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Escalation di violenza durante la diciassettesima settimana di manifestazioni ad Hong Kong

Tutto è iniziato a fine marzo, quando il capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha proposto un emendamento sulla legge sull’estradizione. Ad Hong Kong sono attualmente in vigore leggi sull’estradizione basate su accordi bilaterali con oltre venti paesi, tra i quali non rientra la Cina. La proposta di legge renderebbe possibile l’estradizione verso la Cina per determinati reati e l’applicazione delle pene previste dalla legge cinese. Questa legge ha sollevato le preoccupazioni dei cittadini, poiché essi temono che le richieste di estradizione verso la Cina  violino i diritti umani e che possano essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese.

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Da oltre sedici settimane i cittadini di Hong Kong continuano a manifestare a sostegno della democrazia e della loro libertà e contro Pechino, che cerca di imporsi e di controllare sempre di più il governo locale. Nel mese di giugno scorso, le manifestazioni si sono moltiplicate, sino a portare quasi un milione di persone in piazza il 9 giugno. Le richieste dei manifestanti sono cinque: ritiro completo della legge sulle estradizioni verso la Cina; ritiro della definizione di “sommosse” per le proteste; rilascio delle persone arrestate durante le manifestazioni; inchiesta indipendente sulle azioni della polizia dimissioni della governatrice Lam; l’introduzione del suffragio universale.

Non è la prima volta che gli abitanti di Hong Kong scendono in piazza per rivendicare i propri diritti e per la difesa della formula “un paese due sistemi” , in nome della quale, nel 1997, la Cina aveva promesso ad Hong Kong che avrebbe beneficiato di uno statuto d’autonomia fino al 2047. Nel 2003, centinaia di migliaia di manifestanti sono riusciti a bloccare una legge sulla sicurezza nazionale, che avrebbe introdotto reati come il tradimento. Nel 2012, grazie ad un movimento studentesco non è passato il tentativo, da parte di Pechino, d’imporre un programma scolastico patriottico”, ritenuto un mezzo di propaganda. Nel corso degli anni, gli episodi di censura, controllo e minaccia alla libertà sono diventati sempre più frequenti: nel 2016 un gruppo di attivisti eletti per delle cariche pubbliche sono stati dichiarati non idonei poiché si sono rifiutati di giurare lealtà alla Cina utilizzando espressioni offensive.

Le paure e le preoccupazioni dei cittadini di perdere libertà e diritti si sono concretizzate con la legge sull’estradizione, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il movimento di protesta che stanno portando avanti i dimostranti, a differenza dei precedenti, prende di mira direttamente Pechino. Alle radici di queste proteste e del movimento, c’è il cambiamento d’identità di Hong Kong, ex colonia britannica, avvenuto a seguito del sopracitato accordo firmato nel 1997 tra Inghilterra e Cina a proposito del destino del territorio in questione. Agli occhi dei cittadini della regione amministrativa speciale si prospetta un futuro con una Cina sempre più autoritaria, che soffocherà tutti i diritti di cui godono attualmente.

Tra i vari mezzi messi in campo dai manifestanti, l’arte si è rivelata un’arma in più. Come gli artisti del Gruppo Trio durante l’assedio di Sarajevo, i quali ridisegnavano in chiave ironica i loghi più celebri per richiamare l’attenzione del mondo su ciò che stava succedendo in Bosnia, anche ad Hong Kong nel corso dei mesi sono stati creati slogan e poster artistici ironici e combattivi, al fine di attirare l’attenzione, il supporto dei paesi occidentali e dei media internazionali. Uno degli slogan delle proteste più celebri è stato “Be water!” (sii come l’acqua), espressione che invita alla flessibilità e alla creatività. Oltre a quelli, i manifestanti realizzano graffiti quali “Liberate Hong Kong, Revolution of our Times”, “I can lose my future, but HK must not”, in riferimento ai simboli della protesta.

Di fronte alle proteste, Pechino ha inizialmente scelto di oscurare le notizie tramite la censura delle stesse, per poi mettere in atto un processo di disinformazione, tramite immagini e testi manipolati per far apparire i manifestanti come violenti e minacciosi. Il più alto funzionario cinese ad Hong Kong, Yang Guang, ha parlato di ‘terrorismo. Qualora i disordini dovessero intensificarsi, il governo locale potrebbe chiedere l’aiuto dell’esercito per “mantenere l’ordine pubblico”: i soldati cinesi presenti sull’isola sono oltre 10.000.

Proprio nel mese di luglio, le proteste sono diventate più violente. Molteplici scontri con la polizia hanno provocato gravi feriti; una donna rischia di perdere un occhio dopo essere stata colpita da un proiettile di gomma. Un rapporto di Amnesty International ha denunciato l’uso estremo di violenza da parte della polizia. Nicholas Bequelin, responsabile di Amnesty International per l’Asia orientale, ha dichiarato che “le testimonianze lasciano poco spazio al dubbio. Gli agenti hanno ripetutamente usato la violenza prima e durante gli arresti, anche quando l’individuo era stato immobilizzato. L’uso della forza è stato pertanto chiaramente eccessivo e ha violato il diritto internazionale in materia di diritti umani”. Stando al rapporto, decine di persone sono state picchiate anche dopo essere state immobilizzate e ammanettate. Un dimostrante ha dichiarato di essere stato malmenato e minacciato per non avere collaborato durante un interrogatorio: Sentivo il dolore nelle mie ossa  e non potevo respirare. Ho provato a gridare ma non potevo ne’ parlare né respirare”.

Il 1° ottobre, mentre la Cina festeggiava i 70 anni della Repubblica Cinese Popolare e a Pechino si svolgeva la più grande parata militare mai organizzata con  15.000 soldati, 500 mezzi militari e 160 aerei, ad Hong Kong 100.000 persone sono tornate a manifestare per la democrazia con i propri ombrelli, divenuti uno dei simboli della protesta, utilizzati come scudo per proteggersi da fumogeni e lacrimogeni.

In un’escalation di tensione e violenza, la polizia ha usato il pugno di ferro. Per la prima volta dall’inizio delle proteste, è stato sparato un colpo ad altezza uomo che ha gravemente ferito nella parte sinistra del petto un giovane manifestante di 18 anni, attualmente in condizioni critiche. A seguito di questo episodio, il direttore di Amnesty International di Hong Kong, Man-Kei Tam, ha dichiarato che “il ferimento grave di un manifestante rappresenta un allarmante sviluppo nella risposta alle proteste da parte della polizia di Hong Kong. Le autorità devono avviare un’indagine immediata”. In molte parti del corteo sono stati lanciati fumogeni, lacrimogeni, scontri con la polizia, feriti e arresti.

Durante la cerimonia a Pechino, il presidente Xi Jinping ha pronunciato il discorso ufficiale, durante il quale ha affermato che “nessuna forza può neanche scuotere lo stato della Cina o fermare il popolo e la nazione cinesi dal marciare in avanti”. Mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è congratulato con Xi per il 70o anniversario della Repubblica Popolare, ad  Hong Kong proseguivano le manifestazioni per la democrazia. In questa circostanza, l’attivista Lee Cheuk-yan ha dichiarato: “oggi scendiamo in piazza per dire al Partito Comunista che la gente di Hong Kong non ha nulla da festeggiare. Siamo in lutto perché in 70 anni di governo del Partito Comunista, i diritti democratici dei cittadini di Hong Kong e della Cina sono stati negati. Continueremo a combattere!”.

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