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Il futuro è già realtà: l’impatto economico e politico delle smart city

Secondo il World Urbanization Prospects 2018 stilato dall’ONU, nel 2018 il 55,3% della popolazione mondiale viveva nelle città. E le stime per gli anni a venire prevedono che tale percentuale raggiungerà il 60% nel 2030. Secondo quanto riportato nel documento, comprendere questa tendenza “è cruciale per l’implementazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, incluso l’Obiettivo 11, ovvero rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili”.

Il concetto di “resilienza” porta ad includere lo sviluppo delle città in un contesto più ampio, internazionale e sociale. Tale contesto vede le città come parti attive nel raggiungimento di uno sviluppo che si confronti con le sfide relative all’esiguità delle risorse disponibili, all’uso di energie rinnovabili per sostenere l’aumento demografico mondiale e per invertire il corso del cambiamento climatico, all’inclusione sociale in seguito allo spopolamento delle aree rurali. Non più, quindi, solo insediamenti umani legati a dinamiche economiche e lavorative, ma attori principali nel raggiungimento della sostenibilità economica, finanziaria e sociale.

Il primo tentativo concreto di trasformare le città in modo sostenibile risale al 2009, quando il neoeletto sindaco di Rio de Janeiro, Eduardo da Costa Paes, avviò un processo di cooperazione tra pubblico e privato per riorganizzare la città in vista degli eventi internazionali che Rio de Janeiro avrebbe dovuto ospitare da lì a pochi anni. Tale processo si sviluppò in un piano d’azione strategico pluriennale e venne introdotto definitivamente il concetto di smart city.

Sebbene non esista una definizione universale di ‘città intelligente’, essa può essere definita come un insediamento in cui persone, oggetti, mezzi, infrastrutture e amministrazioni sono interconnesse. Le smart city sfruttano l’IoT, Internet of Things, che si può definire come un sistema di dispositivi informatici, macchine analogiche e digitali, oggetti e persone che hanno la capacità di trasferire dati su una rete e analizzarli senza necessitare di un’interazione diretta tra uomo e macchina.

Risorse tecnologiche semplici da utilizzare rendono le città intelligenti teoricamente inclusive, perché ciascun individuo può interagire facilmente con la rete e ottenere costantemente informazioni utili allo svolgimento della vita della propria città: dalle condizioni metereologiche all’inquinamento, fino al parcheggio libero più vicino. Prerequisito fondamentale per la realizzazione delle smart city è però la partecipazione dei cittadini

Uno degli incentivi per ottenere tale partecipazione è proprio che le città intelligenti, secondo quanto dichiarato da Stefano Gatti, head of data & analytics di Nexl, ci forniscono una delle risorse più carenti: il tempo. Una maggior quantità di tempo a disposizione, esattamente come la diminuzione dell’inquinamento e il risparmio di risorse economiche e finanziarie per cittadini e amministrazioni, è la diretta conseguenza di una gestione più efficiente delle risorse disponibili in una città, in linea con le esigenze della popolazione.

Un esempio per comprendere il funzionamento delle tecnologie messe in pratica dalle smart city è Barcellona. In questa città, la tecnologia smart viene gestita da Cisco, multinazionale specializzata in networking, cybersicurezza e information technology. Alcuni dei metodi utilizzati sono relativi ai semafori e all’illuminazione stradale: i semafori, dotati di sensori, inviano dati relativi alle condizioni metereologiche e al traffico stradale, e tali sensori sono in grado di regolare la durata dei semafori in tempo reale per favorire la circolazione dei mezzi di trasporto e risolvere i casi di traffico intenso. Inoltre, nelle zone in cui l’illuminazione stradale è dotata di sensori, l’illuminazione si attiva solo quando necessario, al passaggio di mezzi e pedoni. Attraverso gli accorgimenti smart, la città riesce a risparmiare circa 34 milioni di euro all’anno e a diminuire le emissioni di CO2.

Un altro caso è la città cinese di Xiong’an, una vera e propria sfida per il presidente Xi Jinping. Sebbene ad oggi sia estremamente inquinata, i progetti per questa città sono volti a farla diventare una città green e smart, un faro che metta in risalto i cambiamenti messi in atto dal governo cinese per raggiungere un futuro sostenibile. Secondo uno studio del 2017, questa città attirerà investimenti per 380 miliardi di dollari. In questo caso, però, si presenta uno dei maggiori problemi legati alle smart city, ovvero quello di un effettivo popolamento.

Come già evidenziato, le città intelligenti si fondano sulla partecipazione dei cittadini. Nel 2017, il primo ministro canadese Justin Trudeau annunciò una cooperazione tra Google e la città di Toronto per realizzare un quartiere completamente smart. Nonostante l’entusiasmo iniziale, il progetto si fermò quando i cittadini mostrarono le proprie remore riguardo alla raccolta dei propri dati da parte di una società privata. Un’opinione piuttosto diffusa è infatti quella che i dati dovrebbero essere analizzati e conservati dallo stato. Allo stesso tempo, però, gli investimenti materiali e immateriali in termini di conoscenza delle tecnologie più all’avanguardia sono tanto ingenti da rendere spesso impossibile un controllo esclusivamente pubblico.

Il processo di raccolta dei dati non sarebbe infatti simile a quello che viene effettuato quando utilizziamo i motori di ricerca o attiviamo delle iscrizioni volontarie a dei siti web. Sarebbe un controllo costante dovuto a sensori, telecamere e connessioni che trasmettono e ricevono dati in continuazione. Dalle infrastrutture di cui usufruiamo, dalle strutture in cui viviamo, dai nostri smartphone e dai mezzi di trasporto su cui viaggiamo, sia pubblici che privati. Tutti dati che potrebbero essere utilizzati anche per scopi commerciali.

Nonostante gli estremi vantaggi legati alle città smart, la questione della privacy rimane spinosa. Bisogna inoltre considerare le conseguenze geopolitiche di tali tecnologie, che potrebbero avere un impatto significativo sulle relazioni internazionali che attualmente reggono l’ordine globale che conosciamo.

L’IoT utilizza il 5G, una tecnologia più adatta a sostenere un elevato numero di connessioni e per la quale la Cina ha già depositato il 34% dei brevetti. Tra i colossi di questa tecnologia ci sono la già citata Cisco, statunitense, e Huawei e ZTE, cinesi. Il problema si pone perché la rete di connessioni non deve essere necessariamente nazionale, ma può essere internazionale. Se il controllo di una rete di smart city viene affidato a Huawei, tale società può acquisire i dati di chi acquista prodotti e tecnologie Huawei anche all’estero. Proprio per questo motivo, un’altra questione che viene ritenuta di fondamentale importanza è quella del cybersecurity: se tutto è connesso, tutto può essere hackerato.

Dunque, la Cina si impone attualmente come leader nella produzione e diffusione di questo tipo di tecnologia, mentre gli Stati Uniti inviano un monito al resto del mondo, opponendosi all’acquisto di tecnologia cinese. Un aut aut che costringerà gli altri stati a schierarsi, per immettersi in un mercato che, secondo un report di GSMA, potrebbe portare 2200 miliardi di dollari nell’economia globale in una quindicina d’anni.