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Occorre proteggere lo “stile di vita europeo”?

Non è ancora ufficialmente nata, ma la Commissione europea di Ursula von der Leyen è già stata bersaglio di critiche. In particolare, vi sono state molte polemiche sulla nomina di un commissario (grossomodo l’equivalente di un ministro) “per la protezione del nostro stile di vita europeo”.

Si tratta del membro del Partito Popolare Europeo (PPE) e di Nuova Democrazia (partito greco di centrodestra) Margaritis Schinas, designato dal premier greco Kyriakos Mitsotakis. Ex-eurodeputato e funzionario di lunga data presso diverse direzioni generali della Commissione stessa, Schinas sarà peraltro anche uno degli 8 vicepresidenti che affiancheranno von der Leyen.

Tuttavia, più del nome della carica in sé, è stato ciò che rientra nella sua sfera di competenza a suscitare critiche: il responsabile della protezione dello “stile di vita europeo” dovrà infatti guidare il processo decisionale in materia di immigrazione e sicurezza, oltre che di istruzione e occupazione.

Il presidente uscente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha espresso la propria opinione in un’intervista a Euronews, dicendosi in disaccordo con il titolo ufficiale dell’incarico e non trovando corrispondenza tra esso ed i valori di un esponente del PPE come Schinas.

Juncker ha sottolineato che “accettare coloro che arrivano da molto lontano fa parte dello stile di vita europeo”, aggiungendo che il nome del portafoglio avrebbe dovuto essere precisato meglio. L’eurodeputata francese Karima Delli, a tal proposito, ha domandato ai colleghi europarlamentari di inviare una lettera a von der Leyen per chiedere proprio una modifica del nominativo, affermando: “Ciò che è assolutamente inaccettabile è che questo nome, che crea un legame tra immigrazione e protezione di uno stile di vita europeo, legittima le idee dell’estrema destra per le quali gli immigrati sono barbari che minacciano il nostro stile di vita”.

Tra coloro che hanno criticato la denominazione del portafoglio di Schinas c’è anche Claude Moraes, deputato britannico del partito laburista che, su Twitter, è stato esplicitamente critico: “La ‘protezione del nostro stile di vita europeo’ non avrebbe dovuto essere il nome di un portafoglio in una Commissione europea del 2019”. Anche l’eurodeputato francese Damien Careme, rappresentante dei Verdi, ha definito il nome del portafoglio “un abominio”, così come il ramo europeo di Amnesty International ha espresso preoccupazione sostenendo che “collegare la migrazione alla sicurezza nel portafoglio di un Commissario rischia di inviare un messaggio preoccupante”.

Nella lettera di incarico destinata a Schinas, von der Leyen ha scritto che “lo stile di vita europeo si basa sul principio di dignità e uguaglianza per tutti”. Espressione già apparsa negli Orientamenti politici per la Commissione 2019-2024, pubblicati a luglio scorso.

In questo documento, risalente a due mesi fa, l’ex-ministra della Difesa tedesca aveva scritto che l’UE avrebbe dovuto impegnarsi “di più quando si tratta di proteggere i nostri cittadini e i nostri valori”, definendo “il rispetto dello Stato di diritto” e “un nuovo inizio sulla politica migratoria” necessari per proteggere lo “stile di vita europeo”.

Von der Leyen ha quindi proposto un nuovo accordo sull’immigrazione che includerebbe frontiere esterne più forti e un moderno sistema di asilo. Ha inoltre affermato che l’UE dovrebbe concentrarsi di più sulla cooperazione allo sviluppo per migliorare “le prospettive di giovani donne e uomini nei loro Paesi di origine”. Per quanto riguarda la sicurezza, la presidente ha inoltre dichiarato che la sua Commissione cercherà di “migliorare la cooperazione transfrontaliera per colmare le lacune nella lotta contro la criminalità organizzata e il terrorismo in Europa”.

Schinas, dal canto proprio, ha fatto sapere di essere “elettrizzato all’idea di essere nominato”, dicendosi “fiducioso di poter fare grandi passi avanti nei prossimi cinque anni per proteggere e valorizzare gli europei”.

Al di là delle critiche, il nome della carica ha portato altresì a porsi una domanda fondamentale: esiste davvero uno stile di vita europeo? I Paesi dell’UE presentano differenze enormi sotto molti punti di vista. Basti vedere alcuni dati economici: in Svezia l’occupazione è superiore di oltre 20 punti percentuali a quella che si ha in Grecia. Sempre nel Paese di Schinas, più di un cittadino su dieci non può permettersi cure mediche per i costi eccessivi della sanità, mentre in Finlandia questo si verifica per circa un cittadino su mille.

Questo senza considerare che anche i contesti culturali possono differire enormemente da un Paese all’altro dell’Unione. La vita di un cittadino di Madrid differisce significativamente da quella di un residente a Vilnius, anche per la way-of-life che è intrinsecamente presente in ogni Stato (e notevoli differenze si potrebbero trovare certamente anche tra abitanti di Madrid e residenti delle più remote regioni del Nord della Spagna). Per una Unione che ha continuato a espandersi con costanza dalla sua fondazione e che ha accolto i suoi membri più “giovani” soltanto nel 2013 (Croazia) e nel 2007 (Bulgaria e Romania), con un passato che fino all’epoca della guerra fredda ha visto una profonda divisione interna al continente, sarebbe peraltro difficile aspettarsi una maggiore integrazione degli “stili di vita”.
Considerato tutto ciò, si potrebbe concludere che prima di dedicarsi a proteggere uno stile di vita europeo sarebbe necessario individuarne uno o, in alternativa, prendere atto della sua inesistenza.