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L’effetto del disavanzo tecnologico: l’equità sociale giapponese

Un robot in grado di lavare i panni non è niente di entusiasmante, non è che una lavatrice. Un robot che prende i vestiti dal cesto della biancheria sporca e li mette a lavare può sembrare utile, ma altrettanto automatizzato. Un robot che trova gli indumenti in giro per casa e li pulisce è la vera innovazione.

Preferred Networks è una start-up giapponese di sviluppo tecnologico con base a Tokyo, il cui scopo principale è realizzare robot di supporto all’uomo in grado di recepire i cambiamenti fenomenici nella sua area di interesse. Questa giovane società, fondata nel 2014, vale già due miliardi di dollari: una valutazione non comune per un’azienda giapponese. Infatti, al contrario di quanto accade negli Stati Uniti e in Cina, gli unicorni, ovvero le compagnie dal valore superiore a un miliardo, sono molte rare nel paese del Sol Levante. Per questo motivo, la start-up conta di riportare in auge il Giappone sul piano del progresso tecnologico.

Il Giappone non è sempre stato in seconda linea rispetto all’innovazione tecno-scientifica. Anzi, è il paese che, tra le altre cose, ha dato vita alle calcolatrici portatili e alle luci a LED. Nel 1979, Sony debuttava con il walkman, un pezzo di storia tecnologica che ha rivoluzionato il modo di ascoltare la musica di intere generazioni, nonostante la tecnologia alla base di questo apparecchio elettronico – quella delle musicassette – fosse già in commercio da una decina di anni. Quest’esempio paradigmatico sottolinea una delle principali caratteristiche dell’avanzamento tecnico giapponese, il perfezionamento estetico dello strumento tecnologico, che è tuttavia anche uno dei motivi per cui il Giappone ha perso terreno in questo campo.

Le aziende del Giappone erano famose tra gli anni ‘80 e ‘90 per rendere i prodotti esistenti più sottili e leggeri, ma non sono riuscite a reggere la competizione. Successivamente, infatti, le richieste del mercato sono cambiate, ponendo l’enfasi sull’innovazione tecnologica e sul miglioramento dei software come determinanti delle scelte di consumo. Uno studio della società di consulenza McKinsey ha riscontrato che il Giappone ha tenuto il passo nel campo dell’innovazione fino agli anni 2000. Da lì in poi, i profitti di Sony e Toshiba hanno ceduto sotto il peso di giganti come Apple.

I motivi di questo esponenziale calo sembrano derivare da fattori perlopiù interni alla cultura e allo stile di vita giapponese. Spesso, le compagnie straniere che vorrebbero espandersi in Giappone esprimono grande frustrazione nei confronti delle procedure complesse e rigide necessarie per ottenere licenze e certificati. In più, il problema linguistico non va ignorato. “Ma quello che più è carente nel paese è lo spirito dell’imprenditoria e la volontà di costruire tutto dalle fondamenta”, ha affermato Sotaro Nishikawa, capo del settore della promozione dell’innovazione della Japanese External Trade Organization (JETRO). La ragione prevalente sarebbe la pressione sociale che i giapponesi sentono sulle proprie spalle e che li porta ad essere avversi al rischio del fallimento.

Quei lavoratori che trovano il coraggio di intraprendere questa direzione, devono affrontare un altro ostacolo sul loro cammino, conosciuto come il blocco della moglie e dei genitori. L’idea di non avere un posto di lavoro subordinato, fisso e a tempo indeterminato sarebbe ciò che più si allontana dal ‘sogno giapponese’ di stabilità e benefici a lungo termine in una grande azienda. Per questo, aspirazioni del genere verrebbero in molti casi scoraggiate dai consigli opprimenti di moglie e genitori. Questa cultura del lavoro dipendente incentiverebbe le persone a non lasciare il proprio impiego stabile.

