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Il Libano “critica, si rivolta, si ribella”: una nuova generazione di proteste.

“Il popolo vuole veder crollare il sistema”

Per la seconda volta in meno di un decennio, gli osservatori internazionali assistono a una stagione di contestazione che porta in strada le società arabe e che, dai primi mesi del 2018, ancora una volta al grido di «il popolo vuole veder crollare il sistema», ha già visto la destituzione di due capi di stato e le dimissioni di due capi di Governo: dalla Tunisia alla Giordania e Gaza, passando per il Sudan, l’Iraq e l’Algeria, l’ondata di proteste in nome dell’apertura delle istituzioni, per la trasparenza e la democratizzazione dello spazio politico, ha infine colto anche il Libano.

Si chiuderanno a breve due mesi di protesta nazionale che, dal 17 ottobre, ha portato in piazza decine di migliaia di libanesi. Da Tripoli nel nord a Tiro e Sidone nel sud, dalla capitale Beirut alle regioni più periferiche come la Valle della Beqa’: una mobilitazione senza precedenti coinvolge trasversalmente le divisioni religiose del paese in un’unione resa esplicita dalle simboliche catene umane formatesi durante le manifestazioni. Bersaglio delle rimostranze popolari è il compatto sistema oligarchico di gestione e redistribuzione del potere su base clientelare e confessionale. 

Diversi personaggi della politica libanese sono chiamati in causa, come il presidente maronita Michel Aoun e gli esponenti dei partiti sciiti di Hizbullah e Amal, tra cui il presidente dell’Assemblea nazionale Nabih Berri e soprattutto il premier Saad Hariri, leader del partito sunnita “Movimento il Futuro”. Non è esente da critiche, in egual misura, neanche il governatore della banca centrale Riad Salameh, come spiegato dalla testata Foreign Policy. Una contestazione rivolta dunque non solo alla struttura politica, bensì all’intera classe dirigente, percepita come compromessa e predatoria, accusata di essere la responsabile della drammatica condizione economica in cui versa il Libano odierno

Una protesta trasversale e molteplice

Nonostante gli indicatori positivi – una disoccupazione al 6.6%, una forza lavoro di più di 4 milioni di individui e una popolazione decisamente giovane (età media 30.5 anni) – il Libano si rivela un’economia fortemente appesantita da uno tra i peggiori rapporti debito/PIL al mondo: 157,81%.

Questa performance è il risultato di un decennio di politica economica decisamente caudataria, come sostenuto dal New York Times. A poco sono valse, nel luglio di quest’anno, le manovre per incrementare il gettito fiscale tramite ulteriori aumenti delle tasse e le strategie di rilancio degli investimenti esteri, soprattutto dai paesi del Golfo. Queste varie proposte di riforme non hanno impressionato la cittadinanza, ben consapevole della stagnazione economica decennale, di una grave dipendenza dalle rimesse della diaspora e di uno sconveniente ancoraggio della lirah al dollaro statunitense, che si sommano all’alta percezione di corruzione e al sempre presente rischio di bancarotta, per non citare i persistenti tagli giornalieri alla corrente elettrica

Inoltre, a informare la contestazione libanese vi è ora una tenace domanda per il rispetto dei diritti umani. Le proteste esprimono indignazione per le anacronistiche discriminazioni strutturali che riguardano parità di genere, violenza di genere, orientamento sessuale, razzismo. In più, sono oggetto di protesta anche le drammatiche condizioni di vita nella quale versa la classe più svantaggiata, ovvero gli stranieri, vittime del sistema di sponsorship lavorativa informale (“kafala”), oppure i rifugiati siriani e palestinesi, sui quali pesa il rischio dell’alienazione ed esposizione sociale.

La protesta, mossa dall’esasperazione per un motivo apparentemente minore come una tassa sulle telefonate via Whatsapp, si è trasformata in una massa critica il cui slancio è adesso occasione di una disobbedienza civile mai eguagliata nella storia nazionale. In un paese, peraltro, dove la libertà d’espressione è tuttora severamente compromessa a livello legislativo. Sul territorio nazionale sono inoltre attivi dei tribunali militari, ereditati dalla guerra civile: numerose testimonianze, raccolte da Amnesty International, raccontano di arresti e incarcerazioni arbitrarie, di confessioni sotto tortura e di un limitatissimo accesso al ricorso in appello.

Un delicato equilibrio

L’eredità dei conflitti del passato si legge ancora oggi nei nomi delle principali forze politiche libanesi. Diverse le rivendicazioni irrisolte per le vittime di una guerra durata dal 1975 al 1990, in larga misura espressione di conflitti regionali e che ha visto la fondazione del partito Hizbullah in reazione all’invasione israeliana del 1982-1985. 

