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Siria: un summit trilaterale per decidere le sorti del paese

Cinque anni sono trascorsi dal settembre 2014, quando gli Stati Uniti hanno avviato l’Operation Inherent Resolve in sostegno dell’Esercito iracheno e delle Forze Democratiche Siriane. Da allora, con la pressoché totale sconfitta dell’ISIS, il coinvolgimento americano si è progressivamente ridotto.

Da tempo, la risoluzione del conflitto siriano non è più allineata alle aspettative statunitensi. Washington ha più volte reclamato, come condizione per la pace in Siria, la destituzione di Bashar al-Assad che, pare ormai evidente, è invece scampato al confronto con la guerra civile.

Un tempo al comando della coalizione occidentale, il Pentagono ha ora chiesto agli alleati europei, nel giugno 2019, di colmare il ‘vuoto’ dovuto alla riduzione del suo contingente armato, da 2500 a sole 400 truppe. Una manovra che lascerà scoperte le milizie curde nel Nord del Paese e concederà spazio ad altri attori, in particolare Turchia, Russia e Iran.

Queste tre nazioni hanno già dimostrato una forza diplomatica decisiva per gli esiti del conflitto siriano. Infatti, mentre i numerosi negoziati di Ginevra si sono rivelati inconcludenti, i colloqui organizzati da Turchia, Russia e Iran ad Astana (Uzbekistan) proseguono con risultati soddisfacenti. Si può affermare che qualsiasi scenario futuro per la Siria dipenderà dalla convergenza di interessi tra Ankara, da un lato, e Mosca e Teheran, dall’altro.

Nonostante la competizione per l’influenza nella regione, la Turchia ha dato prova di saper apprezzare la cooperazione sia con l’Iran (membro della stessa area di commercio preferenziale, l’ECO) che con la Russia. È statp molto criticato a livello internazionale, infatti, l’acquisto da parte di Ankara del sistema antiaereo “S-400 Triumph” di produzione russa.

D’altro canto, non del tutto definita è la posizione del’esecutivo di Erdoğan riguardo ad Assad. Questo è un elemento di contrasto nei confronti di Russia e Iran che, fin dal 2015, hanno attivamente difeso il regime ba’athista.

Secondo Teheran, il Governo di Assad è fondamentale per la sicurezza regionale ed è per questo che, nonostante il peso delle sanzioni internazionali, l’amministrazione iraniana ha impiegato al massimo le sue risorse militari, per un totale di €13 miliardi dall’inizio della guerra (Brookings Inst).

Intanto, a partire dal mese scorso, la Turchia è impegnata in difficili trattative per la definizione di una safe zone sotto sorveglianza internazionale nel Nord-Est della Siria: Ankara preme per un perimetro di 30/40km, mentre Washington preferisce una demilitarizzazione di soli 5km, che non comprometterebbe la sovranità curda sul territorio. È facile intuire che sia proprio questo l’obiettivo della Turchia.

È in questa intricata rete di interessi che si prepara il campo, a metà settembre, per un summit trilaterale ad Ankara tra i principali garanti dei colloqui di Astana. L’incontro tra Erdoğan, Rouhani e Putin sarà il quinto di una serie iniziata nel novembre 2017. 

All’ordine del giorno vi sarà la situazione della provincia di Idlib, dove, a partire dal 19 agosto, si è creata una pericolosa escalation, quando le truppe turche si sono ritrovate ostaggio delle forze siriane e hanno richiesto l’aiuto della Russia. A complicare ulteriormente la situazione, negli ultimi giorni di agosto, è stata un’offensiva degli Stati Uniti – dichiaratamente contro il gruppo armato Hurras al-Din (istituto da alcuni ex-membri di al-Qaeda) – ma che ha compromesso il cessate-il-fuoco promosso dalla Russia.

Non di minor importanza è la questione del rimpatrio dei 5.639.676 profughi siriani, di cui circa 6,2 milioni sfollati interni (cifre UNHCR). Ora che le ostilità sembrano avviarsi verso una risoluzione, la Turchia ha già avviato la ricollocazione di parte dei 3,657,694 siriani accolti: sembrerebbero essere numerosi i casi, a Instanbul e Gaziantep, di individui costretti con la forza alla compilazione dei documenti per il ‘rimpatrio volontario’ ed estradati in Siria, spesso in una provincia lontana da quella originaria (HumanRightsWatch).

Infine, di particolare rilevanza sarà il tentativo di istituire un comitato per la redazione di un testo costituzionale in vista di future libere elezioni nella Siria post-conflitto. In seguito ad alcune speculazioni riguardo l’apertura di un dialogo tra Turchia e USA riguardo al processo costituente in Siria, il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Zarif ha dichiarato che sarebbe un errore strategico, per Ankara, disattendere la linea dei colloqui di Astana (alMonitor).

Ciononostante, dopo l’incontro con l’omonimo russo Sergej Lavrov il 2 settembre a Mosca, il Ministro Zarif ha ribadito che, al di là delle discordanze, i negoziati di Astana sono comunque un successo: Turchia, Iran e Russia sono unite sotto l’obiettivo di vedere risolto il conflitto e smobilitati i gruppi separatisti che minacciano l’integrità della Siria. 

Resta da vedere, una volta che il regime di Assad avrà ristabilito il suo controllo sul territorio nazionale, quanto a lungo resisterà tale comunione d’intenti. Soprattutto per quanto concerne la Turchia, che finora ha solamente perseguito una strategia di contrasto alla milizie curde, ma che in futuro potrebbe voler realizzare i progetti geopolitici di più largo respiro.