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FIFA World Cup 2022 in Qatar: i lati oscuri del più importante evento calcistico del mondo

Da quando, nel 2010, è stato dato l’annuncio che il Qatar avrebbe ospitato la finale della FIFA World Cup 2022, il piccolo paese si è adoperato per promuovere un’immagine di sé impeccabile agli occhi del mondo intero. L’emirato, che ha poco più di due milioni di abitanti e confina con il Bahrain e l’Arabia Saudita, si è sempre dimostrato interessato al calcio europeo. La Qatar Foundation, compagnia del gas fondata dalla famiglia reale dell’Emiro Al Thani, è stata sponsor ufficiale della squadra del Barcellona e lo stesso Malaga ha potuto contare sui generosi fondi del Qatar durante la Champions League del 2013. Insomma, il ricchissimo paese ha cercato di compensare la mancanza di squadre calcistiche nazionali facendo il tifo per i grandi campioni europei.

Nonostante gli sforzi del paese, la scelta della Fédération Internationale de Football Association (FIFA) è stata fortemente criticata su più fronti. La stampa internazionale, organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani ed esperti di sport si sono uniti per chiedere una revisione della decisione, ad oggi ancora non effettuata. Sono infatti la scarsa esperienza in ambito calcistico e la comprovata mancanza di tutela dei diritti umani ad aver fatto circolare voci circa la corruzione di alcuni membri del comitato esecutivo FIFA, specialmente attorno alla figura dell’ex presidente Blatter. A causa di queste supposizioni, molte figure chiave del Comitato hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa, nel corso degli anni, sostenendo che la decisione di conferire l’organizzazione del torneo al Qatar è stato unerrore sfacciato di Blatter. In aggiunta, nel 2011, l’allora vice presidente della FIFA, Jack Warner, dichiarò che era stata resa pubblica una email in cui si poteva leggere chiaramente che il Qatar aveva “acquistato” la World Cup 2022 grazie a ingenti tangenti pagate ad alcuni membri del Comitato esecutivo (che avrebbe dovuto votare per scegliere il paese ospitante dei Mondiali in questione), attraverso la figura di Mohammed bin Hammam, allora Presidente della Arab Football League e dello stesso comitato. Le affermazioni contenute nella email, poi andata persa, sono state riprese nel 2014 sia dal Daily Telegraph, sia dal Sunday Times, che dichiararono di aver rinvenuto materiale a testimonianza della corruzione di bin Hammam e di Warner. Entrambi rinnegarono le accuse, così come la FIFA, che attraverso le parole di Scala (allora capo del comitato Audit and Compliance), dichiarò di rifiutare di dar credito a ipotesi non basate su prove schiaccianti.

Tuttavia, lo scandalo nato nel 2011 e protrattosi fino al 2014 non ha fermato i lavori preparatori del Mondiale 2022. Nemmeno l’arresto dell’ex presidente UEFA, Michel Platini, (avvenuto lo scorso 18 giugno), o le diverse critiche relative alla possibilità che il torrido clima estivo del Qatar potesse essere nocivo per la salute degli atleti delle squadre. In un primo momento, Blatter rifiutò di credere alle dichiarazioni di alcuni medici dell’ospedale di Doha, preoccupati per le altissime temperature che raggiungono le estati nella regione. Per questa ragione, la World Cup 2022 sarà la prima ad essere giocata in inverno.

Ma le organizzazioni per la difesa dei diritti umani non possono dirsi soddisfatte di tale compromesso. E’ infatti la preoccupante tutela dei diritti dei lavoratori impiegati nella costruzione del gigantesco stadio e di tutte le venue disegnate per ospitare le partite del torneo l’elemento più controverso della questione. Human Rights Watch e l’International Trade Union Confederation (ITUC), poco dopo l’elezione del Qatar quale paese ospitante dei Mondiali, hanno sollevato perplessità circa l’adeguatezza degli standard di lavoro per la manodopera migrante che, già in precedenza, si riversava nel ricco emirato. In effetti, nel paese vige il cosiddetto sistema della Kafala, utilizzato per vigilare sui lavoratori stranieri che raggiungono il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, il Libano e tanti altri Stati del Golfo e non. Secondo questo sistema, i lavoratori sono obbligati ad avere uno sponsor, un garante, che li guidi nella firma del contratto già nel loro paese di origine, per favorire, teoricamente, un’integrazione efficace e veloce nel mondo del lavoro. In realtà, la Kafala rende i migranti vulnerabili a veri e propri soprusi da parte dei datori di lavoro, che possono confiscare passaporti e imporre loro tasse esorbitanti e orari lavorativi disumani.

Nel 2010, Sharan Burrow, allora segretario Generale dell’ITUC, condusse personalmente dei sopralluoghi nei cantieri di Doha e dintorni, dichiarando che i lavoratori migranti vivevano in condizioni terribili di “simil-schiavitù”, senza alcuna tutela dei bisogni primari o della loro dignità. Nei report realizzati, Burrow e i suoi collaboratori scrissero che se, entro massimo due anni da quella data, il governo del Qatar non avesse fatto nulla per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, le accuse di violazione dei diritti umani sarebbero state più che fondate. In risposta a queste forti accuse, il Comitato Qatar 2022 dichiarò di “impegnarsi per cambiare le condizioni di lavoro, in modo da lasciare un’eredità migliore per il benessere di tutti i lavoratori a venire. Questo non può essere fatto in una notte. Ma sta di certo che i Mondiali 2022 hanno una forza unica per catalizzare un cambiamento positivo in questo campo”. 

Nel 2014, inoltre, il governo promise di discutere e far approvare leggi a tutela dei lavoratori migranti; tuttavia, nel 2015 nulla ancora era stato effettivamente fatto. Nonostante alcune riforme siano state approvate, negli ultimi anni si è potuto osservare come il potere dei datori di lavoro continui ad essere indiscusso, con i migranti che lavorano per giornate intere in condizioni di scarsa sicurezza. Alcuni reportage condotti (si noti che, nonostante i lavori di costruzione delle venue è ancora in corso, molto del materiale raccolto si ferma al 2015 ca.), mostrano che la manodopera straniera, in maggioranza proveniente da India e Nepal, vive in veri e propri campi di lavoro, ed è spesso costretta ad accettare salari inferiori a quelli promessi prima dell’arrivo in Qatar (sempre a causa dell’influenza del sistema della Kafala). Quest’ultimo, ufficialmente abolito nel 2016, continua però ad essere praticato in molteplici circostanze; in particolare, nei confronti dei lavoratori nepalesi impiegati per la costruzione degli stadi per la FIFA World Cup 2022, come denunciato da Amnesty International nel 2018.

Le ultime notizie provenienti dai cantieri di Doha risalgono al giugno scorso, quando un giornalista dell’emittente televisiva tedesca WDR, Benjamin Best, si è recato personalmente per raccogliere interviste ed immagini dell’attuale situazione dei lavoratori. Ancora molti raccontano di non aver ricevuto pagamenti per gli ultimi mesi di lavoro, di settimane lavorative di 70 ore ciascuna e condizioni di vita ben lontane dai miglioramenti millantati dal Comitato Qatar 2022.