In aggiunta, i singoli privati in grado di effettuare degli investimenti, i cosiddetti “angel investors”, sono praticamente inesistenti, in netta contrapposizione a quanto accade invece negli Stati Uniti e in Cina, dove c’è una maggiore disponibilità a rischiare sulle persone e sulle loro idee, anche a rischio di subire un fallimento. Il deterrente principale degli investitori è la carenza di scelta tra le aziende tecnologiche giapponesi, le quali difficilmente soddisfano i criteri per la concessione di finanziamenti. Infatti, finanziatori come la SoftBank, la compagnia di promozione delle start-up più grande del paese, investono prettamente in aziende straniere perchè promettono margini di profitto più elevati. 

Una delle soluzioni al problema potrebbe prevedere l’inclusione di lavoratori stranieri per creare un ambiente di lavoro fertile e versatile, in grado di far nascere nuove idee, come sostiene Daisuke Okanohara, co-fondatore della start-up Preferred Networks. Ciò viene avvalorato dall’esempio proveniente dalla Silicon Valley, dove la forza lavoro è costituita dal 57% di non nativi

Tuttavia, per comprendere il dibattito sull’intelligenza artificiale in Giappone, non si può non menzionare Ochiai Yoichi, CEO della Pixie Dust Technologies, assistente all’università di Tsukuba e dottore in ingegneria informatica. Nei suoi libri, Ochiai descrive l’immagine tecno-utopistica degli imprenditori rivoluzionari del futuro attraverso alcune figure chiave: cibernetica, mercato fluido e un liberalismo estremo. L’autore manifesta il suo disprezzo nei confronti del monopolio dei giganti della Silicon Valley e invita il Giappone ad abbracciare catene di montaggio decentralizzate per contrastare le piattaforme degli Stati Uniti. Inoltre, per ottenere la completa libertà del mercato, Ochiai raccomanda la più totale precarietà lavorativa attraverso una deregolamentazione dei licenziamenti, per indurre l’aumento di domande di lavoro da parte delle aziende e la conseguente fluidità dei lavoratori, ricalcando il modello economico del capitalismo americano degli anni ‘60. 

Agli occhi di Ochiai, questo sistema porterebbe alla completa fusione tra uomo e tecnologia, che lui definisce “digital nature”, constatando che gli atomi che formano l’uomo non sono altro che pixels: si immagina una visione utopica del mondo alla Star Trek, dove tutti possono beneficiare dei vantaggi raggiunti dalla tecnologia. La visione della nostra realtà tecnologizzata all’estremo si divide così tra l’utopia di Star Trek, per chi ha le competenze per sopravvivere in un mondo 2.0, e la distopia di Terminator, per chi ha poche capacità e risorse, come suggerisce nella sua analisi il sito Salon.com

Nel solco di questa riflessione, i dati del World Economic Forum mostrano che il progresso tecnologico ha degli effetti sulla redistribuzione della ricchezza in molti paesi. L’impatto sociale delle innovazioni tecnologiche è facilmente osservabile in paesi come gli Stati Uniti d’America, che vedono le diseguaglianze in crescita. Negli USA, tra il 1980 e il 2014, l’aumento annuo del reddito della metà più povera delle famiglie statunitensi è stato dello 0,6%, mentre è stato del 3% per l’1% più ricco della popolazione. Per dare una panoramica globale, alla fine degli anni Novanta si contavano circa cento miliardari, mentre ad oggi se ne contano 2158. Sembrerebbe che la disuguaglianza sia il prezzo da pagare per l’innovazione e non sono pochi gli economisti che hanno provato a trovare una soluzione, a partire dallo studio che Arthur M. Okun pubblicò negli anni ‘70. Questo trade-off non sarebbe impossibile da risolvere, ma molti Stati preferiscono non adottare strategie economicamente inefficienti


Nonostante queste considerazioni, nel contesto della corsa all’high-tech, il Giappone sembra essere un’eccezione. Infatti, grazie alla sua cultura propensa alla stabilità e a politiche economiche moderate, è uno degli stati democratici con la minor disuguaglianza di ricchezza tra la popolazione.