La guerra è stata seguita da una più lunga occupazione da parte della Siria, conclusasi solo nel 2005 in seguito a una sanguinosa escalation. Nel giro di pochi mesi, l’assassinio del premier Rafiq Hariri, padre dell’attuale primo ministro, e una vasta mobilitazione civile passata alla storia come “Rivoluzione dei cedri” hanno polarizzato il confronto politico lungo due assi principali: quello della “Alleanza 8 Marzo”, favorevole all’affiliazione della politica libanese a quella di Damasco e Teheran, e quello della “Alleanza 14 Marzo”, che difende invece l’autonomia del Governo di Beirut dalle ingerenze siriane e sciite.

Ora, la storia libanese del dopoguerra testimonia che l’esecutivo di Beirut è sovente il prodotto di calibrate coalizioni di minoranza o unità nazionale. Dopo le elezioni legislative del maggio 2018, il Governo Hariri II si è trovato costretto al compromesso con l’opposizione della “Alleanza 8 Marzo”, che godeva di una solida maggioranza: i maroniti aounisti del Free Patriotic Movement (FPM) sono tuttora il primo partito con 24 deputati su 128, senza considerare il fronte sciita dei partiti Amal e Hizbullah, che ne conta 29. In totale, la coalizione filo-siriana è rappresentata da 71 seggi, contro i 48 della “Alleanza 14 Marzo” guidata dal partito di Hariri, forte di legami tradizionali con l’Arabia Saudita nonostante una recente incrinatura nei rapporti tra le due famiglie sunnite.

Questo 29 ottobre, il primo ministro si è visto costretto alle dimissioni dopo una negoziazione fallita in merito a un rimpasto dell’esecutivo: Hizbullah e il FPM si sono trovati dunque a ricoprire il ruolo di decisori delle sorti del Governo, preferendo il ‘male minore’ delle dimissioni del premier alla prospettiva di perdere qualche ministro.

Per rendere conto del merito di queste negoziazioni non va dimenticato che, tra le istanze popolari degli ultimi due mesi, quella che sembra levarsi con più chiarezza è la richiesta di un Governo tecnico che conduca il Libano attraverso la drammatica situazione economica. Su questo punto si scontrano i partiti di Nasrallah e Aoun. Ostacolata dal primo, accolta dal secondo, per la testata The Grayzone questa sarebbe di gran lunga la soluzione preferita dagli Stati Uniti, in vista di un’esclusione di Hizbullah dal Governo. A ben vedere, inoltre, le dimissioni di Hariri potrebbero rivelarsi una ‘ritirata strategica’ piuttosto che una vera rinuncia all’esecutivo, poiché la prospettiva sarebbe quella di guidare tale Governo tecnico, sperando in successive elezioni che ribaltino gli equilibri parlamentari

“Tutti quanti vuol dire tutti quanti”

Ora, resta da vedere quanto una semplice riorganizzazione e redistribuzione delle cariche, sempre lungo linee settarie, possa portare alla pacificazione di una folla che, accanto al tradizionale slogan delle primavere arabe, ha portato per le vie e per le piazze il grido “tutti quanti vuol dire tutti quanti”. Le nuove e nuovissime generazioni, negli spazi di incontro online e offline, paiono essere esasperate dall’immobilismo delle istituzioni e dell’intera classe politica libanesi. Sui social, popolari hashtag in arabo (“il Libano critica”, “si rivolta”, “si ribella”) si accompagnano a #LebaneseProtests e #LebaneseRevolution per raggiungere un bacino di confronto globale e costruire, nel dialogo, una coscienza politica fondamentalmente democratica e internazionalista, del tutto estranea alle logiche confessionali dalle quali la classe politica libanese fa fatica a emanciparsi.

Nonostante il merito di una manifestazione di questa portata, tuttavia, sarebbe da non sottovalutare il rischio di una possibile escalation di violenza, anche a causa di un massiccio movimento di contro-protesta avviato dai sostenitori di Hizbullah. In questo preciso momento storico, questi si sono ritrovati a coprire il ruolo di difensori dello status quo, nonostante la reputazione di forza anti-sistema e anti-settaria. Il fatto che neanche il partito sciita di Nasrallah appoggi il dissenso popolare si rivela un chiaro indicatore della natura trans-confessionale e radicalmente sovversiva della mobilitazione.

In conclusione, in riferimento alla tassazione sull’utilizzo di Whatsapp, il tentativo di regolamentare l’uso di servizi di comunicazione digitale non dovrebbe considerarsi irrilevante e contingente, anche quando è solo la scintilla di una tensione sociale da lungo tempo presente. Non va sottovalutato, in particolare, quanto importante si riveli il libero accesso a uno spazio di condivisione e dialogo virtuale in una società come quella libanese, ancora e tuttora attraversata da solide distinzioni di classe, di genere e di religione. In un contesto simile, un social network può essere innanzitutto una comunità di individui che, grazie a un relativo anonimato – un “velo d’ignoranza”, per alludere a un esperimento mentale di rawlsiana memoria – si scoprono essere sostanzialmente e finalmente uguali.