle principali università ungheresi. In questo modo, si è riversata nel mondo del lavoro una nuova classe dirigente e imprenditoriale particolarmente competente. 

Sempre in tema di know how, in Ungheria più della metà della popolazione parla inglese: il 57% degli uomini e il 59% delle donne, secondo alcuni dati di Education First del 2017. Una competenza linguistica che permette alle nuove imprese di instaurare contatti con l’estero. Questi possono rivelarsi essenziali non soltanto per far conoscere la propria attività imprenditoriale, ma anche per poter accrescere le proprie conoscenze grazie a workshop e conferenze sul tema, normalmente tenute in inglese. 

Altri due fattori che influiscono fortemente sul rapido sviluppo delle startup ungheresi sono la velocità della connessione internet sul territorio – l’Ungheria è sesta al mondo in questo campo – ed il basso costo della manodopera ungherese. In altre parole, l’Ungheria riesce a sfruttare il vantaggio competitivo sul piano salariale di cui ancora gode rispetto ai più ricchi paesi europei. 

Infine, ma non da ultimo, i fondi ricevuti dall’Unione Europea per investire nella crescita tecnologica ed imprenditoriale del paese hanno avuto un ruolo nel permettere all’Ungheria di raggiungere gli standard attuali. In particolare, l’iniziativa Joint European Resources for Micro to Medium Enterprises (JEREMIE) ha rappresentato uno strumento per stimolare la crescita del settore dei servizi e della tecnologia nei paesi dell’Est Europa. Si tratta di un progetto realizzato dalla Commissione Europea in collaborazione con la Banca Europea per gli Investimenti, attivato nel 2007. Secondo alcune stime, dal 2018 i fondi destinati a progetti in Ungheria dovrebbero ammontare a più di 200 milioni di euro. 

Tuttavia, le sfide che la nascente industria tecnologica danubiana deve ancora affrontare sono numerose. Se, infatti, l’Ungheria si attesta come punta di diamante dell’area, vi sono altri paesi, tra cui la Slovacchia, che ancora presentano alcune difficoltà. Sebbene anche questa abbia vissuto una rapidissima crescita nel settore delle nuove tecnologie, alcuni ostacoli non le permettono di volare in alto come potrebbe. 

In primis, l’economia del paese ha ancora difficoltà ad emanciparsi dai tradizionali settori industriali. Un esempio è il settore dell’automotive, dove, tuttavia, la Slovacchia non gioca un ruolo da protagonista. Sebbene il paese, grazie alla nascita delle nuove technology startups, stia superando la propria dipendenza dalle aree europee più ricche, è ancora sede di numerose imprese che producono e assemblano pezzi per le più importanti aziende automobilistiche d’Europa, quali Volkswagen, Peugeot e Jaguar Land Rover

In secondo luogo, sebbene i fondi europei e i finanziamenti pubblici siano stati elargiti con continuità, questi non risultano sufficienti e c’è una necessità di reperire capitale privato. Inoltre, il settore pubblico rischia di rappresentare talvolta un ostacolo. Una regolamentazione meno startup friendly di altri paesi ed un elevato livello di corruzione non offrono un valido trampolino di lancio per le neonate attività imprenditoriali. 


E’ dunque possibile che l’area del Danubio diventi un valido competitor per le aziende statunitensi impegnate nel settore tecnologico? Gli ostacoli appaiono numerosi e le condizioni di partenza rappresentano uno svantaggio iniziale. Ciò nonostante, ci si può dire fiduciosi nel futuro di quest’area tanto antica quanto pronta a lanciarsi nel futuro. D’altronde, è bene ricordare che l’area danubiana non sarebbe la prima ad affermarsi come polo europeo ad alta tecnologia: si pensi a Tallin, la capitale dell’Estonia, che ad oggi viene considerata un’area di grande importanza per lo sviluppo delle nuove tecnologie e per la prevenzione del cyber terrorismo. Il successo o l’insuccesso degli sforzi dei paesi danubiani sveleranno se effettivamente l’Europa sarà in grado di rappresentare un’alternativa ai giganti della tecnologia, statunitensi ed asiatici.