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L’Africa subsahariana in movimento

Nell’arco dell’ultimo decennio e, in particolar modo negli ultimi anni, quello dei flussi migratori è diventato un tema sempre più discusso. A partire dal 2015, una crisi migratoria senza precedenti sta interessando l’intera Europa; proveniente da Africa e Medio Oriente, questo flusso non si è mai veramente arrestato.

La percezione di tale fenomeno è inoltre esasperata da una retorica politica che ha puntato il dito verso l’immigrazione stessa, accusandola di essere la causa di problemi complessi quali disoccupazione o sicurezza. Basti pensare alle campagne elettorali in Europa e Nord-America, dove il fenomeno migratorio si è ritagliato un notevole spazio nelle agende politiche di tutto l’Occidente.

Per quanto riguarda più specificatamente l’Unione Europea, Bruxelles ha incentrato la propria linea d’azione verso un più rigido controllo delle rotte migratorie, al fine di impedire o ostacolare l’arrivo senza freni dei migranti ai propri confini.

Sorgono però spontanee alcune domande: da dove provengono tutte queste persone “in movimento”? Quali politiche ha adottato l’Europa nel continente africano per ridurre o contenere tale crisi?

Innanzitutto, occorre analizzare il fenomeno per quello che è, eliminando le suggestioni causate dai media e dagli slogan elettorali. Secondo l’UNHCR, se si considerano i primi mesi del 2018, gli sbarchi sulle coste europee sono diminuiti di cinque volte rispetto a due anni prima. In questo senso, un primo dato emergente è che la maggior parte degli spostamenti che interessano il continente africano resta interna all’Africa stessa. La mobilità tra paesi confinanti, così come il sentimento “migratorio”, è comune a quello interno all’Unione, per cui un cittadino comunitario decida di cambiare paese per un lavoro meglio retribuito o una opportunità di vita più convenienti. In Africa subsahariana, allo stesso modo, moltissime persone decidono di oltrepassare il confine, non per raggiungere l’Europa, bensì un altro paese limitrofo. Stando ai dati ISPI, dei 29 milioni di immigrati partiti dall’Africa Subsahariana nel 2017, soltanto 8 si sono effettivamente stabiliti in Medio Oriente, Europa e Nord America.

Di nuovo, come suggerisce l’ISPI, le principali mete dell’immigrazione intra-africana sono rappresentate dai paesi con le economie più solide e che possono offrire migliori condizioni di vita e di lavoro. In questo senso, al primo e secondo posto troviamo il Sud Africa e la Costa d’Avorio, con oltre un milione di immigrati. A seguire la Nigeria ed il Kenya. Tra questi paesi, nel corso dei decenni, si sono sviluppati corridoi diplomatici e reti di contatti per facilitare le migrazioni e consolidare il flusso migratorio verso determinati paesi. Un esempio di tale fenomeno si può ritrovare nel Sudan, principale collettore della diaspora nigeriana. A contribuire ulteriormente al consolidamento di tali relazioni e a facilitare la mobilità, un ruolo preponderante è giocato da attori internazionali come l’ECOWAS (Economic Community of West African States). Tale accordo economico, siglato nel 1975 ed operante oggi su 15 stati membri, fin dal momento della sua istituzionalizzazione si prefigge l’obiettivo di abbattere le barriere monetarie e doganali per facilitare lo sviluppo della regione.

Dunque, la risposta alla prima domanda di cui sopra deriva dal fatto che il flusso migratorio proveniente da sud del Sahara resta concentrato in larga parte nel continente africano. Tentiamo ora di sviluppare un’analisi sulla strategia di aiuto portata avanti dall’Unione Europea per sostenere gli stati africani, al fine di contribuire alla diminuzione ulteriore del numero di persone che scappano verso il nord del mondo.

Dalla seconda metà degli anni 2000, prima la Spagna e a seguire altri paesi, tra cui Italia e Francia, hanno allargato la propria sfera d’influenza verso l’africa occidentale, con particolare attenzione verso la striscia del Sahel. Quest’ultima è una regione semidesertica al confine con il Sahara occidentale, che taglia i confini di Sudan, Chad, Niger, Nigeria, Burkina Faso, Mali, Mauretania e Senegal. In questo senso, durante il summit della Valletta nel 2015 l’Unione Europea ha stanziato un fondo fiduciario di emergenza per l’Africa. Tuttavia, il capitale destinato alla stabilizzazione dell’area e ad evitare a monte che le persone si ritrovino costrette a migrare, viene in realtà utilizzato per affrontare emergenze migratorie quando sono già in atto, e non per prevenirle.

In conclusione, si può dire che, da un lato, l’Europa dichiara di voler incoraggiare una libera circolazione di persone e di merci in Africa occidentale, supportando e promuovendo organizzazioni quali l’ECOWAS. Dall’altro lato, però, contribuisce a sviluppare una politica migratoria e di controllo delle frontiere sempre più repressiva. In tal senso, il fondo fiduciario istituito nel 2015 prevede l’attuazione di progetti come il WAPIS ed il GARSI-Sahel, gestiti dall’Interpol e dalla Guardia Civil spagnola, insieme con altri progetti indirizzati unicamente al controllo delle frontiere. Nell’ambito di questi supporti economici, si può riportare il caso dei programmi di appoggio alla riforma civile in Senegal e Niger, paesi che hanno visto l’introduzione di sistemi biometrici che rispondono più ad un’esigenza europea di controllo, piuttosto che ad un concreto aiuto allo sviluppo.