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Da Flynn a Bolton: tutti i problemi di Trump con i Consiglieri alla Sicurezza nazionale

Il primo mandato di Donald Trump volge ormai al termine. Tuttavia, lo scorso giugno, a Orlando, in Florida, l’attuale presidente degli Stati Uniti ha annunciato la propria ricandidatura per le elezioni del 2020. A più di tre anni dal suo ufficiale insediamento alla Casa Bianca, avvenuto il 20 gennaio 2017, una cosa si può affermare con certezza: i rapporti di Trump con i propri consiglieri alla Sicurezza sono stati molto complicati.

Lo scorso 10 settembre Donald Trump ha, infatti, annunciato, tramite un tweet, le dimissioni del consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton. Le dinamiche che hanno condotto a tale esito non sono però chiare. Trump sostiene di aver chiesto le dimissioni dell’ex consigliere a causa dei continui e reciproci contrasti. Tuttavia, secondo la versione sostenuta da Bolton, la vicenda si sarebbe svolta in modo diverso, rivelando di avere offerto le proprie dimissioni al presidente la sera del 9 settembre. Trump, a quel punto, avrebbe rimandato la discussione al giorno seguente. Secondo la CNN, la causa della rottura fra Trump e Bolton sarebbe da rintracciare nel profondo disaccordo circa l’opportunità di ospitare a Camp David alcuni leader dei talebani.

Il litigio su quest’ultima questione sarebbe stata solo l’ultima goccia. Come sostenuto da Peter Bergen e come sottolineato dallo stesso Trump, le visioni del presidente e di John Bolton sulle principali questioni di politica internazionale, come la crisi in Venezuela, i rapporti con l’Iran e con la Corea del Nord, erano ormai inconciliabili. In particolare, gli atteggiamenti e le proposte bellicose di Bolton si sarebbero scontrate troppo spesso, e troppo intensamente, con le diverse posizioni di Donald Trump.

Bolton viene comunemente considerato un bellicoso in ambito di politica estera. La descrizione appare quanto mai adeguata. Un eloquente esempio è rappresentato dall’articolo che il 26 marzo del 2015 pubblicò sul New York Times con il titolo: Per fermare le bombe iraniane, bisogna bombardare l’Iran. Nello scritto, Bolton criticava l’atteggiamento che l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aveva con l’Iran, affermando che avesse incentivato quest’ultimo ad avanzare sempre maggiori richieste a Washington. Ritenendo inutile sperare di poter giungere a un compromesso con l’Iran, Bolton suggerì una soluzione drastica: “La verità scomoda è che solo un’azione militare come l’attacco israeliano al reattore iracheno di Osirak del 1981 o la distruzione del 2007 sempre da parte israeliana di un reattore siriano progettato e costruito dalla Corea del Nord può realizzare gli obiettivi prestabiliti”. Un attacco, spiegava Bolton, che non avrebbe dovuto distruggere tutte le infrastrutture iraniane legate al nucleare, ma avrebbe dovuto limitarsi a spezzare le connessioni chiave nel ciclo della produzione del nucleare, in modo da ritardare il programma di tre o cinque anni. Israele avrebbe quindi potuto “fare quello che è necessario”, costituendosi come la longa manu armata degli Stati Uniti in Medio Oriente. Un’azione di questo genere, concludeva Bolton, avrebbe dovuto essere combinata con un vigoroso sostegno americano alle opposizioni iraniane, appoggio finalizzato a un cambio di regime”.

Le ipotesi di Bolton furono, tuttavia, smentite dai fatti. Proprio nel 2015, infatti, venne siglato il Joint Comprehensive Plan of Action, meglio conosciuto come l’accordo sul nucleare dell’Iran. Nessuna meraviglia, dunque, quanto al fatto che, 3 anni dopo, quando Bolton era ancora in carica, Trump abbia deciso di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo con l’Iran, affermando: “Era un accordo terribile, che non si sarebbe mai dovuto sottoscrivere”. Nei mesi successivi, con un atteggiamento di senso opposto,Trump si è reso protagonista di alcuni gesti conciliatori nei confronti dell’Iran, discostandosi da Bolton.

Anche riguardo i rapporti con la Corea del Nord, le posizioni del Presidente e di Bolton erano diventate ormai inconciliabili. Un mese prima che entrasse in servizio alla Casa Bianca, Bolton – ricostruisce Bergen per la CNN – aveva pubblicato un articolo sul Wall Street Journal, in cui suggeriva delle teoriche giustificazioni legali per una guerra preventiva contro la Corea del Nord. Si sarebbe trattato di replicare il modello dell’operazione del 2003 contro l’Iraq. Qualche settimana dopo, invece, Bolton dichiarò che l’amministrazione stava valutando la possibilità di applicare alla Corea del Nord il ‘modello libico’.

Il ‘modello libico’ prendeva a riferimento il modello di gestione dei rapporti tra gli Stati Uniti e, appunto, la Libia guidata da Moammar Gheddafi. Quest’ultimo, all’inizio degli anni 2000, aveva accettato di interrompere il proprio programma di costruzione di armi di distruzione di massa in cambio della revoca delle sanzioni che erano state comminate al suo regime. Nel 2011, nel contesto delle cosiddette ‘Primavere arabe’, Washington finanziò gruppi di ribelli che rovesciarono il regime di Gheddafi e, infine, lo uccisero. Per questa ragione, quando a Kim Jong-Un vennero riferite le dichiarazioni di Bolton, la reazione del dittatore nord-coreano non fu delle più moderate. Egli, infatti, interpretò le esternazioni di Bolton come una manifestazione di volontà, da parte degli Stati Uniti, di rovesciare anche il regime nord-coreano. Kim Kye-Gwan, primo vice-ministro per gli Affari esteri della Corea del Nord, affermò, in un comunicato ufficiale del 16 maggio 2018: Non nascondiamo il nostro senso di ripugnanza nei confronti di Bolton”. La Casa Bianca prese subito le distanze dalle posizioni di Bolton. Sarah Huckabee Sanders, dell’ufficio Stampa della Casa Bianca, dichiarò: “Non ne abbiamo mai discusso, quindi non credo che quello sia il modello che stiamo seguando per l’Iran”.

A febbraio del 2019 Trump incontrò Kim ad Hanoi, in Vietnam, ma si ritirò subito dalle discussioni quando si accorse che il suo collega nord-coreano non aveva molto da offrire sulla denuclearizzazione. A maggio, la Corea del Nord lanciò dei missili a corto raggio. Bolton protestò, dicendo che quei lanci violavano le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’organizzazione per le Nazioni Unite. Ancora una volta, Trump contraddisse il segretario dell’epoca, affermando che quell’operazione non lo preoccupava.

In ogni caso, che si sia trattato di un licenziamento da parte di Trump o di dimissioni avanzate da Bolton, la sostanza non cambia e una cosa si può di certo affermare: i rapporti di Trump con i propri Consiglieri alla Sicurezza nazionale sono stati molto difficili fin dall’inizio del suo mandato. Altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di nominarne ben quattro.

I rapporti tra il presidente e il dimissionario (licenziato?) Bolton sono stati qui sopra ricostruiti. Cosa dire però dei suoi due predecessori, Michael T. Flynn e Herbert R. McMaster?

Il primo rimase in carica meno di un mese, dal 20 gennaio 2017 al 13 febbraio dello stesso anno. Fu costretto a dimettersi in quanto accusato di aver ingannato alcuni importanti membri dell’amministrazione, tra cui il vicepresidente Mike Pence, sui suoi contatti con Sergej Kislyak, all’epoca ambasciatore russo negli Stati Uniti. Da quel momento collaborò con le autorità giudiziarie americane all’inchiesta riguardante le interferenze russe nella campagna elettorale per le elezioni del 2016. L’1 dicembre 2017 Flynn ammise di aver mentito al Federal Bureau of Investigation sulle sue conversazioni con Kislyak. L’importanza delle discussioni tra Flynn e quest’ultimo risiede nel fatto che esse, come riporta il New York Times, sarebbero state parte di un piano congeniato dai collaboratori di Trump per impostare delle linee di politica estera prima che il presidente eletto iniziasse ufficialmente il proprio mandato. Quando, quindi, formalmente, era ancora in carica l’amministrazione Obama.

I motivi che hanno portato all’allontanamento di McMaster sono, invece, più simili alle ragioni che hanno condotto al licenziamento (o alle dimissioni) di Bolton. McMaster, come ricorda Alex Ward, si trovò subito in contrasto con l’amministrazione Trump. Il più grande dissidio riguardò l’invio di ulteriore contingente militare in Afghanistan, idea alla quale McMaster era favorevole e che invece Trump respingeva con disgusto. Il sito della BBC riporta la seguente dichiarazione di Trump: “McMaster vuole spedire più truppe in Afghanistan, allora manderemo lui”. McMaster, inoltre, dichiarò che esistevano prove incontrovertibili delle interferenze russe nelle elezioni del 2016. Un’esternazione che, ovviamente, Trump non apprezzò e alla quale il presidente controbatté immediatamente: “McMaster ha dimenticato di dire che i risultati delle elezioni del 2016 non sono stati cambiati dai russi”. Infine, ancora una volta, anche i rapporti con la Corea del Nord furono oggetto di discordia fra Trump e il suo Consigliere dell’epoca. McMaster infatti suggeriva un approccio più militaristico nei confronti di Pyongyang. Più in generale, McMaster avrebbe avuto difficoltà ad avere a che fare con Trump, anche a livello personale. Soprattutto, il carattere umorale del Presidente e i suoi continui cambi di decisione avrebbe reso impossibile per McMaster l’impostazione di una politica coerente.

In ogni caso, il 18 settembre 2019 Trump ha nominato il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale: si tratta di Robert O’Brien. Riuscirà, almeno a lui, a mantenere il proprio incarico prima della fine, quasi imminente, del mandato di Trump?